venerdì 29 febbraio 2008
La Mela emozionante

INCONTRI. STASERA L’AUTORE A VALDAGNO
Le emozioni Apple
che fabbricano sogni
di Marino Smiderle
L’orgoglio di essere una minoranza elitaria, un’avanguardia estetico-pratica dell’informatica. È questo che fa del popolo di Apple un fenomeno da studiare, da discutere, a partire da un dato che sembrerebbe confutare quest’aura di meraviglia che circonda il mondo creato da Steve Jobs: «Secondo una ricerca pubblicata nell’ottobre 2007 da Altroconsumo, i clienti di Apple che utilizzano un Mac da scrivania sono circa il 3 per cento di tutto il mercato italiano e quelli che usano un laptop con la mela sono l’1,5 per cento».
Lo scrive Antonio Dini nell’introduzione al suo Emozioni Apple, fabbricare sogni nel XXI secolo (edizioni Il Sole 24 Ore), il libro che lo stesso autore presenterà stasera alle 20,30 a palazzo Festari, a Valdagno, nell’ambito del ciclo di incontri promosso da Martini Drapelli Network.
Dunque, a dispetto dei numeri, la Mela non è già stata mangiata da Windows. Anzi, Windows c’è solo perché c’è stata la Mela. Il segreto di Apple, e dei primi computer Macintosh, a partire dal 1984, anno orwelliano echeggiato dai primi spot, è quello di aver trasformato i clienti in fan, gli utilizzatori in utenti esclusivi. Primo motivo: la facilità d’uso del prodotto; secondo motivo, l’impossibilità di farne a meno una volta catturati dal sorrisino che accende il computer.
Ovvio, di strada da allora Apple ne ha fatta parecchia, ha resistito al dominio commerciale del sistema Microsoft (che per avere successo ha dovuto "copiare" le invenzioni dell’azienda di Cupertino) e si è trasformata in una società geniale in grado di unire l’indubbia potenza tecnologica all’incredibile capacità di cambiare lo stile di vita di un’intera generazione. Parole grosse? Basta dire iPod, e ci siamo capiti. Dini ha riassunto bene il concetto nel titolo: fabbricare sogni nel XXI secolo. Perché l’arido mercato, in fondo, vive di sogni.
giovedì 28 febbraio 2008
Strigliate aeree
Verso il voto. L’ex sindaco vorrebbe maggior decisione nella scelta dei candidati ma il governatore si arrabbia
Hüllweck impaziente col Pdl?
E Galan lo striglia al cellulare
Marino Smiderle
inviato a BRUXELLES
Il vocione di Giancarlo Galan spaventa la hostess che sta al bancone della Brussels Airlines. «Il signore è troppo agitato, non può salire a bordo dell’aereo. Lei lo conosce?». «Tranquilla, non c’è problema, una normale discussione», la rassicura l’on. Lia Sartori. Intorno gli altri viaggiatori osservano e, soprattutto, ascoltano l’animata conversazione telefonica del governatore del Veneto. Chi sta all’altro capo del telefono non se la passa benissimo. Dire che è una lavata di capo è dire poco. Strigliata forse è un termine più appropriato, ma non rende ancora l’idea. «Guarda che questa è una squadra, non ti permettere di fare uscite del genere che fai del male al partito e a te stesso».
Questa è la traduzione libera, e mondata dagli aggettivi, come dire, coloriti pronunciati in un momento di tensione. La domanda è: chi è quel disgraziato che si prende la mega strigliata dal governatore? Risposta: il sindaco, anzi, l’ex sindaco di Vicenza, Enrico Hüllweck, reo di aver mostrato pubblicamente impazienza e insofferenza di fronte all’incertezza del Pdl nell’indicare il candidato per palazzo Trissino.
Si facesse i cavoli propri, deve aver pensato Galan, che non ha mancato di farlo sapere a Hüllweck. Già, peccato che Hüllweck stia aspettando, con per nulla celata ansia, di conoscere quale sarà il suo destino nella lista che il Pdl sta preparando per Roma, destinazione Camera o Senato. L’ansia dell’ex primo cittadino sta tutta nella scelta che farà l’on. Lia Sartori: correrà per fare il sindaco di Vicenza o traslocherà da Bruxelles a Roma?
È questo il rovello che angustia il centrodestra vicentino e che urta la suscettibilità di Galan. La presentazione della mostra su Palladio (un successo) può essere considerata un po’ l’addio in grande stile dell’on. Sartori alla sua esperienza politica europea. Qualcuno pensava che approfittasse di questa visibilissima occasione per annunciare le proprie intenzioni e invece si è presa ancora qualche giorno. Ma allora, Vicenza o Roma?
Il termine ultimo sarebbe il 9 marzo. «Ma credo che tra un paio di giorni tutto sarà risolto», sostiene Galan un paio d’ore dopo la sfuriata al guastatore Hüllweck. L’interessata ha sempre detto che non sarà una scelta solo sua: «Valuteremo insieme a Giancarlo e poi decideremo».
Il punto è che il governatore è combattuto. Da un lato vorrebbe far contare di più il Veneto (e pure il Vicentino) a Roma e, accanto all’assessore Gava, Galan vedrebbe benissimo la Sartori con un incarico di governo, diciamo un sottosegretariato importante. Dall’altra parte un sindaco di Vicenza in grande sintonia con la Regione aiuterebbe molto.
Se i politici vicentini che hanno partecipato alla missione palladiana di Bruxelles fossero dei bookmaker, la Sartori candidato sindaco non la quoterebbero neppure, visto che la danno per certa. Attilio Schneck, presidente leghista della Provincia, pensa che sia la soluzione più ovvia per il centrodestra e, sotto sotto, archivia con soddisfazione il fatto che, in caso di vittoria, a palazzo Trissino e a palazzo Nievo ci sarebbero due thienesi. Non che questo deponga a favore della classe politica cittadina, ma tant’è, i tempi sono questi.
Quel che è certo è che i programmi della Sartori sono un po’ complicati dalla probabile vittoria di Achille Variati alle primarie del centrosinistra vicentino che, contrariamente al new deal veltroniano, marcia in compagnia della sinistra radicale con buone entrature nel movimento No Dal Molin. Il problema, anzi i problemi sono che al centrodestra c’è un Cicero accreditato di un 4-5 per cento, un Udc che non si sa bene da che parte starà e un Pdl in fase di gestazione: insomma, la vittoria è meno certa di quel che si possa pensare. Per questo la Sartori medita.
Hüllweck impaziente col Pdl?
E Galan lo striglia al cellulare
Marino Smiderle
inviato a BRUXELLES
Il vocione di Giancarlo Galan spaventa la hostess che sta al bancone della Brussels Airlines. «Il signore è troppo agitato, non può salire a bordo dell’aereo. Lei lo conosce?». «Tranquilla, non c’è problema, una normale discussione», la rassicura l’on. Lia Sartori. Intorno gli altri viaggiatori osservano e, soprattutto, ascoltano l’animata conversazione telefonica del governatore del Veneto. Chi sta all’altro capo del telefono non se la passa benissimo. Dire che è una lavata di capo è dire poco. Strigliata forse è un termine più appropriato, ma non rende ancora l’idea. «Guarda che questa è una squadra, non ti permettere di fare uscite del genere che fai del male al partito e a te stesso».
Questa è la traduzione libera, e mondata dagli aggettivi, come dire, coloriti pronunciati in un momento di tensione. La domanda è: chi è quel disgraziato che si prende la mega strigliata dal governatore? Risposta: il sindaco, anzi, l’ex sindaco di Vicenza, Enrico Hüllweck, reo di aver mostrato pubblicamente impazienza e insofferenza di fronte all’incertezza del Pdl nell’indicare il candidato per palazzo Trissino.
Si facesse i cavoli propri, deve aver pensato Galan, che non ha mancato di farlo sapere a Hüllweck. Già, peccato che Hüllweck stia aspettando, con per nulla celata ansia, di conoscere quale sarà il suo destino nella lista che il Pdl sta preparando per Roma, destinazione Camera o Senato. L’ansia dell’ex primo cittadino sta tutta nella scelta che farà l’on. Lia Sartori: correrà per fare il sindaco di Vicenza o traslocherà da Bruxelles a Roma?
È questo il rovello che angustia il centrodestra vicentino e che urta la suscettibilità di Galan. La presentazione della mostra su Palladio (un successo) può essere considerata un po’ l’addio in grande stile dell’on. Sartori alla sua esperienza politica europea. Qualcuno pensava che approfittasse di questa visibilissima occasione per annunciare le proprie intenzioni e invece si è presa ancora qualche giorno. Ma allora, Vicenza o Roma?
Il termine ultimo sarebbe il 9 marzo. «Ma credo che tra un paio di giorni tutto sarà risolto», sostiene Galan un paio d’ore dopo la sfuriata al guastatore Hüllweck. L’interessata ha sempre detto che non sarà una scelta solo sua: «Valuteremo insieme a Giancarlo e poi decideremo».
Il punto è che il governatore è combattuto. Da un lato vorrebbe far contare di più il Veneto (e pure il Vicentino) a Roma e, accanto all’assessore Gava, Galan vedrebbe benissimo la Sartori con un incarico di governo, diciamo un sottosegretariato importante. Dall’altra parte un sindaco di Vicenza in grande sintonia con la Regione aiuterebbe molto.
Se i politici vicentini che hanno partecipato alla missione palladiana di Bruxelles fossero dei bookmaker, la Sartori candidato sindaco non la quoterebbero neppure, visto che la danno per certa. Attilio Schneck, presidente leghista della Provincia, pensa che sia la soluzione più ovvia per il centrodestra e, sotto sotto, archivia con soddisfazione il fatto che, in caso di vittoria, a palazzo Trissino e a palazzo Nievo ci sarebbero due thienesi. Non che questo deponga a favore della classe politica cittadina, ma tant’è, i tempi sono questi.
Quel che è certo è che i programmi della Sartori sono un po’ complicati dalla probabile vittoria di Achille Variati alle primarie del centrosinistra vicentino che, contrariamente al new deal veltroniano, marcia in compagnia della sinistra radicale con buone entrature nel movimento No Dal Molin. Il problema, anzi i problemi sono che al centrodestra c’è un Cicero accreditato di un 4-5 per cento, un Udc che non si sa bene da che parte starà e un Pdl in fase di gestazione: insomma, la vittoria è meno certa di quel che si possa pensare. Per questo la Sartori medita.
Palladio europeo
PRESENTAZIONI. AL PARLAMENTO L’INCONTRO GUIDATO DALLA PRESIDENTE DEL CENTRO DI ARCHITETTURA DI VICENZA, LIA SARTORI, CON IL GOVERNATORE GALAN
L’EUROPA
S’INCHINA
A PALLADIO
Marino Smiderle
INVIATO A BRUXELLES
Il viavai multinazionale che anima i corridoi del parlamento europeo di Bruxelles rallenta, quasi si ferma, di fronte a quelle colonne. Sono colonne di cartone, colonne in fotografia che però hanno qualcosa di familiare. E così il deputato danese entra a dare un occhio a quella che si rivela essere una piccola mostra di belle foto dedicate ad alcuni dei più significativi progetti palladiani, tramutati in ville e palazzi nel Vicentino e in Veneto. Passa un collega inglese e non può non seguire l’istinto estetico che lo spinge a fermarsi e ad ammirare.
«Come mai questa mostra?», si chiedono i parlamentari europei. La risposta è un numero, 500, gli anni dalla nascita dell'architetto degli architetti, come lo definisce Howard Burns, presidente del consiglio scientifico del Cisa, nella breve conferenza stampa che precede la lectio magistralis. Sì, cinque secoli bastano e avanzano per giustificare l’apertura in pompa magna a Bruxelles, nel cuore di un’Europa che pure non basta a contenere i confini dell’ispirazione regalata da Palladio in tutti questi secoli, dell’anno celebrativo. La coincidenza di avere un presidente del Cisa, Lia Sartori, che è anche europarlamentare, aiuta parecchio a rilanciare a livello internazionale l’evento degli eventi, la mostra dedicata al cinquecentenario del Palladio che sarà inaugurata a Vicenza il 20 settembre prossimo e che resterà aperta fino al 6 gennaio del 2009.
Vicenza e il Veneto vanno giustamente orgogliosi di questo illustre protagonista rinascimentale e per questo ieri a Bruxelles sono arrivati il presidente della Regione, Giancarlo Galan, e quello della Provincia di Vicenza, Attilio Schneck (insieme al suo vice Dino Secco), quali rappresentanti delle istituzioni col dna palladiano. Guidati, ovviamente, dalla padrona di casa (è europarlamentare da nove anni) Lia Sartori. Insieme a loro altri rappresentanti di istituzioni, categorie e sostenitori del Cisa come Dino Menarin (Camera di commercio), Giuseppe Sbalchiero (Assoartigiani), Roberto Ditri (amministratore delegato della Marelli Motori, tra gli sponsor del Cisa) e molti altri ancora.
«Il ricordo non è il culto della cenere - ha detto Guido Beltramini, direttore del Cisa, citando Mahler - ma la memoria del fuoco. Ed è questo il senso delle iniziative che, come Cisa, abbiamo ritenuto di dover avviare in questa occasione. Perché sono passati 500 anni ma Palladio non può certo essere ricordato come un qualcosa che è stato: la sua influenza è più viva cha mai e la grandiosità della mostra itinerante che inaugureremo a Vicenza lo dimostrerà».
Già, la mostra itinerante. Dopo Vicenza approderà alla Royal Academy of Arts di Londra (dal 31 gennaio al 13 aprile 2009), e poi, a settembre 2009, negli Stati Uniti, probabilmente alla National Gallery di Washington. «La mostra non è l’unica cosa che faremo - aggiunge Beltramini -. Ci sarà anche, dal 5 al 10 maggio, un simposio che vedrà riuniti a Padova, Vicenza, Venezia e Verona tutti gli esperti mondiali di Palladio. L’occasione per ripensare al ruolo di questo grande architetto e all’influenza che ha avuto in tutta la storia dell’ architettura».
In un’aula di commissione del parlamento europeo per un giorno la politica lascia spazio alla cultura e alla storia. Burns, per dire, ricorda che Palladio «ha democratizzato» l’architettura, nel senso che non si è concentrato solo su grandi palazzi reale o grandi chiese, ma si è preso l’incarico di costruire case il più possibile in sintonia con lo spirito (e ovviamente anche con il portafogli) del committente.
Emozionate e orgogliose di essere state chiamate a bordo di quest’avventura celebrativa, Mary Anne Stevens e Irena Murray hanno ricordato il ruolo decisivo svolto dal Palladio nell’architettura britannica. La Stevens, presidente della Royal Academy of Arts di Londra, è stata ben lieta di dare ospitalità alla mostra, mentre la Murray. direttrice della biblioteca del Royal Institute of British Architects, è stata una delle principali fornitrici del materiale.
Gran parte degli 80 disegni autografi del Palladio provengono infatti da Londra. «Fu Inigo Jones ad acquistare da Scamozzi questi disegni - ricorda Irena Murray - ed è per questo che l’Inghilterra oggi detiene questo preziosissimo archivio».
Archivio che tornerà a Vicenza, per oltre tre mesi, il 20 settembre e che potrà così essere ammirato, con devozione e un pizzico di rimpianto (ma gli inglesi lo hanno conservato perfettamente), dai conterranei del Maestro.
Le immagini
di Guidolotti
e la cucina
di Gianello
Le immagini di Pino Guidolotti sono un’esca perfetta. Pochi scatti, ma illuminanti, capaci di cogliere l’emozione sprigionata da una Basilica Palladiana o da una delle tante ville sorprese dall’estro del fotografo milanese. Questo è il primo impatto di Palladio a Bruxelles.
UN PO’ DI EVASIONE. Ma oltre al sacro, c’è pure il profano. Perché la missione vicentina nella capitale dell’Unione europea vuole unire l’arte al turismo, la cultura allo svago. Difficile, quasi impossibile, e magari pure "criminale" per i puristi del settore, cercare di volgarizzare Palladio. Però 500 anni sono un’età che non si festeggia tutti i giorni, e così spazio anche alle diavolerie di internet.
L’assessore provinciale all’Innovazione, Andrea Pellizzari, per esempio, si è messo a smanettare su Second Life e dagli schizzi originali del Palladio ha ricostruito, tra gli altri, palazzo Barbaran Da Porto, sede del Cisa, e lo ha pure popolato di avatar familiari quali Lia Sartori. E ha chiamato il tutto Park Palladio. «È un modo per far partecipi di questa grande ricorrenza - ha spiegato Pellizzari - i tanti giovani che bazzicano da queste parti della rete e che magari vengono incuriositi da questi capolavori ricreati per gli internauti».
