lunedì 22 settembre 2008

Aquile in Mercedes

ALBANIA. Le prospettive di un paese ricco di storia e di contraddizioni

Qui la povertà
e le Mercedes
coesistono

di Marino Smiderle

La cosa che più rimane impressa a chi ha la ventura di fare un giro per Tirana è l’affollamento di Mercedes. Lo dicono tutti, non è una novità, ma quando, in occasione di una missione imprenditoriale organizzata dall’Api di Vicenza, ebbi modo di constatarlo di persona, quell’impressione superò di gran lunga tutte le altre. Per capirci: l’Albania è un paese povero che si sta, faticosamente e non sempre legalmente, arricchendo e la passeggiata per le vie sbrecciate e ricche di cantieri della capitale testimoniano anche questo. Ma sono le Mercedes, dalla più scalcinata di trent’anni e passa fa all’ultimo e più lussuoso modello che costa qualche centinaio di migliaio di euro, a fare da sfondo in un piccolo paese che, dall’inizio degli anni 90 quando venne abbattuto il regime comunista più ferreo che l’Europa ricordi, ha accelerato in maniera drammatica il passaggio dalla clausura totale al capitalismo globale (e pure selvaggio).
La domanda è: che ci fanno tutte queste Mercedes? Chi le paga? Da dove vengono? La risposta l’ha data Milva Ekonomi, tra i fondatori dell’associazione Mjaft (Basta), a Jesus Rodriguez, autore di un interessante reportage pubblicato sul quotidiano spagnolo El Pais e ripreso da Internazionale. «È impossibile sapere da dove vengono tutti questi soldi - sostiene Ekonomi - in un paese dove un maestro guadagna 270 euro al mese e un terzo dei bambini vive con me no di due dollari al giorno. In Albania ci sono due economie parallele e una funziona riciclando soldi dall’estero».
Si sa che all’estero, e in Italia in particolare, non sono venuti i migliori. «Le potenti mafie albanesi - scrive El Pais - sono legate alle organizzazioni segrete attive già durante il comunismo. Queste organizzazioni, che dominavano il contrabbando durante il regime, si sono riciclate occupandosi di droga, prostituzione, tratta di esseri umani, traffico di organi, armi e auto rubate. Oggi hanno a disposizione eserciti privati e il loro potere è esteso a tutti gli ambiti della società, anche se in modo più discreto che in passato. Se si vuole entrare nell’Ue è meglio non dare nell’occhio. Anche la criminalità lo sa».
Già, perché l’Albania, uno dei più ferventi sostenitori degli Usa e uno dei pochi paesi (un altro è la Georgia, per capirci) in cui le visite ufficiali del presidente George W. Bush sono caratterizzate da bagni di folle adoranti, oltre ad avere già mezzo piede dentro la Nato, terrebbe molto ad accelerare il processo che dovrebbe portare al suo ingresso nell’Unione europea. Il fatto che diversi imprenditori italiani abbiano deciso di puntare su questo mercato testimonia dei legami economici, oltre che storici e culturali, che intercorrono tra i due paesi. Per dire, l’esperienza di Api Vicenza, che ha costituito, con il contributo della Regione Veneto, una sorta di ambasciata economica a cui hanno aderito diversi imprenditori, dimostra che soprattutto nel mercato edile le opportunità sono moltissime. Veneto Banca ha già acquisito una banca e, una volta superati gli ostacoli che ancora frappongono una diffusa corruzione e un sistema di pagamenti ancora troppo legato al contante, il business potrebbe assumere dimensioni ancora più ragguardevoli.
Sì, l’Albania ha corso molto e lo dimostra la rivoluzione urbanistica che ha subito in questi ultimi anni la capitale Tirana, il cui sindaco socialista, Edi Rama, 43 anni, per quando del partito avversario del presidente Sali Berisha, è considerato un vero innovatore. «Secondo molti - scrive El Pais - sarà lui il prossimo leader del paese. Contrariamente ai dirigenti delle due grandi formazioni del paese, socialisti e democratici, quest’artista, con un passato a Parigi e negli Stati Uniti, non ha mai militato nel partito del dittatore Enver Hoxha. Diventato sindaco di Tirana, ha deciso di dipingere con colori vivaci le facciate grigie degli edifici di epoca comunista: un’iniziativa che gli ha dato grande popolarità».
La stessa iniziativa l’ha presa, a Tbilisi, in Georgia, Mikheil Saakashvili, e sembra che sia un antidoto efficace per scacciare i cupi ricordi del periodo comunista che chi l’ha vissuto vorrebbe cancellare. Poi, spiegavano gli imprenditori veneti che si recano spesso a Tirana, Rama ha abbattuto tutti gli edifici abusivi e ha dato un aspetto più presentabile alla città.
Queste spinte verso il nuovo coesistono con anacronistici richiami al passato. Tipo l’esistenza inconfessata, tra i testi legislativi ufficiali, delle norme non scritte del Kanun, un codice di condotta trasmesso oralmente tra i clan del nord dell’Albania da più di 500 anni. Tra le norme assurde (per noi occidentali) presenti nel Kanun, Dan Bilefsky ne descrisse una incredibile in un memorabile reportage pubblicato dal New York Times nel giugno scorso. «Pashe Keqi ricordò il giorno di quasi 60 anni fa in cui decise di diventare un uomo», è l’attacco di quel pezzo.
E non è, come può sembrare, l’inizio del diario di un transessuale, ma una normale pratica che le famiglie albanesi adottavano quando non c’era più un uomo per casa. In sostanza, una donna giurava di rimanere vergine e la società le consentiva di assumere in tutto e per tutto il ruolo di capofamiglia. Pashe Keqi oggi ha 78 anni e di donne che hanno vissuto una vita da maschio come lei ne sono rimaste una quarantina. «Dovessi tornare indietro - ha raccontato la donna-uomo - non lo rifarei. Ma in quegli anni era meglio essere un uomo perché le donne, quanto a diritti, erano considerate alla stregua di animali. Al giorno d’oggi le donne albanesi hanno gli stessi diritti degli uomini, e forse hanno ancora più potere.
Sì, credo proprio che oggi sarebbe divertente essere una donna».
Per Keqi, però, è troppo tardi. Lei ha vissuto una vita da uomo e l’aspetto fisico, gli abiti, il modo di parlare e comportarsi lo testimoniano.
Ma quell’Albania non c’è più.