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sabato 31 maggio 2008

Il marketing delle nomine

Quell’unica “bocciatura”
alle partecipazioni statali

C’è stata una grande battaglia, come al solito, attorno alle nomine delle grandi aziende ancora in mano (in parte o in toto) allo Stato. Eni, Enel, Poste e Finmeccanica, per citare le più grandi e le più note, sono state al centro delle trattative e i vari partiti si sono distinti per la lotta all’ultima seggiola, nel tentativo di portare sugli scranni più ambiti gli esponenti più fidati.
Alla fine il chiacchiericcio, il gossip di potere non ha portato alcun sconquasso. Tutti sono rimasti al loro posto, con un’unica, vistosa, eccezione: Vittorio Mincato. L’ex ad dell’Eni, e negli ultimi anni presidente delle Poste, non è stato confermato.
Del resto, dalla sua il manager di Torrebelvicino aveva "soltanto" la riconosciuta stima della comunità economica e finanziaria internazionale ma era totalmente sprovvisto di sponsorizzazioni partitiche. Lui, comunque, non ci teneva a mantenere quella presidenza e ora avrà il solo problema a dire di no alle mille offerte che riceverà. Magari dagli esponenti degli stessi partiti che l’hanno silurato.

Com'è Dolcetta il ritorno

IMPRESE. Il progetto di rilancio dell’azienda di Montecchio conosce un’accelerazione con il cambio di proprietà

I Dolcetta tornano
in sella alla Ceccato


Marino Smiderle
MONTECCHIO MAGGIORE
La Ceccato torna a casa. o meglio, la casa si riprende la Ceccato. La famiglia Dolcetta, versante Carlo Dolcetta per essere precisi, ha raggiunto l’accordo con la famiglia Pugno Vanoni e ha riacquistato il controllo totale dell’azienda.
Tecnicamente l’operazione è avvenuta attraverso la cessione del ramo di azienda relativo all’attività di produzione e alla distribuzione di impianti di autolavaggio con marchi Ceccato e Daerg, di impianti di lavaggio speciali per treni e veicoli industriali, nonché l'attività di erogazione di servizi di manutenzione sui medesimi. Il tutto a favore di una società per azioni di nuova costituzione riconducibile alla famiglia di Carlo Dolcetta e che, a breve, prenderà la denominazione originaria di Ceccato spa. Agli azionisti di riferimento precedenti resterà la gestione del patrimonio immobiliare».
Prima della definizione di questo accorso, i Dolcetta detenevano il 15 per cento del capitale della società di Montecchio Maggiore, mentre il restante 85 per cento era nelle mani dei Pugno Vanoni.
All’inizio dell’anno la Ceccato era stata interessata da un piano di rilancio che prevedeva, tra le altre cose, innovazione del prodotto, flessibilità produttiva, efficienza dei processi interni.
Il piano aveva come obbiettivo quello di riportare a una posizione di leadership l’azienda che da oltre 50 anni produce impianti di lavaggio di mezzi, portali, tunnel, piste self service per veicoli di tutti i tipi.
«Ceccato è un marchio che non ha bisogno di essere pubblicizzato - spiega Sergio Vinci, il nuovo direttore generale - avendo già il 40 per cento della quota del mercato italiano ed essendo tra i primi quattro produttori europei. Piuttosto noi spingeremo sui nuovi prodotti, in particolare sull’impianto per l’autolavaggio senza i tradizionali spazzoloni e ad acqua pressurizzata».
Ad oggi i principali mercati europei e mondiali rappresentano circa il 50% del volume d'affari di Ceccato, pari a circa 60 milioni di euro, operando con società controllate in Brasile, Germania e Polonia, con circa 300 dipendenti. «La società continuerà ad operare nell'ambito di un progetto di ulteriore crescita - si legge nella nota diffusa ieri - e di miglioramento delle performance economiche e finanziarie sostenute da un ridisegno della struttura organizzativa e da un suo rafforzamento tramite l'ingresso di nuove figure manageriali».

Banchette vivaci

CREDITO COOPERATIVO. Le ex casse rurali della provincia di Vicenza archiviano un bilancio 2007 molto positivo

Piccole banche crescono
Campiglia e Roana super

Marino Smiderle
VICENZA
Piccole banche crescono. Proseguono le assemblee delle banche di credito cooperativo vicentine e proseguono i buoni risultati. Stavolta tocca a Campiglia e Roana tenere alto l’onore delle ex casse rurali.
«È stato un anno difficile per i mercati - spiega il Presidente della Bcc di Campiglia, Lino Campesato -. Tuttavia la situazione economica generale non ha penalizzato la nostra Banca. Possiamo ben dire di essere molto soddisfatti dei risultati che abbiamo portato in assemblea. Nel 2007 abbiamo aperto un nuovo sportello a Motta di Costabissara, espandendo la nostra operatività dopo le aperture delle filiali di Vicenza e di Torri di Quartesolo».
Ecco i numeri. La raccolta diretta registra nel 2007 una crescita del 7,5% rispetto al dato del 2006, arrivando a 148,8 milioni di euro. Gli impieghi si attestano su 132,9 milioni di euro (+7,4%). Un balzo in avanti significativo per i titoli di terzi che crescono di oltre il 20%, raggiungendo i 78,2 milioni di euro. Buono il dato sul patrimonio di vigilanza che si attesta su 13,7 milioni di euro (+ 35,3% rispetto al 2006), a fronte di utile netto di esercizio di 625 mila euro.
«Stiamo dedicando molta attenzione a prodotti per segmenti particolari di clientela - conclude Campesato - vedi il conto Facile per i privati, il conto Gold 1896 per i soci con agevolazioni a loro destinate, i conti specializzati per famiglie e imprese; in questi giorni abbiamo introdotto anche la novità del mutuo ambiente, che offre soluzioni vantaggiose nel finanziamento di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili».
Piccolo e bello, dunque è un motto che sembra ancora valido, come dimostrano anche i risultati della Cassa rurale e artigiana di Roana, che l’anno scorso ha celebrato i suoi 110 anni di storia e di attività nel territorio.
La banca dell’Altopiano ha presentato in assemblea un bilancio positivo. Sul fronte della raccolta diretta si registra un incremento annuo del 7% arrivando a sfiorare i 159 milioni di euro; gli impieghi si attestano sui 127,9 milioni di euro, a fronte dei 115,3 del 2006, mentre il rapporto sofferenze/impieghi rimane contenuto allo 0,54%. L’utile netto di esercizio arriva a quota 1,1 milioni di euro: rispetto all'anno precedente si registra un balzo in avanti del 22,5%.
«A inizio anno è stata intrapresa un'importante iniziativa sul fronte dell'offerta di nuovi prodotti - commenta il presidente Sergio Bonato - soprattutto a vantaggio dei giovani tra i 18 e i 31 anni. È stato creato per loro un conto corrente a costo zero, il cosiddetto Conto Rock- spiega il Presidente- che ha fatto registrare un successo di adesione oltre le aspettative».
Piccole banche che si fanno in casa dei prodotti ad hoc e che riescono a restare competitive nel mondo dei giganti del credito.

