IRAQ. Lo scenario di guerra sta cambiando e grazie a lui la situazione è migliorata
La vittoria in corso d’opera di Petraeus
di Marino Smiderle
La copertina del settimanale americano The Weekly Standard rende bene l’idea. Scimmiottando la più nota rivista Time, il direttore del Weekly Standard, William Kristol, ha riprodotto il numero in cui si celebrava Vladimir Putin quale persona dell’anno (non si dice più uomo dell’anno, per motivi legati alle pari opportunità) strappando la parte superiore, quella con gli occhi di ghiaccio del leader russo, sostituendola col volto del generale David H. Petraeus e col titolo America’s man of the year, l’uomo dell’anno dell’America. D’accordo, Kristol e il suo giornale sono vicini alle posizioni di Bush, anzi, costituiscono probabilmente la vera fonte dell’ispirazione politica per quel movimento comunemente definito neocon e vicino al presidente George W. Bush, e quindi peccano indubbiamente di partigianeria. Ma è un fatto incontrovertibile che da quest’estate, grazie all’incredibile lavoro fatto sul campo dal gen. Petraeus e dai suoi uomini, gli effetti della surge (l’incremento delle truppe americane in Iraq deciso dal presidente Usa) sono sotto gli occhi di tutti. E, va detto incrociando le dita, la situazione in Iraq sta migliorando.
Non lo dice solo Kristol, naturalmente. Lo ha detto pure uno dei più ascoltati esponenti contro la guerra del partito democratico, John Murtha. «Due anni fa John Murtha è stato il personaggio chiave del cambio di rotta dei democratici sulla guerra in Iraq - ha ricordato Christian Rocca -. Murtha è un deputato della Pennsylvania, ex marine, eroe del Vietnam, noto per le sue posizioni moderatamente conservatrici e per i suoi solidi rapporti con l’apparato militare. Come la gran parte dei senatori e dei deputati democratici, nel 2002 Murtha aveva autorizzato l’uso della forza in Iraq, ma quando nel 2005 le cose sul campo sono peggiorate è diventato il più rumoroso sostenitore del ritiro delle truppe americane. Il passaggio di Murtha al fronte anti war aveva cancellato quel minimo di consenso che la politica irachena di Bush continuava ad avere nel mondo liberal».
Bene, lo stesso Murtha è andato di persona a Baghdad, qualche settimana fa, e al ritorno «ha raccontato ai cronisti che la nuova strategia di George W. Bush funziona».
Al di là dei fondamentali 30 mila uomini in più che Bush ha concesso a Petraeus, è la strategia utilizzata da questo generale abituato a sfidare i colleghi e i commilitoni in qualsiasi prova fisica (finora non ha mai perso) ad aver prodotto quella inversione di tendenza nei numeri della morte troppo familiari in Iraq. Volendo sintetizzare in poche parole la geniale mossa dell’ufficiale, si potrebbe dire che la sua vicinanza agli umori e ai malumori degli iracheni gli ha fatto capire che i sunniti non sopportavano più gli attentati perpetrati da altri sunniti vicini ad al Qaeda; e che gli sciiti si erano stancati delle incursioni devastanti degli altri sciiti vicini a Moqtada al Sadr. Morale della favola, i soldati Usa hanno sfruttato e assecondato le ribellioni interne alle fazioni irachene (e diffuse nella maggior parte della popolazione), hanno aiutato chi si opponeva ad al Qaeda e, cogliendo quello spunto, sono arrivati i primi, significativi, risultati.
Raccontando da Baghdad quel che è capitato nel quartiere di Amariyah, Daniele Raineri su Il Foglio aiuta a capire perché oggi si può nutrire un cauto ottimismo in quello che viene ancora definito inferno iracheno. «La notte del 30 maggio gli americani ricevono una telefonata dall’imam locale. Quella notte i cittadini di Amariyah, che per decisione collettiva non avrebbero più tollerato oltre le uccisioni, le regole, i matrimoni forzati imposti da al Qaeda, “avrebbero sistemato da loro la faccenda”. Gli americani erano pregati di non interferire. I soldati in pattuglia nel buio ricevono un ordine mai sentito prima: se si entra in contatto con uomini armati di kalashnikov, non ingaggiarli in combattimento. Ripeto, non ingaggiarli in combattimento. A meno che non siano loro i primi a sparare. La cosa importante, per americani e cittadini, era non spegnere sul nascere la rivoluzione anti al Qaeda per errore. È il pezzo più bello della dottrina Petraeus».
Allo stesso Ranieri e a Rolla Scolari, che lo hanno intervistato per Il Foglio a Baghdad, Petraeus ha spiegato perché sono arrivati questi primi risultati. «È tutto quanto assieme, è un’equazione, c’è un numero di fattori che porta alla riduzione della violenza. In una zona di al Qaeda come Ghaziliya sud, quello che ha fatto la differenza è stato il dispiegamento di forze americane e irachene, di truppe addizionali irachene nel quartiere: non avevamo avamposti per pattugliare, e adesso invece ci sono i Jss (Joint security stations). È stata la graduale riduzione delle capacità di al Qaeda nella provincia di al Anbar come in alcuni quartieri di Baghdad, e alla fine il rifiuto crescente da parte della popolazione sunnita di al Qaeda. Hanno cominciato ad associare sempre di più al Qaeda alle ideologie estremiste, per la sua violenza anche contro i sunniti, per le sue pratiche oppressive. In certe aree hanno tagliato le dita alle persone che fumavano. Tutte queste cose hanno cominciato a pesare attorno al collo di al Qaeda». Di qui a cantar vittoria ce ne corre, ovviamente. «C’è ancora molto da fare - ha spiegato Petraeus al Foglio - non fraintendetemi, per favore, non pensate che ci sia qualcuno che indossa l’uniforme nella missione Mnf-I che stia festeggiando o facendo danze di vittoria oltre la linea di meta, come si dice nel football. I progressi comunque ci sono. La riduzione degli attacchi del 60 per cento in sei mesi è significativa. Sono sicuro che voi avete visto i risultati per le strade di Baghdad. C’è traffico. Abbiamo visto persone fare canottaggio sul Tigri. Quando l’ho detto in giro, mi hanno chiesto quanti giorni i corpi sono rimasti in acqua».
