martedì 24 giugno 2008

Africa sempre più nera

AFRICA. Nel Paese che si è distinto per democrazia e assenza di colpi di stato c’è malessere

Se le barche
del Senegal affondano
di Marino Smiderle

È un momento complicato per l’Africa. Anche se, a dire la verità, è difficile ricordare qualche periodo di relativa pace e tranquillità per il Continente Nero. Non è tanto lo scandalo inverecondo dello Zimbabwe, un paese distrutto dall’abominevole comportamento di personaggi impresentabili come Robert Mugabe, che dribbla le sconfitte elettorali cacciando in prigione gli avversari politici (vedi il caso di Morgan Tsvangirai). Alle angherie di certi "stati", purtroppo, siamo abituati. Il guaio è che cominciano a scivolare anche paesi ritenuti degli esempi da seguire per tutto il continente. Prima le sanguinose battaglie tribali avvenute in Kenya e adesso, segnalate da un reportage sul New York Times di Lydia Polgreen, pure la sbandata del Senegal: più che complicato, il momento è più nero del continente stesso
«Vista dall’alto - scrive Lydia Polgreen in una sua corrispondenza da Dakar per il New York Times - questa città sembra una metropoli in movimento, un frizzante quadrilatero in fronte all’Atlantico. Le auto sfrecciano su una autostrada nuova di zecca a quattro corsie che si srotola fino alle aspre scogliere. Le gru punteggiano l’orizzonte, intente a costruire hotel di lusso e centri congressi, così come gli investitori di Dubai rilanciano il porto della città, sperando di trasformarlo in un hub altamente tecnologico per tutta la regione».
Fin qui, pare proprio che non ci sia nulla di negativo da segnalare, anzi. Sembrerebbe una testimonianza di quanto vivace sia l’economia africana, che in effetti negli ultimi anni si è mossa più vivacemente che nel resto del mondo, partendo però da posizioni di retroguardia. «Ma è quando che ci si muove sulle strade di Dakar che l’impressione cambia - prosegue Polgreen -. Giovani disoccupati affollano i bordi delle nuove autostrade, cercando di guadagnare qualcosa vendendo schede telefoniche, anacardi e calcolatori made in China a chi passa da quelle parti. Il porto è pieno di cibo importato che è fuori dalla portata della maggior parte dei senegalesi. Dakar sarà presto inondata di hotel a 5 stelle, ma l’aumento dei prezzi degli affitti ha spinto i poveri e pure coloro che si ritenevano middle-class ad andare ad abitare in poco salubri baracche».
Vabbè, siamo in Africa, dov’è la novità? Il punto è che il Senegal, ex colonia francese, è uno dei pochi stati africani che non ha mai conosciuto il significato della parola "colpo di stato" e che, 48 anni fa, si è guadagnato la sua indipendenza senza problemi e diventando una democrazia invidiata dalla maggior parte dei paesi confinanti. «Se le difficoltà e le tensioni stanno angustiando il Senegal - si chiede l’inviata del New York Times - un’ex colonia francese che non ha mai visto un colpo di stato o un governo militare e per 48 anni è stata una delle più stabili, pacifiche e durature democrazie in una regione da sempre afflitta da tirannia e conflitti, che cosa potrà succedere ai molto più scalcagnati paesi confinanti?».
Sul banco degli imputati molti esponenti della classe dirigente senegalese interpellati da Polgreen mettono l’ottuagenario presidente, Abdoulaye Wade. «La grande coalizione dei partiti di opposizione che portarono Wade alla guida del governo dopo 40 anni di potere socialista - scrive il New York Times - si è squagliata». E questo è in gran parte dovuto all’eccessiva corruzione di cui è impregnato l’attuale governo. Aggiungiamoci a questo il tentativo del presidente di rendere più o meno perpetuo il suo potere studiando un sistema per far succedere il figlio Karim al timone del paese, e il malcontento generale è presto spiegato.
Domanda da un milione di dollari (a cui la storia, finora, non è mai stata in grado di rispondere): come si fa a tirar fuori l’Africa dal gorgo di povertà e degrado in cui si è cacciata? Le prime risposte arrivano da un paese che non si fa il minimo scrupolo umanitario quando è il momento di fare business: la Cina.
Sì, la Cina, affamata di materie prime, sta letteralmente colonizzando l’Africa. «Come un tempo Parigi e Londra, Bruxelles e Berlino - scrive Marc Goergen in un reportage pubblicato dal Corriere Magazine - così è oggi Pechino, soprattutto interessata a conquistare materie prime nel modo meno oneroso possibile per la sua economia. Lo sviluppo del continente gli interessa poco. L’alleanza tra "la Cina, il più grande Paese in via di sviluppo, e l’Africa, il continente con il maggior numero di paesi in via di sviluppo", come l’ha definita una volta il presidente cinese Jiang Zemin, non va oltre la retorica. Persino dai progetti "modello" tra cinesi e africani, questi ultimi non guadagnano nulla».
Scene già viste, concetti già sentiti: il paese (neo) ricco che sfrutta il povero con l’anello al naso. Verrebbe da dire, meglio uno sfruttamento controllato, magari guidato dai politici del luogo, piuttosto che la carità pelosa capace solo di condannare l’Africa a un futuro di sottosviluppo cronico. Il guaio è che questi politici avveduti non ci sono, nemmeno nell’avanzato Senegal. «Sempre più economisti e imprenditori africani guardano con scetticismo a questo sfruttamento dei loro paesi - scrive Goergen -. La Cina non punta solamente alle materie prime, ma anche ai mercati. Nella capitale dello Zambia, Lusaka, a Kinshasa o a Johannesburg abiti della Repubblica Popolare invadono le città a basso prezzo. La concorrenza locale non ha chance. Solo nello Zambia, su 34 tessili, un tempo supporto dell’economia, ne sopravvivono 10. I governi africani invece si mostrano instancabilmente entusiasti dei nuovi amici. E Pechino ricambia trattando coi guanti i dittatori del continente nero». Di fronte a questo andazzo, anche chi dittatore non è (vedi il caso Wade in Senegal), si sente autorizzato a deviare dalla retta via per intraprendere la scorciatoia della corruzione. Buona fortuna, Africa.