lunedì 17 marzo 2008

Boicottare le Olimpiadi

LA REPRESSIONE. Tornano i carri armati di Pechino sulle strade di Lhasa

Le Olimpiadi
insanguinate
dal Tibet

di Marino Smiderle

Ascoltando i bollettini di guerra che, nonostante la rigida censura, filtrano da Lhasa, la capitale del Tibet martoriata dalla repressione cinese, mi è venuta in mente la gentilezza innata di Migmar. E capisco solo adesso, con tre anni di ritardo, cosa voleva dire quel suo sguardo abbassato durante il viaggio, andata e ritorno, sul pullman di linea che collega Pechino a Badaling, il paese meta di migliaia di turisti cinesi diretti alla Grande Muraglia. Il ricordo personale aiuta a capire quale sia la condizione del popolo tibetano, ufficialmente parte della grande Repubblica popolare cinese, in realtà corpo estraneo di un progetto maoista e nazionalista che partì dall’invasione del Tibet nel 1950, passò per la tragica repressione della rivolta del ’59 (costringendo alla fuga e all’esilio, che prosegue ancora oggi, del Dalai Lama) e ora induce a usare il pugno di ferro l’attuale presidente cinese, Hu Jintao, che ai tempi di Tienanmen era responsabile del partito comunista proprio in Tibet.
Dunque, Migmar. Sì, il piccolo Migmar, un tibetano che la vicentina Paola Zuin, da una vita a Pechino, mi "prestò" per andare a fare il turista lungo la Grande Muraglia assieme a un mare di cinesi provenienti da tutto il paese. Capisco solo ora la tortura che venne inflitta a questa guida volonterosa ma improvvisata: lui, tibetano orgoglioso, con la famiglia, madre, padre, fratelli e sorelle, tutti rimasti a vivere a Lhasa, costretto a illustrare al giornalista straniero le grandezze della Cina imperiale. Lui che la Cina la odiava fin nel profondo, per tutte le ferite inferte al suo paese, stralciato dalle carte geografiche e ridotto a essere una regione della grande repubblica popolare. Ricordo che portava con sè uno strambo dizionario trilingue, anglo-sino-tibetano: perché lui pensava in tibetano, traduceva in cinese e cercava di riprodurre il tutto in un simpatico e strampalato inglese. Una faticaccia. «Da qualche anno - mi disse durante la pausa pranzo lungo la Grande Muraglia - le cose sono abbastanza tranquille. Ma non durerà ancora per molto, noi non possiamo accettare questa situazione». E mentre diceva queste cose, si guardava intorno sospettoso, quasi temesse ci fosse chissà quale agente segreto in grado di ascoltarlo e di arrestarlo.
Spero che a Migmar e ai suoi familiari non sia successo nulla, spero che tutto rientri presto nella normalità, anche se la normalità vorrebbe dire, purtroppo per quell’orgoglioso popolo, restare sotto la dominazione cinese, senza alcuna possibilità di discussione democratica.
«Oggi ad accendere la stessa scintilla non è il Dalai Lama (che dalle prime, sommarie ricostruzioni dei fatti sembrerebbe non avere un ruolo diretto nella crisi scoppiata lunedì scorso a Lhasa, malgrado le accuse del governo cinese che considera responsabile "la sua cricca") - spiega infatti Luca Vinciguerra, corrispondente da Shanghai del Sole 24 Ore - ma le Olimpiadi di Pechino. A cinque mesi dal fischio d’inizio dei Giochi, i movimenti internazionali per i diritti umani hanno già iniziato a suonare la grancassa. Il governo cinese ha protestato energicamente, parlando di "offensiva ideologica", e sostenendo che «la politicizzazione delle Olimpiadi è contro lo spirito di Pierre De Coubertin».
L’offensiva ideologica, per la verità, altro non sarebbe che una richiesta di democrazia. E la cosa strana, fino a un certo punto, è la posizione assunta da Bush nei confronti della Cina. Se il presidente americano è stato, ed è, fortemente criticato per la sua ideologia fondata sulla teoria dell’esportazione della democrazia, nel caso dell’atteggiamento verso la Cina è stato attaccato per il motivo opposto. Bush ha infatti appena "promosso" la Cina, escludendola dall’elenco dei paesi che non rispettano i diritti umani. Dando di fatto il via libera alla grande stagione dei Giochi Olimpici. Di fronte a questa decisione, i monaci buddisti del Tibet si sono sentiti traditi, abbandonati, e hanno deciso di far sentire la propria voce e di versare pure il proprio sangue. La dura repressione della Cina (il numero dei morti è incerto, ma è destinato ad aumentare se non verrà rispettato l’ultimatum lanciato dal regime di Pechino) ripropone sullo scenario internazionale la domanda più scomoda: è giusto partecipare alle Olimpiadi e glorificare così un Paese che si è arricchito, sta diventando sempre più potente ma si fa beffe della democrazia e dei diritti umani?
Prima di rispondere a questa domanda, occorre capire cosa sta davvero succedendo in Tibet. «Il Dalai lama ha invitato sia i cinesi che i suoi fedeli ad evitare ogni violenza - scrive Raimondo Bultrini in una sua corrispondenza da Dharamsala - ma è ormai chiaro che la situazione è sfuggita di mano a tutti. Da sempre una grossa fetta della popolazione non riusciva ad accettare la posizione non violenta assunta dal leader spirituale, soprattutto perché il controllo e la repressione si accompagnava a una situazione economica disastrosa per la grande maggioranza dei tibetani. Gran parte dei posti di lavoro va infatti da mezzo secolo ai nuovi arrivati cinesi che costituiscono la maggioranza della popolazione. Invece di assumere tibetani, dei quali non si fidano, richiamano i loro parenti da altre regioni della Cina. Negli ultimi anni il business con l'arrivo massiccio di turisti dall'Occidente è cresciuto enormemente, e per evitare contatti troppo diretti tra dissenzienti e stranieri in quasi ogni monastero sono stati collocati falsi monaci e lama istruiti dal partito».
Se la situazione dovesse degenerare e far tornare la Cina ai tempi cupi di Tienanmen, il boicottaggio delle Olimpiadi diventerebbe un’opzione, anzi l’unica opzione, per far capire a quei gerarchi comunisti che, dopo il capitalismo, è arrivato il momento di copiare dall’occidente anche la democrazia.