venerdì 14 novembre 2008

Viaggio nell'America di Obama/5


I berrettini e le magliette
di McCain scontate al 75%

Marino Smiderle
DA WASHINGTON
Tutti col naso schiacciato sui cancelli della Casa Bianca. E tra i turisti si diffonde una sorta di euforia: eccolo là in fondo, almeno così pare, George Bush che accoglie un uomo alto, gli stringe la mano. «Benvenuto, Barack Obama». Lunedì per la prima volta il presidente eletto degli Stati Uniti è entrato nella Sala Ovale, la stanza dove dal 20 gennaio prossimo comincerà a premere i bottoni per cambiare l’America e, va da sè, pure il mondo.Clic, eccola la foto storica, e vallo a dire poi agli amici che quello là in fondo, vicino alle colonne, è l’uomo nuovo, è l’uomo che ha il copyright del «Yes we can». Ci credano o no, è così. I turisti se ne vanno felici con una foto che verrà messa in cornice, a futura memoria.
Che Washington sia in preda all’Obamamania è un’evidenza che si può recepire in ogni angolo della capitale. Prendi per esempio l’Union Station, la stazione centrale che, più che essere un luogo da cui partono i treni, è un variopinto centro commerciale, custodito da un’architettura monumentale. Bene, i negozi traboccano di magliette di Obama, di spillette risalenti alla campagna elettorale. C’è perfino una t-shirt con incorporato un orologio che va all’indietro, in un ideale conto alla rovescia che si interromperà il 20 gennaio prossimo, quando la Casa Bianca accoglierà stabilmente il suo nuovo inquilino. «Mancano 69 giorni, 23 ore, 34 minuti 45 secondi all’uscita di George Bush da Pennsylvania Avenue», si legge mentre i numeri del display corrono all’indietro in un continuo e spasmodico aggiornamento.
In uno scaffale più nascosto, annunciato da un grande cartello «prezzi scontati del 75 per cento», ci stanno i gadget del team repubblicano, John McCain e Sarah Palin. Berrettini e magliette destinati a finire in qualche scantinato. «Qualcuno si compra ancora certe magliette con la foto della Palin - racconta la commessa di colore che indossa una t-shirt di Obama - forse perché spera di rivederla in corsa tra quattro anni. Per il resto, è solo Obama».
Sul Washington Post, un quotidiano che ha sostenuto fin dall’inizio il senatore dell’Illinois, Howard Kurtz si chiede quanto durerà questa luna di miele tra Obama e i giornalisti. Sì, perché si avverte una dose di eccessiva glorificazione preventiva, accoppiata alla demonizzazione postuma di Bush. Partire con i favori, che spesso scivolano nell’adulazione, dei giornali può essere positivo per un presidente che eredita una situazione pesante, soprattutto per quel che riguarda l’economia. Ma il rischio è che Obama possa essere travolto da questa ondata di popolarità. «Che succederà - si chiede il Washington Post - quando cominceranno ad arrivare le prime critiche?».
Qui di critiche, per ora, non si vede nemmeno l’ombra. Anzi. Proprio davanti al monumento dedicato a Lincoln gli attivisti di Avaaz.org avevano steso un gigantesco pannello su cui chi passa da quelle parti può scrivere un messaggio al nuovo presidente. Bene, ieri era giornata di festa negli States, era il Veteran’s day, la giornata dedicata al ricordo dei caduti in Vietnam: dopo essere passati dal vicino muro nero su cui sono incisi i nomi dei militari morti nel sud est asiatico per le commemorazioni di rito, anche i veterani hanno lasciato il loro messaggio su un altro muro, in questo caso colorato di parole di speranza.
Cambierà qualcosa nei rapporti tra Italia e Usa? Certo, la battuta sull’abbronzatura di Obama fatta da Berlusconi non è parso un buon viatico al cambiamento di amministrazione, ma a Washington non è stato dato peso all’esternazione poco felice. «I rapporti tra Italia e Stati Uniti - ci racconta Marco Randazzo, un funzionario americano del ministero del Lavoro che ha vissuto tanti anni a Vicenza mentre il padre era alla Ederle - sono eccellenti. In questi anni sono stati rafforzati e adesso l’Ambasciata italiana è diventata un punto di riferimento importante. Per dare un’idea, trovare posto ai corsi d’italiano che vengono organizzati da varie istituzioni è diventato un problema. Insomma, qui l’Italia ha un buon nome e non credo che cambierà molto con la nuova amministrazione».
Dalle pareti a vetro della Charlie Palmer’s Steak House, dove Randazzo ci racconta del boom di italianità che è esploso un po’ in tutta Washington, si può ammirare il Campidoglio magicamente velato dalle querce cariche di autunno. Il tutto in coincidenza con l’arrivo di Obama alla Casa Bianca, annunciato dal gran numero di elicotteri che volteggiano sulla capitale. Il cambiamento qui non è una parola vuota. Qui si può toccare, respirare, vedere. L’uomo nero alla Casa Bianca, senza aver ancora premuto un bottone nella Sala Ovale, ha già iniettato nelle vene dell’America quella fiducia che sembrava perduta.