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lunedì 31 marzo 2008

Bot salutari

PORTAFOGLIO

Non ci resta
che il vecchio ma solido Bot


di Marino Smiderle

A leggere i numeri di questi primi tre mesi dell’anno vien voglia di andare in banca e tirar su i pochi soldi rimasti per cercare di evitare che evaporino nella sala macchine della finanza spinta. Perché noi possiamo anche essere stati bravi e prudenti, magari puntando su azioni poco volatili e generose nei dividendi, ma il conto è arrivato comunque. Le acrobazie degli ingegneri dei derivati, la moltiplicazione dei pani e dei pesci applicata ai titoli scaturiti dai mutui e altre simili diavolerie hanno finito col tirar giù la fiducia di tutti e col mettersi in caccia della liquidità, diventata come l’araba fenice. Risultato: tutti a vendere e Borse in picchiata.
I NUMERI
L’elenco delle disgrazie è lungo. Ma, per una volta, vale la pena farlo per renderci conto di dove siamo andati a finire in questo avvio di 2008. Allora,vogliamo partire dalle Borse mondiali? Dicono che la Cina sia una locomotiva, ma non ditelo a quelli che avevano un penny alla Borsa di Shanghai a inizio anno: da allora l’indice ha perso il 32 per cento. E l’India, altro paese che sta in groppa alla globalizzazione? L’indice Sensex di Mumbai è sceso del 20 per cento, e tanti saluti a chi aveva puntato i propri soldi su un fondo comune specializzato nel mercato indiano. Non va molto meglio nella vecchia, cara Europa, con Francoforte che perde il 19 per cento, Milano il 18 e Parigi il 16. Non se la passano bene neanche a Tokyo (il Nikkey è scivolato del 16 per cento), a New York, epicentro del terremoto mutui subprime, che lascia sul campo il 10 per cento, una perdita tutto sommato contenuta se si considera tutto quello che è successo (ma ci ha pensato la Fed a iniettare liquidità e fiducia in un mercato sconquassato). Vuoi vedere che non c’è neanche una Borsa positiva? No, una c’è, sta in Messico e ha guadagnato, si fa per dire, l’1,6 per cento. Pochino per pensare positivo. Vogliamo guardare più da vicino al giardinetto di casa nostra? Senza insistere più di tanto sulle disastrose performance di Seat Pagine Gialle (-60 per cento) e di Alitalia (-50 per cento), basterebbe ricordare la picchiata di Telecom Italia (-38 per cento) o di un colosso come Unicredit (-25 per cento) per capire che i disastri finanziari sono malattie infettive del sistema, e che i nostri soldi, ovunque siano, sono stati raggiunti dal morbo.
TITOLI DI STATO
Dovunque? Beh, diciamo che ci sono delle piccole caverne antisismiche che attutiscono le scosse dei terremoti. Qualcuno aveva preso una bel po’ di spavento quando, alla penultima asta dei Bot, non si era presentato praticamente nessuno, segno di sfiducia totale, anche nello strumento finanziario più tranquillo che esista. Poi si è visto che si è trattato di un falso allarme. Anzi, secondo i dati diffusi da Banca d’ Italia e elaborati dall’Ufficio studi di Bnl, si è visto che in questo momento su uno stock globale di Bot pari a 145 miliardi di euro, più della metà, 77 miliardi, sono in mano alle famiglie italiane. Tenuto conto che alla fine del 2005, quando i rendimenti lordi superavano di poco il 2 per cento, le stesse famiglie di Bot ne avevano circa 30 miliardi, si può intuire come, nonostante il fiorire di proposte alternative da parte delle banche, in molti si siano resi conto come, quando comincia a battere la tempesta, non resta che correre dall’ antico amore. Che tra l’altro in questi ultimi tempi rende un 4 per cento lordo che, pur non essendo chissà cosa, è sempre meglio delle passate subite dai mercati azionari dall’inizio dell’anno.
OCCASIONI
Come avevamo notato anche la settimana scorsa, può essere che, a questi prezzi, compricchiare qualcosa in Borsa non sia del tutto sbagliato. Anzi. Il problema è che questo atteggiamento, come dire, spregiudicato può essere assunto solo da chi ha una gestione attiva del portafoglio, da chi è pronto a entrare e uscire con una certa rapidità. Per i cassettisti, invece, o per chi soffre di cuore alle prime oscillazioni negative, è meglio restare ala finestra ancora un pochino. Può essere che il rientro avvenga quando i prezzi sono saliti, può essere che si rimpianga questa occasione da saldo: ma con i Bot, e con gli altri titoli di stato, che stanno offrendo un riparo abbastanza sicuro dalle intemperie, conviene restare sotto coperta ancora per un po’. E quando il sole arriverà, si potranno evitare le scottature.

Moldavia russa

La Moldavia
in ginocchio
da Putin

di Marino Smiderle

C’è un piccolo paese, stretto tra Romania e Ucraina, che sta scivolando sempre di più nel vortice di un autoritarismo ispirato dal modello russo di Putin. Un paese che in Italia è noto e citato solo quando si parla di badanti e che adesso, nonostante le sue minuscole dimensioni, potrebbe diventare una pedina chiave nella politica "neo imperialista" della Russia stessa. Stiamo parlando della Moldavia, la prima delle ex repubbliche dell’Unione Sovietica ad entrare nel Consiglio d’Europa (1995) ed ora decisa a rientrare nell’orbita putiniana, complice una gestione autoritaria del potere da parte di quello che si chiama ancora partito comunista moldavo (Pcm) e del presidente Vladimir Voronin.
«Molto spesso - scrive Dumitru Minzarari su Transitions online, ripreso da Internazionale - i paesi piccoli hanno un ruolo di secondo piano sullo scenario internazionale e sono obbligati a mostrarsi arrendevoli verso i vicini più grandi e potenti. A volte capita anche che si sentano ignorati e abbandonati al proprio destino. È proprio quello che è successo nel corso della sua breve storia postsovietica alla Moldavia, paese verso il quale l’occidente ha sempre mostrato un sovrano disinteresse».
E l’occidente farebbe bene, invece, a dare un occhio a quel che sta succedendo dalle parti di Chisinau, grigia capitale di un paese che aveva guardato con fiducia all’Ue e alla Nato, specie durante il duro scontro scoppiato con la Russia a proposito della Transdnistria. «Il rapido ma violento conflitto del 1992 - ricorda Minzarari - per il controllo della regione della Transdnistria, in cui l’esercito di Chisinau ha sfidato da solo la quattordicesima armata di Mosca e un contingente di volontari arrivati da tutta la Russia, è stato pressoché ignorato dalla stampa internazionale. A differenza di altre crisi, i problemi della repubblica ex sovietica non hanno mai guadagnato la ribalta della politica mondiale».
Ora che sarebbe meglio, nell’ottica della geopolitica occidentale, cercare di contrastare l’espansione assai poco democratica della Russia di Putin, è facile prevedere che Ue e Usa saranno più attenti a quel che succede in Moldavia.
Per esempio, ultima notizia in ordine di tempo, sono tutte da decifrare le dimissioni del premier Vasile Tarlev. «Il governo ha fatto molto negli ultimi anni è stata la giustificazione dell’interessato - ma è tempo che arrivino nuove persone per prendere nuove decisioni. La gente è stanca di vedere le stesse persone negli stessi posti, abbiamo bisogno di gente nuova, gente più giovane, persone che continueranno le riforme avviate dall’attuale esecutivo».
Il presidente moldavo Voronin non ci ha messo molto a designare un sostituto, scegliendo l’ex vice di Tarlev, Zinaida Greceanii. «Voronin lo ha annunciato davanti ai quattro partiti presenti in Parlamento riuniti in assemblea - riportava l’agenzia ApCom -. Il Parlamento moldavo aveva accettato le dimissioni del governo guidato dal primo ministro Tarlev con 53 voti su 101. Le dimissioni di Tarlev - comunista, 44 anni, in carica alla guida del governo dal 2001 - erano state accolte come un terremoto in Moldova, che ora rischia di dover fronteggiare una crisi politica con le dimissioni in blocco del governo. Le prossime elezioni parlamentari sono previste per il 2009».
«Il nuovo primo ministro avrà il compito - ha specificato chiaramente il presidente - di spingere il Paese verso l'integrazione europea e la risoluzione della crisi con i separatisti della Transdnistria».
La regione secessionista si è distaccata dalla Moldova nel 1991 e, pur non essendo ufficialmente riconosciuta a livello internazionale, è stata appoggiata fin da subito dalla Russia. L’anno successivo si scatenò il già citato conflitto, nel corso del quale rimasero uccise oltre mille persone. E bisogna dire che la questione della Transdnistria, piccola enclave di lingua rossa in territorio moldavo, non è stata ancora definita. Se la presa di posizione dura di Mosca aveva spinto i moldavi a correre tra le braccia dell’Ue e della Nato, adesso il "putiniano" Voronin, che pure tiene molto a a cuore l’argomento, sta pensando di ravvicinarsi a Mosca, ovviamente con delle garanzie territoriali in cambio.
«Se la Russia accetta che la Transdnistria resti parte della Moldova - è l’ultima proposta del presidente moldavo riferita dal quotidiano russo Kommersant - Chisinau promette che non entrerà mai a far parte dell'Alleanza atlantica (Nato). E presto avremo una soluzione finale per risolvere il conflitto.
«I leader dell'enclave - ricorda ApCom - chiedono alla Russia di riconoscere l'indipendenza. Mosca, pur sostenendo le autorità transdnistriane, non ha dato il riconoscimento. Voronin ha spiegato che Chisinau è pronta a riconoscere, in un accordo, un'ampia autonomia alla Transdnistria. Inoltre, riconoscerebbe la vendita di aziende di stato che si trovano nella provincia, oltre ad accollarsi il debito di circa un miliardo di euro con la compagnia russa Gazprom, La Moldova, ancora, potrebbe lasciare la Guam, l'organizzazione regionale con Georgia, Ucraina e Azerbaigian che viene considerata in funzione anti-russa». Insomma, i segnali di avvicinamento tra Russia e Moldavia sono forti, ma - scrive Transitions online - sono stati ampiamente ignorati dai diplomatici occidentali. Sembra infatti che Ue e Usa abbiano deciso di chiudere un occhio nella speranza che le prossime elezioni (2009) portino qualche cambiamento positivo. Ma è una speranza ingenua: a vincere sarà chi controlla giornali e tv. E un recente rapporto ha denunciato che i vertici della televisione pubblica, Teleradio Moldova, stanno aggirando le normative sulla sua indipendenza per continuare a usufruire dei cospicui finanziamenti elargiti dal governo».

sabato 29 marzo 2008

Dal Molin in cooperativa (rossa)


LA BASE MILITARE. Ieri la Setaf ha annunciato l’aggiudicazione dell’appalto alle imprese legate al movimento cooperativo dell’Emilia Romagna

Le coop rosse faranno il Dal Molin
IL VIA ALLE RUSPE È PREVISTO PER L’ESTATE

di Marino Smiderle

La base militare americana più contestata della storia d’Italia verrà costruita da una joint venture composta da due cooperative rosse. Ideologia e denaro non vanno d’accordo e per questo la Cmc (Cooperativa muratori e cementisti) di Ravenna e la Ccc (Consorzio cooperative costruzioni) di Bologna non si faranno certo problemi a mettersi al servizio dello zio Sam e tirar su la nuova residenza per la 173a Brigata aviotrasportata per 245 milioni di euro.
L’annuncio ufficiale è stato dato ieri dal comando della Setaf: «L’appalto è stato aggiudicato dal Comando del genio della marina Usa». È una sorta di biglietto d’addio del generale Frank Helmick che, oltre a coordinare la spedizione dei parà della 173a in Afghanistan (da cui torneranno tra pochi mesi), aveva come incarico principale quello di portare a termine questo delicato passaggio politico-amministrativo. Con la definizione dell’appalto, ora si potrà finalmente partire con i lavori, che «saranno avviati nell’estate del 2008 per poter consegnare l’installazione entro la prima metà del 2012».
Inutile ricordare il travagliato percorso progettuale dell’insediamento militare, che in origine era previsto sul lato orientale, dalla parte dell’aeroporto civile, lungo via Sant’Antonino, e che poi è stato invece spostato dalla parte opposta, dal lato militare, lungo via Ferrarin, come sancito dall’unanime parere favorevole espresso dal Comitato misto paritetico della Regione Veneto.
«Il comando Setaf - si legge in una nota diffusa ieri dalle autorità statunitensi - continuerà a lavorare a stretto contatto con il commissario straordinario per il Dal Molin, Paolo Costa, e le competenti autorità italiane a livello locale, regionale e nazionale, durante tutta la fase esecutiva del progetto». C’è da giurarci che questo diventerà un gustoso spunto di dibattito politico, considerato il momento elettorale, e considerato che il popolo dei No Dal Molin adesso è diventato un soggetto politico a tutti gli effetti, con tanto di candidato sindaco. E la loro reazione, infatti, non si è fatta attendere.
«Inutile ricordare i legami stretti tra queste cooperative rosse e molti membri del governo Prodi e del commissario Costa - scrivono quelli del presidio permanente -. Il ministro Bersani era stato presidente della Cmc di Ravenna, l'inaugurazione della nuova sede della Ccc di Bologna venne fatta in pompa magna da Massimo D'Alema. Altro che inderogabili impegni internazionali, altro che rispetto dei patti: hanno svenduto la nostra città per garantire un lucroso affare alle cooperative rosse loro amiche. Le stesse cooperative impegnate nella costruzione della Tav in Val di Susa, giusto per gradire. Ecco perché il buon Walter Veltroni, nel suo recente viaggio elettorale a Vicenza ha detto: la base si farà».
Segue dichiarazione di pacifica guerra: «Quella base non si farà mai perché migliaia di uomini e donne lo impediranno, in maniera pacifica ma determinata».