Scioperi inutili

Lo sciopero dei tir trova
il deserto ai distributori

«Salvo novità veramente importanti che potrebbero uscire dall'incontro programmato dal ministro Scajola con le organizzazioni dei trasportatori e i rappresentati dei produttori di prodotti petroliferi per il tardo pomeriggio di martedì 3 giugno a Roma, il settore si fermerà dalla mezzanotte del 29 giugno a tutto il 4 luglio, con una adesione che prevedo anche più massiccia della scorsa esperienza».
Danilo Vendrame, leader veneto di Confartigianato Trasporti, ribadisce il concetto già espresso dalla collega vicentina, Maria Teresa Faresin, e preannuncia il blocco totale dei tir che trasportano benzina e gasolio. L’ultima volta che è successo, l’Italia è rimasta paralizzata e la paura è che il caos si ripeta.
In realtà il rischio stavolta non esiste. E lo sciopero non dovrebbe procurare tanti disagi. Per carità, gli autotrasportatori hanno un tir di ragioni nel protestare, solo che il blocco dei mezzi è diventata un’arma spuntata: a questi prezzi i distributori di benzina resteranno deserti.

Gente che ha il contratto

LAVORO/1. Il documento che sancisce l’intesa nazionale tra Federlegno e sindacati è stato firmato a Vicenza

La stagione dei contratti
Legno e laterizi, tutto ok


Marino Smiderle
VICENZA
«Come presidente degli Industriali vicentini e come imprenditore del settore, sono molto felice che l'intesa per il nuovo contratto sia stata siglata a Vicenza».
Roberto Zuccato non dimentica le origini (per anni è stato responsabile provinciale e regionale per Confindustria del settore legno) e accoglie con grande soddisfazione il fatto che il contratto nazionale della categoria sia stato perfezionato a palazzo Bonin Longare. «È un ulteriore riconoscimento dell'eccellenza della nostra struttura associativa e della considerazione che essa ha a livello nazionale. Altro fattore di soddisfazione è dato dai contenuti dell'accordo, che recepisce una serie di esigenze salariali dei lavoratori, ma contiene elementi interessanti anche per le aziende».
Federlegno-Arredo e le organizzazioni sindacali di settore Fillea-Cgil, Filca-Cisl e Feneal-Uil hanno infatti firmato l'accordo di rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro del settore legno, che era scaduto il 31 dicembre 2007. A Vicenza il contratto interessa 5 mila addetti, mentre a livello nazionale sono circa 250 mila.
LEGNO
Tra i punti importanti che caratterizzano l'intesa, il principale è l’aumento di 105 euro lordi mensili (per i livelli medi), suddiviso in tre tranche: 46 euro da giugno 2008, 35 euro da gennaio 2009 e 24 euro da settembre 2009. Aumento che verrà integrato da una "una tantum" omnicomprensiva di 225 euro lordi per i lavoratori in forza al 31 maggio 2008, da corrispondere con la retribuzione di settembre 2008.
A questi vanno aggiunti altre importanti specifiche: la durata della parte economica di 27 mesi fino al 31 marzo 2010; la revisione degli scatti di anzianità da gennaio 2009; la previsione di un giorno di permesso per il padre nel caso di nascita del figlio; la fissazione del contributo ad Arco nella misura dell'1,20 %, sulla retribuzione utile al fine del tfr, a partire da gennaio 2009; l'introduzione delle clausole elastiche e flessibile nel part time; la disciplina del contratto a termine con apposita regolamentazione dei periodi di prova; la previsione di periodi di prova più lunghi; la revisione dei periodi preavviso con allungamento per alcune categorie; la possibilità di derogare alla durata minima del riposo giornaliero e settimanale.
LATERIZI
E dopo i lavoratori del legno, anche quelli dei laterizi hanno il nuovo contratto. Nella sede di Confindustria a Roma, Andil e Assobeton, assistite dalla Confederazione, e le organizzazioni sindacali di settore Feneal, Filca e Fillea, hanno concluso la trattativa per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro per i laterizi e manufatti in cemento, scaduto il 31 dicembre 2007. Il contratto interessa circa 10 mila addetti.
Il confronto era iniziato il 25 gennaio 2008 e, per la durata della trattativa, è stata effettuata una sola giornata di sciopero. La soluzione individuata (la richiesta dei sindacati era di un aumento salariale medio di 108 euro lordi mensili per un arco temporale di 24 mesi) comporta, a regime, un incremento medio di 103 euro lordi mensili, distribuiti in tre quote: 45 euro dall'1 giugno 2008; 33 euro dall'1 gennaio 2009 e 25 euro dall'1 settembre 2009, con una tantum di 225 euro per ogni livello.
«È stata una trattativa non facile, ma che ha portato a risultati interessanti - afferma Egidio Scorzato, l'imprenditore vicentino che presiede la commissione sindacale dell'Andil e che in Confindustria Vicenza è presidente della Sezione cemento, calce, laterizi, ceramica, vetro e abrasivi -. Siamo soddisfatti perché abbiamo ottenuto una proroga di tre mesi alla durata e perché abbiamo rafforzato il ruolo dell'osservatorio nazionale di settore, come sede di confronto sulle principali tematiche».

mercoledì 28 maggio 2008

Benzina neroblu

Quando fate il pieno
ricordatevi di Mancini

Due conti in tasca al munifico e magnifico Massimo Moratti. Dunque, ieri ha stracciato un contratto mica da ridere firmato pochi mesi a favore del dipendente Mancini Roberto, professione allenatore. Il contratto in questione prevedeva la corresponsione di 6 milioni di euro netti all’anno, per un totale di 24 milioni. Tenuto conto che il dipendente arrivava dalla conquista del terzo scudetto consecutivo, il pur immorale compenso aveva una sua giustificazione, come si usa fare per qualsiasi manager.
Ieri quel contratto è stato stracciato ed è sicuro che a Moratti il giochetto non sarà costato meno di 15 milioni. In compenso annuncerà l’ingaggio di Mourinho Josè, per la modica cifra di 9 milioni di euro netti all’anno per tre anni. Il conto è presto fatto: 15 per l’addio a Mancini, +18 per l’arrivo di Mourinho, +50 per i giocatori che richiederà il portoghese, totale 83 milioni netti (160 lordi). Morale: quando fate il pieno ricordate che state contribuendo al finanziamento della Pazza-Inter-Amala.

