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mercoledì 31 ottobre 2007

Cortina, pirla delle Dolomiti

Cosa non si fa per i soldi. Si arriva perfino a scappare da una regione amata come il Veneto per trasferirsi armi e bagagli dove piovono bigliettoni. Ah, Cortina...

martedì 30 ottobre 2007

La Fondazione sfonda a Vicenza

FINANZIAMENTI. Approvato il documento programmatico: destina quasi 180 milioni di euro alle varie province

Il piatto ricco
scatena i nuovi
progetti berici



Marino Smiderle
INVIATO A VERONA
Mettiamola così: o alla Fondazione Cariverona sono dei maghi o, di nascosto, stampano banconote. Sì, perché non si capisce come abbiano fatto a tirar fuori un sontuoso documento programmatico previsionale, fatto di 270 milioni di euro di utile operativo e di 178,9 milioni destinati alle erogazioni. Il punto è che, dall’inizio dell’anno, la Borsa è sotto del 3 e passa per cento, il settore bancario del 12 per cento e quello assicurativo dell’1,40 per cento. Siccome gli utili della Fondazione derivano in gran parte dagli investimenti azionari, e in particolare dalle banche (è il primo azionista del gruppo Unicredit, con il 4,4 per cento), chi è quel mago che trasforma rovesci in dritti, perdite in guadagni?
A rispondere è, probabilmente, il mago più ascoltato di Verona (e non solo di Verona), quel Paolo Biasi, presidente della Fondazione Cariverona, soddisfatto per l’approvazione del documento programmatico previsionale 2008. «È vero - premette - la Borsa va così così, ma i dividendi distribuiti da Unicredit (118 milioni) sono stati più che soddisfacenti. In più, nel primo semestre siamo stati bravi a portare a casa 180 milioni come utile da negoziazione, nella compravendita di titoli azionari. Adesso si è messa male, ma sono fiducioso e credo che il momento negativo passerà».
A Vicenza, per la verità, si augurano che questo momento non passi mai, considerato il pacchetto di milioni che la provincia si è aggiudicata per il prossimo anno. Per gli interventi più significativi sono stati stanziati oltre 80 milioni, che andranno in parte a proseguire gli impegni di progetti pluriennali e in parte si riferiscono a nuovi interventi (vedi grafico a fianco). Il più importante è senza dubbio legato al restauro conservativo e strutturale della Basilica Palladiana, a cui sono stati destinati quasi 15 milioni; segue in classifica la realizzazione di un ulteriore insediamento universitario con l’acquisto dell’ex area Cosma (13,5 milioni), la ristrutturazione di Palazzo Giustiniani Baggio (8,3 milioni) e la realizzazione della seconda cittadella degli studi (7,9 milioni).
Non se la passa male nemmeno la provincia, con Schio che riesce a portare a casa 3,2 milioni di euro per il restauro conservativo del Teatro Civico (a cui sia affianca l’investimento diretto dello Stato, come confermato dal ministro Rutelli in occasione della recente visita) e 1,5 milioni per i lavori di ristrutturazione e ampliamento dell’ala ovest della Casa.
Negli anni passati, di fronte alle lamentele vicentine circa una presunta mancanza di attenzione della Fondazione Cariverona rispetto alle altre province, il presidente Biasi replicava che, per finanziarli, occorre che i progetti siano presentati. Stavolta, evidentemente, i progetti sono arrivati.
«Sì - conferma Biasi - la provincia di Vicenza si è distinta nel numero e nella qualità degli interventi proposti. È ovvio che non possiamo soddisfare tutte le richieste, ma credo che per l’anno prossimo Vicenza non si possa proprio lamentare».
«L’indirizzo che traspare da questo documento - aggiunge il direttore generale della Fondazione Cariverona, Fausto Sinagra - è l'attenzione prestata ai grandi progetti, piuttosto che sugli interventi a pioggia. Questo non vuol dire che non saranno eseguite anche alcune piccole erogazioni legate alle esigenze dei singoli territori, ma il grosso seguirà una logica strategica di ampio respiro».
Ovvio che, per continuare a garantire questo fondamentale sostegno finanziario alle province di Verona, Vicenza, Belluno, Mantova e Ancona, la Fondazione dovrà proseguire nella politica di investimento tanto prudente quanto redditizia. A questo proposito Biasi ha ribadito l’intenzione di rimanere nella compagine sociale di Unicredit, non escludendo a priori l’ingresso in settori potenzialmente redditizi come le autostrade e le municipalizzate, dove in Veneto c’è parecchio fermento. «Se ce lo chiederanno - conclude Biasi - valuteremo questa possibilità. Sempre che vengano tenute in considerazione le nostre osservazioni in materia di programma strategico».
A. DALLA ROVERE

Abbiamo dato
i consigli giusti
ai diversi enti


Ambrogio Dalla Rovere è diventato vicepresidente della Fondazione Cariverona due anni fa. Il suo obiettivo, dichiarato fin da subito, era quello di riuscire a portare a Vicenza più finanziamenti. Ovvio che, per portare più finanziamenti, ci volessero anche più progetti.
Soddisfatto di questo documento programmatico?
Direi proprio di sì. Io credo che, per Vicenza, si siano fatti molti progressi. Non solo dal punto di vista della quantità, ma anche, e soprattutto, da quello della qualità. Sul nostro tavolo sono arrivate proposte davvero interessanti, non solo da Vicenza città, ma anche da vari centri della provincia, come Schio. E comunque siamo già al lavoro per valutare le proposte per il prossimo anno.
Il presidente Biasi, negli anni scorsi, diceva che da Vicenza arrivavano poche richieste. Come ha fatto per invertire la tendenza?
«Non è stato solo merito mio, naturalmente. Insieme agli altri consiglieri abbiamo lavorato perché sul territorio si capissero i meccanismi che regolano l’attività in Fondazione. Abbiamo parlato con i vari enti, li abbiamo sostenuti e la risposta è stata incoraggiante».
Certo che la presenza finanziaria della Fondazione Cariverona è diventata fondamentale: se facciamo due conti solo per Vicenza, senza i vostri finanziamenti sarebbe dura...
Me lo lasci dire: se non ci fosse la Fondazione bisognerebbe inventarla. E se all’inizio si investiva soprattutto in cultura, ora le aree di intervento si sono moltiplicate. Penso alla sanità, all’assistenza agli anziani, temi molto sentiti dalla collettività.
E dal punto di vista della Fondazione, cioè della gestione del risparmio, Biasi ha dichiarato di ritenere possibile una diversificazione nel settore delle utilities e delle autostrade. Lei cosa pensa?
Valuteremo tutte le possibilità, anche se bisogna ricordare che i nostri investimenti devono sempre essere prudenti. E poi il nucleo della partecipazione in Unicredit resta il principale asset su cui puntiamo. In più non bisogna dimenticare che il patrimonio della Fondazione è passato da 1 a 6 miliardi di euro in questi ultimi anni. È grazie all’oculata gestione delle risorse che siamo arrivati a distribuire le somme che sappiamo.
Come a dire, occhio a non scivolare...
Sa com’è, i nostri comuni si sono abituati bene e non potrebbero sopportare dei tagli.
E, da imprenditore, l’economia in generale come la vede?
L’Italia non la vedo molto bene, purtroppo. Sulla base della mia esperienza, posso dire che le imprese saranno sempre di più costrette a guardare ai mercati esteri.

L'astronauta parlò dallo spazio


L’EVENTO. Con l’aiuto del radioamatore e fotografo vicentino Fabio De Tomasi, i bambini vicentini si sono collegati con la navicella

Da Laghetto
allo shuttle
Voci spaziali


di Marino Smiderle

Ore 9,26, con tre minuti di ritardo sull’orario prefissato, gli alunni della scuola elementare di Laghetto ascoltano in diretta una voce che viene dallo spazio. È la voce di Paolo Nespoli che arriva dallo shuttle. «Qui tutto bene».
I bimbi non stanno più nella pelle. Da giorni Fabio De Tomasi, radioamatore e fotografo vicentino, si sta dando da fare per mettere a punto le attrezzature. Con lui ci sono pure gli amici radioamatori Nicolò Farronato, Marco Pierobon e Manuele Costantinis, tutti lì ad armeggiare su antenne e frequenze per farsi trovare pronti al momento topico. Ma il tutto non si sarebbe potuto organizzare senza la collaborazione di un altro vicentino, Gabriele Rigon, che segue la missione dello shuttle da Cape Canaveral: è amico di Nespoli e grazie all’Agenzia spaziale Italiana sta realizzando un fantastico reportage fotografico sulla missione.
Ecco, dalla radio esce un fruscio. Nulla, non si sente nulla. «Mentre siamo collegati - spiega De Tomasi ai ragazzi - l’astronave si trova a 400 chilometri dalla terra e sta viaggiando a una velocità di circa 120.000 km all’ora». Sì, insomma, è normale che non si senta alla perfezione. E invece, passano tre minuti dalle 9,23, orario indicato per il collegamento, ed ecco che si sente distintamente la voce del comandante dello shuttle Discovery, che nel caso specifico è Pamela Melroy, che parla ovviamente in inglese. «Siamo molto orgogliosi del vostro Paolo Nespoli - dice rispondendo alle domande che arrivano dagli studenti di un istituto tecnico De Ambrosis-Natta di Sestri Levante - e da queste missioni emerge tutto il clima di collaborazione che c’è tra tutti noi».
Ok, sotto con le domande. La palla passa a Nespoli, che tranquillizza tutti: «Parlate pure in italiano, che ora rispondo io».
Perché hai deciso di intraprendere questo viaggio? «È un’idea e un sogno che ho avuto da bambino - risponde - e che ho deciso di seguire. Adesso è diventato la mia carriera e auguro anche a voi di trovare un’attività che cominciate a fare perché vi piace e di farla diventare un lavoro».
E cosa si prova quando ti sparano in cielo? «È una sensazione fisica molto forte. Poi si arriva nello spazio e tutto si calma e si comincia a cadere. Si prova una sensazione di caduta libera nella quale tutto galleggia. All’inizio è davvero strano, non è una sensazione molto simpatica, ma poi ci si abitua. È molto bello e spero che voi possiate provare in futuro un’esperienza simile».
E la terra, come la vedi la terra da lassù? «È una grande emozione e vista da qui è davvero grandissima, peccato che non sia ancora riuscito a vedere l’Italia: tutto il Sud dell’Europa ha detto è stato coperto dalle nuvole».
E che si fa mentre si gira attorno alla terra? «C’è tantissimo lavoro da fare sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), ma mi diverto moltissimo. Fare l’astronauta per me è una passione che è diventata un lavoro. Auguro anche a voi di trovare un lavoro che vi appassioni. Abbiamo pochissimo tempo libero e anche pochissimo spazio per gli esperimenti».
Sono cinque quelli previsti nella missione e Nespoli ha già cominciato a seguirli. «È importante che ci sia attenzione allo spazio da parte delle scuole - aggiunge - e non appena la Stazione spaziale internazionale sarà completata diventerà un grande laboratorio a disposizione di tutti per una decina di anni».
E i cinquant’anni dello Sputnik sono stati festeggiati adeguatamente. «C’è stato poco tempo per celebrare i 50 anni del volo dello Sputnik. Esperia è stata la prima missione umana partita dopo l’anniversario del 4 ottobre scorso. Siamo costantemente in attività e non abbiamo molto tempo libero, come detto, ma abbiamo ricordato i 50 anni dello spazio con commozione. In 50 anni si sono fatti passi da gigante e c’è ancora tanto da fare: per esempio, dobbiamo tornare sulla Luna e andare su Marte, che ci stanno sicuramente aspettando».
La linea cade, sono passati 9 minuti. «In circa 96 minuti fa il giro della terra e ritorna sopra l’Italia». spiega De Tomasi. E domani nuovo collegamento, sempre dalla scuola primaria dei Laghi.

