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lunedì 30 luglio 2007

La triste storia di Leif Nott


TRAGEDIE AMERICANE
L ’unica vittima vicentina della guerra in Iraq
Quattro anni fa moriva in Iraq






Marino Smiderle
Sono passati quattro anni e ancora, nei vari siti dedicati ai caduti in Iraq, accanto al nome di Leif Nott c’è la sigla KIA, killed in action. Il tenente Leif Nott, promosso capitano dopo la morte, è l’unica vittima vicentina della guerra in Iraq. Sì, perché questo cadetto di West Point è nato a Vicenza, ci ha vissuto per 13 anni insieme alla mamma, vicentina del quartiere Ferrovieri, Raffaella Fadiga, e al papà, il sergente Leslie Nott, prima di trasferirsi in Germania e poi in Wyoming, negli Stati Uniti. Leif, 24 anni, morì a Belaruz, una cinquantina di miglia a nord est di Baghdad, la notte del 30 luglio 2003. Un’inchiesta dettagliata di Jefferson Morley, del Washington Post, ha stabilito però che l’ufficiale vicentino, cadetto di West Point, non è morto in azione: a falciarlo sono state le raffiche di mitra dei commilitoni, mentre stava rientrando alla base.
La ricostruzione del quotidiano, poi confermata dall’esercito americano, parte dalle 21,30 di quella tragica notte. A circa 200 metri dal posto comando dell’Alpha Troop, di cui Nott fa parte, ci sono degli iracheni che stanno sparando. L’ufficiale vicentino è fuori di pattuglia, insieme ad alcuni soldati e a un interprete iracheno, Musa. Dà ordine ai soldati Young e Anderson di scortare l’interprete e di avvicinarsi al luogo da cui provengono gli spari. Scopriranno poco dopo, secondo la testimonianza del sergente Anderson, che si trattava di un matrimonio e che gli invitati stavano festeggiando a colpi di AK-47.
Sospiro di sollievo degli americani, che però decidono di portare tre iracheni in caserma per accertamenti, come si dice in questi casi. E con loro, pure le armi. Nel momento di salire a bordo del mezzo corazzato Bradley, Nott riceve una chiamata. C’è un intervento urgente in corso in un’altra zona e il mezzo serve là. Poco male, pensa il tenente vicentino, visto che la caserma americana non è molto lontana. Autorizza l’autista del Bradley ad allontanarsi e, intanto, le tenebre si sono impadronite di Belaruz. Nott si incammina nella strada principale, se si può chiamare così, della città, insieme ai tre iracheni ammanettati, alla dottoressa Emily Devers, ai soldati Ty Hensley e Mickey Anderson, e all’interprete Musa. Piccolo, ma cruciale, dettaglio: Nott non ha la radio con sè e non ha modo di comunicare con la base.
Morale della favola, il fatto che fossero lontani, il fatto che fosse notte, il fatto che ci fossero armi, non si sa bene cos’altro, quando il gruppetto guidato da Nott arriva nei pressi del comando, succede il finimondo. Da un Bradley parcheggiato di fronte all’ingresso del comando partono raffiche di mitra. Nott viene colpito in pieno e muore sul colpo, mentre ad Anderson viene spappolato il ginocchio. Ferito anche l’interprete e gli altri iracheni ammanettati.
Questo è quel che è realmente accaduto quella notte a Belaruz. Errori di questo genere, purtroppo, sono frequenti, anche se, nel caso degli Usa, paiono troppo frequenti. È però inaccettabile che gi alti papaveri dell’esercito americano abbiano tentato di nascondere l’accaduto, avvalorando la tesi della morte in battaglia.
È stato il papà di Leif, Les Nott, per 23 anni sergente dell’esercito americano, a mettere in moto l’inchiesta, a seguito della rivelazione del sergente Anderson. «Suo figlio non è morto come vogliono farle credere - gli disse il giorno del funerale - e io posso testimoniare com’è andata veramente».
Les Nott ha così chiesto ai congressisti e ai senatori del Wyoming di chiedere lumi. E dall’investigazione accurata è saltato fuori che Anderson aveva ragione: il ten. Leif Nott venne ucciso da proiettili americani. «Mio Dio - ha dichiarato al Washington Post - hanno sparato a sette persone, Leif è morto, Anderson non camminerà mai più in modo normale. E gli iracheni, erano ammanettati. Tu non puoi sparare a un prigioniero ammanettato solo perché sei in Iraq. Siamo un esercito, non un branco di barbari».
«Il modo in cui hanno tentato di nascondere quel che è successo - ha aggiunto Les Nott - mi fa vergognare di essere serviti da un esercito come questo. Io sono stato orgoglioso di servirlo per 23 anni e non riesco ancora a credere che si siano comportati così». Errori, per quanto tragici, capiteranno in tutte le guerre. Ma i tentativi di nasconderli non possono essere tollerati, almeno per rispetto nei confronti di coloro che sono morti e per le rispettive famiglie. Al termine dell’inchiesta, l’esercito ha riconosciuto che Leif Nott è morto per fuoco amico. Ma non lo ha dichiarato ufficialmente, solo ai diretti interessati. Ecco perché, nei siti, Leif resta KIA.

Cecilia la bulgara

Cinque bulgare e un medico palestinese possono tirare un sospiro di sollievo dopo sette anni di carcere libico






Marino Smiderle
Il sorriso di una radiosa Cecilia Sarkozy è l’epilogo charmant di una storia cupa. Cinque infermiere bulgare e un medico palestinese hanno potuto prendere un aereo con le insegne della République française e lasciarsi alle spalle otto anni d’inferno, passati nella carceri della Libia con un’accusa tanto orribile quanto falsa: aver infettato con i letali bacilli dell’Aids quattrocento bambini all’ospedale El-Fath di Benghazi, provocandone la morte in almeno 50 casi.
Per ben due volte i tribunali di Tripoli non hanno avuto esitazioni e hanno condannato alla pena capitale quelli che ritenevano i responsabili di un crimine orrendo e, però, anche senza motivo. Al di là delle scriteriate supposizioni formulate da Gheddafi e dal suo entourage, secondo i quali le infermiere e il medico altro non erano che foschi agenti della Cia e del Mossad (prima obiezione: se anche fosse, che motivo avrebbero avuto per macchiarsi di un delitto così aberrante quanto inutile?), e al di là delle sentenze emesse dalla magistratura libica, il documento su cui vale la pena di fare più affidamento è l’inchiesta condotta da due insigni medici europei, il francese Luc Montagnier e l’italiano Vittorio Colizzi. I due autorevoli esperti in materia vennero chiamati dagli stessi magistrati libici per elaborare una perizia sul caso e, dopo attente analisi, il risultato fu chiaro: «L’infezione dal virus dell’HIV contratta dai bambini ricoverati all’ospedale Al-Fateh di Benghazi negli anni 1997-98-99 è stata presumibilmente provocata dall’uso di siringhe contaminate dal sangue di un bambino infetto. Questo piccolo paziente che ha originato il contagio era presente in ospedale prima dell’aprile 1997».
Ora, tenuto conto che le infermiere bulgare arrivarono a Benghazi dopo quella data, vale la pena ricordare una lettera che lo stesso prof. Colizzi scrisse al presidente della Corte di giustizia libica. Dopo aver ribadito l’inconsistenza scientifica delle controdeduzioni di un gruppo di medici libici che sosteneva invece che il contagio era stato provocato intenzionalmente dall’equipe bulgara, Colizzi aggiunge: «Abbiamo l’impressione che lo scopo di questo rapporto libico fosse quello di spostare la responsabilità dagli organi dirigenti dell’ospedale (che è statale, ndr) al personale bulgaro. Naturalmente questo personale può condividere parte della responsabilità nella gestione sanitaria dell’ospedale, seguendo o non seguendo determinate pratiche precauzionali, ma questo non significa affatto che abbiano deliberatamente portato avanti una criminale azione di contagio nei confronti dei bambini».
Ma il dettagliato rapporto di Montagnier e Colizzi non è stato tenuto nella minima considerazione da parte della magistratura, che per due volte ha condannato a morte gli imputati. L’ultima sentenza è stato ribaltata da... Cecile Sarkozy e, soprattutto, dall’Ue che ha saldato il conto, versando 500 milioni di euro (un milione per ogni famiglia coinvolta) e ottenendo in cambio la commutazione della pena in ergastolo, da scontare in Bulgaria. E non appena l’aereo è atterrato a Sofia, il presidente, Giorgi Parvanov, l’ha trasformata in carta straccia, decretando la libertà immediata per tutti, compreso il medico palestinese a cui aveva concesso la cittadinanza bulgara mentre era ancora in carcere in Libia.
Ed è stato proprio il medico palestinese, Ashraf Alhajouj, a raccontare questi otto anni d’inferno. «Siamo stati trattati come animali - ha rivelato nel corso di una conferenza stampa a Sofia - ci hanno torturato in modo atroce, anche con scosse elettriche, siamo stati picchiati e privati del sonno».
«Non potremo dimenticare, né perdonare, solo Dio può farlo», ha poi aggiunto il medico trentottenne nato in Egitto, vissuto quasi sempre in Libia estradato a Sofia assieme alle sue compagne di detenzione e con loro graziato tra le proteste della Libia. Alhajouj - ricorda l’agenzia Ansa - ha ribadito di non aver mai commesso l’orribile crimine per cui era stato inizialmente condannato a morte assieme alle infermiere ed ha detto che farà il possibile per dimostrarlo. «L’ospedale di Bengasi dove i bambini si sono ammalati e dove alcuni sono morti di Aids ha concluso - era una struttura in condizioni terribili. Quel posto sembrava una stalla tanto era sporco e le scorte di materiale sanitario erano gravemente carenti».
Dello stesso tono le rivelazioni delle infermiere, che nel corso di questi hanno subito ogni genere di tortura. «Per porre fine a questo calvario - hanno detto - abbiamo firmato delle confessioni che non sono assolutamente veritiere». Kristiyana Vulcheva, pochi minuti dopo il suo arrivo all'aeroporto di Sofia ha cercato di spiegare il proprio stato d’animo alla Sofia News Agency. «Avevamo paura di dire a voce alta quel che sognavamo. Ci hanno informato di quel che stava succedendo alle quattro del mattino e abbiamo lasciato il carcere alle sei meno un quarto. D’ora in poi cercherò di tornare alla vita normale».
Secondo Flaminia Bussotti dell’Ansa, «l’accordo firmato con l’Ue garantisce a Tripoli maggiore accesso dei suoi prodotti al mercato comune. Inoltre rappresenta uno sdoganamento del Paese e un biglietto d’ingresso nel club della comunità civile dopo la lunga quarantena seguita all’ attentato di Lockerbie del 1988 a un aereo Usa della Pan American in cui morirono 270 persone. La Libia d’altra parte ha molto da offrire all’occidente e all’Ue in particolare: oltre alle riserve di petrolio, la cooperazione nella lotta al flusso di immigrati clandestini».
Colizzi, contento per il rilascio delle infermiere, non si dimentica dei bambini da curare. A Elisabeth Rosenthal dell’International Herald Tribune ha dichiarato: «In Libia le cure non sono il massimo e possono peggiorare: non dimentichiamoci di loro».

sabato 28 luglio 2007

Il blogger come Raffa



L’INCONTRO. Pino Giaramida è partito da New York per rivedere Renzo Ghiotto, l’amico vicentino con cui passò tre mesi indimenticabili alla scuola allievi carabinieri di Alba nel 1967