FALCE E SCALPELLO
Il comunismo? Ma dai, non scherziamo. Se oggi perfino in Cina, patria di Mao, il criminale a suo tempo esaltato dagli intellettuali occidentali con la pancia piena, i cittadini si disperano per una caduta di tre punti percentuali della Borsa di Shanghai, vuol proprio dire che falce e martello sono da riporre nella soffitta degli orrori e degli errori.
Bene, c’è quindi da soprendersi se due coop rosse come il fuoco, la Cmc di Ravenna e la Ccc di Bologna, stanno stappando lo champagne per essersi aggiudicate l’appalto da 245 milioni di euro per la costruzione della base militare americana Dal Molin a Vicenza? No, certo che no. Business is business, e chissenefrega se tanti laudatori dell’impero delle coop vanno in strada a sfilare contro l’imperialismo degli Stati Uniti. A Bologna e a Ravenna sono pratici, moderni e revisionisti. Sono comunisti con falce e scalpello.

Far di conto

CATEGORIE.Assemblea storica ieri al teatro Comunale:dottori e ragionieri entrano a far parte dello stesso Ordine
I commercialisti berici ora hanno un Albo unico
Nel dibattito sull’economia vicentina vince l’ottimismo «Ma le scelte politiche di 30anni fa affossanola giustizia»

Marino Smiderle
Economia vicentina, quale futuro? Mica male come titolo per una tavola rotonda. Solo che Athos Santolin, presidente dell’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Vicenza, si è dimenticato di invitare l’unica figura professionale in grado di dare una risposta attendibile: un mago. Ma, nonostante questa inevitabile lacuna, il confronto tra i rappresentanti delle categoria produttive e professionali, affiancati da esponenti del mondo universitario, è risultato molto interessante. Il risultato? Un pareggio, tendente alla vittoria per gli ottimisti... della volontà. L’occasione è stata l’assemblea dell’Ordine dei commercialisti, riunitasi al ridotto del teatro Comunale.
È stata un'assemblea a suo modo storica, perché per la prima volta i dottori commercialisti e i ragionieri commercialisti hanno dato vita a un unico ordine professionale, un unico albo, disposto dal decreto legislativo del28 giugno 2005. «Il processo di unificazione degli albi - ha spiegato Santolin nel corso dell’assemblea - nasce come risposta a una esigenza di adeguamento del mercato professionale ai nuovi percorsi formativi introdotti con la riforma universitaria, Gaha anche l’obiettivo più ampio di armonizzare la nostra professione con quella degli altri paesi, allargando, anche di molto, le nostre competenze». Dopo aver ricordato le origini storiche dell’ordine berico, partendo dal primo Albo dei contabili vicentini, il 9 giugno 1907, presieduto dal ragioniere Giovan Battista Cebba, e passando per Giuseppe Ferrante, uno dei fondatori, oltre che presidente dal 1945 al 1968, dell’Ordine dei dottori commercialisti di Vicenza, Santolin ha fatto il punto sulla situazione attuale della categoria.
«Al momento - ha detto - l’albo unico professionale di Vicenza è composto da 784dottori commercialisti e da 256 ragionieri commercialisti, per un totale di 1.040iscritti alla sezione A, relativa ai commercialisti. Nessuno risulta ancora iscritto alla sezione B, quella degli esperti contabili. I praticanti dottori commercialisti sono 250, con 2 iscritti quali tirocinanti esperti contabili». Per il debutto, con saluto alla bandiera, del nuovo Ordine unico ci voleva un dibattito unico. Più unico che raro, ha detto qualcuno, visto che sul palco c’erano tutte le categorie economiche e professionali rappresentate, con l’aggiunta, molto apprezzata, del mondo universitario e con l’esclusione, per motivi elettorali, della politica.
Ne è uscito un confronto franco, nel corso del quale tutti si sono detti consapevoli del momento difficile, anche se,come ha spiegato Giuseppe Filippi, presidente del Gruppo giovani di Assindustria Vicenza, ci sono confortanti segnali di tenuta per le imprese vicentine. Samuele Sorato, direttore generale della Banca Popolare di Vicenza, ha confermato la tesi dell’imprenditore, auspicando per il futuro una sempre maggiore collaborazione tra banca e categorie. Per Sergio Rebecca,presidente di Confcommercio Vicenza, siamo arrivati alla sindrome da terza settimana,«da quarta che era, e se non ripartono i consumi son guai seri». Nei guai c’è già da tempo la giustizia, ha accertato Lucio Zarantonello, presidente dell’Ordine degli avvocati, «e la colpa va ascritta alle scelte politiche di 30anni fa che hanno fatto sì che Vicenza oggi abbia solo 27 giudici su 625 mila abitanti». Quanto all’Università, Francesco Rossi, preside della facoltà di Economia di Verona e Vicenza, ha auspicato che gli atomi del Cuoa, della Fondazione studi universitari e delle altre realtà diventino una molecola capace di crescere e,come si dice, fare una squadra affiatata. Enrico Ambrosetti, consigliere della Fondazione studi universitari di Vicenza,ha spezzato una lancia in favore dei politici che, negli anni 90, destinarono risorse a un'università vicentina che, per quanto migliorabile e integrabile, ha dato ottimi risultati.
Incavolati con la politica, invece, sono apparsi Giuseppe Sbalchiero, presidente degli Artigiani, e Sergio Dalla Verde, presidente dell’Api. Il secondo, in particolare,ha demolito quella che ritiene una politica fiscale disastrosa,«che tassa non quello che si guadagna veramente ma quello che si guadagna in teoria, sulla base di coefficienti astrusi e dannosi per le categorie». Ha chiuso Luca Tomasi, coordinatore dell’Osservatorio giovani economia e professioni, invitando i giovani a farsi avanti per poter contare di più.

giovedì 27 marzo 2008

Barba e capelli

RICORRENZE. Festeggiato il barbiere

Barba e capelli?
Da quarant’anni
ci pensa Dante
di Marino Smiderle

Formidabile quell’anno, per Dante Andreetto. Formidabile perché fu il 1968 l’anno che lo vide cominciare la sua rivoluzione a Schio. Una rivoluzione tutta diversa da quelle che andavano di moda all’epoca, niente occupazioni, niente violenze, niente rivolte studentesche. Più semplicemente, lavoro e passione. Quarant’anni fa esatti Dante prese in mano forbici, rasoi e pettini e aprì la sua bottega di barbiere in piazzotto Garibaldi, nel cuore di Schio. Quarant’anni dopo, per celebrare degnamente la ricorrenza, sono venuti a festeggiarlo il sindaco, Luigi Dalla Via, e il “dirimpettaio" del bar Scledum, Piero Collareda, che nel frattempo si è dato alla politica pure lui. «Dovevo restare a Schio pochi mesi - ricorda Andreetto -. Avevo fatto un piacere a mio fratello e gli tenevo aperto l’esercizio in attesa che tornasse dalla Svizzera. Sono ancora qui che aspetto di ridargli le chiavi».
Andreetto ha 62 anni ed è originario di Terrazzo Veronese, dove comincia a lavorare («Come garzone») ad appena 10 anni. Via, finita la quinta elementare, di corsa al negozio. Facendo due conti, sono 52 anni che fa il parrucchiere. «No, per favore, non chiamatemi parrucchiere - tiene a precisare - io sono e sempre sarò un barbiere. E quella volta che Tullio Menin mi ha stampato i biglietti da visita e ci ha scritto sopra “Salone Dante, parrucchiere", mi sono pure incavolato».
Il punto è che sotto le grinfie di Dante sono finite almeno tre generazioni di scledensi. E pure qualche “foresto" illustre, tipo i giocatori del suo Milan che, ai tempi di Rivera, vennero da queste parti in ritiro e fecero tappa dal barbiere più rossonero del globo.
Le sue pareti brillano di trofei e gagliardetti calcistici, sul suo pavimento, invece, giacciono gli scalpi dei clienti di turno. Perché Dante, per loro, mica è un semplice barbiere. No, è pure un confessore e, nel quarto d’ora-venti minuti che rimangono sulla sedia, gli rivelano i segreti più nascosti, roba da decidere di scrivere un libro.

mercoledì 26 marzo 2008

Piovono stelle alla Setaf




IL TRAMPOLINO DELLA SETAF. Il generale lascerà la Ederle, riceverà la terza stella e andrà a comandare un’importante struttura in Iraq

Helmick raggiunge Petraeus

di Marino Smiderle

Vicenza, città a stelle e strisce. Più stelle, per la verità, se si parla dei generali americani che hanno avuto la ventura di passare parte della propria carriera alla caserma Ederle, oggi più che mai trampolino di lancio per la scalata ai vertici dell’esercito dello zio Sam. Vedi per esempio Frank Helmick, il comandante della Setaf durante questi ultimi due anni di grana-Dal Molin, che proprio in questi giorni è stato nominato per la terza stella, con conseguente trasferimento in Iraq, dove diventerà il responsabile del Multi-National Security Transition Command, una sorta di raccordo operativo tra militari Usa e autorità irachene. Per la cronaca, il suo posto alla Setaf sarà preso dal generale di brigata William "Burke" Garrett III, che recentemente ha ricoperto la carica di vicedirettore delle operazioni presso il Comando militare nazionale, stato maggiore interforze, a Washington, D.C.
A Baghdad Helmick ritroverà l’amico e collega (più alto in grado e con una stella in più) generale David Petraeus, comandante supremo delle forze armate americane in Iraq. Il quale iniziò la sua luminosa carriera proprio a Vicenza, alla caserma Ederle, dove venne assegnato al 509° Battaglione aviotrasportato alla metà degli anni 70. Proprio ieri, in un’intervista a Repubblica, Petraeus mostrava di ricordare con grande nostalgia quel suo primo incarico: «Vicenza è il posto più bello a cui sono stato assegnato: se potessi darei via due stelle di generale per tornarci».
Se non è una dichiarazione d’amore, poco ci manca. E forse per l’invidia provata per Helmick, ha chiesto, e ottenuto, che il generale texano tornasse alle sue dipendenze proponendo per lui un incarico della massima importanza in Iraq, legato alla ricostruzione del Paese e al progressivo trasferimento in mani irachene per quel che riguarda la gestione del futuro.
Un altro illustre ufficiale dell’esercito americano passato per Vicenza è John Abizaid, diventato un generale a quattro stelle nel luglio 2003, quando venne nominato comandante dell’Us Centcom, con responsabilità per le operazioni militari in corso nelle 25 nazioni comprese tra il Corno D’Africa e l’Asia Centrale. Abizaid divenne famoso nell’83, quando saltò giù da un elicottero a Granada e ordinò a uno dei suoi Rangers di prendere un bulldozer e di usarlo come un tank, scena poi ripresa in un film di Clint Eastwood.
Per Helmick si tratta di un ritorno in Iraq. E di un ritorno pure nel ruolo di vice-Petraeus. Nel 2003, infatti, l’attuale comandante delle forze armate Usa in Iraq era il responsabile della 101a Divisione aviotrasportata, con Helmick suo vice diretto. E fu proprio Helmick a condurre, a Mosul, una delle operazioni belliche destinate a rimanere nei libri di storia. Nel luglio 2003 l’ex comandante della Setaf coordinò l’assalto al fortino in cui si erano asserragliati Uday e Qusay Hussein, i due figli del rais. Assalto che si trasformò in battaglia sanguinosa e che si concluse con la morte dei due iracheni.
Da quel momento il legame tra i due generali americani divenne indissolubile. Tra l’altro, i due sono noti nell’ambiente militare americano per sfidare in qualsiasi competizione atletica e ginnica chiunque gli capiti a tiro. Finora non ne hanno persa una, anche se non si hanno notizie di un’eventuale partita Petraeus vs Helmick. Tra qualche settimana, quando il senato statunitense avrà approvato (è solo una formalità) la promozione del texano, avranno occasione di vedere chi riesce a fare più flessioni o chi corre più veloce, nella green zone di Baghdad.
Il ruolo di grande responsabilità che andrà a ricoprire Helmick è stato negli anni scorsi svolto dallo stesso Petraeus, prima della sua promozione a comandante generale in Iraq.
Questi grandi cambiamenti all’interno della catena di comando dei militari Usa arriva in un momento simbolico per il paese. Dall’inizio della operazione Iraqi Freedom sono diventati quattromila i soldati americani caduti in una guerra che sta influenzando in maniera pesante la campagna elettorale per le presidenziali. Da quando c’è Petraeus, però, tutti riconoscono che la situazione è migliorata, complice anche una strategia volta al dialogo con le fazioni prima in lotta tra di loro. E c’è qualcuno che ha ipotizzato una prossima discesa in campo di Petraeus in politica, come prossimo vicepresidente. L’interessato nega decisamente. Qualora dovesse cambiare idea, non avrebbe però dubbi nell’indicare il nome del sostituto: Frank Helmick, of course.