«Mancavo da Bruxelles da tanto tempo - ha detto il governatore Giancarlo Galan - ma non potevo non venire in un’occasione importante come questa presentazione».
UNA MEGA CENA. E in serata, in onore di Palladio, mega cena vicentina al parlamento europeo, con la regia del Consorzio turistico Vicenza è, presente a Bruxelles col consigliere delegato Vladimiro Riva, e l’arte culinaria di Enzo Gianello.MA.SM.
domenica 24 febbraio 2008
Francobolli titanici
La filatelia
lega l'arte
alla finanza
Marino Smiderle
INVIATO A SAN MARINO
La strada che sale verso la Rocca pare condurre in un tempo lontano. E passeggiando per il cuore della Città di San Marino ti aspetteresti di imbatterti in qualche artista rinascimentale. Altro stato, altro mondo, altro tempo. A palazzo Begni, sede della Segreteria di Stato agli Affari Esteri della repubblica più antica del mondo, l’artista rinascimentale non c’è ma, quasi fosse una seduta spiritica, quelle pareti ispessite dai secoli paiono rievocare la magia del Cinquecento. E, come d’incanto, scivola sul tavolo la bozza di un francobollo "griffato" dal Crocifissione di Giovanni Bellini.
Anche il francobollo, in sè, è ormai un oggetto di modernariato, spodestato dalla più pratica (ma senz’anima) email. Ma per la Banca Popolare di Vicenza e la Repubblica di San Marino diventa invece l’occasione di unire indissolubilmente l’arte all’economia, in un matrimonio d’interesse a cui sono invitati tutti gli appassionati delle opere d’arte che l’istituto presieduto da Gianni Zonin ha riportato a casa in 12 anni di inseguimenti e di investimenti. Mercoledì a Roma verrà inaugurata, a palazzo Ruspoli, la tanto attesa mostra Capolavori che ritornano, con i preziosi dipinti della collezione del Gruppo Banca Popolare di Vicenza e ieri, a San Marino, c’è stato un gustosissimo aperitivo, con la presentazione dei quattro francobolli che l’azienda filatelica ha dedicato a quattro opere che saranno esposte: la Crocifissione di Giovanni Bellini, la Madonna con Bambino e San Giovannino di Jacopo da Bassano, Venere e Amore di Gian Antonio Pellegrini e Testa di vecchio di Giandomenico Tiepolo.
«Questa è un’iniziativa di grande valore - ha spiegato con soddisfazione Fiorenzo Stolfi, segretario di stato agli Esteri di San Marino -. I francobolli sono i nostri migliori ambasciatori e il contatto con la Bpvi ci dà l’occasione per apprezzare la meritoria attività dell’istituto nella ricerca e nell’acquisizione di molte opere che sarebbero rimaste lontane dal proprio territorio d’origine. L’emissione filatelica anticipa di pochi giorni la grande mostra romana e, ora posso dirlo ufficialmente, la mostra che terremo qui a San Marino, al museo di San Francesco, e che ospiterà tre dipinti gentilmente prestati dalla Bpvi».
«Sì, questa piccola ma preziosissima mostra - ha aggiunto Francesca Michelotti, segretario di stato alla Cultura - resterà aperta la prossima estate e i turisti che passeranno per San Marino avranno un motivo in più per fermarsi sul Titano».
«Sono io che ringrazio voi - ha detto Gianni Zonin - per l’opportunità che date al nostro istituto di valorizzare ulteriormente il patrimonio artistico che Banca Popolare di Vicenza, Cariprato e Banca Nuova hanno costituito in questi anni. Non posso che apprezzare il lavoro svolto dall’arch. Valerio Pradal che, con la consulenza del nostro consigliere Maurizio Stella, ha saputo realizzare quattro splendidi francobolli. Al di là delle opere che ci siamo trovati in casa acquistando Cariprato, il cda della Bpvi cominciò a portare avanti una ponderata politica di investimento in arte 12 anni fa. Da allora abbiamo messo insieme un patrimonio significativo, con alcune eccellenze, vedi la Crocifissione del Bellini, che ci hanno indotto a progettare la grande mostra Capolavori che ritornano. I quattro francobolli emessi dall’azienda filatelica di San Marino sono un po’ la ciliegina sulla torta che valorizza ulteriormente una collezione di cui andiamo molto orgogliosi».
Francobollo e arte, binomio perfetto? «La filatelia sammarinese - risponde Stefano Macina, segretario di stato per le Finanze - ha sempre posto in primo piano la missione di fare del francobollo un veicolo di cultura capace di diffondere, attraverso il suo viaggiare, i valori immortali che l’arte ci trasmette».
Anonimo veneziano
Com'è morto davvero Richard Gaynor, il 23enne inglese trovato nella laguna veneziana la notte di San Valentino? Un anonimo veneziano si autoaccusa: "Sono stato io". Sarà vero?
venerdì 22 febbraio 2008
Tipini Fini

VERSO IL VOTO. Il numero due del Pdl è intervenuto ieri al workshop della fondazione “Farefuturo” in Assindustria. «Veltroni? È come il mago Houdini»
E Fini lancia
Conte sindaco
«Ottima idea»
di Marino Smiderle
Gianfranco Fini arriva e si trova davanti a una platea stufa di immobilismo e allergica alle promesse. Il nome della fondazione che presiede il leader di Alleanza nazionale sarebbe anche incoraggiante, Farefuturo, se non fosse che per gli imprenditori vicentini la parola futuro è diventata quasi incomprensibile, lontana e, comunque, non associata all’Italia, paese con un grande avvenire dietro alle spalle. A palazzo Bonin Longare, sede dell’Associazione industriali che ospita l’incontro, non c’è nessuno disposto a fare sconti.
«Capisco bene lo stato d’animo degli imprenditori vicentini - attacca Fini - e capisco anche la loro insofferenza, specie dopo quasi due anni di governo Prodi. Di nuovo c’è che, nonostante la legge elettorale sia rimasta inalterata, la politica ha saputo dare il via a una semplificazione di sigle, a un progetto di chiarezza tra partiti».
Popolo delle libertà e partito democratico, eccoli i due grimaldelli studiati per aprire la porta delle grandi riforme. Basteranno? «Gli osservatori attenti - dice Fini - hanno messo in evidenza il fatto che i due schieramenti hanno molte vicinanza nei programmi. È vero, è così, ma io non lo vedo come un fatto negativo. Dimostra che l’Italia sta diventando una democrazia dell’alternanza».
Oddio, qualcuno pensa invece che possa diventare la democrazia dell’inciucio, del governissimo. «No, piano - obietta - c’è una grande differenza tra la copia e l’originale. Veltroni è come il mago Houdini, bravissimo a fare sparire dalla memoria della gente che al governo, fino a ieri, c’è stato Prodi col partito democratico. Di più, vorrebbe far credere che al governo sono sempre stati Fini e Berlusconi. Se siamo tornati indietro, la colpa è di chi ha guidato il paese, cioè di chi Veltroni ha reimbarcato nelle proprie liste».
Beh, ha preso anche il giovane Colaninno e ha chiesto ufficialmente anche a Massimo Calearo Ciman, presidente di Assindustria Vicenza e di Federmeccanica, di candidarsi in Veneto. «Lui tenta di puntare al nord in modo diverso. Ma se penso che, seguendo la logica-Crozza, il leader del Pd mette in lista Colaninno ma anche il sopravvissuto del rogo alla Thyssen, con tutto il dovuto rispetto a chi ha vissuto quel dramma, mi pare che abbia una concezione del lavoro un po’ datata».
Il portavoce Andrea Ronchi gli porta una cartellina con dentro la rassegna stampa delle ultime traversie di An a Vicenza, con dimissioni a getto continuo, con assessori che escono dal partito per presentare liste civiche e col deputato locale (Giorgio Conte) che dialoga col segretario provinciale (Sergio Berlato) solo alla presenza dell’avvocato. «Io credo - commenta Fini - che, senza entrare nel merito della questione, la nascita del nuovo partito potrebbe rivelarsi la medicina migliore per superare queste beghe da cortile. Anche perché, qualora Vicenza continuasse su questa strada, più che perdere consiglieri, in futuro rischiamo di perdere elettori».
Certo che, se si aspetta ancora un po’ ad annunciare il nome del candidato sindaco per Vicenza, i rischi aumentano. Non è che Fini abbia già parlato con Berlusconi e Bossi e, nella logica del nuovo Pdl, il nome giusto sia già stato scelto? «No, a livello locale il nuovo Pdl deve distinguersi per il metodo. Indipendentemente dalla provenienza partitica, bisogna scegliere il candidato migliore. Se lo chiede a me, io potrei rispondere che Giorgio Conte sarebbe un ottimo candidato. Ma aspettiamo di confrontarci con le altre anime del Pdl e al termine valuteremo».
E a proposito di candidature, ora che ci sono le politiche in vista, la corsa al posto privilegiato in lista è feroce. E se Veltroni mette Colaninno e l’operaio della Thyssen, Berlusconi pare intenzionato a portare a Montecitorio una ventina di soubrette. «Sono giornalista anch’io - ride Fini - e so che il giornale si chiama così perché dura un giorno. A questo proposito credo si stiano dicendo e scrivendo un bel po’ di sciocchezze». E lo dice mentre Giorgio Conte, deputato uscente e aspirante al rientro, tira un sospiro di sollievo.
E Calearo rifiuta le offerte del Pd
«Ringrazio chi mi ha chiesto di candidarmi ma io ho altre idee»
Tu guarda i casi della vita. Fini viene a fare visita ad Assindustria Vicenza proprio nel giorno in cui rimbalza la notizia che al suo presidente, Massimo Calearo Ciman, è stata offerta una candidatura alle prossime elezioni politiche dal partito democratico. Imbarazzo generale? Macché, ci pensa lo stesso Calearo a disinnescare la bomba del giorno. «Ci manca solo la sinistra arcobaleno di Bertinotti e la destra di Storace - afferma Calearo Ciman - poi le opportunità di scelta sarebbero complete. Avrei avuto anche la possibilità di optare per correre da sindaco».
In campagna elettorale, sono cose che succedono. Più imprenditori del Nord Est infila in lista, più benemerenze (e forse anche voti) si conquista tra l’elettorato finora meno generoso col centrosinistra. Il punto, però, è un altro: che fa Calearo Ciman? Accetta.
«Sentiamo quel che mi propone Fini», scherza il padrone di casa. Poi si fa più serio e precisa: «Io non posso che ringraziare tutti coloro che mi hanno chiesto di candidarmi, ai quali, per la verità non ho ancora dato risposta. La verità è che io ho altri programmi, ho altre idee per la testa».
Non spiega quali siano, ma non ci vuole un genio per intuirlo. Emma Marcegaglia sta per prendere il testimone da Luca di Montezemolo quale presidente di Confindustria e a Calearo Ciman non dispiacerebbe poter continuare il lavoro in quella che ritiene ormai casa propria, specie dopo i difficili ma stimolanti anni passati alla guida di Federmeccanica. Ci sono in ballo le vicepresidenze nazionali di viale dell’Astronomia e al presidente uscente di Assindustria Vicenza (il mandato gli scade a maggio) dovrebbe spettare un posto in rappresentanza del Veneto. Il problema è che a queste cariche non ci si candida ma si viene scelti, e Calearo Ciman non vuole forzare la mano alla Marcegaglia e nemmeno urtare gli equilibri delle altre territoriali del Veneto.
Il tutto mentre lunedì prossimo la giunta di Assindustria Vicenza dovrebbe dire qualcosa di più sul successore di Calearo. In corsa ci sono Roberto Zuccato, Susanna Magnabosco e Adamo Dalla Fontana, con il primo che, dopo le prime consultazioni, è dato in vantaggio.
È chiaro che voci di candidature politiche in questo momento suonano di disturbo in un mondo, quello confindustriale, che ha sempre fatto dell’autonomia il punto più importante e che non vede di buon occhio interferenze di alcun genere. Anche per questo, pur grato per l’attenzione, Calearo Ciman ha risposto picche.
mercoledì 20 febbraio 2008
La salvezza al supermercato

INTERVISTA A SERGIO CASSINGENA
di Marino Smiderle
Sisa è un’idea vincente
Ma la gente fa debito anche per fare la spesa
Tir che vanno, tir che vengono. Al centro di distribuzione Sisa di Grisignano di Zocco c’è sempre traffico. Di uomini, oltre che di mezzi. Crisi o non crisi, mangiare qualcosa bisogna. E qui vendono alimentari. Li vendono alle migliaia di supermercati sparsi nel nord est e nel centro Italia. Al comando delle operazioni c’è Sergio Cassingena, che in realtà è presidente di tutto il gruppo Sisa, federato in sei grandi aree che coprono tutto il territorio nazionale, per un giro d’affari complessivo che supera i 4 miliardi di euro.
Presidente, è facile vendere roba da mangiare. È l’unico settore in cui i clienti entrano perché sono costretti. O no?
Magari. È un discorso che, forse, sarebbe potuto andare bene una volta, tanto tempo fa. Oggi, con la concorrenza che c’è, specie dalle grandi catene multinazionali, bisogna fare i salti mortali per essere competitivi.
Ci faccia capire, quali sono i concorrenti più temibili?
Auchan e Carrefour, per citare i due nomi più celebri del settore.
E pure la Coop che il suo collega Bernardo Caprotti, fondatore di Esselunga, ha distrutto col bestseller "Falce e carrello"...
Non ho capito perché abbia fatto quell’operazione editoriale. Non credo che giovi né a lui, né a noi, né al mercato. Comunque, avrà avuto i suoi buoni motivi. Resta il fatto che i concorrenti più temibili restano i francesi.
E Marcello Cestaro, un altro vicentino, dove lo mettiamo?
Sa dove mi piacerebbe metterlo?
Dove?
Accanto a me al comando del Vicenza calcio. Insieme faremo una grande società e i colori biancorossi tornerebbero a sventolare in serie A.
Lui ha il basket a Schio e il calcio a Padova. A proposito, come mai fate a gara nel guidare società sportive? È così vantaggioso?
Lasciamo perdere. Se qualcuno avesse in mente di acquisire una società di calcio per guadagnarci, gli consiglierei vivamente di desistere.
L’immagine, però...
Ecco, anche qui, non mi sarei mai aspettato di venire travolto da questo tipo di ritorno. A volte eccessivo, direi. Però la passione era tanta e quindi abbiamo deciso di ballare.
Senta, ma è vero che chi opera nel settore del commercio, nel caso specifico di alimentari, ha guadagnato cifre folli speculando sull’avvento dell’euro?
Ma va là. Questa è una favola demagogica. Noi compriamo dall’industria e vendiamo al consumatore ma non possiamo certo sognarci di imporre i prezzi. C’è la concorrenza, come detto, che provvede a garantire il cliente.
Non vorrà dire che con l’euro siamo diventati ricchi...
No, il contrario. Abbiamo importato di botto un’inflazione del 100 per cento. Un euro vale mille lire, pochi dubbi. e questo ha abbattuto il potere d’acquisto di tutti. Da quel momento in poi, per sostenere un certo livello di consumi, siamo passati alla droga.
La droga?
Sì, la droga del debito. La classe media, per esempio, in Italia era abituata a un certo tenore di vita. Con l’arrivo dell’euro il potere d’acquisto si è dimezzato ma tutti hanno voluto continuare a vivere come sempre. E per farlo si sono indebitati. Non solo per contrarre i mutui per la casa, ma anche per andare a fare le vacanze, per comprare l’auto ecc.
Ai vostri supermercati vi siete accorti di questo problema?
Il supermercato è il primo termometro che registra la febbre della crisi. Si vede subito che la gente non arriva alla fine del mese. O meglio, non ci arriverebbe se non si indebitasse. Non so come si spezzerà questo circolo vizioso.
Ma lei come ha cominciato a fare questo mestiere?
Per caso. Io ho vissuto i primi anni della mia vita in Egitto, dove mio padre aveva un’azienda. Poi, dopo le nazionalizzazioni di Nasser, siamo stati costretti a tornare in quella che chiamavamo patria. Sotto casa c’era una cooperativa alimentare e il titolare, al termine degli studi, mi chiese se volevo cominciare a lavorare per lui.
Un bel salto, da allora...
