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lunedì 31 dicembre 2007

You're so Vanity


Un reportage straordinario, dal fronte, dall'enclave talebana della Korengal Valley, The Valley of Death, come l'ha definita Sebastian Junger su Vanity Fair (edizione americana), per capire come se la stanno passando i parà della 173rd Airborne di Vicenza in Afghanistan. Leggere per credere.

Yellow subprime

PORTAFOGLIO

Tanti saluti
all’anno nero
dei subprime
di Marino Smiderle

E vabbè, non è il caso di fare drammi. D’accordo, l’anno che salutiamo oggi, dal punto di vista dei risparmi, è una ciofeca che consegniamo volentieri al rigattiere. La nostra Borsa in Europa è l’unica a perdere terreno (-7 per cento, se guardiamo all’S&P/Mib) e, tra i paesi cosiddetti avanzati l’unico che ha fatto peggio è il Giappone, dove l’indice Nikkei 225 ha perso 11 punti. Non parliamo dei fondi comuni, non importa di che categoria: il 2007 sarà ricordato come l’anno della grande fuga, oltre che delle performance deludenti (con rare ed encomiabili eccezioni). E che dire, poi, della manovra un pochino sporca delle banche che hanno fatto uscire la clientela dai fondi per propinare loro dei titoli obbligazionari non quotati e con indicizzazioni capestro. Beh, effettivamente, contrariamente all’affrettata premessa, qualche piccolo dramma ci sta anche.
SUBPRIME
Tutta colpa dei subprime, un termine di cui ormai nessuno ricorda il significato originario ma che è diventato sinonimo di catastrofe. Ricordiamo quel che è successo? Brevissimamente, le banche americane hanno concesso mutui a rotta di collo, anche alla clientela non propriamente sicura (subprime, appunto, letteralmente «sotto i primi», cioè sotto chi dà la massima garanzia di essere in grado di pagare le rate); e fin qui, non ci sarebbe nulla da dire: cavoli delle banche che hanno rischiato l’osso del collo per la smania di mettere la brillantina al proprio conto economico. Ma qui interviene il diavoletto della finanza. Già, perché da anni era diventato abituale lo spacchettamento di questi mutui rischiosi in titoli obbligazionari spacciati per investment grade (cioè con A e B nel rating) per via del nome dell’emittente (la banca in questione), senza tener conto che i pagatori finali di quei titoli avrebbero dovuto essere, del tutto inconsapevolmente, quelle famiglie che si sono trovate poi nell’impossibilità di pagare le rate. In pratica: il rischio mutui era stato dirottato dalle banche alle famiglie (e agli altri investitori) che avevano acquistato i titoli così concepiti.
LA BOTTA
Considerato che le banche si guardano ancora reciprocamente con sospetto perché non sanno quale sia la reale esposizione di ciascun istituto, la conseguenza beffarda che si è ripercossa sul mercato del denaro ha dell’incredibile. Dunque, le banche si prestano denaro quotidianamente per sistemare le proprie posizioni di tesoreria e il costo di questo denaro è misurato, in Europa, dal tasso Euribor alle varie scadenze. Se cala la fiducia reciproca, automaticamente aumenta il prezzo del denaro, cioè sale l’Euribor. Cosa che è avvenuta in maniera sensibile durante questo 2007. La beffa finale è che le rate dei mutui sono legate proprio all’Euribor che, spiccando il volo, ha reso pesante il debito delle famiglie, molte delle quali non ce la fanno più a farvi fronte. Da qui, in una sequenza drammaticamente circolare, l’insolvenza dei titoli subprime che, a catena, ha provocato una tempesta finanziaria globale di cui ancora non si conoscono i contorni precisi.
BORSE
Eppure, guardando alle performance delle Borse mondiali, non è che sia andata così male. Francoforte, grazie al ruolo guida della Germania nell’economia europea, chiude a +22 per cento, mentre i due indici che, teoricamente, avrebbero dovuto essere sepolti dalla slavina subprime, il Nasdaq e l’S&P 500 del Nyse, hanno guadagnato rispettivamente l’11 e il 4 per cento. Per carità, niente da celebrare, ma considerate le premesse c’era da temere molto peggio. Londra e Parigi, dal canto loro, fanno poco più che pari, e la sfangano alla vigliacca, toccando ferro per il 2008 che si presenta tutto incerottato.
NIENTE DRAMMI
I mercati scricchiolano, dunque, ma niente drammi, su, torniamo all’insensato ottimismo iniziale, a costo di passare per ubriachi di incoerenza. È venuto fuori che il 54 per cento del debito pubblico italiano (Bot, Btp e Cct per capirci) è in mani estere, soprattutto asiatiche. E se li comprano loro, i Bot, non si vede perché non debba comprarli il signor Rossi. L’anno prossimo il Tesoro sarà sul mercato con 180 miliardi (primo emittente d’Europa): avanti c’è posto, astenersi perditempo e fan dei subprime.

Petraeus, basta la parola

IRAQ. Lo scenario di guerra sta cambiando e grazie a lui la situazione è migliorata

La vittoria in corso d’opera di Petraeus
di Marino Smiderle

La copertina del settimanale americano The Weekly Standard rende bene l’idea. Scimmiottando la più nota rivista Time, il direttore del Weekly Standard, William Kristol, ha riprodotto il numero in cui si celebrava Vladimir Putin quale persona dell’anno (non si dice più uomo dell’anno, per motivi legati alle pari opportunità) strappando la parte superiore, quella con gli occhi di ghiaccio del leader russo, sostituendola col volto del generale David H. Petraeus e col titolo America’s man of the year, l’uomo dell’anno dell’America. D’accordo, Kristol e il suo giornale sono vicini alle posizioni di Bush, anzi, costituiscono probabilmente la vera fonte dell’ispirazione politica per quel movimento comunemente definito neocon e vicino al presidente George W. Bush, e quindi peccano indubbiamente di partigianeria. Ma è un fatto incontrovertibile che da quest’estate, grazie all’incredibile lavoro fatto sul campo dal gen. Petraeus e dai suoi uomini, gli effetti della surge (l’incremento delle truppe americane in Iraq deciso dal presidente Usa) sono sotto gli occhi di tutti. E, va detto incrociando le dita, la situazione in Iraq sta migliorando.
Non lo dice solo Kristol, naturalmente. Lo ha detto pure uno dei più ascoltati esponenti contro la guerra del partito democratico, John Murtha. «Due anni fa John Murtha è stato il personaggio chiave del cambio di rotta dei democratici sulla guerra in Iraq - ha ricordato Christian Rocca -. Murtha è un deputato della Pennsylvania, ex marine, eroe del Vietnam, noto per le sue posizioni moderatamente conservatrici e per i suoi solidi rapporti con l’apparato militare. Come la gran parte dei senatori e dei deputati democratici, nel 2002 Murtha aveva autorizzato l’uso della forza in Iraq, ma quando nel 2005 le cose sul campo sono peggiorate è diventato il più rumoroso sostenitore del ritiro delle truppe americane. Il passaggio di Murtha al fronte anti war aveva cancellato quel minimo di consenso che la politica irachena di Bush continuava ad avere nel mondo liberal».
Bene, lo stesso Murtha è andato di persona a Baghdad, qualche settimana fa, e al ritorno «ha raccontato ai cronisti che la nuova strategia di George W. Bush funziona».
Al di là dei fondamentali 30 mila uomini in più che Bush ha concesso a Petraeus, è la strategia utilizzata da questo generale abituato a sfidare i colleghi e i commilitoni in qualsiasi prova fisica (finora non ha mai perso) ad aver prodotto quella inversione di tendenza nei numeri della morte troppo familiari in Iraq. Volendo sintetizzare in poche parole la geniale mossa dell’ufficiale, si potrebbe dire che la sua vicinanza agli umori e ai malumori degli iracheni gli ha fatto capire che i sunniti non sopportavano più gli attentati perpetrati da altri sunniti vicini ad al Qaeda; e che gli sciiti si erano stancati delle incursioni devastanti degli altri sciiti vicini a Moqtada al Sadr. Morale della favola, i soldati Usa hanno sfruttato e assecondato le ribellioni interne alle fazioni irachene (e diffuse nella maggior parte della popolazione), hanno aiutato chi si opponeva ad al Qaeda e, cogliendo quello spunto, sono arrivati i primi, significativi, risultati.
Raccontando da Baghdad quel che è capitato nel quartiere di Amariyah, Daniele Raineri su Il Foglio aiuta a capire perché oggi si può nutrire un cauto ottimismo in quello che viene ancora definito inferno iracheno. «La notte del 30 maggio gli americani ricevono una telefonata dall’imam locale. Quella notte i cittadini di Amariyah, che per decisione collettiva non avrebbero più tollerato oltre le uccisioni, le regole, i matrimoni forzati imposti da al Qaeda, “avrebbero sistemato da loro la faccenda”. Gli americani erano pregati di non interferire. I soldati in pattuglia nel buio ricevono un ordine mai sentito prima: se si entra in contatto con uomini armati di kalashnikov, non ingaggiarli in combattimento. Ripeto, non ingaggiarli in combattimento. A meno che non siano loro i primi a sparare. La cosa importante, per americani e cittadini, era non spegnere sul nascere la rivoluzione anti al Qaeda per errore. È il pezzo più bello della dottrina Petraeus».
Allo stesso Ranieri e a Rolla Scolari, che lo hanno intervistato per Il Foglio a Baghdad, Petraeus ha spiegato perché sono arrivati questi primi risultati. «È tutto quanto assieme, è un’equazione, c’è un numero di fattori che porta alla riduzione della violenza. In una zona di al Qaeda come Ghaziliya sud, quello che ha fatto la differenza è stato il dispiegamento di forze americane e irachene, di truppe addizionali irachene nel quartiere: non avevamo avamposti per pattugliare, e adesso invece ci sono i Jss (Joint security stations). È stata la graduale riduzione delle capacità di al Qaeda nella provincia di al Anbar come in alcuni quartieri di Baghdad, e alla fine il rifiuto crescente da parte della popolazione sunnita di al Qaeda. Hanno cominciato ad associare sempre di più al Qaeda alle ideologie estremiste, per la sua violenza anche contro i sunniti, per le sue pratiche oppressive. In certe aree hanno tagliato le dita alle persone che fumavano. Tutte queste cose hanno cominciato a pesare attorno al collo di al Qaeda». Di qui a cantar vittoria ce ne corre, ovviamente. «C’è ancora molto da fare - ha spiegato Petraeus al Foglio - non fraintendetemi, per favore, non pensate che ci sia qualcuno che indossa l’uniforme nella missione Mnf-I che stia festeggiando o facendo danze di vittoria oltre la linea di meta, come si dice nel football. I progressi comunque ci sono. La riduzione degli attacchi del 60 per cento in sei mesi è significativa. Sono sicuro che voi avete visto i risultati per le strade di Baghdad. C’è traffico. Abbiamo visto persone fare canottaggio sul Tigri. Quando l’ho detto in giro, mi hanno chiesto quanti giorni i corpi sono rimasti in acqua».

sabato 29 dicembre 2007

Appesi al business

IMPRESE. La casa madre di Castelgomberto chiude l’esercizio 2007 con 58 milioni di euro di ricavi