martedì 25 marzo 2008

Viaggio all'inferno. Andata e ritorno

DRAMMA SFIORATO. Ieri alla stazione Cairoli di Milano una trentenne ha tentato il suicidio

Vicentina si getta sotto il metrò
e se la cava senza un graffio
di Marino Smiderle

Dieci di mattina, Pasquetta, c’è poca gente alla stazione Cairoli della metropolitana, in pieno centro a Milano. Non c’è ressa, nessuno che spinge. C’è però una vicentina di trent’anni, M.F., che supera la linea gialla di sicurezza. E, poco prima dell’arrivo del treno, salta sui binari, col chiaro intento di farla finita.
Pare una scena da film, utilizzata in diverse pellicole d’azione. Solo che non ci sono cineprese in giro, non c’è il regista che dà il ciak. L’unico film è quello della vita di M.F. che in un lampo le sta passando nella mente, e che finisce nel momento in cui decide di stendersi lungo le rotaie aspettando l’arrivo della morte.
Gli altri passeggeri si mettono a gridare, il panico si mescola alla sensazione di impotenza: troppo tardi per tentare di acciuffare quella donna che, nella mattina di Pasquetta, si è arresa alla solitudine e alla tristezza. Eccolo quel treno che arriva, puntuale, e sta rallentando, ma non abbastanza per evitare l’impatto con quel corpo che scompare alla vista degli altri passeggeri e con le inutili urla che coprono lo stridore dei freni.
Nel frattempo sono già stati chiamati i vigili del fuoco che, insieme al personale del Suem, di lì a pochi minuti scendono di corsa le scale della stazione Cairoli, preparati al peggio. Perché, nel 99 per cento dei casi, sotto il treno trovano il cadavere maciullato del suicida di turno. Stavolta, come nei film d’azione che si rispettino, c’è il colpo di scena, con lieto, lietissimo fine. M.F., non si sa bene come, se sta là sotto ancora raggomitolata in attesa della morte che, per stavolta, le ha dato buca. No, la signora con la falce le è passata vicino ma ha tirato dritto, lasciandola tremolante ma senza un graffio.
I vigili del fuoco l’hanno trovata con qualche ammaccatura e in totale stato di choc. Per qualche minuto non si è resa conto che quello che stava vedendo non era l’altro mondo, bensì il solito posto da cui aveva tentato di fuggire. Definitivamente.
Inutile cercare di chiederle perché diavolo avesse deciso di andarsene così. Per prima cosa l’hanno accompagnata all’ospedale di Niguarda per verificare che tutto fosse a posto e, in casi come questi, per essere certi che trovasse qualcuno in grado di curarle il male più grave, cioè il male di vivere, qualcuno che la convincesse a non tuffarsi sotto un altro treno, magari alla stazione successiva. La metro è rimasta ferma un paio d’ore, poi la vita di Milano è ripresa a scorrere, come sempre.

venerdì 21 marzo 2008

Ombre a Nord Est


Su Economy un'interessante inchiesta sul Nord Est politico ed economico. Il libertario intervista Calearo e Riello, due imprenditori che anno deciso di passare dall'impresa alla politica, uno col centrosinistra e l'altro col centrodestra. Qui il blog della rivista (i testi degli articoli non sono online, quindi... compratela).

Casini pazzeschi


VERSO IL VOTO. Il leader dell’Udc ieri ha inaugurato la nuova sede del partito e poi ha parlato al Canneti

Casini è sicuro
«In Veneto ora siamo al 9%»
di Marino Smiderle

«In Veneto siamo al 9 per cento». Boom. Pierferdinando Casini inietta una dose da cavallo di ottimismo ai visi un tantino smunti degli esponenti dell’Udc di Vicenza, reduci dal terremoto regionale che ha fatto perdere dei pezzi. «Ma se Galan perde tanto tempo per reclutare uno come Piccolo - attacca il leader dell’Udc - e se Berlusconi attacca il sottoscritto un giorno sì e l’altro pure, ho il sospetto che un motivo ci sia. E che questo motivo sia legato alla lettura degli stessi sondaggi che leggo io».
In corso Palladio, di fronte all’ingresso della nuova sede del partito, tutti applaudono. A cominciare da Massimo Pecori, candidato sindaco che corre da solo, dopo un’estenuante trattativa («Diciamo pure umiliante», dicono gli udiccini berici) col Pdl. Si taglia il nastro in allegria, e poi di corsa verso il Canneti, passando davanti al gazebo dei No dal Molin che bisticciano con le forze dell’ordine. Niente di grave. Casini entra nella sala e viene salutato dagli applausi dei fedelissimi.
Il segretario provinciale, Roberto Cavazza, quello cittadino, Daniele Guarda, e il candidato sindaco, Pecori introducono l’ospite illustre, che in mattinata era stato a Verona dove si era lamentato della manovra mediatica volta a polarizzare l’attenzione su Pd e Pdl, e a considerare inutile, come predica Berlusconi, il voto alle altre liste. Le agenzie battono un lancio che segna un punto a favore di Casini: «Nessun voto è inutile». Firmato: Giorgio Napolitano.
«Se in questi mesi il signor "Veltrusconi" ci ha trattato con arroganza e con prepotenza - afferma Casini - state tranquilli che dopo le elezioni tornerà a blandirci, a offrirci alleanze. Io dico con chiarezza, fin d’ora, che le alleanze si fanno prima del voto. E noi tutto possiamo perdere, tranne la dignità. Ce ne ricorderemo dopo le elezioni».
Casini porta il discorso sui temi forti, quelli che, secondo lui, differenziano l’Udc dagli altri. L’identità cristiana, per esempio, «di cui dobbiamo andare fieri». «E non bisogna dimenticare - sottolinea - che negli altri partiti sono insieme quelli che sono per l’aborto e quelli che sono contro. E se vi dicono che questi non sono temi politici, ricordate che la legge sulla fecondazione assistita è stata votata dal parlamento».
In sala ci sono i due parlamentari veneti, il bassanese Luigi D’Agrò e il padovano Antonio De Poli, rimasti fedeli al leader. «C’è qualcuno che vacilla? - si chiede Casini, alludendo ai transfughi guidati dall’ex segretario regionale Piccolo -. Ci sono sempre stati degli opportunisti, in politica e in tutti gli altri settori della società. Ma quella che se n’è andata è gente che non porterà via nulla, salvo il posto che ha avuto e che, probabilmente, non avrà più».
E quando rivela che gli avevano offerto questo o quel ministero per traslocare nel Pdl rinunciando al simbolo, Casini fa capire che la rinuncia non gli è costata molto. «Sono stato presidente della Camera - ricorda - e ora forse è meglio che io possa stare un po’ più vicino a mia moglie, che tra l’altro sta per partorire». Applausi, ovviamente. Ma a Pecori che consiglio dà? Con chi si allea al secondo turno? «Vincerà al primo turno», profetizza Casini, prima di infilarsi nell’Audi che sgomma verso Padova.

giovedì 20 marzo 2008

Bilancio consolidato

BANCHE. Presentati ieri i dati di bilancio dell’istituto presieduto da Zonin. L’utile della gestione caratteristica sale del 5,4 per cento. Stavolta calano le plusvalenze

La Popolare
ora consolida
quello che ha


Marino Smiderle
VICENZA
Parola d’ordine: consolidare. Tenuto conto che, negli ultimi anni, l’ordine di scuderia è stato quello di comprare banche e sportelli a rotta di collo, il cambio di strategia della Banca Popolare di Vicenza appare evidente. Ma non ha cambiato solo strategia, l’istituto di via Framarin. «L’ultimo cda - annuncia il presidente Gianni Zonin - ha cooptato Divo Gronchi, che è stato anche nominato consigliere delegato. E alla direzione generale, finora occupata da Gronchi, ha chiamato Samuele Sorato. Siamo sicuri che questo tandem affiatato saprà condurre al meglio la Bpvi in questo delicato momento per i mercati finanziari internazionali».
Saranno Gronchi e Sorato, dunque, i piloti della Popolare in questi periodi complicato. «Ci sono momenti in cui bisogna accelerare - ha spiegato Zonin - e momenti in cui occorre mollare il piede e, magari, spostarlo sul freno. La nostra fortuna è quella di avere un istituto solido, capace di garantire anche per quest’anno un dividendo di 1 euro, lo stesso dell’anno scorso, e che rimane immune dalla tempesta che ha colpito i mercati in questi ultimi tempi».
I numeri del bilancio relativo all’esercizio 2007, presentati ieri da Gronchi e Sorato, risentono però un pochino della congiuntura e dei grandi investimenti fatti nel recente passato. «Abbiamo guadagnato un po’ meno dell’anno scorso ammette Gronchi - ma se non confrontiamo il dato dell’utile netto depurandolo dalle plusvalenze straordinarie dello scorso esercizio, scopriamo che la gestione caratteristica è migliorata. Da questo punto di vista l’utile netto della capogruppo evidenzia una crescita del 5,4 per cento».
Il neo consigliere delegato si riferisce al contributo straordinario dato al bilancio dell’anno scorso dalla vendita dell’intero pacchetto di azioni Bnl e dalla cessione della quota in Italease, che, al netto della perdita derivante dal rimborso anticipato del prestito exchangeable Bnl, hanno fruttato una plusvalenza di 54,2 milioni di euro. Nell’esercizio 2007, invece, le plusvalenze straordinarie sono state di 43 milioni di euro, dovuto all’accordo con Cattolica per la cessione del 50 per cento delle quote detenute in Berica Vita, Vicenza Life e nella società di gestione del risparmio Bpvi Fondi.
Tenuto conto di queste componenti straordinarie di reddito, l’utile netto della Banca Popolare di Vicenza al 31 dicembre 2007 è stato di 110 milioni di euro, 10 milioni in meno rispetto a quello dell’esercizio precedente.
In grande crescita raccolta e impieghi. La raccolta diretta, escludendo quella proveniente dagli sportelli ex Ubi, sale a 13,4 miliardi di euro, con un aumento dell’8,2 per cento rispetto al 2006, mentre quella indiretta raggiunge i 14,2 miliardi (+10,1 per cento). Per quanto riguarda gli impieghi (meno quelli dell’Ubi), si supera quota 14,2 miliardi, con un aumento del 18,2 per cento, «confermando - spiega Gronchi - l’attenzione al tessuto produttivo locale e alle piccole e medie imprese».
Dopo anni di corsa all’aumento dimensionale, si diceva, Bpvi rallenta un po’. «Ma consolidamento - osserva Gronchi - non vuol dire che rimarremo immobili. Noi abbiamo discusso in cda le linee guide del piano industriale del prossimo triennio e ci siamo trovati d’accordo nel dedicare i primi 12-18 mesi nell’organizzazione di una banca che ha raggiunto una dimensione tale da farci reggere la concorrenza a livello nazionale. Ora abbiamo 628 sportelli e c’è bisogno di un momento di tranquillità per mettere a punto l'organizzazione del gruppo».
«Banca Nuova, per esempio, il braccio siciliano del gruppo Bpvi, archivia un 2007 molto soddisfacente dal punto di vista degli utili - prosegue il consigliere delegato - mentre Cariprato, reduce da un forte politica di investimento e di apertura sportelli, ha ovviamente risentito del peso di questi oneri».
«Sì, l’obiettivo del 2008 sarà il consolidamento della crescita - conferma Sorato - con un occhio di riguardo agli investimenti di processi interni, tenuto conto che il nostro assetto distributivo è sempre stato legato al concetto di banca del territorio».
Come detto, un euro sarà il dividendo che verrà distribuito. «È lo stesso dell’anno scorso - spiega Gronchi - ma non va dimenticato che, nel frattempo, è stato aumentato il numero delle azioni in circolazione, passate da 60 a 70 milioni». In virtù di questa decisione, il payout (cioè la percentuale dell’utile distribuito su quello realizzato) è passato dal 51,3 al 63,4 per cento. Quanto al valore che verrà assegnato all’azione, attualmente fissato a 58 euro, se ne saprà di più all’indomani del cda che precederà l’assemblea dell’istituto, prevista per sabato 19 aprile. Bpvi non è quotata e, dunque, non ha subito tracolli. Ma, visti i tempi, è difficile che il cda faccia lievitare il prezzo.