Etf, eppur ti frego

PORTAFOGLIO

Con gli Etf c’è
il fai-da-te
a basso prezzo
di Marino Smiderle

Non è necessario avere grandi patrimoni per investire nei mercati mondiali, o nei mercati di nicchia, o nei mercati che più vi garbano. Anche con risparmi minuscoli si può dimostrare di essere bravi investitori e ottenere ritorni interessanti qualora le intuizioni iniziali vengano poi confermate dall’effettivo verificarsi delle previsioni. Quello che serve per partecipare all’investimento globale fai-da-te è riassunto in due concetti: conoscenza e consapevolezza. Conoscenza dettagliata delle regole e dei mercati, consapevolezza dei rischi che si corrono. Una volta soddisfatte queste due precondizioni si può cominciare a navigare nel mondo degli Etf, acronimo di Exchange trade funds, «un termine - spiega il sito della Borsa Italiana, dove attualmente sono quotati 108 Etf - con il quale si identifica una particolare tipologia di fondo d’investimento con due principali caratteristiche: è negoziato in Borsa come un comune titolo azionario; assicura gli stessi rendimenti dell’indice benchmark di riferimento».
LA DIFFERENZA
La prima obiezione che arriva a questo punto è di ordine semantico-pratico: che differenza c’è tra i fondi comuni d’investimento tradizionali e gli Etf? Si potrebbe chiudere il discorso dicendo che gli Etf costano meno, molto meno, dei fondi comuni e tanti saluti. In realtà bisogna riconoscere che, se gli Etf si limitano a replicare il particolare indice su cui investono (per esempio, la Borsa italiana), e quindi non necessitano di grande operatività gestionale, i fondi comuni cercano di fare meglio dell’indice in questione. È chiaro che il risultato finale dipende dalla bravura dei gestori, che in molti casi viene dimostrata dai numeri ma che spesso viene anche frustrata, neutralizzata dalle commissioni applicate e quasi in toto riconosciute al momento commerciale, cioè alle vendita del prodotto fondo.
LA NEGOZIAZIONE
Andiamo a leggere ancora su Borsa Italiana cosa deve fare un risparmiatore qualora fosse interessato ad acquistare, anche per quantità molto piccole, degli Etf. «Per l’investitore intervenire sul mercato degli Etf è molto semplice: un Etf si compra e si vende infatti come un’azione sul mercato Etfplus di Borsa Italiana (segmento A). La negoziazione è continua (senza aste) a partire dalle 09,05 fino alle 17,25. Questo strumento si presta bene anche all’utilizzo da parte del piccolo risparmiatore, dal momento che il lotto minimo di negoziazione è pari a 1 azione / quota di Etf. Ed anche per ciò che riguarda le spese non vi sono sorprese, dal momento che i costi di negoziazione sono indicativamente gli stessi previsti per le azioni».
COMMISSIONI
Un discorso particolare va fatto per le commissioni di gestione annue, che incidono maledettamente sulle performance dei fondi comuni tradizionali. Ogni Etf, essendo comunque un fondo «è caratterizzato infatti da proprie commissioni totali annue che ad oggi variano a seconda dello strumento da un minimo di 0,165% all’anno a un massimo di 0,90% all’anno». Tuttavia c’è un dettaglio mica da poco: «Le commissioni annue sono pagate in proporzione al periodo di detenzione dell’Etf e sono trattenute ogni giorno, per la quota parte di competenza, dal gestore dell’Etf: si noti che in questo modo i prezzi di acquisto e di vendita che il risparmiatore può seguire su Borsa Italiana sono già al netto di tali commissioni per cui né l’investitore finale né il suo intermediario sono tenuti ad operare alcun versamento. Non è prevista nessuna commissione di “Entrata”, di “Uscita” e di “Performance”, a differenza di quanto accade usualmente con i fondi comuni».
I MERCATI
Come anticipato, con gli Etf si possono investire mille euro laddove risulterebbe a dir poco complesso solo bussare. Se voi pensate, per dire, che la Cina sia il mercato del futuro (non molto originali, per la verità), vi comprate le quote di Etf legati all’indice della Borsa cinese che ritenete necessarie per bilanciare il vostro portafoglio in questo senso. Parleremo ancora degli Etf, perché ci sono molte implicazioni legate a questo tipo di investimento, che le banche non pubblicizzano molto perché guadagnano poco ma che sta prendendo sempre più piede tra chi ha voglia di sbagliare per conto proprio spendendo poco.

Polonia liberale

Mi chiamo Donald
di Marino Smiderle

La Polonia entra in Europa. È stato questo il titolo più frequente con cui i giornali di tutto il continente hanno salutato la vittoria di Donald Tusk, 50 anni, alle ultime elezioni polacche, che hanno visto una partecipazione al voto superiore al 50 per cento, un’enormità a queste latitudini, specie se confrontata con le precedenti occasioni. Il motivo è semplice: il popolo ha interpretato questa occasione come un referendum, più che una consultazione per eleggere la nuova camera bassa. E il referendum, va da sé, era contro il premier Jaroslaw Kaczynski, ritenuto un oscurantista in grado di tenere il paese incatenato al passato con la scusa di fare i conti proprio con l’ingombrante e terribile passato comunista.
Non che queste elezioni mettano completamente fine al periodo Kaczynski, considerato che, fino al 2010, resterà alla presidenza del paese il gemello dell’ex premier, quel Lech Kaczynski che ha già annunciato veti a ripetizioni su eventuali provvedimenti sgraditi a lui e al partito Legge e giustizia di Jaroslaw. Per questo Piattaforma Civica, il partito vincitore col 41 per cento dei consensi guidato da Tusk, dovrà trovare un accordo con altre formazioni, a cominciare dal Partito dei contadini, per superare la maggioranza dei tre quinti necessaria a sbaragliare il fuoco di sbarramento presidenziale. E per far questo, con tutta probabilità, dovrà di volta in volta mercanteggiare l’appoggio dei parlamentari della sinistra ex comunista, guidati dall’ex presidente Alexander Kwasniewski, suscitando le ire dei Kaczynski, autonominatisi custodi dell’anticomunismo più intransigente.
Questa la prima contabilità spiccia delle elezioni del parlamento di Varsavia. Ma, al di là delle trattative di bottega, comuni a tutte le democrazie occidentali di cui la Polonia è entrata da poco a far parte, la vittoria di Tusk è stata accolta con grande soddisfazione, e pure con sollievo, soprattutto a Bruxelles, cuore dell’Unione europea, visto che i Kaczynski non si sono mai distinti per sostenere la bandiera dell’Ue, creando più motivi di scontro che di incontro a ogni livello. E la Polonia è uno dei paesi più importanti, per numero di abitanti e per dimensione, nell’impalcatura europea.
«Il ritorno della Polonia nel solco comunitario (Kaczynski ha fatto un uso garibaldino del veto) - ha scritto Leonardo Maisano su Il Sole 24 Ore - è stato salutato con favore. "L’esito delle elezioni polacche - ha detto Hans Poettering, tedesco, presidente del parlamento europeo - è un buon segno per l’Europa. Le relazioni fra Polonia e Germania miglioreranno"».
Già, ma che politica ha intenzione di adottare Tusk? La risposta si può trovare in un aggettivo spesso abusato: liberale. Ed è evidente (lo dimostra la partecipazione al voto) che, dopo due sconfitte incassate alle presidenziali e alle politiche, Tusk sia finalmente riuscito a raccogliere attorno a sé un consenso generalizzato, che parte però dalle parti più influenti del mondo economico polacco. Paradossalmente, Tusk è molto più anticomunista dei Kaczynski, e non certo perché è nato a Danzica, patria di Solidarnosc, dove passò sette anni a pulire le ciminiere dei cantieri navali per espressa volontà del regime di Jaruzelski. No, Tusk è un autentico liberale, anzi, di più, un liberista che qui in Italia sarebbe dipinto come di destra per il solo fatto di puntare tutto sulla cosiddetta flat tax, cioè un’aliquota fiscale uguale per tutti e pari al 15 per cento. Strategia, peraltro, adottata da gran parte dei paesi dell’Est Europa. E se ha il pregio di fare da turbo per un’economia già in grande fermento (il numero di polacchi segnalati di ritorno nel proprio paese è in forte aumento), occorre anche essere consapevoli che, a lungo andare, potrebbe creare qualche squilibrio sociale e più di qualche mugugno per mettere poveri e ricchi sullo stesso piano davanti all’esattore.
«Piattaforma civica - scrive ancora Maisano su Il Sole 24 Ore - è una formazione moderata di centrodestra che due anni fa aveva fatto della flat tax al cubo (aliquota fissa per Irpef, Iva, corporate tax) la sua bandiera. I polacchi non l’apprezzarono molto e oggi la flat tax è ancora nel programma, ma secondo il portavoce per l’economia, Zbigniew Chlebowski, scatterà al più presto nel 2009 e dovrebbe fissarsi al 15 per cento. Sarà comunque uno dei punti di discussione con il Partito dei contadini, con cui sono già avviate le trattative per la formazione del nuovo esecutivo (anche se ufficialmente se ne parlerà alla riunione della direzione del partito il 10 novembre). Su un punto sembrano avere già trovato l’intesa: il taglio del bilancio 2008 che aveva messo a punto il governo uscente, con l’obiettivo di ridurre il rapporto tra deficit e Pil che resta una delle preoccupazioni in vista della futura adesione all’euro. La sforbiciata al budget sarà significativa, da 28,5 miliardi di zloty a 20. Alla moneta unica europea l’esecutivo che verrà intende aderire nel 2012, se riuscirà a tenere il quadro macroeconomico necessario».
Non c’è solo l’economia, ovviamente, nell’agenda di Tusk. Dal governo precedente verranno ereditate alcune grane legate alla politica estera e, in particolare, la forte tensione che si è creata con Germania e Russia, ovviamente per motivi profondamente diversi. Con la Russia, in particolare, lo scontro verte sullo scudo spaziale che gli Usa vorrebbero costruire proprio in Polonia, e che i polacchi si sono detti ben felici di vedere realizzato.
«Quella sullo scudo antimissilistico - ha dichiarato Bronislaw Geremek, eurodeputato polacco, al Corriere della sera - dovrà essere una decisione concordata a livello europeo. Occorre uno sforzo su entrambi i fronti: da un lato Varsavia dovrà dimostrarsi più disponibile al confronto, dall’altro Bruxelles dovrà sentirsi investita delle responsabilità di lavorare a una soluzione».

domenica 28 ottobre 2007

In Medio(banca) stat virtus

Il futuro della Popolare
passa per Mediobanca

Marino Smiderle
VICENZA
La conferma è ufficiosa, ma pur sempre conferma: la Banca Popolare di Vicenza rileverà il 2 per cento del capitale di Mediobanca ed entrerà così nel patto di sindacato dell’istituto che da sempre regola il traffico della finanza che conta in Italia. E così, dopo il mezzo miliardo sborsato per assicurarsi i sessanta sportelli lombardi di Ubi Banca, Gianni Zonin stacca un altro assegno, stavolta di circa 250 milioni di euro, per entrare nel salotto buono del capitalismo nazionale. Come si sa, questa operazione è legata alla dismissione più o meno obbligatoria del 9,4 per cento di Mediobanca da parte di Unicredit. Obbligatoria perché, prima della fusione, Capitalia e Unicredit erano due autorevoli, ma ognuno per conto suo, protagonisti del patto di sindacato: con la fusione il peso nei delicati e sofisticati equilibri che regolano la gestione dell’istituto di via Filodrammatici è raddoppiato, con inevitabile "invito" a vendere. Piccolo particolare: nel frattempo Cesare Geronzi è diventato presidente di Mediobanca e il suo parere non è stato certo secondario nella individuazione dei candidati a rilevare la partecipazione; poiché l’amicizia e la stima reciproca tra Geronzi e Zonin sono di lunga data, ecco che nel momento di andare a piazzare i lotti del capitale (fuori dall’istituto che fu di Cuccia c’era la fila, per la verità), il presidente della Popolare di Vicenza è stato fra i primi a essere interpellato: «Ti può interessare?».
Naturalmente a Zonin questo investimento interessava eccome, anche se la Bpvi non mai è stata con le mani in mano: prima Cattolica Assicurazioni, poi Ubi Banca e ora Mediobanca, l’impegno finanziario per fare il salto dimensionale non è di poco conto e sfiora il miliardo di euro. Ma investire per diventare sempre più grandi, e quindi inattaccabili (o attaccabili a caro prezzo), è proprio la strategia che il presidente di Bpvi intende portare avanti. Una strategia che, negli ultimi mesi, non ha più trovato la condivisione del direttore generale, Luciano Colombini, che ha preferito rassegnare le dimissioni. Ma l’ingresso in Mediobanca, che verrà ufficializzato ai primi di novembre, potrà portare novità anche relativamente alla nuova figura, per Bpvi, di amministratore delegato che potrebbe presto animare i piani alti di via Btg. Framarin. Mediobanca e Geronzi saranno crocevia importanti per il futuro della Popolare di Vicenza, proprio perché dalle future operazioni strategiche studiate a queste latitudini, con alleanze allargate previste proprio per il campo della Popolari, salterà fuori la sorpresa per il futuro. Sì, perché oltre alla possibile acquisizione di Irfis (l’istituto di medio credito siciliano) e degli sportelli isolani del gruppo Unicredit, è chiaro che a questo punto Zonin verrà interpellato sulle possibili grandi aggregazioni future.
L’altro giorno, per esempio, il presidente della Banca Popolare di Milano, Roberto Mazzotta, è stato visto entrare proprio in Mediobanca, probabilmente per chiedere consigli strategici. Si sa che Zonin non gradirebbe apparentamenti con i milanesi, proprio perché non vuole perdere le leve del comando, ma poiché c’è anche la Popolare dell’Emilia in cerca di uno o più partner, non si può escludere che dalle segrete stanze di Mediobanca possano saltar fuori soluzioni "rivoluzionarie", magari capaci di andare a dare fastidio al gruppo Popolare di Verona, al momento la più grande realtà popolare nel mondo del credito.
Della partita Mediobanca faranno parte anche Fininvest, Benetton e i tedeschi di Sal Oppenheim, giusto per dire del livello dei giocatori. Da questa avventura Zonin si attende molto, anzi, moltissimo: per il presidente, dopo oltre undici anni di guida della Popolare, comincia la fase decisiva, quella che, secondo i suoi piani, dovrebbe garantire alla banca un ruolo chiave anche per gli anni a venire. Col timone sempre in via Framarin.