Con Mainetti
tutto il mondo
resta appeso

Marino Smiderle
CASTELGOMBERTO
Questi qui appendono il mondo a un gancio. Ancora due miliardi di appendini, o attaccapanni che dir si voglia, e il gioco è fatto. Al momento, infatti, la produzione annua di grucce è "ferma" ai quattro miliardi di pezzi e ne mancano due per averne una per ogni essere umano presente nel globo. Mainetti, basta la parola: aprite il vostro armadio e avete un buon 60/70 per cento di probabilità di vedere il vostro abito migliore appeso a un appendino concepito e fabbricato nello storico stabilimento di Castelgomberto o in uno tra i tanti sparsi in 36 paesi in giro per il mondo.
Il 2007 è stato un anno molto buono per questo gruppo che mantiene a Castelgomberto le radici della storia ma che è entrato a far parte di un gruppo multinazionale, con sede a Londra. L’azienda originale fu fondata nel maggio del 1961 dai fratelli Gianni, Luigi, Romeo e Mario Mainetti. L’idea di costruire attaccapanni si affiancò al boom dell’economia dell’epoca e si rivelò azzeccata. Molti anni dopo è arrivata la crisi, i titolari cedettero la maggioranza del capitale alla ricchissima famiglia indiana Chandaria, i cui rappresentanti decisero di programmare una serie di investimenti colossali, culminati con l’acquisto, nel 1996 della Pendy Plastic Products, la divisione produttrice di portabiti della Ferguson International Holdings. A rimanere fu però il brand e il nome Mainetti, ora conosciuto e considerato sinonimo di qualità in tutto il mondo.
«Quest’anno il gruppo chiuderà con un fatturato complessivo di circa 400 milioni di euro - spiega Stefano Serena, uno dei due direttori generali (l’altro è Gabriele Bosco) - con circa 4.500 dipendenti. Per quel che riguarda la realtà italiana, focalizzata questo storico stabilimento di Castelgomberto ma presente anche a Martina Franca, in Puglia, siamo riusciti a portare i ricavi a quota 58 milioni. Tenuto conto che i dipendenti sono 320 e che l’indotto, sempre qui a Castelgomberto, comprende una quarantina di terzisti, possiamo archiviare con soddisfazione questo esercizio, anche se non abbiamo alcuna intenzione di rallentare, anzi».
Coincidenza vuole che l’arrivo di Serena alla Mainetti di Castelgomberto coincida con l’arrivo di Michael Stakol sulla poltrona di amministratore delegato dell’intero gruppo. Siamo nel 2000 e a Castelgomberto non tira una bella aria. Tra i Mainetti, che detengono una partecipazione minoritaria nella nuova realtà societaria ma che sono sempre rispettati e considerati dei numi tutelari dell’azienda, c’è chi teme il fallimento. Si fatturavano allora circa 30 milioni di euro ma le quote di mercato erano erose da una concorrenza sempre più agguerrita. Serena, che viene dal mondo della formazione e del marketing, si mette di buzzo buono, introduce nuove strategie di vendita, punta a obiettivi che qualcuno ritiene irraggiungibili. Bosco prende in mano la produzione e l’amministrazione e, nel giro di poco tempo, la fabbrica è rivoltata come un calzino. Tanto che le altre Mainetti presenti in tutto il globo (le più importanti sono negli Stati Uniti e in Cina) si abbeverano alla fonte italiana per capire come incrementare i margini e convincere i clienti a comprare appendini che costano un euro in più di quelli dei concorrenti cinesi.
Già, ma i vari Armani, Dolce & Gabbana, Diesel, Valentino vogliono il meglio. È grazie a loro se Mainetti è leader mondiale.

E Swarovski
fa luccicare
le grucce
più preziose

Appena varcato l’ingresso dello stabilimento Mainetti di Castelgomberto, sulla sinistra, Stefano Serena ha realizzato una sorta di show room dell’appendino. Già, perché in Mainetti riescono a sputare fuori la bellezza di novemila tipi diversi di attaccapanni, alcuni dei quali sono delle vere e proprie opere d’arte.
«L’ultima nata - annuncia con un certo orgoglio Serena - è questa produzione che comprende la sapienza artigiana vicentina e i preziosi cristalli di Swarovski. Possiamo dire che questa idea di accostare un oggetto economico come è l’appendino alla preziosa ricercatezza di Swarovski ha incontrato molti fan all’ultima fiera di Dubai. È proprio dai paesi arabi che abbiamo molte richieste di questi oggetti unici nel loro genere».
Unici e anche piuttosto cari, visto che vengono venduti a circa 4 mila euro. Ma, oltre a questa eccezione, la qualità è comunque la regola. Tra ganci, velluto, inserzioni nella plastica e disegni particolari, i macchinari presenti dello stabilimento di Castelgomberto consentono tutte le varianti del caso.
«I clienti prima ci chiedevano forme e colori particolari - conclude Serena - e adesso siamo noi a proporre i modelli più innovativi».

venerdì 28 dicembre 2007

29

Emergono gli orribili particolari del sequestro-delitto di Castelfranco Veneto. Michele Fusaro avrebbe sgozzato la povera Iole Tassitani pochi giorni dopo il rapimento e poi avrebbe fatto 29 pezzi del cadavere. E dal carcere di Vicenza il falegname dell'orrore insiste: "Sono innocente".

Oltre la Linea

BANCHE. Le Popolari di Vicenza e di Verona cedono le proprie partecipazioni a Compass che diventa la terza società di credito al consumo

Bpvi ora vende
Ceduta Linea
a Mediobanca

Marino Smiderle
VICENZA
Tra i due litiganti il terzo gode. E, a dire la verità, pure i due litiganti stappano bottiglie di champagne per l’esito della contesa. I protagonisti di questa vicenda finanziaria sono la Banca Popolare di Vicenza, il Banco Popolare (che sarebbero i due litiganti), Mediobanca (che, tramite Compass, sarebbe il terzo) e Linea spa (la società di credito al consumo oggetto del contendere). I due istituti di credito hanno ceduto le rispettive quote di partecipazione in Linea (il 48 per cento a testa, totale 96 per cento) a Compass per un totale di circa 390 milioni di euro.
Vicenza e Verona, dopo le note scaramucce reciproche, culminate con il clamoroso scambio di alti dirigenti (Colombini dg a Verona e Gronchi dg a Vicenza), non potevano più convivere sotto lo stesso tetto di Linea, uno società che con quasi due miliardi di euro di erogato era arrivata a detenere il 4,2 per cento di quota di mercato in materia di credito al consumo. Un settore che in questo ultimi anni è cresciuto in maniera esponenziale e che garantisce ampi margini di guadagno e di sviluppo. Sembrava che il Banco Popolare fosse destinato a inghiottire anche il 48 per cento di Bpvi ma ieri è arrivata la sorpresa-Compass. La società del gruppo Mediobanca ha messo sul piatto 380 milioni di euro e, in un colpo solo, ha dato una grossa mano alle due Popolari, alle prese, sia pure in misura diversa, con i medesimi problemi.
Se n’è accorto Divo Gronchi, sul fronte vicentino, appena arrivato ai piani alti di via Framarin: i forti investimenti fatti dal presidente Gianni Zonin e dal cda nell’ultimo anno devono essere in qualche modo ammortizzati da disinvestimenti, da emissioni di prestiti obbligazionari e da aumenti di capitale. La cessione della partecipazione in Linea rientra nella prima categoria e porterà nelle casse della Popolare di Vicenza 194,2 milioni di euro, corrispondenti a una valutazione complessiva della società di 405 milioni di euro.
«La cessione - informa una nota diffusa ieri da Bpvi - comporterà una plusvalenza, al lordo degli effetti fiscali, di circa 94,5 milioni. La plusvalenza verrà contabilizzata alla data di esecuzione del contratto che si prevede entro il primo trimestre dell'esercizio 2008. Il Gruppo Bpvi rimane presente nel settore del credito al consumo per il tramite di Prestinuova, società interamente controllata».
Quanto ai prestiti obbligazionari, è di ieri la notizia che Cattolica Assicurazioni, partecipata all’ 8 per cento (investimento di circa 200 milioni di euro) da Popolare di Vicenza, ha sottoscritto obbligazioni della Bpvi per 80 milioni di valore nominale, all'interno di un'emissione da 200 milioni. La sottoscrizione si è chiusa il 20 dicembre scorso e riguarda bond subordinati di durata decennale a tasso variabile indicizzato all’Euribor 3 mesi più 235 basis point, con un’opzione call a favore del debitore dopo 5 anni che, se non esercitata, farà aumentare lo spread iniziale di ulteriori 80 centesimi.
Nell’ultima riunione dell’anno, il cda della Bpvi aveva spostato ai primi mesi del 2008 la questione dell’aumento di capitale. Una questione ritenuta fondamentale per la futura espansione dell’istituto e che Divo Gronchi sta cercando di pilotare nel migliore dei modi. Paradossalmente, il niet ricevuto dall’Antitrust di fronte alla richiesta di ingresso nel patto di sindacato di Mediobanca ha fatto risparmiare 250 milioni di euro che, aggiunti ai 200 di introiti derivanti dalla cessione di Linea, danno una grossa mano all’equilibrio finanziario dei bilanci Bpvi, criticati da più parti per via di un Roe troppo sacrificato.
Di contro, Mediobanca chiude un’operazione che le consente di trovarsi in casa la terza società di credito al consumo (Linea più Compass) a livello nazionale, con 3,8 miliardi di euro di erogato e l’8,5 per cento di quota di mercato, appena dietro a Deutsche Bank Prestitempo e alla numero uno Findomestic.

giovedì 27 dicembre 2007

India è cinema


BUSINESS & CINEMA. Un paio d’anni fa il consorzio Vicenza è e Vicenza Film Commission tentavano una nuova strada. Ecco i risultati

L’India spinge
Vicenza e gira
sei nuovi film

Marino Smiderle
VICENZA
Avevano cominciato un paio di anni fa, quasi per scherzo. Era uno dei tanti tentativi di promuovere l’immagine di Vicenza in giro per il mondo. Non sapevano, quelli di Vicenza Film Commission, di accendere un motore che sta diventando un turbinio di iniziative e un volano per l’economia di tutta la provincia. Stiamo parlando di Bollywood, la più grande industria cinematografica del mondo, quella dell’India, che ha avuto la bella idea di scegliere Vicenza quale scenario dove ambientare diverse produzioni dell’anno che sta per cominciare.
L’altro giorno Vladimiro Riva, consigliere delegato del consorzio Vicenza è, ha ricevuto la visita di V. Naga Raju, produttore e responsabile della Vemmas International Services, reduce da un incontro avuto niente meno che col presidente del Consiglio Romano Prodi durante l’ultima visita ufficiale del premier in India. Non è venuto a Vicenza per turismo, Naga Raju, «anche se la città è davvero bellissima», ci tiene a precisare. No, niente turismo, solo business. La sua azienda, infatti, è tra le più importanti "piazziste" di location tra le major cinematografiche di Bollywood.
«Ma sarebbe meglio correggere - interviene l’interessato -. In Italia e nel resto del mondo siete abituati a chiamare Bollywood tutta l’industria cinematografica indiana. In realtà dovete sapere che, oltre a Bollywood, che fa riferimento alla produzione di film in lingua hindi, ci sono anche Tollywood, Kollywood e Malluwood, a seconda se i film sono in lingua telugu, kannada o malayalam. Nel mio caso sto per concludere con sei distinte case di produzioni cinematografiche di Tollywood la realizzazione di sei film proprio qui nel Vicentino».
Tollywood, per capirci, ha come base Hyderabad, che è la capitale dello stato dell’Andhra Pradesh. Il numero di film in lingua telugu è in continuo aumento e la scelta di girarli all’estero è dovuta alle preferenze del pubblico indiano (un film con l’Italia sullo sfondo è molto gradito) e ai costi. «Noi cerchiamo location che non comportino spese folli - confida N. R. Bheda, primo collaboratore di Naga Raju - e da questo punto di vista abbiamo trovato in Vicenza e nella sua Film Commission una grande collaborazione che si concretizzerà nel 2008 con i primi sei film».
Si tratta di film di cassetta, non certo opere d’arte. Tipo polpettoni amorosi con lui che ama lei e con lei che ama l’altro e via di questo passo. La musica, per i canoni del gusto occidentale, è improbabile, ma in India se li bevono come il rosolio. Decine di milioni di spettatori a opera, è la media di queste produzioni che impiegano le star indiane del genere "miele e lacrime". «E vi posso assicurare - dice Naga Raju - che una discreta parte di chi assiste a queste proiezioni poi è attratto dai posti in cui i film sono stati girati».
Dal punto di vista organizzativo, Vicenza è e Vicenza Film Commission si sono date da fare per procurare gli alberghi e le location dove verranno girate le scene. In più daranno una mano per i casting degli attori non protagonisti. Sì, perché le star vengono dall’India ma per rendere credibile il film devono esserci degli interpreti e della comparse locali. Per tutte e sei le produzioni ci saranno quindi delle selezioni e se ci sono vicentini e/o vicentine interessate ad avere una particina nei kolossal di Tollywood, si accomodassero.
«Il nostro ovvio obiettivo - spiega Riva - è quello di attirare il maggior numero di turisti indiani. Tra l’altro il prossimo sarà l’anno del Palladio e per gli stranieri potrebbe essere un’occasione unica per visitare Vicenza. In più la presenza di questa case di produzioni indiane è anche l’occasione per offrire servizi di vario genere. La scommessa fatta due anni fa si sta rivelando vincente e gli indiani in particolare mostrano di apprezzare molto le soluzioni offerte dal nostro territorio».
Mentre Riva parla scorrono sul portatile del produttore di Hyderabad le immagini dell’ultimo film girato a Stoccolma. La trama vede la presenza di un attore molto conosciuto in India che si innamora di una svedesona bionda e alta, il tutto con sottofondo di musica discutibile. Il genere è quello dei film di Natale che spopolano anche da noi, quelli di Boldi e De Sica, per capirci, che magari non saranno capolavori artistici ma che richiamano nelle sale tantissimi spettatori.
«Più indiani vedono questi film - calcola Riva - più aumentano le probabilità di vederceli girare per Vicenza e il Vicentino il prossimo anno».
E, ciliegina sulla torta, per far capire come il Vicentino possa davvero essere una sorta di Eden per i film indiani, ecco che Vicenza è ha portato la troupe di Naga Raju fino a Lusiana, città natale di Sonia Ghandi, una che a New Delhi e dintorni è piuttosto famosa. Chissà che non venga in mente di farci un documentario.

