martedì 5 febbraio 2008

La zappa di Zapatero

PSOE FAVORITO. Tra poco più di un mese ci saranno le elezioni politiche

E Luis prova
a riprendersi
la Spagna

di Marino Smiderle

Quelle bombe alla stazione di Atocha, a Madrid, hanno cambiato il corso della storia di tutta la Spagna. Pare ieri, ma sono passati già quattro anni. Già, 11 marzo 2004, una data che la gente di Madrid ha impresso nella pelle come i newyorchesi hanno l’11 settembre 2001. A Madrid quattro anni fa c’erano le elezioni, così come ci saranno fra poco più di un mese. Oggi come allora il risultato pare scontato, anche se capovolto: nel 2004 Aznar, premier uscente del Partito popolare, dove essere confermato in carrozza, la stella della Spagna splendeva in Europa e nel mondo, nulla lasciava presupporre un risultato diverso, anche perché il candidato dei socialisti, Josè Luis Zapatero, era poco più di un signor nessuno e aveva ottenuto la candidatura solo perché gli altri big del partito aspettavano tempi migliori.
Si sa come è andata a finire: Zapatero ha battuto Aznar perché i terroristi islamici hanno azionato il detonatore della paura, oltre che della morte. «Ritiratevi dall’Iraq e per la Spagna non ci saranno problemi» era il vigliacco messaggio di quelle bombe assassine. Oltre a uccidere decine di pendolari innocenti, quegli ordigni finirono per stracciare i sondaggi del giorno prima e ricacciare indietro l’osannato Aznar e sistemando sul piedistallo lo sconosciuto, ai più, Zapatero. Che oggi, a quattro anni di distanza, è nettamente favorito nei confronti del Partito popolare guidato da Mariano Rajoy.
La campagna elettorale è già entrata nel vivo e il leader socialista ha gettato sul piatto un bel po’ di denari sonanti per convincere l’elettorato a confermargli l’appoggio. «Socialisti e popolari - scrive Michele Calcaterra su Il Sole 24 Ore - a due mesi dal voto del 9 marzo, stanno tentando di conquistare l'elettorato spagnolo a suon di miliardi di euro. La promessa fatta domenica scorsa dal presidente José Luis Zapatero di distribuire a giugno a ciascun contribuente 400 euro costerà allo Stato 5 miliardi di euro. Il Psoe e il Pp hanno fatto finora proposte di tipo economico-fiscale per un ammontare complessivo di 20 miliardi. Cifre importanti dunque, il cui finanziamento potrebbe mettere in pericolo l'equilibrio dei conti pubblici, ora che l'economia ha rallentato. I più pessimisti affermano addirittura che la Spagna potrebbe passare nel 2008 da un surplus superiore al 2% a un deficit di bilancio. Tale sarebbe infatti il costo per sostenere i minori introiti di carattere fiscale, frutto della campagna elettorale, ma anche la prevedibile accelerazione delle opere pubbliche necessarie per sostenere l'economia e il mercato del lavoro».
«Il rigore degli anni passati, che ha permesso alla Spagna di diventare uno dei Paesi più virtuosi della Ue (il debito è sceso al 34% del Pil), potrebbe insomma lasciare il posto a una politica più propensa al sostegno dei consumi che al controllo della spesa. "Sull'economia spagnola - spiega al [\FIRMA]Sole 24 Ore il politologo e sociologo Victor Perez-Diaz, autore del libro La lezione spagnola (Il Mulino) - siamo in stato di allerta, non ancora di allarme. A breve termine, vale a dire per i prossimi uno o due anni, i segnali sono di difficoltà. Mentre in prospettiva i problemi potrebbero essere molto più seri". Perez-Diaz non vuole dire che il "miracolo spagnolo" ha ormai fatto il suo tempo, ma è convinto che senza un rinnovamento e una serie di riforme il Paese rischia di bruciare quanto fatto negli ultimi anni».
Che la Spagna sia uno dei paesi europei più lanciati è fuori discussione. Lo sa bene l’Italia, che recentemente ha avuto il suo bel daffare per dimostrare che Madrid non aveva superato Roma in economia. Eppure, in questa complicata stagione elettorale, partita con i sondaggi che gratificano il Psoe di 6 punti di vantaggio sul Partito popolare, tra gli iberici c’è chi sostiene che la Spagna non conta nulla.
Ha suscitato, infatti critiche severe e riserve sulla stampa e da parte del leader dell’opposizione di centrodestra Mariano Rajoy, a poche settimane dalle politiche del 9 marzo, l’esclusione del premier spagnolo Zapatero dall’incontro dei leader europei del G8 convocato la settimana scorsa a Londra dal primo ministro britannico Gordon Brown.
«I leader europei parlano della crisi senza fare i conti con la Spagna», era il titolo di prima pagina del quotidiano di Barcellona La Vanguardia, rilevando che Brown aveva invitato il cancelliere tedesco, Angela Merkel, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, il premier italiano (dimissionario), Romano Prodi e il presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, ma dimenticandosi del capo dell’esecutivo spagnolo, Zapatero. In un’intervista alla televisione pubblica Tve, Zapatero non ha dato importanza alla sua assenza sottolineando che «si tratta di un incontro dei membri europei del G-8», fra i quali non rientra la Spagna.
Il leader del Partito popolare all’opposizione, Mariano Rajoy, sfidante di Zapatero alle politiche del 9 marzo, lo ha definito «uno schiaffo per la Spagna e per la politica estera spagnola». «Il fatto che si parli di economia europea e che la Spagna, che ha 44 milioni di abitanti ed è la nona potenza economica mondiale, non vada, e vada invece il signor Prodi - ha aggiunto - mi preoccupa molto».
Schermaglie, come capitano in tutti i paesi dove è in corso una campagna elettorale. Ma che in Spagna, al di là di quel che ha combinato Zapatero in questi anni, si respiri un’atmosfera più ottimista che in Italia è fuori discussione. Il merito non è solo di Zapatero e non è nemmeno solo di Aznar: diciamo che a Madrid lo scontro politico è arrivato a un punto di "nobiltà" tale che, in occasione del famoso scontro verbale tra Chavez e re Juan Carlos, e di fronte all’epiteto di "fascista" indirizzato dal caudillo venezuelano all’ex premier Aznar, il primo a difenderlo è stato il "nemico" Zapatero.