sabato 30 giugno 2007

Qui si sta con Capezzone


Radicali liberi

La minaccia

Londra, bastione dell'occidente, sventa la minaccia sanguinaria. L'11 settembre, purtroppo, non finirà tanto presto.

venerdì 29 giugno 2007

Bravi, bene, 7+1

LIBRI. Excursus narrativo-tecnico di Scortegagna e Gonnelli
Manager, vizi capitali nelle storie quotidiane


di Marino Smiderle



Bene, bravi, Sette + 1. I manager, questi nuovi dominatori della società economica, invocati dai puristi dell’economia per ripulire col detersivo della modernità le incrostazioni mentali dei vecchi padroni delle ferriere, si meritano questo libriccino, edito da Sperling & Kupfer, dal titolo che pare un voto lusinghiero e che invece è l’elenco dei vizi capitali (più l’omertà) sventolato come monito a migliorare, a evitare gli errori più comuni.
La vicentina Chiara Scortegagna l’ha pensato nel corso di tanti viaggi in treno fatti insieme al coautore del libro, Martino Gonnelli. I due sono i fondatori di AdHoc Management, una società di formazione e consulenza che offre i propri servizi proprio ai manager, un mondo che conoscono molto bene proprio per aver avuto a che fare con ogni tipo di personaggio, dal superbo all’invidioso, dal goloso all’iroso, tutti comunque tenuti insieme da una caratteristica comune: l’abilità e, a volte, il talento nel fare il proprio mestiere.
Il treno come scenario di tutti i sette capitoli, più uno, serve agli autori come simpatico punto di partenza per tratteggiare il carattere del manager in questione, con i tic e le devianze che lo fanno cadere, appunto, in uno dei vizi capitali. Leggere storielline di vita, sicuramente mutuate dalla realtà e dall’esperienza di formatori di Gonnelli e Scortegagna, seguite da una piccola morale, da una sorta di istruzioni per l’uso riservate a chi si riconosce in quel difettuccio emerso nella narrazione immediatamente precedente, produce effetti divertenti.
È un escamotage che dà i suoi frutti, perché tratta con la scorciatoia della narrativa questioni organizzative solitamente racchiuse in tomi ponderosi, e noiosetti, delle discipline economiche. Senza star qui a citare tutti i vizi, basti ricordare l’episodio della superbia, dove la manager Daniela, brava ma che si crede chissachì, parla in treno con due sottoposti e trincia giudizi oltremodo negativi su altri collaboratori. Della serie: sono-io-la-più-brava. Il treno arriva a Milano e, per la compagna di viaggio rimasta nello stesso scompartimento fino alla fine, è un sollievo. Di qui l’antidoto suggerito nel riquadro grigio finale: «Attendi con gioia che siano gli altri, spontaneamente, a farti i complimenti: allora sarai certo che sono sinceri».
Di vizio in vizio, è chiaro che la storia gioca un pochino sui termini, e alla voce lussuria, per esempio, preferisce adottare la similitudine col concetto anglosassone di luxury, lusso, piuttosto che con l’aspetto più propriamente sessuale della parola. Ma tutto si fa leggere, dando al manager un’aurea di umanità che viene solitamente dimenticata quando si legge di lui sulle pagine di cronaca finanziaria.
Con la prefazione del presidente di Assindustria Vicenza, Massimo Calearo, e la postfazione del comico Max Pisu, il libro si arricchisce di due punti di vista opposti su un mondo, quello dei manager, che ha un grande bisogno di non prendersi troppo sul serio.

Montezemolo a Vicenza (Il Giornale di Vicenza del 29 giugno 2007)

«Basta con le aziende pubbliche
discariche di politici trombati»

Luca di Montezemolo duro col sistema: «La sfida ora è il merito»


