venerdì 27 gennaio 2012

La Giornata della memoria

L'incredibile storia di Walter Landmann


(articolo pubblicato sul Giornale di Vicenza il 5 febbraio 2004)


di Marino Smiderle
inviato a Bedford (Inghilterra)


Il vento forte soffia sulle nuvole di questa mattina inglese e gira le pagine di un libro di storia rimasto aperto. Ecco, spunta il sole e la facciata bianca del Weir cottage splende come una gemma nel verde di Befdord, nel cuore dell’Inghilterra, un centinaio di chilometri a nord di Londra. Qui abita Walter Landmann, 77 anni, morto tra il ’44 e il ’45 in un campo di sterminio nazista, deportato da Vicenza il 20 dicembre 1943, convoglio numero 6, insieme ai genitori, come risulta dai documenti del Cdec, il Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano. Landmann ha i capelli bianchi un po’ sconvolti dal vento. E gode di ottima salute. «Sì, come vede sto benissimo, anche se mi ha fatto un certo effetto leggere il mio nome e quello dei miei nell’elenco dei morti». Soffia ancora il vento, sfoglia all’indietro le pagine della storia. Una storia da riscrivere.


La sorpresa
Succede che, in occasione della Giornata della memoria, Il Giornale di Vicenza pubblichi l’ultima puntata di un’inchiesta sui profughi ebrei arrivati nel Vicentino. Una storia triste, quella di Moses Landmann, della moglie Barbara Eckl e del figlio Walter Heinz, profughi ad Arsiero e poi deportati nei campi di sterminio dalle SS alla fine del ’43. «Sono ariana lasciatemi stare ad Arsiero», era il titolo dell’articolo, con riferimento al tentativo di Barbara Eckl di convincere i nazisti a rispettare la legge e a lasciare in pace le coppie cosiddette miste. Una preghiera che, secondo i documenti del Cdec e secondo il libro "Gli ebrei deportati dall’Italia" di Liliana Picciotto Fargion, in cui compaiono tutti e tre i nomi della famiglia Landmann, non sortì alcun effetto. Tutti caricati nel convoglio numero 6, in partenza da Vicenza e con destinazione campo di sterminio. Roberto Pozza, imprenditore di Costabissara e in rapporti d’affari con Walter Landmann, ingegnere specializzato nel settore macchine per concia, legge quel pezzo e gli prende un coccolone. Telefona all’amico e gli dice: «Guarda che qui ti danno per morto». Ce n’è abbastanza per andare a chiarire questo misterioso equivoco della storia.


L’inizio
Mrs. Elizabeth Landmann sta preparando il lunch di mezzogiorno e sorride pensando a quel che si racconta del marito in Italia. «Sto benissimo - conferma l’interessato - ma sono molto curioso di sapere come mai, fino ad oggi, io e i miei genitori siamo considerati tra i sei milioni di ebrei morti nei campi». Per farlo non resta che raccontare la sua storia, partendo dall’inizio. E l’inizio è segnato dalla follia criminale di Hitler, cioè dalla persecuzione degli ebrei in Germania. «Negli anni 30 mio padre era un commerciante di Monaco - ricorda l’ing. Landmann - e fu costretto dalla legge nazista ad assumere un nome ebraico. E così da Friedrich divenne Moses. Mia madre, invece, non professava alcuna religione e anc’io seguii la sua stessa strada. Le coppie miste, in teoria, avrebbero dovuto essere lasciate in pace, ma ben presto a Monaco la vita diventò impossibile. Ci procurammo dei passaporti da apolidi, senza la J stampata sopra, e decidemmo di raggiungere mio zio Max, il fratello di mio padre, funzionario delle assicurazioni Lloyd di Trieste. I miei genitori avevano deciso di andare in Australia, dall’altra parte del mondo, per ricominciare da zero. Ma la richiesta di emigrazione non ottenne risposta, e così, per sfuggire la persecuzione, optarono per l’Egitto. Lo zio ci aiutò ad ottenere i permessi per arrivare a Bengasi, in Cirenaica, all’epoca territorio italiano, da cui si pensava fosse facile andare a Il Cairo. Ma arrivammo nel posto sbagliato: il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra e dopo pochi giorni noi fummo internati alla caserma Torelli».