L’abbraccio lungo quarant’anni

Marino Smiderle
MONTEBELLO
È all’uscita autostradale di Montebello che il tempo diventa una melassa gelatinosa e si confonde in un abbraccio lungo quarant’anni. Giuseppe Giaramida, detto Pino, scende da una Fiat Idea grigia noleggiata un paio d’ore prima all’aeroporto di Bologna e non ha neanche bisogno di mettersi a cercare con lo sguardo. Lorenzo Ghiotto, detto Renzo, gli corre incontro e le lancette dell’orologio cominciano a impazzire, a correre all’indietro. I due sessantenni ritrovano i giovani di vent’anni che erano nell’estate del 1967, quando passarono tre mesi insieme alla scuola allievi carabinieri di Alba (Cuneo). Tre mesi importanti, pochi per costruire un futuro ma più che sufficienti per cementare un’amicizia rimasta intonsa nonostante 36 anni di lontananza e di mancanza di comunicazioni.
«Non sei cambiato per niente, ti avrei riconosciuto in mezzo a mille». «Neanche tu, sei sempre il solito. Hai notizie di quell’ufficiale bastardo che ci faceva impazzire? Com’è che si chiamava...».
Ah no, basta coi nomi. Punto dolente, visto che né il buon Pino da New York si ricordava il nome dell’amico vicentino, né il buon Lorenzo da Montorso si ricordava il nome dell’amico siciliano, figurarsi se vengono fuori i nomi degli ufficiali. E invece, piano piano, all’ombra di un albero provvidenziale sistemato nel campetto del parcheggio autostradale, i nomi fioccano, i ricordi piovono, le lacrime di gioia sono trattenute a stento per lasciare il posto a sorrisi di nostalgia.
«L’ultima volta che ci siamo visti - ricorda Pino Giaramida, arrivato da New York con la moglie Pina - è stato nel luglio del 1971, la data in cui abbiamo scattato la foto che ho inviato al giornale per ritrovare ’sto mascalzone».
«Come potrei dimenticare quel giorno - interviene Lorenzo Ghiotto, accompagnato per l’occasione dalla moglie Meri -. Ti hanno detto che era a lavorare alla Lowara e hai chiesto di Renzo Ghiotto in portineria. Caso voleva che il padrone avesse il mio stesso nome e ti hanno portato da lui».
Già, i nomi, che inghippo per questa amicizia riallacciata miracolosamente dall’insistenza di Giaramida che, al telefono da New York, ha setacciato gli uffici della Leva di Vicenza, di Verona e chi più ne ha, più ne metta. Senza uno straccio di nome non si va da nessuna parte, gli dicevano. E lui niente, avanti a testa bassa (vedi articolo a fianco).
«Il guaio è che nella mia famiglia abbiamo diversi precedenti di arteriosclerosi - rivela Pino - e non c’è da stupirsi se io non mi ricordo i nomi. Però le missioni impossibili mi affascinano e se sono qui con Renzo, vuol dire che così impossibile questa missione non era».
«Ma ti ricordi? - attacca Ghiotto -. Al corso carabinieri tu eri perfetto nel cucire i pantaloni, nel rendermi presentabile il cubo». «Per forza - risponde Giaramida - avevo detto ai superiori che da civile facevo il sarto e così mi hanno riempito di lavoro extra. E tu, invece, che hai raggiunto il metro e ottanta nel salto in alto, hai poi fatto atletica?». «Macché, ho pure litigato con l’ufficiale che voleva mandarmi a Bologna, alla compagnia atleti».Ma che hai fatto in questi 40 anni? E tu? Ecco, scatta il momento dei racconti. Con Renzo da Montorso che si è sposato, ha fatto tre figli, ha lavorato una vita alla Lowara di Montecchio e adesso, da pensionato, si dedica con passione al rilancio della squadra di calcio del paese, La Contea; e con Pino che, dopo aver annunciato di persona a Renzo il proprio matrimonio nel ’71 («Matrimonio complicato, visto che mio padre era contrario», rivela la signora Pina), decise di partire per gli Stati Uniti.
«Al termine del corso di Alba - spiega il siculo-americano - venni destinato a Palermo...». «Sì - lo interrompe Renzo - e mi ricordo che passasti tutto il giorno a piangere, non volevi rassegnarti a lasciare il gruppo che avevamo formato e io invece ero contento di andare a fare la guardia alla caserma Pluto di Longare, più vicino a casa». «Già - prosegue Pino - ma alla fine andai a Palermo e iniziai a fare il servizio. Chiesi la mano di Pina a mio suocero, che me la rifiutò, perché ero carabiniere e, sai com’è, in Sicilia non avevano una gran fama. E poi avrei potuto sposarmi solo a 28 anni, e lui non voleva aspettare così a lungo».
Fu in quel frangente, gennaio 1968, che ci fu il terremoto del Belice. «Il mio paese è Santa Ninfa - ricorda - e il terremoto lo colpì in pieno. La mia allora fidanzata Pina perse due zie e una cugina e io prestai servizio di soccorso proprio in quei giorni. Fu drammatico, perdemmo tutto, mio padre decise di partire per gli States. Io lo raggiunsi, con Pina, alla fine del ’71, pochi mesi dopo essere venuto a trovare Renzo».
Gli inizi in America sono duri, Pino fa il muratore ma presto cambia genere. «Avviai un negozio di alimentari che ho tenuto aperto per 23 anni - racconta - e adesso, da qualche anno, mi dedico alla distribuzione e servo alcune scuola di Manhattan». Nel frattempo fa due figli e va ad abitare in una casa patriarcale che ospita i cinque fratelli, tutti emigrati da Santa Ninfa. «Poi le famiglie si sono ingrandite e noi abbiamo deciso di andare ad abitare in una casa singola, nel Queens».
Vite così, semplici, normali, eppure adesso rimescolate dall’incontro alla "Carramba che sorpresa", perfetto per una riedizione del programma di Raffaella Carrà. «Grazie a te ho imparato a stimare i siciliani», afferma Ghiotto; «Grazie a te ho imparato a bere i grappini», replica Giaramida.
Il tempo di metterli in posa per ricostruire, 36 anni dopo, la foto che li ha fatti ritrovare, e poi li lasciamo soli. Come si dice in questi casi, hanno tante cose da raccontarsi. Perché per mettere ordine nella melassa del tempo, confusa dalla nostalgia della gioventù, non resta che trasformare le emozioni in ricordi, e i ricordi in parole.

Ma è stata
dura trovarlo
senza il nome

Tutto comincia a metà luglio con una lettera scritta a stampatello spedita a New York e indirizzata al direttore del Giornale di Vicenza. «Caro direttore, sto cercando di mettermi in contatto con un mio amico vicentino che non vedo da 36 anni». Seguono alcuni dettagli, tipo i tre mesi trascorsi assieme alla scuola allievi carabinieri di Alba dal maggio all’agosto del 1967 e una visita compiuta qualche anno dopo. «C’è un problema - prosegue la lettera - non mi ricordo come si chiama. Mi pare Gardini, ma potrebbe benissimo essere un errore della memoria. Siccome sto per partire per l’Italia, vorrei tanto che mi deste una mano a ritrovarlo». Firmato, Pino Giaramida.
Lì per lì, abbiamo pensato che non c’era proprio niente da fare. Pochi dettagli per poter cominciare una ricerca in così breve tempo e, diciamo la verità, probabilità scarsissime di approdare da qualche parte. Poi però Pino telefona, ci chiede se abbiamo ricevuto la lettera e ci chiede pure qualche numero di telefono di anagrafe e ufficio Leva. «Aiutatemi, vi prego».
Pubblichiamo un piccolo articolo con i pochi dati a disposizione per risalire all’amico, ma nessuno si fa avanti. Poi, sabato scorso, Pino telefona un’altra volta. «Mia moglie ha trovato una foto della nostra visita all’amico. Può servire?».
E cavolo, Pino, se può servire. La pubblichiamo, nella speranza, invero remota, che qualcuno riconosca il "ricercato". Ci telefona Riccardo Pancera, un vecchio amico: «Quello che cercate è Renzo Ghiotto». Altre due telefonate per arrivare a Montorso e il gioco è fatto.

venerdì 27 luglio 2007

Eterodiretti

Un bacio alla fidanzata, alla moglie, all'amante in una delle tante meravogliose piazze di Roma è un'esperienza speciale. Verrebbe da dire romantica, se il termine non fosse desueto. Roma ha sempre aiutato e vorremmo continuasse a farlo. Non è che i baci gay ci entusiasmino, ma non siamo certo tra quelli che pretendono che Roma (o Venezia, o Firenze, o New York) sia esclusiva di noi etero. Quindi, che cavolo li arrestate a fare?

giovedì 26 luglio 2007

Gramigna decheguevarizzato

Così Padova ripristinala legalità

Le trappole delle banche

Le trappole
poco segrete
delle banche

Un piccolo imprenditore vicentino, Mario Gresele, ha inviato un’email che invita alla riflessione. «Riportare i successi delle nostre aziende, siano esse artigianali o industriali - scrive - è gratificante per noi cittadini che ci sentiamo sempre tartassati, a tutti i livelli. Sarebbe forse opportuno che, vista l’autorevolezza conquistata sul campo, seppure a livello interregionale, svolgeste una piccola inchiesta nel settore bancario, su tassi attivi e passivi, costi dei mutui e così via. In poche parole, vorrei sapere se vi risulta che nella realtà vicentina sia stato applicato il decreto Bersani in merito all’automatismo che, se si rialzano i tassi passivi (per il cliente), conseguentemente si dovrebbero rialzare anche quelli attivi. È mai possibile che gli interessi per un mutuo medio di 100 mila euro a 10 anni possano aumentare di 80-90 euro mensili, mentre un deposito del medesimo importo aumenti in rendimento di 8-10 euro, sempre mensili?».
Sono considerazioni che ogni titolare di conto corrente sarebbe pronto a sottoscrivere. E a proposito della mancata applicazione del decreto Bersani nel settore delle banche, le associazioni che tutelano i diritti dei consumatori hanno diffuso, proprio in questi giorni, i dati dell’inchiesta fatta in casa. «Sono arrivati migliaia di reclami da parte dei consumatori - ha spiegato il presidente dell’Adusbef, Elio Lannutti - sulla simmetria dei tassi (14.711), la portabilità dei mutui (2.507), la cancellazione dell’ipoteca (522) e la penale sui mutui (347). In un anno solo la simmetria dei tassi ha comportato un indebito lucro di 5,3 miliardi e i cittadini ci rimettono dai 300 ai 500 euro l’anno».
Ora, piuttosto che aggrapparsi a difese stampate su codici legislativi di cui diventa complicata non solo la comprensione, ma soprattutto l’applicazione, l’unica arma che rimane nelle mani del cliente-correntista è quella che gli fornisce la concorrenza.
Voi dite, le banche sono tutte uguali. È vero solo in parte. La vostra banca, tutte le banche, da più di un decennio, si comportano esattamente come negozi di calzature. Provate a pensare: da chi andate a comprare un paio di scarpe? Dal negozio che le vende belle e comode, sempre che il prezzo sia abbordabile. In caso di problemi finanziari, magari siete propensi a comprare quelle più economiche, magari lasciando per strada un po’ di qualità. Per il conto corrente è lo stesso. Se voi ve lo fate online, via internet, magari dovrete sopportare qualche limitazione concreta, tipo assegni e dintorni, ma state certi che il tasso d’interesse è dieci volte più alto degli altri. Idem per il mutuo.
In altre parole, così come fate il giro dei negozi in centro per comprare le scarpe che giudicate più convenienti, allo stesso modo dovreste fare per le banche. È faticoso, va detto, perché richiede applicazione e, in certi casi, studio. Conviene usare queste armi, piuttosto che protestare.

