Cinque bulgare e un medico palestinese possono tirare un sospiro di sollievo dopo sette anni di carcere libico
Marino Smiderle
Il sorriso di una radiosa Cecilia Sarkozy è l’epilogo charmant di una storia cupa. Cinque infermiere bulgare e un medico palestinese hanno potuto prendere un aereo con le insegne della République française e lasciarsi alle spalle otto anni d’inferno, passati nella carceri della Libia con un’accusa tanto orribile quanto falsa: aver infettato con i letali bacilli dell’Aids quattrocento bambini all’ospedale El-Fath di Benghazi, provocandone la morte in almeno 50 casi.
Per ben due volte i tribunali di Tripoli non hanno avuto esitazioni e hanno condannato alla pena capitale quelli che ritenevano i responsabili di un crimine orrendo e, però, anche senza motivo. Al di là delle scriteriate supposizioni formulate da Gheddafi e dal suo entourage, secondo i quali le infermiere e il medico altro non erano che foschi agenti della Cia e del Mossad (prima obiezione: se anche fosse, che motivo avrebbero avuto per macchiarsi di un delitto così aberrante quanto inutile?), e al di là delle sentenze emesse dalla magistratura libica, il documento su cui vale la pena di fare più affidamento è l’inchiesta condotta da due insigni medici europei, il francese Luc Montagnier e l’italiano Vittorio Colizzi. I due autorevoli esperti in materia vennero chiamati dagli stessi magistrati libici per elaborare una perizia sul caso e, dopo attente analisi, il risultato fu chiaro: «L’infezione dal virus dell’HIV contratta dai bambini ricoverati all’ospedale Al-Fateh di Benghazi negli anni 1997-98-99 è stata presumibilmente provocata dall’uso di siringhe contaminate dal sangue di un bambino infetto. Questo piccolo paziente che ha originato il contagio era presente in ospedale prima dell’aprile 1997».
Ora, tenuto conto che le infermiere bulgare arrivarono a Benghazi dopo quella data, vale la pena ricordare una lettera che lo stesso prof. Colizzi scrisse al presidente della Corte di giustizia libica. Dopo aver ribadito l’inconsistenza scientifica delle controdeduzioni di un gruppo di medici libici che sosteneva invece che il contagio era stato provocato intenzionalmente dall’equipe bulgara, Colizzi aggiunge: «Abbiamo l’impressione che lo scopo di questo rapporto libico fosse quello di spostare la responsabilità dagli organi dirigenti dell’ospedale (che è statale, ndr) al personale bulgaro. Naturalmente questo personale può condividere parte della responsabilità nella gestione sanitaria dell’ospedale, seguendo o non seguendo determinate pratiche precauzionali, ma questo non significa affatto che abbiano deliberatamente portato avanti una criminale azione di contagio nei confronti dei bambini».
Ma il dettagliato rapporto di Montagnier e Colizzi non è stato tenuto nella minima considerazione da parte della magistratura, che per due volte ha condannato a morte gli imputati. L’ultima sentenza è stato ribaltata da... Cecile Sarkozy e, soprattutto, dall’Ue che ha saldato il conto, versando 500 milioni di euro (un milione per ogni famiglia coinvolta) e ottenendo in cambio la commutazione della pena in ergastolo, da scontare in Bulgaria. E non appena l’aereo è atterrato a Sofia, il presidente, Giorgi Parvanov, l’ha trasformata in carta straccia, decretando la libertà immediata per tutti, compreso il medico palestinese a cui aveva concesso la cittadinanza bulgara mentre era ancora in carcere in Libia.
Ed è stato proprio il medico palestinese, Ashraf Alhajouj, a raccontare questi otto anni d’inferno. «Siamo stati trattati come animali - ha rivelato nel corso di una conferenza stampa a Sofia - ci hanno torturato in modo atroce, anche con scosse elettriche, siamo stati picchiati e privati del sonno».
«Non potremo dimenticare, né perdonare, solo Dio può farlo», ha poi aggiunto il medico trentottenne nato in Egitto, vissuto quasi sempre in Libia estradato a Sofia assieme alle sue compagne di detenzione e con loro graziato tra le proteste della Libia. Alhajouj - ricorda l’agenzia Ansa - ha ribadito di non aver mai commesso l’orribile crimine per cui era stato inizialmente condannato a morte assieme alle infermiere ed ha detto che farà il possibile per dimostrarlo. «L’ospedale di Bengasi dove i bambini si sono ammalati e dove alcuni sono morti di Aids ha concluso - era una struttura in condizioni terribili. Quel posto sembrava una stalla tanto era sporco e le scorte di materiale sanitario erano gravemente carenti».
Dello stesso tono le rivelazioni delle infermiere, che nel corso di questi hanno subito ogni genere di tortura. «Per porre fine a questo calvario - hanno detto - abbiamo firmato delle confessioni che non sono assolutamente veritiere». Kristiyana Vulcheva, pochi minuti dopo il suo arrivo all'aeroporto di Sofia ha cercato di spiegare il proprio stato d’animo alla Sofia News Agency. «Avevamo paura di dire a voce alta quel che sognavamo. Ci hanno informato di quel che stava succedendo alle quattro del mattino e abbiamo lasciato il carcere alle sei meno un quarto. D’ora in poi cercherò di tornare alla vita normale».
Secondo Flaminia Bussotti dell’Ansa, «l’accordo firmato con l’Ue garantisce a Tripoli maggiore accesso dei suoi prodotti al mercato comune. Inoltre rappresenta uno sdoganamento del Paese e un biglietto d’ingresso nel club della comunità civile dopo la lunga quarantena seguita all’ attentato di Lockerbie del 1988 a un aereo Usa della Pan American in cui morirono 270 persone. La Libia d’altra parte ha molto da offrire all’occidente e all’Ue in particolare: oltre alle riserve di petrolio, la cooperazione nella lotta al flusso di immigrati clandestini».
Colizzi, contento per il rilascio delle infermiere, non si dimentica dei bambini da curare. A Elisabeth Rosenthal dell’International Herald Tribune ha dichiarato: «In Libia le cure non sono il massimo e possono peggiorare: non dimentichiamoci di loro».
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