Profughi 
Douglas, il cane dei Landmann, si accovaccia sotto il tavolo quasi a voler ascoltare il racconto del padrone. La moglie, intanto, versa il caffè. «Alla Torelli e, poi, al campo di Suetina gli italiani ci trattarono bene - prosegue Landmann -. Un paio di mesi dopo, nell’agosto del ’40, ci imbarcarono sul piroscafo Esperia e ci portarono a Napoli. Qui, per tre settimane, fummo reclusi alla prigione di Poggioreale: mia madre da una parte, io e mio padre da un’altra. Furono giorni brutti, fino a quando tutti gli internati, noi compresi, venimmo trasferiti al campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia. La situazione migliorò sensibilmente, potevamo vivere in piccoli appartamenti, farci da mangiare, insomma, internati sì, ma con regolari forniture di cibo. Non ci fu alcun maltrattamento. Alla fine del ’41 le autorità italiane trasferirono le famiglie ebree in diverse città del centro e del nord al cosiddetto ’confino libero’. Noi fummo destinati ad Arsiero».


Ad Arsiero
Sulla porta dello studio di Landmann c’è una cartina geografica affissa con le puntine. È la pianta della provincia di Vicenza, che lui conosce molto bene anche per averci lavorato negli ultimi anni, specie nella valle del Chiampo. Ma soprattuto per aver vissuto, nella zona di Arsiero, uno dei periodi più difficili della sua esistenza. «Arrivammo prima a Vicenza - ricorda - nei pressi del teatro Olimpico, dove c’era una specie di centro di smistamento. Venimmo spediti ad Arsiero, e fummo alloggiati alla trattoria "La vigneta", il cui titolare era, se ricordo bene, Domenico Meneghetti. Lo Stato italiano ci pagava l’alloggio e ci offriva un contributo. Mio padre aveva fatto arrivare un container carico degli oggetti preziosi di famiglia a Trieste e, quando ce n’era bisogno, vendevamo le posate d’argento per pane e carne». Landmann fa una pausa, mostra un sorriso amaro. Allora aveva 15 anni e gli era interdetta ogni iscrizione scolastica. «Studiavo per conto mio - racconta - grazie al prete di Arsiero che mi procurava i libri della scuola superiore di nascosto. Avevo fatto amicizia con la figlia dei custodi della cartiera Rossi, Costanza, che ogni tanto mi prestava la bici per andare da dei contadini di Laghi. Noi volevamo comprare cose da mangiare ma loro non accettavano soldi, perché li ritenevano poco sicuri, privi di valore: e allora barattavamo argento per farina, pane e uova. Andò tutto bene fino all’8 settembre. La gente di Arsiero era splendida, tutti ci aiutavano e i carabinieri non ci davano il minimo fastidio. Poi arrivarono i tedeschi e la situazione precipitò».


La paura
La vegetable soup della signora Elizabeth è squisita, fatta con i prodotti dell’orto di casa. La birra è tedesca, forse in omaggio ai natali del padrone di casa. «La faccio arrivare apposta dalla Germania», confessa Landmann. Ci vuole una pinta di questa buona birra per proseguire nel racconto. «Non ho mai capito perché mio padre decise di restare ad Arsiero invece di scappare - attacca Landmann - come invece hanno fatto altre famiglie di ebrei di Arsiero, come i Goldstein o i Diamanstein. Pensava di essere al sicuro, e io invece glielo dicevo: "Andiamo in Svizzera", ma lui non volle prendere il rischio. Del resto era fatto così: ottimista per natura, mentre io sono pessimista. A dicembre le SS ci vennero a prendere e ci portarono al campo di concentramento di Tonezza. Il 30 gennaio 1944 arrivò un pullman: i nostri nomi erano nell’elenco di quelli destinati ai campi di sterminio. Furono momenti di terrore, arrivammo davanti all’Olimpico, allo stesso punto in cui due anni primi ci avevano destinato ad Arsiero. Mia madre si fece avanti con l’ufficiale e gli fece presente che stava facendo un errore, che lei era ariana, che le famiglie miste, per la legge di Norimberga, non potevano essere deportati. "Lei ha ragione signora - le disse l’ufficiale - ma noi dobbiamo controllare se ci sta raccontando la verità". Forse si spaventò, forse ebbe paura di commettere un errore, di fatto un soldato gridò: "I Landmann scendano dal pullman". Noi scendemmo un secondo prima che la corriera proseguisse per la stazione. Fu la nostra salvezza. Il fatto che ci abbiano inserito tra i nomi dei deportati significa che nessuno ha avuto cura di aggionare l’elenco compilato a Tonezza quel giorno».