La filosofia Sisa di federare i tanti soci proprietari di supermercati e poi unirli sotto un’unica sigla si è rivelata vincente. Tanto che il prof. Daniele Fornari ci ha pure scritto un libro che alla Bocconi utilizzano come testo.
Obiettivi per il futuro, oltre alla salvezza del Vicenza?
Dobbiamo anticipare le abitudini della gente. Stiamo cambiando modo di vivere e, di conseguenza, modo di mangiare. Chi capisce prima le esigenze del cliente vince il torneo del mercato.
lunedì 18 febbraio 2008
Cowboy democratici
PRIMARIE USA. Ma l’incertezza della gara tra Barack Obama e Hillary Clinton rischia di nuocere
La riscossa
dei cowboy
democratici
di Marino Smiderle
Ce la faranno i cowboy democratici a conquistare la Casa Bianca? Al momento la risposta è sì, ce la faranno, perché gli americani sono stufi di George W. Bush e di una politica dura, troppo dispendiosa, troppo "guerrafondaia". Il problema è che, come è capitato spesso anche in passato, il partito dell’asinello sta facendo di tutto per far recuperare terreno a quello dell’elefante. Per cominciare, i democratici ancora non sanno chi sarà il candidato alla presidenza mentre i repubblicani hanno ormai un nome su cui puntare: McCain. Il rischio, per gli avversari dei bushisti, è che la logorante, ancorché emblematica della effettiva democraticità delle primarie americane, lotta tra Barack Obama e Hillary Clinton si trascini irrisolta fino alla convention finale del partito, fissata per fine agosto a Denver. In quel caso sarà decisivo il pronunciamento dei 700 superdelegati, scelti tra eletti e personalità del partito e, qualsiasi sia la scelta, le divisioni potrebbero esplodere e minare le possibilità di successo finale.
[\FIRMA]Cowboy democratici è anche il titolo del libro che Maurizio Molinari, corrispondente dagli Usa per La Stampa, ha pubblicato per Einaudi, scritto però prima di questa perdurante incertezza da primarie e sull’onda della strategia vincente adottata dai democratici che, capitanati dai leader Nancy Pelosi e Henry Reid, riuscirono a sbaragliare i repubblicani nelle elezioni di Midterm del 2006 e a conquistare Congresso e Senato. La tesi di Molinari è semplice: i democratici possono vincere se uniscono all’anima liberal quella conservatrice. «Il Senato viene conquistato - scrive Molinari - perché in Virginia, Pennsylvania e Montana cowboy democratici come il veterano Jim Webb, ex ministro della Marina nell’amministrazione Reagan, l’antiabortista Bob Casey e Jon Tester, tenace difensore del diritto di possedere armi da fuoco, conquistano voti conservatori così come la Camera dei rappresentanti passa di mano perché il deputato dell’Illinois Emanuel coordina una campagna nazionale che rovescia sui repubblicani l’accusa di essere il partito del deficit pubblico e degli scandali etici. In una nazione divisa a metà fra liberal e conservatori, i democratici moderati riescono a riconquistare il centro, intercettando i voti repubblicani in fuga dagli errori commessi dall’amministrazione Bush nella gestione dell’intervento in Iraq».
Insomma, i democratici vincono se si spostano al centro. Domanda: chi è più al centro tra Hillary Clinton e Barack Obama? Risposta: la Clinton, of course. Ma Obama resta in pole position, oltre che per il numero di delegati fin qui conquistati, anche per l’appeal naturale che esercita sulla gente e, soprattutto, per la sua furba attenzione ai temi della religione. E Bush sa bene, per esempio, che la sua ultima elezione la deve in gran parte a quel mondo. «L’energia che Obama mette negli studi, nel lavoro, nel volontariato e nella registrazione degli elettori - scrive Molinari - è pari a quella che lo accompagna quando si inginocchia sulle panche della Trinity United Church of Christ, il cui motto, "Che tutti possano essere uno" (dal Vangelo di Giovanni, 17.21), sottolinea l’importanza del pluralismo interno alla congregazione per garantire a ogni gruppo di fedeli la possibilità di organizzarsi e di gestirsi nella massima libertà, anche sul piano della dottrina. Non a caso il motto a cui Obama tiene di più e che cita più frequentemente è quello della Rivoluzione americana del 1776, "E Pluribus Unum" (Dai molti, uno)».
E per non perdere l’attenzione nemmeno degli antiabortisti, quelli più vicini alla destra repubblicana che, per rendere l’idea, sono tiepidini anche di fronte alla candidatura di McCain, Obama non si sottrae al tema più scivoloso, quello dell’aborto, appunto. «Io mi oppongo e posso battermi per far passare una legge che lo abolisca - ha detto in un suo discorso - ma per riuscire non posso appellarmi solo a ciò che afferma la mia Chiesa o evocare il volere di Dio, devo piuttosto spiegare come l’aborto viola i principi cari a tutte le fedi e a coloro che non hanno fede».
E per far capire a quelli più liberal del suo partito che non è il caso di dribblare l’argomento, insiste: «Dobbiamo trovare un terreno comune con chi si oppone all’aborto perché è un grave errore non dare attenzione al potere della fede».
E quindi, se Obama è un ultraliberal a proposito della guerra in Iraq (contrariamente alla Clinton, il senatore dell’Illinois è stato contrario fin da subito), nei temi religiosi è forse più a destra della sua sfidante ben introdotta nei corridoi del potere di Washington. Chi vincerà tra i due? Al momento Obama è in vantaggio, ma il 4 marzo, quando si pronunceranno due grandi stati come Texas e Ohio, i sondaggi dicono che la situazione potrebbe tornare in equilibrio. Secondo Christian Rocca, corrispondente da New York per Il Foglio, c’è qualcos’altro che potrebbe oscurare la stella di Obama. «Barack Obama sembra inarrestabile - scrive - ma comincia ad avere un problema serio: la sua appare sempre meno come una campagna politica per la presidenza degli Stati Uniti, sempre più come una rivoluzione spirituale. A sostenerlo, timidamente o no, sono importanti intellettuali e opinionisti americani di sinistra, da Paul Krugman a Joe Klein, i quali sul New York Times e sul settimanale Time dicono di essere davvero preoccupati dall’eccitazione impolitica dei suoi fan e dalla piega che sta prendendo la sua formidabile campagna».
La riscossa
dei cowboy
democratici
di Marino Smiderle
Ce la faranno i cowboy democratici a conquistare la Casa Bianca? Al momento la risposta è sì, ce la faranno, perché gli americani sono stufi di George W. Bush e di una politica dura, troppo dispendiosa, troppo "guerrafondaia". Il problema è che, come è capitato spesso anche in passato, il partito dell’asinello sta facendo di tutto per far recuperare terreno a quello dell’elefante. Per cominciare, i democratici ancora non sanno chi sarà il candidato alla presidenza mentre i repubblicani hanno ormai un nome su cui puntare: McCain. Il rischio, per gli avversari dei bushisti, è che la logorante, ancorché emblematica della effettiva democraticità delle primarie americane, lotta tra Barack Obama e Hillary Clinton si trascini irrisolta fino alla convention finale del partito, fissata per fine agosto a Denver. In quel caso sarà decisivo il pronunciamento dei 700 superdelegati, scelti tra eletti e personalità del partito e, qualsiasi sia la scelta, le divisioni potrebbero esplodere e minare le possibilità di successo finale.
[\FIRMA]Cowboy democratici è anche il titolo del libro che Maurizio Molinari, corrispondente dagli Usa per La Stampa, ha pubblicato per Einaudi, scritto però prima di questa perdurante incertezza da primarie e sull’onda della strategia vincente adottata dai democratici che, capitanati dai leader Nancy Pelosi e Henry Reid, riuscirono a sbaragliare i repubblicani nelle elezioni di Midterm del 2006 e a conquistare Congresso e Senato. La tesi di Molinari è semplice: i democratici possono vincere se uniscono all’anima liberal quella conservatrice. «Il Senato viene conquistato - scrive Molinari - perché in Virginia, Pennsylvania e Montana cowboy democratici come il veterano Jim Webb, ex ministro della Marina nell’amministrazione Reagan, l’antiabortista Bob Casey e Jon Tester, tenace difensore del diritto di possedere armi da fuoco, conquistano voti conservatori così come la Camera dei rappresentanti passa di mano perché il deputato dell’Illinois Emanuel coordina una campagna nazionale che rovescia sui repubblicani l’accusa di essere il partito del deficit pubblico e degli scandali etici. In una nazione divisa a metà fra liberal e conservatori, i democratici moderati riescono a riconquistare il centro, intercettando i voti repubblicani in fuga dagli errori commessi dall’amministrazione Bush nella gestione dell’intervento in Iraq».
Insomma, i democratici vincono se si spostano al centro. Domanda: chi è più al centro tra Hillary Clinton e Barack Obama? Risposta: la Clinton, of course. Ma Obama resta in pole position, oltre che per il numero di delegati fin qui conquistati, anche per l’appeal naturale che esercita sulla gente e, soprattutto, per la sua furba attenzione ai temi della religione. E Bush sa bene, per esempio, che la sua ultima elezione la deve in gran parte a quel mondo. «L’energia che Obama mette negli studi, nel lavoro, nel volontariato e nella registrazione degli elettori - scrive Molinari - è pari a quella che lo accompagna quando si inginocchia sulle panche della Trinity United Church of Christ, il cui motto, "Che tutti possano essere uno" (dal Vangelo di Giovanni, 17.21), sottolinea l’importanza del pluralismo interno alla congregazione per garantire a ogni gruppo di fedeli la possibilità di organizzarsi e di gestirsi nella massima libertà, anche sul piano della dottrina. Non a caso il motto a cui Obama tiene di più e che cita più frequentemente è quello della Rivoluzione americana del 1776, "E Pluribus Unum" (Dai molti, uno)».
E per non perdere l’attenzione nemmeno degli antiabortisti, quelli più vicini alla destra repubblicana che, per rendere l’idea, sono tiepidini anche di fronte alla candidatura di McCain, Obama non si sottrae al tema più scivoloso, quello dell’aborto, appunto. «Io mi oppongo e posso battermi per far passare una legge che lo abolisca - ha detto in un suo discorso - ma per riuscire non posso appellarmi solo a ciò che afferma la mia Chiesa o evocare il volere di Dio, devo piuttosto spiegare come l’aborto viola i principi cari a tutte le fedi e a coloro che non hanno fede».
E per far capire a quelli più liberal del suo partito che non è il caso di dribblare l’argomento, insiste: «Dobbiamo trovare un terreno comune con chi si oppone all’aborto perché è un grave errore non dare attenzione al potere della fede».
E quindi, se Obama è un ultraliberal a proposito della guerra in Iraq (contrariamente alla Clinton, il senatore dell’Illinois è stato contrario fin da subito), nei temi religiosi è forse più a destra della sua sfidante ben introdotta nei corridoi del potere di Washington. Chi vincerà tra i due? Al momento Obama è in vantaggio, ma il 4 marzo, quando si pronunceranno due grandi stati come Texas e Ohio, i sondaggi dicono che la situazione potrebbe tornare in equilibrio. Secondo Christian Rocca, corrispondente da New York per Il Foglio, c’è qualcos’altro che potrebbe oscurare la stella di Obama. «Barack Obama sembra inarrestabile - scrive - ma comincia ad avere un problema serio: la sua appare sempre meno come una campagna politica per la presidenza degli Stati Uniti, sempre più come una rivoluzione spirituale. A sostenerlo, timidamente o no, sono importanti intellettuali e opinionisti americani di sinistra, da Paul Krugman a Joe Klein, i quali sul New York Times e sul settimanale Time dicono di essere davvero preoccupati dall’eccitazione impolitica dei suoi fan e dalla piega che sta prendendo la sua formidabile campagna».
Risparmio online
PORTAFOGLIO
Conti online,
il fai-da-te che
fa risparmiare
di Marino Smiderle
Non occorre essere geni del computer per gestire i propri risparmi comodamente seduti sulla poltrona di casa. E non serve essere capaci di discettare amabilmente di sistemi operativi per mandare un bonifico dalla medesima poltrona. Mettiamola così: il bricolage del conto corrente è un hobby che vi fa divertire e che vi fa pure risparmiare. E poi, a volerla dire tutta, vi costringe pure a seguire i mercati e quindi vi induce a evitare gli errori che si commettono quando si entra, affrettati e incavolati, nella filiale della propria banca. Sì, questa è un’apologia del conto corrente online, che il 15° rapporto semestrale e-retail Finance di Kpmg advisory ha confermato essere in ulteriore crescita. Ma non abbastanza.
NUMERI
Sull’onda della net-economy, il conto corrente online, col corollario non indifferente del trading online (letteralmente, fare affari in rete, cioè, nel caso finanziario, compare e vendere titoli cliccando sul computer), si è affacciato alla ribalta del cliente privato alla fine degli anni 90, quando le azioni legate a internet salivano e salivano, spesso senza motivo. Oggi, a una decina d’anni di distanza, ci si è resi conto che internet non è uno slogan, che internet ha davvero cambiato il mondo, che internet lo cambierà ancora di più in un futuro meno lontano di quel che si pensi. In Italia, a fine giugno 2007, i conti corrente online erano 11,4 milioni, in crescita dell’11,8 per cento rispetto alla precedente rilevazione. Se invece ci fermiamo al comparto del trading online, i rapporti aperti erano 4,6 milioni, in crescita del 6,3 per cento. Accanto a queste cifre sicuramente significative, bisogna però ricordare che un conto è essere titolari del conto virtuale, un altro conto è utilizzarlo veramente. Il rapporto precisa che solo un terzo dei conti online sono effettivamente utilizzati, cioè 3 milioni e 700 mila; dato pur sempre in crescita del 18 per cento rispetto alla rilevazione precedente. Per quel che riguarda il trading online, solo il 13 per cento dei rapporti è movimentato, pari a circa 600 mila clienti.
PROSPETTIVE
Per quanto in crescita, sono numeri che relegano l’Italia nelle posizioni di retroguardia in Europa. «Il tasso di penetrazione media dell’e-banking - riporta Plus, il settimanale del Sole 24 Ore - era al 57-66 per cento in Paesi come Danimarca, Svezia, Olanda e Finlandia, al 32 per cento in Francia, in Austria al 30 per cento e in Germania al 35 per cento, mentre in Italia non superava il 12 per cento, alla pari del Portogallo ma di quattro punti inferiore a quella già raggiunta dalla Spagna». Lo spazio per crescere, dunque, c’è. E un forte colpo d’acceleratore l’ha dato l’ex ministro Bersani con la legge sulle liberalizzazioni: dal 1° gennaio 2007 sono stati infatti resi obbligatori i pagamenti fiscali e previdenziali attraverso l’F24 telematico online. Grazie a questa disposizione nel primo semestre 2007 sono stati 3,2 milioni i contribuenti che si sono serviti di internet per pagare le imposte e i contributi.
RISPARMI
L’idiosincrasia con la tecnica rende la maggioranza degli italiani impermeabile perfino all’argomento del risparmio. I bonifici, per fare un esempio, costano l’80 per cento in meno se vengono fatti al computer anziché allo sportello. Per non parlare delle operazioni di Borsa, i cui costi sono veramente irrisori se confrontati a quelli sostenuti usando i canali tradizionali. La verità è che sono ancora poche le case in cui è presente un collegamento adsl a internet, probabilmente perché è ritenuto un costo eccessivo e inutile. Questo è il vero errore di fondo, dovuto anche alla congiuntura economica non certo favorevole che impone ale famiglie di tagliare ogni costo sostenuto per beni e servizi ritenuti superflui. Il vero salto di qualità, però, sarà quello che porterà internet ad essere considerato un servizio di prima necessità, insopprimibile. E questo avverrà quando tutta la casa ruoterà attorno alla rete, quando la televisione diventerà il personal computer collettivo della famiglia e quando anche la nonna potrà cliccare sullo schermo per ordinare la pizza per i nipoti di ritorno dalla partita. Detto questo, siccome non stiamo parlando di tecnologia avveniristica ma di strumenti che già ci sono, perdere questa opportunità di gestione del patrimonio di famiglia non pare molto saggio.
Conti online,
il fai-da-te che
fa risparmiare
di Marino Smiderle
Non occorre essere geni del computer per gestire i propri risparmi comodamente seduti sulla poltrona di casa. E non serve essere capaci di discettare amabilmente di sistemi operativi per mandare un bonifico dalla medesima poltrona. Mettiamola così: il bricolage del conto corrente è un hobby che vi fa divertire e che vi fa pure risparmiare. E poi, a volerla dire tutta, vi costringe pure a seguire i mercati e quindi vi induce a evitare gli errori che si commettono quando si entra, affrettati e incavolati, nella filiale della propria banca. Sì, questa è un’apologia del conto corrente online, che il 15° rapporto semestrale e-retail Finance di Kpmg advisory ha confermato essere in ulteriore crescita. Ma non abbastanza.
