sabato 28 luglio 2007

Il blogger come Raffa



L’INCONTRO. Pino Giaramida è partito da New York per rivedere Renzo Ghiotto, l’amico vicentino con cui passò tre mesi indimenticabili alla scuola allievi carabinieri di Alba nel 1967


L’abbraccio lungo quarant’anni

Marino Smiderle
MONTEBELLO
È all’uscita autostradale di Montebello che il tempo diventa una melassa gelatinosa e si confonde in un abbraccio lungo quarant’anni. Giuseppe Giaramida, detto Pino, scende da una Fiat Idea grigia noleggiata un paio d’ore prima all’aeroporto di Bologna e non ha neanche bisogno di mettersi a cercare con lo sguardo. Lorenzo Ghiotto, detto Renzo, gli corre incontro e le lancette dell’orologio cominciano a impazzire, a correre all’indietro. I due sessantenni ritrovano i giovani di vent’anni che erano nell’estate del 1967, quando passarono tre mesi insieme alla scuola allievi carabinieri di Alba (Cuneo). Tre mesi importanti, pochi per costruire un futuro ma più che sufficienti per cementare un’amicizia rimasta intonsa nonostante 36 anni di lontananza e di mancanza di comunicazioni.
«Non sei cambiato per niente, ti avrei riconosciuto in mezzo a mille». «Neanche tu, sei sempre il solito. Hai notizie di quell’ufficiale bastardo che ci faceva impazzire? Com’è che si chiamava...».
Ah no, basta coi nomi. Punto dolente, visto che né il buon Pino da New York si ricordava il nome dell’amico vicentino, né il buon Lorenzo da Montorso si ricordava il nome dell’amico siciliano, figurarsi se vengono fuori i nomi degli ufficiali. E invece, piano piano, all’ombra di un albero provvidenziale sistemato nel campetto del parcheggio autostradale, i nomi fioccano, i ricordi piovono, le lacrime di gioia sono trattenute a stento per lasciare il posto a sorrisi di nostalgia.
«L’ultima volta che ci siamo visti - ricorda Pino Giaramida, arrivato da New York con la moglie Pina - è stato nel luglio del 1971, la data in cui abbiamo scattato la foto che ho inviato al giornale per ritrovare ’sto mascalzone».
«Come potrei dimenticare quel giorno - interviene Lorenzo Ghiotto, accompagnato per l’occasione dalla moglie Meri -. Ti hanno detto che era a lavorare alla Lowara e hai chiesto di Renzo Ghiotto in portineria. Caso voleva che il padrone avesse il mio stesso nome e ti hanno portato da lui».
Già, i nomi, che inghippo per questa amicizia riallacciata miracolosamente dall’insistenza di Giaramida che, al telefono da New York, ha setacciato gli uffici della Leva di Vicenza, di Verona e chi più ne ha, più ne metta. Senza uno straccio di nome non si va da nessuna parte, gli dicevano. E lui niente, avanti a testa bassa (vedi articolo a fianco).
«Il guaio è che nella mia famiglia abbiamo diversi precedenti di arteriosclerosi - rivela Pino - e non c’è da stupirsi se io non mi ricordo i nomi. Però le missioni impossibili mi affascinano e se sono qui con Renzo, vuol dire che così impossibile questa missione non era».
«Ma ti ricordi? - attacca Ghiotto -. Al corso carabinieri tu eri perfetto nel cucire i pantaloni, nel rendermi presentabile il cubo». «Per forza - risponde Giaramida - avevo detto ai superiori che da civile facevo il sarto e così mi hanno riempito di lavoro extra. E tu, invece, che hai raggiunto il metro e ottanta nel salto in alto, hai poi fatto atletica?». «Macché, ho pure litigato con l’ufficiale che voleva mandarmi a Bologna, alla compagnia atleti».Ma che hai fatto in questi 40 anni? E tu? Ecco, scatta il momento dei racconti. Con Renzo da Montorso che si è sposato, ha fatto tre figli, ha lavorato una vita alla Lowara di Montecchio e adesso, da pensionato, si dedica con passione al rilancio della squadra di calcio del paese, La Contea; e con Pino che, dopo aver annunciato di persona a Renzo il proprio matrimonio nel ’71 («Matrimonio complicato, visto che mio padre era contrario», rivela la signora Pina), decise di partire per gli Stati Uniti.
«Al termine del corso di Alba - spiega il siculo-americano - venni destinato a Palermo...». «Sì - lo interrompe Renzo - e mi ricordo che passasti tutto il giorno a piangere, non volevi rassegnarti a lasciare il gruppo che avevamo formato e io invece ero contento di andare a fare la guardia alla caserma Pluto di Longare, più vicino a casa». «Già - prosegue Pino - ma alla fine andai a Palermo e iniziai a fare il servizio. Chiesi la mano di Pina a mio suocero, che me la rifiutò, perché ero carabiniere e, sai com’è, in Sicilia non avevano una gran fama. E poi avrei potuto sposarmi solo a 28 anni, e lui non voleva aspettare così a lungo».
Fu in quel frangente, gennaio 1968, che ci fu il terremoto del Belice. «Il mio paese è Santa Ninfa - ricorda - e il terremoto lo colpì in pieno. La mia allora fidanzata Pina perse due zie e una cugina e io prestai servizio di soccorso proprio in quei giorni. Fu drammatico, perdemmo tutto, mio padre decise di partire per gli States. Io lo raggiunsi, con Pina, alla fine del ’71, pochi mesi dopo essere venuto a trovare Renzo».
Gli inizi in America sono duri, Pino fa il muratore ma presto cambia genere. «Avviai un negozio di alimentari che ho tenuto aperto per 23 anni - racconta - e adesso, da qualche anno, mi dedico alla distribuzione e servo alcune scuola di Manhattan». Nel frattempo fa due figli e va ad abitare in una casa patriarcale che ospita i cinque fratelli, tutti emigrati da Santa Ninfa. «Poi le famiglie si sono ingrandite e noi abbiamo deciso di andare ad abitare in una casa singola, nel Queens».
Vite così, semplici, normali, eppure adesso rimescolate dall’incontro alla "Carramba che sorpresa", perfetto per una riedizione del programma di Raffaella Carrà. «Grazie a te ho imparato a stimare i siciliani», afferma Ghiotto; «Grazie a te ho imparato a bere i grappini», replica Giaramida.
Il tempo di metterli in posa per ricostruire, 36 anni dopo, la foto che li ha fatti ritrovare, e poi li lasciamo soli. Come si dice in questi casi, hanno tante cose da raccontarsi. Perché per mettere ordine nella melassa del tempo, confusa dalla nostalgia della gioventù, non resta che trasformare le emozioni in ricordi, e i ricordi in parole.