La fuga
Viene buio presto in Inghilterra. Il pomeriggio si sta già ingoiando il verde meraviglioso del Bedfordshire quando Landmann trova la forza di concludere questa incredibile storia. «Dopo un paio di notti in questura a Vicenza - dice - ci rispedirono ad Arsiero, precisamente alla frazione di Lago. A questo punto mio padre si era convinto che bisognava scappare. Prese contatti con una formazione di partigiani cattolici e, insieme alla famiglia Klein che era rimasta ad Arsiero, partimmo per la Svizzera. I partigiani ci procurarono dei documenti falsi e ci accompagnarono, in un viaggio tormentato caratterizzato da un bombardamento americano su Verona, fino alla stazione Cristina, vicino a Tirano, al confine con la Svizzera. I contrabbandieri ci fecero attraversare le montagne di notte e la polizia svizzera ci accettò come rifugiati». Dal Weir cottage al centro di Bedford saranno 15 chilometri. Landmann dribbla l’autovelox e corre verso la città. Ci sarebbe da aggiungere che, dopo il ’47, è emigrato in Australia con la famiglia, si è laureato in ingegneria, si è sposato nel ’58 e con la moglie Elizabeth si è trasferito definitivamente in Inghilterra, ha perso la mamma nel ’63 e il papà nell’84, sono nati quattro figli, ha avuto successo come ingegnere e, per ultimo, ha scritto un libro sulla sue conoscenze professonali. Il tutto mentre ogni anno, per 59 anni, il suo nome veniva commemorato insieme agli altri 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo. «Mi sento un resuscitato - scherza l’interessato mentre saluta davanti al Bedford Swan hotel - anche se non sapevo di essere morto. Grazie di tutto, e grazie soprattutto ad Arsiero, anche a nome dei miei genitori».

giovedì 26 gennaio 2012

Road-show berico

ABI. Sabato in Fiera a Vicenza la seconda tappa del “Road-show”
«Il rischio-Paese
fa pagare il conto
a tutte le banche»

Piva: «Le imprese avanzano preoccupazioni serie ma in Italia gli impieghi sono sempre aumentati»