di Marino Smiderle



Beh, tre anni fa le cose andavano peggio. Non che gli imprenditori italiani siano soliti fare proclami di ottimismo, ma quando, nel maggio del 2004, Luca di Montezemolo, fresco di nomina alla presidenza di Confindustria e, per soprammercato, di Fiat, venne in visita a Vicenza, dall’amico Massimo Calearo, il barometro dell’economia italiana segnava tempesta. Tre anni dopo la tempesta è rimasta solo nel capitolo rapporti con la politica. L’economia, l’industria e pure la Fiat hanno ingranato la marcia avanti e la ripresa è sotto gli occhi di tutti.
Sì, il presidente di Confindustria si appoggia sul palco di plexiglas sistemato sul palco della Fiera di Vicenza e preme il tasto rewind della sua carriera associativa, e pure professionale. «Questa è la terza e ultima volta che, da presidente di Confindustria, vengo a Vicenza - attacca Montezemolo - e mi ricordo che, all’epoca, dissi che bisognava rimboccarsi le maniche. Tutti noi imprenditori dovevamo rimboccarci le maniche. Bene, tre anni dopo, possiamo dire con orgoglio che abbiamo reagito. Se la ripresa è arrivata, se le imprese sono tornate a crescere, il merito è stato nostro».
Logico, a Montezemolo Vicenza ricorda l’alleanza decisiva con Calearo, la sua elezione alla presidenza di Confindustria; ma ricorda anche il devastante, dal punto di vista mediatico e politico, convegno del marzo scorso sulla concorrenza, quello con Berlusconi superstar che, per inciso, ha scavato un solco di incomprensione tra Calearo e il governatore Giancarlo Galan. «Ma è ora di fare meno polemiche sul passato e guardare alle sfide per il futuro», auspica Montezemolo.
Ma se tre anni fa gli industriali si sono rimboccati le maniche prescindendo dal bene e dal male della politica, adesso con la politica è arrivato il momento di fare i conti. «Abbiamo il dovere ma soprattutto il diritto - grida il presidente, quasi chiamando l’applauso di tutti i presenti - di chiedere che il paese cambi in meglio. E non accettiamo che le nostre critiche vengano spacciate per qualunquismo o demagogia. Ci deridono, parlano di discese in campo, ma non sanno che qui nessuno vuole scendere in campo. Noi andiamo nelle fabbriche a lavorare».
Applausi, scontati, di una platea vicentina che del lavoro e delle fabbriche ha fatto una bandiera. Di sicuro la politica, o la partitica come la chiama Calearo, non gode di grandi favori da chi è abituato a essere giudicato, ora per ora, dal mercato, questa specie di talismano che nessuno riesce a toccare ma che tutti sperimentano sulla propria pelle. «E poi ci tocca prendere lezioni - affonda la lama l’oratore stavolta sì arrabbiato - da chi fa proliferare le aziende pubbliche diventate discariche di politici trombati».
I decibel salgono, poi ridiscendono rapidamente. «Serve un confronto alto - argomenta - per mettere in cantiere una vera riforma dello stato. La vogliamo prima come cittadini e poi come imprenditori».
Non c’è niente da fare: se tre anni fa gli industriali italiani decisero di fare da soli, di arrangiarsi, adesso con la politica è arrivata la resa dei conti. Per il semplice motivo che questo governo, dopo una parziale apertura di credito concessa in campagna elettorale proprio da Montezemolo, sono arrivate delusioni cocenti. Troppa burocrazia e, soprattutto, troppe tasse. Le imprese vivono la politica come una piovra che non solo non agevola l’attività quotidiana sul mercato, ma che addirittura fa da ostacolo.
«Adesso la sfida vera è il merito - sostiene Montezemolo - Bisogna premiare i migliori, in tutti i settori, non solo nelle imprese, ma anche nella pubblica amministrazione, dappertutto, facendo capire anche ai più giovani, fin dalla prima elementare, l’importanza del merito».
Questo è un filo conduttore che il presidente aveva già indicato nella sua ultima relazione all’assemblea di Confindustria del maggio scorso, a Roma. Ma ci sono i temi contingenti, quelli della politica corrente. Temi che vanno dalle pensioni a, di nuovo, alle tasse, passando da Walter Veltroni, il nuovo, o quasi, che avanza.
«È sempre positivo che in politica ci siano persone di qualità», dice a proposito di Veltroni. E proprio sulle pensioni dice una cosa che, l’altro giorno, ha detto lo stesso Veltroni: «Rischiamo di non pensare più ai giovani. Un paese che chiede di andare in pensione a 57 o 58 anni è un paese che non pensa al futuro».
Poi l’attenzione si sposta su due temi scivolosi per la categoria: l’evasione fiscale e gli incentivi pubblici. Come detto poche settimane fa, Montezemolo ribadisce il concetto che non è ammissibile che in Italia ci siano solo 7 persone su 1.000 che dichiarino più di 100 mila euro. «Dal mondo delle imprese è arrivato un via libera convinto alla lotta all’evasione - tuona - perché chi evade fa pagare il doppio ai tanti onesti che pagano fino all’ultimo centesimo. E poi, così come chiediamo meno tasse, allo stesso tempo non vogliamo alcun incentivo».
Il discorso si fa lungo, Montezemolo vuole lasciare la sua ultima traccia a Vicenza e si sofferma sulla questione settentrionale, «che non si risolve con partecipazioni lampo di politici che non hanno neanche idea del posto a cui dovrebbero dare soluzioni», sugli studi di settore («si tenga conto dei risultati effettivi delle imprese»), per poi terminare, con un pizzico di civetteria, sulla Fiat. Già, perché tre anni fa rimproverò i colleghi vicentini di non comprare macchine italiane, cioè Fiat. «Nel frattempo qualche modello buono l’abbiamo sfornato...».

Imprenditori a confronto


«Ci siamo rimboccati le maniche
adesso la ripresa è merito nostro»
Il bilancio dei quattro anni di presidenza di Massimo Calearo