La Slovenia nel cortile

SCHENGEN. L’Europa cerca di far dimenticare i vecchi e dolorosi contrasti con l’Italia

Epoca chiusa
confini aperti
È la Slovenia

di Marino Smiderle

Cade il confine più simbolico e più doloroso. Dopo l’ingresso in Europa, la Slovenia entra anche nel club del trattato di Schengen, quello abbatte le frontiere e unisce i popoli. I più superficiali potranno pensare alle code risparmiate d’estate, quando si va in vacanza; i più nostalgici si commuoveranno pensando a Gorizia e a Nova Gorica, non più seperate e, verrebbe da dire, sovranazionali; i più concreti, come il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Riccardo Illy, immaginano già la macroregione che va dal Veneto alla Slovenia, rendendo le vecchie dogane e i vecchi dissapori ferrivecchi da gettare nel robivecchi della storia.
«Vent’anni fa nemmeno esisteva come Stato indipendente e sovrano - scrive Adriana Cerretelli su Il Sole 24 Ore -. Era una delle Repubbliche comuniste della Jugoslavia di Josip Tito, anche se la più prospera e in qualche modo anche quella più liberale. Il primo gennaio prossimo sarà il primo Paese venuto dal freddo a diventare per sei mesi il presidente di turno dell’Unione Europea». Senza contare che dal 21 dicembre sono pure saltate le frontiere con Italia, Austria e Ungheria.
La Slovenia è un piccolo paese, circa due milioni di abitanti, che però cresce a un ritmo notevole, 6 per cento all’anno, anche se è previsto un rallentamento per il 2008. È guidata da un premier liberale di centrodestra, Janez Jansa, alle prese con qualche contraccolpo in materia di riforme, promesse ma non completamente attuate. La presidenza europea dovrebbe però garantire una sorta di tregua nazionale, per non fare brutta figura in società.
C’è un piccolo particolare che non può sfuggire all’osservatore attento delle complicate vicende balcaniche: la presidenza di turno dell’Ue viene data alla Slovenia proprio nel semestre cruciale per il Kosovo, quello che dovrebbe concludersi con una decisione sullo status di questa regione autonoma cui l’autonomia non basta più. Lubiana ne sa qualcosa di secessioni, di dichiarazioni di indipendenza, di guerre. La Slovenia, per fortuna sua, fu la meno colpita dalla follia etnico-nazionalista che invendiò i Balcani negli anni 90. Un centinaio di morti per difendere la sovranità dichiarata in faccia alla Serbia e vicenda chiusa, con l’aiuto pure dei governi europei che si affrettarono a riconoscere il nuovo Stato, risparmiandogli i drammi degli sfortunati vicini. Chissà che questa esperienza non aiuti a trovare una soluzione, al momento impossibile, al fossato che si è creato tra serbi e kosovari.
Le istituzioni slovene vivono con grande emozione, e pure con apprensione, questo momento di passaggio. «La presidenza di turno europea che la Slovenia avrà a partire da gennaio 2008 - ha dichiarato il ministro degli Esteri sloveno Dimitrij Rupel - è una sfida, ma ci siamo preparati molto bene per affrontarla. Certamente la sentiamo come una cosa nuova, però la Slovenia è preparata al compito».
Forse è presto per tracciare una linea di condotta sulla questione Kosovo, uno dei punti più spinosi della presidenza di turno. «Lasciateci lavorare con calma e pazienza e con coordinazione per raggiungere l'obiettivo comune - afferma il capo della diplomazia slovena -. Obiettivo che altro non è se non la stabilità dei Balcani occidentali».
La Slovenia non è l’unico Paese che giovedì notte ha festeggiato la scomparsa delle dogane. In tutto gli stati interessati sono stati nove (Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca e Malta), per circa 400 milioni di persone. E se simbolico è l’evento per Slovenia e Italia, ancora di più lo è per Germania e Polonia, una delle frontiere tragicamente violate allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Tornando a Lubiana, questo avvenimento «è la riconquista della fraternità tra le genti e tra i popoli». Queste almeno sono le parole dell’Arcivescovo di Udine, Pietro Brollo.
«I friulani - ha proseguito il prelato - debbono essere consapevoli del ruolo centrale che riguadagnano. Questi territori si evidenziano pertanto nella loro centralità, non solo geografica, ma soprattutto storica e culturale per l’evangelizzazione e la missionarietà della Chiesa di Aquileia».
«La Chiesa udinese - ricorda poi l’Arcidiocesi in una nota - è da tempo inserita in questo solco, con la collaborazione lungo l’area della frontiera, ma anche con la comune frequentazione dei santuari del Lussari e di Castelmonte. Ogni anno, dal 1981, l’Arcidiocesi friulana, quella di Lubiana (Slovenia) e la Diocesi di Klagenfurt (Austria), organizzano il Pellegrinaggio dei tre popoli, che si svolge a turno in località diverse».
L’inizio di questa nuova era avrà conseguenze importanti anche dal punto di vista economico. La paura è che si verifichi una fuga delle impres enordestine verso Lubiana. Per un motivo molto semplice: al di là del confine si applica la flat tax al 22 per cento, con ulteriore riduzione al 20 per cento già fissata per l’inizio del 2009. Per non parlare della burocrazia meno asfissiante e per le prospettive incoraggianti in materia di costi.
Secondo il presidente del Friuli Venezia Giulia, Riccardo Illy, «non è però pensabile una fuga perchè non troverebbero persone da occupare, né è pensabile un forte arrivo di lavoratori sloveni in Italia perchè sono già occupati e con redditi già quasi al livello di quelli italiani». Al contrario, per Illy ci sono «imprese slovene che stanno investendo in Friuli Venezia Giulia».
Ma chi ha più di 60 anni guarda a questo avvenimento epocale con la mente rivolta al passato, piuttosto che al futuro. Perché, come ha scritto Elena Ragusin sul Sole 24 Ore, il significato vero di questo appuntamento sta nel superamento di un’epoca di divisioni.

L'orribile verità

Poi però, la mattina della vigilia di Natale, l'orrore. Nel garage di un operaio palestrato di Bassano del Grappa, Michele Fusaro, 41 anni, hanno trovato tre sacchi di cellophane. Dentro, la macabra scoperta: il cadavere di Iole Tassitani, fatto a pezzi dal folle.

Quando ancora si sperava

Nei giorni precedenti il Natale c'era un po' di ottimismo per la sorte di Iole Tassitani, si sperava che i rapitori fossero sul punto di liberare la figlia del notaio di Castelfranco Veneto...

Questione di class

PORTAFOGLIO

La class action
all’italiana scontenta tutti

di Marino Smiderle

Truffati di tutta Italia, unitevi. Presto anche voi potrete giocare a fare gli americani, cioè a intentare cause collettive contro le grandi imprese cattivone che vi hanno reso la vita impossibile. Dal 1° luglio 2008, infatti, entrerà in vigore la nuova legge sulle class action, le cause collettive, appunto, studiate e volute per dare una risposta ai casi Cirio, Parmalat e pure Argentina, ma adatte anche a rimpolpare i faldoni dei magistrati e delle associazioni dei consumatori per qualsiasi altra ragione che lasci intraveder un torto subito da una qualsiasi categoria di portatori di interesse. Il problema è che, a sei mesi dall’entrata in vigore di questa ennesima legge, tutti, ma proprio tutti, hanno trovato motivi di lamentela.
LA FILOSOFIA
Nei paesi anglosassoni la class action esiste da sempre e ha lo scopo di tutelare gli interessi generali di una moltitudine che, altrimenti, dovrebbe istruire singole cause dispendiose e poco efficaci. Do you remember Parmalat? In quel caso ogni singolo risparmiatore gabbato dovette agire in proprio: cercarsi un avvocato, trattare con la banca, ripescare il proprio incartamento e via andare. Per la verità, nel caso Parmalat, la moltitudine dei coinvolti creò comunque un effetto-class action, perché i singoli ricorsi finirono per travolgere le banche, spingendole a venire incontro alle esigenze dei singoli e, in qualche modo, tappando la falla creata. Con il nuovo provvedimento legislativo, basterà aderire alla class action intentata da una delle tante associazioni di consumatori accreditata e aspettare fiduciosi.
TEMPI BIBLICI
Se i tempi della giustizia in Italia sono lunghi, quelli della class action saranno biblici. Volendo semplificare al massimo, bisogna prima cominciare col giudizio di merito, e cioè con la sentenza di un tribunale che riconosca l’impresa in questione colpevole del reato contestato. Ora, come si può capire, questa sentenza verrà meditata e argomentata a lungo. Ma quand’anche arrivasse la condanna, il vero nucleo del procedimento deve ancora essere toccato. Le class action preludono a un risarcimento del danno e, quindi, a una trasformazione della sentenza in soldi da versare ai ricorrenti. Di tutto questo si parlerà nella seconda fase del processo, quando i faldoni verranno trasferiti e scandagliati in quella camera di conciliazione prevista dalla legge ma ancora da costituire nei diversi tribunali italiani. Le associazioni di consumatori prevedono tempi lunghissimi, il Codacons si è spinto fino a prevedere 20 anni di dibattimenti prima di giungere al cuore del problema. Campa cavallo...
MINACCIA
In realtà è proprio questo che temono le associazioni che rappresentano le imprese. Perché, se è vero che chi si ritiene colpito da una truffa dovrà aspettare le calende greche prima di vedersi riconosciuta la ragione e il rimborso, è anche vero che le imprese non proseguono agevolmente la propria attività sotto una spada di Damocle che potrebbe decapitarle in qualsiasi momento. È così probabile che le parti in causa preferiscano dribblare gli ostacoli frapposti dalla class action, arrivare a un accordo extra-giudiziale tra le parti e stabilire l’importo con cui chiudere la questione. In sostanza, basterebbe andare a minacciare class action a destra e a manca per indurre le imprese a venire a patti. Non è proprio la finalità teorica della legge ma il rischio è che diventi il vero strumento per convincere i presunti truffatori a pagare i presunti truffati.
ASSOCIAZIONI
A differenza di quel che succede negli Stati Uniti, dove basta rivolgersi a un buon avvocato per dare il via alle cause alla Erin Brockovich (memorabile Julia Roberts in quel film), in Italia occorre andare a bussare a una delle associazioni di consumatori accreditate o ai «comitati adeguatamente rappresentativi degli interessi collettivi». In teoria questo impedisce che la class action si trasformi in un gigantesco giro d’affari per gli avvocati, ma in pratica questa opzione rischia di trasformare le associazioni dei consumatori e i vari comitati in carrozzoni che il denaro e il potere potrebbero far diventare ingestibili. Non è un’accusa preventiva contro le associazioni di consumatori, è una sana presa d’atto di quel che è stata, è e sarà l’Italia.

domenica 23 dicembre 2007

Buon Natale


Il più bel regalo ricevuto in questi giorni di festa.

