L’America del cambiamento
si ritrova alla Darlington House
Marino Smiderle
DA WASHINGTON
L’America che ha previsto, commentato e sostenuto il cambiamento si ritrova alle sette della sera alla Darlington House di Dupont Circle, il quartiere più elettrizzante di Washington. Per Richard Bilotti, editore del quotidiano The Trenton Times, è una giornata speciale: a mezzogiorno è uscito dal suo ufficio al giornale per l’ultima volta e questa è la sua prima serata da pensionato.Il suo giornale, voce autorevole del New Jersey, ha sostenuto Barack Obama fin dalle primarie democratiche, quando infuriava la battaglia con Hillary Clinton, e adesso si ritrova a celebrare, in un colpo solo, il pensionamento suo e quello dell’amministrazione Bush. A organizzare la festicciola è stata Diane Colasanto, nel board dei direttori della Princeton Survey Research Associates International (Psrai), una società molto quotata nel settore dei sondaggi.
Al tavolo c’è anche il presidente e fondatore della Psrai, Andrew Kohut, che per inciso è il marito di Diane Colasanto: dopo Obama, è lui il grande vincitore di queste ultime elezioni perché il suo sondaggio è stato quello che ci ha preso in pieno. E per ultimo arriva la star della serata, Al Kamen, columnist del Washington Post dove tiene la rubrica “In the Loop", molto letta e temuta dagli ambienti della politica. Ironia della sorte, mentre a tavola si cerca di disegnare a parole il futuro dell’America, fuori il traffico viene bloccato per qualche minuto per far passare un’auto con a bordo il presidente Bush, preceduta e seguita da uno stuolo di mezzi della polizia. Sono gli ultimi fuochi di una stagione che gli elettori hanno voluto spegnere. La fiducia nel futuro si legge negli occhi scintillanti di questi tre attori principali del mondo dell’informazione statunitense.
«Ma lo sapete - attacca Kamen - cosa mi ha fatto capire che questa è stata proprio una svolta epocale? La notte del 4 novembre, quando sono uscito dal giornale, ho trovato una fila interminabile di persone che aspettava di acquistare la copia del Washington Post col titolo, diventato ormai famoso, “Obama makes history". Ecco, vedendo tutta quella gente, tutto quell’entusiasmo, ho capito che eravamo davvero davanti a qualcosa di grande». Certo, ma non c’è il rischio che la stampa americana, schierata massicciamente con Obama, perda un po’ il ruolo di guardia del potere che l’ha sempre caratterizzata? «Oh no - risponde Kamen - io ho già cominciato a mandare qualche bordata a Obama. Non gli faremo sconti, questo può scordarselo. Ma non possiamo neanche nascondere l’entusiasmo che lo circonda. I giornali si limitano a registrarlo, non lo inventano». Già, i giornali. Quanto hanno contato i giornali nell’elezione di Obama?
«Poco - risponde Kohut, il mago dei sondaggi -. In questa elezione sono stati fondamentali i blog e, in genere, tutta la rete. In altri tempi Obama avrebbe potuto essere stritolato dai giornali, stavolta il mondo di internet è stato decisivo per garantirne il successo».
Nemmeno Bilotti si illude di aver influenzato il voto con l'endorsement dato a Obama dal Trenton Times. «Io credo che la carta stampata stia perdendo posizioni ogni giorno che passa - osserva l’ex editore del quotidiano del New Jersey - cito il caso del mio giornale, ma potrebbe essere replicato per molti altri. Nel 2000 vendevamo oltre 100 mila copie al giorno, oggi siamo a 55 mila. Il fatto è che gran parte dei nostri lettori ha più di 65 anni e, a voler essere sincero, non sono molto ottimista per il futuro. O meglio, lo sono per l’America perché ritengo Obama una persona capace, in grado di affrontare gli enormi problemi, specie di tipo economico, che ha davanti, ma non lo sono per i giornali. La generazione che avanza non li leggerà più».
La conversazione è interessante ma, a un certo punto, le domande cominciano a farle questi mostri sacri del giornalismo Usa. E possono essere riassunte in una parola: Italia. Già, perché tanto Colasanto quanto Bilotti hanno evidenti origini italiane.
«E io ho voluto frequentare i corsi d’italiano - dice con un italiano, appunto, perfetto - perché voglio rispolverare le mie radici, le mie origini. Sono andata anche a Terlizzi, da dove sono partiti i miei, per capire di più».
«Nel New Jersey - ricorda Bilotti - Finmeccanica ha investito oltre 5 miliardi di dollari per acquistare una società Usa e cominciare a produrre qui. La qualità italiana è molto apprezzata». I parenti lontani di Kohut, invece, vengono dalla Basilicata («L’ho trovata un po’ dura...»), mentre Kamen è reduce da uno splendido viaggio nel meridione.
«Credo però - azzarda Kohut - che in questo momento l’Italia sia il Paese più immobile dell’Europa». A Dupont Circle la notte torna a fare faville, e pazienza se Wall Street continua a scricchiolare. Qualcuno comincia a pensare che Obama sia provvisto di bacchetta magica. Risolverà lui tutti i problemi? Difficile. In ogni caso, se mai ce l’avesse, usi quella bacchetta anche per dare un segno all’Italia.
