martedì 25 marzo 2008

Viaggio all'inferno. Andata e ritorno

DRAMMA SFIORATO. Ieri alla stazione Cairoli di Milano una trentenne ha tentato il suicidio

Vicentina si getta sotto il metrò
e se la cava senza un graffio
di Marino Smiderle

Dieci di mattina, Pasquetta, c’è poca gente alla stazione Cairoli della metropolitana, in pieno centro a Milano. Non c’è ressa, nessuno che spinge. C’è però una vicentina di trent’anni, M.F., che supera la linea gialla di sicurezza. E, poco prima dell’arrivo del treno, salta sui binari, col chiaro intento di farla finita.
Pare una scena da film, utilizzata in diverse pellicole d’azione. Solo che non ci sono cineprese in giro, non c’è il regista che dà il ciak. L’unico film è quello della vita di M.F. che in un lampo le sta passando nella mente, e che finisce nel momento in cui decide di stendersi lungo le rotaie aspettando l’arrivo della morte.
Gli altri passeggeri si mettono a gridare, il panico si mescola alla sensazione di impotenza: troppo tardi per tentare di acciuffare quella donna che, nella mattina di Pasquetta, si è arresa alla solitudine e alla tristezza. Eccolo quel treno che arriva, puntuale, e sta rallentando, ma non abbastanza per evitare l’impatto con quel corpo che scompare alla vista degli altri passeggeri e con le inutili urla che coprono lo stridore dei freni.
Nel frattempo sono già stati chiamati i vigili del fuoco che, insieme al personale del Suem, di lì a pochi minuti scendono di corsa le scale della stazione Cairoli, preparati al peggio. Perché, nel 99 per cento dei casi, sotto il treno trovano il cadavere maciullato del suicida di turno. Stavolta, come nei film d’azione che si rispettino, c’è il colpo di scena, con lieto, lietissimo fine. M.F., non si sa bene come, se sta là sotto ancora raggomitolata in attesa della morte che, per stavolta, le ha dato buca. No, la signora con la falce le è passata vicino ma ha tirato dritto, lasciandola tremolante ma senza un graffio.
I vigili del fuoco l’hanno trovata con qualche ammaccatura e in totale stato di choc. Per qualche minuto non si è resa conto che quello che stava vedendo non era l’altro mondo, bensì il solito posto da cui aveva tentato di fuggire. Definitivamente.
Inutile cercare di chiederle perché diavolo avesse deciso di andarsene così. Per prima cosa l’hanno accompagnata all’ospedale di Niguarda per verificare che tutto fosse a posto e, in casi come questi, per essere certi che trovasse qualcuno in grado di curarle il male più grave, cioè il male di vivere, qualcuno che la convincesse a non tuffarsi sotto un altro treno, magari alla stazione successiva. La metro è rimasta ferma un paio d’ore, poi la vita di Milano è ripresa a scorrere, come sempre.