martedì 17 luglio 2007

Il terrore del Pakistan

La moschea
che divide
gli islamici
PAKISTAN. Il presidente Musharraf ordina l’attacco contro gli studenti filo-talebani e si schiera contro il terrorismo senza se e senza ma
Marino Smiderle

Il Pakistan è il migliore alleato degli Stati Uniti in un’area dove gli Stati Uniti sono visti come il fumo negli occhi. Il Pakistan è però lo stato da cui provenivano i talebani che avevano instaurato il regime delle tenebre in Afghanistan, imbevuti degli insegnamenti ricevuti nelle scuole coraniche di Peshawar, Quetta e pure della capitale Islamabad. E dove i talebani trovarono rifugio all’indomani dell’attacco sferrato dalla potente macchina bellica americana. La domanda che Bush e i suoi consiglieri si sono sempre fatti, specie dopo l’11 settembre 2001: il generale Pervez Musharraf da che parte sta?
L’ASSALTO ALLA MOSCHEA. A quasi sei anni di distanza sembra essere arrivata la risposta più chiara, quella più attesa dalla Casa Bianca. Musharraf sta dalla parte dell’occidente, della Nato, degli Usa e vuole sbarrare la strada al terrorismo di matrice islamica. Sembra di scoprire l’acqua calda, considerato che il generale, fin dal crollo delle torri gemelle, non perse tempo a dichiarare la propria vicinanza al governo e al popolo statunitense, cosa questa che gli procurò, negli anni immediatamente successivi, diversi attentati da parte dei movimenti terroristici e in alcuni casi si salvò per un pelo. Eppure, di fronte alle affermazioni ufficiali, restavano nell’ombra le operazioni dei servizi segreti pakistani a favore del rientro in patria dei talebani e la striscia di frontiera con l’Afghanistan, specie nel Waziristan, diventava il rifugio più sicuro per i terroristi combattuti dagli Usa. L’ambiguità di Musharraf e dei suoi più diretti collaboratori sembra essere svanita dall’ultimo tragico avvenimento: l’occupazione della Moschea Rossa da parte dei partigiani della sharia e la successiva decisione di intervenire da parte dell’esercito che ha avuto come conseguenza l’uccisione di una sessantina di persone. A seconda di dove la si voglia guardare, per Musharraf questa decisione porterà da un lato la rinnovata fiducia dell’ingombrante, ma prezioso alleato americano, dall’altro la dichiarazione di guerra dei movimenti dell’islam estremo che in Pakistan hanno molta presa sull’opinione pubblica e su alcuni settori della classe dirigente.
LE CONSEGUENZE«Molto dipende da quel che avverrà nelle 250 mila moschee pakistane - scrive Guido Rampoldi su la Repubblica -, se il grosso resterà neutrale oppure solidarizzerà con gli studenti. In ogni caso l’Occidente non potrà assistere passivamente alle convulsioni della nazione islamica più popolosa della Terra, l’unica con la Bomba, e soprattutto l’unica dove i rivoluzionari di Al Qaeda siano riusciti a costruire un’alleanza organica con un movimento di massa, i Taliban pachistani. Non potrebbe neanche se lo volesse, per il semplice fatto che la Nato è appena al di là di un confine sempre più virtuale».
L’occupazione della Moschea Rossa di Islamabad da parte degli invasati della dottrina, gli studenti e i mullah che auspicano per il Pakistan l’instaurazione di una dittatura teocratica analoga a quella dei talebani, è stata l’occasione simbolica per far veder al mondo la faccia non ufficiale del paese, quella che si oppone al governo, a Musharraf. Dall’altra parte lo stesso Musharraf è stato messo di fronte alla scelta di campo finale. La decisione di far intervenire le forze speciali e di lasciare decine e decine di vittime nei ripostigli della moschea è stata netta e porterà con sè delle conseguenze significative.
L’APPOGGIO DI BUSH. Non è un caso se il primo dividendo al presidente pakistano lo abbia pagato proprio George W. Bush: «Lavoriamo in stretto contatto perché la democrazia avanzi - ha detto il presidente americano dopo che già il Dipartimento di Stato si era espresso a favore del generale -. Musharraf mi piace e lo apprezzo e naturalmente lavoro costantemente con lui per essere certo che la democrazia continui ad avanzare in Pakistan. È un valido alleato contro gli estremisti, ed è importante coltivare queste alleanze».
Il Pakistan, proprio per avere la bomba atomica ed essere in conflitto con l’India per via della questione del Kashmir, è sempre stato un osservato speciale. E il colpo di stato che Musharraf fece nel 1999, se da un lato era, come dire, benedetto dagli Usa, dall’altro è stato usato dal protagonista per venire a patti con le influenti organizzazioni dell’estremismo islamico. Intrallazzava neanche tanto di nascosto con i talebani e solo l’attentato dell’11 settembre lo costrinse a fare marcia indietro almeno formalmente.
La strage della Moschea Rossa, però, è il passo decisivo sul versante occidentale. Senza se e senza ma, verrebbe da dire.
AL QAEDA. E non è un caso se, per due volte in pochi giorni, il numero due di Al Qaeda, Ayman al Zawahiri, ha diffuso messaggi attraverso internet esortando gli ulema del Pakistan a vendicare «la criminale aggressione» delle forze di sicurezza contro la Moschea Rossa di Islamabad e a unirsi ai «mujaheddin afghani».
«Mi rivolgo agli ulema del Pakistan - ha detto - Musharraf e i suoi cani vi hanno disonorato mettendosi al servizio dei circoli occidentali e de-
gli ebrei. Se non vi vendiche-
rete Musharraf non risparmierà nessuno di voi, Mushar-
raf non si fermerà fino a quando non sarà riuscito ad estir-
pare l’Islam dal Pakistan. La vostra salvezza passa solo attraverso la jihad, è ora che diate il vostro sostegno ai mujaheddin dell’Afghanistan».
Musharraf ha parlato alla nazione. «L’attacco alla Moschea Rossa è stato inevitabile, distruggeremo il fondamentalismo dovunque esso sia».

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