NUMERI
Sull’onda della net-economy, il conto corrente online, col corollario non indifferente del trading online (letteralmente, fare affari in rete, cioè, nel caso finanziario, compare e vendere titoli cliccando sul computer), si è affacciato alla ribalta del cliente privato alla fine degli anni 90, quando le azioni legate a internet salivano e salivano, spesso senza motivo. Oggi, a una decina d’anni di distanza, ci si è resi conto che internet non è uno slogan, che internet ha davvero cambiato il mondo, che internet lo cambierà ancora di più in un futuro meno lontano di quel che si pensi. In Italia, a fine giugno 2007, i conti corrente online erano 11,4 milioni, in crescita dell’11,8 per cento rispetto alla precedente rilevazione. Se invece ci fermiamo al comparto del trading online, i rapporti aperti erano 4,6 milioni, in crescita del 6,3 per cento. Accanto a queste cifre sicuramente significative, bisogna però ricordare che un conto è essere titolari del conto virtuale, un altro conto è utilizzarlo veramente. Il rapporto precisa che solo un terzo dei conti online sono effettivamente utilizzati, cioè 3 milioni e 700 mila; dato pur sempre in crescita del 18 per cento rispetto alla rilevazione precedente. Per quel che riguarda il trading online, solo il 13 per cento dei rapporti è movimentato, pari a circa 600 mila clienti.
PROSPETTIVE
Per quanto in crescita, sono numeri che relegano l’Italia nelle posizioni di retroguardia in Europa. «Il tasso di penetrazione media dell’e-banking - riporta Plus, il settimanale del Sole 24 Ore - era al 57-66 per cento in Paesi come Danimarca, Svezia, Olanda e Finlandia, al 32 per cento in Francia, in Austria al 30 per cento e in Germania al 35 per cento, mentre in Italia non superava il 12 per cento, alla pari del Portogallo ma di quattro punti inferiore a quella già raggiunta dalla Spagna». Lo spazio per crescere, dunque, c’è. E un forte colpo d’acceleratore l’ha dato l’ex ministro Bersani con la legge sulle liberalizzazioni: dal 1° gennaio 2007 sono stati infatti resi obbligatori i pagamenti fiscali e previdenziali attraverso l’F24 telematico online. Grazie a questa disposizione nel primo semestre 2007 sono stati 3,2 milioni i contribuenti che si sono serviti di internet per pagare le imposte e i contributi.
RISPARMI
L’idiosincrasia con la tecnica rende la maggioranza degli italiani impermeabile perfino all’argomento del risparmio. I bonifici, per fare un esempio, costano l’80 per cento in meno se vengono fatti al computer anziché allo sportello. Per non parlare delle operazioni di Borsa, i cui costi sono veramente irrisori se confrontati a quelli sostenuti usando i canali tradizionali. La verità è che sono ancora poche le case in cui è presente un collegamento adsl a internet, probabilmente perché è ritenuto un costo eccessivo e inutile. Questo è il vero errore di fondo, dovuto anche alla congiuntura economica non certo favorevole che impone ale famiglie di tagliare ogni costo sostenuto per beni e servizi ritenuti superflui. Il vero salto di qualità, però, sarà quello che porterà internet ad essere considerato un servizio di prima necessità, insopprimibile. E questo avverrà quando tutta la casa ruoterà attorno alla rete, quando la televisione diventerà il personal computer collettivo della famiglia e quando anche la nonna potrà cliccare sullo schermo per ordinare la pizza per i nipoti di ritorno dalla partita. Detto questo, siccome non stiamo parlando di tecnologia avveniristica ma di strumenti che già ci sono, perdere questa opportunità di gestione del patrimonio di famiglia non pare molto saggio.
domenica 17 febbraio 2008
Eticamente
IMPRESE. Moretti Polegato ieri ha fatto incontrare i manager della Geox con l’ex direttore della sala stampa vaticana
«L’etica, materia prima
come cuoio e gomma»
Marino Smiderle
INVIATO A MONTEBELLUNA (TV)
Mario Moretti Polegato ha fatto i buchi alle suole ed è diventato imprenditore di successo. La sua Geox veleggia nei mercati e conquista quote di mercato con una facilità disarmante. Non gli basta. Prende i suoi manager della sede centrale di Biadene di Montebelluna, ci unisce i giovani neolaureati appena assunti e organizza per loro una lezioncina che non dimenticheranno tanto facilmente. Non tanto perché a tenerla è un professore d’eccezione, Joaquin Navarro-Valls, noto per essere stato dal 1984 al 2006 il direttore della Sala stampa del Vaticano, quanto piuttosto per la materia prima che il Geox team deve dimostrare di saper maneggiare con la stessa competenza con cui sa trattare il cuoio e la gomma: l’etica.
«Sì, l’etica è importante come il cuoio e la gomma», attacca Moretti Polegato. Peccato che non ci siano fornitori sicuri in giro. E per questo la Geox si è dotata di un vero e proprio codice etico, vergato da un comitato etico di cui fanno parte, oltre al presidente dell’azienda trevigiana, anche Navarro-Valls e Umberto Paolucci, vicepresidente di Microsoft Europa, Medio Oriente e Africa. «Speriamo che ci siano altre aziende del Nord Est e del resto d’Italia che ci copino - aggiunge Moretti Polegato - perché credo che lo sviluppo economico non possa prescindere dall’etica quale filo conduttore del mondo delle imprese».
Facile a dirsi, un po’ più complicato a farsi, specie in un mondo globale dove c’è chi non si fa scrupoli a far lavorare i bambini o a pagare stipendi da fame. E quindi come la mettiamo con l’etica? Si possono fare risultati con questa concorrenza sleale? E come si coniuga concorrenza con etica? Navarro-Valls non dribbla le domande, semplicemente mette a fuoco il problema inserendolo in un contesto che non è solamente economico. Il punto di partenza è il concetto di lavoro.
«Se chi lavora - spiega - ogni tanto non si ferma a chiedersi quale sia il senso del proprio lavoro, c’è il rischio che si produca uno squilibrio pericoloso, che il fare si deglutisca l’essere».
I manager di Geox sono inchiodati alle sedie, nove su dieci si stanno chiedendo «che cavolo lavoro qui a fare?», ma Moretti Polegato è convinto che, anche grazie al codice etico introdotto in azienda, gli stessi che se lo chiedono riescono anche a darsi, marzullianamente, una risposta sensata. In Geox la motivazione e la responsabilizzazione dei singoli dipendenti sono molle fondamentali per far splendere i bilanci.
«Per proteggere la nobiltà del proprio lavoro - prosegue Navarro-Valls - indipendentemente dal livello gerarchico, bisogna seguire tre coordinate. La prima è tecnica: io devo puntare alla perfezione, al di là di quello che sarà il risultato economico. Non basta. Ci vuole anche una dimensione etica, che deriva dalla domanda che mi devo porre mentre lavoro: come devo essere? Infine, terzo punto, c’è una considerazione teoretica legata ad un’altra fondamentale domanda: che senso ha quello che faccio? Se saltiamo questo ultimo passaggio, possiamo tranquillamente definirci marxisti, perché il lavoro diventerebbe un mero fattore produttivo. E se manca questa ultima dimensione lavorativa, sapete qual è la prima vittima? La responsabilità. Se non capisco il senso del mio lavoro, non posso avere la consapevolezza e la responsabilità di quel che sto facendo».
Non parla mai di religione, Navarro-Valls, anche se tutti si aspettano un cenno sul tema, considerati i precedenti professionali dell’illustre docente. «Quella è una sfera personale - glissa - anche se dal mio punto di vista tutte le religioni sono uno sforzo dell’uomo per poter dare delle risposte».
giovedì 14 febbraio 2008
Così ammazzano un italiano
Stava andando ad aiutare i civili afgani, così come aveva aiutato le popolazioni martoriate del Kosovo, dell'Iraq. L'hanno ammazzato i talebani, che non possono permettere che la gente capisca da che parte sta il bene. Loro sono il male assoluto, Giovanni Pezzulo era il bene. Lo ricorderemo.
500 di queste polemiche
Intervista a Vladimiro Riva (Vicenza è)
Macché sfruttamento
la Rotonda noi l’amiamo
L’anno delle celebrazioni rischia di essere l’anno delle polemiche.
Da un lato il Comune, con le casse aride come il deserto del Sahara, che non ha un centesimo da destinare agli appuntamenti per il 500° anniversario di Andrea Palladio, dall’altro il consorzio di promozione turistica Vicenza è, che cerca di spendere i pochi soldi che ha per invogliare la gente a venire a visitare le meraviglie del grande architetto e che si vede diffidato dal proprietario della Rotonda, a usare le foto della propria illustre dimora. È di ieri l’ultimo affondo, con Lodovico Valmarana, proprietario di villa Capra, che invita Vladimiro Riva, consigliere delegato di Vicenza è, ad avere «un po’ di creanza».
Allora, caro Riva, ha intenzione di smetterla a fare lo... screanzato?
Di che cosa si lamentano?
Già, il sodo. Valmarana dice che non si può sfruttare a fini commerciali l’immagine della sua, e sottolinea sua, villa.
Valmarana dice che non gli interessano i soldi...
Perché, non ci guadagna?
Lui dice che nessuno gli dà un soldo e che gestire la villa non è certo semplice...
Tipo l’inserimento di Vicenza e delle ville palladiane nel patrimonio dell’Unesco?
Possiamo dire, allora, che per gli interventi passati bastano e avanzano per saldare il conto dello sfruttamento d’immagine della Rotonda?
Macché sfruttamento
la Rotonda noi l’amiamo
L’anno delle celebrazioni rischia di essere l’anno delle polemiche.
Da un lato il Comune, con le casse aride come il deserto del Sahara, che non ha un centesimo da destinare agli appuntamenti per il 500° anniversario di Andrea Palladio, dall’altro il consorzio di promozione turistica Vicenza è, che cerca di spendere i pochi soldi che ha per invogliare la gente a venire a visitare le meraviglie del grande architetto e che si vede diffidato dal proprietario della Rotonda, a usare le foto della propria illustre dimora. È di ieri l’ultimo affondo, con Lodovico Valmarana, proprietario di villa Capra, che invita Vladimiro Riva, consigliere delegato di Vicenza è, ad avere «un po’ di creanza».
Allora, caro Riva, ha intenzione di smetterla a fare lo... screanzato?
Fosse per la creanza, il proprietario di villa Capra dovrebbe cercare di rispondere alle lettere di protesta che riceviamo dai visitatori della Rotonda.
Di che cosa si lamentano?
Diciamo che non sono molto contenti del trattamento ricevuto. Ma lasciamo stare la creanza e veniamo al sodo.
Già, il sodo. Valmarana dice che non si può sfruttare a fini commerciali l’immagine della sua, e sottolinea sua, villa.
L’altra sera sono andato a cena e ho bevuto un’acqua minerale che nell’etichetta aveva l’immagine della Rotonda. Questo è sfruttamento commerciale, e devo dire che a me non piace, anche se magari Valmarana avrà firmato con la ditta un accordo vantaggioso.
Valmarana dice che non gli interessano i soldi...
Dalla lettera di diffida che ha mandato a Vicenza è e alla Provincia non si direbbe. Ma, al di là di questo, non può venirmi a dire che io guadagno sulle cartoline.
Perché, non ci guadagna?
Vicenza è è un consorzio pubblico al 90 per cento e per statuto non può distribuire utili. Gli eventuali introiti vengono destinati alla promozione della provincia. Non so se se ne renda conto, ma Valmarana dovrebbe ringraziarci, altro che diffide.
Lui dice che nessuno gli dà un soldo e che gestire la villa non è certo semplice...
Lo capisco. Mi rendo conto che i proprietari di queste dimore storiche hanno l’onore di possederle ma l’onere, e che onere, di mantenerle. Ma non deve dimenticare, e lo ha ricordato anche Manuela Dal Lago, che in passato sono stati spesi bei soldi pubblici per salvaguardare questo patrimonio dell’umanità.
Tipo l’inserimento di Vicenza e delle ville palladiane nel patrimonio dell’Unesco?
Già, di questo si occupò direttamente Vicenza è.
Possiamo dire, allora, che per gli interventi passati bastano e avanzano per saldare il conto dello sfruttamento d’immagine della Rotonda?
No, noi non sfruttiamo nessuna immagine. Noi promuoviamo la provincia di Vicenza e le ville palladiane. Non siamo noi a guadagnarci, è la comunità berica. Valmarana compreso, che per il 500° del Palladio si vedrà arrivare molti più visitatori.
Holding che ti passa
BANCHE. Dopo la holding con Trinca presidente e Consoli amministratore delegato, si mette mano alla rete operativa
Veneto Banca rifà il look
Marino Smiderle
MONTEBELLUNA
La grande rivoluzione è stata completata. Dopo la creazione della holding, all’inizio dell’anno, ecco la riorganizzazione delle banche presenti nelle varie zone d’Italia e all’estero. È il nuovo volto del gruppo Veneto Banca, che al piano superiore, quello della holding, appunto, vede Flavio Trinca quale presidente e Vincenzo Consoli amministratore delegato. Ieri il cda ha provveduto a sistemare le caselline operative della nuova Veneto Banca spa, braccio operativo del gruppo nel nord est, con la nomina di Franco Antiga alla presidenza e di Romeo Feltrin alla direzione generale.
Inoltre entrano nel consiglio di amministrazione Ambrogio Dalla Rovere, Piero Della Valentina, Antonio Paruzzolo e Gianluca Vidal, che prendono il posto di Walter Filippin, Leone Munari e Gianfranco Zoppas.
«Il nuovo assetto risponde a ragioni di razionalità - commenta Vincenzo Consoli, amministratore delegato della holding -. In dieci anni di crescita esponenziale il gruppo Veneto Banca ha raggiunto dei livelli di complessità tali da richiedere in modo improcrastinabile una maggiore linearità organizzativa. In un mercato caratterizzato da crescente competitività, abbiamo scelto la soluzione che ci pare possa garantire un’azione commerciale più efficace».
Dopo l’acquisizione della Banca Popolare di Intra, la branca del nord ovest, la sistemazione di Banca Mediterranea (al sud) e di alcune banche estere (in Romania e in Albania) e la metabolizzazione delle filiali ex Sanpaolo Intesa, questa rivoluzione era necessaria.
«A Veneto Banca spa - continua Consoli - viene assegnato il presidio dell’attività bancaria nel Veneto e, più in generale, nel Nord Est, area di riferimento tradizionale dell’istituto. La conoscenza del territorio di Franco Antiga, vice presidente storico e da 7 anni a capo di Banca Italo Romena, è un patrimonio prezioso, che il Gruppo ha il dovere di valorizzare. Così come non può fare a meno di valorizzare l’esperienza e la competenza di Romeo Feltrin, già vice direttore generale di Veneto Banca».
«L’acquisizione di 36 filiali Intesa Sanpaolo, che entreranno tra pochi giorni a far parte di Veneto Banca spa - commenta Franco Antiga - ci offre la possibilità di garantire una presenza più capillare in province per noi strategiche come Venezia e Padova, che rappresentano, assieme a Verona, Vicenza e Treviso, il cuore pulsante dell’imprenditoria veneta».
«Tra il Veneto, il Friuli e la città di Roma - puntualizza il neo direttore Romeo Feltrin - contiamo oggi 134 filiali. A queste aggiungeremo presto le 36 ex Intesa Sanpaolo ed entro la fine del 2008 ne apriremo altre 18, portandoci a quota 188».
La parola d’ordine per Veneto Banca spa resta però il radicamento nel territorio. «Non dobbiamo dimenticare che la nostra holding continua a essere una popolare - conclude Franco Antiga -. Siamo e saremo fedeli allo spirito mutualistico che caratterizza tali istituti, con tutto ciò che questo comporta in termini di sensibilità e attenzione a quello che le comunità locali esprimono».