sabato 27 ottobre 2007

Libera nos a Torre


LIBRI. PRESENTATA A SCHIO L’EDIZIONE AGGIORNATA DEL LIBRO DELL’EX AD DELL’ENI, ORA PRESIDENTE DELLE POSTE, USCITO LA PRIMA VOLTA NELL’83

Le memorie di paese
del super-manager
di Marino Smiderle

Non è necessario essere colti per essere saggi. La cultura te la costruisci grazie a un mix benefico di passione, curiosità e studio; la saggezza te la regala la vita, se solo hai voglia di raccoglierla per costruirci un’esistenza dalle fondamenta più solide. Ecco, le fondamenta di Vittorio Mincato sono ben radicate nella saggezza di tanti suoi concittadini degli anni duri, generosi nel distribuirla a quel ragazzetto mingherlino dagli occhietti vispi e dal cervello veloce. Si parla di Torrebelvicino, naturalmente, anzi di [\FIRMA]Tore, che «significa indifferentemente "togliere" e "prendere"». Quella Tore dove Menego, «vegliardo incantevole, coi capelli a spazzola imbiancati che gli incorniciavano il volto incignato», masticava la cicca estratta dal bocciuolo della pipa insieme al suo giovanissimo inconsapevole allievo. «Ricordete - diceva il vecchio turritano al futuro amministratore delegato dell’Eni - fumando la pipa e cicando se inpara a tasere, che ne la vita la ze la roba più inportante».
Così, «davanti alla bottega di meccanico di suo figlio, le mie gambe penzoloni a causa dell’età tenerella», Mincato ha imparato a trattare affari che hanno poi fatto la storia dell’economia di questo paese, inteso come Italia, senza mai dimenticare le esercitazioni fatte al proprio paese, inteso come Tore. Coriandoli come quello di Menego ce ne sono tantissimi nel diario turritano di un tempo che non c’è più e che Mincato, usando vezzosamente lo pseudonimo di Vittorio Veneto, ha voluto consegnare ai posteri nell’operina, come la definisce lui, presentata ieri mattina alla Biblioteca Civica di Schio. Operina che si chiama, appunto, Coriandoli, riveduta e arricchita di sette capitoli rispetto all’edizione originale del 1983, e con una postfazione lunga e schietta dell’amico di lunga data Antonio Cassuti, che seguì da vicino la pubblicazione dei primi Coriandoli nella collana Spazio Mitteleuropeo.
E ieri Cassuti, invitato dall’autore a partecipare a una sorta di dibattito introduttivo moderato dal prof. Ferdinando Azzariti, si è portato da casa una copia della prima edizione, più smilza e meno elegante rispetto a quella confezionata dall’editore Menin, eppure preziosa e significativa. «Ho voluto che a pubblicare questi Coriandoli fosse Tullio Menin per le Edizioni Menin Schio - ha spiegato Mincato - perché ritenevo giusto dare a questo mio lavoro una rilevanza prettamente locale».
E il nome Vittorio Veneto, peraltro già utilizzato nell’83, da dove salta fuori? «Semplice, me l’avevano messo i colleghi romani a metà degli anni ’70 quando venni trasferito nella capitale - ha risposto l’autore -. Avevo uno stile più ruvido dei locali e così mi diedero questo nomignolo».
Ma la verità, la vera ragione che ha spinto Mincato a scrivere questo diario romanzato, come lo chiama Cassuti, è stata la paura che tutta questa umanità, questa esperienza, questa storia minima andasse perduta. «Tutto si porta via il tempo, anche la memoria», è infatti la citazione dalle Ecloghe di Virgilio che Mincato ha voluto in apertura del libro. E mentre Azzariti leggeva qualche brano del libro, ai tanti vecchi amici turritani presenti in biblioteca spuntava la lacrimuccia, subito scacciata via da un umorismo feroce.
Mincato, si sa, ha fatto la storia dell’Eni, diventandone amministratore delegato dopo una vita passata all’interno dell’azienda. Ora, tra gli altri incarichi, è presidente delle Poste. Ma c’è stato un periodo, ricordato nel libro, a metà degli anni ’50, in cui Mincato affidava ai fuorisacco gli articoli politici per il Giornale di Vicenza, necessari per capire l’improvvisa lotta tra le prime liste civiche, la battaglia democristiana per far fuori i candidati scomodi. «Ma ormai il sistema elettorale era cambiato - annota poi Vittorio Veneto - era diventato proporzionale: “Ze come zugare briscola da ninte", commentò la piazza». È forse cambiato qualcosa?

venerdì 26 ottobre 2007

Say hallo

Intervista a LUCIANO COLOMBINI

A Verona con soddisfazione
Che bella sfida!
di Marino Smiderle

La più contenta di tutti è sicuramente mia mamma. Pochi minuti dopo l’investitura ufficiale a direttore generale della Banca Popolare di Verona, ricevuta dal consiglio di amministrazione, Luciano Colombini ritrova la voglia di buttarla sul ridere. Nella nuova (per lui) sede di piazza Nogara, nel cuore di Verona, devono ancora sistemargli l’ufficio nobile e così per scambiare quattro chiacchiere con la stampa deve accontentarsi di una stanzetta recuperata per l’occasione. Mancano pochi minuti alle venti, in banca sono rimasti pochi dipendenti.
Ha una voglia matta di ricominciare, Colombini, vuoi vedere che la lunga avventura (23 anni) con la Popolare di Vicenza è già dimenticata?
«Diciamo che ho voglia di guardare avanti e, per il momento, faccio felice mia madre che vive da sola proprio qui a Verona. Diciamo che d’ora in poi mi vedrà molto più spesso. Ma al di là di questo, sono contento di essere stato accolto molto bene qui a Verona, e di questo devo dire un grazie particolare a Giorgio Papa, il mio predecessore, che mi ha già dato alcune dritte molto utili».
Per far posto a Colombini, il gruppo Banco Popolare di Verona ha rimescolato le poltrone dei direttori generali. Perché questa è una sorta di federazione di banche, composta, oltre che dalla casa madre scaligera, da Popolare Italiana, Popolare di Novara, Credito Bergamasco, solo per citare le più significative.
«Ma tra le differenze che più saltano agli occhi rispetto alla Popolare di Vicenza - precisa Colombini - spicca il fatto che si tratta di un gruppo quotato in Borsa. E questo, per il direttore una trimestrale che deve essere sempre positiva. Insomma, qui sarò maggiormente monitorato e il mercato avrà sempre i riflettori accesi».
E poi, rispetto a Vicenza, cambia anche il ruolo in sè. In via Framarin il direttore generale doveva stare attento anche alla strategia dell’istituto, alle politiche di espansione, mentre a Verona si occupa del core business, è un operativo in senso stretto. Di una realtà, peraltro, fatta di quasi 600 sportelli e di circa 4.600 dipendenti.
«Certo, questa è una differenza importante - osserva Colombini - ma sono sicuro di poter contare su una squadra molto preparata. Questo è un team in cui le funzioni sono ben chiare».
Come a dire, ma non lo dice espressamente, che in Bpvi, invece, la contrapposizione col presidente Zonin ha finito col trasformarsi in incomprensione e poi in scontro.
«Non vorrei guardare al passato - sospira - e del resto ho scritto ai dipendenti della Popolare di Vicenza, di cui conservo un ricordo straordinario, che se tra presidente e direttore generale si manifesta qualche screzio, è meglio dividersi. Tutto qui».
Già, tutto qui. Ma, oltre a Colombini, a Verona è arrivato pure Forner, che da capoarea a Vicenza della Bpvi diventerà capoarea, sempre a Vicenza, ma della Popolare di Verona. Come si fa a dire che non c’è scontro tra i due istituti, dopo il grande passaggio?
«Vorrei ricordare - commenta pacato Colombini - che la Popolare di Verona, indipendentemente dal sottoscritto, aveva in mente di potenziare la struttura a est. Il mio, il nostro arrivo non fa altro che confermare questa intenzione».
Sarà, però la tesi che le incomprensioni con Zonin sarebbero sorte per una presunta "relazione" tra lo stesso Colombini e la Popolare di Verona acquista spessore se si guarda al tempismo in cui è avvenuto il passaggio: dimissioni il sabato, assunzione il lunedì.
«No, le cose sono andate in maniera diversa - obietta Colombini - e le incomprensioni col presidente non sono di ieri mattina.
Diciamo che quando il feeling era sparito, io mi sono guardato intorno e ho trovato l’appoggio di chi conoscevo bene, come Innocenzi e Gronchi.
E se oggi sono qui è perché godo dell’amicizia e della stima di queste persone. La dietrologia non esiste proprio».
Da Zonin a Fratta Pasini, dalla Bpvi alla Bpvr, da Vicenza a Verona. Colombini ricomincia.
«Senza rancore nei confronti di alcuno - assicura - ma solo con stimoli nuovi per la nuova sfida che mi attende. Ma, per favore, non usate mai la parola guerra quando parlate del sottoscritto e della Popolare di Vicenza. Quello è un capitolo chiuso e basta».

giovedì 25 ottobre 2007

Tragedie

Questo mondo va all'incontrario. Non si può acettare che un ragazzino di 11 muoia così.