Ma è stata
dura trovarlo
senza il nome

Tutto comincia a metà luglio con una lettera scritta a stampatello spedita a New York e indirizzata al direttore del Giornale di Vicenza. «Caro direttore, sto cercando di mettermi in contatto con un mio amico vicentino che non vedo da 36 anni». Seguono alcuni dettagli, tipo i tre mesi trascorsi assieme alla scuola allievi carabinieri di Alba dal maggio all’agosto del 1967 e una visita compiuta qualche anno dopo. «C’è un problema - prosegue la lettera - non mi ricordo come si chiama. Mi pare Gardini, ma potrebbe benissimo essere un errore della memoria. Siccome sto per partire per l’Italia, vorrei tanto che mi deste una mano a ritrovarlo». Firmato, Pino Giaramida.
Lì per lì, abbiamo pensato che non c’era proprio niente da fare. Pochi dettagli per poter cominciare una ricerca in così breve tempo e, diciamo la verità, probabilità scarsissime di approdare da qualche parte. Poi però Pino telefona, ci chiede se abbiamo ricevuto la lettera e ci chiede pure qualche numero di telefono di anagrafe e ufficio Leva. «Aiutatemi, vi prego».
Pubblichiamo un piccolo articolo con i pochi dati a disposizione per risalire all’amico, ma nessuno si fa avanti. Poi, sabato scorso, Pino telefona un’altra volta. «Mia moglie ha trovato una foto della nostra visita all’amico. Può servire?».
E cavolo, Pino, se può servire. La pubblichiamo, nella speranza, invero remota, che qualcuno riconosca il "ricercato". Ci telefona Riccardo Pancera, un vecchio amico: «Quello che cercate è Renzo Ghiotto». Altre due telefonate per arrivare a Montorso e il gioco è fatto.

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