I derivati?
«Faremo solo quelli di copertura»

L’obiettivo non era quello di raggiungere gli 800 sportelli? «Certo, ma non abbiamo detto in quanto tempo». Gianni Zonin puntella la strategia del consolidamento approntata da Divo Gronchi e Samuele Sorato senza rinnegare l’obiettivo di fondo, che resta quello di crescere. Però, per dire, di fronte a precisa domanda sull’eventuale interesse per gli sportelli che il Monte Paschi potrebbe mettere in vendita, Gronchi fa capire che, per il momento, non c’è interesse. C’è da digerire il boccone delle 60 agenzie rilevate da Ubibanca e pagate care, dicono i critici. «Ma è un’operazione che rifarei cento volte - replica Zonin - perché siamo andati a coprire un territorio, Brescia e Bergamo, che, non so come mai, non vedeva la nostra presenza. Ed è una zona su cui puntiamo molto».
E Mediobanca? «Mai dire mai - sospira Gronchi - ma se si sono frapposti degli ostacoli (Antitrust, ndr) a un’operazione che noi volevamo fare, non è colpa nostra. E comunque i rapporti con Mediobanca restano ottimi, se sono rose...».
Negli ultimi mesi, però, Bpvi è finita sui giornali accostata a rumours non propriamente positivi. Tipo quell’ispezione di Bankitalia, definita di routine ma arrivata proprio in corrispondenza dell’esplodere dello scandalo derivati a livello nazionale. «Quell’ispezione è finita il 12 marzo scorso - rivela il consigliere delegato - e non posso certo anticipare il contenuto del rapporto che faranno gli ispettori. Posso solo dire che il clima è sempre stato disteso e che mi sembra non ci siano state mancanze gravi».
Sui derivati, però, è cambiata l’aria. «Dal luglio scorso - afferma Gronchi - noi proponiamo alla clientela solo derivati di pura copertura. Tutti gli altri non possono essere sottoscritti ali nostri sportelli».
Non sta andando benissimo l’avventura in Cattolica assicurazione (di cui Bpvi detiene il 12 per cento), almeno dal punto di vista del valore delle azioni. «Ma dal punto di vista operativo - dice Sorato - abbiamo già deciso quali prodotti vendere nelle nostre reti».
Si sussurrava nei corridoi di piazza Affari che Bpvi potesse convolare a nozze con la Popolare dell’Emilia. «Abbiamo stima dell’amministratore Leoni - dice - ma vorrei ribadire che per noi resta fondamentale l’autonomia. Aperti a tutto, ma Vicenza resta la guida».
Qualcuno dice che la prossima assemblea sarà calda. Zonin ci scherza su: «Mi vedete preoccupato?».

martedì 18 marzo 2008

Dita negli occhi


RASSEGNE. Luxury boom con la von Teese

Dopo il Dita-show
gli orafi pensano
al 33% della Fiera

di Marino Smiderle

Come sempre, è una questione di punti di vista. C’è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi lo vede mezzo vuoto. Con Dita von Teese dentro, però, non resta alcuno spazio per i dubbi. Bicchiere pieno, pienissimo, devono avere pensato gli ospiti selezionati che l’altra sera, invitati da Fiera di Vicenza in occasione della rassegna Luxury & Yachts, si sono trovati a Villa alle Scalette per assistere a uno spettacolo della conturbante show girl e attrice americana. La von Teese è nota, oltre che per essere stata la compagna di Marilyn Manson, per il suo spettacolo di strip tease effettuato all’interno di una gigantesca coppa di champagne. Mica male, non c’è che dire.
Da quando è arrivato Maurizio Castro alla direzione generale dell’ente di via dell’Oreficeria, la barra della gestione è stata virata decisamente in direzione dell’oro e del lusso. E fin qui gli orafi vicentini si sono detti d’accordo. Puntare sulle manifestazioni che hanno dato fama internazionale a Vicenza è stata considerata una strategia sensata. Quello che molti operatori della zona non sono riusciti a digerire è l’esportazione del marchio Fiera Vicenza al di fuori dei confini provinciali. Per dire, About J, manifestazione d’alta gamma svoltasi a Milano ai primi di marzo e riservata al jet set delle imprese del settore, non è stata accolta con entusiasmo. Eppure, stando ai numeri forniti da Castro, l’investimento (ingente) dovrebbe presto dare i suoi frutti.
Già, ma nel frattempo Castro si è candidato alle prossime elezioni politiche con il Pdl (versante An) e, considerato il sistema elettorale vigente, l’elezione è garantita. E così il consiglio di amministrazione, presieduto da Dino Menarin, si trova a dover cambiare il timoniere in corsa. «Ma la strategia è stata approvata da tutto il cda e, dopo un momento di sorpresa all’indomani dell’annuncio della candidatura di Castro, siamo stati d’accordo nel proseguire su questa strada», ha ribadito il presidente. C’è però qualcuno che potrebbe sconvolgere tutti i piani: si chiama Attilio Schneck, fa il presidente della Provincia di Vicenza e ha in mente di vendere il 33 per cento del capitale di Fiera spa. Basta mettere sul piatto 30 milioni di euro e la trattativa può cominciare, seguendo ovviamente le regole più stringenti che riguardano le società a partecipazione pubblica.
Marilisa Zen, presidente della sezione orafi di Assindustria, e Gabriella Centomo, del consorzio Corart, hanno un sogno nel cassetto: trovare un gruppo di colleghi capaci di trovare i soldi. Nell’attesa, occhio a Dita von Teese.

lunedì 17 marzo 2008

Giocate in difesa

PORTAFOGLIO

Questa è l’ora
di strumenti
più difensivi
di Marino Smiderle

Volendo usare una metafora calcistica, per i risparmiatori questa è una partita da giocare in difesa. «Primo non prenderle»: come i veri catenacciari di un tempo, dovrebbe essere questo lo slogan da adottare al momento di stabilire una strategia di investimento. Inutile avventurarsi all’attacco e cercare di fare gol: è molto più saggio, visti i mercati, accontentarsi di non subire. Traducendo il tutto: comprate solo strumenti di sicura affidabilità, anche se magari non rendono cifre folli.
OPPORTUNITÀ
Sostenere questa tesi equivale però a smentire un altro slogan a cui questa pagina è molto affezionata: vendere quando gli altri comprano e comprare quando gli altri vendono. Ecco, messa così, questa sarebbe la situazione in cui gli altri stanno vendendo di tutto in Borsa, a giudicare dalle bastonate che si stanno prendendo tutti i titoli, anche quelli più adatti ad affrontare la buriana (come le utilities alla Enel, per dirne una); e se si rispetta la convinzione citata, sarebbe il momento di compricchiare qualcosa. Il guaio è che il barometro segna ancora tempesta, sia per l’economia reale che per la proiezione finanziaria. Ricapitolando, dollaro ai minimi, petrolio e oro ai massimi, inflazione che non dà segni di quiete: ci vuole dell’altro per convincere i risparmiatori a stare lontani ancora per un po’ da piazza Affari? No, questi dati bastano e avanzano. Unica cosa, per chi i titoli già ce li ha, inutile svenderli ora. Teneteli, anche a lungo, e dimenticate di averli, sperando che tornino in utile al più presto.
AZIONI
La Borsa anticipa l’economia reale, di solito, e dunque questi tracolli lasciano presagire un fosco futuro per la crescita economica generale. In futuro le cose andranno maluccio, gli utili diminuiranno e le nuove quotazioni non sono che la traduzione finanziaria del rallentamento generale. Dal punto di vista del risparmio, dunque, questo sembra essere il tempo dell’oblio per tutto ciò che ha a che fare con le azioni. Del resto, il capitale di rischio è lo strumento finanziario d'attacco per eccellenza, e siccome abbiamo detto che adesso tocca giocare in difesa, meglio girare le lancette verso il comparto obbligazionario.
OBBLIGAZIONI
Ci sono obbligazioni e obbligazioni. Tra un Btp a 10 anni e un Cct a 7 anni, per capirci, c’è una differenza abissale. Non tanto in termini di rendimento immediato, più o meno simile. Quanto di rischio: pur essendo lo stesso emittente (lo Stato), il fatto che uno sia un tasso fisso a lunga scadenza (il Btp) e l’altro un tasso variabile costituisce una differenza estremamente significativa. Qualora doveste vendere prima uno dei due titoli citati, è evidente che con il Btp potreste trovarvi sorprese (non necessariamente negative, ma comunque sorprese), mentre con il Cct manterrete più o meno il capitale investito all’inizio. Questo perché un cambiamento dei tassi d’interesse, e nel caso attuale un aumento, implicherebbe una diminuzione di valore del corso del Btp, con perdite secche per il risparmiatore. Visti i tempi, per chi ama la prudenza conviene spostarsi sui Cct o, al limite, sui titoli a tasso fisso ma a breve scadenza (Bot, Ctz o Btp con massimo due anni di vita residua).
CORPORATE
Naturalmente ci sono obbligazioni non di stato che rendono di più. Sono le cosiddette obbligazioni corporate, cioè emesse da società private. In questo caso, oltre alla differenza tra variabile e fisso, occorre concentrarsi sulla solvibilità dell’emittente. Più solida è la società (Eni o Enel), minore sarà lo scarto di rendimento. Puntare ad altri rendimenti adesso, sinceramente, non pare un’idea eccezionale, anche se, ovviamente, si possono trovare dei prezzi molto allettanti e occasioni interessanti.
BANCHE
Bisogna ricordare che questo è un periodo in cui la liquidità del sistema scarseggia. Le banche, minacciate dal masso del credit crunch, cercano di reperire liquidità in tutti i modi e al minor costo possibile. Il sistema più conveniente, per le banche, è quello di collocare obbligazione alla clientela retail, cioè a noi. Non sono necessariamente delle bidonate, ma prima di sottoscriverle confrontate il rendimento con i titoli di stato: se rendono di più, pensateci, se rendono di meno comprate titoli di stato.

Boicottare le Olimpiadi

LA REPRESSIONE. Tornano i carri armati di Pechino sulle strade di Lhasa

Le Olimpiadi
insanguinate
dal Tibet

di Marino Smiderle

Ascoltando i bollettini di guerra che, nonostante la rigida censura, filtrano da Lhasa, la capitale del Tibet martoriata dalla repressione cinese, mi è venuta in mente la gentilezza innata di Migmar. E capisco solo adesso, con tre anni di ritardo, cosa voleva dire quel suo sguardo abbassato durante il viaggio, andata e ritorno, sul pullman di linea che collega Pechino a Badaling, il paese meta di migliaia di turisti cinesi diretti alla Grande Muraglia. Il ricordo personale aiuta a capire quale sia la condizione del popolo tibetano, ufficialmente parte della grande Repubblica popolare cinese, in realtà corpo estraneo di un progetto maoista e nazionalista che partì dall’invasione del Tibet nel 1950, passò per la tragica repressione della rivolta del ’59 (costringendo alla fuga e all’esilio, che prosegue ancora oggi, del Dalai Lama) e ora induce a usare il pugno di ferro l’attuale presidente cinese, Hu Jintao, che ai tempi di Tienanmen era responsabile del partito comunista proprio in Tibet.
Dunque, Migmar. Sì, il piccolo Migmar, un tibetano che la vicentina Paola Zuin, da una vita a Pechino, mi "prestò" per andare a fare il turista lungo la Grande Muraglia assieme a un mare di cinesi provenienti da tutto il paese. Capisco solo ora la tortura che venne inflitta a questa guida volonterosa ma improvvisata: lui, tibetano orgoglioso, con la famiglia, madre, padre, fratelli e sorelle, tutti rimasti a vivere a Lhasa, costretto a illustrare al giornalista straniero le grandezze della Cina imperiale. Lui che la Cina la odiava fin nel profondo, per tutte le ferite inferte al suo paese, stralciato dalle carte geografiche e ridotto a essere una regione della grande repubblica popolare. Ricordo che portava con sè uno strambo dizionario trilingue, anglo-sino-tibetano: perché lui pensava in tibetano, traduceva in cinese e cercava di riprodurre il tutto in un simpatico e strampalato inglese. Una faticaccia. «Da qualche anno - mi disse durante la pausa pranzo lungo la Grande Muraglia - le cose sono abbastanza tranquille. Ma non durerà ancora per molto, noi non possiamo accettare questa situazione». E mentre diceva queste cose, si guardava intorno sospettoso, quasi temesse ci fosse chissà quale agente segreto in grado di ascoltarlo e di arrestarlo.
Spero che a Migmar e ai suoi familiari non sia successo nulla, spero che tutto rientri presto nella normalità, anche se la normalità vorrebbe dire, purtroppo per quell’orgoglioso popolo, restare sotto la dominazione cinese, senza alcuna possibilità di discussione democratica.
«Oggi ad accendere la stessa scintilla non è il Dalai Lama (che dalle prime, sommarie ricostruzioni dei fatti sembrerebbe non avere un ruolo diretto nella crisi scoppiata lunedì scorso a Lhasa, malgrado le accuse del governo cinese che considera responsabile "la sua cricca") - spiega infatti Luca Vinciguerra, corrispondente da Shanghai del Sole 24 Ore - ma le Olimpiadi di Pechino. A cinque mesi dal fischio d’inizio dei Giochi, i movimenti internazionali per i diritti umani hanno già iniziato a suonare la grancassa. Il governo cinese ha protestato energicamente, parlando di "offensiva ideologica", e sostenendo che «la politicizzazione delle Olimpiadi è contro lo spirito di Pierre De Coubertin».
L’offensiva ideologica, per la verità, altro non sarebbe che una richiesta di democrazia. E la cosa strana, fino a un certo punto, è la posizione assunta da Bush nei confronti della Cina. Se il presidente americano è stato, ed è, fortemente criticato per la sua ideologia fondata sulla teoria dell’esportazione della democrazia, nel caso dell’atteggiamento verso la Cina è stato attaccato per il motivo opposto. Bush ha infatti appena "promosso" la Cina, escludendola dall’elenco dei paesi che non rispettano i diritti umani. Dando di fatto il via libera alla grande stagione dei Giochi Olimpici. Di fronte a questa decisione, i monaci buddisti del Tibet si sono sentiti traditi, abbandonati, e hanno deciso di far sentire la propria voce e di versare pure il proprio sangue. La dura repressione della Cina (il numero dei morti è incerto, ma è destinato ad aumentare se non verrà rispettato l’ultimatum lanciato dal regime di Pechino) ripropone sullo scenario internazionale la domanda più scomoda: è giusto partecipare alle Olimpiadi e glorificare così un Paese che si è arricchito, sta diventando sempre più potente ma si fa beffe della democrazia e dei diritti umani?
Prima di rispondere a questa domanda, occorre capire cosa sta davvero succedendo in Tibet. «Il Dalai lama ha invitato sia i cinesi che i suoi fedeli ad evitare ogni violenza - scrive Raimondo Bultrini in una sua corrispondenza da Dharamsala - ma è ormai chiaro che la situazione è sfuggita di mano a tutti. Da sempre una grossa fetta della popolazione non riusciva ad accettare la posizione non violenta assunta dal leader spirituale, soprattutto perché il controllo e la repressione si accompagnava a una situazione economica disastrosa per la grande maggioranza dei tibetani. Gran parte dei posti di lavoro va infatti da mezzo secolo ai nuovi arrivati cinesi che costituiscono la maggioranza della popolazione. Invece di assumere tibetani, dei quali non si fidano, richiamano i loro parenti da altre regioni della Cina. Negli ultimi anni il business con l'arrivo massiccio di turisti dall'Occidente è cresciuto enormemente, e per evitare contatti troppo diretti tra dissenzienti e stranieri in quasi ogni monastero sono stati collocati falsi monaci e lama istruiti dal partito».
Se la situazione dovesse degenerare e far tornare la Cina ai tempi cupi di Tienanmen, il boicottaggio delle Olimpiadi diventerebbe un’opzione, anzi l’unica opzione, per far capire a quei gerarchi comunisti che, dopo il capitalismo, è arrivato il momento di copiare dall’occidente anche la democrazia.

