«Il Dal Molin per Mastrogiacomo»
Gaither Stewart ricostruisce i rapporti Italia-Usa nei giorni del sequestro
di Marino Smiderle
Che c’entra il Dal Molin con la liberazione dell’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo? Che c’entra la realizzazione di una base contestata a Vicenza con la lotta che americani e Nato stanno conducendo in Afghanistan contro i talebani? La tesi di Gaither Stewart, giornalista e scrittore statunitense, residente in Italia e molto critico con l’amministrazione Bush, è che queste vicende, apparentemente slegate le une dalle altre, siano in realtà collegate da un filo oscuro, da una trama per certi versi inquietante.
Secondo Stewart il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, avrebbe detto alla collega Condy Rice più o meno così, come ha scritto nell’articolo pubblicato dall’Online Journal: «Ordina al tuo uomo a Kabul, il presidente Karzai, di liberare i talebani dalle prigioni afgane in cambio del rilascio del nostro giornalista; in caso contrario l’Italia riconsidererà la sua posizione nell’impegno bellico in Afghanistan e anche il via libera dato ai lavori per la nuova base a Vicenza, già contestata dai tre quarti degli italiani».
Come detto, Stewart ha una posizione molto dura nei confronti dell’amministrazione Bush e nei confronti dell’ideologia che l’ha caratterizzata. Non a caso l’articolo citato appare sotto un titolo che è tutto un programma: «Il volto oscuro dell’imperialismo». L’autore è stato corrispondente dall’Italia per il giornale olandese Algemeen Dagblad e per anni ha seguito la politica e le relazioni tra i due paesi: la sua tesi, esposta sull’Online Journal, è che tutti gli episodi di tensione che si sono succeduti negli ultimi anni sono tra loro collegati. E che l’ultimo episodio, la liberazione di Mastrogiacomo, sia stata una sorta di resa degli Usa ai principi fino ad allora difesi («Non si tratta coi terroristi»), in cambio di alcuni impegni italiani ben precisi, tra cui la realizzazione del Dal Molin.
«Una combinazione di eventi verificatisi quest’anno - scrive Stewart - ha illuminato la parte buia delle relazioni tra Usa e Italia. Ognuno di questi eventi ha parte buia, o almeno nascosta alla pubblica vista: l’accordo segreto tra Pentagono e precedente governo italiano di centrodestra per la costruzione della nuova base militare a Vicenza, il rapimento da parte della Cia di un musulmano sospettato di terrorismo a Milano, l’omicidio in Iraq di un agente dei servizi segreti italiani da parte di un soldato americano e il rapimento, seguito fortunatamente dal rilascio, di un giornalista italiano in Afghanistan. Questi eventi sono collegati».
Tesi ardita, ma verosimile. Consideriamo, per esempio, l’uccisione di Nicola Calipari in Iraq nel marzo del 2005. L’agente del Sismi stava portando in salvo la giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena, dopo una lunga trattativa condotta coi rapitori, probabilmente trasgredendo alla filosofia americana riassumibile nello slogan «Non si tratta coi terroristi». Il soldato Usa Mario Lozano, di servizio a un posto di blocco, ha sparato sulla macchina in cui viaggiavano Calipari e Sgrena, uccidendo l’agente italiano. Pochi mesi fa la magistratura italiana ha incriminato il militare con l’accusa di omicidio e ne ha domandato l’estradizione, richiesta che gli Usa si sono rifiutati di soddisfare.
Tenuto conto che subito dopo l’insediamento di Romano Prodi a palazzo Chigi, come da programma elettorale, l’Italia ha ritirato le truppe dall’Iraq, è chiaro che questo ulteriore motivo di tensione (a cui si aggiunge il processo in corso per il rapimento di Abu Omar a Milano), non lasciava presagire nulla di buono per il futuro dei rapporti tra i due stati. E forse per questo, a gennaio di quest’anno, Prodi ha dato il suo personale e autorevole via libera alla contestatissima base al Dal Molin di Vicenza. Un modo per mettere un po’ di pace tra due alleati in stato di tensione.
Pochi mesi dopo, tra capo e collo, arriva la tegola di Daniele Mastrogiacomo, rapito nel sud dell’Afghanistan dai banditi talebani. Per la vita dell’inviato di Repubblica, i talebani chiedono che vengano rilasciati cinque assassini detenuti nelle celle di Kabul. Si sa che a Kabul non si muove foglia che Bush non voglia, e quindi lo slogan Usa «Non si tratta coi terroristi» equivale alla condanna a morte del giornalista.
Ma a questo punto, secondo Stewart, intervengono le pressioni di D’Alema e la realpolitik degli Usa: «Dite a Karzai di liberare i talebani richiesti, sennò niente Dal Molin». E gli americani, è la tesi di Stewart, ignorano le proprie regole per ottenere la base e per mantenere un buon rapporto con l’Italia.
Vero? Sicuramente verosimile. L’unica cosa sicuramente positiva di tutta questa faccenda è aver portato a casa la pellaccia di Mastrogiacomo.
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