
È in arrivo sul binario
1 per cento...
Marino Smiderle
INVIATO A VENEZIA
Certo, ci può essere la consolazione di essere i migliori dei peggiori. Perché se guardiamo all’Italia, non c’è dubbio che il Nord Est ha ancora una marcia in più. Per non parlare del confronto col meridione, che proprio non ha senso considerata la profondità del fossato dove, tra l’altro, rischia di finire la stessa area virtuosa. Non usciamo male neanche dal confronto con l’Ue (a 15 e a 27) considerata nel suo complesso, e pazienza se il Baden Württemberg, la Baviera, la Catalogna, l’Ile de France e l’Est Europa crescono a ritmi un pochino più sostenuti, non si può avere tutto dalla vita. In patria, il Nord est resta un esempio.
Ok, ma quando al presidente e al direttore della Fondazione Nord Est, Andrea Tomat e Daniele Marini, viene chiesto un numero, un numero solo, e cioè di quanto crescerà il pil della locomotiva d’Italia, la risposta mette qualche brividino: uno per cento. Sì, 1%, se scritto in cifre fa più impressione. Niente panico, per carità, ma da da queste latitudini eravamo abituati a ben altri ritmi. E non è che abbia molto senso andare a cercare i colpevoli, che magari stanno da qualche altra parte nel globo, ma dal Rapporto della Fondazione Nord Est ti aspetteresti un segnale, un’indicazione, un trend. Ma quando Daniele Marini, al termine di una ponderata analisi dell’ottimo lavoro svolto dal team di ricercatori che coordina assieme a Silvia Oliva, spiega che «l’unica certezza è l’incertezza», si fa fatica a tradurre questo concetto in qualcosa di positivo.
E lo sanno bene i tanti imprenditori che sono lì riuniti nella sala conferenze del Laguna Palace di Mestre, guidati da Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria. Prima ancora di conoscere i dettagli del Rapporto, per esempio, Paolo Bastianello, che sta nel direttivo di Confindustria nazionale e che è presidente dell’azienda arzignanese Marly’s Confezioni, rivela la diversa composizione del portafoglio ordini, sempre più spostato verso aree ad alto sviluppo (Russia, Est Europa in genere e Dubai), e confessa la sua preoccupazione per le nuove strategie commerciali che, inevitabilmente, sarà costretto ad implementare.
Ma l’imprenditore nordestino è così, pronto a cambiare, a rischiare, a investire per non lasciarsi sorprendere da una congiuntura internazionale che peggio di così è dura da immaginare. E come lo definiamo, dunque, ’sto Nord Est che accusa il colpo ma non ne vuole sapere di soccombere? Marini non nega che la crescita è rallentata, pericolosamente vicino allo zero, ma si sforza di vedere questo dato con l’ottimismo della volontà. «Se noi ci paragoniamo ai ritmi di Cina, India e Russia - attacca il direttore della Fondazione Nord Est - usciamo nettamente sconfitti. Ma quello zero a cui siamo vicini è in realtà una somma algebrica che contempla settori che scendono del 10 per cento e e settori che invece crescono del 10 per cento. È poi è impossibile paragonare il pil di adesso con quello di dieci anni fa, perché il Nord est, lentamente ma inesorabilmente, sta cambiando pelle. Sfuggente, incontenibile e sorprendente, il Nord Est sta cambiando in maniera strutturale e in questo momento cogliere un’indicazione chiara sulla direzione presa è praticamente impossibile».
Emma Marcegaglia condivide la lettura della somma algebrica. «E condivido anche il fatto - afferma il presidente di Confindustria - che non si possa più leggere i dati di un’economia vitale come quella del Nord est seguendo i vecchi stereotipi. Industria e servizi è una distinzione troppo generica, ci sono molte contaminazioni tra di due campi che non sono separabili».
In compenso c’è un dato che sembra emergere piuttosto chiaro da questo trend "pluriforme", e cioè che nella patria delle piccole e piccolissime imprese quelle che stanno indicando la strada della ripresa sono le medie imprese, quelle che hanno dai 50 ai 250 dipendenti, come spiega Silvia Oliva. Che poi sono anche quelle che hanno saputo battere con decisione la strada dell’internazionalizzazione, seguite poi coraggiosamente anche dalle più piccole. A questa nota positiva se ne lega però una negativa: alla domanda «a chi ti appoggi quando vai a investire all’estero?», l’imprenditore nordestino, nel 50 per cento dei casi risponde: «A nessuno».