Veneto Banca rifà il look
Marino Smiderle
MONTEBELLUNA
La grande rivoluzione è stata completata. Dopo la creazione della holding, all’inizio dell’anno, ecco la riorganizzazione delle banche presenti nelle varie zone d’Italia e all’estero. È il nuovo volto del gruppo Veneto Banca, che al piano superiore, quello della holding, appunto, vede Flavio Trinca quale presidente e Vincenzo Consoli amministratore delegato. Ieri il cda ha provveduto a sistemare le caselline operative della nuova Veneto Banca spa, braccio operativo del gruppo nel nord est, con la nomina di Franco Antiga alla presidenza e di Romeo Feltrin alla direzione generale.
Inoltre entrano nel consiglio di amministrazione Ambrogio Dalla Rovere, Piero Della Valentina, Antonio Paruzzolo e Gianluca Vidal, che prendono il posto di Walter Filippin, Leone Munari e Gianfranco Zoppas.
«Il nuovo assetto risponde a ragioni di razionalità - commenta Vincenzo Consoli, amministratore delegato della holding -. In dieci anni di crescita esponenziale il gruppo Veneto Banca ha raggiunto dei livelli di complessità tali da richiedere in modo improcrastinabile una maggiore linearità organizzativa. In un mercato caratterizzato da crescente competitività, abbiamo scelto la soluzione che ci pare possa garantire un’azione commerciale più efficace».
Dopo l’acquisizione della Banca Popolare di Intra, la branca del nord ovest, la sistemazione di Banca Mediterranea (al sud) e di alcune banche estere (in Romania e in Albania) e la metabolizzazione delle filiali ex Sanpaolo Intesa, questa rivoluzione era necessaria.
«A Veneto Banca spa - continua Consoli - viene assegnato il presidio dell’attività bancaria nel Veneto e, più in generale, nel Nord Est, area di riferimento tradizionale dell’istituto. La conoscenza del territorio di Franco Antiga, vice presidente storico e da 7 anni a capo di Banca Italo Romena, è un patrimonio prezioso, che il Gruppo ha il dovere di valorizzare. Così come non può fare a meno di valorizzare l’esperienza e la competenza di Romeo Feltrin, già vice direttore generale di Veneto Banca».
«L’acquisizione di 36 filiali Intesa Sanpaolo, che entreranno tra pochi giorni a far parte di Veneto Banca spa - commenta Franco Antiga - ci offre la possibilità di garantire una presenza più capillare in province per noi strategiche come Venezia e Padova, che rappresentano, assieme a Verona, Vicenza e Treviso, il cuore pulsante dell’imprenditoria veneta».
«Tra il Veneto, il Friuli e la città di Roma - puntualizza il neo direttore Romeo Feltrin - contiamo oggi 134 filiali. A queste aggiungeremo presto le 36 ex Intesa Sanpaolo ed entro la fine del 2008 ne apriremo altre 18, portandoci a quota 188».
La parola d’ordine per Veneto Banca spa resta però il radicamento nel territorio. «Non dobbiamo dimenticare che la nostra holding continua a essere una popolare - conclude Franco Antiga -. Siamo e saremo fedeli allo spirito mutualistico che caratterizza tali istituti, con tutto ciò che questo comporta in termini di sensibilità e attenzione a quello che le comunità locali esprimono».
martedì 12 febbraio 2008
Guano letale
Cosa si deve fare per scongiurare il rischio di salmonella da piccione in piazza San Marco? Ai veneziani l'ardua sentenza. Presto, possibilmente.
Colpo di Teatro
NUOVO INGRESSO IN CDA. La Fondazione Teatro Civico di Vicenza trova nel gruppo Sisa il suo quinto socio. E la Regione stacca un assegno di 250 mila euro
Cassingena va a teatro
pagando 200 mila euro
di Marino Smiderle
Sul teatro assetato di finanziamenti cade una provvidenziale pioggia di soldini. La Fondazione Teatro Comunale registra con soddisfazione da un lato l’ingresso di un altro socio fondatore aderente, il gruppo Sisa di Sergio Cassingena, che come gli altri quattro garantirà 200 mila euro all’anno, e dall’altro lo sforzo supplementare della Regione Veneto che, oltre ai 200 mila euro stanziati in qualità di socio fondatore, erogherà altri 250 mila euro una tantum a titolo di "avviamento".
«Quello di Vicenza è un teatro nuovo che vuole recitare un ruolo di primo piano - ha spiegato Angelo Tabaro, consigliere nominato dalla Regione - muovere i primi passi è sempre difficile. Per questo la Regione ha voluto fare la sua parte, sperando di trovare altre istituzioni e sponsor che abbiano spirito di emulazione».
Con tutti i problemi, e i dispiaceri, che in questo momento gli sta dando il Vicenza Calcio, chi gliel’ha fatto fare, al presidente Cassingena, di infilarsi anche nell’onerosa, ancorché meritoria, avventura del teatro? A domanda ironica segue risposta seria, con tanto di premessa: si lasci fuori il Vicenza Calcio da questa storia, qui c’entra il gruppo Sisa, una realtà nazionale da oltre 4 miliardi di euro di fatturato, presente, nella sola provincia di Vicenza, con una cinquantina di punti vendita.
«Non c’entra niente il marketing o la pubblicità - spiega Cassingena -. Il nostro gruppo è attivo da tempo nel sociale, vedi la scuola che abbiamo finanziato in Etiopia e la clinica pediatrica in Siria. Quello del teatro è un altro discorso. Io vivo a Vicenza dal ’62 e sento parlare del nuovo teatro dalla notte dei tempi. Il fatto che questo sindaco sia riuscito a raggiungere questo importante obiettivo meritava un aiuto da parte nostra. Con Hüllweck ho sempre avuto un ottimo rapporto e lo ringrazio per avere invitato Sisa a entrare nel cda della Fondazione».
Nel foyer del teatro ci sono tutti i componenti del cda, dal presidente Hüllweck a Marino Breganze (Bpvi), da Luigi Benedetti (Assindustria Vicenza) ad Angelo Tabaro (Regione). Si fa presto a fare la somma: 200 mila euro per cinque fa un milione; e se si aggiungono i 250 mila euro di contributo regionale aggiuntivo, si arriva a quota un milione e 250 mila. Una discreta base di partenza, che però deve essere ampliata se si vuole dare un seguito pratico ai sogni di gloria.
«È difficile parlare di cifre - osserva Enrico Hüllweck, che sta per lasciare la carica di sindaco ma che rimarrà presidente della Fondazione almeno per i prossimi tre anni - anche perché i costi di una stagione dipendono dal tipo di cartellone che si vuole allestire. La lirica, per esempio, costa un occhio della testa, e poi ci sono attori famosi che chiedono una cifra e altri attori, pure bravi, ma meno esosi. Insomma, le variabili sono tante. Di fronte a queste opzioni, possiamo intanto registrare con grande soddisfazione l’andamento delle vendite al botteghino: in queste prime uscite è sempre stato registrato il tutto esaurito, e questo ci lascia ben sperare per il futuro».
È chiaro però che ci vuole dell’altro, un altro paio di Cassingena, per esempio, capaci di fornire il proprio sostegno economico con continuità. «L’ideale - ammette Hüllweck - sarebbe avere altri due soci».
Il pensiero, per cominciare, corre ai partner istituzionali, come Provincia o, per tornare alle categorie economiche, ad Ascom e Assoartigiani. «Con la Provincia non ho spinto molto - rivela Hüllweck - perché ho capito che gli altri comuni sede di teatro avrebbero potuto contestare questa scelta e non volevo mettere in difficoltà Manuela Dal Lago prima e Attilio Schneck poi. Ascom e Assoartigiani, invece, erano incerti. Ma, istituzioni a parte, vuoi che in una provincia ricca come Vicenza non ci siano altri industriali in grado di imitare l’amico Cassingena?».
Cassingena va a teatro
pagando 200 mila euro
di Marino Smiderle
Sul teatro assetato di finanziamenti cade una provvidenziale pioggia di soldini. La Fondazione Teatro Comunale registra con soddisfazione da un lato l’ingresso di un altro socio fondatore aderente, il gruppo Sisa di Sergio Cassingena, che come gli altri quattro garantirà 200 mila euro all’anno, e dall’altro lo sforzo supplementare della Regione Veneto che, oltre ai 200 mila euro stanziati in qualità di socio fondatore, erogherà altri 250 mila euro una tantum a titolo di "avviamento".
«Quello di Vicenza è un teatro nuovo che vuole recitare un ruolo di primo piano - ha spiegato Angelo Tabaro, consigliere nominato dalla Regione - muovere i primi passi è sempre difficile. Per questo la Regione ha voluto fare la sua parte, sperando di trovare altre istituzioni e sponsor che abbiano spirito di emulazione».
Con tutti i problemi, e i dispiaceri, che in questo momento gli sta dando il Vicenza Calcio, chi gliel’ha fatto fare, al presidente Cassingena, di infilarsi anche nell’onerosa, ancorché meritoria, avventura del teatro? A domanda ironica segue risposta seria, con tanto di premessa: si lasci fuori il Vicenza Calcio da questa storia, qui c’entra il gruppo Sisa, una realtà nazionale da oltre 4 miliardi di euro di fatturato, presente, nella sola provincia di Vicenza, con una cinquantina di punti vendita.
«Non c’entra niente il marketing o la pubblicità - spiega Cassingena -. Il nostro gruppo è attivo da tempo nel sociale, vedi la scuola che abbiamo finanziato in Etiopia e la clinica pediatrica in Siria. Quello del teatro è un altro discorso. Io vivo a Vicenza dal ’62 e sento parlare del nuovo teatro dalla notte dei tempi. Il fatto che questo sindaco sia riuscito a raggiungere questo importante obiettivo meritava un aiuto da parte nostra. Con Hüllweck ho sempre avuto un ottimo rapporto e lo ringrazio per avere invitato Sisa a entrare nel cda della Fondazione».
Nel foyer del teatro ci sono tutti i componenti del cda, dal presidente Hüllweck a Marino Breganze (Bpvi), da Luigi Benedetti (Assindustria Vicenza) ad Angelo Tabaro (Regione). Si fa presto a fare la somma: 200 mila euro per cinque fa un milione; e se si aggiungono i 250 mila euro di contributo regionale aggiuntivo, si arriva a quota un milione e 250 mila. Una discreta base di partenza, che però deve essere ampliata se si vuole dare un seguito pratico ai sogni di gloria.
«È difficile parlare di cifre - osserva Enrico Hüllweck, che sta per lasciare la carica di sindaco ma che rimarrà presidente della Fondazione almeno per i prossimi tre anni - anche perché i costi di una stagione dipendono dal tipo di cartellone che si vuole allestire. La lirica, per esempio, costa un occhio della testa, e poi ci sono attori famosi che chiedono una cifra e altri attori, pure bravi, ma meno esosi. Insomma, le variabili sono tante. Di fronte a queste opzioni, possiamo intanto registrare con grande soddisfazione l’andamento delle vendite al botteghino: in queste prime uscite è sempre stato registrato il tutto esaurito, e questo ci lascia ben sperare per il futuro».
È chiaro però che ci vuole dell’altro, un altro paio di Cassingena, per esempio, capaci di fornire il proprio sostegno economico con continuità. «L’ideale - ammette Hüllweck - sarebbe avere altri due soci».
Il pensiero, per cominciare, corre ai partner istituzionali, come Provincia o, per tornare alle categorie economiche, ad Ascom e Assoartigiani. «Con la Provincia non ho spinto molto - rivela Hüllweck - perché ho capito che gli altri comuni sede di teatro avrebbero potuto contestare questa scelta e non volevo mettere in difficoltà Manuela Dal Lago prima e Attilio Schneck poi. Ascom e Assoartigiani, invece, erano incerti. Ma, istituzioni a parte, vuoi che in una provincia ricca come Vicenza non ci siano altri industriali in grado di imitare l’amico Cassingena?».
lunedì 11 febbraio 2008
La foto dell'anno
GIORNALISMO. È STATA PUBBLICATA DALLA RIVISTA AMERICANA VANITY FAIR. PER TRE SETTIMANE DUE REPORTER SONO RIMASTI AL FRONTE CON LA 173ª BRIGATA

La foto più bella
mostra un parà
della Ederle
di Marino Smiderle
Quel soldato americano esausto, sfinito, per i giurati del World press photo award, rappresenta lo sfinimento di un’intera nazione. E per questo la foto, scattata da Tim Hetherington nel settembre dell’anno scorso in Afghanistan per Vanity Fair, ha vinto il primo premio. Sì, è questa la foto dell’anno 2007, quella che più riassume il travaglio di migliaia di ventenni americani arruolatisi per una guerra, anzi due se ci aggiungiamo l’Iraq, che molti a Washington oggi mettono in discussione. Al di là delle considerazioni politiche, dietro quel volto stanco, sfatto dalla fatica e dal sudore spremuto da turni massacranti nei bunker roventi della Korengal Valley, c’è un nome. Nessuno l’ha scritto, forse non lo sa nemmeno l’autore dello scatto, a cui il prossimo 27 aprile ad Amsterdam verranno consegnati i 10 mila dollari del premio. In compenso lo hanno riconosciuto i commilitoni della caserma Ederle: si chiama Brandon P. Olson e fa parte del 2° Battaglione del 502° Reggimento della 173a Brigata, attualmente dislocato in quella che in Afghanistan hanno ribattezzato la valle della morte.
E il titolo del reportage, pubblicato nell’edizione di gennaio di Vanity Fair edizione americana, è proprio ricavato da questo posto maledetto. "Nella valle della morte", ecco il riassunto migliore di tre settimane passate dal fotografo Tim Hetherington e dal giornalista Sebastian Junger insieme a questi soldati che da Vicenza sono stati destinati al fronte più scomodo, più pericoloso. Per molti fatale.
Il reportage è davvero duro. Così come dure sono le foto. Uno pensa ai giornalisti e ai fotografi che vanno a seguire le guerre dalle lussuose stanze degli hotel di frontiera, piluccando dai comunicati diffusi dai vari comandi. E critica. Oppure ironizza sui professionisti embedded, come li chiamano gli americani, cioè aggregati ai soldati. Anche Junger e Hetherington erano embedded, ma non c’è proprio spazio per alcuna ironia.
Nella Korengal Valley, da sempre enclave dei talebani, funziona così: i soldati americani lasciano i campi base più o meno sicuri delle retrovie e si alternano in missioni negli avamposti che durano svariate settimane. L’obiettivo è essere presenti per conquistare l’appoggio dei capitribù, per stabilire un contatto. Vivono per un po’ senza corrente elettrica, senza acqua corrente e mangiano razioni di Mra, Meal ready to eat, alternando conflitti a fuoco a colloqui diplomatici, attacco a difesa, coraggio a paura, vita a morte.
Il racconto di Junger è un diario che fa accapponare la pelle, le foto di Hetherington portano il lettore in trincea. Con la morte che fa sottofondo, sgradito. Fischiano pallottole, nella Korengal Valley. E hai voglia a dire che i giornalisti e i fotografi sono embedded: in quei momenti embedded vuol dire che rischiano la pellaccia come e perfino di più dei soldati, perché gli operatori dell’informazione non hanno armi. E non è che gli Rpg, sinistra sigla che sta per Rocked propelled grenade, lanciati in abbondanza dai talebani facciano distinzione tra chi è un soldato e da chi non lo è. Giù la testa e sperare che la pioggia di schegge non ti investa, è questo l’unico codice di comportamento consigliato in quei drammatici frangenti.
Junger, una volta tornato negli Stati Uniti, ha espresso giudizi lusinghieri nei confronti dei soldati della 173a Brigata impegnati nella Korengal Valley. «Sono noti per essere tra i soldati più preparati - ha detto il giornalista di Vanity Fair - anche se io non mi sono mai sentito tanto sicuro per via di quella pioggia di fuoco che pioveva attorno al bunker. Ma loro sanno badare a se stessi».
Con loro Junger ha provato a parlare di politica ma solo un soldato si è mostrato attento alla corsa alle presidenziali. «Per principio sarei un repubblicano - ha detto - ma stavolta sto con Barack Obama, lui vuole un’America unita e non divisa. Speriamo ci riesca».
«Sono soldati molto preparati, professionali - commenta Junger - e non valutano il complessivo evolversi della guerra in Afghanistan. Sono concentrati in quel che accade nella loro valle».
Tim Hetherington, il vincitore del World press photo award 2007, si è pure rotto una caviglia durante un suo secondo viaggi nella valle della morte, in ottobre. «Abbiamo dovuto camminare quattro ore - ricorda - per raggiungere un posto sicuro. Non è stato facile».
E non sarà facile neanche per Brandon P. Olson, il soldato della foto, il cui ritorno a Vicenza, alla caserma Ederle, è previsto per giugno.
