Un uomo d’affari scledense è trattenuto da giorni in commissariato a Conakry
Truffa? Fermato in Guinea
È stato denunciato da un imprenditore di Udine
di Marino Smiderle
Gino Graizzaro è da domenica notte «a disposizione» del commissario Mansou Mansare, a Conakry, capitale della Guinea. Un giro di parole per dire che questo uomo d’affari scledense, che nei documenti risulta essere residente in via Della Pozza, è in guai seri con le forze dell’ordine e con la magistratura del paese africano. Ancora deve essere formalizzato il suo stato d’arresto, ma dalle notizie che rimbalzano da Conakry, pare che il suo stato di detenzione sia destinato a durare ancora per un po’.
Le accuse sono diverse, e ancora da formalizzare. Pare comunque che Graizzaro sia imputato di vari reati, tra cui truffa, minacce e, secondo una particolare interpretazione della complicatissima vicenda che lo riguarda, potrebbe addirittura scattare l’accusa di tentato omicidio. E a quel punto rischierebbe una pena fino a 15 anni di carcere. La vicenda è seguita, per conto dell’ambasciata italiana a Dakar, da Mario Marcandelli.
A far scattare l’indagine è stata la denuncia di un altro imprenditore italiano, Edoardo Nicola, di Udine, che avrebbe portato alla polizia elementi sufficienti per mettere in stato d’accusa lo scledense. «Io ho rischiato di rimetterci centinaia di migliaia di euro - spiega Nicola al telefono da Conakry - e Graizzaro, oltre a ingannarmi nell’affare che stavamo portando avanti, ha tentato di gettare discredito su di me e sul mio socio africano, Ibrahima Sory Cisse, denunciando inesistenti complotti e mettendoci in seria difficoltà».
Tutto nasce dalla costituzione di una società di trasporti, che Nicola e Graizzaro, con il supporto di altri soci africani, avrebbero dovuto far partire in Guinea. A tal fine, secondo Nicola, sarebbero stati acquistati cinque camion e quattro rimorchi da un’azienda italiana. «Questi mezzi - prosegue Edoardo - sono costati svariate centinaia di migliaia di euro ma sono ancora fermi a Rovato. Il modo di agire di Graizzaro mi ha fatto nascere il sospetto che a lui interessasse soltanto lucrare la commissione di intermediazione e non l’impresa di trasporti. Di qui il suo tergiversare e, poi, il tentativo di denigrarci».
A dare una mano all’uomo d’affari scledense, secondo Nicola, sarebbe stato Kerfala Bangoura, un ex deputato guineano, ben introdotto negli ambienti della capitale ma con alcuni precedenti poco chiari nei confronti della giustizia. La polizia guineana avrebbe intercettata un’email inviata da Graizzaro alla figlia di Bangoura, nella quale avrebbe espresso accuse pesanti nei confronti di Nicola, del suo socio, arrivando ad auspicare la sua fine. E per mettere in atto il suo progetto sarebbe stata elencata la strategia di denigrazione, con pubbliche accuse e minaccia di morte. Quanto basta per indurre Mandare a trattenerlo per giorni nella poco confortevoli stanzette del locale commissariato.
Per chiudere la vicenda, Graizzaro avrebbe accettato di firmare una sorta di ammissione, scusandosi con Nicola per il danno arrecato e ritrattando tutte le accuse formulate nei suoi confronti. In Africa le cose vanno in maniera diversa da come siamo abituati a pensare alle nostre latitudini. La firma in calce all’ammissione di colpevolezza costituisce elemento sufficiente per indurre il commissario Mandare a chiuderlo in prigione in attesa del processo. Processo che potrebbe essere evitato qualora Graizzaro si mettesse d’accordo con Nicola.
«Se mi restituisce i soldi che mi ha preso - afferma l’interessato - io la vicenda la chiudo. Sennò...».
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