Il libertario è stato una settimana negli Stati Uniti, tra New York e Washington. Ha scritto un piccolo diario giornaliero di viaggio nell'America di Obama per il Giornale di Vicenza. Pubblico le varie puntate adesso, in un colpo solo.
Buona lettura
L’idraulico di Washington
«Io ho votato Barack»
Marino Smiderle
DA WASHINGTON
L’impiegato dell’ufficio immigrazione accoglie con un sorriso l’invito del superiore. «Ok, accetto di fermarmi un’ora in più, considerami un volontario». Si chiama Watson, è nero e ti pare che il suo sorriso sia più luminoso del solito. C’è un po’ di casino all’aeroporto di Washington ma la signora che torna dall’Europa con la spilla bene in vista, «vote for Obama», saltella decisa, con un’agilità che alla fine ha la meglio sulla mole, tra le valigie arrivate miracolosamente dopo un volo cancellato. Tutti contenti, si guardano tra di loro come se si stessero dando un ideale "cinque" carico di speranza e di voglia di ricominciare. E noi cominciamo un viaggio in questa America di Obama, di un presidente che il giorno successivo all’elezione si presente in cappellino e jeans, quasi a dire, «Ehi, ragazzi, mica mi sono montato la testa, sono e resto uno di voi». Un viaggio fatto di note a margine, giusto per tastare il polso di questa America del cambiamento. E si parte da Washington proprio perché è qui che il tornado si abbatterà con più forza. Ricordate quando John McCain sventolava candidatura della sua vice, Sarah Palin, come grimaldello per aprire la fortezza del potere e scaraventare via tutto il malaffare? Bene, anzi male, per lui: nel District di Columbia, piccola circoscrizione amministrativa che contiene il territorio della capitale e che garantisce tre voti elettorali, Barack Obama ha portato a casa il 93 (novantatre!) per cento dei consensi, lasciando un misero 7 per cento all’avversario repubblicano. Record in tutta l’unione.
«Abbiamo festeggiato fino all’alba - racconta il tassista di origini turche che fa la spola dall’aeroporto al centro -. Non ho mai visto una cosa del genere a Washington. La città, di solito, è molto sobria, tranquilla. Improvvisamente l’ho vista piena di gente, felice. Gente come me, un miscuglio di etnie, senza distinzioni e con un’unica, grande emozione: quella di sentirsi fieri di essere tutti americani». Già, ma il difficile per Obama viene ora. La gente sembra voler esorcizzare le paure della crisi andando a festeggiare. «È nera, davvero nera, come la faccia di Obama», scherza il nostro tassista. Si riferisce alla crisi, ovviamente, che lui sente sulla sua pelle, anche se il suo mestiere gli dà una certa garanzia. «Ma molti miei amici e miei parenti sono senza lavoro - aggiunge - a loro non interessa la finanza, Wall Street, le azioni. A loro un venerdì hanno detto di stare a casa, e tanti saluti. Ma voi in Europa cosa pensate di Barack Obama?».
E che pensiamo? Per rassicurarlo basta ricordargli un sondaggio: se si fosse votato in ogni stato d’Europa, John McCain non ne avrebbe vinto uno. Ride felice, il tassista, mentre sta in fila lungo la tangenziale che circonda Washington. «C’è sempre troppo traffico, dannazione». Beh, quello Obama non può toglierlo, almeno fino a quando, il 20 gennaio prossimo, non entrerà ufficialmente alla Casa Bianca, prendendo il posto di George W. Bush, che esce da otto anni drammatici e con un bilancio che gli americani valutano in maniera molto negativa, più o meno sui livelli di quel Nixon che lo scandalo del Watergate costrinse a lasciare la presidenza in anticipo. Poi la storia si è incaricata di rivedere i giudizi così drastici, e su Bush sarà proprio il tempo della storia a emettere la sentenza definitiva. In ogni caso, Obama adesso ha un’apertura di credito inversamente proporzionale alle condizioni del Paese. «Vai e fai quello che vuoi per risollevarci». Carta bianca al primo presidente nero della storia di un grande, grandissimo Paese, che alle ultime elezioni ha dato una lezione di democrazia, compreso il comportamento del rivale sconfitto, e che lo riporta in alto nell’indice di gradimento del panorama internazionale.
Arriviamo a Washington di tardo pomeriggio, con una pioggerellina insistente che non riesce a spegnere i colori splendidamente malinconici di un autunno che qui sa tanto di primavera. In albergo, guarda il caso, c’è un rubinetto che perde e tocca chiamare la reception che ci manda subito un idraulico. Smanetta con la sua chiave, smoccola un po’ in uno slang incomprensibile ma intuibile. Il pensiero corre a Joe the plumber, Joe l’idraulico, su cui McCain contava molto per sovvertire i sondaggi. Che ne pensa del suo collega diventato famoso in tutto il mondo? «Io ho votato per Obama, signore», risponde dopo aver sistemato alla perfezione il rubinetto.
