È morto ieri uno dei più significativi rappresentanti del mondo politico e sindacale del dopoguerra berico. Aveva 84 anni
Segnato dall’8 settembre che lo costrinse a rimanere prigioniero dei tedeschi a Berlino per due anni, al ritorno nella natìa
Codroipo iniziò la carriera nella Cisl di cui divenne segretario provinciale. Fu poi parlamentare Dc per nove legislature
Vicenza non sentirà
più il vocione rauco
di Onorio Cengarle
di Marino Smiderle
Aprivi quel portoncino, in stradella Barche, e prima ancora di vederlo, lo sentivi parlare a suo modo e al suo mondo. Parlava con l’amico e collega di tante battaglie, alla Cisl e alla Dc, Francesco Guidolin, oppure al telefono. Sentivi quei decibel inconfondibili rimbombare nelle pareti di quell’ufficetto dove, con solerzia ammirabile, cercava di sbrigare le pratiche burocratiche legate alle pensioni degli ex internati militari, una categoria un po’ sbertucciata da quest’Italia ingrata. Onorio Cengarle è stata la voce, anzi il vocione, di Vicenza. Il suo timbro, tonante, graffiante e rauco al tempo stesso ha echeggiato per cinquant’anni. Prima nelle fabbriche, per difendere i diritti dei lavoratori iscritti alla Cisl; poi in parlamento, per portare all’interno della Dc le istanze "laburiste" e trasformarle in leggi; infine all’interno dell’Imi, l’associazione creata per ricordare a tutti, politici in primis, che erano esistiti gli internati militari italiani.
Ieri il vocione di Onorio Cengarle sì è spento. Inutile dire che questo improvviso silenzio ha portato tristezza in tutti quelli che lo conoscevano e che gli volevano bene. «Perché era impossibile non volergli bene - ricorda Bruno Oboe, che cominciò a muovere i primi passi in Cisl proprio mentre Cengarle era segretario - anche se era un tipo duro, burbero. E come molti tipi burberi, sotto quella scorza trovavi l’animo di un uomo buono. Sembrano parole di circostanza, sempre utili da tirar fuori quando muore qualcuno. Ma io a lui devo molto, mi ha insegnato i primi rudimenti di un sindacato che adesso non c’è più, spazzato via dai cambiamenti pazzeschi. Ricordo che lui mi consigliò di iscrivermi alla selezioni del Centro studi di Fiesole. Altri tempi».
Cengarle era di Codroipo, un friulano duro come l’acciaio e temprato dalla sua incredibile avventura nella seconda guerra mondiale. Sì, acciaio inox nel dna, reso indistruttibile dal passaggio agli alpini del Battaglione Val Leogra. Come molti suoi coetanei, Cengarle sarà segnato dall’8 settembre 1943, l’anno che divise l’Italia: fascisti da una parte, partigiani dall’altra. Col piccolo particolare che, alla fine della guerra, quelli come Cengarle che rifiutarono di aderire alla Rsi e preferirono finire nelle galere militari della Germania, rischiarono di non essere considerati né carne, né pesce.
E lui ci ha sofferto, eccome se ci ha sofferto. Prima sulla propria pelle, passando due anni buoni prigioniero in Germania, prima dei tedeschi e poi pure dei russi. E poi sulla pelle dei propri simili, che dovettero combattere la battaglia delle scartoffie per vedersi riconosciuti i diritti più elementari mentre la giovane repubblica democratica muoveva con difficoltà i primi passi.
E pensare che il giovane alpino friulano, in quell’8 settembre, abbandonò gioiosamente il fucile nella conca di Gianina, in Grecia, pensando che la guerra fosse finita e che, di lì a poco, avrebbe potuto riabbracciare i propri cari. E invece, insieme ai suoi commilitoni, fu messo di fronte alla scelta: o di qui, o di là. Lui non ci pensò un momento e optò per la galera, a Berlino. «Io sono sempre stato dalla parte della democrazia», amava ripetere. Furono due anni di stenti, di rischi inenarrabili. Poi, la fine, la liberazione.
«A Berlino finì tutto l’8 maggio - ci raccontò Cengarle un paio di anni fa -. Sì, fu quello il nostro 25 aprile. E il caso volle che capitò proprio nel giorno del mio compleanno. Era un caos totale, avvelenato dalle violenze dei sovietici. Che avranno avuto certo i loro ottimi motivi per odiare i nazisti, ma che si comportarono da macellai. Noi approfittammo del disordine per entrare in qualche negozio e rifarci il guardaroba. Speravamo che arrivassero gli americani, ma così non fu. Andai anche in Wilhelmstrasse per verificare che Hitler fosse davvero morto. Vidi solo rovine».