martedì 23 ottobre 2007

Io non MIFIDo

PORTAFOGLIO

Il consulente
ora vi deve
interrogare
di Marino Smiderle

Non spaventatevi se, tra qualche giorno, dopo il 1° novembre per essere più precisi, il vostro consulente finanziario di fiducia comincerà a chiedervi quanto vi costa l’amante e quanto ricavate da quel monolocale dato in affitto in nero alla badante ucraina. Non è che, improvvisamente, abbia deciso di impicciarsi dei fatti vostri: più semplicemente, anzi, più... complicatamente, starà cercando di osservare le nuove regole in materia di consulenza finanziaria imposte dalla direttiva europea Mifid (Market in Financial Instruments Directive), che in Italia, con consueto ritardo e, proprio per questo, con la consueta fretta, entrerà in vigore tra otto giorni.
TEMPI
Già nel 2004 il parlamento europeo licenziava la direttiva di primo livello in materia di regole sulla consulenza finanziaria, mentre nel 2006 erano già pronte le regole di attuazione. Da noi il governo ha metabolizzato il tutto solo il mese scorso e adesso Abi e Consob, per citare due enti maggiormente investiti dalla portata di questa vera e propria rivoluzione, stanno correndo con la velocità di un centometrista per cercare di essere pronti agli sportelli. Come si può intuire, la Mifid è stata pensata e adottata per proteggere il più possibile i risparmiatori dai pescecani che, la storia insegna, sempre di più infestano i mari in tempesta degli strumenti finanziari. La paura è che, come accaduto in passato, questo lodevole intento si trasformi, specie in Italia, in una mole clamorosa di moduli da firmare, giusto perché le banche, in caso di processo, possano esibire il foglietto con su scritto: «Noi ve l’avevamo detto».
INFORMAZIONE
Il punto di partenza che ha ispirato la direttiva è il concerto di informazione. Cioè: il cliente deve essere informato in maniera dettagliata su cosa va incontro qualora decida di acquistare questo o quello prodotto finanziario. Non solo. Per poter essere informato, deve a sua volta informare il proprio promotore, il quale si trasforma in un vero e proprio confessore perché la normativa lo obbliga a chiedere ogni dettaglio della situazione patrimoniale del cliente. Poi, sulla base del quadro complessivo, potrà stabilire se quel cliente può o non può investire in azioni, o derivati o chissà cos’altro. Se il cliente si rifiuta di fornire le informazioni richieste, la banca o il promotore di turno possono rifiutarsi di fornire la consulenza.
FAI DA TE
Ovviamente non sta scritto da nessuna parte che chi vuole investire i propri risparmi in Bot debba per forza chiedere il supporto di un consulente finanziario. Può benissimo arrangiarsi da solo. In questo caso la banca non deve trasformarsi in commercialista o sacerdote, ma deve comunque chiedere al cliente informazioni sulle proprie conoscenza in materia finanziaria per determinare se il prodotto è adatto oppure no. Se poi il cliente decide che, nonostante l’avvertimento della banca, vuole comunque comprare quell’azione stramba, padrone di farlo, a suo rischio e pericolo. Un recente incontro operativo tra Abi e Consob ha stabilito che il cliente interessato solamente all’acquisto e alla vendita di prodotti definiti "non complessi" (esclusi quindi i derivati) può chiedere di essere escluso dalla valutazione sull’appropriatezza dell’investimento, ma solo se effettua le operazioni online.
SCHEMA
Tanto per cominciare la Mifid distingue tra categorie di clienti, retail, professional ed eligible counterparty: i primi, di cui fanno parte tutti i risparmiatori "semplici" e pure le piccole imprese, saranno maggiormente tutelati e dunque dovranno rispettare scrupolosamente tutti gli obblighi di legge statuiti a proprio favore. I clienti professionali, tanto per dare un’idea, dovranno soddisfare due di queste condizioni: un attivo di almeno 20 milioni di euro, un fatturato di almeno 40 milioni, mezzi propri di almeno 2 milioni. Tra le conseguenze più importanti dell'introduzione della Mifid c’è l’abolizione dell’obbligo di concentrare gli scambi sui mercati regolamentati. Questa in teoria sembrerebbe una minor tutela dei risparmiatori, ma in realtà la tutela è stata invece potenziata col concetto di best execution, cioè l’obbligo di eseguire l’ordine alle migliori condizioni per il cliente. Un’altra rivoluzione su cui torneremo presto.

Scherzi da Putin

IL SUMMIT. Incontro a Teheran tra i leader dei cinque stati rivieraschi. Aumentano i rischi

Iran e Russia
“blindano”
il Mar Caspio
di Marino Smiderle

Putin va in soccorso di Ahmadinejad e blinda la coalizione dei paesi rivieraschi del Caspio in un’ottica antiamericana. Questo, in estrema sintesi, è stato il senso della missione del presidente russo a Teheran, dove il governo iraniano aveva organizzato un meeting con i presidenti, appunto, di Russia, Iran, Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan.
La regione si sta accendendo come un cerino. E il guaio è che vicino a quel cerino ci sono giacimenti di petrolio e gas che potrebbero innescare un cataclisma di dimensioni planetarie, di cui non si sente davvero bisogno, considerando che lì sotto, a un’ora di volo, ci sono paesi per niente tranquilli come Iraq e Afghanistan, tanto per restare in tema di conflitti americani. E, per soprammercato, c’è pure la Turchia che, inviperita dalla mozione presenta dal Congresso Usa che riconosce come genocidio i massacri di armeni del 1915-16, minaccia di intervenire militarmente nel nord dell’Iraq per dare la caccia ai curdi del Pkk, responsabili, secondo Erdogan, di alcuni attentati terroristici in territorio turco.
Torniamo a Putin e veniamo ai motivi per cui, sfidando le annunciate minacce terroristiche, il presidente russo ha deciso di andare comunque a Teheran. Primo punto: la presenza americana in quell’area, ritenuta dalla Russia inaccettabile. «Da quando ci sono stati gli attacchi terroristici agli Usa nel 2001 - scrivono Nazila Fathi e C.J. Chivers sull’International Herald Tribune - il Pentagono ha costruito una base militare in Kyrgyzstan per supportare le operazioni in Afghanistan e ha ampliato la collaborazione militare con l’Azerbaigian, potenziando la ex base aerea presente in quella zona. Ha inoltre concluso un accordo con il Turkmenistan, un paese che ha fatto della neutralità un punto di forza, per poter fare atterrare gli aerei e far rifornimento. La presenza americana e la collaborazione ottenuta nella regione ha allarmato Mosca, anche perché la possibilità che gli aerei Usa possano usufruire dei servizi in Turkmenistan e in Azerbaigian ha dato la stura a una serie di speculazioni circa un futuro utilizzo militare proprio contro l’Iran».
E proprio per evitare una spirale di questo genere, i paesi del Caspio hanno firmato una sorta di impegno a stoppare lo straniero. «Per rafforzare il concetto - scrive Vanna Vannuccini su la Repubblica - i cinque capi di Stato di Iran, Russia, Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan hanno firmato una dichiarazione in cui si impegnano a che dal loro territorio nessun altro paese membro possa essere attaccato militarmente. "In nessun caso permetteremo a uno Stato terzo di usare il nostro territorio per un attacco o un’azione militare contro uno stato membro", recita la dichiarazione recita la dichiarazione, nella quale viene inoltre riconosciuto il diritto di ogni Stato di sviluppare tecnologia nucleare a fini pacifici, nell’ambito del Tratta di non proliferazione».
E questo è l’altro capitolo controverso del vertice, che pone Putin quale voce stonata nel coro di proteste proveniente dai paesi occidentali a proposito dell’uso della tecnologia nucleare in Iran. «I partecipanti hanno anche sostenuto - riporta Alberto Zanconato dell’agenzia Ansa - "il diritto legittimo all’uso pacifico dell’energia nucleare senza alcuna discriminazione, nell’ambito del Trattato di non proliferazione (Tnp)". Un implicito riconoscimento dunque alle aspirazioni dell’Iran».
«Esprimiamo il nostro sostegno al Tnp e a tutti i programmi nucleari con fini pacifici», ha ribadito nella conferenza stampa finale Putin. Mosca ha già votato insieme con le potenze occidentali due risoluzioni dell’Onu che impongono lievi sanzioni a Teheran per il suo rifiuto di sospendere l’arricchimento dell’uranio, ma frena, come la Cina, sull’adozione di misure più severe. Putin, il primo leader di Mosca a visitare l’Iran dopo Stalin nel 1943, ha poi discusso il programma nucleare di Teheran con il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad nel pomeriggio, prima di essere ricevuto dalla Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei. Al centro dei colloqui, tra l’altro, i ripetuti rinvii nel completamento da parte di tecnici russi, della prima centrale atomica iraniana, a Bushehr.
Di fronte a questa apertura di credito, non si è fatta attendere la reazione di Bush. «Quando ho parlato con Putin l'ultima volta mi ha detto che non avrebbe voluto un Iran in grado di produrre armi nucleari - ha ricordato il presidente americano -. È il senso del consenso raggiunto su questo punto per due volte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Dopo le ultime dichiarazioni da Teheran, aspetto con ansia un chiarimento». Nel corso di un convegno a Bruxelles, da titolo "Ue e Russia: amici o rivali?", il commissario Ue al Commercio, Peter Mandelson, ha ribadito la sua preoccupazione: «Le incomprensioni tra l'Unione europea e la Russia - ha detto - ricordano i tempi prima della caduta di Berlino e gli ultimi sei mesi lo dimostrano. Abbiamo raggiunto un livello d'incomprensione o perfino di sfiducia mai visto dai tempi della Guerra fredda, cosa che dissi mesi fa. Fui criticato per il mio pessimismo, o meglio, le mie preoccupazioni furono scambiate per pessimismo. Ma credo che la mia analisi di allora fosse giusta, semmai credo che negli ultimi sei mesi si sia rafforzata». Di fronte al complesso futuro nucleare, su cui l’Iran dichiara di voler puntare in maniera pacifica, i cinque paesi del Caspio hanno discusso sui confini delle acque territoriali. Sotto quelle acque, infatti, c’è un tesoro di risorse naturali che i vari paesi vogliono sfruttare. Prima del ’91 Iran e Urss si dividevano al 50 per cento il mare; da quando al posto dell’Urss sono nati gli altri stati la questione non è stata mai risolta. L’Iran, che ha il 13 per cento delle coste, ha insistito nel pretendere il 20 per cento di diritti.

sabato 20 ottobre 2007

New


Chiedete in edicola Panorama Economy, c'è un pezzo del vostro libertario. Purtroppo niente link sul web.

Progetti siderali

TRASPORTI. La compagnia aerea di Torri di Quartesolo nella cordata di Baldassarre

MyAir su Alitalia
«Noi ci proviamo»


Marino Smiderle
TORRI DI QUARTESOLO
Baldassarre e i suoi re magi, titolava simpaticamente ieri il settimanale Il Mondo. E uno di questi re magi sarebbe niente meno che Carlo Bernini, nella sua funzione di presidente di MyAir, la compagnia aerea che ha sede a Torri di Quartesolo. Antonio Baldassarre, per chi non se lo ricordasse, è l’ex presidente della Corte Costituzionale, diventato però famoso grazie al suo turbolento passaggio alla guida della Rai. Oggetto di comune interesse tra Baldassarre e Bernini è niente meno che l’Alitalia, compagnia in fase di decomposizione e per questo messa in vendita dallo stato che ne detiene il controllo.
Dedurre che MyAir vuole comprarsi Alitalia è ovviamente eccessivo. Ma Baldassarre è a capo di un gruppo eterogeneo di aspiranti acquirenti, a cominciare dall’imprenditore africano Leonard Kabungulu Kanyamwa «che si è detto pronto a spendere fino a 600 milioni di euro per acquistare una piccola compagnia italiana di nome Unifly: fatte le dovute verifiche - ha rivelato Baldassarre - abbiamo pensato di andare oltre creando un grande progetto intorno al rilancio dell’Alitalia».
Gli africani in questione si sono riuniti in Safna, società a cui sono stati conferiti 6 miliardi di euro e i diritti sulle principali rotte del continente nero, e hanno contribuito (partecipazione al 23,8 per cento) alla realizzazione della newco fondata per dare l’assalto ad Alitalia. A questa società MyAir partecipa col 5 per cento del capitale ma il suo ruolo è meno marginale di quello che la matematica lascerebbe supporre, anche perché per partecipare all’asta occorre avere tra le proprie fila un partner industriale, che nel caso specifico è proprio MyAir.
«Effettivamente - conferma Carlo Bernini, presidente della compagnia aerea vicentina - MyAir ha deciso di dare il suo apporto alla cordata condotta dal prof. Baldassarre per l’acquisizione del gruppo Alitalia. Abbiamo ovviamente la piena consapevolezza del limite delle nostre dimensioni e quindi del nostro apporto ma, in considerazione del fatto che si tratta di una cordata a maggioranza italiana con obiettivo non speculativo bensì di investimento per il risanamento e il rilancio di Alitalia, con aspetti interessanti e promettenti di originalità, senza conflitti di interesse nè disegni di colonizzazione, il cda di MyAir ha deciso di partecipare».
Secondo quanto dichiarato da Baldassarre, qualora l’affare andasse in porto, il gruppo sarebbe già pronto a investire un miliardo, «di cui 800 milioni destinati al rilancio della compagnia, ma in totale possiamo contare su almeno 1,5 miliardi».
«Riteniamo, sempre nei nostri limiti, di poter apportare una esperienza utile sul piano strategico ed operativo - aggiunge Bernini - particolarmente nel nostro segmento. Abbiamo provveduto, in questa circostanza, ad assicurarci una cospicua integrazione della nostra flotta, almeno altri 30 aeromobili, nella prospettiva di un successo di questo progetto e abbiamo incontrato la piena disponibilità dell’industria e della finanza».
Negli ultimi tempi MyAir ha avuto qualche problemino con la clientela per via di ritardi e malintesi. Ma i conti sono in ordine, i ricavi in aumento e la voglia di fare il gran salto c’è. Attualmente la compagnia ha uno staff di 250 dipendenti, e una flotta composta da 6 Airbus A320, 4 Bombardier CRJ 900 e un Saab. Entro il 2012 arriveranno altri 15 Bombardier. E, magari, pure l’Alitalia.

venerdì 19 ottobre 2007

Ah, Cécilia

Industriali allacciati


IL CONVEGNO. All’assemblea di Adria del Consiglio regionale allargato si è parlato della successione al vertice dell’associazione

«Più Veneto in Confindustria»


