sabato 13 settembre 2008

Choice, sounds good

Intervista a DINO MENARIN
di Marino Smiderle

La Fiera si rinnova
per fare l’interesse
degli orafi vicentini

Ha cominciato questa edizione di Choice con i fucili puntati sulla schiena, pronti a fare fuoco non appena i numeri avessero ufficializzato la Caporetto di Fiera Vicenza. Dino Menarin, presidente di questo esercito di stand che i detrattori volevano in rotta, avrebbe la possibilità di usare i dati ufficiali dell’ultima rassegna orafa come un clava per scrollarsi di dosso le canne dei fucili ancora calde dagli spari dello scorso maggio. E invece fa il prudente e maneggia il +40 per cento (rispetto alla fiera del settembre scorso) di operatori accreditati con la prudenza di chi sa che il peggio per il settore oro e gioielli non è ancora passato.
Presidente Menarin, Choice è stata un successo, almeno a giudicare dai numeri che avete diffuso. La considera una rivincita contro chi diceva che Fiera Vicenza lavorava contro gli interessi degli orafi locali?
Non la metterei proprio in questi termini. Diciamo che Choice è andata bene e che c’è stato un sensibile aumento degli operatori. Di qui a dire che tutti i problemi del settore sono svaniti, ce ne corre. Gli acquisti sono selettivi, non sono più fatti in quantità paragonabili a quelle di un tempo. Però sono soddisfatto per la ritrovata vivacità degli addetti ai lavori. Anche se, come non era merito della Fiera quando il mercato volava, così non è colpa della Fiera ora che il mercato è stagnante.

D’accordo, però gli orafi vicentini hanno sempre ritenuto la Fiera il partner più valido per conquistare i mercati. Cos’è cambiato?
In questo, nulla. La Fiera ha tutto l’interesse di rimanere il partner più valido per gli orafi. E il piano industriale che abbiamo studiato per questi anni è stato concepito proprio per muovere le acque e offrire nuove opportunità agli operatori del settore. Vicenza, per dire, deve rimanere nel lotto delle prime 4 grandi rassegne mondiali dell’oreficeria.

Senta, questo piano porta la griffe del direttore generale uscente, Maurizio Castro, ora parlamentare. Non è che la sua uscita vi abbia complicato le cose?
Castro è stato prezioso nell’avviare questa piccola rivoluzione che, anche in termini di investimenti per il futuro, non è stata cosa da poco. Ma la sua uscita non ha portato alcun sconvolgimento dei piani. Primo, perché Domenico Girardi, che ha preso il suo posto, è persona di grande esperienza e professionalità; secondo, perché il piano va avanti così come l’avevamo previsto.

C’è il rischio che a portare a compimento questo progetto industriale non sia il presidente che l’ha caldeggiato?
Come può intuire, non dipende da me la scelta del presidente.

No, però lei può dare o togliere la propria disponibilità.
Diciamo allora che io non sono abituato a lasciate a metà il lavoro. E gli stessi imprenditori orafi, tra le varie richieste che hanno fatto, hanno chiesto che in Fiera ci fosse una certa forma di continuità di gestione.

Dunque, Menarin presidente anche per gli anni a venire?
Ripeto, non dipende da me. Il mio mandato scade tra poco più di un anno. Il primo bilancio che ho visto risentiva della gestione del precedente consiglio di amministrazione, mentre il secondo, tutto nostro, risente del peso degli investimenti che abbiamo fatto. Mi piacerebbe poter sfornare il terzo bilancio, con i primi frutti degli investimenti fatti.

Tra gli attuali azionisti pubblici pare prendere forza la corrente che vorrebbe vendere la partecipazione e procedere alla privatizzazione. Lei cosa ne pensa?
In linea di principio, mi trova d’accordo. Tuttavia prima di fare questo passo importante sarebbe conveniente cercare di valorizzare al massimo la Fiera. In modo da poterla eventualmente vendere e non svendere. C’è ancora da definire, per esempio, la questione della rassegna Luxury.

Non è convinto dell’utilità di affiancare l’oro al lusso?
Al contrario, tanto è vero che abbiamo fatto l’investimento di acquisire il 42,5 per cento del capitale. Tra un anno ci sarà l’opzione di acquistare il resto del capitale ed è ovvio che si tratta di una scelta che influenzerà il valore e le prospettive di Fiera Vicenza.

Tornando per un attimo alle critiche che gli orafi vicentini avevano rivolto alla Fiera, qual è lo stato dei rapporti con la categoria dopo Choice?
Ma, vede, io le critiche degli orafi le capisco. Vengono da diversi anni in cui il barometro del mercato ha segnato tempesta ed è logico che cerchino una via d’uscita rapida ed efficace. E la Fiera, a Vicenza, è sempre stata loro vicino. Le scelte radicali che abbiamo adottato sono coerenti con le loro lamentazioni. Serve una scossa e al mercato e la Fiera di Vicenza cerca di darla.

Qualcuno non ha gradito il cambio dei nomi, da Vicenzaoro a Choice, Charm e via con l’inglese...
Possiamo star qui a discutere per opre di questo. Noi siamo convinti che anche questo serva per scuotere questo mercato statico.

E il sogno di sistema fieristico veneto cullato da Galan che fine ha fatto?
Il dialogo va avanti e il nostro rapporto con Verona lo testimonia. Il tutto è facilitato dal fatto che le varie fiere non ospitano rassegne in concorrenza tra di loro.