Sms di speranza

La sorte di Iole Tassitani sembra appesa a un contatto via sms tra famiglia e rapitori. Il rapimento potrebbe trovare una rapida soluzione.

giovedì 20 dicembre 2007

Aim da tonificare

L’EDITORIALE

L’Aim ripulita
deve guardare
alle alleanze
nel Nord Est


Marino Smiderle

Ancora non si sa se il Consiglio comunale accetterà il nuovo e più agile modello societario di Aim concepito da Mauro Zanguio e dalla sua task force, ma riesce difficile pensare a una sua bocciatura. Al di là dell’irritualità della presentazione (forse la conferenza dei capigruppo non era l’occasione istituzionalmente corretta), il piano che semplifica e rimette in sesto una municipalizzata che era riuscita nell’impresa di chiudere un bilancio in rosso non può che essere recepito e adottato in tutta fretta dall’unico azionista. Azionista che in teoria dovrebbe essere la cittadinanza di Vicenza, in pratica dovrebbe essere il Comune di Vicenza con il sindaco quale rappresentante ufficiale, e in realtà è la partitocrazia berica che in questi anni ha gestito l’azienda seguendo la peggior logica spartitoria, con i tragici risultati che stanno assumendo contorni sempre più preoccupanti e, diciamolo pure, scandalosi. Sì, perché Aim, prima di essere considerata un’azienda, è sempre stata ritenuta una casellina, anzi, una casellona, da occupare nella solita ed estenuante trattativa tra i partiti di una coalizione sempre rissosa e affamata di poltrone, fino al punto di far come Gesù col pane e con i pesci, solo che il miracolo partitocratico era quello di moltiplicare le società e i relativi consigli di amministrazione. Che poi è il peccato originale, restando in terreno religioso, di tutte quelle municipalizzate pubbliche che si sono diffuse a macchia d’olio in tutta la penisola e che gestiscono servizi fondamentali per la collettività.
Al di là del giudizio di merito circa l’opportunità che i municipi diventino imprenditori (personalmente non la ritengo una bella trovata), quello che conta per Aim è correre per recuperare il tempo perduto. Cioè: l’azionista sciolga le briglie al team di Zanguio, eviti di impastoiarsi per l’ennesima volta in baruffe sull’assegnazione della presidenza, e cominci a pensare a un futuro fatto di integrazione con le altre multiutilities del Nord Est. Il progetto che ha presentato Veneto Sviluppo un paio di mesi fa, ferme restando le perplessità circa la proprietà pubblica, è una priorità imprescindibile anche per Aim se vuole rimanere sul mercato e recitare un ruolo di primo piano anche in futuro.
Il progetto in questione prevede la realizzazione di un polo delle multiutilities del Nord Est e di creare così una megaholding in grado di contenere un nuovo soggetto di quasi 3 miliardi di euro di fatturato. A dar vita a questo soggetto dovrebbero essere le varie AcegasAps (Trieste e Padova), Agsm (Verona), Ascopiave (Trevigiano), Veritas (Venezia), Amga (Udine), Etra (Asiago, Bassano e Cittadella) e, appunto, Aim.
Logico che, prima di partire con questo nuovo obiettivo, Aim debba mettere ordine in casa propria.
E la cura drastica proposta dal team di Zanguio è quella giusta, quella che consente di accelerare e di disfarsi del carico che nel recente passato ha trasformato Aim da gazzella ad animale da soma.
Ma, contemporaneamente, occorre guardare al futuro, perché se l’azienda resta da sola, quando si tratta di andare a comprare il gas da Gazprom, per esempio, col cavolo che si può spuntare un prezzo competitivo.
E col cavolo che si può reggere quella concorrenza che, si spera, dovrebbe alleggerire le bollette degli utenti. Il polo nordestino delle utilities diventerebbe invece un discreto attore, dietro ai colossi Eni ed Enel, e dietro anche ad Aem-Asm e a Edison; ma davanti, per dire, a Iride, Hera, Acea, Enia.
È questo il futuro obbligatorio di Aim, sempre che, dopo aver liquidato il passato, riesca a gestire rapidamente questo presente. Le persone capaci all’interno dell’azienda vicentina non mancano e di sicuro il programma di rilancio e pulizia verrà realizzato in un battibaleno.
E poi tutti nella nuova grande realtà macroregionale. Non per il gusto di aumentare la dimensione, ma per avere più potere contrattuale e, per questo, spedire bollette più leggere ai cittadini-utenti.

E' nata una stella


A 17 anni e mezzo segna una doppietta folgorante nella prima gara ufficiale intera (Reggina-Inter 1-4, Coppa Italia). Qui lo dico: Mario Balotelli è un crac.

mercoledì 19 dicembre 2007

Interceptor

Così, così e così cercano di demolire quel che resta di credibile (poco o niente) del calcio. Scegliamoci un altro sport che è meglio. O, visto che il calcio è l'unico sport che ci piace perché è (era) qualcosa di più di uno sport, concentriamoci sull'unica altra cosa per cui vale la pena vivere.

Bivio aereo berico

L’ASSEMBLEA. I soci di Aeroporti Vicentini hanno approvato il bilancio in rosso di 631 mila euro. Assente Assindustria

Aeroporto al bivio decisivo
«O si chiude, o si rilancia»
di Marino Smiderle

I soci che c’erano hanno approvato all’unanimità. E siccome c’erano anche Camera di commercio, Aim, Comune e Provincia di Vicenza, sufficienti a superare l’80 per cento del capitale, anche il rosso previsto per il 2007 (la perdita è di 631 mila) troverà la sua copertura. All’assemblea di ieri di Aeroporti Vicentini mancava, tra gli altri, l’Associazione Industriali, che nelle scorse settimane aveva fortemente criticato la gestione della società e che ha quindi preferito chiamarsi fuori da ulteriori rifinanziamenti ritenuti inopportuni.
Per Giuseppe Sbalchiero, presidente della società che gestisce lo scalo civile del Dal Molin, si è trattata però di un’assemblea interlocutoria. «Il mio operato è stato approvato da tutti i soci presenti - afferma - ma per ora abbiamo stabilito soltanto di chiudere l’esercizio in corso. Per capire quale sarà il futuro di Aeroporti Vicentini occorrerà aspettare l’esito dell’incontro fissato per domani (oggi, ndr) con il commissario straordinario Paolo Costa. Prima di ragionare sull strategie future, i soci devono sapere quali sono le intenzioni del governo. Se deciderà di investire e di metterci a disposizione un aeroporto in grado di funzionare, come auspichiamo, allora potremmo pensare a un rilancio. In caso contrario, occorrerà prenderne atto e chiudere tutto».
I più preoccupati, al momento, sono quelli dell’Aeroclub, che devono subire la riduzione d’orario (e la chiusura della struttura nei week end) applicata dall’Aeronautica militare per il personale di servizio in torre di controllo. Il presidente, Antonio Bonotto, ha lanciato il suo grido di dolore, avvertendo che a pagare lo scotto maggiore per questa immobilità sono proprio quelli dell’Aeroclub, impossibilitati a sfruttare gli aerei a disposizione e a rientrare quindi degli investimenti effettuati (leggi gli aerei acquistati in leasing).
Sul fronte fallimento, invece, va segnalato l’accordo raggiunto con Gsa (Gruppo servizi associati) il fornitore udinese del servizio antincendio che aveva presentato istanza di fallimento in tribunale a fronte di mancati pagamenti per oltre 300 mila euro. Parte del debito è già stato estinto in seguito agli ultimi versamenti effettuati da alcuni soci (vedi Aim) e le due parti hanno raggiunto un’intesa su un piano di rientro che, al momento, allontana l’ipotesi estrema.
Tappata in qualche modo l’emergenza operativa, la prossima partita diventa cruciale per il futuro. L’assemblea di Aeroporti Vicentini è stata infatti aggiornata alla metà del prossimo mese di gennaio. Il bivio è chiaro: ci sono davvero l’intenzione e la possibilità che Costa e il governo diano il via libero al nuovo Dal Molin, con conseguenti ingenti investimenti ulteriori? O si sceglierà di chiudere baracca e burattini, risparmiando così decine di milioni di euro ma precludendo una politica di sviluppo aeroportuale che, per la verità, non è mai decollata?
In realtà, potrebbe diventare d’attualità una terza possibilità, quella che prevede il trasferimento della società a Thiene, con relativo allungamento della pista di Rozzampia. Il collocamento strategico del "nuovo" aeroporto ha diversi fan (Cicero in testa) ma anche molti contrari. Si vedrà.

Innovare o perire

L’INDAGINE FONDAZIONE NORD EST-CARIPARO. Presentati a Padova i risultati del sondaggio

O si innova o si muore
Le imprese si adeguano

Marino Smiderle
PADOVA
Innovare per non morire. La parole d’ordine è stata ben recepita dalle imprese di Veneto, Friuli Venezia e Trentino Alto Adige, a giudicare dai risultati dell’ultima ricerca realizzata dalla Fondazione Nord Est, promossa da Cariparo e presentata ieri a Padova, nella sede della banca del gruppo Intesa Sanpaolo. Oggetto del sondaggio, che ha coinvolto mille imprese con più di dieci dipendenti, era proprio l’innovazione e ne è uscito un quadro tutto sommato incoraggiante, anche se l’approccio alla questione del millennio appena cominciato non pare sempre centrato.
L'indagine è stata coordinata da Daniele Marini, direttore scientifico di Fondazione Nord Est oltre che professore associato dell'Università di Padova, e realizzata da Silvia Oliva, segretario alla Ricerca di Fondazione Nord Est. Il primo quesito riguardava le motivazioni che spingono gli imprenditori a innovare. Bene, il 58,3% degli interpellati ritiene che l’opzione di innovare sia strettamente correlata alla sopravvivenza dell’azienda, della serie, appunto, o innovi o muori; il 41,7% pone invece l'accento sull'innovazione come fattore decisivo per la crescita e l’espansione; una considerazione che diventa più sentita all’aumento delle dimensioni, visto che tra le aziende con più di 100 addetti la percentuale sale fino al 60,9%.
Una piccola contraddizione sta nel fatto che "solo" il 39,3 per cento innova per soddisfare il concetto di "azienda apripista", mentre il 60,7 per cento lo fa per restare nella scia dei concorrenti. E comunque la cosa positiva è che il 72,3 per cento delle imprese nordestine, nell’ultimo biennio, abbia investito in formazione. In più, negli ultimi 5 anni, il 67 per cento si è spinto lungo le piste accidentate, ma foriere di vero sviluppo, dell’innovazione di processo.
Accanto a questa propensione al miglioramento operativo, ci si aspetterebbe un’evoluzione finanziaria originale, studiata apposta per questo balzo in avanti. E invece qui siamo ancora un pochino indietro rispetto agli altri paesi, visto che il 58,3 per cento fa sempre affidamento sul "solito" credito bancario. L’alternativa? Semplice, i soldi propri o, detto in altri termini, l’autofinanziamento (36,3 per cento). Diffidenza totale, invece, verso le altre forme di finanziamento, vale a dire il capitale di rischio (2,9 per cento) e la condivisione di capitale con altre imprese.
Considerata la distribuzione delle risposte, è da considerare inevitabile la critica rivolta ai principali vettori di risorse, vale a dire le banche, che il 70,3 per cento degli interpellati ritiene troppo legate a valutazioni patrimoniali del cliente da affidare, piuttosto che all’effettiva validità dei progetti.
Rinaldo Panzarini, direttore generale della Cariparo, ha parato il colpo: «Per un ammontare complessivo di circa 93 milioni, sono ben 188 i progetti di ricerca e innovazione nel Nord Est finanziati e sostenuti da Cariparo e dalle banche del Gruppo Intesa Sanpaolo, con investimenti attivati prevalentemente nel settore della meccanica, ma anche dell'information technology, dell'energia, dell'elettronica, dell'alimentare, del tessile e dell'abbigliamento».
È la nostra risposta - conclude Panzarini - alle esigenze delle imprese che vogliono fare innovazione».

Panico/3

La lista diventa lunga: terza vittima della meningite nel Trevigiano. E' una trentenne. Le autorità sanitarie dicono che l'emergenza è passata. Speriamo.

martedì 18 dicembre 2007

In che Paese viviamo?

Scandalizzatevi, se potete.

Panico/2

Un altro morto per meningite a Treviso. Tutto sotto controllo, dicono, però la gente ha paura.

lunedì 17 dicembre 2007

Panico/1

Quei bacilli si trasmettono con irridente facilità. E uccidono, se non sono combattuti in tempo. A Treviso è scoppiata un'epidemia di meningite che ha fatto un morto e portato in ospedale altre 7 persone. Fa paura, ma non bisogna lasciarsi prendere dal panico. Qui, per fortuna, la sanità funziona.

