Mi chiamo Donald
di Marino Smiderle
La Polonia entra in Europa. È stato questo il titolo più frequente con cui i giornali di tutto il continente hanno salutato la vittoria di Donald Tusk, 50 anni, alle ultime elezioni polacche, che hanno visto una partecipazione al voto superiore al 50 per cento, un’enormità a queste latitudini, specie se confrontata con le precedenti occasioni. Il motivo è semplice: il popolo ha interpretato questa occasione come un referendum, più che una consultazione per eleggere la nuova camera bassa. E il referendum, va da sé, era contro il premier Jaroslaw Kaczynski, ritenuto un oscurantista in grado di tenere il paese incatenato al passato con la scusa di fare i conti proprio con l’ingombrante e terribile passato comunista.
Non che queste elezioni mettano completamente fine al periodo Kaczynski, considerato che, fino al 2010, resterà alla presidenza del paese il gemello dell’ex premier, quel Lech Kaczynski che ha già annunciato veti a ripetizioni su eventuali provvedimenti sgraditi a lui e al partito Legge e giustizia di Jaroslaw. Per questo Piattaforma Civica, il partito vincitore col 41 per cento dei consensi guidato da Tusk, dovrà trovare un accordo con altre formazioni, a cominciare dal Partito dei contadini, per superare la maggioranza dei tre quinti necessaria a sbaragliare il fuoco di sbarramento presidenziale. E per far questo, con tutta probabilità, dovrà di volta in volta mercanteggiare l’appoggio dei parlamentari della sinistra ex comunista, guidati dall’ex presidente Alexander Kwasniewski, suscitando le ire dei Kaczynski, autonominatisi custodi dell’anticomunismo più intransigente.
Questa la prima contabilità spiccia delle elezioni del parlamento di Varsavia. Ma, al di là delle trattative di bottega, comuni a tutte le democrazie occidentali di cui la Polonia è entrata da poco a far parte, la vittoria di Tusk è stata accolta con grande soddisfazione, e pure con sollievo, soprattutto a Bruxelles, cuore dell’Unione europea, visto che i Kaczynski non si sono mai distinti per sostenere la bandiera dell’Ue, creando più motivi di scontro che di incontro a ogni livello. E la Polonia è uno dei paesi più importanti, per numero di abitanti e per dimensione, nell’impalcatura europea.
«Il ritorno della Polonia nel solco comunitario (Kaczynski ha fatto un uso garibaldino del veto) - ha scritto Leonardo Maisano su Il Sole 24 Ore - è stato salutato con favore. "L’esito delle elezioni polacche - ha detto Hans Poettering, tedesco, presidente del parlamento europeo - è un buon segno per l’Europa. Le relazioni fra Polonia e Germania miglioreranno"».
Già, ma che politica ha intenzione di adottare Tusk? La risposta si può trovare in un aggettivo spesso abusato: liberale. Ed è evidente (lo dimostra la partecipazione al voto) che, dopo due sconfitte incassate alle presidenziali e alle politiche, Tusk sia finalmente riuscito a raccogliere attorno a sé un consenso generalizzato, che parte però dalle parti più influenti del mondo economico polacco. Paradossalmente, Tusk è molto più anticomunista dei Kaczynski, e non certo perché è nato a Danzica, patria di Solidarnosc, dove passò sette anni a pulire le ciminiere dei cantieri navali per espressa volontà del regime di Jaruzelski. No, Tusk è un autentico liberale, anzi, di più, un liberista che qui in Italia sarebbe dipinto come di destra per il solo fatto di puntare tutto sulla cosiddetta flat tax, cioè un’aliquota fiscale uguale per tutti e pari al 15 per cento. Strategia, peraltro, adottata da gran parte dei paesi dell’Est Europa. E se ha il pregio di fare da turbo per un’economia già in grande fermento (il numero di polacchi segnalati di ritorno nel proprio paese è in forte aumento), occorre anche essere consapevoli che, a lungo andare, potrebbe creare qualche squilibrio sociale e più di qualche mugugno per mettere poveri e ricchi sullo stesso piano davanti all’esattore.
«Piattaforma civica - scrive ancora Maisano su Il Sole 24 Ore - è una formazione moderata di centrodestra che due anni fa aveva fatto della flat tax al cubo (aliquota fissa per Irpef, Iva, corporate tax) la sua bandiera. I polacchi non l’apprezzarono molto e oggi la flat tax è ancora nel programma, ma secondo il portavoce per l’economia, Zbigniew Chlebowski, scatterà al più presto nel 2009 e dovrebbe fissarsi al 15 per cento. Sarà comunque uno dei punti di discussione con il Partito dei contadini, con cui sono già avviate le trattative per la formazione del nuovo esecutivo (anche se ufficialmente se ne parlerà alla riunione della direzione del partito il 10 novembre). Su un punto sembrano avere già trovato l’intesa: il taglio del bilancio 2008 che aveva messo a punto il governo uscente, con l’obiettivo di ridurre il rapporto tra deficit e Pil che resta una delle preoccupazioni in vista della futura adesione all’euro. La sforbiciata al budget sarà significativa, da 28,5 miliardi di zloty a 20. Alla moneta unica europea l’esecutivo che verrà intende aderire nel 2012, se riuscirà a tenere il quadro macroeconomico necessario».
Non c’è solo l’economia, ovviamente, nell’agenda di Tusk. Dal governo precedente verranno ereditate alcune grane legate alla politica estera e, in particolare, la forte tensione che si è creata con Germania e Russia, ovviamente per motivi profondamente diversi. Con la Russia, in particolare, lo scontro verte sullo scudo spaziale che gli Usa vorrebbero costruire proprio in Polonia, e che i polacchi si sono detti ben felici di vedere realizzato.
«Quella sullo scudo antimissilistico - ha dichiarato Bronislaw Geremek, eurodeputato polacco, al Corriere della sera - dovrà essere una decisione concordata a livello europeo. Occorre uno sforzo su entrambi i fronti: da un lato Varsavia dovrà dimostrarsi più disponibile al confronto, dall’altro Bruxelles dovrà sentirsi investita delle responsabilità di lavorare a una soluzione».