sabato 15 marzo 2008

Asciate

Due colpi d'ascia. Così la moglie ha ucciso il marito alcolizzato a Rossano Veneto.

Scherzi d'An(nata)

CLAMOROSO. No a inciuci con la Destra, deputato si candida a sindaco

Conte prepara la lista con il simbolo di An
di Marino Smiderle

Il granitico Pdl a Vicenza rischia di sciogliersi come la neve davanti a questo primo sole già primaverile. La temperatura si è alzata improvvisamente l’altro giorno a Roma, durante l’incontro di tutti i candidati pidiellini alla Camera e al Senato. Ex aennisti ed ex azzurri si stringono la mano davanti a Berlusconi, ma da Vicenza filtra un’indiscrezione che fa andare di traverso il boccone a Gianfranco Fini: Lia Sartori, per accrescere le possibilità di successo magari già dal primo turno, avrebbe stretto l’accordo col diavolo, per gli ex aennisti, della destra di Storace e Santanchè. Sì, insomma, la lista della Destra, che a Vicenza vede in cima Domenico Obrietan, avrebbe raggiunto un accordo di apparentamento con lo schieramento che sostiene Lia Sartori sindaco.
Fini e, a scalare, Alberto Giorgetti, coordinatore regionale di An, si inalberano. E convocano Giorgio Conte affidandogli una missione estrema: riesumare il vecchio simbolo di An e presentare una lista ad hoc con lo stesso Conte candidato sindaco.
Ci sono dei momenti in cui la politica confina da una parte con la tragedia e dall’altra con la farsa. La tragedia, per il Pdl, sarebbe trovarsi con una città ribelle, la solita sorprendente Vicenza, che fa abortire sul nascere il nuovo partito e ritorna sui propri passi. La farsa, sempre per il Pdl, è che la nuova lista approntata in fretta e furia finirebbe con l’affrontare altri candidati, aennisti di provata fede, già paracadutati nella lista comune.
Insomma, un caos. Ma tant’è. Ieri sera una trentina di candidati avevano già controfirmato la propria adesione alla lista col simbolo di An, con Conte in pista.Immaginabili le febbrili consultazioni tra azzurri e aennisti con, ennesimo paradosso, il presidente provinciale di An, del tutto all’oscuro di questa manovra orchestrata dal deputato uscente (e rientrante), su ordine del presidente nazionale Fini. Dal fronte sartoriano regnava la massima calma, condita dall’assicurazione che, semmai ci fosse stata l’intenzione di coinvolgere la Destra di Storace, sarebbe stata immediatamente accantonata onde evitare capitomboli elettorali.
Oggi alle 12 scadono i termini per la presentazione delle liste: quella di An e Conte è pronta. Ma verrà presentata solo se il Pdl farà lo scherzetto.

Emma for president

CONFINDUSTRIA. La prima donna che diventa presidente degli industriali italiani riscuote apprezzamenti da Maroni, Galan e Prodi

Così Emma
ha messo d’accordo tutti
di Marino Smiderle

Adria, ottobre scorso, meeting di Confindustria. Emma Marcegaglia viene accolta con calore dagli industriali del Veneto, che una settimana più tardi annunceranno ufficialmente il proprio appoggio all’imprenditrice mantovana nella corsa alla presidenza nazionale dell’associazione. Roma, l’altro ieri, riunione di giunta in viale dell’Astronomia. Marcegaglia viene indicata come successore di Luca di Montezemolo con 126 voti su 132 presenti (una scheda nulla e 5 non votate).
Sarà un caso, ma la lunga volata che ha portato la lady d’acciaio, come l’ha ribattezzata The Economist, a essere la prima donna a diventare presidente nazionale di Confindustria è partita proprio dal Veneto. E sarà un altro caso, ma uno dei vice che la Marcegaglia si porterà sicuramente a Roma sarà quell’Antonio Costato, presidente di Assindustria Rovigo, che nell’ottobre scorso fu il padrone di casa del convegno di Adria. Polesine uber alles, verrebbe da dire, considerando che la stessa Marcegaglia ha una branca dell’impero industriale di famiglia proprio da queste parti. «Decidemmo di diversificare dal core business della siderurgia - ricordò Marcegaglia in quell’occasione - e nel 1988 acquistammo dal Credito Svizzero Albarella spa, che abbiamo potenziato e che adesso sta dando ottimi risultati in termini di aumenti di fatturato e di redditività. Questa era considerata l’area Cenerentola del Veneto, noi abbiamo dimostrato che può essere sviluppata nel pieno rispetto dell’ambiente». Una mantovana col Veneto nel cuore, quindi, e pure nel portafogli, che non guasta. Emma Marcegaglia, 43 anni, amministratore delegato di un gruppo siderurgico fondato dal padre Steno che oggi fattura 4 miliardi di euro, incassa questo plebiscito con soddisfazione, anche se sa che il difficile viene adesso.
O meglio, verrà all’indomani della formalizzazione dell’elezione, che avverrà il 21 maggio prossimo in occasione dell’assemblea. Sì, perché toccherà a lei prendere le redini nel momento peggiore, dal punto di vista dell’economia, con la recessione americana che è già sconfinata nei portafogli ordini delle imprese italiane e col supereuro che rende problematico puntare all’export. Non solo. Emma sale in cattedra in un periodo delicato anche dal lato della politica, a campagna elettorale in corso e con ex rappresentanti di Confindustria di primo piano (Massimo Calearo e Ettore Riello, guarda caso entrambi veneti) in lizza in entrambi i grandi schieramenti.
Le reazioni raccolte all’indomani della sua designazione consentono di dire subito una cosa: lo strappo di Vicenza è stato ricucito. Strappo di Vicenza che, per chi non lo ricordasse, partì dalla vis oratoria di Silvio Berlusconi capace di riscuotere applausi a scena aperta da parte della base imprenditoriale e pure di suscitare l’imbarazzo, per usare un eufemismo, dei rappresentanti di Confindustria, Montezemolo in testa. Da quel momento in poi tra centrodestra e Confindustria fiorirono incomprensioni e la squadra di Montezemolo, compreso il Calearo che adesso è capolista alla Camera per il Pd nel collegio Veneto 1, venne dipinta come un’accolita di fiancheggiatori del governo Prodi.
Giusta o sbagliata che fosse questa diagnosi su un’associazione che ha sempre fatto dell’indipendenza dalla politica un punto cardine, la designazione di Emma sembra essere il modo migliore per chiarire questo equivoco di fondo. «Se vinceremo le elezioni - ha detto ieri l’ex ministro leghista del Welfare, Roberto Maroni - penso che avremo un grande aiuto dalla nuova guida di Confindustria, Emma Marcegaglia. È una donna molto energica e con le idee molto chiare. Credo che la collaborazione sarà molto importante».
Un altro che a Montezemolo le ha sempre cantate chiare, il governatore del Veneto Giancarlo Galan, ha accolto la nuova presidente con zucchero e miele. «Tutti sanno - ha affermato - che non si viene chiamati a dirigere la Confindustria solo perché si è donna. Si viene chiamati a dirigere la grande associazione dei nostri industriali perché si è capaci, pesche si hanno le qualità migliori. Ecco perché sono sicuro che Emma Marcegaglia è la scelta giusta».
Dal canto suo la presidente in pectore ha già cominciato a distribuire segnali di chiarezza e decisione. E per non sbagliare ha tirato la prima cannonata all’idea buonista di Veltroni di statuire per legge un salario minimo di mille euro. «Io non sono particolarmente favorevole - ha detto in un'intervista a La Tribune e all'agenzia France Press - perché renderebbe ancora più rigido il nostro mercato del lavoro e, soprattutto, rimetterebbe in discussione la negoziazione tra le parti».
Ma i complimenti e le felicitazioni arrivano anche dal centrosinistra. In particolare, dal presidente del Consiglio uscente. «La scelta di una donna - ha scritto Romano Prodi - rappresenta un segnale sicuramente positivo e testimonia quanto le donne siano sempre più un patrimonio di esperienza e professionalità a disposizione dell’intera nazione. Sono sicuro che la Confindustria avrà in lei una guida saggia e ferma in questo momento di grandi cambiamenti che sta vivendo il nostro paese».
La lady d’acciaio, per il momento, mantiene la barra ben lontana dai sentieri della politica. Il suo primo intervento, per dire, è stato dedicato alla piccola industria. «È il primo saluto che faccio da presidente designato di Confindustria - ha esordito - e mi sembra giusto farlo alla piccola industria con la quale mi sento in assoluta sintonia e le cui istanze terrò in assoluta considerazione».

Toccaballe

L’EDITORIALE

Quello spettro
minaccioso
di un nuovo ’29
alle porte

Marino Smiderle

La tentazione di iscriversi al club dei ventinovisti è forte. Ventinovisti è sinonimo di pessimisti. Peggio, di catastrofisti. Perché in quella fine di ottobre del 1929 ci fu una vera catastrofe economia e finanziaria che, partita col tracollo di Wall Street, finì con l’esportare la grande depressione in tutto il mondo. A leggere i numeri partoriti ieri dai mercati globali, quel cupo precedente storico diventa uno spettro minaccioso e sinistramente vicino ai nostri portafogli. Da dove cominciare? C’è l’imbarazzo della scelta. Dal dollaro, per esempio, che sforna l’ennesimo record negativo nei confronti del supereuro col cambio arrivato a toccare quota 1,5624. Chi vende più uno spillo ai clienti americani avvitatisi in una recessione preoccupante? Non certo le imprese europee. Conseguenza immediata di questo dollaro ai minimi storici è il balzo alle stelle del petrolio (111 dollari al barile, ancora record) e dell’oro (1.001,5 dollari l’oncia, altro record).
Al signor Rossi che gira canale quando sente le quotazioni in caduta di piazza Affari (meno 1,5 per cento anche ieri, dopo aver toccato un meno 3 per cento a metà giornata) e quando sente parolacce come mutui subprime, conviene ricordare che questo diluvio ventinovista gli ha già ridotto in poltiglia il contenuto del portafogli. In un Occidente in cui tanti, troppi vivono a debito (e magari i cordoni della Borsa li tiene la Cina), il crac dei mutui subprime che sta devastando i bilanci di banche e società finanziarie (280 miliardi che ballano) è diventato un redde rationem per un sistema sportosi eccessivamente nei grattacieli della finanza. E che ora rischia di cadere rovinosamente. Di qui la ricetta, amara, amarissima, dettata dalla Bce.
Sì, perché l’inflazione sale, il potere d’acquisto scende e la politica di Jean-Claude Trichet è un bel mix di lacrime e sangue: scordatevi un taglio dei tassi e, soprattutto, evitate con cura di legare i salari all’inflazione reale.
Riassumendo: l’inflazione è, di fatto, già partita da un pezzo, la crescita dell’economia è azzerata, le Borse crollano, fare un pieno di benzina costa un occhio e gli stipendi restano fermi per paura di gettare ulteriore carburante nel fuoco acceso del boom dei prezzi. Chiunque vinca alle prossime elezioni, dovrà battersi a mani nude contro lo spettro del ’29.

giovedì 13 marzo 2008

Qui si sta con Mancini



E' l'unico allenatore che sia riuscito a vincere, e parecchio, con l'Inter negli ultimi vent'anni. E' antipatico perché dice cose che danno fastidio ai potenti di turno (do you remember Moggi?) e sa di calcio e di calciatori come pochi al mondo. Al termine della partita con il Liverpool è sbroccato: non doveva, ma il suo sfogo è più che comprensibile. Ora sarà dura, ma a noi nerazzurri piace così. Mancini forever.