Fondi a fondo, W gli Etf

PORTAFOGLIO

Boom degli Etf
Costano meno
e sono ’facili’
di Marino Smiderle

Ci sarà pure un motivo se nel 2007 i fondi comuni hanno perso oltre 47 miliardi di euro di raccolta mentre il volume degli Etf è aumentato del 30 per cento. Avevamo parlato dell’irresistibile scesa degli Exchange traded funds, quegli "strani" fondi quotati al listino di piazza Affari che si limitano, si fa per dire, a replicare l’andamento di qualsiasi indice, di qualsiasi mercato, di tutto, in pratica. Il motivo di questo boom clamoroso (nei mercati finanziari globali il denaro investito in Etf ammonta a circa 750 miliardi di dollari) è molto semplice: gli Etf costano poco e si possono gestire in maniera molto semplice. Tuttavia, come per i medicinali, prima dell’uso occorre leggere attentamente le avvertenze.
DIFFERENZE
Gli Etf costano meno dei tradizionali fondi comuni d’investimento, questo è appurato. Ma è anche vero che gli Etf hanno una filosofia di fondo diversa: la clonazione. Cioè, il loro oggetto sociale è quello di clonare gli indici e quindi, se si tratta di investire nell’Eurostoxx 50, gli Etf replicheranno l’andamento dell’indice azionario europeo e garantiranno agli investitori la medesima performance. Nel caso dei fondi comuni d’investimento, invece, si sceglie un comparto (esempio: l’azionario) e i gestori fanno delle scelte, cercando di battere l’indice. Da un punto di vista teorico, dunque, l’applicazione di commissioni più alte ci sta, perché la gestione di questi fondi comporta dei fondi e i gestori bravi vanno pagati bene. Il guaio è che, fin che le cose vanno bene e i mercati hanno performance da favola, nessuno si accorge della tosata; quando invece (e la cosa è macroscopica nell’obbligazionario) i rendimenti sono bassi, il risparmiatore ha la netta percezione di subire una stangata.
DETTAGLIO
Nella crescita esponenziale del mercato degli Etf contano molto i piccoli risparmiatori. In Italia in particolare, dove le mode finanziarie spesso esplodono e muoiono in una sola stagione, questi strumenti hanno incontrato subito la domanda dei delusi dei fondi, e pure degli abituali frequentatori del mercato azionario che con gli Etf hanno la possibilità di esplorare listini lontani (Cina) senza il rischio di perdersi nei meandri dei regolamenti e delle valute. Si compra e si vende l’indice dell’India o l’andamento dei tassi a lungo termine alo stesso modo in cui si compra e si vende un’azione Fiat. Ai piccoli, poi, vanno aggiunti gli investitori istituzionali (assicurazioni, banche, fondi pensione) che si stanno avvicinando sempre di più a uno strumento che permette loro di copiare il mercato senza caricarsi di eccessive responsabilità e di costi ulteriori.
BID & ASK
Nei mercati finanziari non regala niente nessuno, questo è un assioma che tutti farebbero bene a tenere bene a mente. E quindi le società di asset management che gestiscono gli Etf hanno i loro bravi profitti, com’è giusto che sia. Tenuto conto che le commissioni sono comunque più basse dei fondi comuni, e quindi digeribili, uno dei sistemi per arrotondare, se così si può dire, è quello dei prezzi applicati in denaro e lettera, bid e ask per usare i termini del mercato. Cioè: se vendi prendi 99 e se compri paghi 101. Un investitore che entra nel mondo degli Etf deve essere attento a monitorare lo spread tra denaro e lettera, perché se la scarsa liquidità, poniamo, tiene molto largo questo differenziale, i costi occulti potrebbero incidere in maniera significativa nel momento dell’uscita. Guardando a piazza Affari, occorre dire che nel mese di novembre (ricerca Lipper citata da Plus, settimanale del Sole 24 Ore) lo spread medio registrato da tutti gli Etf è stato pari allo 0,228 per cento, misura senza dubbio accettabile. Il problema è che per alcuni casi poco liquidi (sporadici) si è arrivati a spread molto più ampi. Piccolo consiglio: prima di compare un Etf, verificate che sia sufficientemente liquido.
VALUTA
C’è un rischio, però, che non si può proprio evitare: il cambio. Gli indici azionari sono espressi nella valuta del mercato di riferimento (yuan per la Cina, yen per il Giappone e così via), così come gli indici delle materie prime sono espressi in dollari. Ergo, nella performance finale in euro ci potrebbero essere delle sorprese, non necessariamente negative.

L'affittacamere

RUSSIA. Scelto un fedelissimo che ha già annunciato l’incarico di premier al suo “superiore”

Putin affitta
il Cremlino
al suo delfino

di Marino Smiderle

Qui si tratta di capirci: Putin è un leader su cui fare affidamento oppure no? E la Russia può aspirare seriamente a far parte del club delle democrazie oppure no? A entrambe le domande in questo momento l’occidente è tentato di a rispondere di no, specie dopo la levata di scudi folcloristica del presidente della Russia, fresco di un grande successo personale, e del suo partito Nuova Russia, alle ultime elezioni per la Duma, nei confronti di Europa e Stati Uniti. Insomma, mentre Putin si limitava a fare affari con petrolio e gas, mentre badava a coltivare le sue azioni nel gioco del capitale globale, l’Occidente era disposto a trattarlo come tratta la Cina, e cioè come la miglior controparte con cui fare affari. Ora che ha cominciato a puntare i piedi, per esempio uscendo dal trattato di non proliferazione degli armamenti e alzando il sopracciglio di fronte il programma di scudo spaziale previsto da Bush per i paesi dell’est Europa, ex alleati dell’Unione Sovietica nel Patto di Varsavia, il compagno Vladimiro è diventato uno di cui stare alla larga.
E allora ecco che Putin stupisce il mondo intero, scegliendosi un successore alla presidenza molto gradito proprio a quell’Occidente fino a ieri spernacchiato. Si chiama Dmitri Medvedev, che Putin chiama familiarmente Dema, ha 42 anni, è il numero uno del colosso Gazprom ed è da sempre uno dei più fidati collaboratori di Putin. Avvalorando così la tesi di coloro che sostenevano che la finalità dell’irrequietezza in politica estera del presidente fossero strettamente correlate a questo difficile passaggio di testimone in politica interna. L’individuazione del delfino potrebbe contribuire a calmare le acque e a diluire le dichiarazioni infuocate.
Piccolo riassunto per capire come siamo arrivati a Medvedev. Il 2 marzo prossimo scade il mandato presidenziale di Putin, mandato che non può essere rinnovato, almeno a stretto giro di posta. Per questo lo zar di San Pietroburgo si è trovato di fronte a due tipi di problemi: 1. Trovare un sostituto degno di fiducia; 2. Trovare un incarico dove parcheggiare la propria grande popolarità in attesa di tornare a essere il numero uno al Cremlino. Il problema numero uno è stato risolto con la disponibilità di Medvedev, il problema numero due è stato risolto con la prima dichiarazione del neo-candidato alla presidenza della Russia: «Manifestando la mia disponibilità a correre per la presidenza - ha detto - chiedo a Putin di dare il suo consenso, in via di principio, a guidare il governo dopo l’elezione del nuovo presidente russo».
Per Sandro Viola di [\FIRMA]Repubblica il regalo di Natale per Usa e Europa è stato «la designazione, tra tutti i possibili aspiranti alla presidenza di cui s’era parlato nelle ultime settimane, del più moderato, e si può anche dire pro-occidentale, dei delfini di Putin. L’unico a non essere uscito dalle file o dalle vicinanze del Kgb, l’unico dopo Lenin a essere cresciuto in una famiglia (il padre docente universitario, la madre insegnante) dell’"intellighentsja" russa. Vedremo più avanti i limiti e i rischi della designazione di Medvedev a successore di Putin. Per ora, proviamo a guardare le cose con gli occhi della "business community" internazionale».
E la business community internazionale, usa a non farsi troppi problemi di fronte alle discutibili inclinazioni politiche degli stati con cui ha a che fare (vedi, ancora una volta, la Cina), ha reagito con un entusiasmo che ha finito col contagiare la Borsa di Mosca, che ha girato prepotentemente al rialzo dopo l’annuncio del tandem Putin-Medvedev. E Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni e, in quanto tale, esponente di spicco di questa comunità di manager, ha subito registrato la decisione putiniana come un passo avanti: «Medvedev è probabilmente la persona che conosco meglio nel panorama russo - ha dichiarato il numero uno dell’Eni -. Per noi è una buona notizia. Mi sembra una persona capace, giovane e moderna».
Non va dimenticato che questo passo decisivo verso l’occidente arriva dopo che il partito Nuova Russia ha ottenuto, alle ultime elezioni, il 62 per cento dei voti. Sulla regolarità di quella consultazione si possono dire tante cose e sollevare dubbi più che plausibili: è un fatto però che, brogli o no, in questo momento Putin goda di un effettivo sostegno popolare, garantitogli, guarda un po’, anche dalle ultime manifestazioni di orgoglio nazionale esibite di fronte al mondo che lo esortava a virare verso una vera democrazia.
A questo punto l’altro interrogativo è tutto interno ai corridoi del Cremlino. Cioè, Putin può fare tutto e il contrario di tutto, nominare amici intimi alle cariche chiave del potere, ma è certo che, al momento del dunque egli avrà indietro quei favori? «Quando Putin sarà fuori dal Cremlino - è la risposta che Charles A. Kupchan, docente di politica internazionale alla Georgetown University di Washington, ha dato all’agenzia ApCom - la sua autorità personale sarà diminuita. Probabilmente ci saranno più conflitti interni di potere: anche se la successione a Putin andrà liscia, con Medvedev, il prossimo governo russo non sarà così forte o così coeso».
«Non credo che siamo di fronte a un ritorno della guerra fredda - commenta Kupchan a proposito dei recenti scontri tra Russia e Usa -. Penso che assistiamo al ritorno della Russia come un potere più assertivo, ma è comunque una Russia che ha interessi in molti settori coincidenti con quelli degli Stati Uniti e dell'Unione europea. Particolarmente per l'energia, l'Iran, il processo di pace medio orientale. Ci saranno più conflitti che in passato fra Russia e occidente, ma in fin dei conti entrambi desiderano un'alleanza più di quanto desiderino un conflitto aperto. È troppo presto per dire che ci sia una divisione geopolitica».

sabato 15 dicembre 2007

Apprendisti stregati

LAVORO. Ieri convegno sulla ricetta adottata dalla Regione per la crescita professionale

Gli apprendisti si fanno
strada nel Vicentino

Marino Smiderle
VICENZA
Il Veneto fa da apripista e sperimenta il contratto di apprendistato professionalizzante. Un nome complicato per una ricetta semplice: spalancare le porte del mondo del lavoro ai giovani e incentivare le imprese ad assumere. E a parlare su "Il futuro dell’apprendistato nel quadro della riforma del welfare" ieri erano in tanti, al Centro congressi dell’Associazione artigiani di Vicenza. Sì, perché l’assessore regionale alla Formazione professionale e lavoro, Elena Donazzan, ha voluto sentire dalla viva voce di sindacalisti, politici e imprenditori cosa pensano di questa accelerazione veneta.
Giusto partire dai numeri, per capire cosa vuol dire apprendistato in Veneto e a Vicenza. Ogni anno in questa regione vengono assunti circa 67 mila apprendisti, che sono poi il 10 per cento delle assunzioni totali, mentre lo stock complessivo a fine novembre 2007 era arrivato a quota 70 mila. Tarando il dato sulla provincia di Vicenza, si scopre che gli apprendisti assunti in un anno sono in media 11 mila, con uno stock attuale di circa 14 mila, pari al 20 per cento del totale regionale. Quanto alle risorse, la Regione ha stanziato quasi 60 milioni di euro per la formazione nel triennio.
Veneto e Vicenza molto vivaci, dunque. Segno che il progetto è quello giusto? «L’Italia è un paese che va a 20 velocità - osserva l’on. Tiziano Treu (Pd) - e io credo che ci debbano essere degli standard comuni in materia di qualità di formazione. Qui è stato possibile raggiungere un’intesa con le parti sociali, e questo è il punto principale».
«La novità vera - evidenzia il sen. Maurizio Sacconi (FI) - è il rifiuto di formalizzare un numero preciso di ore di formazione da svolgere all’esterno. La formazione si fa soprattutto all’interno».
Per l’on. Gianni Alemanno (An) il protocollo sul Welfare guarda più ai pensionati che ai giovani, mentre il dg della Fiera, Maurizio Castro ha messo a fuoco il problema-sicurezza: «L’errore è quello di dare risposte standardizzate».

«Per le Pmi
è la chance giusta per
crescere»

Elena Donazzan crede molto in quello che ritiene un contratto concepito a immagine e somiglianza col Veneto e col Vicentino. «Con questo schema - spiega l’assessore regionale - anche le imprese piccole, quelle con pochi addetti, possono prendere apprendisti al proprio interno e nominare un tutor che li segua nel fondamentale percorso formativo iniziale. È un modello che spinge su una forte incentivazione all’acquisizione delle competenze specifiche all’interno dell’azienda, che diventa al tempo stesso scuola e luogo di lavoro».
Cgil, Cisl e Uil hanno dato il via libera al progetto. «E il loro senso di responsabilità è da apprezzare - dice la Donazzan - e comunque credo che la ratio del modello sia quella di soddisfare tanto le esigenze del lavoratore quanto quello della piccola azienda. La Regione, poi, ha stanziato 60 milioni di euro nel triennio».

