E al Greenwich Village pregano perché «Dio benedica Barack»
Marino Smiderle
da NEW YORK
Alla chiesa metodista del Greenwich Village molte messe vengono celebrate in spagnolo. Gran parte della comunità di fedeli, infatti, viene dal Centro e dal Sud America e si ritrova nel cuore della New York alternativa per pregare. Dicevano, prima dell’elezione di Obama alla presidenza, che gli ispanici non vedevano di buon occhio il candidato di colore e che avrebbero convogliato i voti su McCain.A giudicare dal programma appeso all’esterno della chiesa, mai previsione fu più sbagliata: «Ci troviamo alle 10,30 per pregare insieme affinché il nostro nuovo presidente Barack Obama possa essere assistito dalla benedizione del Signore».
Il vescovo Alfred Johnson e il reverendo Hector Rivera non temono di “schierare" la chiesa metodista del Village. Non temono di essere accusati di “interferenze". Pregano con i fedeli e anche loro offrono un’apertura di credito al presidente venuto dal nulla, sperando magari che, tra qualche anno, possa toccare anche a un ispanico, visto che sono cadute le distinzioni etniche a sono diventati davvero tutti americani, non solo formalmente.
Ma il fatto che Obama sia il comandante in capo di una nazione che, al di là del primato in fatto di integrazione, ha a che fare ogni giorno con problemi legati alle discriminazioni, vere o presunte, induce tutti a guadare avanti con un filo di speranza in più.
Anche se, per esempio, una recente indagine ha dimostrato che qui a New York gli studenti ispanici e afroamericani hanno molte meno probabilità di andare a frequentare le high school (scuole superiori) più qualificate.
Non è tutto oro quel che luccica, insomma.
Cosa cambierà con Obama? «Qualcosa sta già succedendo a livello di rapporti tra singole comunità», ci racconta un amico che l’altro giorno, all’ufficio dell’assistenza sociale è stato testimone di un episodio che la dice lunga di come se la stia passando l’America.
Dunque, un’anziana signora nera si fa portare da un tassista cinese all’ufficio per ritirare il proprio sussidio. La donna non ha soldi ma il patto col tassista è chiaro: ti pago non appena mi danno il sussidio. Succede che la fila è lunga e il tassista si stanca di aspettare, anche perché così perde clienti.
Alla fine di tante lamentele va a chiamare un poliziotto a cui dichiara che la signora in fila per il sussidio non vuole pagare. Il poliziotto è nero, come la signora, ma il suo compito è quello di fare rispettare la legge. E la legge dice che quella corsa in taxi costa dieci dollari.
«Su, signora, paghi», le dice cortesemente il poliziotto. «Certo, non appena mi danno i soldi».
A quel punto, mentre la cosa stava diventando uno spettacolo, dalla fila si stacca un uomo, pure lui nero e, rivolgendosi con disprezzo evidente al cinese, lo liquida: «Quanto ti deve la signora? Dieci dollari? Te ne do quindici a patto che tu te ne vada via di qui e non ti faccia più vedere». Quello prende i soldi e se ne va, senza rendersi conto di aver scavato un fossato tra le due comunità in una nazione che il mondo adesso considera più unita grazie all’arrivo di Obama.
Mica facile destreggiarsi tra queste ataviche diffidenze, specie adesso che l’economia vien giù che è un piacere e che a pagare per primi saranno i più poveri, quelli che si arrabbiano perché il governo liberista di Bush ha deliberato un mastodontico piano di sostegno alle banche e, adesso che Ford e General Motors sembrano sull’orlo della bancarotta, pure alle imprese industriali. La tesi è che così finiscono con l’arricchirsi sempre i soliti speculatori. Sarà, ma senza piano di salvataggio sarebbe andata peggio. E Obama, che farà Obama?
A New York preferiscono lasciarsi cullare dall’entusiasmo e dalla fiducia di aver trovato the right guy, l’uomo giusto, per riproporre un “new New Deal", come lo chiama Paul Krugman, fresco premio Nobel per l’economia. Potremo chiamarlo Franklin Delano Obama?
«Le possibilità di Obama di condurre un new New Deal - sostiene Krugman - dipendono in larga parte dall’efficacia del suo piano economico. I progressisti possono solo sperare che questo piano abbia la necessaria audacia».
Krugman, insomma, invoca un ritorno secco al dirigismo, all’intervento dello stato nell’economia, peraltro già abbozzato, per cause di forza maggiore, dall’Amministrazione Bush. Qualche cambiamento ci sarà senz’altro in economia, mentre per quel che riguarda la questione Iraq e Afghanistan, filtrano voci di conferme per l’attuale capo del Pentagono, Robert Gates, e di un ruolo ancora più rilevante ritagliato per David Petraeus, il generale che ha risollevato le sorti della missione in Iraq.
Per avere successo, comunque, Obama avrà bisogno anche delle preghiera di questa chiesetta del Greenwich Village, piena di fedeli che si aspettano il miracolo.