Alla Fiera del Veneto

FIERA. Ieri il presidente si è incontrato con Irene Gemmo

«La strategia
regionale è quella giusta»
di Marino Smiderle

Ieri, poco dopo mezzogiorno, c’è stato un colloquio che potrebbe portare a una rivoluzione copernicana per la Fiera di Vicenza e, più in generale, per il sistema fiere del Veneto. Condizionale d’obbligo, visto che siamo solo all’aperitivo. Ma il drink che ieri hanno presso assieme Dino Menarin, presidente della Fiera di Vicenza, e Irene Gemmo, presidente di Veneto Sviluppo, potrebbe preludere a un pranzo nuziale mica da ridere. E, poiché nel diritto societario la poligamia è non solo ammessa ma pure incentivata, alla cerimonia futura potrebbero partecipare tutte le fiere della regione, con Veneto Sviluppo quale garante di un coordinamento strategico fin qui rimasto nel libro dei sogni.
Fuor di metafora, Menarin e Gemmo hanno parlato del possibile ingresso di Veneto Sviluppo nel capitale di Fiera di Vicenza. Ed entrambi hanno convenuto che l’interesse è reciproco e che se ne riparlerà. «Di qui a dire che è tutto fatto ce ne corre - frena Menarin - però abbiamo discusso del nostro piano industriale e lo abbiamo confrontato con la strategia di coordinamento perseguita da Veneto Sviluppo. Stiamo valutando da tempo la possibilità di far entrare nel capitale altri soci, in una logica di frequenti contatti con le Fiere di Verona e Venezia, e la proposta di Irene Gemmo è per noi molto interessante».
Messa così, l’affare sembrerebbe in dirittura d’arrivo. «Non dimentichiamoci - osserva Menarin - che stiamo parlando di una spa con capitale pubblico. E, quindi, ogni operazione deve seguire un iter molto preciso che deve rispettare le regole ferree previste dalla normativa. Da parte nostra abbiamo convenuto che l’idea di sfruttare Venezia quale vetrina importante per alcune manifestazioni legate all’oro e al lusso potrebbe sviluppata in maniera integrata a livello regionale».
Si sa che nelle scorse settimane la società di consulenza e revisione Kpmg ha valutato la Fiera di Vicenza e, fatti i conti del caso, ha stabilito che vale 30 milioni di euro. Da qui si dovrà partire per stabilire quanto dovrà versare un aspirante socio. «Con Veneto Sviluppo - sostiene Menarin - non abbiamo parlato di percentuali e di valori. Ci siamo limitati a convenire che un disegno strategico regionale potrebbe permettere di raggiungere obiettivi che le singole fiere, da sole, non potrebbero nemmeno avvicinare. Si tratta di coordinare le manifestazioni, evitando doppioni. Vicenza e Verona, da questo punto di vista, hanno già fatto molto».

«Siamo stati sorpresi
ma non spiazzati»

Questa candidatura non ci voleva. Menarin non lo dice ma, un po’, lo pensa. Il punto è che il piano industriale di Fiera Vicenza, approvato dal consiglio di amministrazione, stava per essere attuato, con grande personalità, dal direttore generale, Maurizio Castro. Ultima novità in ordine di apparizione, About J, la manifestazione di alta gamma la cui prima edizione si è tenuta la settimana scorsa a Milano ed è stata accolta con grande curiosità e forte interesse. Già, peccato che all’ultimo giro nella compilazione delle liste elettorale, lo stesso Castro abbia trovato un posticino d’oro (nel senso di elezione sicura, non di fiera dell’oro) nelle file del Pdl, lasciando Menarin e la Fiera di Vicenza in mezzo al guado.
«Beh, nei primi giorni successivi all’annuncio - ammette Menarin - c’è stato un po’, come dire, di disorientamento. Poi però è prevalso il buon senso e, già nella riunione del cda prevista per la settimana prossima, discuteremo del futuro e valuteremo quale persona, interna o esterna, potrà prendere le redini della direzione».
«Quello che non cambia di sicuro - prosegue Menarin - è il programma scelto dal consiglio di amministrazione».
Un programma fatto di specializzazione, e la specializzazione si chiama oro e lusso. Sono questi i binari che, nelle intenzioni dei soci pubblici, dovrebbero portare al definitivo rilancio dell’ente. In questo contesto si inserisce la nuova prospettiva di integrazione regionale, volta a unire le forze con le altre realtà fieristiche del Veneto. Certo, l’addio di Castro non è stato un regalo molto gradito. «Un tradimento? No, stiamo parlando di un professionista che può fare le scelte che vuole».

mercoledì 12 marzo 2008

martedì 11 marzo 2008

Intesa sui mutui

SOLDI & FAMIGLIE. Le ricette di Intesa Sanpaolo per ridurre l’importo delle rate mensili

Mutui sempre pesanti
«Ma alleggerirli si può»

di Marino Smiderle

I tassi d’interesse continuano a salire e le rate del mutuo si mangiano percentuali sempre maggiori di stipendi, va da sè, sempre più magri. Non è che le banche, in questo contesto, godano di grande popolarità. «Eppure posso assicurare - attacca Franco Dall’Armellina, direttore area Veneto ovest del gruppo Intesa Sanpaolo - che la mia banca ha appena lanciato un programma che ha l’obiettivo di andare incontro alle esigenze dei clienti».
Alla banca agnellino non crede nessuno, ma che effettivamente non sia suo interesse trovarsi pacchi di rate non pagate e, quindi, finire in tribunale con migliaia di immobili all’asta, è una verità assodata.
Il gruppo Intesa Sanpaolo, che affonda le sue radici nella storica Banca Cattolica del Veneto e che negli ultimi anni, a giudizio della clientela, si era un po’ allontanata dal territorio d’origine per diventare, dopo mille fusioni, la banca più grande d’Italia, sta facendo un pochino marcia indietro. Che, tradotto, significa suddivisione organizzativa in tante banche del territorio, con Dall’Armellina, per esempio, che adesso è diventato una sorta di direttore generale, con i relativi poteri decisionali, dell’area compresa nelle province di Vicenza, Verona e Belluno, con propaggini anche a Trento e Bolzano.
Tornando ai mutui, è vero che aumentano le sofferenze, che la gente fa sempre più fatica a pagare? «È vero - risponde il dirigente di Intesa Sanpaolo - ma occorre ricordare che negli ultimi anni la massa dei mutui è aumentata moltissimo. E quindi occorre ragionare sulla base del rapporto tra sofferenze e stock. In provincia di Vicenza siamo all’1,3 per cento, un livello fisiologico e per nulla preoccupante».
Già, non sarà preoccupante per la banca, ma i nuclei familiari vicentini che si dimostrano pagatori responsabili, in realtà per non lasciare insoluti devono stringere la cinghia per arrivare alla fine del mese. «Ne siamo consapevoli - assicura Dall’Armellina - e per questo siamo stati la prima banca che, da un lato ha proposto una serie di modifiche ai contratti di mutuo esistente, e dall’altro ha avviato seriamente una politica di portabilità del mutuo senza applicare la minima spesa».
Cambiare le condizioni del mutuo vuol dire, in pratica, riuscire ad abbattere la rata mensile, destinata altrimenti a salire per via del meccanismo di indicizzazione cui sono agganciati i mutui a tasso variabile, o dilazionare il pagamento di qualche rata senza penalità aggiuntive.
Un risultato che si ottiene in tanti modi. «Su tutti i mutui erogati dal 1° gennaio 2008 - spiega il direttore di Intesa Sanpaolo - è possibile sospendere il pagamento delle rate fino a tre volte e ogni volta fino a sei mesi. Per tutti i titolari di mutuo a tasso variabile, invece, è possibile rinegoziare gratuitamente la durata del finanziamento e allungarla fino a un massimo di 40 anni».
Fino a questo momento sono 1.540 i clienti del gruppo Intesa Sanpaolo che in Veneto hanno usufruito della possibilità di cambiare le condizioni. Ma è sulla portabilità che Dall’Armellina insiste. Nell’ottica delle banca, questa si chiama politica commerciale particolarmente aggressiva.
«Noi abbiamo messo in pratica veramente la politica di liberalizzazioni del ministro Bersani - commenta Dall’Armellina - e siamo la prima banca che non applica alcuna spesa, neanche di tipo notarile, per coloro che ci trasferiscono il mutuo da altra banca».

lunedì 10 marzo 2008

Telefonate a vuoto

PORTAFOGLIO

Telecom crolla
sotto la scure
dei... dividendi
di Marino Smiderle

Nell’era delle telecomunicazioni c’è un titolo che va peggio di tutti gli altri: Telecom Italia. Dai tempi in cui lo Stato diede il via alla madre di tutte le privatizzazioni ad oggi, le azioni del principale operatore telefonico del nostro paese sono salite a livelli siderali e poi ridiscese nella polvere. In mezzo ci sono state grande manovre finanziarie, a partire dall’acquisto da parte della "razza padana" capitanata da Colaninno e Gnutti per finire alla cessione a un nocciolino duro guidato dagli spagnoli di Telefonica da parte di Marco Tronchetti Provera. La sostanza è: negli ultimi anni i piccoli risparmiatori (e sono stati tanti) che hanno investito nei titoli Telecom non hanno fatto altro che leccarsi le ferite.
LA CONTRADDIZIONE
Questi rovesci sono sorprendenti. Se il futuro è telecomunicazione perché un titolo che s chiama Telecom perde? Va detto che non è stata solo la società italiana a perdere in questi anni. La crisi ha toccato tutti gli operatori europei e americani, anche se con Telecom le mazzate sono state più potenti. Un anno fa se qualcuno avesse chiesto un titolo italiano su cui investire la risposta sarebbe stata unica: Telecom. È vero, la società è ancora molto indebitata, paga il dazio di spericolate operazioni finanziarie del passato ma, era il ragionamento comune, il passaggio di proprietà a un gruppo di soci che comprende pure un operatore serio come Telefonica avrebbe ridato vigore ai conti. Lo si diceva quando il titolo viaggiava intorno ai 2,2 euro ed era ritenuto sottovalutato. Bene, dopo la presentazione del piano (o meglio, dopo l’annuncio che il piano doveva essere rivisto) da parte di Franco Bernabè, venerdì scorso il titolo ha preso una scoppola incredibile: calo di oltre il 9 per cento e quotazione in avvitamento fino a 1,45 euro, con 2 miliardi di euro andati in fumo e scambi per 5 miliardi di controvalore.
CONGIUNTURA
Questo è il momento peggiore dei mercati da diversi anni in qua. E la sensazione è che la bufera durerà ancora per un bel po’. Il dollaro è ai minimi, il petrolio è ai massimi e l’inflazione minaccia di riaccendersi: è il peggiore scenario che un investitore possa immaginarsi. Perché, oltre a perdere potere d’acquisto con i prezzi che aumentano, perdono pure di valore i capitali, grandi e piccoli, che nel corso degli anni si sono progressivamente spostati dal settore obbligazionario al settore azionario. Morale della favola: il peggio del peggio. In questo frangente Telecom era comunque vista con un occhio di riguardo perché i soci che l’hanno gestita finora hanno sempre attuato una politica generosa in termini di dividendi, finendo col convincere pure i piccoli a puntare sulla cedola. Ora, anche da questo punto di vista, le cose sono destinate a cambiare.
DIVIDENDI
Non ci sono ancora annunci ufficiali al riguardo, ma i rumours di mercato dicono che la prossima cedola di Telecom subirà un drastico ridimensionamento. L’ultima cedola distribuita era di 0,14 euro che, se fosse confermata con questi prezzi, garantirebbe un rendimento vicino al 10 per cento. L’orientamento è quello di ridurre il dividendo distribuito a 0,08 euro, con un taglio del 42 per cento rispetto all’ultimo esercizio. Le batoste subite dalla quotazione del titolo sono spiegabili anche per questa nuova strategia adottata dal nuovo management al fine di ridurre sempre di più l’indebitamento. Ma se chi ha in carico le Telecom a prezzi superiori ai 2 euro non può certo mettersi a gioire per questa decisione, va anche detto che chi è fuori dal titolo a questi prezzi potrebbe cominciare a pensare di entrarci.
RENDIMENTO
Il calcolo del rendimento di un’azione sulla base del dividendo è aleatorio. E il caso di Telecom, che ha ridotto del 42 per cento il dividendo rispetto all’anno precedente ne è l’esempio illuminante. Però se uno compra azioni Telecom adesso, a 1,45 euro, è certo che a maggio prenderà un dividendo di 8 centesimi, con un rendimento del 5,5 per cento, ben superiore ai titoli obbligazionari. E, teoricamente, entrando ai minimi potrebbe pensare che l’anno prossimo, di questi tempi, Telecom potrebbe avere recuperato posizioni. Anche perché, a questi prezzi, a qualcuno potrebbe venire in mente di lanciare un’Opa.