Ops l'Inps

TREND. Presentata in Camera di commercio una ricerca elaborata dall’Istituto Poster

La “sentenza”-Inps
Vicenza va indietro

Marino Smiderle
VICENZA
«Abbiamo le informazioni in tempo reale sull’andamento dell’economia provinciale e sarebbe un delitto non sfruttare questo patrimonio». Andrea Cestonaro, presidente del Comitato provinciale dell’Inps, introduce così la ricerca, condotta dall’Istituto Poster sulla banca dati Inps, a cui è stato dato un titolo emblematico (Trasformazione del lavoro a Vicenza) e che è stata presentata ieri in Camera di commercio, con gli apprezzamenti del commissario straordinario, Dino Menarin, e dell’assessore all’Istruzione e al lavoro della Provincia, Morena Martini.
Vladimiro Soli, sociologo di Poster, ha cercato di mettere ordine nel mare di numeri custodito negli archivi informatici dell’Inps e, dalla semplice analisi dei trend, non viene fuori un’analisi granché positiva dell’economia berica. Ma, prima ancora dei dati Inps, basta l’osservazione sulla variazione del valore aggiunto, ricavabile dai dati della Camera di commercio. Già qui arriva la prima mazzata: nel 2006, rispetto al 2004, la crescita del valore aggiunto prodotto a Vicenza è stata, globalmente, dell’1,9 per cento, mentre a livello regionale si marcia al +3,9 per cento. «Sono percentuali che vanno inserite in un contesto di forte rallentamento economico - osserva Soli - però il fatto che Vicenza sia nei vagoni di coda della locomotiva Veneto è una novità poco incoraggiante».
Idem dicasi per il commercio con l’estero, vera punta di diamante della provincia di Vicenza, che però nell’ultimo anno ha segnato una crescita del 4 per cento, contro un +7,8 per cento del Veneto. «I dati che occupazionali che si ricavano dall’Inps - spiega Soli - confermano la fase di difficoltà che sta attraversando l’economia vicentina. Si nota un aumento del peso degli operai e delle forme meno qualificate nel mondo del lavoro, con un andamento retributivo in crescita (come monte retribuzioni, non come aumento dei singoli stipendi) nei settori manifatturieri. Che, a prescindere dai giudizi di valore, non sono quelli che al momento di distinguono per entità di valore aggiunto».
Se poi si guarda al numero degli imprenditori artigiani, si scopre che nel 2002 quelli di età inferiore ai 44 anni erano 22.955 (38.907 in totale) e nel 2006 sono scesi a 22.048 (39.142 in totale). Vicenza col freno a mano tirato anche per l’andamento degli occupati nelle medie imprese, quelle dai 50 ai 100 dipendenti, cioè la dimensione che dovrebbe essere ideale per competere con elasticità nei mercati: i dipendenti di questa categoria di imprese sono scesi del 10 per cento. «Negli ultimi anni - conclude Beniamino Ferrari, direttore dell’Inps di Vicenza - noi abbiamo riscontrato un aumento dei contratti atipici e del ricorso all’indennità di disoccupazione. E, per quanto riguarda l’evasione contributiva, abbiamo accertato omissione per 11,3 milioni di euro su un totale di 966 aziende visitate. Ma parlo di controlli mirati. Perché il tessuto aziendale vicentino è sano».

martedì 27 maggio 2008

Mancio ci mancherà

Questo è il secondo, grave, errore commesso dal nostro straordinario presidente, dopo l'esonero di Gigi Simoni al termine di Inter-Salernitana 2-1 (gol decisivo di Zanetti al 94'). Lo perdoniamo, naturalmente, e diamo il benvenuto, da interisti fedeli ai colori, a Josè Mourinho. Ma uno vincente come il Mancio faremo fatica a trovarlo nei secoli a venire. E, quindi, grazie Mancio.

Rurali globali

BANCHE/1. I conti di San Giorgio Valle Agno

La Bcc che punta
ancora molto sul
risparmio gestito


Marino Smiderle
SAN GIORGIO DI PERLENA
Paese che vai, usanze del Credito cooperativo che trovi. A San Giorgio di Perlena, per esempio, sede della Banca San Giorgio Valle Agno, il risparmio gestito è ancora di moda. tanto è vero che, sulla base dei dati di bilancio 2007, emerge un incremento dei conferimenti sui prodotti previdenziali e sui fondi pensione. Di più, Banca San Giorgio Valle Agno è diventata la seconda banca nel Veneto e la terza in Italia per Aureo Gestioni Previdenza, il principale braccio operativo del risparmio gestito per le banche di credito cooperativo.
D’obbligo, quindi, dare un occhio ai dati relativi alla raccolta, considerato che, solitamente, al boom dei numeri della raccolta dirette, le banche rispondono con dati meno entusiasmanti circa il risparmio gestito.
Per la San Giorgio Valle Agno nel 2007 si registrano 718 milioni di euro di raccolta diretta, con un incremento del 14,5 per cento rispetto al 2006, mentre la raccolta indiretta cresce del 10,4 per cento, in entrambi i comparti di massa amministrata (85 milioni di euro) e, appunto, risparmio gestito, arrivato a quota 107 milioni di euro. Quanto agli impieghi, hanno raggiunto i 708 milioni di euro, al netto di residui 80 milioni di mutui cartolarizzati con un incremento percentuale del 19 per cento.
«Una banca che dimostra il suo radicamento nel territorio - tiene a sottolineare il presidente Elio Carollo - anche nell'incremento del patrimonio netto, salito a quota 71 milioni di euro e del patrimonio di vigilanza che registra quest'anno un balzo in avanti dai 67 milioni del bilancio 2006 agli 88 milioni del 2007».
«Il cost income, che registra nello specifico l'efficienza dell'Istituto di credito, è migliorato notevolmente e si attesta al 58 per cento - spiega il direttore generale, Leopoldo Pilati -. Siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti anche nel rapporto tra sofferenze nette e impieghi che scende allo 0,51%. L'utile netto di esercizio si attesta a 7,25 milioni di euro».
«Tra qualche mese - aggiunge Pilati - inaugureremo due nuovi sportelli passando dagli attuali 18 a 20: il primo sarà attivo a Vicenza e l'altro coprirà l'operatività di un secondo presidio a Valdagno. Ad oggi la banca conta già oltre 22 mila clienti, con una crescita di oltre 1.500 nuovi conti correnti nell'anno».
«Quanto ai nostri soci - conclude il presidente Carollo - siamo arrivati a sfiorare quota 7 mila».

lunedì 26 maggio 2008

Tipi con le palle

VERSO LA CASA BIANCA. La snervante contesa in campo democratico dà speranze al repubblicano

E se McCain
si mangiasse
l’Asinello?