Marino Smiderle
VICENZA
Il pianeta banca atterra a Vicenza. Una base sicura, forse la più sicura in Italia, per chi eroga credito e raccoglie risparmio. «È davvero un fatto positivo - attacca Amedeo Piva, presidente della commissione regionale dell´Abi - portare una tappa del road show dell´Associazione bancaria italiana proprio in questa città che rappresenta, non solo geograficamente, il cuore del Veneto che innova e che sa conquistare i mercati esteri».
LEHMAN. Già, sabato 28 gennaio (vedi programma nella colonna a fianco) in Fiera a Vicenza i rappresentanti del mondo bancario si confronteranno con imprenditori e istituzioni sulla delicata situazione congiunturale che, tra abbozzi di ripresa e nuovi ruzzoloni, dura dal settembre 2008, da quando cioè proprio dal pianeta degli istituti di credito, per la precisione da quelli americani (crac Lehman Brothers), iniziò la lunga notte di una recessione di cui si fa ancora fatica a intravedere la fine.
OTTIMISMO. «In questi ultimi giorni - osserva Piva - qualche segnale di ottimismo si comincia a percepirlo. Lo spread tra Btp e Bund sembra aver imboccato la strada della diminuzione e l´esito dell´aumento di capitale di Unicredit è un´iniezione di fiducia in tutto il sistema creditizio nazionale. Ma non è certo il caso di pensare che l´emergenza sia finita».
IMPRENDITORI. Lo sanno bene gli imprenditori, che da diversi mesi sono alle prese con due problemi: il primo è quello di ricevere il credito dalle banche; il secondo, nella fortunata ipotesi di avere ottenuto il fido, è quello di dover affrontare costi elevatissimi. «Gli imprenditori evidenziano problemi seri - ammette Piva - ma occorre anche ricordare che le banche italiane, nel momento più caldo della crisi, non hanno chiesto un centesimo al contribuente, non hanno avuto bisogno di essere salvate come invece è accaduto altrove. Segno di una solidità del sistema che, peraltro, è testimoniata dal continuo confronto e dalla collaborazione che non è mai mancata nel rapporto banca-impresa. Poi, è chiaro che noi stiamo pagando un conto salato per il solo fatto di essere parte del sistema Italia».
AGENZIE DI RATING. E si arriva al punto dolente, e contestato, del ruolo esercitato dalle agenzie di rating che, bocciando il Paese ora retrocesso in serie B, mettono nei guai tutte le realtà che in questo Paese operano. «Molti hanno stigmatizzato l´operato di queste agenzie - lamenta Piva - e lo stesso Draghi avverte l´esigenza di creare un´agenzia di rating europea. Mi pare che l´Italia stia pagando un prezzo troppo alto per questi giudizi troppo severi».
EBA. E se ci aggiungiamo i parametri severi imposti dall´Eba, l´autorità bancaria europea, alla capitalizzazione degli istituti, si capisce perché il rischio di stretta sul credito sia qualcosa di tremendamente simile a una conseguenza matematica. «Ma in Italia gli impieghi sono sempre cresciuti - conclude Piva - e nel sistema del credito cooperativo la crescita nel 2011 è stata di 5 miliardi. Certo, il sistema delle Bcc, anche a Nord Est si sta riorganizzando con aggregazioni. Ma il ruolo resta quello».
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Distrettamente

INTERNAZIONALIZZAZIONE. Dal monitor di Intesa Sanpaolo arrivano dati incoraggianti per tessile, concia e meccanica

L´export dà smalto ai distretti

Realtà vicentine col segno “più” Corrado: «Ma le statistiche legate al comparto dell´oreficeria vanno depurate dai tanti “compro oro”»

Marino Smiderle
VICENZA
I distretti saranno magari passati un po´ di moda ma continuano a essere delle macchina da guerra in materia di export. Nonostante la crescita si sia un po´ rallentata rispetto alla prima parte del 2011, il tradizionale monitor approntato dal Servizio studi e ricerche di Intesa Sanpaolo segnala comunque un terzo trimestre chiuso con un +7,7 per cento a livello del Triveneto, che sale all´11,4 per cento se si considerano i primi nove mesi dell´anno.
VICENZA. Tra i 34 distretti del Triveneto analizzati dal monitor, quelli vicentini (vedi grafico), escluso il piccolo comparto della ceramica bassanese, godrebbero di ottima salute. Il condizionale s´impone perché nell´ultima rilevazione congiunturale effettuata da Confindustria Vicenza molti di questi segni “più” erano in realtà stati derubricati con un poco incoraggiante “meno”. Comunque, stando a Intesa Sanpaolo il distretto della concia di Arzignano archivia il terzo trimestre con un export in aumento dell´11,7 per cento (17 per cento nei nove mesi), quello del tessile e abbigliamento di Schio-Thiene-Valdagno fa rispettivamente +5 e +6,2 per cento, quello dell´oreficeria +13,1 e +11,5 per cento, quello delle materie plastiche +6,1 e +13,1 per cento, quello della meccanica strumentale (top dei top) +26,8 e +37 per cento. Unico distretto in difficoltà è quel che rimane del nucleo di imprese legate alla ceramica artistica di Bassano, che segnalano un calo rispettivamente del 3,9 e del 4,7 per cento. Dati che confermano il fatto che se un´azienda non esporta oggi ha grosse difficoltà a resistere.
OREFICERIA. Ma come, gli orafi vicentini si lamentano di una situazione insostenibile e dai monitor dei distretti emerge che invece il settore galoppa? A chi bisogna credere? «Tecnicamente le statistiche raccolte non fanno una grinza - commenta Giuseppe Corrado, presidente degli orafi di Confindustria Vicenza - praticamente quelle cifre portano a una considerazione distorta del distretto. Al di là dell´effetto dei prezzi della materia prima, quel che rende equivoci questi darti è l´effetto dell´attività delle tante agenzie di "Compro oro" fiorite in zona. Tutto l´oro acquistato da queste agenzie viene poi girato in Svizzera per l´affinazione e, pur essendo di fatto un´esportazione, è evidente che non può essere considerata un´attività tipica del distretto industriale vicentino».
MERCATI. «A livello di sbocchi commerciali - si legge nella nota di intesa Sanpaolo - è ulteriormente cresciuta la propensione a esportare nei “nuovi”mercati ad alto potenziale, dove i distretti tradizionali, pur rallentando, hanno registrato un aumento dell´export del 9,8% tendenziale». Anche se «il maggiore contributo alla crescita dei distretti è comunque venuto dai tradizionali sbocchi commerciali, guidati da Germania (+9%), Francia (+8,2%) e Stati Uniti (+8,4%)». Con la Russia al secondo posto assoluto.
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martedì 24 gennaio 2012