Guerra. Anzi no

COLOMBIA, ECUADOR, VENEZUELA. Forti tensioni ai confini tra i tre paesi che trovano però l’intesa

Sudamerica
sull’orlo
della crisi
di Marino Smiderle

Ci mancava una guerra nel cortile degli Stati Uniti. Ci mancava proprio una guerra nei paesi dell’America Latina. Ci mancava perché, dopo anni di altalenante andamento economico, con schiarite alternate alle nubi della povertà, questo scontro tra Colombia (da una parte) e Venezuela ed Ecuador (dall’altro) rischia di riportare ancora indietro le lancette della storia sudamericana.
OPERAZIONE MILITARE
La situazione, già deteriorata da tempo, precipita il 1° marzo scorso. Il governo di Bogotà, spinto dal presidente colombiano Alvaro Uribe, scatena la sua offensiva contro le Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), un movimento terroristico di matrice marxista-leninista che da tempo immemorabile tiene sotto scacco il paese, annuncia che Paul Reyes, il numero due dei ribelli, è stato ucciso nel corso di una operazione militare condotta nel territorio dell’Ecuador, nel corso della quale sarebbero stati eliminati anche altri 23 ribelli. «Dall’inizio del suo mandato, nel 2002 - scrive il settimanale colombiano Semana - il presidente Alvaro Uribe ha cercato di avere la testa di un membro importante delle Farc e ora ci è riuscito. Dal punto di vista militare, l’uccisione di Reyes è la conferma che la selva non è più un luogo sicuro per la guerriglia. Le Farc credevano che il territorio inospitale del sud est del paese e la zona di frontiera gli avrebbero permesso di sopravvivere per sempre. Ma la tecnologia militare all’avanguardia usata per localizzare gli insediamenti e sferrare gli attacchi a sorpresa ha reso la selva un luogo accessibile in cui si possono realizzare operazioni veloci ed efficaci».
LA PROVA
Dal punto di vista delle autorità colombiane, questa missione, oltre che provocare la morte di un nemico della stabilità interna, ha finito con l’acuire i contrasti col caudillo venezuelano Hugo Chavez. Nel computer dell’esponente delle Farc sarebbero state trovate delle prove inequivocabili dell’aiuto finanziario che il governo bolivariano di Caracas, nel corso del tempo, avrebbe garantito. Uribe ha tratto subito le ovvie conseguenze, denunciando il ruolo di partner dei terroristi esercitato da Chavez e invocando l’intervento del Tribunale penale internazionale. Non che questa notizia sia da considerare così sconvolgente: le Farc si sono sempre dichiarate bolivariane, oltre che comuniste, e l’appoggio, perlomeno ideale, di Chavez rientra nella logica perversa dell’America Latina. Di qui a beccarlo con le mani nella marmellata, però, ce ne corre, e adesso la Colombia ha intenzione di usare questa prova per ottenere qualche provvedimento dall’Onu. Bush, e non c’era da dubitarne, si è schierato subito al fianco di Uribe: «L’America resta al fianco dei nostri alleati in Colombia e assicura il proprio pieno sostegno alla democrazia nel Paese contro le azioni provocatorie del Venezuela».
LA TENSIONE
Il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha rinnovato da Managua la condanna del raid delle truppe colombiane di sabato in Ecuador, affermando che il presidente della Colombia, Alvaro Uribe, era al corrente che i ribelli delle Farc avrebbero liberato nel mese di marzo 12 ostaggi, tra cui Ingrid Betancourt. «Lo sapeva - ha affermato Correa - e ha utilizzato questi contatti per montare questa trappola e far credere al mondo che si trattava di contatti politici e di sostegno alle Farc, e per lanciare una cortina di fumo sulla sua azione ingiustificabile». L'ambasciata di Francia a Quito, venendo quasi in soccorso alle tesi del presidente, ha riferito che era al corrente di contatti tra le autorità ecuadoriane e le Farc per liberare Ingrid Betancourt, l'ex candidata alle presidenziali colombiane ostaggio dei ribelli dal febbraio 2002. La conseguenza di queste reazioni è stati il riposizionamento delle truppe nell’area dei confini.
VENTI DI GUERRA
Tutto questo ha provocato un pericoloso movimento di truppe nei pressi delle frontiere incriminate, con Hugo Chavez che ha praticamente chiuso le frontiere tra Venezuela e Colombia. «Uribe ha dalla sua l’opinione pubblica - riferisce Emiliano Guanella su La Stampa - secondo un sondaggio l’83 per cento dei colombiani ha approvato l’operazione che ha portato l’uccisione di Reyes. La morte del guerrigliero pone in evidenza una contrapposizione presente da tempo ma che veniva mantenuta sottovoce perché ad accaparrare le attenzioni erano le trattative per la liberazione dei sequestrati... La guerra fredda psicologica è già iniziata, come dimostra l’insistenza della stampa colombiana nel mostrare le foto della base dei guerriglieri con bandiere e poster dei collettivi bolivariani legati a Chavez».
DIPLOMAZIA
In questa situazione non si è capito bene come abbiano fatto i presidenti di Ecuador e Colombia, Correa e Uribe, ad annunciare la fine della crisi in America Latina, durante il vertice del Gruppo di Rio a Santo Domingo dei giorni scorsi. Al termine di vivaci dibattiti, come rifierisce l’Associated Press, Correa si è detto pronto a considerare «superata» la crisi, scatenata da un'incursione dell'esercito colombiano sul suo territorio contro una base della guerriglia colombiana delle Farc. Uribe si è immediatamente alzato per andare a stringere la mano al suo omologo ecuadoriano, con il sottofondo degli applausidegli altri leader latino-americani. Il presidente colombiano ha inoltre stretto a lungo la mano del suo omologo venezuelano Chavez, che sosteneva l'Ecuador nel suo conflitto di frontiera con la Colombia.Chavez è anche arrivato al punto di assicurare che le truppe venezuelane saranno immediatamente ritirate dal confine. Un miracolo.

domenica 9 marzo 2008

Eterno Amore


Il nero della notte, l'azzurro del cielo. Guardando fuori dalla finestra del ristorante L'Orologio, nel centro di Milano, la sera del 9 marzo 1908, i soci fondatori del nuovo Football Club Internazionale Milano, decisero che quelli sarebbero stati i colori della squadra più affascinante del globo. Cento di questi anni, meravigliosa Inter.

venerdì 7 marzo 2008

Industriali Benedetti

ASSOCIAZIONE INDUSTRIALI. Le dimissioni di Calearo e la sua candidatura nel Pd hanno creato malumori. Il presidente ad interim rassicura gli associati

«Se n’è andato uno solo
tutti noi siamo rimasti»
di Marino Smiderle

La candidatura di Massimo Calearo col Pd ha sorpreso un po’ tutti. Ma, soprattutto, ha sorpreso chi ha lavorato al suo fianco all’Associazione industriali di Vicenza. Dalla sera alla mattina il Consiglio di presidenza, formato da Luigi Benedetti, Michele Amenduni, Adamo Dalla Fontana e Alberto Luca, si è trovato a dover affrontare le perplessità, per usare un eufemismo, dei tanti associati che telefonavano, e continuano a telefonare, per chiedere spiegazioni, per capire quel che è successo e, soprattutto, quel che succederà.
«La scelta di Calearo di candidarsi - attacca Luigi Benedetti, presidente ad interim di Assindustria - è assolutamente personale e ciascuno è liberissimo di aderire a questo o a quel partito, ci mancherebbe. Non sono piaciuti, questo però va detto, i tempi e i modi. Ecco i motivi di tante reazioni, anche dure. Ma, superata l’emozione del momento, occorre ricordare che l’Associazione industriali di Vicenza non è certo fatta da un uomo solo».
Sì, a palazzo Bonin Longare si stanno serrando i ranghi. È un momento complicato, nessuno lo mette in dubbio. Perché la candidatura improvvisa di Calearo si aggiunge all’incertezza legata alla scelta del successore. Roberto Zuccato e Susanna Magnabosco, i due in lizza, hanno ottenuto in giunta un risultato di parità che prolunga l’incertezza proprio quando ci sarebbe bisogno di un pronunciamento chiaro. «Noi siamo convinti - prosegue Benedetti, parlando anche a nome di tutto il consiglio di presidenza - che i saggi riusciranno nell’impresa di raggiungere, in totale autonomia, il risultato già per la settimana prossima, quando la giunta si riunirà di nuovo».
L’auspicio è anche dei titolari delle 2.500 imprese associate, specie di quelli che non hanno ruoli o incarichi all’interno dell’Associazione ma che guardano a palazzo Bonin Longare con crescente preoccupazione e, in alcuni casi, pure con rabbia. «Capisco questo momentaneo disappunto - dice Benedetti - ma vorrei ricordare che tutti i 300 colleghi che rivestono delle cariche associative sono al loro posto e hanno intenzione di portare avanti il programma, con spirito di servizio e nell’interesse della categoria».
Come ricorda il direttore, Lorenzo Maggio, l’Associazione ha due compiti: dare rappresentanza agli imprenditori e garantire servizi alle imprese. E se da questo secondo punto di vista non ci sono problemi («Sono direttore da cinque anni e non mi è mai arrivata neanche una lettera di lamentela al riguardo», afferma Maggio»), sulla questione della rappresentanza c’è stato qualche contrasto di troppo.
«La nostra Associazione - tiene a precisare Benedetti - non si è mai schierata politicamente. Noi tuteliamo gli interessi della categoria e per questo abbiamo a che fare con la politica e con le istituzioni in genere tutti i giorni. In questi ultimi anni ci sono state delle tensioni e, se penso per esempio alle polemiche periodiche con la Regione e col suo governatore Galan, credo di poter dire che sia arrivato il tempo di girare pagina. Manterremo ovviamente l’autonomia dalla politica ma cercheremo di favorire il dialogo con tutti gli interlocutori».
Da questo punto di vista, l’uscita di Calearo dall’Associazione potrebbe contribuire a smussare gli angoli che, in varie questioni, erano diventati spigoli acuminati. «Ripeto - insiste Benedetti - sulle scelte personali delle persone, non abbiamo nulla da dire. Di sicuro all’interno dell’Associazione adesso c’è una volontà comune a mettere da parte gli elementi di divisione per lavorare su un programma che unisce».
Fuori dai corridoi di palazzo Bonin Longare, gli imprenditori che ogni giorno lavorano per battere una congiuntura che non lascia sperare nulla di buono e che si possono permettere di non essere diplomatici, non usano certe parole tenere nei confronti di Calearo. Soprattutto per la scelta di schierarsi al centrosinistra, dopo un paio di anni di governo Prodi vivacemente contestato dalla categoria. In una parola, se proprio doveva candidarsi, Calearo avrebbe dovuto scegliersi l’altra parte.
«Questi sono giudizi che non competono certo all’Associazione industriali - ribadisce Benedetti -. Ognuno di noi può avere idee politiche diverse che però non devono influenzare l’incarico svolto su mandato dei colleghi. Io capisco la reazione emozionale di tanti colleghi che si sono sentiti, come dire, non rappresentati da Calearo nel momento della sua candidatura col Pd. Ma sul piano pratico, smaltita la sorpresa a caldo, vorrei ricordare che in Associazione non cambia nulla. Com’è che si dice, in questi casi? Ecco, sì, morto un papa se ne fa un altro». Anche perché a palazzo Bonin Longare i cardinali sono tutti rimasti al loro posto. E settimana prossima andranno in conclave.

giovedì 6 marzo 2008

La valle degli anelli

IMPRESE. La Forgital di Velo d’Astico è leader in settori d’alta tecnologia come aeronautica ed energia. E cresce a ritmi del 20-30 per cento all’anno