La foto più bella
mostra un parà
della Ederle
di Marino Smiderle
Quel soldato americano esausto, sfinito, per i giurati del World press photo award, rappresenta lo sfinimento di un’intera nazione. E per questo la foto, scattata da Tim Hetherington nel settembre dell’anno scorso in Afghanistan per Vanity Fair, ha vinto il primo premio. Sì, è questa la foto dell’anno 2007, quella che più riassume il travaglio di migliaia di ventenni americani arruolatisi per una guerra, anzi due se ci aggiungiamo l’Iraq, che molti a Washington oggi mettono in discussione. Al di là delle considerazioni politiche, dietro quel volto stanco, sfatto dalla fatica e dal sudore spremuto da turni massacranti nei bunker roventi della Korengal Valley, c’è un nome. Nessuno l’ha scritto, forse non lo sa nemmeno l’autore dello scatto, a cui il prossimo 27 aprile ad Amsterdam verranno consegnati i 10 mila dollari del premio. In compenso lo hanno riconosciuto i commilitoni della caserma Ederle: si chiama Brandon P. Olson e fa parte del 2° Battaglione del 502° Reggimento della 173a Brigata, attualmente dislocato in quella che in Afghanistan hanno ribattezzato la valle della morte.
E il titolo del reportage, pubblicato nell’edizione di gennaio di Vanity Fair edizione americana, è proprio ricavato da questo posto maledetto. "Nella valle della morte", ecco il riassunto migliore di tre settimane passate dal fotografo Tim Hetherington e dal giornalista Sebastian Junger insieme a questi soldati che da Vicenza sono stati destinati al fronte più scomodo, più pericoloso. Per molti fatale.
Il reportage è davvero duro. Così come dure sono le foto. Uno pensa ai giornalisti e ai fotografi che vanno a seguire le guerre dalle lussuose stanze degli hotel di frontiera, piluccando dai comunicati diffusi dai vari comandi. E critica. Oppure ironizza sui professionisti embedded, come li chiamano gli americani, cioè aggregati ai soldati. Anche Junger e Hetherington erano embedded, ma non c’è proprio spazio per alcuna ironia.
Nella Korengal Valley, da sempre enclave dei talebani, funziona così: i soldati americani lasciano i campi base più o meno sicuri delle retrovie e si alternano in missioni negli avamposti che durano svariate settimane. L’obiettivo è essere presenti per conquistare l’appoggio dei capitribù, per stabilire un contatto. Vivono per un po’ senza corrente elettrica, senza acqua corrente e mangiano razioni di Mra, Meal ready to eat, alternando conflitti a fuoco a colloqui diplomatici, attacco a difesa, coraggio a paura, vita a morte.
Il racconto di Junger è un diario che fa accapponare la pelle, le foto di Hetherington portano il lettore in trincea. Con la morte che fa sottofondo, sgradito. Fischiano pallottole, nella Korengal Valley. E hai voglia a dire che i giornalisti e i fotografi sono embedded: in quei momenti embedded vuol dire che rischiano la pellaccia come e perfino di più dei soldati, perché gli operatori dell’informazione non hanno armi. E non è che gli Rpg, sinistra sigla che sta per Rocked propelled grenade, lanciati in abbondanza dai talebani facciano distinzione tra chi è un soldato e da chi non lo è. Giù la testa e sperare che la pioggia di schegge non ti investa, è questo l’unico codice di comportamento consigliato in quei drammatici frangenti.
Junger, una volta tornato negli Stati Uniti, ha espresso giudizi lusinghieri nei confronti dei soldati della 173a Brigata impegnati nella Korengal Valley. «Sono noti per essere tra i soldati più preparati - ha detto il giornalista di Vanity Fair - anche se io non mi sono mai sentito tanto sicuro per via di quella pioggia di fuoco che pioveva attorno al bunker. Ma loro sanno badare a se stessi».
Con loro Junger ha provato a parlare di politica ma solo un soldato si è mostrato attento alla corsa alle presidenziali. «Per principio sarei un repubblicano - ha detto - ma stavolta sto con Barack Obama, lui vuole un’America unita e non divisa. Speriamo ci riesca».
«Sono soldati molto preparati, professionali - commenta Junger - e non valutano il complessivo evolversi della guerra in Afghanistan. Sono concentrati in quel che accade nella loro valle».
Tim Hetherington, il vincitore del World press photo award 2007, si è pure rotto una caviglia durante un suo secondo viaggi nella valle della morte, in ottobre. «Abbiamo dovuto camminare quattro ore - ricorda - per raggiungere un posto sicuro. Non è stato facile».
E non sarà facile neanche per Brandon P. Olson, il soldato della foto, il cui ritorno a Vicenza, alla caserma Ederle, è previsto per giugno.
Il cliente ha sempre ragione
PORTAFOGLIO
Per fortuna
le banche non
vendono abiti
di Marino Smiderle
Cercate di fare mente locale. Quando entrate in un negozio di abbigliamento per comprarvi un abito che cosa fate? Accettate i consigli del commesso e vi portate a casa, chessò, un bel completo color ciclamino e lo abbinate con una camicia verde pisello perché ve lo ha suggerito il commesso fricchettone? La risposta è ovvia (tranne casi da ricovero): no, si compra l’abito che piace e i consigli, semmai, vengono tenuti in considerazione nel confronto tra capi simili e per valutare il rapporto qualità-prezzo. Insomma, siete clienti responsabili e, pur non avendo una laurea in "style & fashion", fate dei sani compromessi tra buon gusto e portafogli.
IN BANCA
Immaginate ora di entrare in un altro negozio, che non vende braghe ma prodotti finanziari. Ecco, avete visto, le idee si fanno più confuse, il buon senso si squaglia sulla complessità delle diverse opportunità (?) di investimento e, alla fine, vi affidate alla competenza e alla professionalità dell’impiegato a cui è stata delegata in toto la delicatissima unzione di mettere ordine nella vostra confusione finanziaria. Il punto non è la professionalità del bancario in questione, anche se ci sarebbe parecchio da discutere al riguardo. Il punto è che tutti gli addetti hanno l’ordine di scuderia di vendere quei prodotti che contribuiscono maggiormente a far splendere il bilancio dell’istituto. Così come il commesso del negozio di abbigliamento vorrebbe vendervi l’orribile completo ciclamino che costa tanto e che fa senso, allo stesso modo l'impiegato vi vorrebbe rifilare una bella polizza ventennale, o un titolo strutturato non quotato di pari scadenza, che fruttano alla banca laute commissione. La differenza, tra negozio di abbigliamento e banca, sta nel fatto che voi il completo ciclamino non lo comprate, mentre la polizza e il titolo improbabile li infilate di gusto nel salvadanaio, convinti di avere fatto l’affare della vita.
DIMOSTRAZIONE
Quel che sta avvenendo in questi ultimi mesi nel variegato mondo dei fondi comuni d’investimento, e nel risparmio gestito in genere, è la limpida dimostrazione del teorema precedente. Allora, negli ultimi 13 mesi la raccolta dei fondi comuni italiani ha perso qualcosa come 72 miliardi di euro. Traduzione: la clientela ha venduto i fondi in portafoglio e ha comprato altri strumenti finanziari. Uno dice: vabbè, hanno reso meno del benchmark di riferimento (piccola avvertenza: quando un bancario vi propone di cambiare investimento e usa paroloni tipo "benchmark", nove volte su dieci vi sta rifilando un bidone) e quindi si deve cambiare. Se le cose stessero così, e in parte stanno pure così, il cambio sarebbe anche giustificato. La vera domanda che un risparmiatore dovrebbe porsi è un’altra: perché le banche che fino ai ieri mi riempivano il portafogli di fondi e gestioni oggi me lo svuotano e mi inducono a comprare polizze e obbligazioni fatte in casa? La risposta è semplice: perché fino a ieri le banche avevano la convenienza di puntare sui fondi comuni ma oggi, coi bilanci minacciati dalle voragini dei subprime, hanno la disperata necessità di aspirare i soldi dei clienti e congelarli in obbligazioni proprie, meglio se strutturate, e polizze a scadenza siderale.
COMMISSIONI
Gran parte di questi strumenti, vedi in particolare le polizze che vengono vendute come il pane perché spesso il venditore ci associa, impropriamente, il termine pensione, hanno il grosso vantaggio (per le banche, ovviamente) di far pagare commissioni molto elevate e a stretto giro di posta. In pratica, sottoscrivendo una polizza di 30 mila euro, per esempio, la banca collocatrice vi chiede subito una commissione, quando va bene, del 3-4 per cento. «Tanto - aggiunge premuroso l’impiegato - in 15 anni la recupererà ampiamente». Poi, se tra un paio d’anni torneranno di moda (sempre a beneficio dei bilanci delle banche) i fondi comuni, qualcuno vi chiederà di smobilizzare la polizza che sta rendendo poco per spostarvi su un prodotto più dinamico che giustifica ampiamente le commissioni, non leggere, applicate.
LA DIFESA
Per difendersi basta fare un test. Al posto della polizza, chiedete un Cct. Se l’addetto fa resistenza, vuol dire che è la scelta giusta.
Per fortuna
le banche non
vendono abiti
di Marino Smiderle
Cercate di fare mente locale. Quando entrate in un negozio di abbigliamento per comprarvi un abito che cosa fate? Accettate i consigli del commesso e vi portate a casa, chessò, un bel completo color ciclamino e lo abbinate con una camicia verde pisello perché ve lo ha suggerito il commesso fricchettone? La risposta è ovvia (tranne casi da ricovero): no, si compra l’abito che piace e i consigli, semmai, vengono tenuti in considerazione nel confronto tra capi simili e per valutare il rapporto qualità-prezzo. Insomma, siete clienti responsabili e, pur non avendo una laurea in "style & fashion", fate dei sani compromessi tra buon gusto e portafogli.
IN BANCA
Immaginate ora di entrare in un altro negozio, che non vende braghe ma prodotti finanziari. Ecco, avete visto, le idee si fanno più confuse, il buon senso si squaglia sulla complessità delle diverse opportunità (?) di investimento e, alla fine, vi affidate alla competenza e alla professionalità dell’impiegato a cui è stata delegata in toto la delicatissima unzione di mettere ordine nella vostra confusione finanziaria. Il punto non è la professionalità del bancario in questione, anche se ci sarebbe parecchio da discutere al riguardo. Il punto è che tutti gli addetti hanno l’ordine di scuderia di vendere quei prodotti che contribuiscono maggiormente a far splendere il bilancio dell’istituto. Così come il commesso del negozio di abbigliamento vorrebbe vendervi l’orribile completo ciclamino che costa tanto e che fa senso, allo stesso modo l'impiegato vi vorrebbe rifilare una bella polizza ventennale, o un titolo strutturato non quotato di pari scadenza, che fruttano alla banca laute commissione. La differenza, tra negozio di abbigliamento e banca, sta nel fatto che voi il completo ciclamino non lo comprate, mentre la polizza e il titolo improbabile li infilate di gusto nel salvadanaio, convinti di avere fatto l’affare della vita.
DIMOSTRAZIONE
Quel che sta avvenendo in questi ultimi mesi nel variegato mondo dei fondi comuni d’investimento, e nel risparmio gestito in genere, è la limpida dimostrazione del teorema precedente. Allora, negli ultimi 13 mesi la raccolta dei fondi comuni italiani ha perso qualcosa come 72 miliardi di euro. Traduzione: la clientela ha venduto i fondi in portafoglio e ha comprato altri strumenti finanziari. Uno dice: vabbè, hanno reso meno del benchmark di riferimento (piccola avvertenza: quando un bancario vi propone di cambiare investimento e usa paroloni tipo "benchmark", nove volte su dieci vi sta rifilando un bidone) e quindi si deve cambiare. Se le cose stessero così, e in parte stanno pure così, il cambio sarebbe anche giustificato. La vera domanda che un risparmiatore dovrebbe porsi è un’altra: perché le banche che fino ai ieri mi riempivano il portafogli di fondi e gestioni oggi me lo svuotano e mi inducono a comprare polizze e obbligazioni fatte in casa? La risposta è semplice: perché fino a ieri le banche avevano la convenienza di puntare sui fondi comuni ma oggi, coi bilanci minacciati dalle voragini dei subprime, hanno la disperata necessità di aspirare i soldi dei clienti e congelarli in obbligazioni proprie, meglio se strutturate, e polizze a scadenza siderale.
COMMISSIONI
Gran parte di questi strumenti, vedi in particolare le polizze che vengono vendute come il pane perché spesso il venditore ci associa, impropriamente, il termine pensione, hanno il grosso vantaggio (per le banche, ovviamente) di far pagare commissioni molto elevate e a stretto giro di posta. In pratica, sottoscrivendo una polizza di 30 mila euro, per esempio, la banca collocatrice vi chiede subito una commissione, quando va bene, del 3-4 per cento. «Tanto - aggiunge premuroso l’impiegato - in 15 anni la recupererà ampiamente». Poi, se tra un paio d’anni torneranno di moda (sempre a beneficio dei bilanci delle banche) i fondi comuni, qualcuno vi chiederà di smobilizzare la polizza che sta rendendo poco per spostarvi su un prodotto più dinamico che giustifica ampiamente le commissioni, non leggere, applicate.
LA DIFESA
Per difendersi basta fare un test. Al posto della polizza, chiedete un Cct. Se l’addetto fa resistenza, vuol dire che è la scelta giusta.
Per un pugno di dollari

CONTRADDIZIONI. I percorsi incomprensibili del denaro
La Cina tiene
gli Stati Uniti
sotto scacco
di Marino Smiderle
Macché bombe atomiche, macché attentati, macché minaccia estremista. Il vero ordigno gli Stati Uniti ce l’hanno in casa, ci dormono sopra, e lo usano tutti i giorni. Il vero ordigno si chiama dollaro e il problema è che la miccia sta a Pechino: basta che il leader del partito unico comunista di turno si decida e... boom, l’America salta per aria come un paesucolo del terzo mondo. L’esercito più potente del mondo non servirà, di fronte al più grave attentato economico della storia.
A sostenere questa tesi è James Fallows, national correspondent di The Atlantic Monthly, che ha vissuto per qualche anno in Cina e conosce dal di dentro pregi e difetti del paese del Dragone. Il discorso è semplice: se gli americani hanno un tenore di vita così alto, più alto di quanto potrebbero permettersi, il merito (a Pechino potrebbero dire la colpa) è proprio dei cinesi. Sotto il titolo "La questione da 1,4 trilioni di dollari", Fallows spiega, con fatti e numeri, l’apparente assurdità e la reale pericolosità di un simile paradosso.
«Nell’ultimo quarto di secolo durante il quale la Cina si è aperta al commercio mondiale - scrive Fallows - i leader cinesi hanno deliberatamente mantenuto basso lo standard di vita dei propri cittadini e hanno innalzato quello dei già ricchi statunitensi. Questo è il reale significato dell’enorme surplus commerciale - 1,4 milioni di miliardi (trilioni, appunto) di dollari, che cresce al ritmo di un miliardo al giorno - che il governo cinese ha impiegato, per la maggior parte, nei Treasury, i titoli di stato Usa. In termini pratici, ogni persona residente nel paese più ricco del mondo, gli Stati Uniti, negli ultimi 10 anni ha preso in prestito in prestito circa 4.000 dollari da qualcuno (molto povero) residente in Cina. Come molti disequilibri che si formano in economia, tutto questo non può andare avanti all’infinito, e quindi un bel giorno il trend innaturale finirà. Ma il modo in cui finirà - improvvisamente piuttosto che gradualmente, per ragioni prevedibili piuttosto che durante una fase di panico generalizzato - implica conseguenze molto diverse per le economie americana e cinese nei prossimi anni, per non parlare degli altri paesi europei e asiatici».
Questo è un esempio di come la globalizzazione possa essere drogata dai differenti sistemi politici. Gli Stati Uniti fanno la parte delle cicale e consumano molto di più di quel che producono. Il conto lo pagano i cinesi che, per quanto in questi 25 anni abbiano migliorato il proprio standard di vita, consumano circa la metà di quel che producono. Per capirci: i cinesi dovrebbero vivere meglio ma non possono mentre gli americani dovrebbero vivere peggio ma non devono.