Sanintesa a blocchi

BANCHE. Entro fine agosto gli istituti di credito che si sono fatti avanti dovranno far pervenire le offerte vincolanti

La Bpvi in fila
per le filiali
di SanIntesa

Marino Smiderle
VICENZA
Com’è complicato comprare una banca. E pure aggiudicarsi qualche sportello, diciamo 200, o giù di lì, non è certo uno scherzo. Da quando l’Antitrust ha imposto al gigante nato dall’unione di Banca Intesa e Sanpaolo di vendere le 198 agenzie ritenute in contrasto con le norme sulla concorrenza, siamo ancora alla "data room", come si dice in gergo finanziario (comprensibile solo a pochi eletti, per la verità), cioè al momento in cui il venditore mette a disposizione dei potenziali acquirenti le informazioni necessarie per poter pervenire all’offerta vincolante. Allora, per riassumere: domani si dovrebbe chiudere la "data room" e le banche interessate avranno tempo fino alla fine di agosto per presentare l’offerta di acquisto vincolante.
Siamo solo al termine della fase preliminare, dunque, ma si può già dire che tutto gioca a favore del venditore. Considerata l’appetibilità degli sportelli, divisi in quattro lotti, Piemonte, Lombardia, Nord est e sud Italia, e considerato il numero dei pretendenti, l’asta che si scatenerà porterà nella casse di Intesa Sanpaolo qualcosa come un miliardo e mezzo di euro, secondo le stime degli esperti. Sempre che l’asta e il caldo di agosto non portino a lievitare ulteriormente prezzi che già sembrano eccessivi, anche se il mercato non è nuovo a simili pazzie.
Si è messa in fila anche la Banca Popolare di Vicenza, che ha un discreto free capital da investire e che, come ha più volte dichiarato il presidente, Gianni Zonin, non vede l’ora di arrivare a quota 800 sportelli, considerati l’obiettivo di medio periodo. Dai piani di via Framarin ci si muove con la riservatezza che richiedono queste operazioni, ma pare che l’offerta presentata non riguardi tutti e quattro i lotti, ma solo due, probabilmente quelli relativi alle filiali del Piemonte e del sud Italia, zone in cui la Bpvi vorrebbe rafforzarsi.
Ci fossero i bookmakers londinesi, però, il successo della Bpvi sarebbe dato a una quota molto bassa, diciamo dieci a uno. A godere dei favori de pronostico ci sono, in prima battuta, i francesi del Credit Agricole, già soci di Banca Intesa da cui ha "ereditato" la maggioranza di Friuladria e di Cariparma. Già forte di suo, il gruppo creditizio francese ha stretto un’alleanza col Credito emiliano proprio per presentare un’offerta consistente su tutto il blocco. Evidentemente i due istituti hanno già raggiunto un accordo sulla futura spartizione e, comunque, in questo modo partono in pole position. C’è poi un’altra vecchia "nemica" di Bpvi all’orizzonte, quella Veneto Banca di Montebelluna che già vinse la tenzone sulla Banca Popolare di Intra, un altro tormentone durato, tra una cosa e l’altra, un annetto e conclusosi poi lo scorso autunno. Anche l’istituto diretto da Vincenzo Consoli ha pensato di unire le forze con altri istituti per poter presentare un’offerta concorrenziale su tutti e quattro i lotti di filiali; per questo ha raggiunto un accordo con Banca Popolare di Bari, Cassa di risparmio di Genova e Credito Valtellinese. Peraltro Veneto Banca ha un precedente incoraggiante in materia, visto che nel 2002 si aggiudicò i 135 sportelli messi in vendita da Capitalia in consorzio con Carige e Cr Rimini.
C’è poi il Monte dei Paschi di Siena, che ha le spalle sufficientemente larghe per presentare da sola un’offerta unitaria per tutto il pacchetto messo all’asta da Intesa Sanpaolo e che, con Credit Agricole, si contende la prima fila.
Di fronte a questi colossi e a queste coalizioni, è facile capire i motivi per cui Bpvi sarebbe quotata 10 a 1 dai bookmakers. Resta però tutto il mese di agosto per studiare l’incartamento e per organizzare la possibilità di stringere alleanze in modo da presentare un’offerta complessiva. Popolare di Milano e Popolare dell’Emilia Romagna potrebbero diventare i compagni di cordata per poter avere più possibilità di raggiungere la vetta.

Pensionati privilegiati

In un paese normale, e in Europacen’è più d’uno per fortuna, uno versa un certo numero di contributi previdenziali e, al termine della sua attività lavorativa, percepisce una pensione parametrata al "tesoretto" accumulato negli anni. Più lavora, più contributi versa, più alta sarà la pensione. Quando nei dibattiti tra esperti sentite parlare di metodo contributivo, vuol dire che parlano di un
paese normale, effettivamente esistente o desiderato. I politici italiani dicono da sempre divoler ritarare il sistema pensionistico nazionale secondo il sistema contributivo, ma nei fatti continuano a dare colpi di piccone a questo principio
elementare per privilegiare quello che si chiama sistema retributivo e che potrebbe
essere riassunto in un semplice slogan: i giovani pagano per i vecchi. Siccome stiamo diventando un paese di vecchi, grazie ai progressi della sanità e alla minore propensione a procreare, comincia a diventare complicato spremere i giovani. Bene, di fronte a questa evidenza, il governo ha licenziato una riforma delle pensioni che, per trasformare il famigerato scalone in tanti scalini, richiede un surplus di contributi di 10 miliardi di euro.
E da chi li prendiamo questi
contributi? Ma dai giovani,naturalmente. Non solo. Li prendiamo dai giovani più in difficoltà, quelli che non hanno avuto la fortuna di essere assunti col contratto a tempo indeterminato. La riforma prevede infatti che 4,4 dei 10 miliardi
necessari siano recuperati aumentandodi trepunti di aliquota
in tre anni la percentuale di contribuzione dei cosiddetti parasubordinati. Sì, a essere spennato è il popolo dei cococo, fatto da giovani che stanno mettendo a fatica il naso nel mondo del lavoro e che, di fronte a questa bastonata, probabilmente cercherà un modo per lavorare in nero.
D’accordo, i contributi Inps non sono imposte masono accantonamenti che, un giorno,
dovrebbero tornare nelle tasche di chi li ha versati. Tutto questo in un paese normale, cioè in un paese in cui vige il sistema contributivo di cui sopra.
Ma se invece il giovane di oggi deve sperare che a pagare la sua pensione siano i giovani di domani, quante probabilità ci sono di tornare in possesso di quanto versato? E poi dicono che non si deve parlare di scontro tra generazioni. Lo scontro c’è, e i sindacati, numeri di tessere allamano, anziché difendere i diritti dei più svantaggiati finiscono col farele sentinelle del privilegio, anche se parlare di privilegio a proposito di pensionati può far sorridere. Eppure è così, poche storie. E vale la pena ricordare cosa voleva la sinistra comunista, cioè abolire lo scalone tout court, che avrebbe voluto dire, ricordano Tito Boeri e Agar Brugiavini su lavoce.info, «35 miliardi in più di spesa previdenziale in dieci anni a carico della fiscalità generale, il tutto per proteggere 129.500 pensionandi d’anzianità, molti dei qualiprovenienti dal pubblico impiego e ben pochi da lavori considerati usuranti». Si è scelta la via di mezzo,promettendodirecuperare 4,4 miliardi dai collaboratori e 3,5 da riordino degli enti previdenziali, una chimera,
quest’ultima, che si tradurrà con un incremento generale dei contributi previdenziali generali già al livello più alto in Europa. Senza contare il fatto che, di fronte a questa mannaia, col cavolo che ci saranno così tanti collaboratori da spremere anche in futuro. Ma non c’è da preoccuparsi: l’Italia non è né un paese normale, né un paese europeo.

Sindaco in fuga da Peschici

LA TESTIMONIANZA. Il sindaco di Schio, Luigi Dalla Via, è a Peschici in vacanza con la famiglia da una decina di giorni. «Ieri giornata torrida, c’erano 45 gradi»

«Eravamo in campeggio
ci hanno fatti scappare»

di Marino Smiderle

«Via, via». Poco dopo mezzogiorno il sindaco di Schio, Luigi Dalla Via, in vacanza a Peschici da una decina di giorni, deve caricare moglie e figli sul monovolume e fuggire, letteralmente, dal camping Manacore. «Via, via», intimano i funzionari della Protezione civile. Non c’è tempo da perdere, il fuoco sta per arrivare. Dal camping si vede il fumo che s’alza alto dal centro di Peschici. Il Manacore è otto chilometri a sud, ma tira vento e per molti bagnati non resta altra via di fuga che il mare. In poche parole, è il panico.
«No, panico no - racconta il sindaco Dalla Via - ma di sicuro abbiamo avuto paura. Vedevamo il fumo ma non abbiamo avuto notizie particolari. Cos’è successo, di preciso?».
Due morti e diversi feriti. Questo il bilancio drammatico di un giorno d’inferno. Dalla Via ancora non lo sa. Nel tardo pomeriggio, quando è stato raggiunto al cellulare, il primo cittadino di Schio era appena arrivato a Vieste, improvvisato campo profughi organizzato in velocità dalla Protezione civile.
«Mamma, due morti. Addirittura».
Ammutolisce. Si rende conto che la confusione vissuta nelle ore precedenti è in realtà una tragedia. «Che fosse una giornata strana l’ho capito appena sveglio - rivela -. Va bene che a luglio in Gargano è caldo, ma quando ho visto il termometro raggiungere i 45-46 gradi, ho preso un po’ paura. Il giorno prima, per capirci, c’erano 35-36 gradi: 10 in più sono tanti, anche a queste latitudini».
«E poi il vento, un vento forte e caldo - racconta - credo sia stata quella la causa di questo disastro. Ha spinto le fiamme fino in città e molti sono stati costretti a fuggire».
Sfollati. Questo è il termine più appropriato per definire la situazione della famiglia Dalla Via e di altri migliaia di turisti che si sono trovati a Vieste. «La polizia ci ha detto che non possiamo muoverci da qui: non possiamo andare né a nord, né a sud. In attesa che l’allarme rientri».
Ma l’allarme, per stasera, non rientra. Le forze dell’ordine mobilitate per l’occasione lavorano senza sosta e danno informazioni per coloro che si trovano senza un tetto. «Noi non abbiamo grossi problemi - osserva Dalla Via - specie se ci paragoniamo con quelli che sono stati feriti. Per noi, al massimo, si tratta di un fuori programma, un’interruzione delle vacanze. E per quanto riguarda le forze dell’ordine, gli uomini della Protezione civile, non posso che parlarne bene. In questa condizione di emergenza ci hanno fornito tutte le indicazioni necessarie, senza caos, anzi, con molta precisione ed efficienza. Poco fa è venuto il vicesindaco di Vieste per verificare lo stato delle cose. La macchina organizzativa funziona benissimo, niente da dire».
Già, però sempre sfollati sono. Le scuole di Vieste, per una notte, potrebbero fungere da alberghi improvvisati. E le aule da camere d’emergenza. Non c’è bisogno di coperte, visto che il clima non richiede di questi accorgimenti. Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, manda gli elicotteri dell’esercito. Bertolaso, dal canto suo, dice che tutto parte dalla mano di criminali. Sembrano cronache dal fronte, storie di guerra e invece stiamo parlando di un’ordinaria estate sulle coste italiche. «Sì, ma ho idea che questa vacanza ce la ricorderemo per un pezzo - conclude Dalla Via -. Sole e mare stavolta sono stati travolti dal fuoco e poteva anche andar peggio se non ci fosse stato il pronto intervento delle forze dell’ordine, della Protezione civile. Paura? No, non abbiamo neanche avuto il tempo per avere paura. Meglio così».

Se l'economia è tradizione

ENOGASTRONOMIA. Marketing e pubblicazioni per rilanciare un settore non sfruttato appieno

Economia e tradizione il binomio funziona

Marino Smiderle
VICENZA
La tradizione enogastronomica potrebbe anche essere un’industria se solo ci fosse la consapevolezza di avere sul tavolo, e sui campi, un tesoro economico di inestimabile valore. «Il guaio è che ad Asiago, per esempio, si contano sulle dita di una mano le aziende in grado di esportare i propri prodotti tipici - spiega Vladimiro Riva, consigliere delegato di Vicenza è - e preferiscono conferire le proprie produzioni a grandi consorzi che provvederanno a commercializzare la merce. Ci fosse un po’ più di attenzione, di convinzione nei propri mezzi, si potrebbe ottenere molto di più, da tutte le tipicità della provincia, e l’economia vicentina ne trarrebbe sicuramente un grande vantaggio».
Di qui ad alzare bandiera bianca, però, ce ne corre. Tanto è vero che Dino Menarin, presidente della Camera di commercio, al momento del suo insediamento (sei anni fa), ha cominciato subito a premere sull’acceleratore di una macchina chiamata marketing avanzato. Più che marketing, sarebbe più giusto definirla cultura del territorio. «Sì, ho creduto subito nel progetto proposto da Riva - spiega Menarin - e adesso siamo arrivati alla conclusione della collana di volumi editi dall’editore Terra ferma dedicati ai prodotti enogastronomici della nostra provincia. Una media di due volumi all’anno per rilanciare un settore che non è stato valorizzato abbastanza».
Camera di commercio, Vicenza è, Provincia, questi gli enti che hanno avviato i motori di una campagna promozionale per i prodotti tipici di una tradizione che vale oro. Tanto è vero che l’ultimo volume della serie (vedi articolo qui a fianco) ha come sottotitolo "Il ricettario della provincia d’oro". «Ma se qualcuno ci vuole vedere un collegamento con uno dei settori industriali più importanti per la nostra zona - aggiunge Menarin - non sbaglia di certo».
Vogliamo fare il conto dei prodotti tipici della provincia di Vicenza? Partendo dagli asparagi di Bassano e dal risol vialone nano di Grumolo di Abbadesse, si arriva ai fagioli di Posina e ai piselli di Lumignano, passando per il radicchio di Asigliano, le patate di Rotzo, le ciliegie di Marostica, il broccolo fiolaro di Creazzo e il sedano di Rubbio. E vogliamo dimenticare il mais di Marano? Si potrebbe continuare, ma non si possono dimenticare coloro che questi prodotti li lavorano ai fornelli, trasformandoli in prelibatezze: i cuochi vicentini, che hanno fatto in modo che le guide di Vicenza è uscissero e diventassero dei best seller.