(ma. sm.) Le piccole crescono e diventano medie. E in medio, dicevano i latini, stat virtus. Peccato che, fino a ieri, i vicentini erano orgogliosi di essere i portatori sani di un modello che sta segnando il passo, quello della piccola impresa, vincitrice di tante battaglie ed emblema del Nord Est. Ma allora dove sta la verità? Meglio piccola o media? Enrico Mentana si destreggia in mezzo a tanti imprenditori che, indipendentemente dalle dimensioni delle proprie aziende, appaiono grandi nelle risposte che danno al giornalista di Mediaset.
Gianni Zonin, presidente della Casa Vinicola Zonin, oltre che della Banca Popolare di Vicenza, è l’esempio tipico di come crescita sia sinonimo di successo. «Io ho sempre puntato sulla internazionalizzazione - afferma - perché pensavo, e penso, che la delocalizzazione porti all’impoverimento dell’azienda. Noi siamo partiti 31 anni fa in una regione sconosciuta per gli amanti del vino, la Virginia, e adesso abbiamo la più importante casa vinicola dello stato, con altre cento aziende che hanno seguito il nostro esempio. Questa intuizione ci ha permesso di conoscere dall’interno il mercato americano e ci è stato di grande aiuto per il gruppo nel suo complesso».
Mentana, memore dei tanti spot ospitati nelle durante le proprie trasmissioni, prova poi a sfruculiare Gian Luca Rana, amministratore delegato del Pastificio Rana, sul fatto di avere un padre, come dire, un po’ ingombrante. «Non spetterebbe a me dirlo - obietta l'interessato - ma devo dire che ho avuto la fortuna di avere un padre eccezionale. Per quel che mi riguarda, ho l’orgoglio di aver contribuito in maniera decisiva ad ampliare gli orizzonti dell’azienda e ora siamo molto attivi nei mercati internazionali. Non avessimo aperto quella porta, probabilmente saremmo rimasti ai margini».
Per Rossella Sirtori, amministratore delegato della Sircatene di Missaglia (Lecco) ed ex presidente della locale Associazione industriali, spiega come sia possibile essere al contempo radicati nel territorio e pronti ad aggredire i mercati internazionali. «Io posso dire di conoscere tutti i miei dipendenti per nome - attacca - e di molti conosco anche i genitori. Questo non mi ha impedito di saper guardare oltre, di andare a scoprire altri mercati. E, da presidente degli industriali, ho cercato di agevolare gli associati in questo senso. L’unico problema è stato quello di tenere a bada l’ira dei colleghi, stufi di pagare il 65 per cento di tasse».
Piccoli, medi e grandi, la rivolta verso la voracità del fisco è globale. Ma Mentana trova in Cinzia Palazzetti, amministratore del Cantiere di Fiume Veneto (Pn) una imprenditrice ancora capace di sognare. «Sì, mi sono innamorata di un particolare tipo di cemento - confessa - in grado di essere lavorato facendo scendere lo spessore e mantenendo la resistenza. Mi sono scelta la nicchia del design e sono uscita dall’impresa di famiglia per battere questa strada. Perché noi imprenditori siamo così, inseguiamo un sogno. Solo che, a differenza di un tempo, non si può fare tutto da soli: le risorse umane, i nostri collaboratori sono fondamentali. Tornando a noi, devo dire che il fatto di risiedere in una regione a statuto speciale ci ha dato una grossa mano».
Certo, la dimensione conta. E crescere è fondamentale. Il guaio è che, in Italia, nessuno ti dà una mano. Prendi il caso di Walter De Poli, amministratore delegato di Tele System di Bressanvido. «Abbiamo iniziato con un capitale di 10.416.000 lire - racconta a Mentana - frutto del licenziamento mio e di mio fratello Fabio. Nel 2006 abbiamo fatturato 130 milioni di euro».
Una delle tante favole belle che compongono quell’avvincente romanzo che è l’imprenditoria italiana. Ma, visto che si parla di media impresa, come ha fatto Tele System a crescere così tanto? Chi l’ha aiutata? «Abbiamo seguito l’11° comandamento - scherza De Poli - che recita così: arrangiati. Ci ha aiutati solo la follia dei vent’anni e il dna di una cultura contadina fondamentale. Perché da noi ti danno l’ombrello quando c’è il sole e te lo tolgono quando c’è la pioggia».
Chi invece qualche ombrello alle imprese lo ha dato è Veneto Sviluppo, presieduta da Irene Gemmo. «Prima di tutto tengo a dire che sono un’imprenditrice - afferma l’interessata - e il mio approccio alla società partecipata dalla Regione è stato, appunto, di tipo imprenditoriale. Sono stati gestiti 450 milioni di euro di fondi e sono state aiutate 2.700 aziende. Credo che qualcosa di buono si possa fare in questa Italia. Anche se, come mi è già capitato di dire, questo nostro paese è come un bello e grande palazzo che il proprietario si è dimenticato di curare la manutenzione».
Italia, terra di santi, poeti, navigatori e medi imprenditori. Che però sono stufi di arrangiarsi. Per questo Mentana invita gli ospiti a scrivere una letterina al capo del governo. Cosa vorreste facesse per dare un segnale al paese?
«Io chiederei una apparato più efficiente e funzionale per favorire l’internazionalizzazione delle aziende - afferma Rana -. E questo mio auspicio riguarda tutte le categorie, è trasversale».
«Io non chiederei nulla - minimizza Sirtori - solo poche leggi, chiare e semplici». Hai detto niente...
Più concreto Zonin, che soffre ogni volta che tocca con mano le strutture da terzo mondo che sono per Vicenza e il Veneto una palla al piede. «La viabilità è un problema che va risolto presto - afferma il presidente - è una priorità che qualsiasi governo dovrebbe impegnarsi ad affrontare».
«Anch’io avrei parlato di infrastrutture - concorda Palazzetti - ma visto che devo differenziarmi, giro sulla cultura. Questo paese ha bisogno di più cultura d’impresa».
Lapidario il messaggio che De Poli indirizza a Prodi: «Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire».
Irene Gemmo concorda invece con Rana e pensa alle missioni all’estero di tante piccole imprese italiane che, contrariamente alle concorrenti francesi e tedesche, si sono trovate da sole a combattere a mani nude contro un ambiente sconosciuto e, a volte, ostile. «Ci vuole una maggiore assistenza e un maggiore coordinamento - dice - ma resto convinta che, comunque, si debba guardare con un pizzico di fiducia al futuro».

Dramma della solitudine (da Il Giornale del 28 giugno 2007)

Solo senza un cane

Scledense nei guai in Guinea (Il Giornale di Vicenza)

Un uomo d’affari scledense è trattenuto da giorni in commissariato a Conakry

Truffa? Fermato in Guinea

È stato denunciato da un imprenditore di Udine

di Marino Smiderle



Gino Graizzaro è da domenica notte «a disposizione» del commissario Mansou Mansare, a Conakry, capitale della Guinea. Un giro di parole per dire che questo uomo d’affari scledense, che nei documenti risulta essere residente in via Della Pozza, è in guai seri con le forze dell’ordine e con la magistratura del paese africano. Ancora deve essere formalizzato il suo stato d’arresto, ma dalle notizie che rimbalzano da Conakry, pare che il suo stato di detenzione sia destinato a durare ancora per un po’.
Le accuse sono diverse, e ancora da formalizzare. Pare comunque che Graizzaro sia imputato di vari reati, tra cui truffa, minacce e, secondo una particolare interpretazione della complicatissima vicenda che lo riguarda, potrebbe addirittura scattare l’accusa di tentato omicidio. E a quel punto rischierebbe una pena fino a 15 anni di carcere. La vicenda è seguita, per conto dell’ambasciata italiana a Dakar, da Mario Marcandelli.