«Ai due governi non piace attirare attenzione su questa sorta di accordo economico - sostiene Fallows - perché conviene a entrambi. Alla Cina, perché ciò ha aiutato il regime a guidare lo sviluppo nella maniera che preferisce, e cioè mantenere il tasso di crescita dell’economia domestica al di qua della sottile linea che separa "l’incredibilmente veloce" dal "fuori controllo e al di là dell’inflazione". All’America, perché tutto ciò ha voluto dire iPod più a buon mercato, tassi d’interesse più bassi, rate del mutuo contenute, fisco più leggero. Ma, in virtù delle tensioni politiche presenti in entrambi i paesi e dell’aumento continuo dello squilibrio, il tacito accordo ora potrebbe saltare per aria, con effetti disastrosi».
Prima di andare avanti nella previsioni delle poco piacevoli conseguenze, vale la pena chiedersi perché mai un paese povero come la Cina (d’accordo, si sta arricchendo velocemente, ma tra gli 1,3 miliardi di persone residenti la maggior parte vive ancora molto al di sotto degli standard occidentali) abbia tutti questi soldi investiti all’estero. Non sarebbe più saggio e lungimirante utilizzare questa potenza economia accumulata con l’apertura al commercio mondiale per migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini?
«Vista da lontano - ha risposto Lawrence Summers, già ministro del Tesoro con Clinton e presidente dell’Università di Harvard - questa situazione è, per usare un eufemismo, strana. Lasciare che una fortuna di oltre un trilione di dollari se ne vada da un paese con ancora molti bisogni insoddisfatti verso un paese vecchio e ricco è molto più che una stranezza».
Altra domanda? Perché il Partito comunista della Cina attua una politica di privazione dei propri cittadini e drena risorse a favore di una potenza potenzialmente "nemica" come gli Stati Uniti d’America? Il punto vero, al di là dele risposte, è che le imprese cinesi che prendono dollari dalle vendite dei propri prodotti sono costrette a girare i dollari all’autorità statale del cambio (State administration for foreign change), che a sua volta tratterà con la banca centrale cinese il cambio praticamente prefissato della valuta. In pratica, due economie si stanno confrontando con armi diverse: negli Usa c’è il libero mercato, le libere scelte dei cittadini e degli imprenditori; in Cina c’è la mano visibilissima dello Stato che decide quanto e dove investire il surplus garantito da un’economia che va a mille all’ora e che cresce del 10 per cento l’anno, centesimo più, centesimo meno.
Il giorno in cui i cinesi capiranno che, anziché stringere la cinghia, potrebbero usare meglio e per fini davvero "comunisti" la propria potenza, probabilmente ci sarà l’assalto alla sede del partito. Per ora la bomba sistemata nel cuore del sistema americano se ne sta nascosta. Se i leader cinesi decidessero di farla esplodere, magari vendendo tutti i dollari, rimarrebbero vittime della propria manovra e brucerebbero, col crollo del dollaro, anche le ricchezze costruite in 25 anni di apertura. La miccia, insomma, è ancora bagnata. Per quanto ancora?
domenica 10 febbraio 2008
martedì 5 febbraio 2008
La zappa di Zapatero
PSOE FAVORITO. Tra poco più di un mese ci saranno le elezioni politiche
E Luis prova
a riprendersi
la Spagna
di Marino Smiderle
Quelle bombe alla stazione di Atocha, a Madrid, hanno cambiato il corso della storia di tutta la Spagna. Pare ieri, ma sono passati già quattro anni. Già, 11 marzo 2004, una data che la gente di Madrid ha impresso nella pelle come i newyorchesi hanno l’11 settembre 2001. A Madrid quattro anni fa c’erano le elezioni, così come ci saranno fra poco più di un mese. Oggi come allora il risultato pare scontato, anche se capovolto: nel 2004 Aznar, premier uscente del Partito popolare, dove essere confermato in carrozza, la stella della Spagna splendeva in Europa e nel mondo, nulla lasciava presupporre un risultato diverso, anche perché il candidato dei socialisti, Josè Luis Zapatero, era poco più di un signor nessuno e aveva ottenuto la candidatura solo perché gli altri big del partito aspettavano tempi migliori.
Si sa come è andata a finire: Zapatero ha battuto Aznar perché i terroristi islamici hanno azionato il detonatore della paura, oltre che della morte. «Ritiratevi dall’Iraq e per la Spagna non ci saranno problemi» era il vigliacco messaggio di quelle bombe assassine. Oltre a uccidere decine di pendolari innocenti, quegli ordigni finirono per stracciare i sondaggi del giorno prima e ricacciare indietro l’osannato Aznar e sistemando sul piedistallo lo sconosciuto, ai più, Zapatero. Che oggi, a quattro anni di distanza, è nettamente favorito nei confronti del Partito popolare guidato da Mariano Rajoy.
La campagna elettorale è già entrata nel vivo e il leader socialista ha gettato sul piatto un bel po’ di denari sonanti per convincere l’elettorato a confermargli l’appoggio. «Socialisti e popolari - scrive Michele Calcaterra su Il Sole 24 Ore - a due mesi dal voto del 9 marzo, stanno tentando di conquistare l'elettorato spagnolo a suon di miliardi di euro. La promessa fatta domenica scorsa dal presidente José Luis Zapatero di distribuire a giugno a ciascun contribuente 400 euro costerà allo Stato 5 miliardi di euro. Il Psoe e il Pp hanno fatto finora proposte di tipo economico-fiscale per un ammontare complessivo di 20 miliardi. Cifre importanti dunque, il cui finanziamento potrebbe mettere in pericolo l'equilibrio dei conti pubblici, ora che l'economia ha rallentato. I più pessimisti affermano addirittura che la Spagna potrebbe passare nel 2008 da un surplus superiore al 2% a un deficit di bilancio. Tale sarebbe infatti il costo per sostenere i minori introiti di carattere fiscale, frutto della campagna elettorale, ma anche la prevedibile accelerazione delle opere pubbliche necessarie per sostenere l'economia e il mercato del lavoro».
«Il rigore degli anni passati, che ha permesso alla Spagna di diventare uno dei Paesi più virtuosi della Ue (il debito è sceso al 34% del Pil), potrebbe insomma lasciare il posto a una politica più propensa al sostegno dei consumi che al controllo della spesa. "Sull'economia spagnola - spiega al [\FIRMA]Sole 24 Ore il politologo e sociologo Victor Perez-Diaz, autore del libro La lezione spagnola (Il Mulino) - siamo in stato di allerta, non ancora di allarme. A breve termine, vale a dire per i prossimi uno o due anni, i segnali sono di difficoltà. Mentre in prospettiva i problemi potrebbero essere molto più seri". Perez-Diaz non vuole dire che il "miracolo spagnolo" ha ormai fatto il suo tempo, ma è convinto che senza un rinnovamento e una serie di riforme il Paese rischia di bruciare quanto fatto negli ultimi anni».
Che la Spagna sia uno dei paesi europei più lanciati è fuori discussione. Lo sa bene l’Italia, che recentemente ha avuto il suo bel daffare per dimostrare che Madrid non aveva superato Roma in economia. Eppure, in questa complicata stagione elettorale, partita con i sondaggi che gratificano il Psoe di 6 punti di vantaggio sul Partito popolare, tra gli iberici c’è chi sostiene che la Spagna non conta nulla.
Ha suscitato, infatti critiche severe e riserve sulla stampa e da parte del leader dell’opposizione di centrodestra Mariano Rajoy, a poche settimane dalle politiche del 9 marzo, l’esclusione del premier spagnolo Zapatero dall’incontro dei leader europei del G8 convocato la settimana scorsa a Londra dal primo ministro britannico Gordon Brown.
«I leader europei parlano della crisi senza fare i conti con la Spagna», era il titolo di prima pagina del quotidiano di Barcellona La Vanguardia, rilevando che Brown aveva invitato il cancelliere tedesco, Angela Merkel, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, il premier italiano (dimissionario), Romano Prodi e il presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, ma dimenticandosi del capo dell’esecutivo spagnolo, Zapatero. In un’intervista alla televisione pubblica Tve, Zapatero non ha dato importanza alla sua assenza sottolineando che «si tratta di un incontro dei membri europei del G-8», fra i quali non rientra la Spagna.
Il leader del Partito popolare all’opposizione, Mariano Rajoy, sfidante di Zapatero alle politiche del 9 marzo, lo ha definito «uno schiaffo per la Spagna e per la politica estera spagnola». «Il fatto che si parli di economia europea e che la Spagna, che ha 44 milioni di abitanti ed è la nona potenza economica mondiale, non vada, e vada invece il signor Prodi - ha aggiunto - mi preoccupa molto».
Schermaglie, come capitano in tutti i paesi dove è in corso una campagna elettorale. Ma che in Spagna, al di là di quel che ha combinato Zapatero in questi anni, si respiri un’atmosfera più ottimista che in Italia è fuori discussione. Il merito non è solo di Zapatero e non è nemmeno solo di Aznar: diciamo che a Madrid lo scontro politico è arrivato a un punto di "nobiltà" tale che, in occasione del famoso scontro verbale tra Chavez e re Juan Carlos, e di fronte all’epiteto di "fascista" indirizzato dal caudillo venezuelano all’ex premier Aznar, il primo a difenderlo è stato il "nemico" Zapatero.
E Luis prova
a riprendersi
la Spagna
di Marino Smiderle
Quelle bombe alla stazione di Atocha, a Madrid, hanno cambiato il corso della storia di tutta la Spagna. Pare ieri, ma sono passati già quattro anni. Già, 11 marzo 2004, una data che la gente di Madrid ha impresso nella pelle come i newyorchesi hanno l’11 settembre 2001. A Madrid quattro anni fa c’erano le elezioni, così come ci saranno fra poco più di un mese. Oggi come allora il risultato pare scontato, anche se capovolto: nel 2004 Aznar, premier uscente del Partito popolare, dove essere confermato in carrozza, la stella della Spagna splendeva in Europa e nel mondo, nulla lasciava presupporre un risultato diverso, anche perché il candidato dei socialisti, Josè Luis Zapatero, era poco più di un signor nessuno e aveva ottenuto la candidatura solo perché gli altri big del partito aspettavano tempi migliori.
Si sa come è andata a finire: Zapatero ha battuto Aznar perché i terroristi islamici hanno azionato il detonatore della paura, oltre che della morte. «Ritiratevi dall’Iraq e per la Spagna non ci saranno problemi» era il vigliacco messaggio di quelle bombe assassine. Oltre a uccidere decine di pendolari innocenti, quegli ordigni finirono per stracciare i sondaggi del giorno prima e ricacciare indietro l’osannato Aznar e sistemando sul piedistallo lo sconosciuto, ai più, Zapatero. Che oggi, a quattro anni di distanza, è nettamente favorito nei confronti del Partito popolare guidato da Mariano Rajoy.
La campagna elettorale è già entrata nel vivo e il leader socialista ha gettato sul piatto un bel po’ di denari sonanti per convincere l’elettorato a confermargli l’appoggio. «Socialisti e popolari - scrive Michele Calcaterra su Il Sole 24 Ore - a due mesi dal voto del 9 marzo, stanno tentando di conquistare l'elettorato spagnolo a suon di miliardi di euro. La promessa fatta domenica scorsa dal presidente José Luis Zapatero di distribuire a giugno a ciascun contribuente 400 euro costerà allo Stato 5 miliardi di euro. Il Psoe e il Pp hanno fatto finora proposte di tipo economico-fiscale per un ammontare complessivo di 20 miliardi. Cifre importanti dunque, il cui finanziamento potrebbe mettere in pericolo l'equilibrio dei conti pubblici, ora che l'economia ha rallentato. I più pessimisti affermano addirittura che la Spagna potrebbe passare nel 2008 da un surplus superiore al 2% a un deficit di bilancio. Tale sarebbe infatti il costo per sostenere i minori introiti di carattere fiscale, frutto della campagna elettorale, ma anche la prevedibile accelerazione delle opere pubbliche necessarie per sostenere l'economia e il mercato del lavoro».
«Il rigore degli anni passati, che ha permesso alla Spagna di diventare uno dei Paesi più virtuosi della Ue (il debito è sceso al 34% del Pil), potrebbe insomma lasciare il posto a una politica più propensa al sostegno dei consumi che al controllo della spesa. "Sull'economia spagnola - spiega al [\FIRMA]Sole 24 Ore il politologo e sociologo Victor Perez-Diaz, autore del libro La lezione spagnola (Il Mulino) - siamo in stato di allerta, non ancora di allarme. A breve termine, vale a dire per i prossimi uno o due anni, i segnali sono di difficoltà. Mentre in prospettiva i problemi potrebbero essere molto più seri". Perez-Diaz non vuole dire che il "miracolo spagnolo" ha ormai fatto il suo tempo, ma è convinto che senza un rinnovamento e una serie di riforme il Paese rischia di bruciare quanto fatto negli ultimi anni».
Che la Spagna sia uno dei paesi europei più lanciati è fuori discussione. Lo sa bene l’Italia, che recentemente ha avuto il suo bel daffare per dimostrare che Madrid non aveva superato Roma in economia. Eppure, in questa complicata stagione elettorale, partita con i sondaggi che gratificano il Psoe di 6 punti di vantaggio sul Partito popolare, tra gli iberici c’è chi sostiene che la Spagna non conta nulla.
Ha suscitato, infatti critiche severe e riserve sulla stampa e da parte del leader dell’opposizione di centrodestra Mariano Rajoy, a poche settimane dalle politiche del 9 marzo, l’esclusione del premier spagnolo Zapatero dall’incontro dei leader europei del G8 convocato la settimana scorsa a Londra dal primo ministro britannico Gordon Brown.
«I leader europei parlano della crisi senza fare i conti con la Spagna», era il titolo di prima pagina del quotidiano di Barcellona La Vanguardia, rilevando che Brown aveva invitato il cancelliere tedesco, Angela Merkel, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, il premier italiano (dimissionario), Romano Prodi e il presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, ma dimenticandosi del capo dell’esecutivo spagnolo, Zapatero. In un’intervista alla televisione pubblica Tve, Zapatero non ha dato importanza alla sua assenza sottolineando che «si tratta di un incontro dei membri europei del G-8», fra i quali non rientra la Spagna.
Il leader del Partito popolare all’opposizione, Mariano Rajoy, sfidante di Zapatero alle politiche del 9 marzo, lo ha definito «uno schiaffo per la Spagna e per la politica estera spagnola». «Il fatto che si parli di economia europea e che la Spagna, che ha 44 milioni di abitanti ed è la nona potenza economica mondiale, non vada, e vada invece il signor Prodi - ha aggiunto - mi preoccupa molto».
Schermaglie, come capitano in tutti i paesi dove è in corso una campagna elettorale. Ma che in Spagna, al di là di quel che ha combinato Zapatero in questi anni, si respiri un’atmosfera più ottimista che in Italia è fuori discussione. Il merito non è solo di Zapatero e non è nemmeno solo di Aznar: diciamo che a Madrid lo scontro politico è arrivato a un punto di "nobiltà" tale che, in occasione del famoso scontro verbale tra Chavez e re Juan Carlos, e di fronte all’epiteto di "fascista" indirizzato dal caudillo venezuelano all’ex premier Aznar, il primo a difenderlo è stato il "nemico" Zapatero.
Bill Gates su Yahoo!
PORTAFOGLIO
Quest’uomo
fa riesplodere
il net-business
di Marino Smiderle
E così quella bolla non era proprio una bolla. Sì, d’accordo, l’entusiasmo dei neofiti aveva trasformato le società della net-economy in multinazionali della rete prima ancora di uscire dal garage dei genietti della Silicon Valley, ma sul fatto che internet sarebbe diventato il grimaldello delle economie del nuovo millennio oggi non ci possono essere più dubbi. E, col senno di poi, si può dire che i pionieri ci avevano visto giusto, sia pure con un anticipo dannoso per i risparmiatori. Dannoso perché tra la fine degli anni 90 e l’inizio del nuovo millennio furono in molti i signori Rossi a rimetterci la ghirba. Ora, il fatto che Bill Gates metta sul piatto quasi cinquanta miliardi di dollari per andarsi a comprare Yahoo! e per andare così a mettere in discussione il primato di Google dimostra che le internet-stocks hanno riacceso i motori. E che i signori Rossi scottati qualche anno fa potrebbero tornare sul mercato e rifarsi delle perdite pregresse.