C’è un po’ di emozione, nella sala riunioni di Vicenza è. E si capisce, visto che il volume "La cucina di tradizione vicentina" (Edizioni Terra Ferma) è il 15° e ultimo per la serie "Calieri". Piccolo inciso: questa è una collana veneta e il fatto che il 50 per cento delle pubblicazioni sfornate da Terra Ferma sia di pertinenza vicentina inorgoglisce un po’ i rappresentanti istituzionali e quelli dei ristoratori vicentini riuniti per presentare l’ultima opera. All’incontro erano presenti anche gli assessori provinciali in pectore Dino Secco e Antonio Mondardo.
È un’opera accattivante, sia dal punto di vista dei contenuti che dal punto di vista della grafica. Il merito, nel primo caso, va a Vladimiro Riva e ad Antonio di Lorenzo: il primo ha fatto un viaggio a ritroso lungo il percorso, reso affascinante dalla nostalgia, dei bei tempi andati; il secondo si è prodotto in un saggio documentato e nello stesso tempo ricco di aneddoti e simpatiche punture che invitano a gustare col palato della storia le ricette in tutta la loro magnificenza.
Certo, il palato della storia può entrare in funzione solo dopo il palato tout court. Perché, c’è da giurarci, le soddisfazioni maggiori vengono dalla sperimentazione concreta delle ricette vicentine. Il libro è in vendita da ieri, costa 20 euro e, se per coloro che vengono da fuori costituisce un invito irrinunciabile a calarsi nel segreti meravigliosi della tavola berica, per gli autoctoni diventa la sfida a copiare i ristoratori.

lunedì 23 luglio 2007

Tre genitori: mamma, mammo e papà

FAMIGLIE
Succede anche che ci si trovi con tre genitori






Marino Smiderle
Quanti genitori può avere un bambino? La legge, su questo punto, non ha mai avuto dubbi: due. A seconda dei vari paesi, ci possono essere varianti sul sesso, nel senso che in alcuni casi alle coppie omosessuali è concesso avere/adottare dei figli, ma sul numero dei genitori non si fanno eccezioni: due donne, una donna e un uomo, due uomini. Sempre due, insomma, una coppia, almeno per la legge.
Succede un fatto nuovo ad Harrisburg, Pennsylvania. Due lesbiche, Jodilynn Jacob, 33 anni, e Jennifer Lee Shultz-Jacob, 48, conviventi dal 1996 e coppia riconosciuta da una "civil-union license" (un Dico, per capirci) rilasciata in Vermont nel 2002, decidono di avere un figlio, anzi due, e in entrambi i casi usufruiscono di un donatore di sperma conosciuto, Carl L. Frampton Jr, amico di entrambe.
Le cose vanno bene, la coppia vive felicemente insieme e, anzi, adotta pure due figli del fratello di Jodilynn, di 12 e 13 anni. Ogni tanto il donatore va a trovarle, fa dei regalini ai bimbi, che non disdegnano di chiamare papà quel signore così gentile. Il quale non si sogna nemmeno di rivendicare alcun diritto e, ovviamente, non si aspetta che qualcuno gli faccia presenti dei doveri. I genitori dei bambini sono le due donne, punto e basta.
Almeno fino a quando l’unione civile dura. Succede, nel febbraio del 2006, che la coppia scoppi. I bimbi rimangono con Jodilynn, a cui, ovviamente, spettano gli alimenti. In un primo tempo il tribunale stabilisce che l’ex compagna versi 1.000 dollari al mese per contribuire al sostentamento dei figli. Quest’ultima non ci sta e cita in giudizio niente meno che l’amico donatore. Caro Carl Frampton, gli dice, visto che eri così vicino ai bambini e visto che sono nati grazie al tuo seme, paga anche tu la tua quota di alimenti. Ma come, risponde l’altro, io mica ho chiesto niente, vi ho fatto un favore, i genitori siete voi, cosa cavolo c’entro? Il tribunale, in prima istanza, gli dà ragione. Ma la Corte Suprema della Pennsylvania scrive un nuovo capitolo nella storia del diritto di famiglia: i genitori possono essere tre e tutti e tre devono provvedere al sostentamento economico dei figli.
Era già successo qualcosa del genere in Canada e in Australia, ma le implicazioni di questa sentenza rischiano di essere devastanti. Elizabeth Marquardt, vicepresidente dell’Institute for American Values, ha ricordato sull’Herald Tribune che in alcune situazioni di coppie che cercano a tutti i costi di avere un figlio, ci possono essere fino a cinque persone coinvolte nella complicata operazione: oltre alla coppia interessata, il donatore di sperma, la donatrice dell’ovulo e magari anche colei che si presta a ospitarlo per la gestazione. «Se noi consentiamo che ci siano tre genitori legali, perché non potrebbero essere cinque?», si chiede piuttosto polemicamente.
«I bambini fortunati hanno tante persone che gli vogliono tanto bene quanto i genitori - conclude Marquardt - ma nell’interesse di questi bambini nessun tribunale dovrebbe rompere la regola che fissa a quota due il numero dei genitori legali». Con tutti i diritti che si possono e si devono riconoscere alle coppie omosessuali, a cominciare dal contratto civile di convivenza, questa lezione insegna che se si accetta che possano anche avere dei figli i problemi che ne derivano, oltre a precludere la normale crescita dei bambini, finiscono col sovvertire quelle che sono le naturali regole di una comunità civile che, piaccia o no, ha ancora nella famiglia uno dei suoi pilastri fondamentali. Se insistiamo a dare a questo pilastro delle picconate, prima o dopo vien giù tutto.

Spie da guerra fredda

GRAN BRETAGNA-RUSSIA. Gli inglesi chiedono invano l’estradizione di un uomo accusato di omicidio
La spia che venne col polonio
Situazione da guerra fredda con i bombardieri di Mosca intercettati dai Tornado della Raf sui cieli scozzesi
I dissidenti russi considerano il presidente Putin il mandante di queste missioni criminali
Mario Scaramella è finito nel ciclone dell’indagine ed è stato arrestato per una torbida storia di truffe






Marino Smiderle
Questa è una storia che comincia all’alba di questo millennio, con l’elezione a presidente della Russia di quello che era stato fino ad allora il responsabile dell’Fsb, l’ex Kgb. O, forse, comincia ancora prima, quando a capo della Russia c’era un personaggio discusso, col vizio del bere ma anche con l’indubitabile merito di avere iniettato in quel paese immenso robuste dosi di libertà e democrazia, almeno secondo gli standard di quelle latitudini. E finisce, per il momento (luglio 2007), col decollo in volo dei Tornado della Raf britannica decollati per respingere la minaccia o la provocazione, fate voi, di quattro bombardieri russi TU-95 arrivati a sfiorare-invadere lo spazio aereo della Scozia. In mezzo ci sono decine di giornalisti russi uccisi in circostanze misteriose (un nome per tutti: Anna Politkovskaya) e un ex funzionario fuggito a Londra e lì ucciso con una contaminazione di polonio radioattivo arrivato nella capitale britannica nella valigetta di un assassino proveniente dalla Russia.
Romanzo straordinario, si direbbe, se non fosse che questo intrigo di spie, di assassini, di politica internazionale dal sapore antico di guerra fredda è dannatamente vero. E corre sul filo di due capitali europee cruciali per il mondo che verrà, Londra e Mosca, ora più lontane e gelide che mai. Partendo dalla fine, la settimana scorsa i Tornado britannici hanno avuto nel mirino i bombardieri russi arrivati sui cieli della Scozia. È la risposta più scriteriata che ci potesse essere alla richiesta di estrazione presentata dalla Gran Bretagna alle autorità di Mosca nei confronti di Andrei Lugovoi, sospettato da Scotland Yard e dai servizi segreti di Sua Maestà di essere stato l’autore, nel novembre del 2006, dell’omicidio dell’ex colonnello del Kgb Aleksander Litvinenko. La cosa certa è che l’assassino di Litvinenko ha usato il polonio radioattivo, una sostanza di difficile reperibilità, in quantità industriale, mettendo a repentaglio la vita di diversi cittadini britannici, oltre che dell’italiano Mario Scaramella, il controverso personaggio finito in carcere in Italia per una torbida e confusa storia di truffe e traffico di armi. Quanto basta per indurre Gordon Brown, da poco primo ministro, ad andare fino in fondo contro il collega russo Vladimir Putin.
Già, Putin. Litvinenko, prima di morire, ha avuto il tempo di accusare direttamente il presidente russo di essere il mandante del suo omicidio. Accusa ribadita da Boris Berezovski, uomo d’affari moscovita che, dopo essere stato uno stretto confidente di Eltsin e sponsor dello stesso Putin, nel 2000 ha chiesto e ottenuto asilo politico in Gran Bretagna e da allora vive e lavora a Londra. Lo stesso Berezovski che, sempre a Londra, già una volta è scampato a un attentato e che, nei giorni scorsi, ha indotto la polizia britannica ad arrestare un sicario arrivato da Mosca per ammazzarlo.
L’intreccio si fa complicato ma, a sintetizzarlo al massimo, si potrebbe dire che gli accusatori di Putin dicono che il presidente sta sguinzagliando i propri sicari moscoviti anche al di fuori dei confini russi per ammazzare tutti quelli che ritiene dei nemici e che, in passato, figuravano dalla parte degli amici; dal canto suo il Cremlino replica che sono accuse infamanti e, di fronte al rigetto della richiesta di estradizione di Lugovoi, ricordano che Londra stessa ha rifiutato di estradare Berezovski, accusato in patria di tutte le possibili nefandezze. Lo stesso Berezovski che, da tempo, dichiara pubblicamente che la Russia dovrebbe sbarazzarsi di Putin se vuole procedere verso la vera democrazia.
Nel frattempo la comunità russa di Londra si è fatta sempre più cospicua e i dissidenti anti-Putin formano una specie di club che, adesso, è guardato a vista dalle guardie del corpo organizzate dal governo inglese. Oltre ad Akmed Zakayev, ex guerrigliero che partecipò alla riconquista della Cecenia, ad Alex Goldfarb, un biochimico che aiutò Litvinenko a fuggire, c’è anche Elena Tregubova, una giovane, brava e avvenente giornalista che, in un suo libro tradotto anche in Italia (I mutanti del Cremlino, edizioni Piemme), racconta gli anni dell’ultimo Eltsin e del primo Putin vissuti da giornalista, senza nascondere il gustoso dettaglio "rosa" di un presunto invito galante fattole dallo stesso Putin durante una pausa pranzo a un sushi bar di Mosca. Elena Tregubova, che lavorava per il giornale Kommersant un tempo di proprietà di Berezovski, ha resistito in Russia, tra mille traversie e un attentato dinamitardo che poteva costarle la pelle, fino alla primavera di quest’anno. Poi ha chiesto asilo politico a Londra. «Ma non ho intenzione di rimanere zitta - ha dichiarato al Guardian - perché se lo facessi loro mi ammazzeranno silenziosamente. Io adesso sono in una condizione privilegiata perché posso parlare e scrivere liberamente. Io non ho armi nucleari, non ho dietro di me un’organizzazione come il Kgb. L’unica mia arma è il giornalismo».
Nell’intreccio spionistico tra Gran Bretagna e Russia e nell’affaire Litvinenko, c’è un retroscena piuttosto inquietante e riguarda proprio Lugovoi, di cui è stata richiesta l’estradizione perché ritenuto l’assassino. Bene, proprio nei giorni appena successivi all’omicidio, Berezovski chiamò Lugovoi per chiedergli di garantire un servizio di sicurezza a Elena Tregubova. Per un paio di giorni due sgherri mandati da Lugovoi protessero la giornalista e a dicembre dell’anno scorso, quando lei volò a Londra per incontrare Berezovski, ancora non aveva idea di chi ci fosse realmente dietro l’omicidio di Litvinenko. Non è stato gradevole scoprire che a proteggerla per due giorni erano stati degli uomini mandati da colui che avrebbe potuto avere interesse ad ucciderla. Il romanzo si fa sempre più complicato e avvincente. Chissà quando e come finirà.

domenica 22 luglio 2007

Il Maestro


ANNIVERSARI. OGGI A FUCECCHIO IL GRANDE GIORNALISTA SARA’ RICORDATO DAI SUOI CONTERRANEI, A SEI ANNI DALLA SCOMPARSA, UN TEMPO CHE E’ PASSATO INVANO