di Marino Smiderle

Tutti pazzi per la lotta, senza esclusione di colpi, tra Barack Obama, il Martin Luther King del terzo millennio, e Hillary Rodham Clinton, la lady di ferro del partito democratico. Barack è in testa, è il favorito, ma Hillary non molla e conta di arrivare alla convention di Denver con buone possibilità di successo alla conta decisiva dei superdelegati. E mentre in casa del partito dell’Asinello si scannano, sul fronte repubblicano c’è un certo John McCain che, zitto zitto, sta rimontando posizioni e, nonostante l’eredità di Bush sia tremendamente impopolare e ritenuta dagli analisti garanzia di sconfitta alle presidenziali di novembre, rischia di approfittare delle risse nel cortile democratico e di convincere gli americani più scettici che potrebbe essere lui la scelta giusta.
«Sono due i temi che giocano a sfavore di McCain nello scontro con Obama - scrive Andrew Sullivan su The Sunday Times, ripreso da Internazionale, dando per scontato che lo sfidante del veterano del Vietnam sarà il senatore di Chicago -. Il primo è l’Iraq: Obama ha votato contro una guerra impopolare, McCain ha sostenuto sia l’invasione sia l’invio di nuove truppe. L’altro è l’età: Obama a novembre avrà 47 anni, McCain 72. Sono il futuro contro il passato, e gli americani sono persone orientate al futuro. Inoltre queste elezioni hanno smentito la tendenza all’astensione delle giovani generazioni: se Obama sarà il candidato dei democratici, i giovani e i neri voteranno in massa, come non succede più dagli anni sessanta».
C’è una cosa su cui si discute molto nei blog e sui giornali Usa: cosa deve augurarsi McCain relativamente alla sfida tra Obama e Clinton? E qui ci sono due scuole di pensiero. La prima, di cui anche Sullivan fa parte, sostiene che il settantaduenne di Coco Solo non avrebbe chance se dovesse gareggiare con Obama. Perché Obama, appunto, è giovane, nettamente contrario, fin dall’inizio, alla guerra in Iraq, e portatore di un’idea romantica dell’America di cui tutto il mondo avverte simbolicamente il bisogno.
La seconda scuola di pensiero, invece, sostiene che gli Stati Uniti non sono ancora pronti per un presidente di colore. E, nonostante le dichiarazioni pubbliche, nell’antro più nascosto del cervello degli americani trova ancora riparo quel razzismo latente e inconfessabile che, al momento del voto, li guiderebbe a scegliere il più rassicurante e familiare McCain. Per questo, secondo tale teoria, Hillary Clinton sarebbe un avversario più tosto e, in quanto prima donna a correre per la Casa Bianca, troverebbe un appoggio anche nell’elettorato femminile repubblicano.
Eppure c’è chi dice che, se dovesse essere la Clinton a contendere la presidenza al repubblicano, molti democratici preferirebbero dare il proprio voto a McCain ritenuto, udite udite, più liberal della veterana dei palazzi e dei salotti di Washington. «Rispetto a tanti democratici moderati - ha ricordato Jonathan Chait su The New Republic - e perfino a tanti democratici progressisti, McCain era più disposto a battersi contro la lobby degli affaristi. In questa fase (2002), la definizione più calzante per McCain era quella di progressista alla Theodore Roosevelt, cioè uno che tende a vedere la politica come una contesa tra gli interessi nazionali da una parte e gli interessi privati ed egoistici dall’altra, e pensa che il governo debba attivarsi per bilanciare gli eccessi del sistema capitalistico. Roosevelt, come McCain sapeva benissimo, abbandonò il partito repubblicano perché lo considerava asservito al grande capitale. McCain non è uscito dal suo partito ma ci è andato vicino. The Washington Post e The Hill hanno riferito che nel 2001 si è incontrato con alcuni dirigenti democratici per discutere un eventuale cambio di partito».
Ovviamente l’interessato smentisce categoricamente, anche perché altrimenti avrebbe difficoltà a catturare il voto di quei repubblicani tradizionalisti e religiosi che già adesso giudicano McCain eccessivamente liberal, nonostante le sue dichiarazioni di contrarietà all’aborto (ma il tema non lo interessa molto). Dal canto suo, il candidato repubblicano ha ancora l’affetto di tutta la nazione per la sua sorte in Vietnam, dove fu abbattuto mentre pilotava il suo aereo e dove rimase prigioniero per cinque lunghissimi anni. «Dopo circa un anno di prigionia gli fu offerto il rilascio - scrive Evan Thomas su Newsweek -. Era una manovra propagandistica, e lui rifiutò di uscire senza i suoi compagni. Rimase in prigione per altri quattro anni. McCain sentiva che le guardie gli riservavano "maggiori attenzioni" (cioè gli davano più botte), ma al tempo stesso non volevano che morisse o che tornasse a casa gravemente menomato. "Voleva uscire dall’ombra di suo padre (che era comandante in capo delle forze armate americane nel Pacifico) e affermare la propria identità agli occhi degli altri", dice una valutazione psichiatrica allegata alle cartelle cliniche di McCain. "Ora sente che la sua esperienza e il suo comportamento come prigioniero di guerra lo hanno finalmente reso possibile". Rilasciato dopo gli accordi di pace del 1973, McCain tornò negli Stati Uniti da eroe. "Quando, a una cena, suo padre venne presentato come ’il padre del comandante McCain’, si sentì realizzato. Ce l’aveva fatta", ha scritto uno psichiatra nel 1974».
Questo è McCain, ed è difficile trovare un americano che ne contesti la genuinità e la sincerità. Sulle sue idee, specie quelle relative al ruolo degli Stati Uniti in Iraq e Iran (è stato pizzicato a storpiare un motivetto musicale e a canticchiare "bombarderemo l’Iran"...), ci possono essere forti perplessità, ma sulla sua integrità morale nessuno, neanche il più tenace dei suoi avversari, ha delle obiezioni da fare. Perciò, nonostante i democratici siano i grandi favoriti, non si può escludere la sorpresa.

