
Intervista a GIOVANNI GENTILIN
di Marino Smiderle
«Temevo per lui, tirava aria strana»
La faccia simpatica di padre Giovanni Gentilin sbuca fuori dal video del computer. Miracoli di Skype e della webcam che trasferiscono voci e immagini da Manila a Vicenza in un nanosecondo. Il sacerdote canossiano di Arzignano è nelle Filippine da una vita, ormai, ed è logico che abbia vissuto i giorni del rapimento di padre Giancarlo Bossi con apprensione. Padre Bossi è stato rapito nel sud delle Filippine, in una zona dove gli estremisti islamici sono più radicati, mentre il canossiano vicentino sta a Manila, la capitale, che è un migliaio di chilometri più a nord. Ma quelle isole padre Gentilin le conosce come le sue tasche .
Dica la verità, ha avuto paura per padre Bossi?
Sarebbe stupido dire di no. Io, per la verità, conosco i filippini e pensavo che l’avrebbero rilasciato. Poi, però, è successa una cosa che mi ha allarmato e che mi ha fatto pensare il peggio.
Le autorità italiane non stavano portando avanti le trattative nel modo giusto?
No, tutt’altro, hanno fatto un lavoro perfetto. Però nella mia parrocchia circolava una strana preoccupazione, ho visto la gente filippina spaventata. Uno mi ha detto che si vergognava di quello che stava accadendo.
Si sentiva responsabile?
Il punto è che qui noi missionari siamo visti bene, siamo considerati gente che fa del bene alla popolazione. Se quei banditi ammazzano padre Bossi, mi dicevano i parrocchiani, non potremo più guardarti negli occhi. Da queste preoccupazioni dei locali ho dedotto che la vita di padre Bossi era davvero in pericolo.
Ma le Filippine non sono un paese a larga maggioranza cattolica? Come mai i preti finiscono nel mirino del terrorismo islamico?
L’82 per cento dei filippini professa la religione cristiano-cattolica. Però nella zona dove è stato rapito padre Bossi ci sono stati diversi problemi negli anni passati. C’è stato addirittura il tentativo di fare un referendum per staccarsi dallo stato centrale. Un ambiente, insomma, in cui i terroristi possono concepire ed eseguire facilmente i loro piani criminosi.
Ma cosa volevano dimostrare con questo rapimento? Chi volevano colpire?
Credo l’abbiano fatto per soldi, per chiedere un riscatto.
Dicono che non è stato pagato neanche un euro...
Dicono sempre così, ma io non ci credo molto. Comunque, l’importante è che padre Giancarlo sia stato liberato. Il resto non conta, in questo momento.
Lei lo conosce bene?
Certo, lavoriamo entrambi nelle Filippine e ci siamo visti diverse volte in questi anni. Però la sua parrocchia è molto lontana dalla mia, non lavoriamo a stretto contatto.
Lei non ha mai avuto paura? Voglio dire, che clima si respira a Manila?
Manila è più controllata e poi chi diavolo avrebbe interesse a fare del male a un sacerdote che gestisce una parrocchia di diseredati ancora raccolti attorno a una montagna di rifiuti?
Già, Tondo, la sua parrocchia è diventata famosa, sono venuti a visitarla in tanti. Come stanno andando le cose?
A dicembre festeggio i 18 anni di attività alla parrocchia di Tondo e, quando mi guardo in giro, non posso dire che le cose siano migliorate. Anzi.
Perché va tutto male?
Qualche anno fa lo stato aveva fatto sparire la montagna di rifiuti fumanti, la cosiddetta Smokey mountain, sulla quale vivevano decine di migliaia di poveri. Adesso la montagna di rifiuti è ricomparsa, a poche centinaia di metri dalla parrocchia, e altre migliaia di persone sono andate a viverci. Dico solo una cosa: nelle Filippine c’è il più alto tasso di corruzione dell’Asia.
In questi 18 anni è diventato così pessimista?
Non sono pessimista, sono realista.

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