Montanelli e l’Italia immutata
di Marino Smiderle

Indro Montanelli diffidava della maggioranza. "Se il Giornale arriverà a vendere in edicola più di duecentomila copie vuol dire che abbiamo sbagliato qualcosa", diceva anche quando lo stesso Giornale fu rilevato da un editore che aveva obiettivi molto più ambiziosi. Un liberale elitario, un tantino snob, un uomo di destra che non si degnava di replicare alle accuse quotidiane di fascismo che venivano indirizzate a lui e al Giornale anche da chi, qualche anno dopo, si è trovato a militare in partiti o a lavorare in giornali che, nel frattempo, erano andati verso una destra molto più sguaiata e fracassona di quel che avrebbe tollerato lo stesso Montanelli. E' morto sei anni fa ma non un grammo dei suoi ideali, opinabili ma cristallini, ha trovato concreta applicazione in un'Italia che non cambierà mai.
Oggi a Fucecchio il grande giornalista sarà ricordato dai suoi conterranei e, in particolare, dal presidente della Fondazione Montanelli Bassi, Alberto Malvolti,e dal sindaco, Claudio Toni, che deporranno una corona di fiori sulla tomba.
Sei anni, si diceva, e non è cambiato nulla. Di più, non è cambiato nulla negli ultimi vent'anni. Spulciando nelle vecchie carte che racchiudono passioni utopistiche giovanili, è saltata fuori una cartellina che noi di Controcorrente giovani preparammo in occasione di un convegno gentilmente promosso da Montanelli, sempre indulgente nei confronti di chi aveva l'età per permettersi il lusso di coltivare illusioni. Ci sono le bozze di un articolo che sarebbe poi stato pubblicato nel primo numero della rivistina dell'associazione destinata a diffondere gli ideali del Giornale dell'epoca e, tra queste carte, un documento datato 6 agosto 1987. Si tratta della proposta di legge che aveva come primo firmatario Mario Segni (e tra i firmatari, curiosamente, c'è anche Pierferdinando Casini) e che aveva come scopo la modifica del sistema elettorale. Un tema a cui Montanelli riservò molto spazio, perché riteneva fosse l'unico modo per bloccare l'invadenza e l'onnipotenza dei partiti. Tangentopoli era di là da venire e il Giornale abbracciò la battaglia di Segni che, qualche anno dopo, sfociò in un referendum elettorale, considerata l'impossibilità dei partiti a provvedere in parlamento.
Montanelli si tuffò a pesce in questa battaglia di minoranza, su un tema apparentemente ostico e non certo appassionante. Non gli pareva vero di avere intorno a sé dei giovani che gli davano una mano, che speravano di poter cambiare, se non il mondo, almeno l'Italia.
Potesse risvegliarsi oggi e sfogliare un giornale, il grande Indro scoprirebbe che non è cambiato nulla, che tutti questi anni sono passati invano.

sabato 21 luglio 2007

Dalle Filippine con realismo


Intervista a GIOVANNI GENTILIN
di Marino Smiderle

«Temevo per lui, tirava aria strana»

La faccia simpatica di padre Giovanni Gentilin sbuca fuori dal video del computer. Miracoli di Skype e della webcam che trasferiscono voci e immagini da Manila a Vicenza in un nanosecondo. Il sacerdote canossiano di Arzignano è nelle Filippine da una vita, ormai, ed è logico che abbia vissuto i giorni del rapimento di padre Giancarlo Bossi con apprensione. Padre Bossi è stato rapito nel sud delle Filippine, in una zona dove gli estremisti islamici sono più radicati, mentre il canossiano vicentino sta a Manila, la capitale, che è un migliaio di chilometri più a nord. Ma quelle isole padre Gentilin le conosce come le sue tasche .
Dica la verità, ha avuto paura per padre Bossi?
Sarebbe stupido dire di no. Io, per la verità, conosco i filippini e pensavo che l’avrebbero rilasciato. Poi, però, è successa una cosa che mi ha allarmato e che mi ha fatto pensare il peggio.

Le autorità italiane non stavano portando avanti le trattative nel modo giusto?
No, tutt’altro, hanno fatto un lavoro perfetto. Però nella mia parrocchia circolava una strana preoccupazione, ho visto la gente filippina spaventata. Uno mi ha detto che si vergognava di quello che stava accadendo.

Si sentiva responsabile?
Il punto è che qui noi missionari siamo visti bene, siamo considerati gente che fa del bene alla popolazione. Se quei banditi ammazzano padre Bossi, mi dicevano i parrocchiani, non potremo più guardarti negli occhi. Da queste preoccupazioni dei locali ho dedotto che la vita di padre Bossi era davvero in pericolo.

Ma le Filippine non sono un paese a larga maggioranza cattolica? Come mai i preti finiscono nel mirino del terrorismo islamico?
L’82 per cento dei filippini professa la religione cristiano-cattolica. Però nella zona dove è stato rapito padre Bossi ci sono stati diversi problemi negli anni passati. C’è stato addirittura il tentativo di fare un referendum per staccarsi dallo stato centrale. Un ambiente, insomma, in cui i terroristi possono concepire ed eseguire facilmente i loro piani criminosi.

Ma cosa volevano dimostrare con questo rapimento? Chi volevano colpire?
Credo l’abbiano fatto per soldi, per chiedere un riscatto.

Dicono che non è stato pagato neanche un euro...
Dicono sempre così, ma io non ci credo molto. Comunque, l’importante è che padre Giancarlo sia stato liberato. Il resto non conta, in questo momento.

Lei lo conosce bene?
Certo, lavoriamo entrambi nelle Filippine e ci siamo visti diverse volte in questi anni. Però la sua parrocchia è molto lontana dalla mia, non lavoriamo a stretto contatto.

Lei non ha mai avuto paura? Voglio dire, che clima si respira a Manila?
Manila è più controllata e poi chi diavolo avrebbe interesse a fare del male a un sacerdote che gestisce una parrocchia di diseredati ancora raccolti attorno a una montagna di rifiuti?

Già, Tondo, la sua parrocchia è diventata famosa, sono venuti a visitarla in tanti. Come stanno andando le cose?
A dicembre festeggio i 18 anni di attività alla parrocchia di Tondo e, quando mi guardo in giro, non posso dire che le cose siano migliorate. Anzi.
Perché va tutto male?

Qualche anno fa lo stato aveva fatto sparire la montagna di rifiuti fumanti, la cosiddetta Smokey mountain, sulla quale vivevano decine di migliaia di poveri. Adesso la montagna di rifiuti è ricomparsa, a poche centinaia di metri dalla parrocchia, e altre migliaia di persone sono andate a viverci. Dico solo una cosa: nelle Filippine c’è il più alto tasso di corruzione dell’Asia.

In questi 18 anni è diventato così pessimista?
Non sono pessimista, sono realista.

Banca che ti passa

BANCHE. La città è diventata una piazza finanziaria d’eccellenza perché supporta un sistema industriale efficiente

Ora Vicenza
è “assediata”
da 120 filiali

Marino Smiderle
VICENZA
L’economia del Nord est, e del Vicentino in particolare, è stata, è e sempre sarà a prevalenza industriale. Di più, manifatturiera. L’ha ribadito il ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, l’altro giorno a Mestre, commentando a caldo il Rapporto annuale elaborato dalla Fondazione Nord Est. Parole sante, che però non possono prescindere dal progressivo avanzare di una rivoluzione, magari silenziosa ma estremamente visibile, del mondo del credito. La visibilità delle insegne luminose e variopinte, per esempio, inducono alla prima, ovvia considerazione: a Vicenza le banche sono sempre di più.
Parliamo di Vicenza città, cioè di quella che sta sempre più diventando una piazza finanziaria d’eccellenza, dove per finanziaria si intende la qualità più richiesta anche a una cittadella industriale come quella berica: il servizio professionale da garantire alle imprese e alle famiglie nel settore del credito e del risparmio. Dai significativi numeri che emergono dai confini comunali di Vicenza, saltano fuori ulteriori considerazioni valide anche per le altre zone della provincia.
I numeri, dunque. La prima considerazione che qualsiasi signor Rossi potrebbe fare è che le grandi fusioni che hanno caratterizzato i grandi gruppi bancari nazionali non sono servite a disboscare la varietà cromatica delle insegne degli sportelli. In città abbiamo contato 38, dicasi trentotto, insegne diverse; segno inequivocabile che 38 banche hanno le radici ben piantate in città. Per un totale di 120 sportelli, visto che alcune banche hanno diverse filiali sul territorio comunale: una filiale ogni 900 vicentini, bambini compresi.
Se noi consideriamo le due ultime megafusioni che hanno caratterizzato il mercato del credito, possiamo vedere che a Vicenza esistono ancora banche con insegne diverse ma riconducibili a un unico gruppo. Intesa Sanpaolo, per esempio, conserva tre "marchi": Banca Intesa, Cariparo e Banca Fideuram; Unicredit, dopo la digestione di Capitalia, si ritrova a Vicenza con le insegne di Unicredit Banca d’Impresa, Unicredit Private banking, Unicredit Banca (e fin qui è la normale organizzazione funzionale del gruppo), Banca di Roma-Capitalia e Bipop Carire; il gruppo Banco Popolare deve gestire insieme Banca Bipielle, Banca Aletti, Banca Popolare di Verona e Credito Bergamasco.
Ora, al di là della razionalizzazione che avverrà sicuramente nei prossimi mesi (sennò che senso ha fare le fusioni), resta il fatto che avere uno sportello su questa piazza è diventato un must. L’ultima ad arrivare, in ordine di tempo, è stata la Cassa di risparmio di Ferrara, che ha aperto i battenti in via Mazzini. Ed è proprio tra via Mazzini e via Framarin che si è andata rafforzando quella che potremmo definire la City di Vicenza, anche se la propaggine storica della finanza berica arriva nel cuore della città, nel centro che custodisce i più preziosi palazzi vicentini che ospitano, tra le altre, sedi operative e/o di rappresentanza di Banca Popolare di Vicenza, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Bnl.
Dovessimo fare una sorta di campionato della diffusione, Unicredit Banca, vince con 22 sportelli, davanti alla Popolare di Vicenza, che ne ha 20 e a Banca Intesa con 11. Se ragioniamo per gruppo, Unicredit allunga il passo con 29, e Intesa Sanpaolo sorpassa la Bpvi al secondo posto con 22 filiali.
A questa lista artigianale del credito mancano però alcune protagoniste importanti del settore. Banca d’Italia, per esempio, che è un po’ il generale in campo anche se non ha eccessivi contatti col pubblico, e le Poste, che invece custodiscono diversi miliardi dei vicentini; poi mancano anche tutte quelle società finanziarie che erogano prestiti, per non parlare di un attore emergente nel panorama della finanza nazionale come Palladio Finanziaria, che recentemente si è fusa con la bresciana Hopa e che si candida, quindi, a essere la Mediobanca del Nord Est negli anni a venire. Tutto con sede a Vicenza, dove industria fa rima con finanza.

giovedì 19 luglio 2007

Chi corre troppo

La disavventura autostradale del vicepresidente della Regione Veneto Zaia

C'è chi si converte all'islam


GIOVANNI ZANOLO
Da cattolico a islamico Così mi sono convertito
Nel Veneto sono il referente del Coreis, l’ente dei musulmani italiani, e seguirò una nuova rivista
Non sarò mai poligamo non perché mi limito ma proprio perché sono un vero musulmano

di Marino Smiderle

Giovanni un musulmano? Ma dai, non scherziamo. No, guarda, ti dico che è così, si è convertito. Ma va là... Espressioni di meraviglia, sorrisini di divertita sorpresa, gesti di sconsolata rassegnazione. Non viviamo in un bel mondo se anche nella redazione di un giornale la conversione religiosa di un collega diventa una notizia o, peggio, una brutta notizia, quasi l’interessato fosse stato colpito da una disgrazia.
Non viviamo in un bel mondo ma il mondo è questo qui, ammorbato da un terrorismo di matrice islamica che hai voglia a fare distinzioni, a dire che la maggioranza dei musulmani vive o dovrebbe vivere la propria religione in pace, che solo gli integralisti pretendono di instaurare una sorta di dittatura teocratica basata sulla legge della sharia: le bombe vengono avvolte da giustificazioni coraniche e non è certo un bel marketing per questa religione. Ed è anche il motivo per cui la conversione dal cattolicesimo all’islam di Giovanni Zanolo, collaboratore del nostro giornale, è stata presa, anche dalle menti più aperte, come un fulmine a ciel sereno.
Chi te l'ha fatta fare, Giovanni?
Non è certo stata una fulminazione sulla via di Damasco, come potresti pensare. E nemmeno un'infatuazione per le mistiche orientaleggianti. È stato un percorso lungo, difficile da spiegare a parole proprio perché interiore e molto personale.

