I RISCHI DELL’ITALIA. La corsa alle ingenti commissioni garantite dagli strumenti finanziari più sofisticati ha finito col fare saltare il banco
Quei derivati
non saranno
mai onorati
di Marino Smiderle
Se una banca d’affari fallisce vuol dire che gli affari sono andati male. Lapalissiano. Se fallisce un colosso come Lehman Brothers, con un passivo di 613 miliardi di dollari, è facile dedurre che diverse altre banche che avevano posizioni aperte con Lehman stiano passando giorni difficili. La cosa riguarda anche le banche italiane, anche se ancora non è chiara l’entità dell’esposizione. La fortuna, se così si può dire, è che Lehman brothers non è la classica banca con gli sportelli, con la cassa, con la gente che va ad aprire i conti correnti. No, Lehman è una banca d’affari, di investimenti, e i clienti principali sono altre banche. Cavoli solo delle banche, dunque?
OBBLIGAZIONI
Sfortunatamente, no. È vero che Lehman non aveva nella raccolta di fondi dal pubblico di risparmiatori il proprio principale oggetto sociale, ma è anche vero che, per portare avanti la sua attività tipica (intermediazione, costruzione e vendita di prodotti derivati, equity, fixed income, investment banking), spesso andava a finanziarsi sui mercati emettendo obbligazioni. E chi oggi si ritrova in mano obbligazioni Lehman è più o meno nella stessa condizione di chi, qualche anno fa, si era trovato carico di bond Parmalat o Cirio. Si tratta, però, di quantità marginali, almeno in Italia, anche se si sta valutando con attenzione l’incidenza della polizze index linked emesse da diverse compagnie di assicurazioni e legate a titoli Lehman. Più elevato l’importo di titoli presente nei portafogli propri degli istituti di credito, ma non tale da lasciare intravedere sconquassi.
DERIVATI
Il vero problema sono i contratti derivati che più o meno tutte le banche italiane avevano aperto con Lehman Brothers. Ed è qui che si nasconde il vulnus di questi anni di follia finanziaria, anni in cui si è persa di vista l’indubbia utilità di strumenti che vanno dal semplice swap ad altri derivati più complessi e ci si è lasciati prendere da un’ansia di profitto (per le banche) e di guadagno facile (per i pochi clienti che capivano effettivamente lo strumento che stavano per acquistare). Un esempio stupido: io faccio un mutuo a tasso variabile e compro dalla mia banca un’opzione che fissa un tetto massimo che il tasso può raggiungere, poniamo il 5 per cento. Qualora il tasso dovesse salire oltre questo livello (e ieri il semplice Euribor ha toccato quota 5 per cento, per dire), io non devo pagare alcunché. E la banca? Per coprirsi da questa evenienza, la banca ha stipulato con una controparte un derivato che ammortizza i rischi. Derivato che, per inciso, è stato fatto pagare al cliente con l’applicazione di mostruose commissioni. Bene, una delle controparti più gettonate per fare questo tipo di operazioni era proprio Lehman.
IL RISCHIO
Ora che la banca d’affari americana ha portato i libri in tribunale, il rischio che i tassi superino il 5 per cento è rimasto in carico all’istituto italiano con cui ho stipulato il contratto. Cioè, se prima l’aumento del tasso veniva riconosciuto all’istituto da Lehman, adesso la maggiore spesa sarà esclusivamente a suo carico. Accanto all’esempio banale dei mutui ci sono quelle miriadi di derivati che in questi anni le banche italiane hanno venduto come noccioline, usando magari la fantasia degli ingegnere finanziari di Lehman e andando a proporglieli a clienti molto spesso non preparati a comprenderli (sennò non li avrebbero presi). Tra l’altro, il mercato è girato male e i clienti in molti casi ci stanno perdendo cifre sensibili. Il default di Lehman, però, mette adesso a repentaglio i bilanci delle banche italiane a cui carico c’è l’intero importo sottostante. E quello che hanno preso con la sinistra come commissioni, adesso gli istituti di italiani rischiano di dover dare con la sinistra, qualora il mercato girasse in un determinato modo. Una cosa è certa: per il cliente finale non cambia nulla.
IL CROLLO DEI MERCATI
Poi, è chiaro, se anche non abbiamo un penny legato alle sorti di Lehman, il crollo dei mercati che è seguito al fallimento della banca d’affari viene equamente ripartito tra tutti coloro che hanno avuto l’idea di acquistare azioni. La deriva dei derivati travolge tutti.
Ma Google è figlio
della logica subprime
Uno dice, Stati Uniti e Italia sono diversi come il giorno e la notte. Sottinteso: gli Stati Uniti sono molto meglio. Per esempio, le banche. Vuoi mettere, se in Italia un giovane ha un’idea meravigliosa, tipo Google, e va in banca a chiedere soldi in prestito, come minimo deve avere un palazzo da dare in garanzia, sennò tanti saluti e grazie. In America, invece, ti finanziano l’idea, se poi fallisci, pace e amen.
Ecco, fino a poco tempo questo era un esempio usato per dimostrare l’indubbia superiorità degli Stati Uniti, pronti a dare un’opportunità a tutti. Adesso, dopo l’esplodere della grana dei mutui subprime (soldi dati a gente che si è dimostrata incapace di rimborsare), viene da rivalutare la prudenza. magari eccessiva, delle banche italiane che, finora, sono rimaste colpite solo da schizzi di fango ma non corrono, salvo disastri al momento non preventivabili, rischi di fallimento.
Come sempre, la verità non è bianca e non è nera. Diciamo grigia. Perché, a guardare bene, il guaio dei mutui subprime non è stato tanto provocato dai debitori insolventi, quanto piuttosto dal fatto che le banche d’affari come Lehman (e come tutte le altre, comprese Bear Stearns e Merril Lynch, "salvate" dalle acquisizioni a prezzo di saldo da parte di Jp Morgan e Bank of America) si sono ingegnate nel costruire strumenti finanziari in grado di spalmare un po’ dappertutto il rischio iniziale e diffondendo così un virus che, esploso un anno fa, non ha ancora finito (e chissà quando finirà) di espandersi perniciosamente nelle piazze finanziarie di tutto il mondo.
Paradossalmente, la caduta di Lehman è un bene per quegli operatori che pensavano che tutto fosse loro concesso, che la finanza fosse predominante sulla realtà. Non è così, come si sono accorti, dalla sera alla mattina, quei 50 mila dipendenti di Lehman sparsi in giro per il globo e che adesso sono alla disperata, ma dignitosa ricerca, di un posto di lavoro.
La foto qui sopra è emblematica: colletti bianchi in fila mentre ascoltano il boss dire: «Game over».MA.SM.
