
TRAGEDIE AMERICANE
L ’unica vittima vicentina della guerra in Iraq
Quattro anni fa moriva in Iraq
Marino Smiderle
Sono passati quattro anni e ancora, nei vari siti dedicati ai caduti in Iraq, accanto al nome di Leif Nott c’è la sigla KIA, killed in action. Il tenente Leif Nott, promosso capitano dopo la morte, è l’unica vittima vicentina della guerra in Iraq. Sì, perché questo cadetto di West Point è nato a Vicenza, ci ha vissuto per 13 anni insieme alla mamma, vicentina del quartiere Ferrovieri, Raffaella Fadiga, e al papà, il sergente Leslie Nott, prima di trasferirsi in Germania e poi in Wyoming, negli Stati Uniti. Leif, 24 anni, morì a Belaruz, una cinquantina di miglia a nord est di Baghdad, la notte del 30 luglio 2003. Un’inchiesta dettagliata di Jefferson Morley, del Washington Post, ha stabilito però che l’ufficiale vicentino, cadetto di West Point, non è morto in azione: a falciarlo sono state le raffiche di mitra dei commilitoni, mentre stava rientrando alla base.
La ricostruzione del quotidiano, poi confermata dall’esercito americano, parte dalle 21,30 di quella tragica notte. A circa 200 metri dal posto comando dell’Alpha Troop, di cui Nott fa parte, ci sono degli iracheni che stanno sparando. L’ufficiale vicentino è fuori di pattuglia, insieme ad alcuni soldati e a un interprete iracheno, Musa. Dà ordine ai soldati Young e Anderson di scortare l’interprete e di avvicinarsi al luogo da cui provengono gli spari. Scopriranno poco dopo, secondo la testimonianza del sergente Anderson, che si trattava di un matrimonio e che gli invitati stavano festeggiando a colpi di AK-47.
Sospiro di sollievo degli americani, che però decidono di portare tre iracheni in caserma per accertamenti, come si dice in questi casi. E con loro, pure le armi. Nel momento di salire a bordo del mezzo corazzato Bradley, Nott riceve una chiamata. C’è un intervento urgente in corso in un’altra zona e il mezzo serve là. Poco male, pensa il tenente vicentino, visto che la caserma americana non è molto lontana. Autorizza l’autista del Bradley ad allontanarsi e, intanto, le tenebre si sono impadronite di Belaruz. Nott si incammina nella strada principale, se si può chiamare così, della città, insieme ai tre iracheni ammanettati, alla dottoressa Emily Devers, ai soldati Ty Hensley e Mickey Anderson, e all’interprete Musa. Piccolo, ma cruciale, dettaglio: Nott non ha la radio con sè e non ha modo di comunicare con la base.
Morale della favola, il fatto che fossero lontani, il fatto che fosse notte, il fatto che ci fossero armi, non si sa bene cos’altro, quando il gruppetto guidato da Nott arriva nei pressi del comando, succede il finimondo. Da un Bradley parcheggiato di fronte all’ingresso del comando partono raffiche di mitra. Nott viene colpito in pieno e muore sul colpo, mentre ad Anderson viene spappolato il ginocchio. Ferito anche l’interprete e gli altri iracheni ammanettati.
Questo è quel che è realmente accaduto quella notte a Belaruz. Errori di questo genere, purtroppo, sono frequenti, anche se, nel caso degli Usa, paiono troppo frequenti. È però inaccettabile che gi alti papaveri dell’esercito americano abbiano tentato di nascondere l’accaduto, avvalorando la tesi della morte in battaglia.
È stato il papà di Leif, Les Nott, per 23 anni sergente dell’esercito americano, a mettere in moto l’inchiesta, a seguito della rivelazione del sergente Anderson. «Suo figlio non è morto come vogliono farle credere - gli disse il giorno del funerale - e io posso testimoniare com’è andata veramente».
Les Nott ha così chiesto ai congressisti e ai senatori del Wyoming di chiedere lumi. E dall’investigazione accurata è saltato fuori che Anderson aveva ragione: il ten. Leif Nott venne ucciso da proiettili americani. «Mio Dio - ha dichiarato al Washington Post - hanno sparato a sette persone, Leif è morto, Anderson non camminerà mai più in modo normale. E gli iracheni, erano ammanettati. Tu non puoi sparare a un prigioniero ammanettato solo perché sei in Iraq. Siamo un esercito, non un branco di barbari».
«Il modo in cui hanno tentato di nascondere quel che è successo - ha aggiunto Les Nott - mi fa vergognare di essere serviti da un esercito come questo. Io sono stato orgoglioso di servirlo per 23 anni e non riesco ancora a credere che si siano comportati così». Errori, per quanto tragici, capiteranno in tutte le guerre. Ma i tentativi di nasconderli non possono essere tollerati, almeno per rispetto nei confronti di coloro che sono morti e per le rispettive famiglie. Al termine dell’inchiesta, l’esercito ha riconosciuto che Leif Nott è morto per fuoco amico. Ma non lo ha dichiarato ufficialmente, solo ai diretti interessati. Ecco perché, nei siti, Leif resta KIA.





