«Basta con le aziende pubbliche
discariche di politici trombati»
Luca di Montezemolo duro col sistema: «La sfida ora è il merito»
di Marino Smiderle
Beh, tre anni fa le cose andavano peggio. Non che gli imprenditori italiani siano soliti fare proclami di ottimismo, ma quando, nel maggio del 2004, Luca di Montezemolo, fresco di nomina alla presidenza di Confindustria e, per soprammercato, di Fiat, venne in visita a Vicenza, dall’amico Massimo Calearo, il barometro dell’economia italiana segnava tempesta. Tre anni dopo la tempesta è rimasta solo nel capitolo rapporti con la politica. L’economia, l’industria e pure la Fiat hanno ingranato la marcia avanti e la ripresa è sotto gli occhi di tutti.
Sì, il presidente di Confindustria si appoggia sul palco di plexiglas sistemato sul palco della Fiera di Vicenza e preme il tasto rewind della sua carriera associativa, e pure professionale. «Questa è la terza e ultima volta che, da presidente di Confindustria, vengo a Vicenza - attacca Montezemolo - e mi ricordo che, all’epoca, dissi che bisognava rimboccarsi le maniche. Tutti noi imprenditori dovevamo rimboccarci le maniche. Bene, tre anni dopo, possiamo dire con orgoglio che abbiamo reagito. Se la ripresa è arrivata, se le imprese sono tornate a crescere, il merito è stato nostro».
Logico, a Montezemolo Vicenza ricorda l’alleanza decisiva con Calearo, la sua elezione alla presidenza di Confindustria; ma ricorda anche il devastante, dal punto di vista mediatico e politico, convegno del marzo scorso sulla concorrenza, quello con Berlusconi superstar che, per inciso, ha scavato un solco di incomprensione tra Calearo e il governatore Giancarlo Galan. «Ma è ora di fare meno polemiche sul passato e guardare alle sfide per il futuro», auspica Montezemolo.
Ma se tre anni fa gli industriali si sono rimboccati le maniche prescindendo dal bene e dal male della politica, adesso con la politica è arrivato il momento di fare i conti. «Abbiamo il dovere ma soprattutto il diritto - grida il presidente, quasi chiamando l’applauso di tutti i presenti - di chiedere che il paese cambi in meglio. E non accettiamo che le nostre critiche vengano spacciate per qualunquismo o demagogia. Ci deridono, parlano di discese in campo, ma non sanno che qui nessuno vuole scendere in campo. Noi andiamo nelle fabbriche a lavorare».
Applausi, scontati, di una platea vicentina che del lavoro e delle fabbriche ha fatto una bandiera. Di sicuro la politica, o la partitica come la chiama Calearo, non gode di grandi favori da chi è abituato a essere giudicato, ora per ora, dal mercato, questa specie di talismano che nessuno riesce a toccare ma che tutti sperimentano sulla propria pelle. «E poi ci tocca prendere lezioni - affonda la lama l’oratore stavolta sì arrabbiato - da chi fa proliferare le aziende pubbliche diventate discariche di politici trombati».
I decibel salgono, poi ridiscendono rapidamente. «Serve un confronto alto - argomenta - per mettere in cantiere una vera riforma dello stato. La vogliamo prima come cittadini e poi come imprenditori».
Non c’è niente da fare: se tre anni fa gli industriali italiani decisero di fare da soli, di arrangiarsi, adesso con la politica è arrivata la resa dei conti. Per il semplice motivo che questo governo, dopo una parziale apertura di credito concessa in campagna elettorale proprio da Montezemolo, sono arrivate delusioni cocenti. Troppa burocrazia e, soprattutto, troppe tasse. Le imprese vivono la politica come una piovra che non solo non agevola l’attività quotidiana sul mercato, ma che addirittura fa da ostacolo.
«Adesso la sfida vera è il merito - sostiene Montezemolo - Bisogna premiare i migliori, in tutti i settori, non solo nelle imprese, ma anche nella pubblica amministrazione, dappertutto, facendo capire anche ai più giovani, fin dalla prima elementare, l’importanza del merito».
Questo è un filo conduttore che il presidente aveva già indicato nella sua ultima relazione all’assemblea di Confindustria del maggio scorso, a Roma. Ma ci sono i temi contingenti, quelli della politica corrente. Temi che vanno dalle pensioni a, di nuovo, alle tasse, passando da Walter Veltroni, il nuovo, o quasi, che avanza.
«È sempre positivo che in politica ci siano persone di qualità», dice a proposito di Veltroni. E proprio sulle pensioni dice una cosa che, l’altro giorno, ha detto lo stesso Veltroni: «Rischiamo di non pensare più ai giovani. Un paese che chiede di andare in pensione a 57 o 58 anni è un paese che non pensa al futuro».
Poi l’attenzione si sposta su due temi scivolosi per la categoria: l’evasione fiscale e gli incentivi pubblici. Come detto poche settimane fa, Montezemolo ribadisce il concetto che non è ammissibile che in Italia ci siano solo 7 persone su 1.000 che dichiarino più di 100 mila euro. «Dal mondo delle imprese è arrivato un via libera convinto alla lotta all’evasione - tuona - perché chi evade fa pagare il doppio ai tanti onesti che pagano fino all’ultimo centesimo. E poi, così come chiediamo meno tasse, allo stesso tempo non vogliamo alcun incentivo».
Il discorso si fa lungo, Montezemolo vuole lasciare la sua ultima traccia a Vicenza e si sofferma sulla questione settentrionale, «che non si risolve con partecipazioni lampo di politici che non hanno neanche idea del posto a cui dovrebbero dare soluzioni», sugli studi di settore («si tenga conto dei risultati effettivi delle imprese»), per poi terminare, con un pizzico di civetteria, sulla Fiat. Già, perché tre anni fa rimproverò i colleghi vicentini di non comprare macchine italiane, cioè Fiat. «Nel frattempo qualche modello buono l’abbiamo sfornato...».
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