lunedì 27 ottobre 2008

La giravolta degli Obamacons

LE PRESIDENZIALI AMERICANE. Si sta profilando una rivoluzione reaganiana all’incontrario

Gli “Obamacons”
alla conquista della Casa Bianca

di Marino Smiderle

Mancano dieci giorni a Barack Obama per diventare il primo presidente di colore della storia degli Stati Uniti d’America. Ormai non ci sono più dubbi. I sondaggi hanno un margine tale da escludere ogni possibile e improbabile rimonta di John McCain, peraltro il candidato repubblicano migliore che il Grand Old Party potesse scegliere all’indomani di una presidenza Bush ritenuta la più impopolare di sempre.
Anche Christian Rocca, del Foglio, vicino alle posizioni dei neocon, dà per scontata la vittoria del candidato democratico. Di più, l’affermazione del senatore dell’Illinois potrebbe assumere le dimensioni della valanga. Ad accreditare questa possibilità ci sono, più che gli scontati endorsement arrivati dalla stampa americana, New York Times (quotidiano negli ultimi 40 anni che si è sempre schierato col candidato democratico), le dichiarazioni di appoggio arrivate da autorevoli esponenti conservatori, area neocon. È la carica degli Obamacons, come sono stati prontamente ribattezzati dai media americani. Ah, per inciso, sono ben 27 i quotidiani che, dopo aver appoggiato George W. Bush nel 2004, adesso hanno cambiato cavallo e partito.
D’accordo, i giornali non spostano un voto (sennò Bush non sarebbe mai stato eletto), però è un segno che la diaspora elettorale è in pieno svolgimento e a pagare il conto sarà forse il meno colpevole di tutto, quel John McCain che durante l’era Bush è stato il repubblicano meno vicino al presidente.
Ma il fenomeno del momento restano gli Obamacons, che a guardar bene altro non sono che delle imitazioni del figliol prodigo, a testimonianza che il movimento neocon di questo avvio di millennio (con radici ben affondate negli anni 80 dell’edonismo reaganiano, per la verità) aveva una base ideologica, se così si può dire, di sinistra. Dai reagan-democrats, stufi di leader democratici senza idee e affascinati prima dal liberismo di Reagan, ai neocon, stregati dall’afflato rivoluzionario (esportare la democrazia) del programma di Bush, il filo conduttore è stato chiaro. Ora però sembra siano tutti tornati all’ovile democratico.
«Il gruppo di Obamacons - ha scritto Rocca sul Foglio - non è omogeneo e non costituisce un movimento ideologicamente rilevante: ci sono liberisti, paleocon, neocon, cattolici, falchi, colombe, pro e contro Bush. McCain non è diventato improvvisamente incapace, ha scritto Michael Gerson sul Washington Post, né ha perso il suo carisma, è stato semplicemente vittima di un agguato della storia: la crisi finanziaria di fine settembre. Andrew Sullivan, blogger dell’Atlantic Monthly, è stato il primo, anche se aveva già saltato il fosso nel 2004, quando si era schierato con John Kerry. Fanno parte del gruppo il professore Andrew Bacevich, a causa della guerra in Iraq; l’ex consigliere legale di Ronald Reagan, Doug Kmiec; il consigliere economico liberista di Reagan e Bush senior, Bruce Bartlett; il figlio di Milton Friedman, David, convinto che Obama sia il più adatto a seguire le teorie economiche del padre; e Susan Eisenhower, la figlia nipote del presidente Dwight Eisenhower. In questi ultimi giorni di campagna elettorale, mentre l’anziano eroe McCain scivola nei sondaggi senza sapere bene per quale motivo – se non per la sfortuna di essere stato travolto dalla crisi di Wall Street – la tendenza è diventata una valanga. Christopher Hitchens, che non è un conservatore, ma uno di sinistra che negli ultimi sei o sette anni è stato tra i più vivaci sostenitori della dottrina Bush contro l’islamofascismo e della guerra per liberare l’Iraq, ha scritto su Slate che voterà Obama, anche se lo reputa “altamente sopravvalutato”».
Se anche i guru del neoconservatorismo passano con Obama, si capisce come a McCain rimanga ben poco a cui aggrapparsi. Oltre a Joe the Plumber, gli resta la destra religiosa "catturata" da Sarah Palin. «La rivolta degli intellettuali - scrive The Economist - coincide con una migrazione di voti da elettori culturalmente conservatori - particolarmente dalla working class di bianchi - verso Obamaland. Obama in questo momento sta pareggiando i consensi, o addirittura passando in vantaggio nelle categorie ondeggianti come i cattolici e, appunto, la working class bianca. Un recente sondaggio commissionato dal Washington Post e dall’Abc ha rivelato che il 22 per cento di elettori che si definiscono conservatori ha scelto di votare per Obama, la proporzione più alta di tutti i candidati democratici dal 1980 in qua».
«Si sta verificando una rivoluzione reaganiana all’incontrario?», si chiede allora il settimanale britannico. Reagan, come si sa, dopo aver attirato su di sè le peggiori critiche durante i suoi otto anni, è diventato uno dei presidente più amati e apprezzati della storia, anche perché riuscì a "rubare" molti elettori democratici. Succederà lo stesso, con una trasmigrazione di voti dai repubblicani ai democratici, con Obama? «Molto dipenderà - scrive The Economist - da come Obama governerà se risulterà vincitore e da come si comporteranno i repubblicani se perderanno. Obama sta parlando di un’amministrazione tutta composta da talenti. Ha promesso di prendere sul serio le ansie dei cosiddetti Reagan democrats. Dal canto loro, i repubblicani duri e puri stanno trattando il travaglio del proprio partito in maniera pessima, rifugiandosi nel più trito populismo e denunciando gli Obamacons come topi che stanno abbandonando la nave che affonda. Se il partito repubblicano continuerà a pensare che il problema sono i topi, piuttosto che la tenuta della nave, allora gli Obamacons sono destinati a recitare un ruolo decisivo per il futuro degli Stati Uniti».