lunedì 18 febbraio 2008

Cowboy democratici

PRIMARIE USA. Ma l’incertezza della gara tra Barack Obama e Hillary Clinton rischia di nuocere

La riscossa
dei cowboy
democratici

di Marino Smiderle

Ce la faranno i cowboy democratici a conquistare la Casa Bianca? Al momento la risposta è sì, ce la faranno, perché gli americani sono stufi di George W. Bush e di una politica dura, troppo dispendiosa, troppo "guerrafondaia". Il problema è che, come è capitato spesso anche in passato, il partito dell’asinello sta facendo di tutto per far recuperare terreno a quello dell’elefante. Per cominciare, i democratici ancora non sanno chi sarà il candidato alla presidenza mentre i repubblicani hanno ormai un nome su cui puntare: McCain. Il rischio, per gli avversari dei bushisti, è che la logorante, ancorché emblematica della effettiva democraticità delle primarie americane, lotta tra Barack Obama e Hillary Clinton si trascini irrisolta fino alla convention finale del partito, fissata per fine agosto a Denver. In quel caso sarà decisivo il pronunciamento dei 700 superdelegati, scelti tra eletti e personalità del partito e, qualsiasi sia la scelta, le divisioni potrebbero esplodere e minare le possibilità di successo finale.
[\FIRMA]Cowboy democratici è anche il titolo del libro che Maurizio Molinari, corrispondente dagli Usa per La Stampa, ha pubblicato per Einaudi, scritto però prima di questa perdurante incertezza da primarie e sull’onda della strategia vincente adottata dai democratici che, capitanati dai leader Nancy Pelosi e Henry Reid, riuscirono a sbaragliare i repubblicani nelle elezioni di Midterm del 2006 e a conquistare Congresso e Senato. La tesi di Molinari è semplice: i democratici possono vincere se uniscono all’anima liberal quella conservatrice. «Il Senato viene conquistato - scrive Molinari - perché in Virginia, Pennsylvania e Montana cowboy democratici come il veterano Jim Webb, ex ministro della Marina nell’amministrazione Reagan, l’antiabortista Bob Casey e Jon Tester, tenace difensore del diritto di possedere armi da fuoco, conquistano voti conservatori così come la Camera dei rappresentanti passa di mano perché il deputato dell’Illinois Emanuel coordina una campagna nazionale che rovescia sui repubblicani l’accusa di essere il partito del deficit pubblico e degli scandali etici. In una nazione divisa a metà fra liberal e conservatori, i democratici moderati riescono a riconquistare il centro, intercettando i voti repubblicani in fuga dagli errori commessi dall’amministrazione Bush nella gestione dell’intervento in Iraq».
Insomma, i democratici vincono se si spostano al centro. Domanda: chi è più al centro tra Hillary Clinton e Barack Obama? Risposta: la Clinton, of course. Ma Obama resta in pole position, oltre che per il numero di delegati fin qui conquistati, anche per l’appeal naturale che esercita sulla gente e, soprattutto, per la sua furba attenzione ai temi della religione. E Bush sa bene, per esempio, che la sua ultima elezione la deve in gran parte a quel mondo. «L’energia che Obama mette negli studi, nel lavoro, nel volontariato e nella registrazione degli elettori - scrive Molinari - è pari a quella che lo accompagna quando si inginocchia sulle panche della Trinity United Church of Christ, il cui motto, "Che tutti possano essere uno" (dal Vangelo di Giovanni, 17.21), sottolinea l’importanza del pluralismo interno alla congregazione per garantire a ogni gruppo di fedeli la possibilità di organizzarsi e di gestirsi nella massima libertà, anche sul piano della dottrina. Non a caso il motto a cui Obama tiene di più e che cita più frequentemente è quello della Rivoluzione americana del 1776, "E Pluribus Unum" (Dai molti, uno)».
E per non perdere l’attenzione nemmeno degli antiabortisti, quelli più vicini alla destra repubblicana che, per rendere l’idea, sono tiepidini anche di fronte alla candidatura di McCain, Obama non si sottrae al tema più scivoloso, quello dell’aborto, appunto. «Io mi oppongo e posso battermi per far passare una legge che lo abolisca - ha detto in un suo discorso - ma per riuscire non posso appellarmi solo a ciò che afferma la mia Chiesa o evocare il volere di Dio, devo piuttosto spiegare come l’aborto viola i principi cari a tutte le fedi e a coloro che non hanno fede».
E per far capire a quelli più liberal del suo partito che non è il caso di dribblare l’argomento, insiste: «Dobbiamo trovare un terreno comune con chi si oppone all’aborto perché è un grave errore non dare attenzione al potere della fede».
E quindi, se Obama è un ultraliberal a proposito della guerra in Iraq (contrariamente alla Clinton, il senatore dell’Illinois è stato contrario fin da subito), nei temi religiosi è forse più a destra della sua sfidante ben introdotta nei corridoi del potere di Washington. Chi vincerà tra i due? Al momento Obama è in vantaggio, ma il 4 marzo, quando si pronunceranno due grandi stati come Texas e Ohio, i sondaggi dicono che la situazione potrebbe tornare in equilibrio. Secondo Christian Rocca, corrispondente da New York per Il Foglio, c’è qualcos’altro che potrebbe oscurare la stella di Obama. «Barack Obama sembra inarrestabile - scrive - ma comincia ad avere un problema serio: la sua appare sempre meno come una campagna politica per la presidenza degli Stati Uniti, sempre più come una rivoluzione spirituale. A sostenerlo, timidamente o no, sono importanti intellettuali e opinionisti americani di sinistra, da Paul Krugman a Joe Klein, i quali sul New York Times e sul settimanale Time dicono di essere davvero preoccupati dall’eccitazione impolitica dei suoi fan e dalla piega che sta prendendo la sua formidabile campagna».