Nell’Astico si forgia il futuro

Marino Smiderle
VELO D’ASTICO
Nella valle dell’Astico si forgia il futuro. Sembra uno slogan pubblicitario e, dopo aver fatto un giro istruttivo all’interno dello stabilimento della Forgital, 42 mila metri quadrati coperti, ci sarebbe pure spazio per un bel video significativo. La parola magica è "anelli". Più precisamente: anelli laminati a caldo senza saldature in acciaio. E per realizzare questi anelli, di tutte le dimensioni, si usano leghe di nickel, alluminio, titanio, rame, a seconda della destinazione del prodotto.
Nadir Spezzapria, titolare di questo gruppo che può tranquillamente essere definito una multinazionale tascabile, non ama usare paroloni e nemmeno salire sul palcoscenico. E questa sua riservatezza, questo suo pudore nel parlare di un’azienda che cresce a botte di 20-30 per cento l’anno da una decina d’anni, finiscono per "nascondere" i progressi raggiunti da Forgital, almeno in Italia e nel Vicentino. Se invece si fa un passo fuori dai confini e si chiede alle grandi imprese mondiali che lavorano nel settore dell’energia (eolica, idroelettrica, nucleare turbine a vapore e a gas), dell’aeronautica, dell’aerospaziale, dell’oil & gas, cosa pensano dell’azienda di Seghe di Velo, si ottengono risposte entusiastiche. Si parla di alta, altissima tecnologia, materiali che vengono inseriti nei motori dei Boeing 747 o degli Airbus 380, nelle centrali di energia nucleare.
«E pensare che non riusciamo a trovare ingegneri - sospira Spezzapria -. Adesso, per esempio, abbiamo bisogno di 30-35 persone qui, nella sede centrale di Seghe di Velo. E poi di altre 40 nello stabilimento che abbiamo nel Trentino. Facendo le somme, settanta ingegneri come minimo. Il guaio, si fa per dire, è che la nostra è un’azienda moderna, si lavora sette giorni su sette, ovviamente a turni, non chiude in agosto. Temo che i giovani non abbiano capito bene le opportunità che troverebbero alla Forgital. Si potrebbero confrontare ogni giorno con impegni professionali di alto livello e acquisirebbero rapidamente la professionalità decisiva per la carriera».
Qualche numero, giusto per aver un’idea. A cominciare dal fatturato, che a livello di gruppo si aggira sul mezzo miliardo di euro. Il dato assume un significato particolare se si pensa che cinque anni il giro d’affari era di 100 milioni. Nello stabilimento di Seghe di Velo lavorano circa 400 persone, mentre a livello di gruppo si raggiunge quota 1.300, con un’età media di 38 anni.
«Fortunatamente - osserva Spezzapria - Forgital non sta risentendo della crisi che caratterizza la congiuntura economica di questo momento. Il settore aeronautico e quelle energetico stanno correndo e noi siamo in grado di far fronte allo sviluppo tecnologico grazie anche all’attività di ricerca che portiamo avanti con i laboratori Rtm Breda di Carrè, nati nel 2003 dalla fusione con l’ex Istituto scientifico Breda di cui avevamo preso una partecipazione».
Il grande balzo di Forgital, però, è datato 2002, quando acquisisce la società Forges Maurice Dembiermont, specializzata nella lavorazione e laminazione di leghe leggere quali titanio e alluminio, nel nord della Francia.
«Fino ad allora - conferma Spezzapria - eravamo cresciuti per linee interne. La politica di acquisizione ci ha portato, nel 2006, a rilevare la società Forge set Mecanique de la Loire. E la nostra presenza in Francia ci ha fatto capire quanto sia importante avere un sistema pubblico che funzioni. A St. Etienne per avere l’autorizzazione a costruire un capannone ci vogliono cinque settimane, in Italia sei mesi».
Uno se lo chiede come mai la Forgital di Velo d’Astico sia diventa leader nella produzione di anelli laminati (fino a 8 metri di diametro). «La prima risposta - osserva Spezzapria - a dà la storia. Nel 1873, anno di fondazione dell’azienda a livello familiare, dalla valle dell’Astico passavano un sacco di carri diretti in Austria. Quei carri, naturalmente, avevano le ruote e nelle ruote c’erano degli elementi metallici. Capitava che si rompessero e, approfittando della presenza della materia prima, molti si dedicarono a questo settore, forgiando il metallo e realizzando la struttura metallica delle ruote».
Dai carri trainati da cavalli all’Airbus 380 e al Boeing il passo, in fondo, è breve. «In realtà è cambiato tutto - conclude Spezzapria - e ora la materia prima la prendiamo all’estero e il prodotto finito lo rispediamo in gran parte all’estero. Stiamo crescendo sempre di più e speriamo di trovare gli ingegneri e i tecnici di cui abbiamo bisogno».

martedì 4 marzo 2008

Bandiera piddina la trionferà


LA PRESENTAZIONE IN AZIENDA. Massimo Calearo ha spiegato i motivi della sua scelta con a fianco i propri familiari

«Se vince il Pd
il Veneto avrà
un ministro»

Marino Smiderle
ISOLA VICENTINA
«We can», gli ha detto Walter Veltroni. Sì, si può fare, il Veneto avrà un ministro. Sempre che il Partito democratico vinca le elezioni, naturalmente. «Il leader del Pd ha preso questo impegno e devo dire che è stato l’elemento decisivo che mi ha indotto ad accettare la proposta che mi aveva fatto, per primo, il sen. Giaretta».
Massimo Calearo Ciman ha riunito la famiglia nella sede della sua azienda, a Isola Vicentina, e ha ricostruito i vari passaggi che hanno portato a una scelta che ha sorpreso molti.
«Quando è venuto Fini a Vicenza - ricorda - un giornalista gli ha chiesto se il Pdl aveva in mente di riservare un posto di ministro al Veneto. La sua risposta è stata vaga, poco rassicurante. Lì ho capito che le intenzioni di Veltroni erano serie e che il Veneto ci avrebbe guadagnato qualcosa se mi fossi candidato».
Calearo ministro in pectore, allora? «Piano - risponde - prima le elezioni bisogna vincerle e poi non sono io l’unico veneto nel Pd».
È rilassato, Calearo. Per spiegare le sue ragioni ai giornalisti ha voluto accanto a sè i figli, la sorella, la mamma e la compagna.
«Mi sono consultato con loro prima di accettare - rivela - e devo dire che mi hanno appoggiato tutti». Certo, i veleni confindustriali hanno lasciato più di qualche traccia, ma il neo-piddino preferisce imbracciare l’estintore. «Se sono arrivato fin qui - prosegue - lo devo a Confindustria. Ci sono stati problemi nell’ultimo periodo a Vicenza e non siamo riusciti a trovare un accordo per la successione. Ho preferito mettere la chiave di palazzo Bonin Longare sul tavolo e prendere un’altra strada. Credo e spero che questa mia scelta contribuisca a rasserenare l’ambiente».
Montezemolo, a giudicare dalla prima esternazione di Cortina («Meglio avere un politico in meno e un imprenditore di successo in più con cui confrontarsi»), non è sembrato entusiasta della candidatura. «Non è così - assicura Calearo -. Si è detto felice per la scelta mia e di Colaninno, solo che ci vorrebbe qualche altro collega che decidesse di impegnarsi in politica col centrodestra. Nomi? Andrea Riello, per esempio, a quel che mi risulta lui non disdegnerebbe un passaggio alla politica».
Il punto è che anche Calearo era ritenuto vicino al centrodestra. «Non ho mai votato per il centrosinistra - ammette - ma nemmeno per Forza Italia. E non è un segreto che la Lega mi abbia offerto di correre per fare il sindaco a Vicenza e l’Udc, prima dell’uscita dalla Cdl, un seggio da senatore. Ora leggo che qualcuno smentisce, vabbè...».
E con i nuovi compagni di partito come va? In questi ultimi mesi non è che le posizioni di Calearo siano state, come dire, in linea con quelle del Pd vicentino. Farà campagna con quel Variati da cui lo divide una valutazione opposta sul Dal Molin? «Non ho ancora deciso - risponde -. Posso dire che mi piace molto il criterio con cui si è scelto il candidato sindaco. Le primarie sono un metodo democratico da incentivare. Se posso, ovviamente, darò una mano a Variati».
E il Dal Molin? «Vorrei ricordare che il sottoscritto ha trattato con l’on. Costa il passaggio della base a ovest. E comunque credo che a Vicenza si presenterà una lista No Dal Molin ad hoc, di quelli che dicono no a tutto. Che io sappia, la parte moderna e moderata del Pd non è schierata su queste posizioni». E se Pd e Pdl fanno pari, Calearo sarà ministro del governissimo? La traduzione del suo sorriso è semplice: «We can».

Compagno Calearo


POLITICA & ELEZIONI. Massimo Calearo, presidente dimissionario di Assindustria di Vicenza, da ieri è ufficialmente candidato per il partito di Walter Veltroni

«Ecco perché ho deciso di scendere
in campo con il Pd»
di Marino Smiderle

Le deboli smentite dei giorni scorsi sono state spazzate via dalle parole di Walter Veltroni pronunciate ieri durante un comizio in piazza Duomo a Prato: «Massimo Calearo sarà il capolista del Pd in Veneto. È un grande industriale veneto che incarna quello che è il nostro progetto, e cioè un patto fra produttori e lavoratori per la crescita del Paese».
In pochi giorni, dunque, il presidente di Assindustria Vicenza e di Federmeccanica ha, per usare un termine automobilistico, cambiato corsia: dall’impegno associazionistico al fianco di Luca di Montezemolo all’impegno politico al fianco di Veltroni. E se a livello nazionale la sua candidatura si inserisce in una strategia veltroniana («Noi proponiamo un grande patto fra produttori e lavoratori per far crescere la ricchezza del Paese, un patto fra tutte quelle persone che vogliono impegnarsi a far crescere il nostro Paese») volta a guadagnare consensi tra i moderati, a livello vicentino questa decisione è il colpo di scena che spariglia la complicata situazione venutasi a creare all’interno di Assindustria proprio in relazione alla scelta del suo successore.
Calearo è uscito da palazzo Bonin Longare sbattendo la porta ed è salito sul pullman di un partito democratico e di un centrosinistra con cui, in questi ultimi mesi, spesso ha polemizzato, anche aspramente. Come mai, allora, ha deciso di imbarcarsi in questa avventura?
«Ho accettato la proposta di Walter Veltroni come capolista del Partito Democratico nella mia circoscrizione elettorale - ha spiegato ieri, pochi minuti dopo l’ufficializzazione della sua candidatura - dopo lunga e attenta riflessione e perché credo che questo sia un momento fondamentale per il futuro del nostro Paese».
Quando Silvio Berlusconi, nell’ultima campagna elettorale, fece quell’intervento passato alla storia in Fiera a Vicenza, Calearo venne criticato da diversi esponenti di Forza Italia, Galan in testa, per aver reagito in maniera, come dire, troppo vivace all’attacco a Confindustria sferrato dal Cavaliere. Eppure chi conosce il presidente di Federmeccanica giura che il suo ideale politico, come gran parte degli industriali veneti, sia più vicino alla destra che alla sinistra. L’interessato non rigetta l’argomentazione ma precisa: «Se nel partito democratico trovano spazio anime, culture e interessi, anche non di sinistra, come quelli di cui io sono portatore, significa che la politica italiana sta veramente cambiando. La proposta del partito democratico è un’occasione per dare voce al mondo delle piccole e medie imprese e ad un’area del Paese, il Nord Est, che finora ha sofferto di scarsa rappresentanza».
Non smentisce nemmeno le critiche feroci che, da presidente di Assindustria Vicenza, sferrava alla casta, accusata di inefficienza e spreco. «Da imprenditore - osserva - credo che non sia l’Italia a doversi rialzare, ma la politica a dover essere all’altezza dei propri compiti. C’è bisogno di una classe dirigente che sappia governare questa difficile fase economica e sociale. Anche il Nord Est, da anni sottorappresentato nella politica, pur essendo uno dei protagonisti dell’economia globale, ha la necessità di innovarsi nelle persone e negli obiettivi».
Con questo sistema elettorale non ci sono dubbi sull’approdo di Calearo a Montecitorio. Qualcuno però dice che Veltroni, in caso di successo, vedrebbe bene l’industriale vicentino come ministro. Oppure, in caso di parità e, quindi, di governissimo, Calearo potrebbe ugualmente essere proposto in un esecutivo allargato.
«Come imprenditore - si limita a dire l’interessato - sento la responsabilità di candidarmi per restituire alla mia comunità quanto ho ricevuto e per rappresentare tutte le esigenze, le aspettative, gli interessi del nostro territorio. Penso a un federalismo pienamente realizzato, a un sistema fiscale che favorisca anziché frenare lo sviluppo, a una maggiore qualità della vita e dell’ambiente, a un forte sostegno alla ricerca, all’eccellenza, alla formazione».
Calearo correrà nel collegio Veneto 1, che comprende anche Vicenza, una città che ha segnato una forte lacerazione all’interno del centrosinistra. Durante le contestazioni dei No Dal Molin, per esempio, al di là delle prese di posizioni nette della sinistra radicale, i rappresentanti vicentini di Ds e Margherita, vedi Fincato e Variati, furono molto critici col governo, e col ministro della Difesa Parisi in particolare. Calearo, invece, era dall’altra parte. Ora succede che Calearo sia candidato per il Pd alla Camera e che Achille Variati corra per la carica di sindaco in una coalizione capeggiata dal medesimo partito.
Ma queste contraddizioni vengono travolte dal pullman di Veltroni che non si ferma certo di fronte agli schemi tradizionali della politica. E Calearo è uno degli... autisti.