I PRECEDENTI
Ve la ricordate Tiscali? Quando venne quotata in Borsa, alla fine degli anni 90, ci fu una follia collettiva. Le azioni della società internettiana sarda guadagnarono il mille per cento in pochi mesi, raggiungendo quotazioni che non stavano né in cielo, né in terra: stavano nella ionosfera dell’immaginazione. Ci fu un momento in cui la capitalizzazione di Tiscali arrivò a superare quella della Fiat, con la differenza che negli stabilimenti della Fiat, pur in crisi, qualcosa c’era, mentre la Tiscali non aveva neanche stabilimenti: la Borsa aveva capitalizzato le idee. Capitò anche con tante altre società, meno strutturate di Tiscali ma con qualche "net" nel nome. I risparmiatori di italiani comprarono a piene mani, a prezzi elevatissimi, rischiando di rompersi l’osso del collo. Osso che, puntualmente, si ruppe quando queste società sfornarono i primi risultati deludenti rispetto alle attese. Quegli utili non potevano reggere certe quotazioni e, quando la moda svanì, probabilmente quando i guru della net-economy avevano già venduto le proprie azioni pompate da analisi eccessivamente ottimistiche, si scatenò la tempesta.
IL RITORNO
Bill Gates, padre padrone di Microsoft, ha annunciato che tra sei mesi si ritirerà a gestire le attività benefiche. Prima, però, ha voluto togliersi lo sfizio di sbarellare i mercati. Già nei mesi scorsi aveva proposto a Yahoo! un accordo di collaborazione, un’alleanza capace di far fronte all’avanzata inarrestabile di Google. La risposta non è mai arrivata e così, da capitalista di razza, Gates ha fatto l’unica cosa che un compratore deve fare in un mercato che funziona: ha messo i soldi sul piatto. Tanti soldi, quasi 50 miliardi di dollari, perché il business della pubblicità in internet sta diventando sempre più appetibile. Con un decennio di ritardo, dunque, le previsioni dei geni della Silicon Valley si stanno avverando. L’operazione di Bill Gates, oltre a fare gli interessi di Microsoft, ha il merito di dare un messaggio di speranza ai mercati ingolfati dai mutui subprime e di scatenare una nuova opportunità per i risparmiatori che non disdegnano di puntare sulle Borse.
LE CONSEGUENZE
Dopo l’annuncio dell’opa di Microsoft su Yahoo!, tutti i titoli legati in qualche modo alla rete e al business della pubblicità online, sono scheggiati verso l’alto. Partendo dall’Italia, con Fastweb che ha guadagnato il 4,29 per cento, a 22,13 euro, Tiscali su del 5,14 per cento a 1,45 euro e Seat Pagine Gialle in progresso del 5 per cento a 0,23 euro. Ma in Italia c’è poca roba rispetto al mare magnum che potrebbe agitarsi a Wall Street, dove Time Warner, che controlla Aol, è salita del 2,42 per cento a 16,07 dollari, dove eBay, leader delle aste online, è decollata a 28,81 dollari, con una performance giornaliera del 7,14 per cento. Il punto è che questo nuovo possibile affare tra Microsoft e Yahoo! potrebbe dare il via a una serie di operazioni incrociate tra mondo dei media e mondo di internet capaci di rompere definitivamente il diaframma che ancora separa media tradizionali e le opportunità della rete. At&t, per esempio, potrebbe rilevare Aol oppure accorrere in aiuto di Yahoo!, con quel che ne consegue in materia di quotazioni. Il punto è, comunque, che gli investitori di Borsa farebbero bene a tener d’occhio tutte le azioni che riguardano media e internet. Il guadagno futuro passa da lì.
Quest’uomo
fa riesplodere
il net-business
di Marino Smiderle
E così quella bolla non era proprio una bolla. Sì, d’accordo, l’entusiasmo dei neofiti aveva trasformato le società della net-economy in multinazionali della rete prima ancora di uscire dal garage dei genietti della Silicon Valley, ma sul fatto che internet sarebbe diventato il grimaldello delle economie del nuovo millennio oggi non ci possono essere più dubbi. E, col senno di poi, si può dire che i pionieri ci avevano visto giusto, sia pure con un anticipo dannoso per i risparmiatori. Dannoso perché tra la fine degli anni 90 e l’inizio del nuovo millennio furono in molti i signori Rossi a rimetterci la ghirba. Ora, il fatto che Bill Gates metta sul piatto quasi cinquanta miliardi di dollari per andarsi a comprare Yahoo! e per andare così a mettere in discussione il primato di Google dimostra che le internet-stocks hanno riacceso i motori. E che i signori Rossi scottati qualche anno fa potrebbero tornare sul mercato e rifarsi delle perdite pregresse.
I PRECEDENTI
Ve la ricordate Tiscali? Quando venne quotata in Borsa, alla fine degli anni 90, ci fu una follia collettiva. Le azioni della società internettiana sarda guadagnarono il mille per cento in pochi mesi, raggiungendo quotazioni che non stavano né in cielo, né in terra: stavano nella ionosfera dell’immaginazione. Ci fu un momento in cui la capitalizzazione di Tiscali arrivò a superare quella della Fiat, con la differenza che negli stabilimenti della Fiat, pur in crisi, qualcosa c’era, mentre la Tiscali non aveva neanche stabilimenti: la Borsa aveva capitalizzato le idee. Capitò anche con tante altre società, meno strutturate di Tiscali ma con qualche "net" nel nome. I risparmiatori di italiani comprarono a piene mani, a prezzi elevatissimi, rischiando di rompersi l’osso del collo. Osso che, puntualmente, si ruppe quando queste società sfornarono i primi risultati deludenti rispetto alle attese. Quegli utili non potevano reggere certe quotazioni e, quando la moda svanì, probabilmente quando i guru della net-economy avevano già venduto le proprie azioni pompate da analisi eccessivamente ottimistiche, si scatenò la tempesta.
IL RITORNO
Bill Gates, padre padrone di Microsoft, ha annunciato che tra sei mesi si ritirerà a gestire le attività benefiche. Prima, però, ha voluto togliersi lo sfizio di sbarellare i mercati. Già nei mesi scorsi aveva proposto a Yahoo! un accordo di collaborazione, un’alleanza capace di far fronte all’avanzata inarrestabile di Google. La risposta non è mai arrivata e così, da capitalista di razza, Gates ha fatto l’unica cosa che un compratore deve fare in un mercato che funziona: ha messo i soldi sul piatto. Tanti soldi, quasi 50 miliardi di dollari, perché il business della pubblicità in internet sta diventando sempre più appetibile. Con un decennio di ritardo, dunque, le previsioni dei geni della Silicon Valley si stanno avverando. L’operazione di Bill Gates, oltre a fare gli interessi di Microsoft, ha il merito di dare un messaggio di speranza ai mercati ingolfati dai mutui subprime e di scatenare una nuova opportunità per i risparmiatori che non disdegnano di puntare sulle Borse.
LE CONSEGUENZE
Dopo l’annuncio dell’opa di Microsoft su Yahoo!, tutti i titoli legati in qualche modo alla rete e al business della pubblicità online, sono scheggiati verso l’alto. Partendo dall’Italia, con Fastweb che ha guadagnato il 4,29 per cento, a 22,13 euro, Tiscali su del 5,14 per cento a 1,45 euro e Seat Pagine Gialle in progresso del 5 per cento a 0,23 euro. Ma in Italia c’è poca roba rispetto al mare magnum che potrebbe agitarsi a Wall Street, dove Time Warner, che controlla Aol, è salita del 2,42 per cento a 16,07 dollari, dove eBay, leader delle aste online, è decollata a 28,81 dollari, con una performance giornaliera del 7,14 per cento. Il punto è che questo nuovo possibile affare tra Microsoft e Yahoo! potrebbe dare il via a una serie di operazioni incrociate tra mondo dei media e mondo di internet capaci di rompere definitivamente il diaframma che ancora separa media tradizionali e le opportunità della rete. At&t, per esempio, potrebbe rilevare Aol oppure accorrere in aiuto di Yahoo!, con quel che ne consegue in materia di quotazioni. Il punto è, comunque, che gli investitori di Borsa farebbero bene a tener d’occhio tutte le azioni che riguardano media e internet. Il guadagno futuro passa da lì.
lunedì 4 febbraio 2008
I programmi della signora Lia
INTERVISTA A LIA SARTORI
di Marino Smiderle
«Se Galan
andrà a Roma,
io sarò con lui»
Pomeriggio uggioso, di quelli in cui l’umidità ti penetra nelle ossa. L’on. Lia Sartori è letteralmente impermeabile alle bizze meteorologiche e, pur reduce da una settimana di lavoro massacrante al parlamento di Bruxelles, arriva nel suo ufficio di presidente del Cisa con un carico di energia invidiabile. L’impressione è che, se decidesse di fare il sindaco, avrebbe la forza di ribaltare mezza città in una settimana. Magari scontentando l’altra mezza.
On. Sartori, ha deciso? Correrà per diventare sindaco di Vicenza?
È un problema solo italiano?
Lei è vicecapo delegazione di Forza Italia, sono 9 anni che è eurodeputato. Considera chiusa la sua esperienza?
Le elezioni amministrative cadono a fagiolo...
Perché, la sua scelta dipende da Galan?
Sta parlando del possibile futuro da ministro per il governatore del Veneto?
E lei? Pensa di puntare su Roma invece che su Vicenza?
E se invece resterà a palazzo Balbi, lei si candiderà per palazzo Trissino.
Senta, ma come vede la compattezza della Casa delle libertà a Vicenza?
Sì, però adesso non si capisce bene cosa farà la Lega, si vocifera di una certa distanza, per usare un eufemismo, tra lei e Manuela Dal Lago. Non teme contraccolpi per il suo schieramento?
Quale?
E dell’amministrazione Hüllweck che giudizio dà?
Pensa forse all’Aim?
A proposito di litigiosità, non crede che Vicenza abbia raggiunto livelli di guardia, in tutti i settori della vita pubblica?
Si riferisce al conflitto che c’è tra i vertici di Confindustria Vicenza e il governatore Galan?
Le tensioni si sono moltiplicate e si sono tradotte in un immobilismo generale. Non ha una ricetta per guarire il malato-Vicenza?
Veramente anche Galan non ha aiutato molto. Alcuni suoi interventi hanno avuto l’effetto di far divampare le fiamme...
Magari dopo gli attacchi che il Giornale riceveva da Galan. Comunque, non è che questi attacchi le abbiano portato male: alle ultime Europee ha ricevuto un mare di voti e, alle ultime Provinciali, Forza Italia a Vicenza ha fatto il pieno.
di Marino Smiderle
«Se Galan
andrà a Roma,
io sarò con lui»
Pomeriggio uggioso, di quelli in cui l’umidità ti penetra nelle ossa. L’on. Lia Sartori è letteralmente impermeabile alle bizze meteorologiche e, pur reduce da una settimana di lavoro massacrante al parlamento di Bruxelles, arriva nel suo ufficio di presidente del Cisa con un carico di energia invidiabile. L’impressione è che, se decidesse di fare il sindaco, avrebbe la forza di ribaltare mezza città in una settimana. Magari scontentando l’altra mezza.
On. Sartori, ha deciso? Correrà per diventare sindaco di Vicenza?
No, non ho deciso. Sono successe tante cose, è caduto pure un governo. E poi, mi creda, sono da nove anni a Bruxelles e, a causa dell’espe- rienza che ho, mi scaricano tanto lavoro. Sa che fatto l’on. Tajani l’altro giorno? Ha rifilato ai miei due collaboratori un bel fascicolone sull’immigrazione. Onorevole, mi hanno chiesto, ma deve occuparsi anche di immigrazione? No, di quella no. Sono nella commissione Ambiente e salute e sono pure relatrice per il regolamento Ghs relativo alla classificazione, etichettatura e imballaggio delle sostanze e delle miscele chimiche. Tutte cose importanti di cui la stampa italiana, però, si disinteressa.
È un problema solo italiano?
Direi proprio di sì. Dando un occhio alle rassegne stampa quotidiane, si può scoprire che temi europei, che in tutti gli altri paesi meritano la prima pagina, da noi non trovano spazio. Non lo dico per me, ma trascurare questioni che in futuro cambieranno la vita degli europei, e quindi degli italiani, mi pare un grave errore di prospettiva.
Lei è vicecapo delegazione di Forza Italia, sono 9 anni che è eurodeputato. Considera chiusa la sua esperienza?
Sì. L’anno prossimo scade il mio secondo mandato e chiuderò questa esperienza. Così come, dopo 15 anni di attività in consiglio e in giunta regionale, nel ’99 sentii il bisogno di percorrere altre strade, adesso sento il bisogno di fare dell’altro.
Le elezioni amministrative cadono a fagiolo...
Si vedrà. Io e Giancarlo Galan dobbiamo ancora decidere.
Perché, la sua scelta dipende da Galan?
Hanno tentato in molti a dividerci, ma ancora oggi siamo più uniti che mai. Per carità, siamo diversi, ma le nostre scelte politiche in questo momento sono legate tra di loro.
Sta parlando del possibile futuro da ministro per il governatore del Veneto?
Beh, sì. Il presidente Berlusconi ha chiesto a Galan di far parte del prossimo governo. Lui ci sta pensando.
E lei? Pensa di puntare su Roma invece che su Vicenza?
Diciamo che se Giancarlo sceglierà di impegnarsi nel prossimo governo, io lo seguirò a Roma.
E se invece resterà a palazzo Balbi, lei si candiderà per palazzo Trissino.
Già, potrebbe andare così.
Senta, ma come vede la compattezza della Casa delle libertà a Vicenza?
Mi pare che alle ultime elezio- ni abbia dato ampia dimo- strazione di unità. E i risultati delle urne si sono visti.
Sì, però adesso non si capisce bene cosa farà la Lega, si vocifera di una certa distanza, per usare un eufemismo, tra lei e Manuela Dal Lago. Non teme contraccolpi per il suo schieramento?
Mi pare che con la Lega non ci siano mai stati problemi. È vero che non mi sento da tanto tempo con la Dal Lago ma non c’è mai stato un vero motivo di scontro. Sono i misteri della politica. E, in ogni caso, non ho capito bene cosa la Dal Lago intenda fare. C’è solo una cosa chiara per le prossime elezioni comunali.
Quale?
Per quel che ci riguarda, il candidato sindaco sarà di Forza Italia. Non lo dico io, lo dicono i numeri. Il nome lo discuteremo con gli alleati, ma non c’è il minimo dubbuio sul fatto che sarà espressione di Forza Italia.
E dell’amministrazione Hüllweck che giudizio dà?
Ha lavorato bene, ha ottenuti alcuni risultati importanti. Però credo abbia pagato l’eccessivo tasso di litigiosità delle rappresentanze consiliari. Se penso a questo, la voglia di candidarmi scompare. Non c’è la controprova, ma con una maggiore armonia si sarebbe potuto fare di più.
Pensa forse all’Aim?
Quello è un tema. Di cui, peraltro, mi pare che la scelta strategica più logica sarebbe quella di farla partecipare al sistema integrato di municipalizzate nordestine proposto da Veneto Sviluppo.
A proposito di litigiosità, non crede che Vicenza abbia raggiunto livelli di guardia, in tutti i settori della vita pubblica?
Non mi piace generalizzare ma la sensazione è che questa sia sempre stata una città difficile. Mai nessuno, anche tra le personalità più spiccate, è riuscito a portare rimedio a questa litigiosità diffusa. Diciamo che prima sembrava un male tipico della politica e che adesso si è propagato anche in altri settori della società.
Si riferisce al conflitto che c’è tra i vertici di Confindustria Vicenza e il governatore Galan?
Qualcuno può pensare che l’Associazione industriali si sia occupata di politica, qualcun altro che la politica si sia intromessa in faccende associative. È un fatto che le tensioni ci sono state e che sono cominciate in quel famoso intervento di Berlusconi in Fiera.
Le tensioni si sono moltiplicate e si sono tradotte in un immobilismo generale. Non ha una ricetta per guarire il malato-Vicenza?
La mancanza di dialogo certo non aiuta.
Veramente anche Galan non ha aiutato molto. Alcuni suoi interventi hanno avuto l’effetto di far divampare le fiamme...
Il governatore non è mai stato allergico alla polemica, forse qualche volta avrà esagerato. Ma è fatto così. Io reagisco in modo diverso, non rispondo mai a chi mi scatena attacchi contro. E ne ho ricevuti parecchi, anche da voi del Giornale di Vicenza.
Magari dopo gli attacchi che il Giornale riceveva da Galan. Comunque, non è che questi attacchi le abbiano portato male: alle ultime Europee ha ricevuto un mare di voti e, alle ultime Provinciali, Forza Italia a Vicenza ha fatto il pieno.
Anche qui, non c’è la controprova. Magari senza quell’am- biente ostile avremmo portato a casa qualche punto in più.
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