Miracolo/2

PORTAFOGLIO

I mutui leggeri
Illusione ottica
che però serve
di Marino Smiderle

Dove non arrivò Bersani, giunse infine Tremonti. Sintesi eccessiva? Sì, e anche sbagliata, a voler essere pignoli. Perché il provvedimento taglia-mutui concordato tra l’attuale ministro dell’Economia e le banche (sottinteso, a favore delle famiglie) non si concretizza con un miglioramento delle condizioni bensì con una dilazione di pagamento. Rispetto ai tanti discorsi fatti in questi mesi a proposito della portabilità dei mutui, però, l’opzione studiata da Tremonti ha il vantaggio inequivocabile di offrire ai milioni di italiani oberati da mutui, resi onerosi dal rialzo dei tassi di interesse, una soluzione chiara, immediata ed efficace, almeno in partenza.
TASSO FISSO RETROATTIVO
La cosa più urgente da fare per il ministro era quella di tagliare le rate dei mutui. Solito esempio di scuola: per un mutuo di 100-120 mila euro con scadenza ventennale, l’effetto del decreto taglia-mutui sarà quello di abbattere la rata mensile di circa 100 euro. Di tanto, infatti, è aumentata dal 2006 in avanti la rata mensile di rimborso e questo ha provocato diversi problemi alle famiglie alle prese, tra l’altro, con una contemporanea impennata dei costi del petrolio scaricati inevitabilmente sulle bollette e sul costo del pieno di benzina. Messi tutti questi aumenti sul bilancio familiare, il rischio di bancarotta diventa più probabile. Il nocciolo della questione è la variazione da variabile a fisso del tasso di interesse, ma al livello medio del 2006, prima del generalizzato aumento che ha fatto impennare le rate. Insomma, chi aderirà alla variazione si troverà a pagare ogni mese una rata costante in virtù di un tasso fisso inferiore a quelli che girano oggi, con conseguenti riduzioni sensibili dell’esborso mensile.
MECCANISMO
Detta così, sembra che le banche rinuncino a grosse cifre garantite dalle condizioni contrattuali. In realtà le banche non rinunciano a un bel niente, visto che rinegoziazioni simili (anche se ai tassi d’interesse attuali) son già state effettuate dal sistema negli ultimi mesi. La sostanza è che, adottando la rata costante, gli aumenti di tasso d’interesse vengono conteggiati a parte e fatte pagare al cliente una volta che il mutuo avrà raggiunto la scadenza naturale. Più precisamente: gli interessi in eccedenza che il cliente non paga vengono conteggiati in un conto a parte e, a scadenza, la banca farà pagare al cliente questa eccedenza applicando un tasso d’interesse pari all’Irs a 10 anni aumentato dello 0,50 per cento. Questo vuol dire che il mutuo che, originariamente, avrebbe dovuto scadere tra 20 anni, subirà uno spostamento in avanti della scadenza, a seconda di quello che sarà stato l’aumento dei tassi d’interesse nel corso degli anni. Si vedrà quanto sarà rimasto da pagare nel conto a parte e si comincerà a estinguere quello che, di fatto, verrà trattato come un debito accessorio.
SVANTAGGI
Da questo punto di vista, il cliente non risparmia alcunché, anzi. L’allungamento della scadenza porterà un incremento dell’esborso complessivo. Con la portabilità del mutuo tanto spinta da Bersani, invece, la concorrenza tra istituti avrebbe dovuto consentire un miglioramento effettivo delle condizioni (spread più contenuti) e un ridisegno del mutuo a seconda delle esigenze specifiche. Il provvedimento di Tremonti consentirà, dunque, una gradita diluizione dei pagamenti ma nessun risparmio effettivo.
VANTAGGI
Tuttavia è proprio di questo che avevano bisogno le famiglie, di una tregua con regole chiare. L’aver consentito loro di ripartire dal tasso fisso di due anni fa è sicuramente una bella boccata d’ossigeno per tutti quelli che stavano facendo una fatica del demonio a pagare la rata. C’è poi il discorso del rischio tasso fisso. Sia pure in linea teorica, i tassi d’interesse potrebbero tornare a scendere (specie se si considera un orizzonte temporale lungo come quello di un mutuo). Nel caso di passaggio dal tasso variabile al tasso fisso, dunque, c’è il rischio che delle eventuali future diminuzioni degli interessi non beneficino le famiglie imbrigliate dal tasso fisso, appunto. Il ministro Tremonti su questo punto è stato molto chiaro: qualora i tassi dovessero scendere, le banche restituiranno alla clientela gli introiti incassati in più, togliendo di fatto il rischio tasso alle famiglie.

Miracolo/1

Il cilindro
miracoloso
di Tremonti

di Marino Smiderle

Giulio Tremonti è un mago, poche storie. Sì, perché solo un mago può andare in televisione, annunciare un decreto che riduce le rate dei mutui, riscuotere la gratitudine delle famiglie e pure il consenso delle banche. Siccome ogni mago che si rispetti ha la sua valigetta col doppio fondo, viene da chiederci dove stia il trucco. Non c’è trucco, non c’è inganno, assicura il ministro. Invece l’inganno c’è, ma è stato escogitato a fin di bene. Vediamo di capire perché.
Dunque, il succo del discorso è che un milione e passa di famiglie italiane potranno andare all’agenzia della propria banca e ottenere un sostanzioso sconto sulle rate mensili del mutuo. Vale la pena di ricordare che, negli ultimi due anni, i tassi d’interesse sono saliti di un paio di punti buoni e, siccome la stragrande maggioranza dei mutui è a tasso variabile, le rate sono diventate un peso per molti insostenibile. Tremonti ha messo per iscritto un regolamento (i dettagli li vedremo tra qualche settimana) che consentirà ai clienti di ottenere una trasformazione delle condizioni del mutuo, passando dal tasso variabile al tasso fisso ma sui livelli di due anni fa.
Detto così, sembra un regalone che, aggiunto al taglio dell’Ici, riporta il sereno nei bilanci in rosso delle famiglie italiane. Ma, è ovvio, se fosse proprio così, il regalone per le famiglie si trasformerebbe in una batosta memorabile per le banche. E vi pare che le banche incasserebbero col sorriso e con i complimenti al ministro un provvedimento di tal fatta? Certo che no. E veniamo dunque al trucco. Il tasso fisso leggero che esce dalla rinegoziazione del mutuo in realtà viene affiancato al tasso variabile originario che prosegue la sua corsa scaricando le parti di rata non pagate in un conto d’ordine. In pratica, anziché farsi pagare, la banca annota il debito, come fosse un salumiere che segna sul libretto la spesa dei clienti e si fa pagare a fine mese. In questo caso, la banca si fa pagare alla scadenza naturale del mutuo.
Tre venti o trent’anni, quando il mutuo sarà scaduto e il cliente avrà finito di pagare le rate a tasso fisso, la banca gli presenterà un conticino supplementare che dovrà saldare, a rate ovviamente, come fosse un mutuino supplementare, stavolta indicizzato all’Irs anziché all’Euribor. Irs sta per interest rate swap e, solitamente, dovrebbe essere più elevato dell’Euribor, il tasso a cui le banche si scambiano il denaro a breve. Bene, siccome le banche non si fidano per niente le une delle altre, a causa dei disastri ancora non del tutto conosciuti combinati nel calderone dei subprime, l’Euribor ha raggiunto livelli siderali, fuori mercato, facendo pagare proprio alle famiglie il conto della propria incompetenza finanziaria. È logico attendersi, nel medio periodo, un riallinearsi dei vari tassi e quindi, alla fine della fiera, famiglie pagheranno comunque di più. La magia di Tremonti, quindi, consiste proprio nel far sembrare un vantaggio quello che in realtà è un assist alle banche, che possono ridurre il rischio insolvenza senza rimetterci un euro.
Una furbata malefica? No, nonostante tutto la soluzione Tremonti è da accogliere con favore, anche se chiunque avrebbe potuto ottenere una cosa simile contrattando con la banca di (s)fiducia. E, addirittura, spingendo sulla portabilità dei mutui e passando da una banca all’altra, si sarebbero potuti ottenere (e si possono ottenere ancora, in verità) risultati migliori. Però non bisogna dimenticare che il 95 per cento di chi ha sottoscritto un mutuo è totalmente digiuno di cultura finanziaria e, davanti a una trattativa allo sportello, finirebbe arrostitito dal funzionario di turno. Tremonti mette in mano a tutti un lasciapassare standard che, senza tanti discorsi, permette alle famiglie di tornare a respirare, ora che sono senza ossigeno, e di pagare il resto del debito tra una ventina d’anni quando, si spera, l’ossigeno sarà di nuovo a disposizione. Dal cilindro di Tremonti non poteva saltar fuori un coniglio più vispo. Che ingurgita questa aspirina miracolosa, capace di abbassare la febbre dell’inflazione e di rimandare l’intervento chirurgico a un domani lontano.

sabato 24 maggio 2008

Belfe (ri)scala il K2

IMPRESE/1. Annunciato ieri in Assindustria il cambio al vertice della storica azienda del settore sportswear