A far scattare l’indagine è stata la denuncia di un altro imprenditore italiano, Edoardo Nicola, di Udine, che avrebbe portato alla polizia elementi sufficienti per mettere in stato d’accusa lo scledense. «Io ho rischiato di rimetterci centinaia di migliaia di euro - spiega Nicola al telefono da Conakry - e Graizzaro, oltre a ingannarmi nell’affare che stavamo portando avanti, ha tentato di gettare discredito su di me e sul mio socio africano, Ibrahima Sory Cisse, denunciando inesistenti complotti e mettendoci in seria difficoltà».
Tutto nasce dalla costituzione di una società di trasporti, che Nicola e Graizzaro, con il supporto di altri soci africani, avrebbero dovuto far partire in Guinea. A tal fine, secondo Nicola, sarebbero stati acquistati cinque camion e quattro rimorchi da un’azienda italiana. «Questi mezzi - prosegue Edoardo - sono costati svariate centinaia di migliaia di euro ma sono ancora fermi a Rovato. Il modo di agire di Graizzaro mi ha fatto nascere il sospetto che a lui interessasse soltanto lucrare la commissione di intermediazione e non l’impresa di trasporti. Di qui il suo tergiversare e, poi, il tentativo di denigrarci».
A dare una mano all’uomo d’affari scledense, secondo Nicola, sarebbe stato Kerfala Bangoura, un ex deputato guineano, ben introdotto negli ambienti della capitale ma con alcuni precedenti poco chiari nei confronti della giustizia. La polizia guineana avrebbe intercettata un’email inviata da Graizzaro alla figlia di Bangoura, nella quale avrebbe espresso accuse pesanti nei confronti di Nicola, del suo socio, arrivando ad auspicare la sua fine. E per mettere in atto il suo progetto sarebbe stata elencata la strategia di denigrazione, con pubbliche accuse e minaccia di morte. Quanto basta per indurre Mandare a trattenerlo per giorni nella poco confortevoli stanzette del locale commissariato.
Per chiudere la vicenda, Graizzaro avrebbe accettato di firmare una sorta di ammissione, scusandosi con Nicola per il danno arrecato e ritrattando tutte le accuse formulate nei suoi confronti. In Africa le cose vanno in maniera diversa da come siamo abituati a pensare alle nostre latitudini. La firma in calce all’ammissione di colpevolezza costituisce elemento sufficiente per indurre il commissario Mandare a chiuderlo in prigione in attesa del processo. Processo che potrebbe essere evitato qualora Graizzaro si mettesse d’accordo con Nicola.
«Se mi restituisce i soldi che mi ha preso - afferma l’interessato - io la vicenda la chiudo. Sennò...».

mercoledì 27 giugno 2007

Veltronismo

Oggi il Corriere della sera dedica le sue prima 10 (dieci) pagine alla politica. Per carità, oggi parlerà Veltroni a Torino (ma quante pagine ci saranno domani, allora?), ma mi paiono decisamente troppe. E poi dicono che la gente non legge i giornali...

Dal Molin & Mastrogiacomo

«Il Dal Molin per Mastrogiacomo»

Gaither Stewart ricostruisce i rapporti Italia-Usa nei giorni del sequestro

di Marino Smiderle



Che c’entra il Dal Molin con la liberazione dell’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo? Che c’entra la realizzazione di una base contestata a Vicenza con la lotta che americani e Nato stanno conducendo in Afghanistan contro i talebani? La tesi di Gaither Stewart, giornalista e scrittore statunitense, residente in Italia e molto critico con l’amministrazione Bush, è che queste vicende, apparentemente slegate le une dalle altre, siano in realtà collegate da un filo oscuro, da una trama per certi versi inquietante.
Secondo Stewart il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, avrebbe detto alla collega Condy Rice più o meno così, come ha scritto nell’articolo pubblicato dall’Online Journal: «Ordina al tuo uomo a Kabul, il presidente Karzai, di liberare i talebani dalle prigioni afgane in cambio del rilascio del nostro giornalista; in caso contrario l’Italia riconsidererà la sua posizione nell’impegno bellico in Afghanistan e anche il via libera dato ai lavori per la nuova base a Vicenza, già contestata dai tre quarti degli italiani».
Come detto, Stewart ha una posizione molto dura nei confronti dell’amministrazione Bush e nei confronti dell’ideologia che l’ha caratterizzata. Non a caso l’articolo citato appare sotto un titolo che è tutto un programma: «Il volto oscuro dell’imperialismo». L’autore è stato corrispondente dall’Italia per il giornale olandese Algemeen Dagblad e per anni ha seguito la politica e le relazioni tra i due paesi: la sua tesi, esposta sull’Online Journal, è che tutti gli episodi di tensione che si sono succeduti negli ultimi anni sono tra loro collegati. E che l’ultimo episodio, la liberazione di Mastrogiacomo, sia stata una sorta di resa degli Usa ai principi fino ad allora difesi («Non si tratta coi terroristi»), in cambio di alcuni impegni italiani ben precisi, tra cui la realizzazione del Dal Molin.
«Una combinazione di eventi verificatisi quest’anno - scrive Stewart - ha illuminato la parte buia delle relazioni tra Usa e Italia. Ognuno di questi eventi ha parte buia, o almeno nascosta alla pubblica vista: l’accordo segreto tra Pentagono e precedente governo italiano di centrodestra per la costruzione della nuova base militare a Vicenza, il rapimento da parte della Cia di un musulmano sospettato di terrorismo a Milano, l’omicidio in Iraq di un agente dei servizi segreti italiani da parte di un soldato americano e il rapimento, seguito fortunatamente dal rilascio, di un giornalista italiano in Afghanistan. Questi eventi sono collegati».
Tesi ardita, ma verosimile. Consideriamo, per esempio, l’uccisione di Nicola Calipari in Iraq nel marzo del 2005. L’agente del Sismi stava portando in salvo la giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena, dopo una lunga trattativa condotta coi rapitori, probabilmente trasgredendo alla filosofia americana riassumibile nello slogan «Non si tratta coi terroristi». Il soldato Usa Mario Lozano, di servizio a un posto di blocco, ha sparato sulla macchina in cui viaggiavano Calipari e Sgrena, uccidendo l’agente italiano. Pochi mesi fa la magistratura italiana ha incriminato il militare con l’accusa di omicidio e ne ha domandato l’estradizione, richiesta che gli Usa si sono rifiutati di soddisfare.
Tenuto conto che subito dopo l’insediamento di Romano Prodi a palazzo Chigi, come da programma elettorale, l’Italia ha ritirato le truppe dall’Iraq, è chiaro che questo ulteriore motivo di tensione (a cui si aggiunge il processo in corso per il rapimento di Abu Omar a Milano), non lasciava presagire nulla di buono per il futuro dei rapporti tra i due stati. E forse per questo, a gennaio di quest’anno, Prodi ha dato il suo personale e autorevole via libera alla contestatissima base al Dal Molin di Vicenza. Un modo per mettere un po’ di pace tra due alleati in stato di tensione.
Pochi mesi dopo, tra capo e collo, arriva la tegola di Daniele Mastrogiacomo, rapito nel sud dell’Afghanistan dai banditi talebani. Per la vita dell’inviato di Repubblica, i talebani chiedono che vengano rilasciati cinque assassini detenuti nelle celle di Kabul. Si sa che a Kabul non si muove foglia che Bush non voglia, e quindi lo slogan Usa «Non si tratta coi terroristi» equivale alla condanna a morte del giornalista.
Ma a questo punto, secondo Stewart, intervengono le pressioni di D’Alema e la realpolitik degli Usa: «Dite a Karzai di liberare i talebani richiesti, sennò niente Dal Molin». E gli americani, è la tesi di Stewart, ignorano le proprie regole per ottenere la base e per mantenere un buon rapporto con l’Italia.
Vero? Sicuramente verosimile. L’unica cosa sicuramente positiva di tutta questa faccenda è aver portato a casa la pellaccia di Mastrogiacomo.

