SCHENGEN. L’Europa cerca di far dimenticare i vecchi e dolorosi contrasti con l’Italia
Epoca chiusa
confini aperti
È la Slovenia
di Marino Smiderle
Cade il confine più simbolico e più doloroso. Dopo l’ingresso in Europa, la Slovenia entra anche nel club del trattato di Schengen, quello abbatte le frontiere e unisce i popoli. I più superficiali potranno pensare alle code risparmiate d’estate, quando si va in vacanza; i più nostalgici si commuoveranno pensando a Gorizia e a Nova Gorica, non più seperate e, verrebbe da dire, sovranazionali; i più concreti, come il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Riccardo Illy, immaginano già la macroregione che va dal Veneto alla Slovenia, rendendo le vecchie dogane e i vecchi dissapori ferrivecchi da gettare nel robivecchi della storia.
«Vent’anni fa nemmeno esisteva come Stato indipendente e sovrano - scrive Adriana Cerretelli su Il Sole 24 Ore -. Era una delle Repubbliche comuniste della Jugoslavia di Josip Tito, anche se la più prospera e in qualche modo anche quella più liberale. Il primo gennaio prossimo sarà il primo Paese venuto dal freddo a diventare per sei mesi il presidente di turno dell’Unione Europea». Senza contare che dal 21 dicembre sono pure saltate le frontiere con Italia, Austria e Ungheria.
La Slovenia è un piccolo paese, circa due milioni di abitanti, che però cresce a un ritmo notevole, 6 per cento all’anno, anche se è previsto un rallentamento per il 2008. È guidata da un premier liberale di centrodestra, Janez Jansa, alle prese con qualche contraccolpo in materia di riforme, promesse ma non completamente attuate. La presidenza europea dovrebbe però garantire una sorta di tregua nazionale, per non fare brutta figura in società.
C’è un piccolo particolare che non può sfuggire all’osservatore attento delle complicate vicende balcaniche: la presidenza di turno dell’Ue viene data alla Slovenia proprio nel semestre cruciale per il Kosovo, quello che dovrebbe concludersi con una decisione sullo status di questa regione autonoma cui l’autonomia non basta più. Lubiana ne sa qualcosa di secessioni, di dichiarazioni di indipendenza, di guerre. La Slovenia, per fortuna sua, fu la meno colpita dalla follia etnico-nazionalista che invendiò i Balcani negli anni 90. Un centinaio di morti per difendere la sovranità dichiarata in faccia alla Serbia e vicenda chiusa, con l’aiuto pure dei governi europei che si affrettarono a riconoscere il nuovo Stato, risparmiandogli i drammi degli sfortunati vicini. Chissà che questa esperienza non aiuti a trovare una soluzione, al momento impossibile, al fossato che si è creato tra serbi e kosovari.
Le istituzioni slovene vivono con grande emozione, e pure con apprensione, questo momento di passaggio. «La presidenza di turno europea che la Slovenia avrà a partire da gennaio 2008 - ha dichiarato il ministro degli Esteri sloveno Dimitrij Rupel - è una sfida, ma ci siamo preparati molto bene per affrontarla. Certamente la sentiamo come una cosa nuova, però la Slovenia è preparata al compito».
Forse è presto per tracciare una linea di condotta sulla questione Kosovo, uno dei punti più spinosi della presidenza di turno. «Lasciateci lavorare con calma e pazienza e con coordinazione per raggiungere l'obiettivo comune - afferma il capo della diplomazia slovena -. Obiettivo che altro non è se non la stabilità dei Balcani occidentali».
La Slovenia non è l’unico Paese che giovedì notte ha festeggiato la scomparsa delle dogane. In tutto gli stati interessati sono stati nove (Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca e Malta), per circa 400 milioni di persone. E se simbolico è l’evento per Slovenia e Italia, ancora di più lo è per Germania e Polonia, una delle frontiere tragicamente violate allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Tornando a Lubiana, questo avvenimento «è la riconquista della fraternità tra le genti e tra i popoli». Queste almeno sono le parole dell’Arcivescovo di Udine, Pietro Brollo.
«I friulani - ha proseguito il prelato - debbono essere consapevoli del ruolo centrale che riguadagnano. Questi territori si evidenziano pertanto nella loro centralità, non solo geografica, ma soprattutto storica e culturale per l’evangelizzazione e la missionarietà della Chiesa di Aquileia».
«La Chiesa udinese - ricorda poi l’Arcidiocesi in una nota - è da tempo inserita in questo solco, con la collaborazione lungo l’area della frontiera, ma anche con la comune frequentazione dei santuari del Lussari e di Castelmonte. Ogni anno, dal 1981, l’Arcidiocesi friulana, quella di Lubiana (Slovenia) e la Diocesi di Klagenfurt (Austria), organizzano il Pellegrinaggio dei tre popoli, che si svolge a turno in località diverse».
L’inizio di questa nuova era avrà conseguenze importanti anche dal punto di vista economico. La paura è che si verifichi una fuga delle impres enordestine verso Lubiana. Per un motivo molto semplice: al di là del confine si applica la flat tax al 22 per cento, con ulteriore riduzione al 20 per cento già fissata per l’inizio del 2009. Per non parlare della burocrazia meno asfissiante e per le prospettive incoraggianti in materia di costi.
Secondo il presidente del Friuli Venezia Giulia, Riccardo Illy, «non è però pensabile una fuga perchè non troverebbero persone da occupare, né è pensabile un forte arrivo di lavoratori sloveni in Italia perchè sono già occupati e con redditi già quasi al livello di quelli italiani». Al contrario, per Illy ci sono «imprese slovene che stanno investendo in Friuli Venezia Giulia».
Ma chi ha più di 60 anni guarda a questo avvenimento epocale con la mente rivolta al passato, piuttosto che al futuro. Perché, come ha scritto Elena Ragusin sul Sole 24 Ore, il significato vero di questo appuntamento sta nel superamento di un’epoca di divisioni.