Marino Smiderle
INVIATO AD ADRIA (RO)
Volteggiando sul delta del Po, Luca di Montezemolo ha visto quella che, nella sua testa, dovrebbe essere la strategia della successione. Perché soprattutto di questo si è parlato, nella riunione a porte chiuse del Consiglio regionale allargato di Confindustria. Il presidente, dall’alto del suo elicottero, ha visto questo fiume che si allarga, crea canali diversi, sembra divergere dal suo letto naturale; ma poi finisce dritto nell’Adriatico. Un po’ come Confindustria Veneto, «che devo ringraziare per presentarsi unita in questo momento importante e che merita assolutamente una rappresentanza adeguata».
Certo, il tema dell’incontro organizzato all’autodromo di Adria è proprio "Il delta del Po in equilibrio tra sviluppo e ambiente", e al presidente degli industriali di Rovigo, Antonio Costato, vanno i complimenti di tutti. Ma questo è il periodo in cui si prepara la successione e non è un caso che l’ordine di scuderia, rispettatissimo, è quello di non fare nomi. Solo dichiarazioni di principio, tipo quelle rilasciate dal presidente regionale, Andrea Riello: «Il successore di Luca di Montezemolo uscirà sì al termine di una sana competizione, ma dovrà essere capace di dare segnali di unità e rappresentare un passaggio nel segno della continuità».
Sarà un caso, ma in prima fila tra gli ospiti della tavola rotonda moderata da Cesara Buonamici, e pure in prima fila al tavolo della conferenza stampa c’è un’industriale che raggruppa in sè tanto l’unità quanto la continuità: Emma Marcegaglia. Oltre a far parte della squadra dei vice di Montezemolo, e oltre ad avere le deleghe in materia di energia, la Marcegaglia ha un titolo in più per essere qui ad Adria. «È grazie a imprenditori come i Marcegaglia - riconosce Costato - se il Delta del Po può sperare di essere rilanciato definitivamente».
Sì, perché proprio Emma Marcegaglia da tempo ha puntato, come diversificazione dal core business siderurgico di famiglia, sul turismo. «E nel 1988 - ricorda - acquistammo dal Credito Svizzero Albarella spa, che abbiamo potenziato e che adesso sta dando ottimi risultati in termini di aumenti di fatturato e di redditività. Questa era considerata l’area Cenerentola del Veneto, noi abbiamo dimostrato che può essere sviluppata nel pieno rispetto dell’ambiente».
Emma for president? No comment, ovviamente. Montezemolo fa silenziosamente il tifo per lei, anche se Bombassei pare godere attualmente dei favori del pronostico. A proposito, dov’è Bombassei? «Assente più che giustificato», precisa Riello a scanso di equivoci. E infatti la giustificazione è più che valida, visto che l’esponente di Confindustria è rimasto fino a tarda ora a palazzo Chigi per seguire l’ultimo travaglio del protocollo sul Welfare. «Ci telefonava per tenerci aggiornati», aggiunge ancora Riello.
E Montezemolo cosa pensa del risultato finale di una partita che la sinistra radicale ritiene essere stata vinta proprio da Confindustria? «Non ho capito perché siano stati necessari tutti questi incontri di tre giorni per tornare a dove si era - risponde il presidente di Confindustria -. In ogni caso ritengo questo protocollo condivisibile».
Piccolo neo della manifestazione rodigina, il forfait dei due big della politica annunciati, il ministro per il Turismo, Francesco Rutelli, e l’ex ministro leghista del Welfare, Roberto Maroni. In compenso c’era Giancarlo Galan, governatore del Veneto, che ha sottolineato gli aspetti veneti della politica sull’energia. «Ci si scordi di estrarre gas dall'Alto Adriatico. Il divieto - ha scandito Galan - fu voluto tenacemente e non verrà cambiato: ci batteremo fino in fondo perché ciò non avvenga».

giovedì 18 ottobre 2007

Bpvi a Sorato

BANCHE. Zonin prende tempo per la scelta

Il cda della Bpvi
assegna a Sorato
le deleghe del dg


Marino Smiderle
VICENZA
Per il nuovo direttore generale ci sarà da aspettare ancora per un po’. Come previsto, ieri il cda della Banca Popolare di Vicenza «ha preso atto delle dimissioni del dott. Luciano Colombini dalla carica di direttore generale».
«Nel contempo - prosegue la nota diffusa dalla Bpvi - considerato che ai sensi dell'articolo 50, sesto comma, dello statuto sociale, in caso di assenza o impedimento, il direttore generale è sostituito in tutte le facoltà e funzioni che gli sono attribuite dal componente la direzione generale che immediatamente lo segue per grado, il consiglio di amministrazione ha disposto che, fino al momento in cui la carica di direttore generale resterà vacante, le funzioni di capo dell'esecutivo saranno svolte dall'attuale condirettore generale, Samuele Sorato».
Quanto ci vorrà prima del varo della nuova squadra direttiva? Zonin si è preso il tempo necessario ed è probabile che arriveranno indicazioni più precise già la prossima settimana, all’indomani della riunione già calendarizzata del cda di Mediobanca. In quella occasione alla Popolare di Vicenza potrebbe arrivare il via libera definitivo all’ingresso nel capitale dell’istituto milanese. E da quel momento in poi tutte le caselline potrebbero trovare il proprio posto.
Sì, perché non c’è solo la casella di Colombini da riempire. Alle dimissioni di Colombini (dimessosi anche dal cda di Cattolica), già insediato in Popolare di Verona, ieri si sono aggiunte quelle di due capi area, e il tam tam interno a via Framarin pare annunciare altre uscite nei prossimi giorni. Di qui la necessità di organizzare il top management, anche se è probabile che in molti casi si opterà per soluzioni interne, vista l’alta considerazione che Zonin, nonostante le ultime divergenze con Colombini, ha sempre avuto per il personale della Bpvi.
A livello di numero uno, però, il presidente si è preso il tempo che serve perché, prima di assegnare l’incarico più importante, potrebbe chiudere alcune operazioni straordinarie e magari sfruttare la mancanza di un direttore generale per mettere sul piatto della trattativa il ruolo guida del nuovo, ulteriormente potenziato, istituto.
Dopo le filiali acquisite da Ubi Banca, costate moltissimo, troppo secondo i critici, Zonin non ha intenzione di fermarsi. Nelle prossime settimane si dedicherà all’approfondimento delle trattative in corso. Quella con Banca Popolare dell’Emilia, per esempio, di cui già tre anni fa l’allora dg di Bpvi, Divo Gronchi, aveva cominciato ad occuparsi, salvo poi rimandare l’affare a tempi migliori. È chiaro che un futuro istituto così grande, potrebbe diventare appetibile per manager di primissima fascia, tipo Matteo Arpe, ex Capitalia.

Bpvi moscovita

RISIKO BANCARIO. Numerose questioni oggi all’esame del cda. Ma non uscirà il nome del nuovo direttore generale

La rivoluzione d’ottobre
alla Popolare di Vicenza

Marino Smiderle
VICENZA
C’è da metabolizzare l’acquisizione delle sessanta filiali lombarde di Ubi Banca. C’è da gestire una fase economica generale non eccezionale. C’è da riprendere subito in mano il timone, insomma, visto che il timoniere di lungo corso, conosciuto a stimato da tutta la Vicenza che conta, Luciano Colombini, è passato armi e bagagli alla guida dei rivali della Banca Popolare di Verona.
È di questo che parlerà oggi il presidente Gianni Zonin, in occasione del consiglio di amministrazione della Banca Popolare di Vicenza convocato per prendere atto delle dimissioni presentate sabato scorso dal direttore generale.
Chi si aspetta che oggi Zonin dia il nome del successore di Colombini, magari con l’introduzione di una figura finora assente in Bpvi, quella dell’amministratore delegato, rimarrà però deluso. Oggi il consiglio prenderà atto delle dimissioni di Colombini, già in sella a Verona, e trasferirà le deleghe del direttore generale a Samuele Sorato, da poco nominato condirettore generale. Sorato, che gode della fiducia del presidente, dovrebbe rimanere alla guida della banca per un periodo di transizione, in attesa che si individui il nuovo numero uno operativo di un gruppo che ha superato quota 600 sportelli.
Già, ma quali saranno le prossime mosse di Zonin?
MF, quotidiano finanziario edito da Paolo Panerai, da sempre molto informato sulle intenzioni di Zonin, ieri annunciava possibili sorprese. Non tanto dal punto di vista dei nomi, quanto delle future mosse. In pratica, la transizione potrebbe durare un altro po’, fino a quando non saranno concluse alcune operazioni su cui il presidente punta molto per far fare quello che ritiene il definitivo salto di qualità all’istituto di via Framarin.
Da un lato si torna a parlar di Banca Etruria, i cui 170 sportelli potrebbero garantire il rafforzamento del presidio di Bpvi nell’Italia centrale. Ma MF accende i fari niente meno che su Banca Popolare dell’Emilia Romagna, una potenza nel settore delle Popolari, con oltre mille sportelli. «Indiscrezioni parlano di recenti contatti tra Zonin e l’ad della Bper, Guido Leoni - scrive MF -. In ogni caso l’assenza di un top manager forte renderebbe più agevoli eventuali “merger of equals”».
Cioè, fusione tra eguali, anche se è difficile pensare che Vicenza possa mantenere il bastone del comando, una condizione che Zonin ha sempre ritenuto imprescindibile nelle operazioni straordinarie fin qui concluse.
Per la successione a Colombini, comunque, restano gettonati i nomi di Montani (Antonveneta) e Vincenzo Consoli (Veneto Banca). Il primo è dato in uscita da Antonveneta, entrata nella scuderia del Santander, mentre il secondo è in piena attività a Montebelluna, dove dovrebbe presto diventare amministratore delegato di un gruppo che è un po’ una sua creatura e che gli dispiacerebbe lasciare. A meno che, in questo bailamme di fusioni, dal cilindro di Zonin non saltasse fuori un’ipotesi galattica di alleanza tra Bpvi, Veneto Banca e Bper, con la conseguente creazione di un colosso che, sul modello federale, potrebbe garantire a ciascuna provincia dell’impero la propria autonomia.
Al momento paiono fantasie, ma dal laboratorio di Mediobanca, dove presto entrerà con una piccola partecipazione la stessa Bpvi, potrebbero saltar fuori soluzioni ancora più avveniristiche.
Si vedrà. Intanto la cosa più urgente è ricomporre la catena di comando operativo ai piani alti di via Framarin, dove oltre a Colombini si annunciano altre uscite importanti, dopo quelle appena ufficializzate di Zampieri (direttore finanza sostituito da Micillo, ex Capitalia) e di Giacomello (direttore risorse umane).
Per la Popolare la rivoluzione d’ottobre è appena cominciata.

martedì 16 ottobre 2007

Mastellate vicentine

LA VISITA. Il ministro della Giustizia e l’on. Mauro Fabris sono stati ieri ospiti di Assindustria Vicenza. Sul tappeto diverse questioni di scottante attualità

«Macché micro, è solo criminalità»
di Marino Smiderle

«Glielo consegnassero a Berlusconi questo volantino». Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, accompagnato dal fido Mauro Fabris, luogotenente vicentino, oltre che capogruppo alla Camera dell’Udeur, ha appena dribblato il tavolino di protesta organizzato dagli esponenti vicentini della Lega Nord, capitanati dal sen. Paolo Franco. Ce l’hanno con l’indulto, i leghisti, e con il conseguente aumento, a loro dire, dei reati commessi a nel Vicentino. «Volevo ricordare a quei leghisti che proprio qui a Vicenza hanno offerto una torta a Berlusconi per il suo compleanno - reagisce puntuto il ministro - che quello sull’indulto è un provvedimento di iniziativa parlamentare, non è frutto dell’attività del governo. E a votarlo sono stati pure Berlusconi e Forza Italia, oltre che An. Dunque...».
Argomento scottante, quello della criminalità, anche tra i padroni di casa che ospitano il ministro a palazzo Bonin Longare, quegli industriali vicentini che, a più riprese, hanno sempre messo l’indice sul tema sicurezza quale punto debole di una delle province più sviluppate d’Italia. Mastella non si tira indietro, «anche se - puntualizza - dovete parlare più col ministro dell’Interno che con il sottoscritto, se vi riferite alla richiesta di una maggiore presenza di forze dell’ordine da queste parti. In ogni caso, per parte mia porterò nel prossimo consiglio dei ministri una proposta tesa ad annullare la differenza, puramente sociologica, tra micro e macrocriminalità: per me sempre di criminalità si tratta, e proporrò di cominciare a far scontare la pena già dopo la condanna di primo grado per quei reati più odiosi che derubrichiamo come microcriminalità, ma che la gente paga sulla propria pelle».
Ovvio che quando si parla di giustizia, al ministro si chieda soprattutto di por mano al portafoglio, magari per costruire nuovi tribunali o nuove carceri, anche se nel frattempo l’indulto ha eliminato il sovraffollamento di quelle vecchie. «Sono passato davanti al tribunale in costruzione di Vicenza - osserva - e mi pare che questo sia un segno tangibile di quello che stiamo facendo per questa zona d’Italia. Magari non sarà sufficiente, ma è pur sempre qualcosa di importante».
Già che c’è, forte della consulenza decisiva di Fabris, Mastella sfiora ancora l’argomento Dal Molin. «Credo si possa dire che la proposta di Fabris di spostare a ovest la base fosse quella più sensata - afferma il ministro - e l’orientamento del commissario del governo, Paolo Costa, mi sembra sia partito proprio da questo suggerimento. Quanto alle lamentele dei vicentini di fronte alla manifestazione organizzata dai noglobal proprio a ridosso delle festività natalizie, vorrei che Vicenza potesse fare come noi faremo in occasione del prossimo G8: terremo gli incontri alla Maddalena, proprio per rendere la vita difficile gli estremisti. Col Dal Molin Vicenza deve pagare il dazio di essere diventata un punto di raccolta di manifestanti di ogni zona d’Italia. E questa è un’ingiustizia per chi vive e lavora da queste parti».
Chiusura più politica, con inevitabile riferimento al neonato partito democratico. «Tanti auguri - dice Mastella - ma noi stiamo fuori. Per conto mio unisce due parti politiche che ritengo troppo diverse. Valuteremo le ipotesi di alleanza. Anche se ritengo che sia arrivato il momento di fare qualcosa per il grande centro». E chi vuol capire, capisca.