domenica 24 giugno 2007

Per capire Israele


Palestina, la storia incompiuta
Ecco il libro ideale per capire il conflitto arabo-israeliano.

I Brambilla boys di Vicenza


Ecco i fan berici di Michela Brambilla
di Marino Smiderle





La tessera del partito la lasciano fuori dalla stanza. Poi entrano, discutono, magari litigano e, se non trovano un’intesa sul problema trattato, ci riprovano la volta dopo. Infine escono, si riprendono la tessera del partito (chi ce l’ha) e tornano a respirare lo smog della politica vicentina, veneta e italiana. Sono gli uomini e le donne del Circolo della Libertà di Vicenza, i fans di Michela Vittoria Brambilla, astro nascente della politica italiana, illuminata dalla benedizione di Silvio Berlusconi e, addirittura, candidata a diventare il prossimo presidente del Consiglio.
«No, piano, non corriamo troppo - avverte Giovanni Togni, presidente del Circolo di Vicenza -. Noi abbiamo l’orgoglio di essere un po’ gli antesignani dell’idea dei circoli. Tanto è vero che nascemmo nel 1994, sulle ceneri di una Prima Repubblica già bruciata. Eravamo gente che si era impegnata nei partiti di allora e non ci pareva giusto che venisse buttato via tutto quel che avevamo fatto, pensavamo che ci fossero dei valori da portare avanti, al di fuori del vecchio schema partitico».
«E fu proprio per questo - aggiunge Mario Giulianati, uno dei fondatori dell’iniziativa politico-culturale - che scegliemmo un giorno preciso quale data di formazione del Circolo, chiamato Impegno per Vicenza: il 1° maggio 1994, data che sancì l’uscita di scena dell’allora Partito socialista italiano».
«Sì, tutto nacque allora - interviene Alessandro Belluscio, un altro fondatore - e nell’autunno dell’anno scorso, appresa la notizia della partenza dei Circoli della Libertà affidati alla presidenza di Michela Vittoria Brambilla, decidemmo di affiliarci a loro e di unire così le nostre forze ed esperienze provinciali a questa grande iniziativa nazionale. E siamo convinti che la strada sia quella giusta».
L’estate si è accesa di colpo, il termometro sale oltre i trenta gradi, in linea con la temperatura torrida che sta incenerendo i corridoi della politica vicentina, ma nella stanzetta refrigerata dall’aria condizionata i tre esponenti vicentini del Circolo delle Libertà paiono allergici allo scontro frontale. Hanno idee chiare, radicate in quell’area che potremmo definire liberale e socialista, lib-lab si diceva un tempo, ora rappresentata politicamente dai partiti del centrodestra, ma stanno vivendo un momento particolare, caratterizzato, a Vicenza, da battaglie feroci tra esponenti istituzionali che, solitamente e paradossalmente, si riconoscono negli stessi ideali. È sotto gli occhi di tutti la guerra che il governatore Giancarlo Galan e l’eurodeputata vicentina Lia Sartori, i due massimi esponenti di Forza Italia, hanno dichiarato allo stato maggiore dell’Associazione Industriali di Vicenza, e del circolo fanno parte sia persone che hanno la tessera di Forza Italia, sia imprenditori con l’aquilotto di Confindustria bene in vista sull’occhiello della giacca. Che fare?
«Guardi - risponde Belluscio - noi abbiamo assunto fin da subito una posizione netta: i politici non devono mettere i piedi dentro il palazzo dell’Associazione industriali».
Questo, per inciso, è detto in riferimento al tentativo che Galan avrebbe fatto per disarcionare dalla presidenza di palazzo Bonin Longare l’attuale, e rinnovato per un altr’anno, inquilino, vale a dire Massimo Calearo. Galan, dal canto suo, ha replicato all’accusa negando e dicendo che il sindaco di Vicenza non verrà nominato dagli industriali.
«A ognuno il proprio mestiere - conviene Belluscio -. Voglio dire, così come i politici, a mio avviso, devono stare lontani dai palazzi dell’economia, allo stesso modo gli industriali devono stare lontani dai palazzi della politica. In ogni modo, mi pare evidente che questo scontro, in atto da tempo tra persone che, più o meno, hanno la stessa idea politica, oltre ad apparire incomprensibile, porta gran danno alla città e alla provincia. Nel nostro piccolo, da tempo, stiamo lavorando perché la ragione torni a prevalere e la smettano di litigare».