Rapita/2

Chi ha rapito Iole Tassitani e perché?

Rapita/1

Giallo a Castelfranco Veneto, Iole Tassitani, 42 anni, è scomparsa da casa. La donna, giglia del notaio Giuseppe Tassitani, potrebbe essere stata rapita.

Ora c'è Zoè

SALUTE & BENESSERE. Presentata ieri a Milano l’iniziativa di formazione della multinazionale farmaceutica Zambon

«Con la Fondazione Zoè
ritorniamo a Vicenza»

Marino Smiderle
inviato a MILANO
Presiede un piccolo impero farmaceutico ma Elena Zambon cerca quasi di schermirsi, di apparire il meno possibile. Anzi, se potesse non apparire proprio, lei metterebbe la firma. Eppure, dopo la morte del padre Alberto, nell’aprile scorso, questa manager ha ripreso in mano le redini di Zambon Group («Ma la guida operativa è affidata ad un amministratore delegato») e, oltre a puntare alla crescita del business (quasi mezzo miliardo di fatturato per la multinazionale che ha sede a Bresso, e quasi dieci milioni di euro di investimento per i due stabilimenti di Vicenza e Lonigo), ha deciso di seguire i consigli scritti dal nonno Gaetano, il fondatore dell’azienda 101 anni fa, in materia di responsabilità sociale d’impresa. E ieri a Milano ha annunciato la nascita di Zoè, «una fondazione che vuole trasmettere all’esterno lo spirito dell’impresa che ha fatto della conoscenza e dello studio scientifico la base della propria crescita».
«Zoè sta per Zambon open education - hanno spiegato le sorelle Elena e Margherita Zambon - ed è un grande progetto di comunicazione e formazione sui temi della salute e del benessere. È un settore in cui si avverte una sempre maggiore domanda di chiarezza e per questo abbiamo deciso di coinvolgere un Comitato scientifico di primo piano per dare delle risposte a quella che riteniamo una questione cruciale dei nostri tempi».
Alla presentazione di ieri c’era anche il prof. Francesco Sartori, coordinatore del Comitato scientifico di Zoè composto anche da Gianpaolo Azzoni, Domenico De Masi, Maria Giovanna Ruberto, Giovanni Siri e Carmelo Vigna, e autore del libro "Dall’altra parte", cronaca della malattia vissuta da un medico. «La mia esperienza di malato - ha detto Sartori - mi ha portato ad approfondire il rapporto tra medico e paziente. Ed è chiara l’affinità con una Fondazione che ha come elemento costitutivo della propria filosofia la salute della persona e che promuoverà un corso universitario (Università di Pavia, ndr) nato dall’esigenza di sottolineare le implicazioni etiche, psicologiche e terapeutiche di un rapporto di comunicazione spesso carente, appunto, tra medico e malato».
Nelle veline lasciate dal fondatore della Zambon Group, Gaetano Zambon, la figlia Elena ha ritrovato alcuni principi che, pure in un’economia moderna e profondamente cambiata, devono essere seguiti. «Io penso alla responsabilità sociale dell’imprese - spiega - e credo che questa Fondazione, completamente distinta dall’azienda, saprà dare un contributo importante a questi temi. E per questo abbiamo deciso di sostituirla e sostenerla».
Per debito di riconoscenza nei confronti del nonno, e per dare un segnale forte al territorio, le sorelle Elena e Margherita Zambon hanno deciso che la sede della Fondazione sarà a Vicenza, «nella volontà di offrire un contributo di completezza alla qualità civica e culturale, creando un polo di eccellenza nella città in cui la Zambon è sorta».
«La provincia di Vicenza - ha concluso Fernando Ferri, anima operativa del progetto - sarà il luogo privilegiato per le varie manifestazioni».

giovedì 13 dicembre 2007

Bye bye Mediobanca

FINANZA. Atteso il verdetto per l’operazione

L’Antitrust vaglia
i requisiti di Bpvi
per Mediobanca


Marino Smiderle
VICENZA
Oggi l’Antitrust dirà se la Banca Popolare di Vicenza ha le carte in regola per entrare nel capitale di Mediobanca. Come si sa, l’istituto di via Filodrammatici ha indicato nella banca presieduta da Gianni Zonin uno dei nuovi soci destinati a rilevare il 9,39 per cento del capitale ceduto da Unicredit in seguito alla fusione con Capitalia. A Bpvi era stato riservato il 2 per cento di azioni Mediobanca, un investimento strategico che Zonin ha sempre considerato importante. Sembrava tutto fatto, fino a quando l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha sollevato formale obiezione circa un presunto conflitto d’interesse che minerebbe la fattibilità dell’operazione.
I conflitti tra Popolare di Vicenza e Mediobanca sarebbero insiti, in particolare, nelle partecipazioni che l’istituto di via Framarin detiene in Cattolica Assicurazioni e in Nordest Merchant. Trattasi di attività assicurative e di merchant banking che andrebbero a cozzare con l’attività tipica di Mediobanca. Per questo l’Antitrust ha dato l’aut-aut: o la Bpvi si libera di questi conflitti, oppure non può entrare in Mediobanca.
In realtà in questi giorni ci sono state diverse riunioni per mettere a fuoco il problema che, guardando ai numeri, diventa un problemino molto ’ino’. Nel caso di Cattolica, è vero che Bpvi è il socio con la più alta partecipazione percentuale nel capitale, ma è anche vero che si tratta di una società cooperativa e che Vicenza ha due soli membri in cda (tra cui il vicepresidente Zonin); quindi non avrebbe quel potere di indirizzo in grado di costituire un vero conflitto d’interesse.
Nel caso di Nordest Merchant, invece, effettivamente Bpvi controlla la società con l’80 per cento del capitale, mentre il restante 20 per cento è di 21 Investimenti Partners, del gruppo Benetton; ma se si guardano ai numeri della merchant vicentina si scopre che nel bilancio della Bpvi questo investimento pesa per appena 7,6 milioni di euro, mentre l’utile del 2006 è stato di 817 mila euro. Sono numeri in grado di costituire un conflitto d’interesse col colosso Mediobanca? Autorevoli esperti dicono che la questione non si pone, ma l’Antitrust, in linea di principio, ha chiesto alla Bpvi di provvedere. Le diplomazie hanno lavorato, oggi dovrebbe arrivare la risposta.
P.S. E infati è arrivata: Niet.

Tu vuo' fa' o' Napolitano

IN VISITA ALLA CASA BIANCA
Il Presidente: «Nessun ripensamento sul Dal Molin»

Napolitano dà la base a Bush

di Marino Smiderle

Giorgio Napolitano, accolto con tutti gli onori nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca dal collega George W. Bush, mette la ceralacca sul sì italiano alla realizzazione della base militare Usa al Dal Molin: «La posizione del governo è molto chiara - ha detto il Presidente della Repubblica - ed è stata ribadita anche in questi giorni dal premier Prodi: non c’è nessun ripensamento».
L’affermazione della più alta carica dello Stato giunge all’indomani dell’ennesima rassicurazione data dal ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, a Condy Rice («Sulla base di Vicenza la questione è risolta»).
E così la missione italiana negli Stati Uniti finisce col mettere definitivamente fuori gioco tutti i distinguo, tutte le eccezioni, tutti i però espressi dai rappresentanti dei partiti della sinistra radicale, che cercano di mantenere una verginità nei confronti del movimento No Dal Molin asserendo, come ha fatto ieri l’on. Lalla Trupia (Sd), che «c’è una proposta in campo, appoggiata dai quattro ministri della Sinistra/L’Arcobaleno e da ben 170 parlamentari della maggioranza: la moratoria sui lavori di costruzione della base Dal Molin fino a che non si svolgerà la Conferenza sulle servitù militari».
Nossignori, il governo di cui fanno parte, appunto, i quattro ministri invocati dall’on. Trupia, non farà alcun passo indietro, non concederà alcuna moratoria. Il sigillo di Napolitano arriva proprio nel giorno in cui prende il via la tre giorni vicentina del popolo dei No Dal Molin (quello sì coerente nella protesta), da cui faranno bene a restare lontani i vari leader e leaderini del Prc, dei Comunisti italiani, dei Verdi della Sinistra democratica, ora confluiti nella "cosa rossa". Il senatore leghista vicentino, Paolo Franco, condividendo le affermazioni di Napolitano, si chiede «che senso ha fare la manifestazione vicentina. Dovrebbero chiederselo, a questo punto, anche i quattro ministri che dichiarano di sentire la lotta della popolazione di Vicenza come la nostra lotta».

mercoledì 12 dicembre 2007

Fiera glamour

EVENTI. Presentato a Milano il nuovo programma dell’ente di via dell’Oreficeria: solo oro e lusso. Due appuntamenti fuori da Vicenza

La nuova Fiera
cambia tutto
«Sarà leader»


Marino Smiderle
inviato a MILANO

Bella gente nei saloni del Mithia, in via Montenapoleone, il cuore di quella che una volta era la Milano da bere e che adesso è per tutti la capitale della moda e del lusso. Ed è proprio per questo che la Fiera di Vicenza ricomincia da qui, perché vuole rendere indissolubile il legame tra oro e lusso, tra gioielli e moda. «Sorprende anche me la velocità del cambiamento - attacca il presidente, Dino Menarin - ma l’obiettivo che si è dato il cda nominato otto mesi fa è chiaro e ambizioso: fare della Fiera di Vicenza la numero uno al mondo in fatto di oro, gioielli e, più in generale, lusso».
Nothing as before (Niente come prima), è il nuovo motto di una campagna che ha espunto l’italiano da qualsiasi manifestazione: volendo essere la prima al mondo, la Fiera di Vicenza ha pensato bene di usare la lingua dei mercati internazionali, quell’inglese usato come chiavistello universale per dischiudere le porte del business. E il direttore generale, Maurizio Castro, prima di spiegare i dettagli di un programma di una Fiera rivoltata come un calzino, ha voluto mettere bene in chiaro la filosofia da cui si è partiti. «In passato si era preferito quella che chiamo la strategia declinista - dice - e che prefigurava, appunto, un declino dell’oro e dei gioielli. Non sono stati anni facili, questo è vero, ma noi siamo convinti che negli anni a venire ci sarà la ripresa definitiva. E perciò Fiera di Vicenza, anziché perdersi in programmi generalisti, ha deciso di specializzarsi e di puntare tutto su oro, lusso e alta gamma in genere».
E lo fa ribaltando completamente nomi e programmi dei tre canonici appuntamenti previsti per gennaio, maggio e settembre. «Non cambiano solo i nomi - assicura Castro - ma da quest’anno non potranno più essere considerate diverse solo per le stagioni in cui si tengono. La prima, che proprio per questa si chiama First, vuole essere la più grande vetrina di tutti gli espositori di oro e gioielli, mentre quella di maggio, che abbiamo scelto di chiamare Charm, non sarà una rassegna né business to business, né business to consumer, bensì consumer to business, nel senso che saranno i consumatori, invitati alla manifestazione, a farsi largo tra le proposte, diventando essi stessi indicatori di tendenza».
Cambia anche il nome di Oromacchine («Un orafo tagiko fa fatica persino a pronunciarlo quel nome»), che diventa T-Gold, mentre la fiera di autunno diventa Choice e sarà interamente dedicata alla distribuzione.
Ma il vero colpo di acceleratore nel piano industriale triennale messo a punto da Castro sta nell’esportazione del brand Fiera di Vicenza fuori dai confini provinciali. Si comincia a marzo (dal 2 al 4), a Milano, ça va sans dire (il francese mancava...), con il mega evento About J, the ultimate jewellery event, che per tre anni si terrà al Superstudio, in via Forcella. «Vogliamo spaventare Basilea - afferma Menarin - e per About J arriveranno a Milano 60 rinomate aziende dell’alta gamma, più altri venti brand stranieri. Sono state selezionate da una vera e propria giuria, così come sono stati selezionati 150 top buyers da tutto il mondo».
Non è finita qui. «Stiamo allestendo un altro evento dedicato all’avanguardia - rivela Castro - che forse chiameremo Alter ego e che si svolgerà a Barcellona, o ad Anversa, o a Firenze».
Secondo Castro, il fatturato della Fiera di Vicenza balzerà da 27 a 43 milioni di euro. Magari ritoccando i canoni per gli stand, «che storicamente - osserva il direttore generale - sono sempre stati più bassi del 50 per cento rispetto alle altre più importanti rassegne e che adesso, dopo il maquillage, subiranno un equo aumento».
Chiude Menarin, annunciando il nuovo amministratore delegato "liquidatore" di Vicenza Fiera International, Domenico Girardi, di CF partners, destinata a fondersi in Fiera Vicenza. Quanto a futuri nuovi soci, il presidente non esclude l’ingresso di altri enti istituzionali e, magari, di qualche Fiera. Verona in testa.

lunedì 10 dicembre 2007

Il segreto di Maghetto-Jimenez


Molti si chiedono perché Luisito Jimenez sia esploso così fragorosamente nell'Inter, segnando tre fantasmagorici gol nelle ultime quattro partite. Uno dei segreti è la tranquillità familiare, specie quando si ha la fortuna di avere una moglie così.