Nuova cura e nuovo ad
per il rilancio della Belfe

Marino Smiderle
VICENZA
La fama e la tradizione non fanno utili e così Belfe, storico marchio di Marostica (ora però la sede è a Molina di Malo) con quasi 80 anni di storia nel particolare settore che potremmo definire Fashion & Sport, deve affidarsi a un nuovo amministratore delegato per cercare di raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2009. L’azionista di controllo della società, Medinvest, stavolta ha affidato ad Alfredo Cionti, 44 anni, milanese, il non semplice compito di centrare l’obiettivo.
Ed è stato proprio Cionti a presentarsi e a presentare il programma di rilancio di Belfe. Lo ha fatto ieri mattina a palazzo Bonin Longare, sede di Assindustria Vicenza. Una sede istituzionale scelta non a caso. «Noi vogliamo dialogare fin da subito con le istituzioni del territorio - ha esordito Cionti - perché noi contiamo molto su questi rapporti, che vogliamo rafforzare, per portare avanti il progetto che, sono convinto, si concluderà con un rilancio definitivo di Belfe».
Non sono stati anni facili per l’azienda nota per aver contribuito, con i propri prodotti, alla storica missione sul K2. «Cinque anni fa - ha ricordato Cionti - Medinvest ha preso in mano la Belfe. In quel momento la società perdeva circa 15 milioni ed è stato approntato un piano per raggiungere il pareggio entro il 2009. Ci stiamo arrivando ma un attento lavoro di riassetto non potrà purtroppo prescindere da una nuova ristrutturazione, un serio approfondimento strategico e, soprattutto, una radicale cambio nella modalità operativa. Solo così si potrà garantire all’azienda un significativo cambio di rotta».
Traduzione obbligatoria: gli 80 dipendenti che hanno resistito alle ultime, radicali, ristrutturazioni, dovranno affrontare un altro periodo di lacrime e sangue.
Ma l’impatto del nuovo amministratore delegato con i sindacati è stato positivo. Pochi giorni dopo la nomina, Cionti ha chiesto e ottenuto un incontro immediato con i rappresentanti sindacali, spiegando loro le sue intenzioni e lasciando trasparire l’entusiasmo. «Io non riesco a capire - ha detto - come un marchio storico come Belfe sia così indietro».
Si riparte da un gruppo che ha ceduto il marchio Post Card e che punterà tutto su Belfe . «I risultati arriveranno - ha concluso Cionti - e spero di avere dalla mia parte un territorio che deve essere orgoglioso di questa azienda».

A convincere Alfredo Cionti ad accettare l’incarico di amministratore delegato di Belfe è stato l’azionista di riferimento. Sì, perché Medinvest è una garanzia, un nome molto conosciuto nella comunità finanziaria. Opera investendo in partecipazioni (Belfe, per esempio) e nei servizi finanziari. Attualmente in portafoglio ci sono 7 partecipazioni: Belfe, Jolanda de Colò, Between, Net Real Estate, Atlantica Capital Special Situations, Prestitalia e Twice Sim.
La società è retta da un consiglio di sorveglianza, presieduto da Rodolfo Bogni, già Ceo di Ubs-Sbs. L’azionariato è composto da investitori istituzionali, gruppi finanziari e industriali di livello internazionale, oltre che da istituzioni accademiche e imprenditori di rilievo, e comprende, tra gli altri, Ubi Banca, Camuzzi, Allianz, Università Bocconi e Vittoria Assicurazioni.
Per quanto riguarda Cionti, è stato, a 29 anni, amministratore delegato di Messaggerie Musicali, prima di passare, nel ’94, alla guida di un’azienda di abbigliamento di Carpi. È qui che sfrutta al meglio il contratto di licenza di Avirex e nel 2001, dopo essere stato eletto, nel ’98, imprenditore dell’anno, fonda la Avirex spa di Milano, che riceve la licenza del marchio per tutta l’Europa.
«Ho sempre lavorato partendo da aziende in difficoltà», ha detto ieri in Assindustria. Per questo non lo spaventa il compito di dover traghettare la Belfe in acque tranquille.
«Questo è un marchio storico e sarà più agevole imporsi sul mercato. E tra poco presenteremo il piano industriale»

venerdì 23 maggio 2008

Brava Emma

CONFINDUSTRIA. Roberto Zuccato ieri era a Roma per l’incoronazione di Emma Marcegaglia

«Programma condiviso
per far ripartire l’Italia»

Marino Smiderle
VICENZA
Tutti d’accordo con Emma. A cominciare da Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza, che ha partecipato ieri all’assemblea nazionale che ha incoronato regina la lady d’acciaio, Emma Marcegaglia, appunto, a leader degli industriali italiani. «Con un pizzico di orgoglio - attacca Zuccato - posso dire di aver trovato nella relazione di Emma gran parte dei punti che hanno caratterizzato il mio programma. E siccome sono stato eletto prima, vuol dire che è lei che ha copiato. Scherzo, ovviamente. Però fa piacere vedere che c’è totale condivisione di idee e che la nostra categoria si sta rimboccando le maniche per far riparire il paese e che c’è la consapevolezza del ruolo fondamentale che l’industria è destinata a recitare in futuro».
Nell’elenco delle priorità sciorinato da Emma Marcegaglia (36 cartelle di discorso, interrotto più volte da applausi bipartisan), la formazione occupa una posizione di primo piano. E il fatto che ci sarà un vicentino, Paolo Bastianello, chiamato a far parte del direttivo della Piccola industria e a proseguire il lavoro nel campo dell’Education, non può che rendere soddisfatto il presidente degli industriali berici. «Io credo che la formazione sia il punto cruciale per lo sviluppo del nostro paese - osserva Zuccato -. Dobbiamo aggiornarci, essere sempre preparati perché chi non lo fa è destinato a restare fuori».
Poi, è ovvio, c’è di mezzo la politica. Non c’è stato presidente di Confindustria che, all’inizio del suo mandato, non sia stato accostato a quello o a quell’altro leader politico. Prendi per esempio Luca di Montezemolo, ieri seduto a fianco di Silvio Berlusconi in platea all’Auditorium Parco della Musica di Roma e un paio d’anni fa considerato la quinta colonna delle armate di Romano Prodi. Il fatto che ieri il presidente del Consiglio abbia dichiarato agli industriali «Il vostro programma è il nostro programma» autorizza gli analisti ad iscrivere Emma Marcegaglia in quota governativa, versante centrodestra. «E invece - sostiene Zuccato - queste attribuzioni, a destra e asinistra, testimoniano l’assoluta autonomia di Confindustria, destinata ad essere governativa per definizione, nel senso che deve avere a che fare con chi guida il paese, indipendentemente dal colore politico, salvo il diritto-dovere di prendere le distanze qualora le decisioni non siano ritenute nell’interesse della categoria e del paese. Mi pare che le prime mosse di questo governo vadano nella direzione giusta, poi vedremo quali saranno i risultati».
Nel frattempo anche a Vicenza è cambiato il governo cittadino, solo che il ribaltone è avvenuto in senso inverso rispetto a Roma. «Ci confronteremo anche a Vicenza con lo stesso spirito - conclude Zuccato - e valuteremo con serenità i punti chiave. Per ora, al primo posto dell’agenda c’è la Camera di commercio».