LA PROTESTA. Il sen. Franco e altri esponenti berici della Lega Nord contro il ministro

«Chi ha promosso la legge sull’indulto deve dimettersi»

Il sen. Paolo Franco fa srotolare lo striscione prima che calino le tenebre. "Delinquenti premiati, cittadini esasperati". Definirla gazzarra è decisamente esagerato, visto che i leghisti vicentini, qualche decina, quasi tutti esponenti istituzionali, se ne stanno in fila dietro il manifesto, gridando qualche slogan, senza impensierire minimamente i poliziotti.
«Noi siamo venuti qui - spiega Franco - per chiedere a Mastella che se ne vada. E che con lui se ne vada l’intero governo. Noi vicentini lo vediamo tutti i giorni, lo sperimentiamo sulla nostra pelle: la legge sull’indulto ha rimesso in libertà criminali che sono tornati a delinquere. Abbiamo scritto in un volantino i nomi dei parlamentari veneti che hanno votato per quella legge e sotto ci abbiamo scritto l’unica parola che può riassumere questa iniziativa: vergogna».
Ce n’è una bella lista di Forza Italia e dell’Udc, partiti che stanno dalla stessa parte della Lega nord. Pazienza. Per la Lega chi ha votato per l’indulto va messo all’indice. «La cronaca - conclude Franco - ci dà purtroppo ragione».

lunedì 15 ottobre 2007

A proposito di Nobel

Dal Wall Street Journal
In Oslo Friday, the 2007 Nobel Peace Prize was not awarded to the Burmese monks whose defiance against, and brutalization at the hands of, the country’s military junta in recent weeks captured the attention of the Free World.
The prize was also not awarded to Morgan Tsvangirai, Arthur Mutambara and other Zimbabwe opposition leaders who were arrested and in some cases beaten by police earlier this year while protesting peacefully against dictator Robert Mugabe.

Or to Father Nguyen Van Ly, a Catholic priest in Vietnam arrested this year and sentenced to eight years in prison for helping the pro-democracy group Block 8406.

Or to Wajeha al-Huwaider and Fawzia al-Uyyouni, co-founders of the League of Demanders of Women’s Right to Drive Cars in Saudi Arabia, who are waging a modest struggle with grand ambitions to secure basic rights for women in that Muslim country.

Or to Colombian President Àlvaro Uribe, who has fought tirelessly to end the violence wrought by left-wing terrorists and drug lords in his country.

Or to Garry Kasparov and the several hundred Russians who were arrested in April, and are continually harassed, for resisting President Vladimir Putin’s slide toward authoritarian rule.

Or to the people of Iraq, who bravely work to rebuild and reunite their country amid constant threats to themselves and their families from terrorists who deliberately target civilians.

Or to Presidents Viktor Yushchenko and Mikheil Saakashvili who, despite the efforts of the Kremlin to undermine their young states, stayed true to the spirit of the peaceful "color" revolutions they led in Ukraine and Georgia and showed that democracy can put down deep roots in Russia’s backyard.

Or to Britain’s Tony Blair, Ireland’s Bertie Ahern and the voters of Northern Ireland, who in March were able to set aside decades of hatred to establish joint Catholic-Protestant rule in Northern Ireland.

Or to thousands of Chinese bloggers who run the risk of arrest by trying to bring uncensored information to their countrymen.

Or to scholar and activist Saad Eddin Ibrahim, jailed presidential candidate Ayman Nour and other democracy campaigners in Egypt.

Or, posthumously, to lawmakers Walid Eido, Pierre Gemayel, Antoine Ghanem, Rafik Hariri, George Hawi and Gibran Tueni; journalist Samir Kassir; and other Lebanese citizens who’ve been assassinated since 2005 for their efforts to free their country from Syrian control.

Or to the Reverend Phillip Buck; Pastor Chun Ki Won and his organization, Durihana; Tim Peters and his Helping Hands Korea; and Liberty in North Korea, who help North Korean refugees escape to safety in free nations.

These men and women put their own lives and livelihoods at risk by working to rid the world of violence and oppression. Let us hope they survive the coming year so that the Nobel Prize Committee might consider them for the 2008 award.

Waziristan

Waziristan in guerra
Le montagne
senza confine
dei talebani
Marino Smiderle

È la terra delle tribù, quelle che non riconoscono confini, meno che mai la Durand line che dovrebbe separare quello che la natura impervia non separa, segnando un confine valido solo sulla carta, quello tra Afghanistan e Pakistan. È una terra che si chiama Waziristan, dove si sospetta siano nascosti Osama bin Laden e il mullah Omar e dove, di sicuro, i talebani stanno cercando di imporre la propria legge teocratica, basata sulla sharia. Nell’ultima settimana circa duecento militanti e cinquanta militari pachistani sono stati uccisi, nel corso di una delle più violente battaglie da quando il governo di Islamabad ha schierato 90 mila soldati nelle zone al confine con l’Afghanistan.
«Nessuno sa davvero quante siano le vittime di un conflitto cominciato dopo gli attentati negli Stati Uniti dell’11 settembre 2001 - ricorda l’agenzia Ansa -. L’attacco americano contro il regime dei talebani ha spinto i ribelli e i militanti della legione araba di Osama bin Laden verso il confine e oltre le montagne, in quelle regioni del Pakistan oltre una frontiera - la linea Durand - riconosciuta solo da Islamabad e inesistente per la natura e per le popolazioni locali. La guerra in queste zone impervie, abitate dai pashtun, che non hanno mai riconosciuto il governo di Islamabad, è una delle principali minacce per il regime del presidente Pervez Musharraf che ha sempre maggiori difficoltà a controllare il radicalismo islamico e a evitare che si diffonda in tutto il Paese, di 160 milioni di persone, per lo più musulmani».
Fino al luglio scorso, quando scoppiò la rivolta alla Moschea Rossa di Islamabad, i rapporti tra governo pakistano e guerriglia talebana ammassata nei monti del Waziristan sono sempre stati molto ambigui, tanto che gli Stati Uniti, sponsor pesanti per Musharraf dall’11 settembre in avanti, non hanno perso occasione per rimproverare il recalcitrante alleato. Ma i servizi segreti pakistani dell’Isi, tra le cui fila si ritiene svolga un ruolo di primo piano la fazione pro-talebani, hanno proseguito nella politica di celato sostegno ai miliziani di Al Qaeda, che proprio dal Waziristan hanno organizzato le principali incursioni in Afghanistan. L’80 per cento degli attentatori suicidi in Afghanistan provenivano proprio dai campi di addestramento del Waziristan. Ora la musica è cambiata e i soldati pakistani, dopo anni di servizio di routine lungo il confine, si sono trovati presi di mira dai talebani. E ora che Musharraf è stato confermato presidente, dopo l’armistizio sancito con l’ex rivale Benazir Bhutto, è proprio su queste montagne impervie e inaccessibili che si gioca il futuro non solo del Waziristan, ma di Afghanistan e Pakistan insieme.
«Soprattutto le sentinelle sono in allerta nel quartiere dell’esercito - scrive Lorenzo Cremonesi in una corrispondenza da Peshawar -. Caserme basse, immerse nel verde, tra vialetti ben tenuti. Eppure le vestigia delle vecchie tradizioni militari britanniche non servono a nascondere l’atmosfera di allarme che dai confini con l’Afghanistan è arrivata anche qui a Peshawar, la città più importante sull’antica strada che da Rawalpindi conduce al Khyber Pass e alla patria dei talebani. Poco distante è guerra vera: oltre 250 morti negli ultimi tre giorni. A credere ai portavoce dell’esercito, la peggio l’avrebbero avuta i guerriglieri islamici, i soldati morti sarebbero solo una cinquantina (però quasi un migliaio in 3 anni). Ma i mullah locali e i talebani filo Al Qaeda rovesciano le cifre: avrebbero catturato o ucciso quasi 350 soldati negli ultimi giorni, intere regioni sono passate sotto il loro controllo, i militari resterebbero chiusi nei loro acquartieramenti ricorrendo massicciamente all’aviazione, che però nei suoi bombardamenti causa più vittime tra i civili che non tra le fila della guerriglia».
Alberto Negri, del Sole 24 Ore, è andato a Islamabad per intervistare Khalid Khawaja, 55 anni, ex agente dei servizi segreti militari pakistani dell’Isi, per conto dei quali dirigeva il famoso Afghan Bureau, «uomo dalla fama controversa, il simbolo delle relazioni ambigue tra Islamabad e la galassia della Jihad».
«Daniel Pearl, l’inviato del Wall Street Journal, si rivolse a lui per indagare sui rapporti tra l’Isi e il terrorismo qaidista - prosegue Negri -. Pearl qualche tempo dopo finì a Karachi nelle mani di Al Qaeda che lo fece decapitare».
Khawaja, vecchio amico di Bin Laden, spiega al Sole 24 Ore cosa pensa del futuro della jihad. «La guerra santa non è finita con la sconfitta dell’Unione Sovietica in Afghanistan e con la caduta dei talebani: non abbiamo combattuto per l’Occidente, che allora ci applaudiva, una guerra per procura. È stata una battaglia per l’Islam che continua: anche in Pakistan, dove gli Stati Uniti già bombardano il Waziristan e vorrebbero entrare con i loro soldati».
Di fronte a questa situazione, il governo e l’esercito pakistani sono in grosse difficoltà. La scelta di Musharraf di mettersi apertamente contro Al Qaeda, oltre a causare l’ennesimo attentato contro la sua persona (un elicottero della scorta presidenziale è stato abbattuto in circostanze che lasciano sospettare si tratti, appunto, di un attentato), sta mettendo a nudo la questione cruciale, legata all’accusa di vassallaggio nei confronti degli Usa che pesa da tempo sul capo dell’esecutivo di Islamabad. «Oggi - riassume Carlotta Gall sul New York Times - il governo è intrappolato in un doppio contrasto. Dopo aver tentato per parecchi anni di sconfiggere gli estremisti, nel 2006 raggiunse con loro una sorta di pace: ora quegli accordi sono rotti. Allo stesso tempo Islamabad ha capito che non battere i militanti solo con le armi».
Da tale strettoia passa il futuro di tutta questa tribolatissima area. È su queste montagne che si chiude la partita.