Il silenzio dei moderati islamici


Una donna viene violentata in Arabia saudita e finisce in carcere condannata perché, prima di essere presa e seviziata, stava in auto con un uomo con cui non aveva rapporti di parentela. Un'insegnante inglese viene condannata a 15 giorni di prigione (prima di essere perdonata dal governo, e le è andata bene) per aver permesso ai bambini di una scuola sudanese di chiamare l'orsetto col nome di Maometto (Muhammad). Che ne pensano gli islamici moderati? Ayaan Hirsi Ali sul New York Times ha trovato le parole giuste.

I segreti del private

PORTAFOGLIO

Private equity
L’avvoltoio delle ’tristi’ Ipo

di Marino Smiderle

Per carità, si chiama capitale di rischio e quindi chi compra azioni sa perfettamente a cosa va incontro. Però c’è il forte dubbio che in questi ultimi tre anni a piazza Affari abbiano rischiato soltanto i polli che si sono lasciati tentare dalle nuove avventure imprenditoriali. Cioè, chi ha comprato le azioni di quelle società nuove, o almeno nuove per la Borsa, magari non grandissime ma con potenziali di grande crescita, ora si trova col cerino in mano. La beffa è che quel cerino potrà essere ripreso dai fondi chiusi, dai fondi di private equity, pronti a riaccenderlo dopo aver acquistato dalla Borsa quel che resta delle società in questione per quel che si dice una pipata di tabacco.
TRACOLLO
Dicevamo del periodo nero, quello che va dall’inizio del 2004 ad oggi. E andiamo a guardare, per curiosità, come si è comportata la prima Ipo del 2004, la Cell Therapeutics. Ovviamente attorno a questa società s’udivano squilli di gloria, tali da permettere agli advisor di portare il titolo in Borsa a 30,3 euro. D’accordo che del senno di poi sono piene le fosse, ma se uno guarda quanto quota oggi Cell Therapeutics bene che vada gli prende un coccolone: 1,84 euro per azione, cioè 90 e passa per cento in meno. Ma se questo è l’esempio più negativo, non bisogna dimenticare che il 58 per cento (l’inchiesta l’ha fatta il settimanale Milano Finanza) delle Ipo portate sul mercato negli ultimi tre anni segna un prezzo di mercato inferiore a quello di collocamento. Qualche altro esempio? Eurofly, la compagnia aerea pubblicizzata niente meno che dall’Italia campione del mondo, che pur operando in un settore che sta dando molte soddisfazioni (Alitalia a parte), ha dovuto registrare una performance negativa di quasi 60 punti percentuali. Che dire poi di Saras, la società delle raffinerie petrolifere dei Moratti. Portata in Borsa nel magio del 2006 a 6 euro, ora viaggia sotto i 4 euro, con una perdita che supera il 30 per cento. E stiamo parlando di un settore, le raffinerie di petrolio, che sta galoppando. Possibile che sul mercato siano arrivati tutti dei ronzini zoppicanti?
IL SOSPETTO
Il mercato è una brutta bestia e non si può certo pretendere di dominarlo. Però, a giudicare dal gran numero di delisting operati e previsti a piazza Affari, c’è il sospetto che qualcuno abbia un tantino ciurlato nel manico. Delisting, per capirci, vuol dire tirar fuori i soldi necessari per comprare tutto il flottante di una società quotata e provvedere quindi a toglierla dal listino. Facciamo un esempio ipotetico, che però rende l’idea del sospetto che grava su questa defaillance. Ora, se Moratti ha preso 6 euro per azione dal mercato in seguito alla quotazione di Saras in Borsa, ora potrebbe decidere (in prima persona o attraverso altri veicoli finanziari) di andare a raccattare le stesse azioni vendute un anno e mezzo fa a 3,90 euro, riportandosi a casa la totalità del capitale e lucrando sulla performance negativa fatta registrare dal titolo in questo periodo durante il quale il greggio ha sfiorato i 100 dollari al barile. Moratti non ha minimamente intenzione di farlo, ma se guardiamo ai tanti titoli rastrellati dal mercato da parte di potenti fondi chiusi e di private equity, si capisce come l’unico pirlacchione a prendere la fregatura è stato il signor Rossi che coraggiosamente aveva deciso di investire in quelle che gli erano state presentate come imprese moderne e baciate dallo sviluppo.
BILANCI & MERCATI
Ci sono aziende i cui bilanci sono dei gioiellini e che prevedono crescita anche in futuro. Eppure il mercato le ha punite severamente, complice anche un prezzo di collocamento troppo alto, spinto a livelli siderali dagli advisor ansiosi di ingurgitare laute commissioni. È a queste che stanno guardando i fondi di private equity, diventati ormai delle Borse alternative e riservate a pochi grossi investitori. La settimana scorsa Sergio Marchionne, durante la cerimonia del conferimento del Master honoris causa al Cuoa di Altavilla, ha detto più o meno che un mercato sano non ha bisogno di questi fondi. Le opinioni sono divergenti, anche perché ultimamente il private equity ha svolto un ruolo importante anche in imprese piccole come quelle del Nord Est. Di sicuro in Borsa i guadagni dei fondi sono legati alle perdite dei piccoli risparmiatori.

No Chavez

La sconfitta
democratica
di Chavez
VENEZUELA. Gli elettori hanno bocciato l’ipotesi socialista del terzo millennio
di Marino Smiderle

Hugo Chavez voleva abolire democraticamente la democrazia. Questo, in sintesi, era il progetto del referendum che i venezuelani hanno bocciato, sia pure di poco, 51 per cento contro 49, lo scorso week end. Dalla sconfitta del caudillo sudamericano di sinistra si possono trarre svariate interpretazioni. Per ora l’unico dato oggettivo è che il popolo venezuelano, nonostante il forte appeal che gli introiti petroliferi hanno regalato alla politica bolivariana del caudillo di Caracas, ha votato no all’estensione illimitata dei suoi poteri.
Il progetto di cambiamento costituzionale che Chavez ha sottoposto ai venezuelani è noto. Tra i punti principali c’erano l’abolizione del limite dei due mandati presidenziali e l’estensione della carica da 6 a 7 anni. In pratica, chiedeva un incarico a vita, più o meno come quello di cui dispone l’amico Fidel Castro a L’Avana; poi erano pure previste l’abolizione dell’autonomia della Banca Centrale, la censura dei media in caso di necessità, l’abbassamento dell’età del voto da 18 a 16 anni, la riduzione delle ore quotidiane di lavoro da 8 a 6. E, per finire, si chiedeva di dare il via libera al divieto di privatizzazione per le imprese statali e di ampliare la sicurezza sociale.
Dire che per Chavez è stata una sconfitta cocente, come è stato sostenuto dai principali commentatori, è in realtà un pochino azzardato. Il caudillo potrà ricavare da questa sconfitta ulteriore benzina per incendiare il suo delirio bolivariano, scambiato per il modello marxista del nuovo millennio. La sua reazione al ko subito nel referendum è stata un capolavoro di captatio benevolentiae nei confronti dei nemici democratici occidentali e del resto dell’America Latina. «Accetto la sconfitta - ha detto subito il presidente del Venezuela -. L’opposizione ha mantenuto più o meno il suo livello di votazione. Mentre noi non siamo riusciti neppure a raggiungere i sei milioni di voti. Ne abbiamo avuti tre di meno dello scorso anno».
Fidel Castro, vero ispiratore di Chavez, gli ha inviato due messaggi, congratulandosi per la «dignità ed etica» con la quale il presidente del Venezuela ha reagito subito dopo aver conosciuto il risultato del voto di domenica. Il lider maximo ha inviato i propri «complimenti rivoluzionari» per il discorso nel quale il presidente venezuelano ha ammesso la sconfitta.
«Chavez ha mostrato di essere un grande democratico accettando il risultato del referendum», ha concordato Nestor Kirchner da Buenos Aires. E simili sono state le reazioni degli altri leader sudamericani, anche se lontani politicamente da lui, come Michelle Bachelet in Cile e Alan Garcia in Perù.
La scelta dell’opposizione di scendere dall’Aventino e di cominciare a combattere seriamente Chavez ha mostrato i suoi frutti. «Il popolo ha detto no a una riforma che non stava né in cielo né in terra - ha dichiarato a La Stampa l’economista venezuelano José Guerra, fino al 2005 alla Banca Centrale di Caracas - prodotta dalla tendenza egemonica del presidente ma impraticabile e pericolosa per il Paese. Chavez dovrà prendere atto della decisione popolare ma non si fermerà qui; ha ancora cinque anni di potere e mezzi straordinari per poter imporre scelte e strategie».
«La vittoria del no - ha detto Peter De Shazo, esperto del Centro studi strategici di Washington - rappresenta un passo falso per il presidente Hugo Chavez anche se non gli impedirà di inseguire il progetto di rafforzamento dei poteri e le sue mire di accentramento economico».
Non va dimenticato la figuraccia rimediata dal caudillo durante un incontro pubblico con Zapatero e il re di Spagna Juan Carlos, dal quale è stato trattato con sprezzo («Chiudi il becco»), dopo gli insulti («Fascista») vomitati dal caudillo nei confronti del precedente primo ministro iberico, Aznar, difeso pure dal suo nemico interno, Zapatero, appunto. Dopo questo scivolone, Chavez è arrivato a minacciare di nazionalizzare le imprese spagnole presenti in Venezuela. Logico che da Madrid siano arrivati commenti compiaciuti per la vittoria dei No al referendum.
Se la maggior parte dei commentatori avvertano che Chavez, nonostante le ammissioni di sconfitta, sicuramente ci riproverà, per Sergio Romano l’ultimo referendum va considerato una vera e propria disfatta per il caudillo. «È più di una battaglia perduta - ha scritto Romano sul Corriere della sera -. Il presidente venezuelano ha ambizioni continentali e internazionali. Non è soltanto un caudillo nazional-populista... è convinto di essere un modello per il continente e di poter recitare sulla scena mondiale un ruolo "anti-imperialista", simile a quello che Fidel Castro ebbe per qualche decennio».
Di fronte all’esito del referendum, Romano appare più sollevato. «Lo smacco subito - scrive - avrà parecchie ripercussioni, soprattutto in America Latina. Molti leader hanno coltivato l’amicizia di Chavez soprattutto per due ragioni. La sua generosità petrolifera e finanziaria si è dimostrata provvidenziale per i paesi in grave difficoltà, come l’Argentina di Nestor Kirchner, la Bolivia di Evo Morales, la Cuba di Fidel Castro. E il suo ruolo di paladino anti-Usa ha risvegliato gli spiriti nazionalistici del continente latino-americano. Esiste ancora un fenomeno Chavez, ma il "modello" è più pallido, meno smagliante e attraente per gli amici, meno minaccioso per i nemici».
Ma Chavez non molla. Al programma della tv statale - La Hojilla (La lametta) - il caudillo ha riconosciuto di aver perso il diritto di presentare nuovamente una proposta di riforma, ma ha aggiunto che «il popolo venezuelano ha il diritto di presentare un’istanza di riforma prima che scada il suo mandato».

domenica 9 dicembre 2007

Da esule a clandestina

Ve lo ricordate il dramma degli esuli fiumani? Il dramma degli italiani cacciati da Tito dall'Istria e dalla Dalmazia? Nel 2007 succede che una signora veneziana venga cosiderata extracomunitaria dalla burocrazia italiota. Merito di una circolare di un ministero dell'Interno da... internare.