Fiereplica

FIERA DI VICENZA. Il presidente Dino Menarin risponde alle perplessità degli orafi su Charm

«Comprendo le critiche
ma il mercato è questo»

Marino Smiderle
VICENZA

Per ritrovare la lucentezza che l’oro vicentino ha perso nei meandri di una globalizzazione inevitabile, la Fiera di Vicenza ha preso una strada nuova, rivoluzionaria. Cambiare o perire, potrebbe essere lo slogan adottato dal tandem Menarin-Castro, ora modificato in Menarin-Girardi per l’elezione a senatore dell’ex direttore generale. Ma l’edizione appena conclusa di Charm, la rassegna arricchita da Glamroom e dal binomio moda-preziosi quale tentativo di trovare sbocchi in mercati alternativi, ha lasciato scontenti i rappresentanti vicentini del tavolo intercategoriale e pure la Consulta nazionale dei produttori orafi argentieri e gioiellieri, da cui sono arrivate svariate critiche e pure contestazioni sui numeri che attestano invece il successo della manifestazione.
Per questo il presidente della Fiera di Vicenza, Dino Menarin, ha voluto rispondere, con garbo ma pure con decisione, agli appunti ricevuti. «Le imprese, gli operatori, la fiera stessa sono chiamati a continui adattamenti del modello di business - attacca Menarin - per rispondere efficacemente alla continua e rapida evoluzione dei mercati. Fiera di Vicenza ascolta e comprende le critiche in un momento davvero pesante per il settore orafo, in cui probabilmente le si chiede di fare qualcosa che va oltre i suoi obiettivi istituzionali».
Detto che «Fiera di Vicenza guarda avanti, comprende ed è attenta alle problematiche del settore, ed è pronta ad individuare con gli operatori le soluzioni più opportune per risolvere le difficoltà», Menarin ribadisce la validità dell’impianto di Charm che, «con la sperimentazione della Glamroom, uno spazio fisico e virtuale, ha inteso proporre un inedito abbinamento tra il gioiello e il fashion design. Un nuovo modello di interazione tra ambiti di eccellenza del Made in Italy, che ha avuto l'incondizionato supporto da parte della Camera nazionale della moda nella persona del suo presidente, Mario Boselli».
Tenuto conto della fase di crisi del settore, (il presidente della Federorafi, Antonio Zucchi, ha reso noti i dati Istat dei primi tre mesi del 2008, che registrano un pesante calo della produzione di oreficeria e gioielleria stimato a -33,4%), «Charm ha avuto 1.449 espositori - insiste Menarin -. Rispetto alla manifestazione della primavera precedente, gli operatori accreditati sono stati 16.486 con un +38%. Significativi gli aumenti delle presenze sia degli operatori italiani, +43,92%, sia degli esteri, +31,78%. Premesso che la rilevazione dei dati è certificata e pertanto si tratta di numeri inconfutabili, i paesi di provenienza degli operatori indicano che il lavoro fatto da Fiera Vicenza segue fedelmente le opportunità di mercato».
Gli orafi contestavano, tra le altre cose, il cambio dei nomi della manifestazioni e la presenza di operatori internazionali poco graditi. «Fiera Vicenza ha scelto di percorrere la via dell'internazionalizzazione - replica il presidente - in risposta all'evoluzione delle dinamiche di mercato. Per questo ha deciso di modificare le denominazioni delle manifestazioni, rendendole coerenti con il nuovo posizionamento, ma soprattutto comprensibili in quella che, in ogni parte del mondo, è la lingua del business. First, Charm, Choice, About J sono dei marchi registrati che non possono essere usati disgiuntamente dalla dizione Fiera Vicenza. Si è trattato di una scelta meditata e motivata. Tuttavia, è sempre possibile accogliere suggerimenti per arrivare ad una definizione delle denominazioni coerente con le aspettative».

Paura

In Veneto è emergenza stupri.

Poco fiera

FIERA DI VICENZA. Il presidente registra una crescita del 38 per cento, gli orafi vicentini invece non lesinano le critiche
«Charm è andata bene»
«No, rassegna sotto tono»






Marino Smiderle
VICENZA
Seconda manifestazione col nome strambo. Terza, se si tiene conto della trasferta milanese di About J. O, addirittura, quarta, se si aggiunge l’ultimo esperimento di Glamroom. Ricapitolando: First (a gennaio), About J (a marzo) e Charm con Glamroom (hanno chiuso i battenti ieri) in cinque mesi hanno rifatto i connotati della Fiera di Vicenza. E si può già fare un primo bilancio, che per il presidente, Dino Menarin, è positivo.
«Al di là dei nomi scelti per contrassegnare le manifestazioni - attacca Menarin - quel che è certo è che bisognava cambiare strada. Il settore orafo da anni soffre la concorrenza internazionale, esasperata dalla globalizzazione. Questo ci ha indotto a premere sull’acceleratore e a proporre soluzioni nuove, capaci di scuotere i mercati tradizionali e di mescolare il mondo della moda con quello di oro e gioielli. I risultati si sono visti. E i giudizi degli operatori più importanti sono stati molto positivi».
Questione di punti di vista. Se la Fiera dirama numeri che inducono all’ottimismo e autorizzano a parlare di successone (visitatori in crescita di oltre il 30 per cento), dall’altra parte i rappresentanti degli orafi vicentini tutto questo incremento non sono riusciti a vederlo. «È stata una fiera sotto tono - afferma Marilisa Zen, presidente degli orafi di Assindustria e del tavolo intercategoriale - e la crescita di cui si parla non è stata percepita tra gli stand. Noi non contestiamo la scelta di unire la moda ai preziosi, anzi, l’idea è buona e la condividiamo. Ma c’è moda e moda. E poi noi orafi vicentini, che pensiamo che la fiera deve tutelare prima di tutto gli imprenditori di casa propria, non abbiamo gradito l’eccessivo spazio dato a certi padiglioni stranieri. Credo sia arrivato il momento di avviare dei grandi cambiamenti all’interno della Fiera di Vicenza».
Questo giudizio senza appello della categoria vicentina riporta in primo piano la questione dell’assetto proprietario, dell’investimento già deliberato per la realizzazione della nuova struttura, del futuro di Immobiliare Fiera. «Ci sono tante opzioni aperte - osserva Menarin - e le dichiarazioni di Attilio Schneck, presidente della Provincia, relative all’intenzione di vendere la propria quota, potrebbero aprire nuovi scenari. Che vanno dalla privatizzazione alla quotazione in Borsa, senza mai dimenticare, però, che bisogna attivare una procedura pubblica, con i relativi vincoli e con le opportunità del caso».
Si è parlato spesso, in passato, di un possibile intervento diretto degli orafi. Può essere che la disponibilità a vendere di Schneck si incroci con la disponibilità a comprare della categoria? «Se ci fosse una cordata di orafi in grado di entrare nel capitale della Fiera di Vicenza - risponde Marilisa Zen - credo che potrebbe essere una soluzione giusta».

