lunedì 26 maggio 2008

Tipi con le palle

VERSO LA CASA BIANCA. La snervante contesa in campo democratico dà speranze al repubblicano

E se McCain
si mangiasse
l’Asinello?

di Marino Smiderle

Tutti pazzi per la lotta, senza esclusione di colpi, tra Barack Obama, il Martin Luther King del terzo millennio, e Hillary Rodham Clinton, la lady di ferro del partito democratico. Barack è in testa, è il favorito, ma Hillary non molla e conta di arrivare alla convention di Denver con buone possibilità di successo alla conta decisiva dei superdelegati. E mentre in casa del partito dell’Asinello si scannano, sul fronte repubblicano c’è un certo John McCain che, zitto zitto, sta rimontando posizioni e, nonostante l’eredità di Bush sia tremendamente impopolare e ritenuta dagli analisti garanzia di sconfitta alle presidenziali di novembre, rischia di approfittare delle risse nel cortile democratico e di convincere gli americani più scettici che potrebbe essere lui la scelta giusta.
«Sono due i temi che giocano a sfavore di McCain nello scontro con Obama - scrive Andrew Sullivan su The Sunday Times, ripreso da Internazionale, dando per scontato che lo sfidante del veterano del Vietnam sarà il senatore di Chicago -. Il primo è l’Iraq: Obama ha votato contro una guerra impopolare, McCain ha sostenuto sia l’invasione sia l’invio di nuove truppe. L’altro è l’età: Obama a novembre avrà 47 anni, McCain 72. Sono il futuro contro il passato, e gli americani sono persone orientate al futuro. Inoltre queste elezioni hanno smentito la tendenza all’astensione delle giovani generazioni: se Obama sarà il candidato dei democratici, i giovani e i neri voteranno in massa, come non succede più dagli anni sessanta».
C’è una cosa su cui si discute molto nei blog e sui giornali Usa: cosa deve augurarsi McCain relativamente alla sfida tra Obama e Clinton? E qui ci sono due scuole di pensiero. La prima, di cui anche Sullivan fa parte, sostiene che il settantaduenne di Coco Solo non avrebbe chance se dovesse gareggiare con Obama. Perché Obama, appunto, è giovane, nettamente contrario, fin dall’inizio, alla guerra in Iraq, e portatore di un’idea romantica dell’America di cui tutto il mondo avverte simbolicamente il bisogno.
La seconda scuola di pensiero, invece, sostiene che gli Stati Uniti non sono ancora pronti per un presidente di colore. E, nonostante le dichiarazioni pubbliche, nell’antro più nascosto del cervello degli americani trova ancora riparo quel razzismo latente e inconfessabile che, al momento del voto, li guiderebbe a scegliere il più rassicurante e familiare McCain. Per questo, secondo tale teoria, Hillary Clinton sarebbe un avversario più tosto e, in quanto prima donna a correre per la Casa Bianca, troverebbe un appoggio anche nell’elettorato femminile repubblicano.
Eppure c’è chi dice che, se dovesse essere la Clinton a contendere la presidenza al repubblicano, molti democratici preferirebbero dare il proprio voto a McCain ritenuto, udite udite, più liberal della veterana dei palazzi e dei salotti di Washington. «Rispetto a tanti democratici moderati - ha ricordato Jonathan Chait su The New Republic - e perfino a tanti democratici progressisti, McCain era più disposto a battersi contro la lobby degli affaristi. In questa fase (2002), la definizione più calzante per McCain era quella di progressista alla Theodore Roosevelt, cioè uno che tende a vedere la politica come una contesa tra gli interessi nazionali da una parte e gli interessi privati ed egoistici dall’altra, e pensa che il governo debba attivarsi per bilanciare gli eccessi del sistema capitalistico. Roosevelt, come McCain sapeva benissimo, abbandonò il partito repubblicano perché lo considerava asservito al grande capitale. McCain non è uscito dal suo partito ma ci è andato vicino. The Washington Post e The Hill hanno riferito che nel 2001 si è incontrato con alcuni dirigenti democratici per discutere un eventuale cambio di partito».
Ovviamente l’interessato smentisce categoricamente, anche perché altrimenti avrebbe difficoltà a catturare il voto di quei repubblicani tradizionalisti e religiosi che già adesso giudicano McCain eccessivamente liberal, nonostante le sue dichiarazioni di contrarietà all’aborto (ma il tema non lo interessa molto). Dal canto suo, il candidato repubblicano ha ancora l’affetto di tutta la nazione per la sua sorte in Vietnam, dove fu abbattuto mentre pilotava il suo aereo e dove rimase prigioniero per cinque lunghissimi anni. «Dopo circa un anno di prigionia gli fu offerto il rilascio - scrive Evan Thomas su Newsweek -. Era una manovra propagandistica, e lui rifiutò di uscire senza i suoi compagni. Rimase in prigione per altri quattro anni. McCain sentiva che le guardie gli riservavano "maggiori attenzioni" (cioè gli davano più botte), ma al tempo stesso non volevano che morisse o che tornasse a casa gravemente menomato. "Voleva uscire dall’ombra di suo padre (che era comandante in capo delle forze armate americane nel Pacifico) e affermare la propria identità agli occhi degli altri", dice una valutazione psichiatrica allegata alle cartelle cliniche di McCain. "Ora sente che la sua esperienza e il suo comportamento come prigioniero di guerra lo hanno finalmente reso possibile". Rilasciato dopo gli accordi di pace del 1973, McCain tornò negli Stati Uniti da eroe. "Quando, a una cena, suo padre venne presentato come ’il padre del comandante McCain’, si sentì realizzato. Ce l’aveva fatta", ha scritto uno psichiatra nel 1974».
Questo è McCain, ed è difficile trovare un americano che ne contesti la genuinità e la sincerità. Sulle sue idee, specie quelle relative al ruolo degli Stati Uniti in Iraq e Iran (è stato pizzicato a storpiare un motivetto musicale e a canticchiare "bombarderemo l’Iran"...), ci possono essere forti perplessità, ma sulla sua integrità morale nessuno, neanche il più tenace dei suoi avversari, ha delle obiezioni da fare. Perciò, nonostante i democratici siano i grandi favoriti, non si può escludere la sorpresa.