Pochi, maledetti e subito

Il bollo on line e la filosofia del contante

Marino Smiderle

Al bando i contanti. È il motto, per alcuni versi condivisibile, del governo. Che arriva però anche al punto di costringere (e le chiamano liberalizzazioni) i pensionati ad aprirsi un rapporto di conto corrente in banca o in Posta nel caso, probabile, volessero continuare a percepire i soldini. Sì, perché gli importi superiori ai mille euro non potranno più essere, come dire, toccati con mano. Meno contante circola, è il ragionamento, più tracciabili saranno le transazioni e più difficile sarà sfuggire al fisco, che proprio ieri ha annunciato la presenza, si fa per dire, di 7.500 evasori totali.
Tutto giusto, a patto che questo mantra della trasparenza non comporti un maggiore costo a carico dei già sufficientemente tartassati contribuenti. Ma no, il conto corrente sarà gratuito, assicurano banche e governo.
La verità è che questa filosofia del pagamento, in voga in molti paesi avanzati, inonda di commissioni le istituzioni finanziarie. Non è vero? Provate a pagare il bollo auto. Si può fare andando in Posta o dal tabaccaio o all´Aci con un pacchetto di banconote oppure ci si può collegare al sito internet della Regione e procedere online usando gli estremi della carta di credito. Se lo scopo fosse davvero quello di ridurre la circolazione di contante, bisognerebbe incentivare l´uso del canale telematico, più sicuro e in grado di fare risparmiare tempo e code allo sportello. La realtà è che andare in Posta o dal tabaccaio è ancora conveniente, visto che la commissione standard applicata è di 1,87 euro, contro l´1,5% dell´importo dovuto, aggiunto automaticamente se si usa il sito della Regione.
Morale della favola, su un bollo di 250 euro si pagano online 3,75 euro di commissione, più del doppio di quanto chiesto dal tabaccaio. La colpa non è della Regione, che si limita a riscuotere la tariffa applicata dal circuito bancario che presta il servizio, ma di sicuro non è così che si convincono i pensionati a usufruire delle comodità di un conto corrente gratuito. Pochi, maledetti e subito: meglio i contanti.
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S&P come il caffè

Rivincita tricolore
Più S&P la manda giù
più l'Italia si tira su

Marino Smiderle

Spread in discesa e Unicredit ok dopo la retrocessione in BBB+ Schiarite all´orizzonte triennale e 20% di tassa al trading sul Btp