Se non ricordo male eri cattolico praticante...
Confermo. E ho praticato fino al giorno prima della conversione.

Come si può rinnegare una religione per passare a un'altra?
No, guarda, non c'è niente da rinnegare. Ebraismo, Cristianesimo e Islam provengono dallo stesso Dio, ognuno a conferma del precedente. Ci si converte non perché si rifiuta la propria confessione, ma perché si riconosce la successiva.
Difficile da capire. Sta di fatto che hai scelto di abbracciare l'islam nel momento più difficile. Come giudichi il fatto che da molti occidentali questa religione è vista come portatrice di terrorismo?
Gli uomini si fanno la guerra non perchè sono religiosi, ma perchè non lo sono più. I fondamentalisti usano i testi sacri per strumentalizzare le masse. C'è un fine ideologico e politico che non può essere trovato nel Corano.
Beh, però ci sono elementi della religione islamica oggettivamente in contrasto con le regole di convivenza civile occidentali. Pensiamo alla poligamia, per esempio...
Non bisogna fare confusione. L'islam può essere praticato integralmente anche in una società occidentale. Io sono italiano, e rispetto la regola che ogni buon musulmano dovrebbe rispettare, e cioè di non andare mai contro l'ordinamento dello stato ospitante. Quindi non sarò mai poligamo, ma non perché autolimito la mia coscienza di musulmano, ma proprio perché rispetto i dettami dell'islam.

Vuoi dirmi che la concezione della donna nell'islam è compatibile con le legislazioni occidentali?
Nell'islam uomo e donna hanno la stessa dignità, ci sono differenze di funzione ma questo non implica che quest'ultima venga vessata, sottomessa, o non possa partecipare alla vita sociale. La funzione maschile è quella di guida e la stessa donna richiama il marito qualora manchi al proprio ruolo.

Discorso scivoloso, pensiamo al velo e...
La donna non è obbligata a portare il foulard al di fuori dei momenti rituali.

E come prega un musulmano a Vicenza?
A differenza del cattolicesimo, ogni musulmano è sacerdote di se stesso. Non c'è un clero, o un monachesimo. Preghiamo cinque volte al giorno, compatibilmente con le situazioni. Il mio punto di riferimento, comunque, è la moschea al-Wahid di Milano.

E la figura dell'imam?
Bella domanda e, credo, questione chiave per il futuro dei musulmani in Italia. Io sono rappresentante per il Veneto della Coreis, la Comunità religiosa islamica italiana, presieduta dallo Shaykh Abd al-Wahid Pallavicini, e stiamo lavorando da tempo a una scuola di formazione per imam. Il problema è che, finora, molti imam sono stati imposti dall'estero. Noi puntiamo alla creazione di un Islam italiano e, in questo senso, siamo presenti nella Consulta per l'islam italiano del ministro dell’Interno, Giuliano Amato.

E tu? Come cambierà la tua vita di tutti i giorni con questa decisione?
C'è un importante progetto editoriale che, grazie a un'intesa fra Coreis e istituzioni italiane, dovrebbe partire proprio a Vicenza e che io dovrei seguire da vicino. Si tratta di una rivista nazionale, che si chiamerà Islamicità, nei cui confronti il Comune e il Centro produttività veneto hanno mostrato un forte interesse. Vorrebbe essere un veicolo di divulgazione, per unire due mondi che, al momento, hanno poche occasioni di confronto.

Ultima curiosità. Hai cambiato nome?
Per indicare la rinascita interiore per la conversione, ho scelto di chiamarmi Yahya 'Abd Al-Ahad, che vuol dire Giovanni il Battista servo dell’Uno.

martedì 17 luglio 2007

Nord Est, ritorno al futuro

IL RAPPORTO. Presentato ieri a Mestre l’ottavo studio annuale sui trend economico-sociali dell’area. Dopo il rallentamento del 2005, ora la macchina della crescita avanza con un più 2 per cento che lascia ben sperare per il futuro

Il Nord Est
torna al futuro
E tutti copiano


Marino Smiderle
inviato a VENEZIA
Il Nord Est è un vestitino elastico, che ognuno tira un po’ dove gli pare, senza mai strapparlo e, anzi, allargandolo e adattandolo al di là dei confini geografici originari. Per questo la domanda iniziale di Franco Antiga, vicepresidente di Veneto Banca, non è mica così balzana come potrebbe sembrare: «Che cos’è il Nord Est?».
Brusio al centro congressi del Laguna Palace, a Mestre, dove è assiepata la classe dirigente del Nord Est. E dove c’è pure il ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, uno che gode della stima di tutti, avversari politici compresi («È il miglior ministro del governo Prodi», lo vezzeggia il governatore Galan), e che si beccherà una quantità di applausi inversamente proporzionale al numero di voti che il centrosinistra becca da queste parti. Già, cos’è il Nord Est?
E vabbè, tra poco saliranno sul palco a dibattere dell’argomento niente meno che Giancarlo Galan, Riccardo Illy e Lorenzo Dellai, presidenti di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Provincia autonoma di Trento, tre personaggi che, per le istituzioni che rappresentano, bastano a dare una risposta classica alla domanda da terza elementare. Poi però prende il microfono in mano Daniele Marini, il direttore scientifico della Fondazione, uno che i numeri del Nord Est li snocciola come i preti recitano il rosario. Ti spara due slide sul megaschermo con due carte geografiche dell’Italia, una a chiazze colorate, l’altra piena di puntini.
«L’alfiere dello sviluppo economico - spiega - è la media impresa. E più alta è la concentrazione della media impresa, più efficace sarà lo sfruttamento della globalizzazione, considerata come opportunità».
Dunque il Nord Est è dove c’è la media impresa? In parte sì, visto che i puntini di massima concentrazione si trovano nel Nord Est geograficamente inteso. Ma poi si scopre che pure Lombardia, Emilia Romagna e, perché no, anche Piemonte e Marche seguono questa scia luminosa di formichine laboriose creatrici di sviluppo. Vedi, allora, che la domanda di Antiga non è poi così stupida?
Perché, prima di rievocare Robert Zemeckis e riassumere nella saga cinematografica di "Ritorno al futuro" l’attuale momento del Nord Est, è bene sapere che molti hanno copiato il modello, senza peraltro pagare i diritti. Questo per smentire le cornacchie che davano per bollito un sistema capace di riformarsi, riaggiornarsi e tornare, appunto, al futuro.
Impresa, famiglia e professionalità dei lavoratori. Ecco i valori fondamentali, illustrati sul palco da Marini e dal segretario alla ricerca della Fondazione Nord Est, Silvia Oliva. «La ripresa del Nord Est passa soprattutto attraverso questi fattori - argomenta Marini - che a ben vedere sono i fattori originari su cui si è fondato lo sviluppo».
Quanto ai numeri, non c’è dubbio che la ripresa ci sia stata e sia ancora in corso. Dopo il rallentamento dello 0,2 per cento del 2005, ribaltato dalla crescita del 2 per cento del 2006 e dall’analoga stima per l’anno in corso, il peggio sembra passato. «Il merito è soprattutto delle imprese - rivendica il presidente della Fondazione, Andrea Tomat - che hanno saputo aggiornarsi e sfruttare l’internazionalizzazione per trovare nuovi mercati». Nonostante le tasse insostenibili, vorrebbe aggiungere, e nonostante la burocrazia asfissiante.
Qualcuno, più prudente, avvisa che è sì merito, indubbio, delle imprese nordestine, ma che non bisogna dimenticare il volano della Germania, dell’Est Europa, paesi che hanno cominciato a tirare come fossero delle Ferrari e che si sono trascinati dietro le medie imprese del Nord Est, brave a farsi trovare ai box con un motore nuovo di zecca.
Si diceva di Bersani, l’unico ministro della squadra di Prodi che quando viene in Veneto non prende le pernacchie, anzi. E la platea, in un impeto di generosità, arriva perfino a digerire la sua difesa d’ufficio di questo primo anno di governo. «Abbiamo fatto una finanziaria da 90 mila miliardi delle vecchie lire - attacca Bersani - e sicuramente abbiamo sbagliato in qualcosa ma non abbiamo fermato la ripresa. E se parliamo di ridurre le tasse, io rispondo che non saremo mai in grado di farlo se prima non sarà ridotta l’evasione fiscale. Poi, è chiaro, sono il primo a dire che il ricavato di questa guerra all’evasione dovrà andare a beneficio dei contribuenti onesti».
Sorrisi di cortesia in sala, che diventano più convinti quando il ministro ricorda che «quest’area resterà un’altra a vocazione manifatturiera». I numeri della Fondazione dicono che c’è stato un calo del 4 per cento circa di questo tipo di imprese e una crescita del terziario. «Siamo in una fase di terziarizzazione - concorda il ministro - e il terziario crescerà ancora. Però bisogna saper leggere questo fenomeno: senza il cuore manifatturiero, buona parte di questo terziario non ci sarebbe nemmeno».
Vola alto, Bersani, e per una volta, approfittando della benevolenza del pubblico, evita di fare riferimenti alla politica quotidiana. Spezza solo una lancia a favore delle bistrattate liberalizzazioni da lui avviate («Nessuno dice che, grazie ai provvedimenti sulla telefonia cellulare, l’inflazione in Italia è tra le più basse in Europa») e poi invita il Nord Est a non brontolare più contro Roma. «Andate là e menate, piuttosto», conclude. Occhio che qui la prendono in parola, signor ministro.

La normalità del Nord Est

L’EDITORIALE

La normalità
del Nord Est
è la ricetta
della ripresa


Marino Smiderle

Niente di nuovo sul fronte nordorientale. E già questa è una bella notizia, considerando che, solo un paio di anni fa, le campane a morto facevano da sottofondo a qualsiasi discussione su Nord Est e dintorni. Siamo diventati splendidamente normali, è questa la conclusione a cui è giunto l’8° Rapporto della Fondazione Nord Est, presentato ieri a Mestre.
Gli imprenditori di queste lande non erano mostri prima, negli anni in cui Giorgio Lago dava al Nord Est dignità di griffe, di marchio, e non sono scarsi adesso, negli anni della globalizzazione. È gente che sa fare bene il proprio mestiere, lo fa perché c’è una invisibile elichetta nel dna che li spinge a rischiare, a inventare, a produrre, ma che non fornisce certo i poteri di Superman, quelli che servirebbero per mandare all’aria la concorrenza sleale della Cina, sbarazzarsi del giogo di un fisco implacabile che tanto prende e poco o nulla dà (in termini di servizi) e dribblare il catenaccio feroce di una burocrazia insopportabile.
Famiglia, impresa e uomini professionalmente capaci. Questi sono gli ingredienti, sai l’originalità, che hanno permesso al Nord Est di ottenere i successi del passato e che, dopo aver ricacciato le cassandre in un angolo, gli consentiranno di fare una buona figura anche in futuro. Daniele Marini ha spiegato che oggi conta l’ossatura delle medie imprese e che queste non sono più solo nel Nord Est. In poche parole, abbiamo perso il copyright, visto che anche in Emilia, in Lombardia, in Piemonte e perfino nelle Marche, la ripresa economica ha per protagoniste queste attrici infaticabili.
Dicevano che bisognava sbarazzarsi del capitalismo familiare, che bisognava puntare sulla Borsa, ma se andate a vedere in che posizione di classifica gli imprenditori veneti ficcano la Borsa, la troverete agonizzare in zona retrocessione. No, qui si punta ancora sulla famiglia e, quanto al passaggio generazionale, basta qualche robusta iniezione di managerialità per evitare piazza Affari. Occhio a non illudersi, però. Le medie sono ancora troppo piccole e può darsi che alla prossima buriana si buschino una polmonite. La ripresa è un treno che è partito altrove e che qui sono stati bravi a prendere al volo. Normalmente bravi, come sempre.