Tango amaro


PORTAFOGLIO

Questa lady
non restituirà
i vostri soldi
di Marino Smiderle

Sono passati diversi anni dal crac clamoroso delle obbligazioni targate Argentina. E sono passati due anni e mezzo dal termine ultimo stabilito dal presidente Nestor Kirchner per accettare le condizioni capestro imposte da Buenos Aires ai 450 mila risparmiatori italiani: «O prendi ’sta minestrina scondita o salti dalla finestra senza neanche un soldino». Il 28 ottobre prossimo in Argentina ci saranno le elezioni presidenziali e i 250 mila detentori italiani di Tango bonds che all’epoca rifiutarono, anche su consiglio delle banche che avevano loro ammollato quei titoli, la proposta indecente, speravano che tornasse in auge la possibilità di riaprire i termini del confronto. Siccome a succedere a Kirchner sarà, come tradizione peronista impone, la bella moglie Cristina Fernandez, è del tutto improbabile, per non dire impossibile, che dal Sud America giungano notizie confortanti per i risparmiatori beffati.
IL CASO
Dei 450 mila piccoli risparmiatori italiani che alla fine degli anni 90, spinti dal calo dei tassi d’interessi dei titoli di stato nazionali, cercarono emozioni e soldi nelle obbligazioni ad alto rendimento della Repubblica Argentina, ben 270 mila (il 40 per cento) sono rimasti senza il becco di un quattrino, mentre i restanti 180 mila (quelli che hanno aderito alla proposta di Kirchner e si sono portati a casa titoli nuovi a lunga scadenza e a rendimento più basso), se non altro hanno ridotto le perdite, più o meno, alla metà del capitale investito, con prospettive di possibile apprezzamento ulteriore dei titoli. Dal febbraio 2005, data di chiusura dell’offerta, a oggi, i prezzi delle obbligazioni di nuova emissione hanno subito vari incrementi, e solo negli ultimi mesi hanno segnato il passo, in virtù del generalizzato aumento dei tassi d’interesse. Per chi invece non ha accettato l’offerta, oggi come allora (a eccezione di chi ha ottenuto il rimborso dalla propria banca) ha in portafoglio un titolo argentino che vale, e sempre varrà, zero.
TASK FORCE
A nessuno piace sottostare ai ricatti, e quello di Kirchner a suo tempo fu un ricatto, e della peggior specie. Tuttavia, tra perdere 10 mila euro e perderne 5 mila, si sceglie sempre il male minore. Eppure durante quel periodo le banche italiane, che avevano collocato a piene mani i titoli di Buenos Aires ricavandone laute commissioni, appoggiarono la posizione di quella che venne denominata Task Force Argentina, una sorta di associazione tra banche e risparmiatori traditi che chiedeva giustizia e non accettava in alcun modo il trattamento riservato dal presidente. Dal punto di vista del principio, pochi dubbi: la Task Force aveva ragione da vendere. Ma dal punto di vista del risultato, quella posizione si è rivelata fallimentare. Tanto che quei poveri risparmiatori in possesso dei Tango Bonds si sentirono, come si dice a Napoli, cornuti e mazziati (dalle banche italiane, ovviamente, che prima avevano venduto loro i titoli andati in default, e poi hanno impedito di recuperare qualcosa). Va detto che qualche istituto di credito, spinto anche dai ricorsi in giudizio, è venuto incontro a qualche caso limite, rimborsando integralmente l’investimento effettuato. Ma, tranne queste lodevoli eccezioni, la maggior parte dei Tango-people è rimasta cornuta e mazziata.
IL RECUPERO
Alla fine dell’anno scorso i nuovi titoli dell’Argentina, quelli emessi in sostituzione della carta straccia, erano stati premiati dal mercato, tanto da recuperare fino ai due terzi del valore originariamente investito. Merito anche della politica economica di Buenos Aires, che era riuscita a dare valore anche a dei warrant emessi in occasione della ristrutturazione del debito e legati alla crescita del Pil. Poi è arrivato il credit crunch, i tassi sono saliti e i corsi di queste obbligazioni sono tornati a scendere.
LA RESPONSABILITÀ
Certo che, a giudicare dai risultati, la proposta "garantista" delle banche italiane si è rivelata disastrosa. «Lavagna - ha detto a Plus, settimanale del Sole 24 Ore, Giuseppe D’Orta, consulente di Aduc - ha ragione quando dice che sulla proposta dell’Argentina è stata posta in campo un’operazione molto forte dalle banche italiane. Si è trattato di un errore: ma oggi, col senno di poi, dirlo è facile». Già. Qualcuno, però, l’aveva detto molto tempo fa.

domenica 14 ottobre 2007

Columbus day

BANCHE. Il presidente Zonin ha convocato per mercoledì il Cda: a breve altre nomine

Popolare di Vicenza
Se ne va il direttore
di Marino Smiderle

«La Banca Popolare di Vicenza comunica che il direttore generale, dott. Luciano Colombini, ha rassegnato le dimissioni al presidente. Il presidente ha convocato per mercoledì 17 ottobre alle ore 11 il consiglio di amministrazione per le opportune valutazioni».
Le voci che si rincorrevano da qualche giorno, dunque, erano vere. Dopo due anni di direzione generale e ben 23 anni di brillante carriera all’interno della Banca Popolare di Vicenza, Luciano Colombini, 52 anni, ieri ha presentato ufficialmente al presidente Gianni Zonin la sua lettera di dimissioni.
Non si può dire che sia stato un vero e proprio fulmine a ciel sereno, visto che già da qualche mese tra i due c’erano state differenti valutazioni su alcune operazioni strategiche. E considerato anche che, proprio negli ultimi giorni, c’erano stati alcuni avvicendamenti a livello dirigenziale (sostituzione del direttore finanza e del direttore risorse umane), oltre alla nomina alla condirezione generale di Samuele Sorato, che all’interno della Popolare erano stati interpretati come una sorta di avviso presidenziale nei confronti del dg. Di qui alle dimissioni repentine, però, ce ne corre. E quindi l’uscita di scena di Colombini, a cui dovrebbero seguire quelle del vicedirettore generale, Ippolito Fabris, e di un altro paio di dirigenti significativi, è stata per gli ambienti finanziari vicentini una vera sorpresa.
Ieri il settimanale Milano Finanza, diretto da Paolo Panerai, aveva anticipato la notizia raccogliendo i rumours che circolavano nei salotti buoni e sostenendo che l’uscita del direttore generale «era nell’aria da un po’ di tempo».
Tra i motivi del raffreddamento del feeling tra Zonin e Colombini, che negli ultimi esercizi hanno fatto registrare all’istituto di via Framarin ottimi risultati, compresa l’ultima semestrale, potrebbero esserci le mancate conquiste di Banca Popolare di Intra e degli sportelli messi in vendita recentemente da Banca Intesa. E magari anche l’ultima operazione straordinaria, quella dell’acquisto di una sessantina di sportelli di Ubi Banca, chiusa direttamente dal presidente a un prezzo che il dg riteneva troppo elevato: potrebbe essere stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso delle incomprensioni. Comunque sia, le dimissioni di Colombini chiudono la questione e aprono nuovi scenari, sia per la Banca Popolare di Vicenza che per l’ormai ex direttore generale. Per quel che riguarda Bpvi, un lancio dell’agenzia ApCom anticipa quelli che potrebbero essere i due più autorevoli candidati a raccogliere il testimone di Colombini. Si tratta di Piero Montani, amministratore delegato di Antonveneta, e Vincenzo Consoli, direttore generale di Veneto Banca. Montani, tra l’altro, è reduce dall’ennesimo cambio di proprietà per Antonveneta (ora entrata nella scuderia del Banco di Santander) e da giorni si vocifera di una sua possibile uscita dall’istituto patavino. Ecco che questa potrebbe essere l’occasione propizia.
Per quel che riguarda Consoli, invece, il suo arrivo in via Framarin potrebbe addirittura aprire la strada a una futura fusione tra i due istituti che, negli ultimi anni, si sono dati battaglia nella campagna acquisti di banche e sportelli. È un’ipotesi azzardata, considerata la competizione piuttosto accesa che c’è stata tra le due banche, ma dal punto di vista strategico darebbe vita a una grande banca popolare del Nord Est, con forti propaggini al sud, in grado di recitare un ruolo di primo piano forte di una dotazione di circa mille sportelli.
Se questa è un’illazione da fantabanca, quella che Milano Finanza dà per certa è invece la destinazione di Luciano Colombini: sarà il prossimo direttore generale della Banca Popolare di Verona, a fianco dell’amministratore delegato Franco Baronio. Si tratterebbe, condizionale d’obbligo visto che questa mossa dovrebbe essere ufficializzata solo nei prossimi giorni, di un incarico di prestigio e di una sfida professionale stimolante, dopo una vita passata all’interno della Popolare di Vicenza.
Sull’altro fronte, a breve, sicuramente dopo il cda di mercoledì, Zonin dovrebbe annunciare nuovi nomi e nuovi programmi di una Bpvi rivoltata come un calzino.

Sondaggi & pedaggi

L'analisi
Marino Smiderle

Quella voglia
di politica non politicante

Tra tutte le istituzioni passate al vaglio del popolo vicentino, quella che se la passa peggio è il governo nazionale. Non è questione di età, sesso o livello di istruzione: tutti i vicentini hanno piazzato il governo all’ultimo posto. E non è che i sindacati godano di salute migliore: dal 2,1 di voto medio (range tra 1 a 5) affibbiato all’esecutivo, si sale di un decimo (2,2) quando viene giudicata la Triplice. A salire, Regione Veneto (2,8), Comune di Vicenza (2,9) e Provincia di Vicenza (3), riescono a rendere la politica più digeribile, si direbbe perché più vicini e, quindi, più controllabili. Il dato che smentisce l’ipotesi della vicinanza arriva però dal vertice della classifica, dove i vicentini hanno piazzato niente meno che l’Unione Europea (3,6), seconda solo alle forze dell’ordine (4,1), da sempre una garanzia per la civile convivenza.
Si potrebbe dedurre che Vicenza cerca aiuto fuori dai confini nazionali, visto che dalla politica nostrana non arriva nulla di buono. E come in economia va di moda l’internazionalizzazione, allo stesso modo in politica potrebbe essere una ricetta dall’esito miracoloso.
Ma quello che preoccupa di più i vicentini, da troppo tempo per la verità, è la questione sicurezza. E la mancanza di sicurezza, a torto o a ragione, è associato alla presenza di immigrati irregolari: per il 77 per cento degli intervistati questa presenza di clandestini è un reale pericolo per i cittadini.
Numeri, percentuali, statistiche che traducono in concreto quel senso di insoddisfazione che si respira da anni a queste latitudini. Rispetto a qualche anno fa, però, questo malessere e questo astio nei confronti della politica (sostituiti dal gradimento per i fenomeni alla Grillo) sono diventati più gravi perché, pur essendo una delle zone più ricche d’Italia, in termini relativi il benessere viene eroso quotidianamente dalla perdita di potere d’acquisto dell’euro. Perché, checché se ne dica, le famiglie vicentine hanno risentito di un’inflazione sicuramente maggiore di quella dichiarata dall’Istat, ed è inevitabile che questa sensazione finisca con l’influire le valutazioni sulla politica, ritenuta in qualche modo responsabile di questo sgradevole mutamento.
Poi, è ovvio, ci sono anche le questioni particolari, tipo il caso dal Molin, che da più di un anno monopolizza l’attenzione di Vicenza e non solo di Vicenza. Secondo i dati elaborati da Lan - Panel Data, siamo i sì e i no più o meno di equivalgono, con un 1,7 per cento in più dal lato dei contrari. Il precedente sondaggio effettuato dalla Deimos rilevava una percentuale del 60 per cento di contrari, segno che le grandi manifestazioni di protesta organizzate in questo lasso di tempo hanno un pochino logorato almeno metà dei cittadini, anche tra le file di quelli che per la base non farebbero certo i salti di gioia.
Mancano pochi mesi, un’inezia se ragioniamo con l’orologio del politico di professione, alle prossime elezioni municipali. Questa indagine statistica commissionata dal Giornale di Vicenza potrebbe essere utilizzata dagli aspiranti candidati per stilare un programma serio, in grado di incontrare quelle che sono le esigenze di chi mette la croce nella scheda e che, a dirla tutta, si è stancato di venire vezzeggiato solo nei giorni precedenti il voto. E occhio, cari partiti tradizionali, a dare per scontato che il vicentino voterà sempre a centrodestra. Il 78,6 per cento degli intervistati si dichiara pronto a votare per una lista civica che nascesse fuori dagli schieramenti tradizionali dei partiti. E tuttavia, pur con questa propensione, i vicentini si dimostrano attenti nel valutare il fenomeno Grillo, con una disamina complessa, tutto sommato positiva ma con oltre il 30 per cento di giudizi molto negativi. Complicati, i vicentini.