Belluscio e Giulianati sono vicini a Forza Italia ma, come detto, quando si siedono attorno al tavolo del Circolo la tessera non c’entra. Negli Stati Uniti si chiamano Think Thank, e sono delle mega associazioni che sostengono determinate correnti di pensiero, con tanto di apparati di studiosi e ricercatori incaricati di studiare e diffondere il verbo. Ecco, magari il Circolo di Vicenza non ha tutti questi mezzi («Anche la politica dovrebbe riscoprire un po’ di sano volontariato»), ma qualche influenza intellettuale ha la pretesa di esercitarla. «Non per vantarci - osserva Togni - ma sull’ultimo programma stilato dal sindaco Enrico Hüllweck per la campagna elettorale di quattro anni fa qualche voce l’abbiamo avuta. E così anche per l’ultima candidatura di Attilio Schneck a presidente della Provincia».
Di qui il contributo al dibattito e i suggerimenti ai partiti e alle istituzioni di Vicenza («Poche volte seguiti, per la verità») sui vari temi che, in questi ultimi anni, hanno caratterizzato lo scenario globale. Il Dal Molin agli Usa, per citare il tema più rognoso. «Anche in questo caso - dicono Togni e Belluscio - siamo stati chiarissimi fin dall’inizio nel sostenere il sì alla base. Tanto è vero che del Circolo fa parte anche Roberto Cattaneo, il portavoce dei Comitati del Sì e dei dipendenti della caserma Ederle».
«Io sono stato più volte critico nei confronti degli Stati Uniti - ricorda Giulianati - segnatamente nei riguardi della politica adottata in Medio Oriente. Ma essere critici su certe questioni non implica essere contro a priori a una struttura che rientra nei trattati di politica internazionale. E poi mi ha fatto specie scoprire tutta questa contrarietà nel versante di centrosinistra, quando diciotto anni fa, in occasione di un ventilato disimpegno americano da Vicenza, tutti i partiti furono uniti nell’opporsi a quella scelta per mantenere intatta l’occupazione».
Altri temi chiave affrontati dal Circolo sono stati la Fiera («Eravamo a favore di un’alleanza con Milano»), le Aim («È stato sbagliato dare così tanto potere a un uomo solo») e altre questioni legate al sociale, «dove il centrodestra è a nostro avviso ancora troppo debole».
Voce flebile, quella del Circolo, mai pubblicizzata ma che ora ha acquisito più forza grazie al ciclone-Brambilla. A livello nazionale ora i Circoli hanno un giornale, una televisione satellitare e, quindi, più forza, più potere. Logico che i partiti tradizionali, Forza Italia in testa, abbiano reagito facendo fuoco di sbarramento e vedendo questi Circoli come il fumo negli occhi. «Sono due cose diverse - argomenta Togni - e credo ci sia spazio per entrambe le cose. Tra l’altro, so che Bondi e Brunetta, per citare due nomi noti, vedono bene questa iniziativa».
Intanto il Circolo Impegno per Vicenza ha figliato e sono nati i club di Isola, Monticello Conte Otto, Thiene e Dueville. La rete si fa più spessa. «Ora l’obiettivo è quello di estendere la nostra influenza ad altri moderati - dicono i vicentini - che pure fanno parte dello schieramento di centrosinistra. Che poi è l’obbiettivo di Michela Brambilla». E a proposito di Brambilla, i vicentini sono andati in missione a Milano per veder a che punto è il progetto Michela for president. «No, questo è un progetto prematuro - frenano gli interessati -. Di sicuro una cosa si può dire: la Brambilla è una tipa tosta».

giovedì 21 giugno 2007

Ciao, Onorio

È morto ieri uno dei più significativi rappresentanti del mondo politico e sindacale del dopoguerra berico. Aveva 84 anni
Segnato dall’8 settembre che lo costrinse a rimanere prigioniero dei tedeschi a Berlino per due anni, al ritorno nella natìa
Codroipo iniziò la carriera nella Cisl di cui divenne segretario provinciale. Fu poi parlamentare Dc per nove legislature

