giovedì 27 dicembre 2007

Questione di class

PORTAFOGLIO

La class action
all’italiana scontenta tutti

di Marino Smiderle

Truffati di tutta Italia, unitevi. Presto anche voi potrete giocare a fare gli americani, cioè a intentare cause collettive contro le grandi imprese cattivone che vi hanno reso la vita impossibile. Dal 1° luglio 2008, infatti, entrerà in vigore la nuova legge sulle class action, le cause collettive, appunto, studiate e volute per dare una risposta ai casi Cirio, Parmalat e pure Argentina, ma adatte anche a rimpolpare i faldoni dei magistrati e delle associazioni dei consumatori per qualsiasi altra ragione che lasci intraveder un torto subito da una qualsiasi categoria di portatori di interesse. Il problema è che, a sei mesi dall’entrata in vigore di questa ennesima legge, tutti, ma proprio tutti, hanno trovato motivi di lamentela.
LA FILOSOFIA
Nei paesi anglosassoni la class action esiste da sempre e ha lo scopo di tutelare gli interessi generali di una moltitudine che, altrimenti, dovrebbe istruire singole cause dispendiose e poco efficaci. Do you remember Parmalat? In quel caso ogni singolo risparmiatore gabbato dovette agire in proprio: cercarsi un avvocato, trattare con la banca, ripescare il proprio incartamento e via andare. Per la verità, nel caso Parmalat, la moltitudine dei coinvolti creò comunque un effetto-class action, perché i singoli ricorsi finirono per travolgere le banche, spingendole a venire incontro alle esigenze dei singoli e, in qualche modo, tappando la falla creata. Con il nuovo provvedimento legislativo, basterà aderire alla class action intentata da una delle tante associazioni di consumatori accreditata e aspettare fiduciosi.
TEMPI BIBLICI
Se i tempi della giustizia in Italia sono lunghi, quelli della class action saranno biblici. Volendo semplificare al massimo, bisogna prima cominciare col giudizio di merito, e cioè con la sentenza di un tribunale che riconosca l’impresa in questione colpevole del reato contestato. Ora, come si può capire, questa sentenza verrà meditata e argomentata a lungo. Ma quand’anche arrivasse la condanna, il vero nucleo del procedimento deve ancora essere toccato. Le class action preludono a un risarcimento del danno e, quindi, a una trasformazione della sentenza in soldi da versare ai ricorrenti. Di tutto questo si parlerà nella seconda fase del processo, quando i faldoni verranno trasferiti e scandagliati in quella camera di conciliazione prevista dalla legge ma ancora da costituire nei diversi tribunali italiani. Le associazioni di consumatori prevedono tempi lunghissimi, il Codacons si è spinto fino a prevedere 20 anni di dibattimenti prima di giungere al cuore del problema. Campa cavallo...
MINACCIA
In realtà è proprio questo che temono le associazioni che rappresentano le imprese. Perché, se è vero che chi si ritiene colpito da una truffa dovrà aspettare le calende greche prima di vedersi riconosciuta la ragione e il rimborso, è anche vero che le imprese non proseguono agevolmente la propria attività sotto una spada di Damocle che potrebbe decapitarle in qualsiasi momento. È così probabile che le parti in causa preferiscano dribblare gli ostacoli frapposti dalla class action, arrivare a un accordo extra-giudiziale tra le parti e stabilire l’importo con cui chiudere la questione. In sostanza, basterebbe andare a minacciare class action a destra e a manca per indurre le imprese a venire a patti. Non è proprio la finalità teorica della legge ma il rischio è che diventi il vero strumento per convincere i presunti truffatori a pagare i presunti truffati.
ASSOCIAZIONI
A differenza di quel che succede negli Stati Uniti, dove basta rivolgersi a un buon avvocato per dare il via alle cause alla Erin Brockovich (memorabile Julia Roberts in quel film), in Italia occorre andare a bussare a una delle associazioni di consumatori accreditate o ai «comitati adeguatamente rappresentativi degli interessi collettivi». In teoria questo impedisce che la class action si trasformi in un gigantesco giro d’affari per gli avvocati, ma in pratica questa opzione rischia di trasformare le associazioni dei consumatori e i vari comitati in carrozzoni che il denaro e il potere potrebbero far diventare ingestibili. Non è un’accusa preventiva contro le associazioni di consumatori, è una sana presa d’atto di quel che è stata, è e sarà l’Italia.