Provaci ancora, Standard & Poor´s. Sì, perché se le conseguenze di un abbassamento del rating dell´Italia, retrocessa in serie BBB+, sono quelle viste questa settimana, viene voglia di rielaborare il fortunato slogan pubblicitario a suo tempo ideato per una nota marca di caffè: più la mandi giù, più si tira su. Un altro colpetto in giù, e siamo fuori dalla crisi.
LA REAZIONE. I numeri, unica cosa non opinabile, sono chiari. Venerdì 13 gennaio, giorno della bocciatura di S&P, il famigerato spread tra Btp e Bund era a quota 487 punti base. Venerdì scorso, al termine di quella che avrebbe dovuto passare alla storia come la prima terribile avventura in zona retrocessione, il medesimo spread è sceso a 432, con Unicredit in grado di annunciare che l´aumento di capitale da 7,5 miliardi, dopo le batoste iniziali, può dirsi perfettamente riuscito grazie anche alla massiccia adesione da parte della clientela retail (merito pure del grande investimento pubblicitario fatto su tutti i media nazionali). Dunque è questo che succede quando un´agenzia di rating americana, indagata niente meno che dalla procura della Repubblica di Trani, spedisce l´Italia in serie BBB+? E quale altro balzo dovremmo attenderci dopo che Fitch, come ha preannunciato, seguirà l´esempio dei colleghi americani?
RAZIONALITÀ. Così come era fuori luogo il pessimismo esasperato, misto a rabbia, scatenatosi poco dopo l´annuncio di S&P, allo stesso modo sarebbe stupido pensare di averla sfangata anche questa volta. Ci saranno altri scivoloni, considerata l´inquietudine dei mercati e, verrebbe da dire, la loro totale irrazionalità guidata dal panico o dalla frenesia di considerare chiusa la crisi. Chi invece deve cercare di mantenere la razionalità, in questo momento, che per la verità dura da anni, di follia generale è il risparmiatore. Partendo da un dato che può essere decisivo (almeno) per i prossimi tre anni: l´iniezione di liquidità all´1% praticata sul sistema bancario europeo dalla Banca centrale europea di Supermario Draghi ha dato la possibilità di allontanare lo spettro di un catastrofico default di sistema. L´orizzonte temporale di questa dilazione del disastro dato per incombente è fissato a tre anni, pari cioè alla scadenza concessa dalla Bce sui propri finanziamenti alle banche. Ergo, si può cominciare a investire almeno in quell´ottica.
CURVA. E non è affatto un caso che la curva dei rendimenti, cioè quel grafico che mette in relazione i tassi d´interesse alle scadenze, sia tornata normale. Cioè, inclinata verso l´alto: all´aumentare della scadenza, aumentano anche i tassi. Fatto per nulla scontato, almeno a giudicare da quel che era successo all´inizio del "panico italiano", quando i rendimenti a tre anni erano esplosi all´8%, con i Bot a 1 anno sopra il 6% ma col Btp decennale al 7%. Ora tutto è tornato quasi alla normalità, col Bot a un anno al 2,5% (lordo), il Btp a tre anni al 4,5% e il Btp a 10 anni al 6,3%. Certo, all´Italia servirebbero tassi più bassi ma è probabile che l´altalena vada avanti ancora per un po´. Ergo, in questa fase del mercato sono ancora favoriti gli speculatori, quelli che entrano ed escono, comprando quando i tassi sono alti (prezzo del titolo basso) e vendendo quando i tassi scendono (prezzo del titolo alto). A questo vantaggio, il governo ha cercato di dare uno stop alzando la ritenuta fiscale.
TRADING. Nella riforma della tassazione delle attività finanziarie, era passata l´aliquota unica per tutto tranne che per i titoli di stato.
Per capirci, se fino a ieri vigeva la ritenuta del 12,5% per tutte le azioni e per le obbligazioni con scadenza sopra i 18 mesi (esclusi i titoli di stato a cui veniva applicato il 12,5% a prescindere dalla scadenza), e del 27% per conti correnti e obbligazioni a breve, adesso vige il 20% per tutto tranne che per i titoli di stato (italiani e quelli di stati legati ad accordi con l´Italia), rimasti al 12,5%. Bene, il governo Monti ha inserito una norma che prevede il 20% anche per le plusvalenze derivanti da trading di titoli di stato. Insomma, un premio al cassettista e un piccolo buffetto allo speculatore. Che, però, non è tipo da spaventarsi per così poco.

