Ma i veterani del Vietnam
hanno votato per McCain
Marino Smiderle
DA WASHINGTON
Al Vietnam Memorial si capisce perché gli Stati Uniti sono veramente uniti. È il giorno del veterano, la festa che la nazione dedica ai caduti nelle tante guerre che ha combattuto. A Washington splende il sole ma il vento gelido che ha spazzato via le nuvole entra nelle ossa e le fa scricchiolare.
Quella del Vietnam è stata forse la guerra più osteggiata, basti ricordare il ’68 e le manifestazioni di protesta fatte anche qui in Usa.
Eppure, a distanza di anni, il rispetto, la stima e il dolore per gli oltre 58 mila connazionali che persero la vita laggiù sono oggi sentimenti condivisi. Certo, le migliaia di veterani che si ritrovano a Washington, davanti al loro monumento, hanno votato per John McCain alle ultime elezioni. Era uno di loro, è rimasto nelle galere del Vietnam per anni ed è logico attendersi una maggiore vicinanza al candidato repubblicano.
Ma non è questo il punto. Il punto è che qui si vedono neri che abbracciano indiani navajos, bianchi che si stringono a ispanici, tutti davvero uniti da un’avventura terribile, è vero, ma che, se non altro, è servita a superare le barriere del razzismo più di tante parolone. «E se Barack Obama adesso è presidente - osserva un veterano della Virginia che indossa con orgoglio il giubbotto del suo reggimento - il merito un po’ è anche nostro che pure stavolta abbiamo votato McCain».
Al Vietnam Memorial, nel giorno dei veterani, si parla di Obama con rispetto ma senza la retorica che, volenti o nolenti, sta circondando l’arrivo del nuovo presidente in ogni angolo della città che ha registrato la più alta percentuale di consensi nei suoi confronti. Una città, Washington, e uno stato, il Distretto di Columbia, che adesso si attendono una ricompensa pratica. Questa circoscrizione, chiamiamola così, che è DC è l’unica a non avere deputati che la rappresentino al Congresso. O meglio, ci sono alcuni delegati che possono assistere ai lavori ma che non hanno diritto di voto.
Lo slogan “No taxation without representation” (Nessuna tassa senza rappresentanza politica), coniato dal reverendo Jonathan Mayhew a Boston nel 1750 e usato dai primi stati americani per protestare contro l’oppressione tributaria degli inglesi, qui a Washington è capovolto: “Taxation without representation”. Obama, per ringraziare i residenti di DC che gli hanno assegnato una straordinaria maggioranza, potrebbe avviare un processo volto a colmare questa lacuna.
Intanto, cresce la febbre per il giorno del suo giuramento. Ai deputati del Congresso, che hanno la facoltà di distribuire i tagliandi di ingresso al pubblico, sono arrivate in questi giorni centinaia di migliaia di richieste.
Ovviamente non potranno essere esaudite tutte e al Congresso c’è chi si inventa sistemi originali, tipo le lotterie, per non fare differenze.
La senatrice Dianne Feinstein, una democratica della California, presiede il Comitato del Congresso per le cerimonie inaugurali. Bene, immaginando la folla delle grandi occasioni che si riverserà su Washington in quel giorno, ha avvertito gli americani intenzionati a raggrupparsi lungo il Mall, il viale principale della capitale, per vedere lo storico cambio. «Quel giorno farà molto freddo - ha detto al Washington Post - e gli hotel sono già esauriti». Insomma, se state a casa è meglio.
Ma non sarà così. Ormai l’Obamamania ha travolto tutto e tutti. Compresa la sanità mentale di molti genitori, a giudicare dall’esplosione del numero di neonati a cui è stato imposto il nome di Barack e, in alcuni tragici casi, del nome Barackobama tutto attaccato.
Considerata la popolarità del nuovo presidente, Norton, un delegato democratico di DC, ha suggerito a Obama di aggiungere altri eventi inaugurali, lontani dal Mall, in modo da dare a più persone l’illusione di entrare personalmente nella storia il 20 gennaio prossimo, giorno dell’entrata alla Casa Bianca del nuovo comandante in capo.
Non è mai capitato che per la cerimonia inaugurale di un presidente ci fosse tale entusiasmo, neanche fosse la finale del Super Bowl. A Washington si parla già di tutto esaurito per quello che si annuncia l’evento che porterà nella capitale il maggior numero di persone di sempre.
Probabilmente tra queste non ci saranno i veterani arrivati in questi giorni col pullman da tutte la parti del Paese. Loro hanno già scritto una pagina di storia e, nonostante tutto, anche quell’America che non ha condiviso la guerra in Vietnam, e che non condivide la guerra in Iraq, fa di tutto perché quella pagina, per quanto oscura, non venga cancellata dalla memoria. Sono morti in 58 mila e chi è restato vorrebbe che non fossero morti per niente.
A confortarli ci pensa quel signore che, insieme alla moglie, vende hot dog in fondo al parco. I veterani scuciono due dollari e mangiano, seduti sulle panchine. Il venditore di hot dog è un vietnamita e anche per lui questo è un giorno di festa.
