L’elezione del nuovo presidente
porta bene alla carta stampata
Marino Smiderle
DA NEW YORK
Barack Obama ha mandato felicemente all’aria le previsioni di Arthur Sulzberger. Ricordate cosa disse l’editore del New York Times? «Non so davvero se fra cinque anni stamperemo ancora il Times e volete sapere una cosa? Neanche me ne importa». Il futuro, proseguiva Sulzberger, è nella rete, in internet. Lo diceva perché il numero di copie vendute del giornale (poco più di un milione) continuava a scendere mentre il numero di lettori online continuava a crescere. Risultato: da quando è stato eletto il nuovo presidente degli Stati Uniti è quasi impossibile trovare una copia cartacea del quotidiano. Alla concierge dell’hotel ce l’hanno messa tutta. Sono andati anche a rovistare tra i cestini, ma alla fine si sono arresi: «Ci dispiace, signore, ma in questi giorni il New York Times è very popular, l’abbiamo esaurito. Vuole prenotarne una copia per domani?».Già, very popular, molto popolare. In altre parole: va a ruba. Vai a dirglielo a Sulzberger che alla gente della copia online, in questi momenti, non gliene frega niente.
Volendo riassumere la differenza tra Italia e Usa attraverso l’assalto alle edicole, potremmo dire che da noi i momenti sono definiti storici quando gli Azzurri vincono i mondiali e non trovi una Gazzetta neanche a pagarla oro, mentre a New York ci vuole il primo presidente nero di sempre per mettersi a cercare quella copia che ti sporca le mani di inchiostro e che testimonia il cambio di un’epoca.
Non è un caso se il poliziotto Savino («I miei erano originari dalla Puglia», dice in slang newyorchese) avvicina il suo cavallo alla truppa di turisti italiani, si fa fare una foto mentre fuma il sigaro mentre sta in sella e, al momento del commiato, saluta con un «Forza azzurri» che rimbomba lungo le viuzze di Downtown assieme al rumore degli zoccoli.
A New York fa caldo e la gente, un mare di gente, corre per le strade ancora con i vestiti estivi. Sulle poche bancarelle autorizzate a vendere il solito ciarpame turistico vanno forte le magliette con il faccione speranzoso di Obama. In svendita, invece, le spillette di John McCain, uno che ha fatto una discreta figura ma che non poteva opporsi alla corrente violenta della storia. «Se vinceva lui - dice il venditore delle magliette e delle spillette - state certi che qui non si facevano affari e di sicuro non avevate problemi a trovare il New York Times».
A Wall Street, alla chiusura della giornata di Borsa di venerdì, è facile imbattersi in operatori finanziari con gli occhi stralunati. L’ultima volta ha chiuso bene, con un rialzo di quasi tre punti, ma è l’altalena pazzesca dei prezzi, che i tecnici chiamano volatilità, a mettere a repentaglio le coronarie degli investitori. E giusto davanti al New York Stock Exchange qualcuno ha avuto la brillante idea di aprire una grande palestra dove molti operatori vanno a scacciare la paure dandoci dentro su pedali e pesi. L’elezione di Obama ha fatto correre gli indici prima che il voto confermasse le previsioni, poi hanno ricominciato a picchiare verso il basso, ribadendo la saggezza del vecchio adagio «compra sui rumours, vendi sulle notizie».
E la notizia dell’arrivo alla Casa Bianca della speranza non può competere, economicamente parlando, con dei dati che la speranza la cancellano. «L’economia americana - leggiamo sulla copia del New York Times che siamo miracolosamente riusciti a recuperare - ha perso in ottobre altri 240 mila posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione è balzato al 6,5 per cento dal 6,1 che era, il livello più alto dal 1994 in qua. E molti analisti dicono che raggiungerà l’8 per cento per la metà del prossimo anno. Dall’inizio dell’anno un milione e 200 mila persone hanno perso il lavoro, e più della metà si è trovata a casa negli ultimi tre mesi».
«Obama è da qui che deve partire - dice Mike Tabrizi, uno strano iraniano arrivato qui 35 anni fa e che ha avuto l’idea di aprire un’attività di importazione gioielli chiamandola Oro Vicenza -. E non sarà facile cambiare la tendenza. E voi a Vicenza come ve la passate? Lo chiedo perché io, a differenza di una volta, non importo più un pezzo dall’Italia. Peccato, perché l’abilità degli orafi vicentini è indiscussa, ma la burocrazia e l’aspetto fiscale rendono più conveniente mercati come Dubai, come la Turchia. Ricordo con nostalgia quando venivo alle fiere di Vicenza. Le fanno ancora?».
Sì, signor Tabrizi, le fanno ancora, anche se il mercato è quello che è. Meglio tornare a New York e lasciarsi prendere, la sera, dall’orgia di luci che invade Times Square. In cima a tutto campeggia ancora il cartello "Vote" che invita gli americani a recarsi alle urne. Non dice per chi. È superfluo.