«Nessuno dall’Italia ci reclamava - aggiunse con amarezza - e dovemmo arrangiarci per tornare. Quando arrivammo, a settembre, cominciammo a dare una mano per ricostruire l’Italia che ci aveva dimenticato».
«Il segretario generale della Cisl nazionale dell’epoca, Giulio Pastore - ricorda Gigi Copiello, segretario provinciale della Cisl - lo inviò prima a Mantova, dove venne eletto segretario generale, e poi a Vicenza. Siamo nel 1951, comincia l’era della sua guida alla Cisl che durerà fino alla metà degli anni 60».
Non sono anni facilissimi, per l’economia e l’industria di Vicenza. Ci sono grandi aziende con l’acqua alla gola e Cengarle, oltre che a trattare con i padroni, ha le sue belle gatte da pelare con l’altro sindacato, la Cgil, più barricadero e, come si diceva all’epoca, cinghia di trasmissione del partito comunista. Comunque, insieme alla Cgil, Cengarle segue tutte le soluzioni di ingresso del capitale pubblico per salvare aziende vicentine in crisi: Lanerossi/Eni nel 1962, Smit/Nuovo Pignone nel 1964, Recoaro Terme/Eagat nel 1968, Pellizzari/Iri nel 1970, Smalterie bassanesi/Gepi nel 1976.
«Io lo ricordo come sindacalista capace e sanguigno - dice Giorgio Sala, che ha condiviso con Cengarle la scena politica essendo stato sindaco di Vicenza dal ’62 al ’75 - e poi come parlamentare democristiano sempre attento ai temi del lavoro. Uomo di carattere, seppe affrontare e risolvere controversie molto delicate. Come politico, poi, non ebbe vita facilissima all’interno della Dc del tempo. Io lo ricordo bene, e con me lo ricordano tutti quelli della mia generazione. Sembra preistoria, ma le correnti, gli schieramenti diversi, a volte rendevano dura la lotta all’interno dello stesso partito. Cengarle, poi, non militava nella corrente allora fortissima a Vicenza, quella vicina all’on. Mariano Rumor. Lui stava con Forze Nuove, la corrente di Carlo Donat Cattin, quella cosiddetta operaista. Ebbene, nonostante io non facessi parte dello schieramento rumoriano, posso dire che lo stesso Rumor guardava con rispetto e stima a questo suo avversario interno. Altri tempi, davvero».
Ha fatto nove legislature, è stato sottosegretario, ma se qualcuno avesse chiesto se si sentisse più politico o sindacalista, Cengarle avrebbe risposto sicuramente sindacalista. E, ancor di più, cislino, perché alla Cisl ha dato il meglio di sè e della Cisl aveva un ricordo, come dire, nostalgico, e non solo perché gli ricordava gli anni ruggenti. Due anni fa Il Giornale di Vicenza riuscì a mettere attorno a un tavolo tutti i segretari provinciali che, in 55 anni, si sono succeduti alla guida di questa sigla sindacale. C’era Franca Porto, da poco eletta e che adesso è segretario regionale, tutta contenta nel trovarsi a fianco questi monumenti viventi e nel sentirsi considerata una buona allieva. E lui, Cengarle, disposto a raccontare qualche aneddoto di un passato che gli era rimasto conficcato nel cuore.
«Noi eravamo un po’ i pionieri del sindaco - diceva senza nascondere l’orgoglio - e per dimostrarlo basta ricordare un episodio marginale ma significativo. Viale Verona, stabilimento della Pellizzari, un giorno capito da quelle parti e vedo che alle donne dell’Udi è stato concesso di appendere al muro un quadro con l’effige di Stalin. Tempo dopo incontro il padrone, una volta si chiamavano così, e mi viene spontaneo chiedergli: "Senta, come mai ha consentito alle donne dell’Udi di appendere un quadro di Stalin?". La sua risposta fu immediata: "Lei è della Cisl? Non c’è problema, faccia ballare le figlie di Maria e siamo pari"».
E il Cengarle oratore dove lo mettiamo? Quanti discorsi avrà fatto, sfruttando quel vocione memorabile, in piazza dei Signori? Tanti, tantissimi, ma non solo in piazza dei Signori. E, senza voler andare indietro ai comizi delle campagne elettorali, quando non c’erano troppe tv e, quindi, i comizi contavano davvero, basta fermarsi agli ultimi, controversi, per certi versi vergognosi tafferugli verbali verificatisi in occasione delle ultime celebrazioni legate al 25 aprile.