E torna qui la solita questione del paese che non fa sistema, della partita persa in partenza con le aziende tedesche, per dire, che invece vanno all’estero accompagnate da una squadra efficiente fatta di ambasciate e uffici costruiti apposta per supportare l’economia tedesca. «Io posso solo ricordare - afferma Marcegaglia - che già nello scorso mandato di Montezemolo Confindustria si era impegnata per organizzare missioni all’estero, portando con noi 7.000 imprese che hanno tratto giovamento da questo programma. Io proseguirò su questa strada e abbiamo già in vista un’importante missione in Russia, un paese complicato ma molto promettente dal punto di vista del business».
C’è poi la questione dell’immigrazione, chiave di volta del successo economico del Nord Est, ma, nello stesso tempo, bomba ad orologeria sociale, stando almeno alla percezione della gente. Oliva ricorda che nel Nord Est il 6,9 per cento della popolazione residente è formata da immigrati; percentuale che sale al 7,3 per cento se poggiamo la lente sul Veneto. E se da molti autoctoni l’immigrazione è percepita come un problema, da altre indagini emerge invece che Veneto e Nord Est sono le zone d’Italia in cui l’integrazione è ai massimi. Contraddizioni di un paese che, comunque al si giri, non più fare a meno della manodopera straniera a causa di un ritmo demografico che fa a gara con la crescita del pil per vedere chi va più piano.
È sempre questione di punti di vista, ovviamente. Perché se Galan sostiene (vedi pagina a fianco) che questi numeri dimostrano che sono stati sconfitti i luoghi comuni del declinismo, Franco Antiga, presidente di Veneto Banca e sponsor del Rapporto, ammette che ci sono più ombre che luci. Precisando subito dopo che, però, «le banche hanno fatto per intero la loro parte, visto che gli impieghi sono cresciuti più del pil».
Quelle stesse banche che sono finite nel mirino del ministro Giulio Tremonti e della sua Robin tax: «Mi auguro che si tratti di una disposizione transitoria - osserva Antiga - perché, specie nel caso della banche popolari del Veneto, c’è il rischio di provocare disaffezione tra le centinaia di migliaia di soci che hanno destinato i loro risparmi nelle azioni degli istituti e ora vedono colpiti i propri investimenti».
Chiusura col sogno di Euroregione, col Nord Est agganciato a Carinzia, Slovenia e alta Croazia. Per crescere di più, per avere più chance nel match della globalizzazione.
IL DIBATTITO. Show del governatore che spinge lo Stato a dare gli otto giorni al meridione. Antiga contro la Robin tax
Galan fa il vero liberale
e “impallina” il governo
VENEZIA
È probabile che ieri a Giulio Tremonti siano fischiate le orecchie. Si sa, nel laboratorio del Nord Est sono tutti molto esigenti e poco generosi nei confronti dei politici. Ma se ci sta che un banchiere come Franco Antiga, presidente di Veneto Banca, si lamenti per la Robin tax, e se ci sta pure che Emma Marcegaglia usi carota («Bene il governo con la lotta a burocrazia e al risanamento della Pubblica amministrazione») e bastone («Male l’assenza di progettualità in materia di infrastrutture e male anche l’intenzione di non ridurre la pressione fiscale») nei confronti dell’esecutivo (ma le bastonate sono tutte per il ministro dell’Economia), ci sta un po’ meno che un Giancarlo Galan in forma smagliante prenda a sparare a palle incatenate contro l’establishment romano che, in teoria, dovrebbe vestire la stessa casacca politica.
Ma se Tremonti ha deciso, anche a causa della congiuntura, a riporre la maglietta del liberismo in un cassetto per indossare quella dell’interventista di stato, Galan si conferma liberale doc, senza se e senza ma, anche quando farebbe comodo glissare. Come quando, nei giorni scorsi, e in contrasto col volere popolare, il governatore ha preso le distanze dalle impronte da prendere ai rom.