Vicenza non sentirà
più il vocione rauco
di Onorio Cengarle

di Marino Smiderle



Aprivi quel portoncino, in stradella Barche, e prima ancora di vederlo, lo sentivi parlare a suo modo e al suo mondo. Parlava con l’amico e collega di tante battaglie, alla Cisl e alla Dc, Francesco Guidolin, oppure al telefono. Sentivi quei decibel inconfondibili rimbombare nelle pareti di quell’ufficetto dove, con solerzia ammirabile, cercava di sbrigare le pratiche burocratiche legate alle pensioni degli ex internati militari, una categoria un po’ sbertucciata da quest’Italia ingrata. Onorio Cengarle è stata la voce, anzi il vocione, di Vicenza. Il suo timbro, tonante, graffiante e rauco al tempo stesso ha echeggiato per cinquant’anni. Prima nelle fabbriche, per difendere i diritti dei lavoratori iscritti alla Cisl; poi in parlamento, per portare all’interno della Dc le istanze "laburiste" e trasformarle in leggi; infine all’interno dell’Imi, l’associazione creata per ricordare a tutti, politici in primis, che erano esistiti gli internati militari italiani.
Ieri il vocione di Onorio Cengarle sì è spento. Inutile dire che questo improvviso silenzio ha portato tristezza in tutti quelli che lo conoscevano e che gli volevano bene. «Perché era impossibile non volergli bene - ricorda Bruno Oboe, che cominciò a muovere i primi passi in Cisl proprio mentre Cengarle era segretario - anche se era un tipo duro, burbero. E come molti tipi burberi, sotto quella scorza trovavi l’animo di un uomo buono. Sembrano parole di circostanza, sempre utili da tirar fuori quando muore qualcuno. Ma io a lui devo molto, mi ha insegnato i primi rudimenti di un sindacato che adesso non c’è più, spazzato via dai cambiamenti pazzeschi. Ricordo che lui mi consigliò di iscrivermi alla selezioni del Centro studi di Fiesole. Altri tempi».
Cengarle era di Codroipo, un friulano duro come l’acciaio e temprato dalla sua incredibile avventura nella seconda guerra mondiale. Sì, acciaio inox nel dna, reso indistruttibile dal passaggio agli alpini del Battaglione Val Leogra. Come molti suoi coetanei, Cengarle sarà segnato dall’8 settembre 1943, l’anno che divise l’Italia: fascisti da una parte, partigiani dall’altra. Col piccolo particolare che, alla fine della guerra, quelli come Cengarle che rifiutarono di aderire alla Rsi e preferirono finire nelle galere militari della Germania, rischiarono di non essere considerati né carne, né pesce.
E lui ci ha sofferto, eccome se ci ha sofferto. Prima sulla propria pelle, passando due anni buoni prigioniero in Germania, prima dei tedeschi e poi pure dei russi. E poi sulla pelle dei propri simili, che dovettero combattere la battaglia delle scartoffie per vedersi riconosciuti i diritti più elementari mentre la giovane repubblica democratica muoveva con difficoltà i primi passi.
E pensare che il giovane alpino friulano, in quell’8 settembre, abbandonò gioiosamente il fucile nella conca di Gianina, in Grecia, pensando che la guerra fosse finita e che, di lì a poco, avrebbe potuto riabbracciare i propri cari. E invece, insieme ai suoi commilitoni, fu messo di fronte alla scelta: o di qui, o di là. Lui non ci pensò un momento e optò per la galera, a Berlino. «Io sono sempre stato dalla parte della democrazia», amava ripetere. Furono due anni di stenti, di rischi inenarrabili. Poi, la fine, la liberazione.
«A Berlino finì tutto l’8 maggio - ci raccontò Cengarle un paio di anni fa -. Sì, fu quello il nostro 25 aprile. E il caso volle che capitò proprio nel giorno del mio compleanno. Era un caos totale, avvelenato dalle violenze dei sovietici. Che avranno avuto certo i loro ottimi motivi per odiare i nazisti, ma che si comportarono da macellai. Noi approfittammo del disordine per entrare in qualche negozio e rifarci il guardaroba. Speravamo che arrivassero gli americani, ma così non fu. Andai anche in Wilhelmstrasse per verificare che Hitler fosse davvero morto. Vidi solo rovine».
«Nessuno dall’Italia ci reclamava - aggiunse con amarezza - e dovemmo arrangiarci per tornare. Quando arrivammo, a settembre, cominciammo a dare una mano per ricostruire l’Italia che ci aveva dimenticato».
«Il segretario generale della Cisl nazionale dell’epoca, Giulio Pastore - ricorda Gigi Copiello, segretario provinciale della Cisl - lo inviò prima a Mantova, dove venne eletto segretario generale, e poi a Vicenza. Siamo nel 1951, comincia l’era della sua guida alla Cisl che durerà fino alla metà degli anni 60».
Non sono anni facilissimi, per l’economia e l’industria di Vicenza. Ci sono grandi aziende con l’acqua alla gola e Cengarle, oltre che a trattare con i padroni, ha le sue belle gatte da pelare con l’altro sindacato, la Cgil, più barricadero e, come si diceva all’epoca, cinghia di trasmissione del partito comunista. Comunque, insieme alla Cgil, Cengarle segue tutte le soluzioni di ingresso del capitale pubblico per salvare aziende vicentine in crisi: Lanerossi/Eni nel 1962, Smit/Nuovo Pignone nel 1964, Recoaro Terme/Eagat nel 1968, Pellizzari/Iri nel 1970, Smalterie bassanesi/Gepi nel 1976.
«Io lo ricordo come sindacalista capace e sanguigno - dice Giorgio Sala, che ha condiviso con Cengarle la scena politica essendo stato sindaco di Vicenza dal ’62 al ’75 - e poi come parlamentare democristiano sempre attento ai temi del lavoro. Uomo di carattere, seppe affrontare e risolvere controversie molto delicate. Come politico, poi, non ebbe vita facilissima all’interno della Dc del tempo. Io lo ricordo bene, e con me lo ricordano tutti quelli della mia generazione. Sembra preistoria, ma le correnti, gli schieramenti diversi, a volte rendevano dura la lotta all’interno dello stesso partito. Cengarle, poi, non militava nella corrente allora fortissima a Vicenza, quella vicina all’on. Mariano Rumor. Lui stava con Forze Nuove, la corrente di Carlo Donat Cattin, quella cosiddetta operaista. Ebbene, nonostante io non facessi parte dello schieramento rumoriano, posso dire che lo stesso Rumor guardava con rispetto e stima a questo suo avversario interno. Altri tempi, davvero».