mercoledì 10 ottobre 2007

L'atterraggio

AEROPORTO. Rosso per 1,6 milioni in due anni

Le ingenti perdite
spingono la pista
verso Thiene

di Marino Smiderle

Ogni anno, da troppi anni, la Camera di commercio deve suturare la sua ferita più grave. Una ferita che si chiama Aeroporti Vicentini che, puntuale come un orologio svizzero, comincia a sanguinare in primavera, quando l’assemblea della società aeroportuale, presieduta da Giuseppe Sbalchiero, scrive a bilancio la perdita di esercizio. Siccome la Camera di commercio è l’unico socio che mette mano al portafoglio, la sua partecipazione in Aeroporti Vicentini è salita al 70,31 per cento del capitale. In poche parole, il Dal Molin, versante civile, è cosa sua. E, soprattutto, sono cosa sua le perdite: nel 2006 il rosso della società di strada Sant’Antonino è stato di 845 mila euro, replicando la non esaltante performance del 2005, quando la perdita fu di 840 mila euro. Riassumendo: negli ultimi due anni Aeroporti Vicentini ha perso poco meno di un milione e 700 mila euro.
Nell’ultima assemblea Sbalchiero ha presentato un piano industriale di sviluppo per il triennio 2008/2010 ipotizzando tre scenari. Il primo, definito di sviluppo, ipotizza l’avvio, o meglio, il riavvio, un servizio di linea. A tal proposito, ha detto Sbalchiero in assemblea, ci sono contatti in corso con Alitalia (che attualmente ha ben altri problemi), FoxAir, Eurotravel (voli charter), Albatros Airways (collegamento ipotizzato: Vicenza-Tirana), Daedalo, Club Air, Capatair, Darwin Airline. È chiaro che, per supportare un simile piano, occorre iniettare nella società nuove risorse finanziarie, cosa che nessuno dei soci sembra intenzionato a fare.
Di fronte all’aumento di capitale (obbligatorio per legge, visto che le perdite di 850 mila euro si sono mangiate quasi tutto il milione e rotti di capitale sociale) deliberato dall’assemblea straordinaria di Aeroporti Vicentini, per un importo di quasi 3 milioni di euro, la giunta della Camera di commercio il 24 luglio scorso ha deliberato di erogare il minimo necessario, e cioè il 70,3 per cento delle perdite, pari a 594 mila euro, «ritenuto necessario al fine di evitare azioni nei confronti della società in oggetto da parte della massa creditoria, che avrebbe portato nocumento all’immagine della società partecipata». E quindi ha optato per aderire all’opzione 2 presentata da Sbalchiero, definita di "mantenimento", che punta a perdere meno, se possibile, vivacchiando sugli executive.
La terza alternativa, quella che chiuderebbe una volta per tutte la ferita da cui sgorgano le perdite sanguinose, si chiama "chiusura al 31 dicembre 2007". «L’operazione comporta la recessione con Enac dall’affidamento e quindi anche la perdita senza possibilità di recupero di tutti gli investimenti profusi nel tempo».
Di fronte a questa incertezza per il futuro, e di fronte a questi rovesci finanziari degli anni scorsi, ecco che l’ipotesi di trasferimento a Thiene, con relativo allungamento e miglioramento della pista di Rozzampia, è molto meno peregrina di quel che possa sembrare. L’assessore Claudio Cicero l’ha buttata lì dopo che, con la proposta di realizzare la base americana a ovest, è andata per aria l’idea originaria di costruire un parco tecnologico. I vantaggi: possibilità di rilancio di Aeroporti Vicentini, realizzazione di un parco sportivo al posto del Dal Molin, sistemazione logistica ideale , eliminazione del timore che i noglobal nutrivano circa l’utilizzo dell’aeroporto da parte degli americani, tangenziale di più facile realizzazione. Svantaggi: la perdita di un pezzo di storia di Vicenza. L’impressione è che si possa fare.

Amici ladri

IMPRESE. L’azienda di Cornedo nota per il marchio International Plast è stata rilevata dalla società Euro Sopa

Icos, un incubo per i ladri

Marino Smiderle
CORNEDO
I ladruncoli del supermercato fanno la fortuna della International Plast di Cornedo. Se non ci fossero questi professionisti del furtarello, l’azienda della valle dell’Agno non avrebbe ragione di esistere. Poiché invece il danno da furto è stimato, nei soli negozi italiani, in 2,6 miliardi di euro l’anno, ecco che quei sofisticati sistemi antitaccheggio diventano fondamentali per arginare il fenomeno. Ed è proprio in questo settore che la International Plast è leader. Qualcuno coniuga ancora il verbo al passato, in verità, poiché le vicende riguardanti il fondatore, Emilio Costa, negli anni scorsi spinsero l’azienda sull’orlo del fallimento, per poi virare sul concordato preventivo.
«Acqua passata - afferma Manuel Fabbri, general manager di Icos Technology, la società titolare del marchio -. Adesso c’è una nuova proprietà, che ha investito parecchio nel rilancio, e un nuovo management deciso a raggiungere gli ambiziosi obiettivi prefissati».
Occorre fare un salto indietro di un anno, quando la holding varesina Euro So.pa., presieduta da Luciano Antonio Vailati, decise di acquisire il controllo dell’azienda di Cornedo. «Abbiamo condotto un’indagine accurata - rivela Stefano Masullo, consigliere di amministrazione della holding - e siamo stati d’accordo nel valutare molto interessante e profittevole l’investimento. Al di là delle vicende controverse degli ultimi anni, l’idea del fondatore dell’azienda resta geniale. E non bisogna dimenticare che il marchio International Plast è sinonimo di massima qualità nel settore dell’antitaccheggio. Noi abbiamo portato un nuovo approccio al mercato e nuove risorse per poter affrontare la sfida della globalizzazione con maggiori possibilità di successo».
Oltre che in Icos Technology, Euro So.Pa. possiede partecipazioni di controllo in Saturnia Stones (una società che gestisce una cava di travertino a Saturnia) e in Ares (una società che realizza ponti radio nel settore petrolifero). «Si tratta di realtà produttive che sono completamente diverse - osserva Masullo - ma che hanno un punto in comune: sono tutte leader nella rispettiva nicchia di mercato. E non occorre fare fatturati enormi, l’importante è riuscire a fare utili».
Il fatturato dell’azienda di Cornedo, a cui è stato affiancato uno stabilimento produttivo a Castelseprio (Varese), ora sfiora i 3 milioni di euro, ma l’obbiettivo è di arrivare rapidamente a quota 5. «È una piccola azienda con grandi possibilità di crescita - afferma Fabbri - e se penso, in particolare, alla quota di mercato che deteniamo nel comparto antitaccheggio per l’ottica, credo che le possibilità di crescere ancora siano parecchie. Dal punto di vista della distribuzione, abbiamo in corso contatti con il mercato australiano che potrebbe garantirci il salto dimensionale. Ma per altri versi continuiamo a contare anche sul canale diretto, che ci sta dando grandi soddisfazioni».
Da un punto di vista tecnico, Icos Technology ha realizzato un nuovo sistema a doppia iniezione del materiale plastico, che consente il doppio accoppiamento di due materiali di diversa consistenza.
«Tecnologicamente le nostre applicazioni, sono basate su differenti tecnologie quali l'acustico-magnetico e la radio-frequenza - spiega Fabbri - fino ad arrivare alla più recente forma di "non disattivabile". Abbiamo esteso la nostra gamma, con prodotti che consentono di proteggere articoli di largo consumo quali bottiglie, profumi, articoli sportivi, lamette da barba, batterie e quant'altro di valore apprezzabile, suscettibile al furto. Questo ci consente di affrontare nuovi mercati proponendo il prodotto ideale per la singola esigenza».

lunedì 8 ottobre 2007

Cina vicina. Alle dittature

Il titolo lo abbiamo preso dal Corriere, che oggi ha pubblicato un grande articolo di Christopher Hitchens, di cui è però impossibile postare un link, considerato l'astruso sistema internettiano di Rcs. Fortunatamente è disponibile l'originale, pubblicato tra gli altri da Slate. Un intervento lucido sulla vicinanza cinese a tutti i paesi più impresentabili del pianeta. Boicottiamo le Olimpiadi, è la sua proposta. Leggetelo e, alla fine, vi convincerete che ha, come sempre, ragione.

Lawyers in love

Per investire
bene serve
un avvocato
di Marino Smiderle

Se dopo aver fatto un investimento siete costretti a rivolgervi a un avvocato vuol dire che quell'investimento era sbagliato. Considerazione ovvia, sembra. Meno ovvio è che, in questi ultimi anni, le cause legali intentate dai clienti nei confronti delle banche siano aumentate a dismisura. Ogni volta che succede qualcosa di dirompente (in negativo) nei portafogli degli investitori, entrano in campo schiere di avvocati. Che a loro volta, inevitabilmente, applicano tariffe salate ai propri clienti già bastonati dal mercato e, alla fine, l'investimento originario si risole in una Waterloo.
ARGENTINA
La domanda è: conviene rivolgersi all'avvocato? Dal punto di vista del principio, se uno si ritiene truffato dal promotore finanziario o dalla banca stessa deve assolutamente chiedere giustizia. Il guaio è che, troppo spesso, il risultato di queste incursioni nei tribunali italiani è frustrante, quando non palesemente iniquo. Ma le cose stanno cambiando, per fortuna. Certo, se noi cominciamo ad analizzare la casistica a partire dal caso-Argentina (ricordate i Tango bond?), non è che ci siano troppi motivi per stare allegri. È vero che qualche raro risparmiatore ha ottenuto, dopo tre o quattro anni e dopo ulteriori spese legali, una sentenza che costringeva la banca a risarcirlo, ma è anche vero che, a livello di grandi numeri, quelli che sono usciti dalla disavventura sudamericana con meno danni (si fa per dire) sono stati coloro che hanno scelto di patteggiare col governo di Kirchner e intascare nuovi titoli che valgono meno della metà degli originali e hanno una scadenza siderale.
OTTIMISMO
Una sentenza di primo grado della sesta sezione civile del Tribunale di Milano lascia però ben sperare per il futuro. Si tratta di una causa intentata da 97 risparmiatori, coordinati da Confconsumatori, nei confronti di Bipielle e di Morgan Stanley, a proposito delle famigerate obbligazioni Carrier1, sottoscritte nel 2000 e ben presto finite in default. Il caso, riportato da Plus, il settimanale di finanza e risparmio del Sole 24 Ore, evidenzia un conflitto d'interesse tra Bipielle e Morgan Stanley e, in ogni caso, il Tribunale ha rilevato una carenza di informazione da parte della banca, che non avrebbe comunicato alla clientela le caratteristiche essenziali dei bond, inducendoli ad acquistare titoli rischiosi senza averne piena coscienza. Morgan Stanley ha già annunciato appello e, come si può intuire, i tempi si allungano. Un altro caso in cui i risparmiatori hanno stappato lo champagne in tribunale, stavolta a Rimini, è quello che ha visto imputato il Monte dei Paschi di Siena relativamente al collocamento sul mercato dei prodotti finanziari My Way e 4You. «Secondo Mps - rivela però Plus - l'orientamento del Tribunale di Rimini è un'eccezione: a oggi 215 sentenze di 56 tribunali hanno riconosciuto la piena legittimità dei piani finanziari My Way e 4You. Mps ha così impugnato entrambe le sentenze per appello a Bologna».
DERIVATI
Non ci sono solo i privati a intentare cause contro banche o promotori. Ultimamente i tribunali italiani sono stati presi d'assalto da imprenditori imbufaliti per la questione degli strumenti derivati. Il succo del discorso è semplice: le banche hanno venduto a migliaia di imprese degli strumenti derivati essenzialmente per coprire i rischi di tasso o di cambio o di chissà cos'altro. Dopo qualche tempo, con la situazione dei mercati girata al cattivo tempo, gli imprenditori hanno scoperto (così dicono) di essersi infilati in un tunnel prettamente speculativo che, anziché coprirli dai rischi, li ha coperti di perdite. L'ultimo pronunciamento di un tribunale, quello di Vicenza, non lascia però molte speranze ai clienti. UniCredit Banca d'Impresa, che in questo caso era l'imputato, è stata assolta nella causa intentata dalle Officine Faedo, che sosteneva di avere sottoscritto un contratto derivato "assicurativo" e che invece si era trovata in un mare di perdite. A "salvare" la banca, come accaduto anche in altri casi analoghi, c'è la firma del cliente in calce all'art. 31 di questi contratti, una clausola che ricorda la competenza finanziaria di chi stipula il contratto. Insomma, l'imprenditore che sottoscrive questi contratti autocertifica la propria onniscienza finanziaria e libera la banca dalle responsabilità