lunedì 11 febbraio 2008

Per un pugno di dollari


CONTRADDIZIONI. I percorsi incomprensibili del denaro

La Cina tiene
gli Stati Uniti
sotto scacco
di Marino Smiderle

Macché bombe atomiche, macché attentati, macché minaccia estremista. Il vero ordigno gli Stati Uniti ce l’hanno in casa, ci dormono sopra, e lo usano tutti i giorni. Il vero ordigno si chiama dollaro e il problema è che la miccia sta a Pechino: basta che il leader del partito unico comunista di turno si decida e... boom, l’America salta per aria come un paesucolo del terzo mondo. L’esercito più potente del mondo non servirà, di fronte al più grave attentato economico della storia.
A sostenere questa tesi è James Fallows, national correspondent di The Atlantic Monthly, che ha vissuto per qualche anno in Cina e conosce dal di dentro pregi e difetti del paese del Dragone. Il discorso è semplice: se gli americani hanno un tenore di vita così alto, più alto di quanto potrebbero permettersi, il merito (a Pechino potrebbero dire la colpa) è proprio dei cinesi. Sotto il titolo "La questione da 1,4 trilioni di dollari", Fallows spiega, con fatti e numeri, l’apparente assurdità e la reale pericolosità di un simile paradosso.
«Nell’ultimo quarto di secolo durante il quale la Cina si è aperta al commercio mondiale - scrive Fallows - i leader cinesi hanno deliberatamente mantenuto basso lo standard di vita dei propri cittadini e hanno innalzato quello dei già ricchi statunitensi. Questo è il reale significato dell’enorme surplus commerciale - 1,4 milioni di miliardi (trilioni, appunto) di dollari, che cresce al ritmo di un miliardo al giorno - che il governo cinese ha impiegato, per la maggior parte, nei Treasury, i titoli di stato Usa. In termini pratici, ogni persona residente nel paese più ricco del mondo, gli Stati Uniti, negli ultimi 10 anni ha preso in prestito in prestito circa 4.000 dollari da qualcuno (molto povero) residente in Cina. Come molti disequilibri che si formano in economia, tutto questo non può andare avanti all’infinito, e quindi un bel giorno il trend innaturale finirà. Ma il modo in cui finirà - improvvisamente piuttosto che gradualmente, per ragioni prevedibili piuttosto che durante una fase di panico generalizzato - implica conseguenze molto diverse per le economie americana e cinese nei prossimi anni, per non parlare degli altri paesi europei e asiatici».
Questo è un esempio di come la globalizzazione possa essere drogata dai differenti sistemi politici. Gli Stati Uniti fanno la parte delle cicale e consumano molto di più di quel che producono. Il conto lo pagano i cinesi che, per quanto in questi 25 anni abbiano migliorato il proprio standard di vita, consumano circa la metà di quel che producono. Per capirci: i cinesi dovrebbero vivere meglio ma non possono mentre gli americani dovrebbero vivere peggio ma non devono.
«Ai due governi non piace attirare attenzione su questa sorta di accordo economico - sostiene Fallows - perché conviene a entrambi. Alla Cina, perché ciò ha aiutato il regime a guidare lo sviluppo nella maniera che preferisce, e cioè mantenere il tasso di crescita dell’economia domestica al di qua della sottile linea che separa "l’incredibilmente veloce" dal "fuori controllo e al di là dell’inflazione". All’America, perché tutto ciò ha voluto dire iPod più a buon mercato, tassi d’interesse più bassi, rate del mutuo contenute, fisco più leggero. Ma, in virtù delle tensioni politiche presenti in entrambi i paesi e dell’aumento continuo dello squilibrio, il tacito accordo ora potrebbe saltare per aria, con effetti disastrosi».
Prima di andare avanti nella previsioni delle poco piacevoli conseguenze, vale la pena chiedersi perché mai un paese povero come la Cina (d’accordo, si sta arricchendo velocemente, ma tra gli 1,3 miliardi di persone residenti la maggior parte vive ancora molto al di sotto degli standard occidentali) abbia tutti questi soldi investiti all’estero. Non sarebbe più saggio e lungimirante utilizzare questa potenza economia accumulata con l’apertura al commercio mondiale per migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini?
«Vista da lontano - ha risposto Lawrence Summers, già ministro del Tesoro con Clinton e presidente dell’Università di Harvard - questa situazione è, per usare un eufemismo, strana. Lasciare che una fortuna di oltre un trilione di dollari se ne vada da un paese con ancora molti bisogni insoddisfatti verso un paese vecchio e ricco è molto più che una stranezza».
Altra domanda? Perché il Partito comunista della Cina attua una politica di privazione dei propri cittadini e drena risorse a favore di una potenza potenzialmente "nemica" come gli Stati Uniti d’America? Il punto vero, al di là dele risposte, è che le imprese cinesi che prendono dollari dalle vendite dei propri prodotti sono costrette a girare i dollari all’autorità statale del cambio (State administration for foreign change), che a sua volta tratterà con la banca centrale cinese il cambio praticamente prefissato della valuta. In pratica, due economie si stanno confrontando con armi diverse: negli Usa c’è il libero mercato, le libere scelte dei cittadini e degli imprenditori; in Cina c’è la mano visibilissima dello Stato che decide quanto e dove investire il surplus garantito da un’economia che va a mille all’ora e che cresce del 10 per cento l’anno, centesimo più, centesimo meno.
Il giorno in cui i cinesi capiranno che, anziché stringere la cinghia, potrebbero usare meglio e per fini davvero "comunisti" la propria potenza, probabilmente ci sarà l’assalto alla sede del partito. Per ora la bomba sistemata nel cuore del sistema americano se ne sta nascosta. Se i leader cinesi decidessero di farla esplodere, magari vendendo tutti i dollari, rimarrebbero vittime della propria manovra e brucerebbero, col crollo del dollaro, anche le ricchezze costruite in 25 anni di apertura. La miccia, insomma, è ancora bagnata. Per quanto ancora?