Il terrore del Pakistan

La moschea
che divide
gli islamici
PAKISTAN. Il presidente Musharraf ordina l’attacco contro gli studenti filo-talebani e si schiera contro il terrorismo senza se e senza ma
Marino Smiderle

Il Pakistan è il migliore alleato degli Stati Uniti in un’area dove gli Stati Uniti sono visti come il fumo negli occhi. Il Pakistan è però lo stato da cui provenivano i talebani che avevano instaurato il regime delle tenebre in Afghanistan, imbevuti degli insegnamenti ricevuti nelle scuole coraniche di Peshawar, Quetta e pure della capitale Islamabad. E dove i talebani trovarono rifugio all’indomani dell’attacco sferrato dalla potente macchina bellica americana. La domanda che Bush e i suoi consiglieri si sono sempre fatti, specie dopo l’11 settembre 2001: il generale Pervez Musharraf da che parte sta?
L’ASSALTO ALLA MOSCHEA. A quasi sei anni di distanza sembra essere arrivata la risposta più chiara, quella più attesa dalla Casa Bianca. Musharraf sta dalla parte dell’occidente, della Nato, degli Usa e vuole sbarrare la strada al terrorismo di matrice islamica. Sembra di scoprire l’acqua calda, considerato che il generale, fin dal crollo delle torri gemelle, non perse tempo a dichiarare la propria vicinanza al governo e al popolo statunitense, cosa questa che gli procurò, negli anni immediatamente successivi, diversi attentati da parte dei movimenti terroristici e in alcuni casi si salvò per un pelo. Eppure, di fronte alle affermazioni ufficiali, restavano nell’ombra le operazioni dei servizi segreti pakistani a favore del rientro in patria dei talebani e la striscia di frontiera con l’Afghanistan, specie nel Waziristan, diventava il rifugio più sicuro per i terroristi combattuti dagli Usa. L’ambiguità di Musharraf e dei suoi più diretti collaboratori sembra essere svanita dall’ultimo tragico avvenimento: l’occupazione della Moschea Rossa da parte dei partigiani della sharia e la successiva decisione di intervenire da parte dell’esercito che ha avuto come conseguenza l’uccisione di una sessantina di persone. A seconda di dove la si voglia guardare, per Musharraf questa decisione porterà da un lato la rinnovata fiducia dell’ingombrante, ma prezioso alleato americano, dall’altro la dichiarazione di guerra dei movimenti dell’islam estremo che in Pakistan hanno molta presa sull’opinione pubblica e su alcuni settori della classe dirigente.
LE CONSEGUENZE«Molto dipende da quel che avverrà nelle 250 mila moschee pakistane - scrive Guido Rampoldi su la Repubblica -, se il grosso resterà neutrale oppure solidarizzerà con gli studenti. In ogni caso l’Occidente non potrà assistere passivamente alle convulsioni della nazione islamica più popolosa della Terra, l’unica con la Bomba, e soprattutto l’unica dove i rivoluzionari di Al Qaeda siano riusciti a costruire un’alleanza organica con un movimento di massa, i Taliban pachistani. Non potrebbe neanche se lo volesse, per il semplice fatto che la Nato è appena al di là di un confine sempre più virtuale».
L’occupazione della Moschea Rossa di Islamabad da parte degli invasati della dottrina, gli studenti e i mullah che auspicano per il Pakistan l’instaurazione di una dittatura teocratica analoga a quella dei talebani, è stata l’occasione simbolica per far veder al mondo la faccia non ufficiale del paese, quella che si oppone al governo, a Musharraf. Dall’altra parte lo stesso Musharraf è stato messo di fronte alla scelta di campo finale. La decisione di far intervenire le forze speciali e di lasciare decine e decine di vittime nei ripostigli della moschea è stata netta e porterà con sè delle conseguenze significative.
L’APPOGGIO DI BUSH. Non è un caso se il primo dividendo al presidente pakistano lo abbia pagato proprio George W. Bush: «Lavoriamo in stretto contatto perché la democrazia avanzi - ha detto il presidente americano dopo che già il Dipartimento di Stato si era espresso a favore del generale -. Musharraf mi piace e lo apprezzo e naturalmente lavoro costantemente con lui per essere certo che la democrazia continui ad avanzare in Pakistan. È un valido alleato contro gli estremisti, ed è importante coltivare queste alleanze».
Il Pakistan, proprio per avere la bomba atomica ed essere in conflitto con l’India per via della questione del Kashmir, è sempre stato un osservato speciale. E il colpo di stato che Musharraf fece nel 1999, se da un lato era, come dire, benedetto dagli Usa, dall’altro è stato usato dal protagonista per venire a patti con le influenti organizzazioni dell’estremismo islamico. Intrallazzava neanche tanto di nascosto con i talebani e solo l’attentato dell’11 settembre lo costrinse a fare marcia indietro almeno formalmente.
La strage della Moschea Rossa, però, è il passo decisivo sul versante occidentale. Senza se e senza ma, verrebbe da dire.
AL QAEDA. E non è un caso se, per due volte in pochi giorni, il numero due di Al Qaeda, Ayman al Zawahiri, ha diffuso messaggi attraverso internet esortando gli ulema del Pakistan a vendicare «la criminale aggressione» delle forze di sicurezza contro la Moschea Rossa di Islamabad e a unirsi ai «mujaheddin afghani».
«Mi rivolgo agli ulema del Pakistan - ha detto - Musharraf e i suoi cani vi hanno disonorato mettendosi al servizio dei circoli occidentali e de-
gli ebrei. Se non vi vendiche-
rete Musharraf non risparmierà nessuno di voi, Mushar-
raf non si fermerà fino a quando non sarà riuscito ad estir-
pare l’Islam dal Pakistan. La vostra salvezza passa solo attraverso la jihad, è ora che diate il vostro sostegno ai mujaheddin dell’Afghanistan».
Musharraf ha parlato alla nazione. «L’attacco alla Moschea Rossa è stato inevitabile, distruggeremo il fondamentalismo dovunque esso sia».

domenica 15 luglio 2007

Internet può anche essere brutto


"Chiunque potrebbe rintracciare vostro figlio online. Anch'io". Così scrive Caitlin Flanagan in un interessante articolo su The Atlantic Monthly. L'autrice sviscera in bella scrittura e modi accattivanti tutti i pericoli che la rete e, segnatamente, MySpace possono riservare ai teenagers. Da leggere e da tenere presente.

sabato 14 luglio 2007

Internet è bello

Internet è, innanzitutto, uno strumento di libertà e uno spazio di comunicazione autonoma. E poiché il potere è da sempre fondato sul controllo della comunicazione e dell'informazione, l'idea di perdere questo controllo è semplicemente insopportabile.
Manuel Castells su Internazionale

Firmate per cambiare

Se vogliamo cercare di cambiare un pochino questo paese fermo e destinato alla marginalità, tonight's the night. Mettete una firma per il referendum elettorale.

giovedì 12 luglio 2007

Rurali e incazzate

BANCHE. La svolta dopo l’incontro col presidente nazionale di categoria Azzi e i “dissidenti”

Ex casse rurali
Ora nel Veneto è “secessione”

Marino Smiderle
VICENZA
È rottura. E adesso il termine secessione può essere utilizzato per definire l’iniziativa adottata da 15 casse rurali del Veneto nei confronti delle restanti 26. Sì, perché dalle 41 banche che formavano la federazione presieduta da Amedeo Piva, ora nasceranno due gruppi distinti. Motivo della secessione, l’alleanza con i tedeschi di Dz e con il credito cooperativo del Trentino, ritenuta in contrasto con gli obiettivi comuni.
La rottura è stata di fatto sancita nel corso dell'incontro tra il presidente di Federcasse, Alessandro Azzi, e una delegazione delle 15 banche di credito cooperativo firmatarie del documento sul "Bene comune delle Bcc venete", guidata da Franco Ferrarini, presidente Benaco Banca e Banca Agrileasing.
«Il presidente Azzi - si legge in una nota diffusa dal gruppo dei 15 - ha mostrato attenzione ai temi evidenziati dal gruppo nel corso delle recenti iniziative e dell'assemblea di Federveneto del 29 giugno scorso. Sono stati rappresentati al presidente di Federcasse gli elementi all'origine del mancato allineamento con i vertici della Federazione Veneta. Preliminarmente Federveneto ha disatteso la richiesta di apertura di un confronto con la componente rappresentata dai 15, non riconoscendole dignità di controparte».
I motivi del disaccordo con Piva sono riassunti in quattro punti: 1) una visione della Federazione Veneta non compiutamente allineata su aspetti strategici di coesione del sistema delle Bcc italiane; 2) mancata conferma, da parte di Federveneto, del ruolo strategico di Federcasse; 3) nessun passo avanti relativamente alla costituzione del Fondo garanzie incrociate; 4) appiattimento di Federveneto su decisioni prese a Trento relativamente all'operazione Dz Bank, la cui presenza in Italia si profila con un ruolo da concorrente e non più solo da alleato.
«Ciò - sostengono i 15 - ha comportato lo spostamento di risorse finanziarie in Trentino, risorse che avrebbero potuto essere meglio impiegate nel sistema veneto».
Visto che «non esistono le condizioni per l'apertura di un tavolo negoziale», ad Azzi è stato prospettato uno scenario futuro che prevede la costituzione di un'associazione, che sarà «il presupposto per avviare un dialogo diretto tra i 15 e gli organismi di categoria a livello nazionale».
«Non corrispondono al vero le dichiarazioni di Franco Ferrarini - ha ribattuto il presidente del Credito cooperativo Veneto Amedeo Piva - che distorce la verità. Mi pare che questo atteggiamento sia espressione di scelte preordinate, fatte a priori e non della tanto desiderata ricerca di dialogo e di confronto.

L’esercito di Amedeo Piva è più numeroso di quello di Franco Ferrarini (26 a 15), ma come valore è più forte il secondo (60 per cento del valore complessivo del sistema Veneto).
A livello vicentino,con i "secessionisti" militano le Banche di credito cooperativo di Campiglia dei Berici, Quinto Vicentino, Pojana Maggiore e Brendola; stanno invece con l’esercito di Piva le banche di Pedemonte, dell’Alto Vicentino (Schio), del Centroveneto (Longare), di Romano e Santa Caterina (Bassano del Grappa) e di Roana. Le conseguenze di questa spaccatura sono ancora tutte da valutare.

La console


DEBORAH GRAZE

Vicentini vi saluto
Torno negli Usa
e un po’ mi spiace

Marino Smiderle

Sopporta le scorte con leggiadra rassegnazione e ogni volta che viene a Vicenza si preoccupa solo del fatto di dover far fare gli straordinari a poliziotti e carabinieri. Deborah Graze, console degli Stati Uniti a Milano, scende dalla Bmw argentata e si ritrova circondata da una ventina di agenti, per contare solo quelli posizionati nelle immediate vicinanze, all’ingresso del ristorante da Remo. Non ce ne sarebbe bisogno, in questa giornata vicentina di tranquillità assoluta e assolata, ma la storia del Dal Molin impone a tutti la massima prudenza. Ma tutte queste precauzioni non le cancellano il sorriso. Tailleur marrone con all’occhiello le bandiere italiana e americana unite, la console è pronta per l’ultima intervista vicentina.
Console Graze, è così sorridente perché ha appena saputo che deve lasciare il suo incarico a Milano e, quindi, passare la rogna Dal Molin a chi verrà dopo di lei?
In realtà sono un po’ triste perché questa è la mia ultima visita a Vicenza come console generale. In questi tre anni di servizio a Milano e nel nord Italia io e mio marito abbiamo potuto apprezzare la bellezza della zona e la qualità della vita. Siamo stati fortunati e ora ci dispiace andare via. Ma è il mio lavoro.

Che lavoro andrà a fare adesso? E dove?
Sarò una specie di cacciatrice di teste per il Dipartimento di stato. Il mio compito sarà quello di selezionare il nuovo personale qualificato. Lavorerò alla Taft University di Boston.

Se ne va prima di aver visto posare la prima pietra al Dal Molin. Lascia al suo successore una grana mica da poco: ha idea di quando inizieranno i lavori?
Speriamo il più presto possibile, ma al momento sono ancora in corso importanti scambi di informazioni tra autorità americane e italiane. Dettagli che stiamo seguendo insieme all’on. Paolo Costa, una persona molto esperta, un interlocutore preparato di cui ascoltiamo i suggerimenti. Adesso ci sono le vacanze, c’è agosto. Spero che per settembre tutte le difficoltà vengano superate e, a quel punto, i lavori potranno cominciare.

Quando arriverà il suo successore?
Douglas Hengel prenderà il mio posto a settembre.