domenica 22 gennaio 2012

Regno (Dis)Unito

La Scozia vuole votare
per salutare Londra


Marino Smiderle


A 700 anni dalla battaglia di Bannockburn e a 300 dalla decisione di unire i due regni, Scozia e Gran Bretagna stanno seriamente pensando di separarsi di nuovo. O meglio, la Scozia, che già ha una elevata dose di autonomia, basti pensare alla nazionale di calcio e al parlamento di Edimburgo, sta pigiando sull´acceleratore per tagliare il traguardo dell´indipendenza.
BANNOCKBURN. Ogni bambino scozzese ha bene impresso in mente il significato della battaglia di Bannockburn, datata 24 giugno 1314, simbolo medievale del coraggio e dell´orgoglio nazionale. Robert The Bruce e compagni ebbero la meglio delle truppe inglesi, molto più numerose, e passarono alla storia come coloro che salvaguardarono l´indipendenza di un popolo. A sette secoli di distanza, dopo una schiacciante vittoria ottenuta alle ultime elezioni, il primo ministro (in Italia lo chiameremmo governatore) Alex Salmond e il suo Partito nazionale scozzese cullano il sogno di poter celebrare lo storico 700° anniversario nel 2014 con un referendum sulla questione dell´indipendenza.
I SONDAGGI. «Anche se il Partito nazionale scozzese controlla il parlamento dall´anno scorso - scrive The Economist - soltanto un terzo degli scozzesi sono a favore della rottura dell´unione, per quanto la maggior parte vorrebbe avere più autonomia da Londra». Scorrendo il grafico del sondaggio pubblicato dal settimanale britannico, il 60 per cento dichiara di voler rimanere nel Regno Unito ma con un parlamento eletto, mentre poco più del 30 per cento si dice a favore dell´indipendenza tout court. Meno del 10 per cento, infine, vorrebbe restare nello Uk senza parlamento eletto. Ed è proprio dall´attendibilità di questi sondaggi che si giocano la partita la Scozia da una parte e il resto del Regno dall´altra, con il primo ministro conservatore David Cameron in testa.
CONTROPIEDE. Detto che tanto i conservatori di Cameron quanto i laburisti di Ed Miliband sono nettamente contrari alla separazione, il primo ministro stavolta ha preso in contropiede le richieste scozzesi con una proposta spiazzante. Del tipo: «Ok, fate pure il vostro referendum ma le regole le stabilisce Westminster sennò salta tutto». E le regole, a prima vista, sembrerebbero un invito a nozze per i separatisti: referendum a risposta secca, sì o no. Sembra una concessione, in realtà il risultato è tutt´altro che scontato e, anzi, la probabilità che il Regno resti più Unito che mai aumenterebbero. Infatti Salmond preferirebbe una terza opzione, che a Edimburgo chiamano "devolution max" e che prevede la possibilità di dire no all´indipendenza secca ma di chiedere più autonomia a Londra.
I TEMI. Comunque sia, un Paese che ha tirato su ogni palizzata possibile per proteggersi dall´“invadenza” dell´Unione europea, ora sembra garantire alle proprie "regioni” il diritto di secessione. Le conseguenze non sarebbero trascurabili e, anzi, rischierebbero di creare più problemi che vantaggi all´una e all´altra parte. Se, da un lato, gli inglesi si lamentano che i “favori” concessi alla Scozia costano parecchio al contribuente di Londra e Manchester, dall´altro gli scozzesi ricordano che a indipendenza acquisita avrebbero il pieno diritto di sfruttamento economico dei giacimenti del Mare del Nord. Per quel che riguarda la politica estera, Edimburgo rimarca una possibile uscita dalla Nato e la dismissione delle testate nucleari dai sottomarini inglesi “parcheggiati” nelle acque scozzesi. Quanto all´economia, non sarebbero facili i conti da fare sulla sostenibilità e sull´imputabilità degli eventuali buchi della banche.
POLITICA. C´è anche qualche calcolo di bottega. Per esempio, i conservatori alle ultime elezioni hanno strappato un unico deputato, meno dei panda arrivati da poco allo zoo di Edimburgo (nota di Bagehot sull´Economist), mentre se i laburisti perdessero quei voti sarebbero fritti nel conteggio complessivo. Ergo, l´azzardo di Cameron. comunque unionista, è spiegato anche con il basso rischio biecamente contabile ed elettorale.
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venerdì 20 gennaio 2012

Morte di uno scalatore

Montagna crudele. Mario Merelli ha scalato due volte l'Everest ma è andato a morire sulle sue Alpi Orobie.