Dal Molin sinistro

IL GOVERNO ATTERRA AL DAL MOLIN. I ministri ’rossi’ Ferrero, Bianchi, Mussi e Pecoraro Scanio mandano l’aut-aut al presidente del Consiglio

«Caro Prodi, non fare la base»

Chissà se questa letterina, che ha tanto il sapore di un aut-aut a Prodi, basterà per convincere quelli del presidio a riporre le pentole nella credenza. Chissà se, a questo punto, la manifestazione romana (fissata per domani) che ha spaccato in due il variegato popolo dei No Dal Molin ora ha ancora ragion d’essere. Comunque sia, ieri quattro ministri della sinistra radicale hanno raccolto il grido di dolore dell’universo pacifista e no global e hanno conficcato l’ennesima spina nella sempre più sanguinante maggioranza.
«Ti scriviamo per sollecitare un ripensamento sulla base militare statunitense di Vicenza». Questo il senso dell’iniziativa politica dei quattro ministri Paolo Ferrero (Prc), Fabio Mussi (Sd), Alessandro Bianchi (Pdci) e Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi).
«Come sai - si legge nella lettera - non abbiamo mai condiviso la decisione di dare il via libera all'ampliamento della base. La questione non rappresenta però solo un elemento di conflitto tra forze politiche. Il punto riguarda i rapporti tra il governo e la popolazione di Vicenza; riteniamo che non sia possibile continuare come se nulla fosse, in una situazione in cui la sacrosanta richiesta dei cittadini vicentini di avere un referendum popolare sull'opportunità o meno di ampliare la base, è stata disattesa da chi aveva il potere di organizzare la consultazione».
«Ti chiediamo quindi - sottolineano - un ripensamento anche alla luce dell'ordine del giorno che impegna il governo ad organizzare entro i primi sei mesi del 2008 una Conferenza nazionale sulle servitù militari. In questa situazione, in cui crescono le tensioni internazionali e i venti di guerra, aprire una interlocuzione vera con le popolazioni che si oppongono all'allargamento della base statunitense è un punto decisivo per un governo progressista e democratico. Per questo ti chiediamo di prendere ogni iniziativa utile per ricercare una soluzione rispettosa della dignità, della qualità della vita e dei diritti dei cittadini vicentini».
Parole già sentite e già scritte, per la verità. Il problema è quale sarà la reazione della cosa rossa qualora Prodi, come pare certo, respinga al mittente per l’ennesima volta l’invito a soprassedere. Di fronte a un Bertinotti che, di fatto, ha già rovesciato diverse palate di terra sul sarcofago del governo (l’ultima è arrivata ieri: «O la sinistra è anticapitalista, o non è»), il rifiuto di Prodi a cambiare idea potrebbe davvero essere il de profundis decisivo per la sua maggioranza.
Da Vicenza, intanto, fa festa l’on. Lalla Trupia (Sd): «Sono soddisfatta - dice -. Dopo le 170 firme dei parlamentari per la moratoria e il lancio della petizione nazionale da parte del movimento No Dal Molin, con un altro importante atto istituzionale i quattro ministri della sinistra fanno proprie queste richieste. Da oggi, dunque, Vicenza e la costruzione della nuova base sono sul tavolo della verifica nazionale che la sinistra ha chiesto a Prodi. Questo nuovo passo avanti conferma che lo spirito unitario paga, e dimostra che la politica della sinistra può essere “amica” dei movimenti».MA.SM.

Di(a)vo(lo) d'un Gronchi


L'intervista a DIVO GRONCHI
di Marino Smiderle

La Bpvi può stare
benissimo da sola
Ma cresceremo


Dove eravamo rimasti? A quella splendida giornata di fine ottobre 2005, quando il sole di Palermo sembrava incendiare le accoglienti stanze liberty di Villa Igiea. Divo Gronchi venne chiamato al capezzale dell’ex Banca Popolare di Lodi e fu in quell’hotel ricco di storia siciliana, scelto per una delle riunioni itineranti del cda della Banca Popolare di Vicenza, che il direttore generale di tante battaglie si congedò da Gianni Zonin. Due anni dopo, eccolo di nuovo con la casacca della Bpvi, a fianco di Samuele Sorato, pronto a combattere altre battaglie, stavolta (dopo la formalizzazione dell’assemblea) con i gradi di consigliere delegato.
Dottor Gronchi, lei ha fama di portarsi il lavoro a casa. Ha già avuto modo di esaminare i primi documenti della Bpvi e ha idea del lavoro che l’attende?
No, guardi, è successo tutto così in fretta che non ho ancora avuto modo di realizzare bene quello che è successo. Scherzo, ovviamente, perché la proposta che mi ha fatto il presidente Zonin io l’ho accettata subito, con grande entusiasmo. Sorato mi darà una mano per orientarmi nelle ultime operazioni fatte, ma io a Vicenza mi sento a casa.
A Verona non si trovava bene?
No, non è questo il punto. Diciamo che, col traghettamento della Bpi all’interno del gruppo Banco Popolare, io ho potuto considerare esaurito il mio compito.
Però l’avevano nominata presidente del consiglio di gestione del Banco Popolare. Una carica importante ma forse poco operativa per i suoi gusti?
Proprio così. Io sento di poter dare ancora molto dal punto di vista operativo. E da questo punto di vista l’occasione che mi ha dato Zonin era troppo invitante per poterla rifiutare. E poi stiamo parlando di Vicenza, non so se mi spiego.

Ha parlato col governatore Mario Draghi prima di accettare?
No, con Draghi no. Per correttezza ho avvisato la vigilanza di Banca d’Italia. Volevo rassicurarli e dire loro che non stavo fuggendo dal Banco Popolare, che non lascio buchi o chissà cos’altro. Semplicemente, il mio compito è stato portato a termine.
Ma il suo arrivo alla Bpvi aiuterà a stemperare lo scontro che c’è con Verona, vedi il caso-Colombini, o invece renderà ancora più aspro il contrasto?
Tra Popolare di Vicenza e Popolare di Verona ci sarà, come c’è sempre stata, una dura concorrenza sui mercati. Ma dal punto di vista dei rapporti istituzionali, io auspico che si ritorni al clima di serenità che c’era una volta. Del resto, può capitare che ci siano momenti di tensione tra banche concorrenti. Ma tutto è destinato a passare, ad ammorbidirsi.

Finché lei era immerso nel dossier-Fiorani, il presidente Zonin ha fatto diversi investimenti. Penso, per esempio, all’acquisto delle filiali di UbiBanca in Lombardia per quasi mezzo miliardo. Qualcuno pensa che siano state pagate troppo. E lei, che idea si è fatto?
Se guardiano a quanto il Monte Paschi, che è una signora banca, ha pagato Antonveneta, potrei dire che il prezzo è in linea col mercato. Al di là di questo, mentre ero via leggevo con interesse tutto quel che riguardava la Popolare di Vicenza. Le filiali di UbiBanca sono in una zona ricca, vicina al Nord Est. Il nostro mestiere è quello di renderle subito redditizie, di creare valore. Lo faremo.

Altro capitolo è quello di Cattolica...
Confesso che devo ancora leggere i termini dell’accordo tra Bpvi e Cattolica Assicurazioni. Ma, in linea di principio, posso dire che avere un forte legame con una compagnia assicurativa è importante. Vedi Verona con la Sai.
A proposito di Verona, Bpvi ha ancora in piedi una partnership per Linea, la società di credito al consumo. Che fine farà?
Cercheremo di valorizzare al meglio l’investimento.

Che vuol dire vendere?
Ripeto, valorizzeremo al meglio l’investimento.

Messaggio ricevuto. Dottor Gronchi, che dice dei derivati e dei mutui, due ferite che stanno facendo sanguinare le ferite di molte banche?
Per quel che riguarda i derivati, la Popolare di Vicenza ha delle posizioni aperte con clientela imprenditoriale, ma non ci sono numeri preoccupanti. Per quanto riguarda i mutui, siamo ovviamente disposti a rinegoziare le condizioni in caso di necessità. Per capirci, con i tassi in crescita, se le rate dovessero farsi insostenibili per le famiglie, si potranno valutare allungamenti di scadenze senza oneri aggiuntivi.

Per la Popolare di Vicenza si è parlato di possibili fusioni o alleanze. Pensa anche lei che sia necessario procedere lungo questa strada?
Io credo che la Popolare di Vicenza possa benissimo stare da sola. Io conosco bene gli uomini che ci lavorano e che l’hanno fatta crescere. La squadra, a partire da Sorato, è ottima. Ci sono tutte le premesse per fare molto bene. Le ultime operazioni fatte e annunciate dimostrano che la banca crescerà ancora.

Draghi auspica aggregazioni tra Popolari...
Ma non ci costringe a farle.

Mercedes style


LUSSO & AUTOMOBILI. Il punto della situazione dopo l’apertura del nuovo salone di Montecchio Maggiore che prende il posto dei centri di Lonigo e Arzignano

Un impero Mercedes
alla conquista
del Triveneto

Marino Smiderle
MONTECCHIO MAGGIORE
Dice che c’è crisi. Dice che il mercato del lusso (e il marchio Mercedes è inserito a forza in questo grande settore) non se la passa benissimo, almeno da queste parti. Dice che chi lavora nella commercializzazione di autovetture ha la redditività ridotta all’osso. Eppure Luca Trivellato, 41 anni, il più grande consessionario Mercedes del Triveneto e uno dei tre più grandi d’Italia, continua a investire. Il nuovo centro inaugurato l’altro giorno a Montecchio Maggiore (vedi articolo a fianco) è la dimostrazione che la crescita non si ferma. Il dubbio è: se la redditività non è il massimo, perché continuare a investire?
«Io sono molto fiducioso nel futuro di questo settore - attacca Trivellato - e credo che sia giusto investire, se si può, anche e soprattutto quando nei mercati non c’è un cielo limpido. E, in ogni caso, l’apertura di Montecchio è la diretta conseguenza di due chiusure, quella di Arzignano e quella di Lonigo. Certo, abbiamo voluto convogliare in un unico grande centro moderno ed efficiente il servizio offerto a quella zona. Credo che i risultati saranno positivi».
Luca Trivellato sta portando avanti l’opera avviata dal padre Francesco, colui che ha associato in maniera definitiva il nome Trivellato alla casa automobilistica di Stoccarda. E che, ovviamente, continua a dare un occhio a quel che combina il figlio. «Guarda e si preoccupa dei passi che stiamo facendo - scherza Luca Trivellato - ma sono convinto che apprezza quello che abbiamo combinato in questi anni».
Perché, prima di Montecchio, è stata perfezionata l’acquisizione del salone di Padova, altro punto chiave nel mercato veneto. Presidiare Vicenza e Padova col marchio Mercedes equivale a conquistare una leadership che a queste latitudini non è proprio in discussione. Per completare l’elenco di punti vendita e di servizio, occorre partire dalla sede centrale di Torri di Quartesolo, e proseguire con Rovigo, Bassano, Thiene, oltre al centro dell'usato multimarca di Bolzano Vicentino.
Ma la vera novità del gruppo si chiama Polonia e rappresenta una trovata interessante, uno sbocco fondamentale per quell’usato che da noi non trova clienti. «Sì - rivela Trivellato - poche settimane fa abbiamo inaugurato un grande salone dell’usato a Varsavia. In Polonia le prospettive sono interessanti e, se i numeri ci daranno ragione, non è escluso che l'esperimento venga replicato in altre città del paese. Un paese, vorrei ricordare, che ha una mentalità teutonica, che ha ottimi rapporti e somiglianze con gli altri popoli del nord, come Svezia e Norvegia. Sono molto fiducioso».
Già, ma sul fronte auto nuove come sta andando in Italia? Ci sono ancora soldi da spendere per comprare Mercedes? «Guardando ai numeri del 2007 - risponde Trivellato - direi proprio di sì. Anche se, a livello globale, nel nostro paese la crescita delle vendite di modelli Mercedes è stata dell’1 per cento. Per quel che riguarda Trivellato, e quindi restando nel Veneto, la crescita è stata invece del 10 per cento. A Stoccarda sono stati molto contenti di noi».
Del resto, vendere 2.000 modelli Mercedes, oltre a 600 Smart e 500 veicoli industriali non è poco per un 2007 fatto di alti e bassi. «Anche se bisogna ricordare - spiega Trivellato - che i margini di guadagno sulla vendita del nuovo sono ridotti all’osso. A fronte delle vendite, però, non bisogna dimenticare che siamo in grado offrire un servizio di assistenza estremamente qualificato. A questo proposito, a titolo di curiosità, vorrei ricordare che due dei nostri meccanici sono in corsa per il titolo di migliore meccanico Mercedes dell’anno».