Giusto in tempo. Senta, non ha mai temuto, nel corso di questo ultimo anno piuttosto travagliato, che dal governo italiano arrivasse un no, che l’operazione Dal Molin potesse saltare?
Io faccio la diplomatica e non ho tempo per essere pessimista, per pensare al peggio. E poi, quando penso ai rapporti tra Italia e Stati Uniti, non posso dimenticare la profondità di una relazione basata sui valori fondamentali che condividiamo.

A che punto siamo col progetto di integrare sempre di più gli americani con Vicenza e Vicenza con gli americani?
Stiamo lavorando a cose concrete. Vorrei ricordare il discorso dell’università: siamo vicini alla costituzione della sede di un’università americana a Vicenza. Non posso ancora dire il nome, perché le trattative sono in corso, ma siamo in dirittura d’arrivo.

Poi c’è la sanità...
Siamo consapevoli che l’ospedale San Bortolo riceverà molti nuovi "clienti" dagli Usa. Noi abbiamo potuto sperimentare l’alta qualità delle prestazioni offerte e vorremmo istituzionalizzare i rapporti tra le nostre strutture sanitarie e quelle vicentine.

...e l’economia.
Noi la chiamiamo "partnership for growth", che vuol dire più meno alleanza per la crescita. Noi abbiamo studiato dei sistemi per incoraggiare le piccole aziende del Vicentino a crescere individuando nuovi tipi di investimenti. È nostro interesse che l’economia vicentina continui a crescere.

A Vicenza, in questi mesi, ha incontrato tante persone. C’è qualcuno a cui vorrebbe dire qualcosa di particolare?
Devo dire che, a livello istituzionale, ho incontrato delle persone molto preparate. Prefetto, sindaco e presidente della Provincia, per citare le prime che mi vengono in mente, sono state molto cordiali e le definirei amiche degli Stati Uniti. La loro collaborazione è stata molto importante, così come quella con le categorie economiche che hanno condiviso la bontà del progetto, pur facendo delle osservazioni e proponendo miglioramenti.

Molti però stanno ancora manifestando tutta la propria contrarietà...
Io credo che in questi mesi ci sia stato un grande problema di fondo, che a mio avviso ha contribuito a creare un po’ di confusione. Soprattutto a livello mediatico....

Abbiamo sbagliato noi giornalisti?
Se posso permettermi, certe volte non è stato dato abbastanza spazio ai fatti e spesso è stato dato tanto spazio a cose che fatti non erano.

Polemiche e Dal Molin a parte, dell’Italia che ricordo si porta in patria?
Non si può non innamorarsi di questo Paese. E dirò di più. Ho vissuto e lavorato a Roma per tre anni e, molto tempo dopo, ho fatto l’esperienza da console al nord. Devo dire che questa parte dell’Italia riserva le sorprese migliori.

Vizi pubblici

PARTECIPAZIONI COMUNALI. Risultati sorprendenti dall ricerca del Privatization Barometer

Enti locali e utilities
Vicenza “esagera”


Marino Smiderle
VICENZA
Quanto conta l’industria pubblica locale nell’economia vicentina? Una domanda che, d’istinto, dovrebbe condurre a una risposta secca: poco o niente. Poi, però, si fanno due conti e, sommando le varie aziende municipalizzate del capoluogo (Aim in testa) e provincia, quelle del trasporto (Ftv), le partecipazioni negli aeroporti (poca cosa, per la verità), nell’Autostrada Brescia Padova (Manuela dal Lago è stata da poco nominata presidente), si può arrivare a una conclusione meno secca: l’industria pubblica conta abbastanza anche a Vicenza e dintorni.
I dati, illuminanti, saltano fuori da "Le partecipazioni dei governi locali in Italia", una ricerca del Privatization Barometer, istituto della Fondazione Eni Enrico Mattei, presentata ieri a Roma e anticipata dal Sole 24 Ore nei giorni scorsi. A livello nazionale, per dare un’idea, le amministrazioni locali hanno quote di partecipazione in 369 imprese di media e grande dimensione che impiegano, tutte insieme, qualcosa come 200 mila addetti e generano intorno all’1 per cento del prodotto interno lordo, con un attivo complessivo di 86 miliardi di euro e un fatturato di 37 miliardi.
«Chi preferisce parlare di socialismo municipale anziché di capitalismo municipale - ha scritto Franco Locatelli su Il Sole 24 Ore - trova in questo studio qualche ragione in più. Che la presenza pubblica nell’economia italiana sia ancora molto estesa non è una sorpresa ma a livello locale la sua pervasività è ancora più soffocante che a livello centrale. I Comuni controllano tutto e lo fanno con maggioranze azionarie bulgare e comunque molto oltre la tradizionale soglia del 30 per cento anche in società quotate in Borsa come le principali local utilities. Ma nella maggior parte dei casi, come avviene nelle 220 società "in house", il controllo pubblico è addirittura totalitario (vedi Aim, ndr) mentre nelle società miste la partecipazione dei privati è solitamente minoritaria».
In base ai dati di questa ricerca, se noi ragioniamo a livello di provincia, l’impatto percentuale sul pil delle attività economiche pubbliche a Vicenza è leggermente inferiore rispetto a Padova e Verona ed è compreso nella categoria tra lo 0,45 e 0,90 per cento.
Dati decisamente diversi se focalizziamo l’attenzione sul Comune capoluogo, uno degli "imprenditori" più importanti della penisola. Non è un’esagerazione. Guardando l’attivo totale imputabile alle aziende pubbliche, Vicenza si guadagna il 19° posto con 442,21 milioni di euro. Naturalmente, ragionando su valori assoluti, Milano (11,1 miliardi), Roma (5,5 miliardi) e altre realtà più grandi superano il municipio berico; se però si rapporta l’attivo totale sulla popolazione, si scopre che Vicenza sale a un significativo 7° posto, con 3.871,16 euro imputabili a ciascun residente (Roma è 19a con 2.172,78 euro). E la città del Palladio guadagna un’altra posizione, piazzandosi 6a in Italia, se si si considera il rapporto dipendenti/popolazione: l’1 per cento dei vicentini lavora per le aziende pubbliche locali. Per fare un confronto, a Roma, 7a in classifica, la percentuale è dello 0,98 per cento.
Proprio così, nella ricca e industriale Vicenza del fai da te, il ruolo dell’economia pubblica è più invasivo che nella "Roma ladrona", considerata in maniera esagerata una specie di parassita delle municipalizzate. La conclusione del Sole 24 Ore è secca: «Finché i Comuni riterranno il dividendo politico più importante della soddisfazione dei consumatori, i monopoli municipali avranno lunga vita e le privatizzazioni e le liberalizzazioni locali resteranno un’eresia».

Socialismo municipale

L’EDITORIALE

Se i dividendi
delle società
pubbliche sono
le poltrone

Marino Smiderle

Quando un analista prende in mano il bilancio di una società la prima domanda che si fa non riguarda la composizione dell’azionariato. Non gli interessa, per capirci, se il capitale è in mano pubblica o privata. La prima domanda che si fa è molto più concreta: «Questa società è gestita bene o male?».
L’interessante studio presentato ieri a Roma dal Privatization Barometer della Fondazione Eni Enrico Mattei ha tradotto in cifre la tendenza a municipalizzare l’economia italiana.
Oltre l’1 per cento del prodotto interno lordo esce fuori dalle 369 imprese partecipate da enti pubblici locali. Più che partecipate, sarebbe meglio dire possedute, visto che nella maggior parte dei casi si parla di proprietà che va dall’80 al 100 per cento del capitale. Vicenza ne sa qualcosa, visto che Aim potrebbe essere indicata come un caso di scuola per questa indagine in quanto azienda partecipata totalmente dal Comune. L’incidenza nell’economia italiana di questo tipo di aziende è significativa, visto che in alcune regioni il suo contributo al Pil arriva a superare il 2 per cento.
Qualcuno l’ha definita un’iniezione letale di socialismo nelle vene del capitalismo globale. E i risultati, a giudicare dai confronti operati dai ricercatori, non sono esaltanti. «Le (rare) imprese aperte al capitale privato - si legge nelle conclusioni del rapporto - presentano una redditività e un'efficienza gestionale significativamente superiore a quelle in cui la partecipazione pubblica è totalitaria».
A dire la verità, è un po’ come scoprire l’acqua calda. Il senso politico di una partecipazione al capitale di un’impresa di utilities (gas ed energia, per citare le più redditizie, anche perché quasi monopoliste) sarebbe quello di offrire un servizio a prezzo più contenuto. In realtà si comportano, giustamente, come tutte le società in cerca di profitto. Il guaio è che, oltre al dividendo economico, i proprietari pubblici vogliono incassare il dividendo partitico, fatto di poltrone da poter spendere nella tristemente logica spartitoria che tutti conosciamo.
Nell’ottica dell’analista queste poltrone rappresentano uno spreco. Il vizio di fondo è che il politico-proprietario le considera un investimento.

martedì 10 luglio 2007

Vicenza riprova a volare

TRASPORTI/1.La proposta di Antonio Bonotto (Api) per far decollare il “Tomaso Dal Molin”
«L’aeroporto si rilancia con gli aerei executive»
Nuova strategia per il futuro dopo l’istanza di fallimento «La ricapitalizzazione sarà realtà per la fine del mese»


Marino Smiderle
VICENZA
È sbagliato, o almeno prematuro, suonare le campane a morto per l’aeroporto civile "Tomaso Dal Molin". E l’istanza di fallimento presentata dal fornitore dei servizi antincendio? Per Apindustria non c’è da preoccuparsi. Per Vicenza l’aeroporto deve essere considerato una grande opportunità, soprattutto per gli imprenditori, «che non devono lasciarsi fuorviare dalle passate difficoltà».
La presa di posizione delle piccole e medie imprese vicentine rappresentate da Apindustria Vicenza di fronte agli ultimi fatti di cronaca economico-giudiziaria che hanno coinvolto Aeroporti Vicentini, la società presieduta da Giuseppe Sbalchiero che gestisce lo scalo vicentino è molto netta: «I creditori non hanno nulla di cui preoccuparsi - spiega Antonio Bonotto, referente di Apindustria Vicenza per l’aeroporto Dal Molin, oltre che presidente dell’Aeroclub Vicenza -. Già nella riunione di approvazione del bilancio 2006 avvenuta il 15 maggio scorso era stato concordato un aumento del capitale sociale per ulteriori 2,9 milioni di euro. La prima fase di questa operazione si concluderà entro il 31 luglio, consentendo di rispettare il piano di rientro che è già stato concordato con i creditori».
Par di capire, dunque, che tutti i debiti saranno onorati, fino all’ultimo centesimo. Del resto, non era pensabile che una società partecipata dalle istituzioni vicentine (Camera di commercio in primis) si lasciasse travolgere dalla bufera. Però, oltre a onorare i debiti, ci sarebbe un progetto di rilancio da portare avanti.
«Si tratta di una grande opportunità - spiega Bonotto - in quanto questo segmento di mercato è strategico per gli imprenditori, che hanno sempre più bisogno di spostarsi in modo rapido ed efficiente su scala europea. Un’opportunità tanto più significativa se si considera che gli altri aeroporti del Veneto stanno progressivamente emarginando questo tipologia di clientela. Il Dal Molin, che ha già ottenuto l’autorizzazione per il volo notturno e strumentale e su richiesta è già operativo a qualsiasi orario, può quindi diventare un punto di riferimento per gli imprenditori, colmando un vuoto nella pur ricca offerta di infrastrutture aeroportuali del territorio. Dopo avere perso l’alta velocità ferroviaria Vicenza non può rinunciare anche a questa opportunità».
Abbandonati i sogni di voli di linea, che richiedono un’organizzazione e una capacità finanziaria molto più sviluppate, il futuro piano industriale di Aeroporti Vicentini sfrutterà dunque l’evoluzione tecnologica che, secondo Bonotto, sta creando le condizioni per un notevole incremento dei voli executive: già oggi il mercato offre modelli in grado di raggiungere senza scalo tutti i più importanti aeroporti europei, nel massimo comfort e con costi di gestione contenuti, ed è ormai imminente il debutto di una nuova generazione di jet executive in grado di rivoluzionare il trasporto aereo privato.
«Come imprenditore, prima ancora che come pilota - conclude Bonotto - posso affermare che si tratta di un mercato in fermento: le imprese hanno sempre più bisogno di spostarsi in modo rapido, riducendo tempi morti e costi: per questo il Dal Molin rappresenta una grande opportunità per le imprese locali e Apindustria Vicenza sosterrà concretamente il suo progetto di rilancio».