Una, in particolare, è rimasta impressa a chi ha avuto la ventura, o la sventura, di essere in piazza dei Signori il 25 aprile del 2005. Fu il giorno della gazzarra, con Sante Sarracco, di An e, quindi, ritenuto un fascista dalla folla e ricoperto di insulti e contumelie. Il discorso ufficiale avrebbe dovuto tenerlo lo storico Silvio Lanaro, ma per un equivoco assurdo (lo storico era sul palco ma, pare, non venne riconosciuto) gli organizzatori pensarono che se ne fosse andato. Morale della favola, serviva un degno sostituto.
Chi scelsero, secondo voi? Neanche a dirlo, Onorio Cengarle, che non si era preparato alcun discorso scritto ma che era rimasto schifato dall’accoglienza riservata a Sarracco. Senza temere di andare contro l’umore di quegli urlatori, prese il microfono a due mani e ci sparò tutto quel che restava della sua voce più rabbiosa del solito. «Chi è intervenuto prima di me - grida dopo aver ricordato i valori della resistenza - aveva tutto il diritto di farlo in quanto rappresentante del Comune di Vicenza. Abbiamo fatto la lotta di liberazione proprio per aver diritto di parola, perché tutti avessero diritto di parola. Queste contestazioni non vi fanno onore e non fanno onore alla città di Vicenza».
Questo era Cengarle, uno pronto a sostenere le proprie idee anche a costo di scontrarsi con gli avversari del momento. E lo riconosce anche Massimo Calearo, presidente degli Industriali di Vicenza, che ha voluto ricordare il sindacalista scomparso. «È stato un grande vicentino - ha detto - perché tale possiamo considerarlo anche se era nato in Friuli. Di lui mi è rimasto impresso l’impegno di alpino, durante la seconda guerra mondiale, pagato con la deportazione in Germania. E poi la grande passione mostrata negli anni della ricostruzione che hanno mantenuto viva l’eredità di quegli uomini e quelle donne che fecero nascere la nostra Italia».
Cengarle, per la verità, era già morto cinque anni fa. Peraltro dopo l’ennesima orazione pronunciata in piazza dei Signori in occasione della Festa della Liberazione. Rideva ancora di quel macabro equivoco, il friulano dalla pellaccia dura. Fece un discorso duro, controcorrente, come sempre. Era il tempo della guerra in Iraq, a Vicenza c’era appena stata una grande manifestazione pacifista con le bandiere arcobaleno, e l’ex deputato democristiano attaccò così: «È facile oggi parlare di pace e dichiararsi contro la guerra. Ma se nel ’43, dopo l’8 settembre, i partigiani non avessero preso le armi cosa racconteremmo adesso ai nostri figli? Quegli uomini hanno riscattato l’onore dell’Italia e, grazie a loro, il 25 aprile possiamo celebrare la festa di tutto un popolo, uscito dall’incubo di un passato dittatoriale».
Poi prende la parola il sindaco, Enrico Hüllweck, e Cengarle, un po’ provato, si emoziona. Poi si sente male, sviene. Attimi di paura, che fortunatamente si trasformeranno in sollievo pochi minuti dopo: nulla di grave. Ma succede un fatto strano, un tam tam di notizie che, ad ogni rullio di tamburi, cambia fattezza. Succede che all’orecchio dell’ex ministro Mario Toros, friulano e amico di Cengarle, la parola malore arrivi tradotta in morte. Sì, è morto Cengarle, perbacco, che tristezza. Appena il tempo di telefonare al Gazzettino per dettare la partecipazione sotto il titolo «Morto Onorio Cengarle, 82 anni, padre fondatore della Cisl friulana prestato alla politica».
«Il mio amico Mario - commentò divertito Cengarle - ha equivocato sul malore che avevo avuto il 25 aprile in piazza dei Signori durante la celebrazione della Liberazione, ne ha parlato con qualcuno che a sua volta ha riferito ad altri ingigantendo ed aggiungendo. Alla fine è uscito il necrologio. Che dovevo fare? Ho telefonato a Toros e gli ho detto che da lui mi aspetto una cassetta di Cabernet. Anzi poi l’ho risentito ed ho aggiunto... una confezione di Merlot».
Ci piacerebbe poterlo chiamare un’altra volta, per ridere di un’altra bufala giornalistica, di un altro errore, un fraintendimento. Purtroppo quel rassicurante vocione non è più in grado di smentire la notizia che, per dovere, siamo costretti a mettere in pagina.