Ma ieri si parlava di economia e Nord Est, e Galan ha cominciato togliendosi qualche sassolino dalla scarpa. «I profeti del declino sociale ed economico della nostra regione sono stati ancora una volta sbugiardati. Il modello del Nord Est regge e ha saputo trasformarsi secondo le rinnovate esigenze del mondo produttivo. Il Veneto, in particolare, vuole continuare a essere un laboratorio di idee e di progetti che, nonostante la mancata riforma in senso federalista dello Stato, non smette mai di pensare a un domani migliore».
Sono seguiti attacchi diretti all’«odiosa» disparità di trattamento, specie fiscale, tra regioni a statuto ordinario e a statuto speciale. Il presidente del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo, ha detto di condividere molte delle critiche di Galan. «Avremmo bisogno di federalismo vero - ha spiegato - anche se io, a differenza di Galan, sono un pochino più ottimista e confido che, a livello romano, sappiano porre rimedio a questi squilibri istituzionali».
Sposta il tiro anche l’assessore provinciale trentino Marco Benedetti. «Noi siamo sempre stati chiari - ha replicato - e vorremmo vedere un superamento in avanti della questione. Cioè, non vorremmo che togliessero a noi un’autonomia che ha mostrato di funzionare, piuttosto vorremmo che venisse estesa a tutti gli altri».
Lo vorrebbe anche Galan, ovviamente, ma lo ritiene impossibile per un semplice motivo: «Serve qualcuno - attacca il governatore - che dica al sud che così non si può più andare avanti. Ma al sud si sono abituati a vivere di questo regionalismo peloso grazie al circuito di pusher politici che guadagnano col trasferimento dal nord al sud più che con la cocaina. Questi pusher sono peggiori, perché affamano il sud e condannano il nord. Bisognerebbe scacciarli dal tempio».
Cavolo, roba forte, che non farà fare i salti di gioia a chi sta al governo in questa fase. Meglio tornare ai principi liberali e spostare il tiro sull’Euroregione. «Io ci metterei dentro tantissimo in questa Euroregione - afferma - e devo dare atto a Riccardo Illy di aver creduto molto in questo progetto. Purtroppo la Farnesina vede malissimo qualsiasi accenno di politica estera da parte delle Regioni».
Infine, l’ultima mazzolata a Tremonti. «La Repubblica Serenissima ha vissuto solo cento anni di crisi nel suo millennio e passa di successi: quando si è chiusa al mondo esterno. Se per combattere la Cina avessimo deciso di introdurre i dazi, avremmo seguito la sorte della Repubblica Serenissima». Tremonti, ça van sans dire, era un fan dei dazi.MA.SM.
Roberto Zuccato: «Un imprenditore non può essere pessimista Ma sono preoccupato»
Il debutto di Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza, alla presentazione del Rapporto Nord Est coincide con il momento forse più negativo della congiuntura economica. Dopo aver ascoltato con attenzione la relazione di Daniele Marini, e dopo aver assistito al dibattito con un Galan effervescente, Zuccato lascia capire che non è facile orientarsi in questa fase economica.
«Più che difficile, direi che è impossibile fare previsioni - osserva - anche se è davvero interessante cogliere gli spunti offerti dalla Fondazione Nord Est. In particolare, mi sono piaciute tre delle sei A di rating che Marini ha scherzosamente attribuito alla nostra zona: aperto, anticipatore e acquisitivo, mi paiono tre aggettivi che si addicono perfettamente al Nord Est».
Ma se gli chiedono del futuro Zuccato è ottimista o pessimista? «Un presidente degli industriali non può permettersi di essere pessimista. Però la situazione è quella che è, inutile star qui a raccontarci storie. Sono preoccupato, questo sì. Ma, come ha detto bene Emma Marcegaglia, sono certo che sapremo riprenderci».
E le sparate di Galan contro tutti? «Il governatore è sempre effervescente. Di quello che ha detto condivido in particolare la sua avversione ai dazi. Credo che il Nord est debba sempre essere aperto, come ha detto anche Marini. Nella competizione noi di solito vinciamo. A patto che ci siano regole chiare».MA.SM.
