lunedì 17 novembre 2008

L'America di Obama/end

L’AMERICA DI OBAMA. I Democratici al potere potrebbero scontrarsi con l’idea di mercato e concorrenza

I protezionisti
spaventano
l’Europa

Marino Smiderle
WASHINGTON
Le lussuose Lincoln che ancheggiano lungo i larghissimi viali di Washington sono il simbolo dei problemi che Barack Obama dovrà affrontare dal 20 gennaio prossimo, quando George W. Bush gli cederà le chiavi della Casa Bianca. Dovrebbero essere le auto che mostrano al mondo l’avanzata tecnologia Usa e invece, confrontate con i modelli che si producono in Germania (Bmw, Audi, Mercedes), quei macchinoni sono brutti, consumano molto e per questo non li compra più nessuno. Risultato: le tre grandi case automobilistiche americane, Chrysler, Ford (quella che produce anche le Lincoln) e General Motors sono sull’orlo della bancarotta. E sono a rischio milioni di posti di lavoro.
Dopo aver deliberato, sotto l’Amministrazione Bush, uno straordinario piano di salvataggio per le banche e le assicurazioni affossate dall’effetto subprime, l’America ora chiede a gran voce anche un piano di salvataggio per le tre aziende americane. Lo chiede in particolare il presidente eletto, Barack Hussein Obama, che di qui al 20 gennaio prossimo pronuncerà ogni sabato su Youtube una sorta di discorso alla nazione. Ed è proprio da questa richiesta, intervenire per salvare le "Big Three", che potrebbero nascere i primi contrasti con i leader europei, quasi tutti dalla parte del senatore dell’Illinois nel corso dell’ultima infuocata campagna elettorale per le presidenziali americane.
Alla riunione del G20 che si è tenuta l’altro giorno a Washington, e che è stata anche l’occasione per il tanto discusso George W. Bush di congedarsi dalla scena politica internazionale, il leader inglese Gordon Brown ha contestato piuttosto duramente il piano di Obama, ribadendo la fiducia nelle regole del libero mercato e annunciando una possibile contestazione giuridica dell’Ue qualora il presidente eletto, spalleggiato dal Congresso, intendesse andare avanti con questa proposta.
Insomma, un conto è l’intervento coordinato e generalizzato a favore delle banche in crisi (disposto da Usa, Ue e da tutte le altre nazioni per evitare il collasso globale), un altro paio di maniche sarebbe invece l’aiuto economico a imprese produttive come quelle automobilistiche. Aiutando Ford, GM e Chrysler Obama darebbe forse una mano ai milioni di americani che ci lavorano a non perdere il posto (o almeno a ritardarne l’uscita), ma creerebbe una disparità di trattamento nei confronti di coloro che lavorano, per esempio, negli stabilimenti americani della Toyota.
Eccolo qui, dunque, il primo vero bivio a cui si troverà Obama. The Economist, il settimanale britannico da sempre a favore del libero mercato e che prima delle elezioni aveva dato il suo endorsement a Obama, una volta registrato con soddisfazione l’esito delle presidenziali Usa, ora avverte il senatore dell’Illinois: «Considerata la quantità di finanziamenti raccolti da Obama - si legge nell’editoriale di commento alle elezioni americane - considerata la distruzione del brand repubblicano sotto la guida di Bush e considerata la peggiore crisi finanziaria degli ultimi 70 anni, il fatto che il 46 per cento del popolo americano abbia comunque votato contro i Democratici è un segnale forte di quanto conservatrice sia ancora l’America. Obama è il primo liberal del nord eletto presidente dai tempi di John Kennedy e deve cercare di non allontanarsi troppo dal centro che lo ha eletto. La vittoria di Obama, infatti, ricalca quella di Clinton nel 1992. E ci vollero solo due anni ai repubblicani per riprendere il controllo del Congresso con la rivoluzione di Gingrich nel 1994. Se il presidente Obama dovesse dare retta ai liberal più aggressivi del Congresso, sarebbe facile immaginare un’orribile prospettiva davanti, e non solo per i Democratici alle elezioni di midterm del 2010. L'America potrebbe scivolare nel protezionismo, o regolare il business e la finanza fino al punto di soffocare l’istinto all’innovazione, o "diffondere il benessere" (per citare il prossimo presidente) fino a indurre il capitale ad andarsene altrove».
La paura dell’Economist, che pure ha sostenuto Obama, è la stessa paura che si toccava con mano all’ultimo vertice del G20 a Washington. «Il nostro lavoro sarà guidato - si legge nella bozza della dichiarazione finale - dalla fiducia condivisa che i principi del libero mercato, il commercio aperto e i regimi di investimenti, così come mercati finanziari regolamentati in maniera efficace possano promuovere il dinamismo, l'innovazione e lo spirito di iniziativa che sono essenziali per la crescita dell'economia e dell'occupazione e per la lotta alla povertà».
Libero mercato e interventismo statale: eccole le due boe che Obama dovrà stare attento a circumnavigare con attenzione, non allontanandosi mai troppo dalla prima, pur sapendo attaccare alla seconda in caso di necessità.
A Washington, intanto, c’è un’attesa spasmodica per l’Inauguration Day del 20 gennaio prossimo. Trovare una camera a DC è praticamente impossibile e una vignetta sul Washington Post dell’altro giorno riassumeva con efficacia il clima: una carta geografica degli stati vicini a Dc e una scritta, "Ancora pochi posti disponibili in Pennsylvania".
Sì, c’è un entusiasmo tale a Washington che nessuno ha ancora veramente voglia di sollevare obiezioni. La vittoria di Obama ha ridato fiati agli ambienti intellettuali liberal della capitale, e non solo, dopo otto anni di Bush. Ora si discute della squadra che sta mettendo insieme Obama e i commentatori la ritengono ottima solo basandosi sui nomi che circolano, a cominciare dalla possibile nomina di Hillary Clinton alla segreteria di Stato che fu di Condoleezza Rice. La luna di miele durerà fino al 20 gennaio. Dopodiché comincerà il lavoro sporco in uno dei momenti più difficili di sempre.