martedì 17 luglio 2007

Nord Est, ritorno al futuro

IL RAPPORTO. Presentato ieri a Mestre l’ottavo studio annuale sui trend economico-sociali dell’area. Dopo il rallentamento del 2005, ora la macchina della crescita avanza con un più 2 per cento che lascia ben sperare per il futuro

Il Nord Est
torna al futuro
E tutti copiano


Marino Smiderle
inviato a VENEZIA
Il Nord Est è un vestitino elastico, che ognuno tira un po’ dove gli pare, senza mai strapparlo e, anzi, allargandolo e adattandolo al di là dei confini geografici originari. Per questo la domanda iniziale di Franco Antiga, vicepresidente di Veneto Banca, non è mica così balzana come potrebbe sembrare: «Che cos’è il Nord Est?».
Brusio al centro congressi del Laguna Palace, a Mestre, dove è assiepata la classe dirigente del Nord Est. E dove c’è pure il ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, uno che gode della stima di tutti, avversari politici compresi («È il miglior ministro del governo Prodi», lo vezzeggia il governatore Galan), e che si beccherà una quantità di applausi inversamente proporzionale al numero di voti che il centrosinistra becca da queste parti. Già, cos’è il Nord Est?
E vabbè, tra poco saliranno sul palco a dibattere dell’argomento niente meno che Giancarlo Galan, Riccardo Illy e Lorenzo Dellai, presidenti di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Provincia autonoma di Trento, tre personaggi che, per le istituzioni che rappresentano, bastano a dare una risposta classica alla domanda da terza elementare. Poi però prende il microfono in mano Daniele Marini, il direttore scientifico della Fondazione, uno che i numeri del Nord Est li snocciola come i preti recitano il rosario. Ti spara due slide sul megaschermo con due carte geografiche dell’Italia, una a chiazze colorate, l’altra piena di puntini.
«L’alfiere dello sviluppo economico - spiega - è la media impresa. E più alta è la concentrazione della media impresa, più efficace sarà lo sfruttamento della globalizzazione, considerata come opportunità».
Dunque il Nord Est è dove c’è la media impresa? In parte sì, visto che i puntini di massima concentrazione si trovano nel Nord Est geograficamente inteso. Ma poi si scopre che pure Lombardia, Emilia Romagna e, perché no, anche Piemonte e Marche seguono questa scia luminosa di formichine laboriose creatrici di sviluppo. Vedi, allora, che la domanda di Antiga non è poi così stupida?
Perché, prima di rievocare Robert Zemeckis e riassumere nella saga cinematografica di "Ritorno al futuro" l’attuale momento del Nord Est, è bene sapere che molti hanno copiato il modello, senza peraltro pagare i diritti. Questo per smentire le cornacchie che davano per bollito un sistema capace di riformarsi, riaggiornarsi e tornare, appunto, al futuro.
Impresa, famiglia e professionalità dei lavoratori. Ecco i valori fondamentali, illustrati sul palco da Marini e dal segretario alla ricerca della Fondazione Nord Est, Silvia Oliva. «La ripresa del Nord Est passa soprattutto attraverso questi fattori - argomenta Marini - che a ben vedere sono i fattori originari su cui si è fondato lo sviluppo».
Quanto ai numeri, non c’è dubbio che la ripresa ci sia stata e sia ancora in corso. Dopo il rallentamento dello 0,2 per cento del 2005, ribaltato dalla crescita del 2 per cento del 2006 e dall’analoga stima per l’anno in corso, il peggio sembra passato. «Il merito è soprattutto delle imprese - rivendica il presidente della Fondazione, Andrea Tomat - che hanno saputo aggiornarsi e sfruttare l’internazionalizzazione per trovare nuovi mercati». Nonostante le tasse insostenibili, vorrebbe aggiungere, e nonostante la burocrazia asfissiante.
Qualcuno, più prudente, avvisa che è sì merito, indubbio, delle imprese nordestine, ma che non bisogna dimenticare il volano della Germania, dell’Est Europa, paesi che hanno cominciato a tirare come fossero delle Ferrari e che si sono trascinati dietro le medie imprese del Nord Est, brave a farsi trovare ai box con un motore nuovo di zecca.
Si diceva di Bersani, l’unico ministro della squadra di Prodi che quando viene in Veneto non prende le pernacchie, anzi. E la platea, in un impeto di generosità, arriva perfino a digerire la sua difesa d’ufficio di questo primo anno di governo. «Abbiamo fatto una finanziaria da 90 mila miliardi delle vecchie lire - attacca Bersani - e sicuramente abbiamo sbagliato in qualcosa ma non abbiamo fermato la ripresa. E se parliamo di ridurre le tasse, io rispondo che non saremo mai in grado di farlo se prima non sarà ridotta l’evasione fiscale. Poi, è chiaro, sono il primo a dire che il ricavato di questa guerra all’evasione dovrà andare a beneficio dei contribuenti onesti».
Sorrisi di cortesia in sala, che diventano più convinti quando il ministro ricorda che «quest’area resterà un’altra a vocazione manifatturiera». I numeri della Fondazione dicono che c’è stato un calo del 4 per cento circa di questo tipo di imprese e una crescita del terziario. «Siamo in una fase di terziarizzazione - concorda il ministro - e il terziario crescerà ancora. Però bisogna saper leggere questo fenomeno: senza il cuore manifatturiero, buona parte di questo terziario non ci sarebbe nemmeno».
Vola alto, Bersani, e per una volta, approfittando della benevolenza del pubblico, evita di fare riferimenti alla politica quotidiana. Spezza solo una lancia a favore delle bistrattate liberalizzazioni da lui avviate («Nessuno dice che, grazie ai provvedimenti sulla telefonia cellulare, l’inflazione in Italia è tra le più basse in Europa») e poi invita il Nord Est a non brontolare più contro Roma. «Andate là e menate, piuttosto», conclude. Occhio che qui la prendono in parola, signor ministro.

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