Con Mainetti

tutto il mondo
resta appeso
Marino Smiderle
CASTELGOMBERTO
Questi qui appendono il mondo a un gancio. Ancora due miliardi di appendini, o attaccapanni che dir si voglia, e il gioco è fatto. Al momento, infatti, la produzione annua di grucce è "ferma" ai quattro miliardi di pezzi e ne mancano due per averne una per ogni essere umano presente nel globo. Mainetti, basta la parola: aprite il vostro armadio e avete un buon 60/70 per cento di probabilità di vedere il vostro abito migliore appeso a un appendino concepito e fabbricato nello storico stabilimento di Castelgomberto o in uno tra i tanti sparsi in 36 paesi in giro per il mondo.
Il 2007 è stato un anno molto buono per questo gruppo che mantiene a Castelgomberto le radici della storia ma che è entrato a far parte di un gruppo multinazionale, con sede a Londra. L’azienda originale fu fondata nel maggio del 1961 dai fratelli Gianni, Luigi, Romeo e Mario Mainetti. L’idea di costruire attaccapanni si affiancò al boom dell’economia dell’epoca e si rivelò azzeccata. Molti anni dopo è arrivata la crisi, i titolari cedettero la maggioranza del capitale alla ricchissima famiglia indiana Chandaria, i cui rappresentanti decisero di programmare una serie di investimenti colossali, culminati con l’acquisto, nel 1996 della Pendy Plastic Products, la divisione produttrice di portabiti della Ferguson International Holdings. A rimanere fu però il brand e il nome Mainetti, ora conosciuto e considerato sinonimo di qualità in tutto il mondo.
«Quest’anno il gruppo chiuderà con un fatturato complessivo di circa 400 milioni di euro - spiega Stefano Serena, uno dei due direttori generali (l’altro è Gabriele Bosco) - con circa 4.500 dipendenti. Per quel che riguarda la realtà italiana, focalizzata questo storico stabilimento di Castelgomberto ma presente anche a Martina Franca, in Puglia, siamo riusciti a portare i ricavi a quota 58 milioni. Tenuto conto che i dipendenti sono 320 e che l’indotto, sempre qui a Castelgomberto, comprende una quarantina di terzisti, possiamo archiviare con soddisfazione questo esercizio, anche se non abbiamo alcuna intenzione di rallentare, anzi».
Coincidenza vuole che l’arrivo di Serena alla Mainetti di Castelgomberto coincida con l’arrivo di Michael Stakol sulla poltrona di amministratore delegato dell’intero gruppo. Siamo nel 2000 e a Castelgomberto non tira una bella aria. Tra i Mainetti, che detengono una partecipazione minoritaria nella nuova realtà societaria ma che sono sempre rispettati e considerati dei numi tutelari dell’azienda, c’è chi teme il fallimento. Si fatturavano allora circa 30 milioni di euro ma le quote di mercato erano erose da una concorrenza sempre più agguerrita. Serena, che viene dal mondo della formazione e del marketing, si mette di buzzo buono, introduce nuove strategie di vendita, punta a obiettivi che qualcuno ritiene irraggiungibili. Bosco prende in mano la produzione e l’amministrazione e, nel giro di poco tempo, la fabbrica è rivoltata come un calzino. Tanto che le altre Mainetti presenti in tutto il globo (le più importanti sono negli Stati Uniti e in Cina) si abbeverano alla fonte italiana per capire come incrementare i margini e convincere i clienti a comprare appendini che costano un euro in più di quelli dei concorrenti cinesi.
Già, ma i vari Armani, Dolce & Gabbana, Diesel, Valentino vogliono il meglio. È grazie a loro se Mainetti è leader mondiale.
E Swarovski
fa luccicare
le grucce
più preziose
Appena varcato l’ingresso dello stabilimento Mainetti di Castelgomberto, sulla sinistra, Stefano Serena ha realizzato una sorta di show room dell’appendino. Già, perché in Mainetti riescono a sputare fuori la bellezza di novemila tipi diversi di attaccapanni, alcuni dei quali sono delle vere e proprie opere d’arte.
«L’ultima nata - annuncia con un certo orgoglio Serena - è questa produzione che comprende la sapienza artigiana vicentina e i preziosi cristalli di Swarovski. Possiamo dire che questa idea di accostare un oggetto economico come è l’appendino alla preziosa ricercatezza di Swarovski ha incontrato molti fan all’ultima fiera di Dubai. È proprio dai paesi arabi che abbiamo molte richieste di questi oggetti unici nel loro genere».
Unici e anche piuttosto cari, visto che vengono venduti a circa 4 mila euro. Ma, oltre a questa eccezione, la qualità è comunque la regola. Tra ganci, velluto, inserzioni nella plastica e disegni particolari, i macchinari presenti dello stabilimento di Castelgomberto consentono tutte le varianti del caso.
«I clienti prima ci chiedevano forme e colori particolari - conclude Serena - e adesso siamo noi a proporre i modelli più innovativi».