Ha fatto nove legislature, è stato sottosegretario, ma se qualcuno avesse chiesto se si sentisse più politico o sindacalista, Cengarle avrebbe risposto sicuramente sindacalista. E, ancor di più, cislino, perché alla Cisl ha dato il meglio di sè e della Cisl aveva un ricordo, come dire, nostalgico, e non solo perché gli ricordava gli anni ruggenti. Due anni fa Il Giornale di Vicenza riuscì a mettere attorno a un tavolo tutti i segretari provinciali che, in 55 anni, si sono succeduti alla guida di questa sigla sindacale. C’era Franca Porto, da poco eletta e che adesso è segretario regionale, tutta contenta nel trovarsi a fianco questi monumenti viventi e nel sentirsi considerata una buona allieva. E lui, Cengarle, disposto a raccontare qualche aneddoto di un passato che gli era rimasto conficcato nel cuore.
«Noi eravamo un po’ i pionieri del sindaco - diceva senza nascondere l’orgoglio - e per dimostrarlo basta ricordare un episodio marginale ma significativo. Viale Verona, stabilimento della Pellizzari, un giorno capito da quelle parti e vedo che alle donne dell’Udi è stato concesso di appendere al muro un quadro con l’effige di Stalin. Tempo dopo incontro il padrone, una volta si chiamavano così, e mi viene spontaneo chiedergli: "Senta, come mai ha consentito alle donne dell’Udi di appendere un quadro di Stalin?". La sua risposta fu immediata: "Lei è della Cisl? Non c’è problema, faccia ballare le figlie di Maria e siamo pari"».
E il Cengarle oratore dove lo mettiamo? Quanti discorsi avrà fatto, sfruttando quel vocione memorabile, in piazza dei Signori? Tanti, tantissimi, ma non solo in piazza dei Signori. E, senza voler andare indietro ai comizi delle campagne elettorali, quando non c’erano troppe tv e, quindi, i comizi contavano davvero, basta fermarsi agli ultimi, controversi, per certi versi vergognosi tafferugli verbali verificatisi in occasione delle ultime celebrazioni legate al 25 aprile.
Una, in particolare, è rimasta impressa a chi ha avuto la ventura, o la sventura, di essere in piazza dei Signori il 25 aprile del 2005. Fu il giorno della gazzarra, con Sante Sarracco, di An e, quindi, ritenuto un fascista dalla folla e ricoperto di insulti e contumelie. Il discorso ufficiale avrebbe dovuto tenerlo lo storico Silvio Lanaro, ma per un equivoco assurdo (lo storico era sul palco ma, pare, non venne riconosciuto) gli organizzatori pensarono che se ne fosse andato. Morale della favola, serviva un degno sostituto.
Chi scelsero, secondo voi? Neanche a dirlo, Onorio Cengarle, che non si era preparato alcun discorso scritto ma che era rimasto schifato dall’accoglienza riservata a Sarracco. Senza temere di andare contro l’umore di quegli urlatori, prese il microfono a due mani e ci sparò tutto quel che restava della sua voce più rabbiosa del solito. «Chi è intervenuto prima di me - grida dopo aver ricordato i valori della resistenza - aveva tutto il diritto di farlo in quanto rappresentante del Comune di Vicenza. Abbiamo fatto la lotta di liberazione proprio per aver diritto di parola, perché tutti avessero diritto di parola. Queste contestazioni non vi fanno onore e non fanno onore alla città di Vicenza».
Questo era Cengarle, uno pronto a sostenere le proprie idee anche a costo di scontrarsi con gli avversari del momento. E lo riconosce anche Massimo Calearo, presidente degli Industriali di Vicenza, che ha voluto ricordare il sindacalista scomparso. «È stato un grande vicentino - ha detto - perché tale possiamo considerarlo anche se era nato in Friuli. Di lui mi è rimasto impresso l’impegno di alpino, durante la seconda guerra mondiale, pagato con la deportazione in Germania. E poi la grande passione mostrata negli anni della ricostruzione che hanno mantenuto viva l’eredità di quegli uomini e quelle donne che fecero nascere la nostra Italia».
Cengarle, per la verità, era già morto cinque anni fa. Peraltro dopo l’ennesima orazione pronunciata in piazza dei Signori in occasione della Festa della Liberazione. Rideva ancora di quel macabro equivoco, il friulano dalla pellaccia dura. Fece un discorso duro, controcorrente, come sempre. Era il tempo della guerra in Iraq, a Vicenza c’era appena stata una grande manifestazione pacifista con le bandiere arcobaleno, e l’ex deputato democristiano attaccò così: «È facile oggi parlare di pace e dichiararsi contro la guerra. Ma se nel ’43, dopo l’8 settembre, i partigiani non avessero preso le armi cosa racconteremmo adesso ai nostri figli? Quegli uomini hanno riscattato l’onore dell’Italia e, grazie a loro, il 25 aprile possiamo celebrare la festa di tutto un popolo, uscito dall’incubo di un passato dittatoriale».
Poi prende la parola il sindaco, Enrico Hüllweck, e Cengarle, un po’ provato, si emoziona. Poi si sente male, sviene. Attimi di paura, che fortunatamente si trasformeranno in sollievo pochi minuti dopo: nulla di grave. Ma succede un fatto strano, un tam tam di notizie che, ad ogni rullio di tamburi, cambia fattezza. Succede che all’orecchio dell’ex ministro Mario Toros, friulano e amico di Cengarle, la parola malore arrivi tradotta in morte. Sì, è morto Cengarle, perbacco, che tristezza. Appena il tempo di telefonare al Gazzettino per dettare la partecipazione sotto il titolo «Morto Onorio Cengarle, 82 anni, padre fondatore della Cisl friulana prestato alla politica».
«Il mio amico Mario - commentò divertito Cengarle - ha equivocato sul malore che avevo avuto il 25 aprile in piazza dei Signori durante la celebrazione della Liberazione, ne ha parlato con qualcuno che a sua volta ha riferito ad altri ingigantendo ed aggiungendo. Alla fine è uscito il necrologio. Che dovevo fare? Ho telefonato a Toros e gli ho detto che da lui mi aspetto una cassetta di Cabernet. Anzi poi l’ho risentito ed ho aggiunto... una confezione di Merlot».
Ci piacerebbe poterlo chiamare un’altra volta, per ridere di un’altra bufala giornalistica, di un altro errore, un fraintendimento. Purtroppo quel rassicurante vocione non è più in grado di smentire la notizia che, per dovere, siamo costretti a mettere in pagina.

Oui, je suis Cecilia



La più bella primadonna del globo.

martedì 19 giugno 2007

Sheva, arriviamo

Sheva

Fischi a Prodi

Fischi a Vicenza, fischi ad Ariano, fischi in Val di Susa. E ora fischi anche a Roma. Vuoi vedere che questo Prodi non è poi così male?