mercoledì 21 maggio 2008

Campionati

Roma batte Inter in finanza ma i tifosi non esultano

C’è chi dice che investire in società di calcio professionistico è mero autolesionismo. Se l’Inter fosse stata quotata in Borsa, per esempio, per i piccoli azionisti, nonostante i due meravigliosi scudetti consecutivi (che diventano tre se si conta quello dell’onestà), le stagioni si sarebbero trasformate in Waterloo finanziarie, considerato che ogni anno l’assemblea ha dovuto approvare sensibili ricapitalizzazioni per sanare le perdite copiose causate dalla generosa passione del presidente Massimo Moratti.
Se guardiano alla Roma, invece, il discorso cambia. All’inizio del campionato le azioni del sodalizio dei Sensi quotavano 0,59 euro e, a rigor di logica, dopo l’onorevole scoppola rimediata in campionato oggi dovremmo essere qui a raccogliere i cocci. Invece ieri le azioni quotavano 1,22 euro, cioè il 106 per cento in più dell’inizio del torneo.
Dal punto di vista economico, dunque, il campionato 2007/2008 l’ha vinto la Magica, grazie anche a Soros. I tifosi giallorossi, però, non hanno festeggiato.

martedì 20 maggio 2008

Vivere a debito

CREDITO AL CONSUMO. L’indagine Cris rivela che Vicenza è al 32° posto nella classifica nazionale dei prestiti personali

I vicentini si indebitano anche se hanno i soldi

Marino Smiderle
VICENZA
La vecchia e sana mentalità delle famiglie vicentine vedeva il concetto di debito come il fumo negli occhi. Eccezion fatta per il mutuo ipotecario, che praticamente tutte le coppie sottoscrivono poco dopo il matrimonio per comprar casa, i soldi in prestito per comprare beni di consumo (dall’auto ai mobili, dal computer alla tv al plasma) venivano considerati una spia di instabilità finanziaria ed economica. Punti di vista di una saggezza contadina che si è andata squagliando sul crollo del potere di acquisto e, perché no, sulle mutate esigenze quanto a stile di vita. Morale della favola: ora Vicenza è una delle province dove il trend di crescita del credito al consumo è più elevato.
Lo si evince dalle analisi che Crif Decision Solutions ha effettuato su Eurisc e che il Sole 24 Ore ha tradotto in una classifica che vede Vicenza al 32° posto in Italia quanto a importo medio del prestito personale concesso (12.772 euro), con una crescita del 5,1 per cento rispetto all’anno precedente.
«La domanda di credito al consumo è cresciuta molto e sta continuando a crescere - spiega Emanuele Giustini, vicedirettore generale e responsabile della Divisione Mercati della Banca Popolare di Vicenza -. E ci sono anche molte famiglie benestanti che ricorrono al credito al consumo per gestire al meglio la situazione finanziaria e di liquidità».
In sostanza, da un lato ci sono i clienti che chiedono prestito per comprarsi la macchina perché non hanno i soldi, dall’altro c’è chi chiede il medesimo prestito perché non vuole vendere i titoli in portafogli e preferisce avere una gestione finanziaria attiva usando il credito come cuscinetto.
«Il bilancio dell’anno scorso ha registrato il picco del credito al consumo in Bpvi - osserva Giustini - e anche nei primi mesi di quest’anno il trend è stato confermato».
Ma li rimborsano tutti questi prestiti? La domanda sorge spontanea perché, con i chiari di luna in giro, sarebbe facile attendersi più di qualche default. «Questa è una provincia ricca - risponde Giustini - e il tasso di rischio è più basso che in altre zone d’Italia. Non bisogna dimenticare, poi, che la nostra procedura di valutazione scarta un terzo delle richieste di prestito. Il motivo è semplice: si vuole evitare a priori problemi finanziari ai nuclei familiari che richiedono il prestito».
Dal punto di vista tecnico, Bpvi opera sia direttamente che attraverso società ad hoc, come Linea (la partecipazione è stata da poco ceduta) e Prestinuova. «Prima le erogazioni di prestiti personali avveniva al 50 per cento direttamente e al 50 per cento dalle società - puntualizza - mentre adesso abbiamo canalizzato tutto il giro d’affari attraverso le società di credito al consumo, considerati i sistemi valutativi molto efficienti di cui dispongono».
È un mercato molto competitivo e la concorrenza ha fatto sì che i recenti aumenti dei tassi di interesse non si ripercuotessero sui tassi applicati alla clientela. «Si partiva da tassi molto elevati - ricorda Giustini - addirittura da livelli attorno al 14-15 per cento. Ora siamo all’8-9 per cento, segno che gli incrementi del mercato sono stati assorbiti dal margine degli istituti».
È interessante notare come l’antica, atavica diffidenza nei confronti del debito sia stata ormai superata da una nuova abitudine sociale e finanziaria. «Resta però una certa diffidenza nei confronti della cessione del quinto di stipendio - rivela Giustini -. Dal momento che questo tipo di pratiche comporta un coinvolgimento del datore di lavoro, buona parte della clientela è ancora piuttosto restia a far sapere i dettagli del proprio indebitamento. Credo però che anche questa idiosincrasia sia destinata presto a cadere».

lunedì 19 maggio 2008

Marrakech express


CONVENTION IN MAROCCO. Gronchi e Sorato “fotografano” la banca e guardano avanti

E la Popolare di Vicenza
entra in via dell’Oreficeria

Marino Smiderle
inviato a MARRAKECH
Il sole e il vento si accaniscono sulla Jemaa el Fna, la piazza di Marrakech, e la folla variopinta che la anima ascolta la preghiera del muezzin diffusa dagli altoparlanti della moschea Koutoubia. Il tè alla menta che esce dalla teiera d’argento aggiunge il sapore a una città che ti sconvolge tutti i sensi. Una città in fermento, vivace, come il suo suk pieno di botteghe che aiuta a capire perché il Marocco sia considerata la patria del mercanteggiare. Non sarebbe male vedere Divo Gronchi e Samuele Sorato, consigliere delegato e direttore generale della Banca Popolare di Vicenza, mentre contrattano un fido a un artigiano di Marrakech: l’esito della partita sarebbe molto incerto. Ma la banca di via Framarin non è in Marocco per fare affari. No, la Bpvi è qui per tenere la sua annuale convention e per rivelare le linee guida per il futuro.
E, per non farsi mancare niente, proprio in questi giorni ha annunciato ufficialmente l’acquisto da Unicredit del 76,26 per cento del capitale di Irfis, la società di mediocredito della Sicilia, per 35 milioni di euro. «L’intenzione - rivela Gronchi - è sfruttare questo istituto per tutto il gruppo Bpvi, almeno per quel che riguarda le operazioni di finanziamento legate a leggi regionali. Per le operazioni di medio-lungo termine ordinarie, invece, l’area di riferimento resterà quella di Banca Nuova, e dunque da Roma in giù».
Samuele Sorato tiene a sottolineare come, dall’avvento della nuova struttura dirigenziale, sia stata avviata la politica di consolidamento di un istituto che è arrivato a detenere, a livello di gruppo, 628 filiali. «È stata rivista la struttura organizzativa - spiega il direttore generale - e tra le modifiche più importanti c’è da rimarcare il passaggio del Private sotto la Direzione Finanza, mentre anche per quel che riguarda i Crediti sono state delegate gran parte delle funzioni di valutazione e deliberazione alle singole aree, questo per velocizzare al massimo i tempi di risposta alla clientela. In più stiamo accelerando sulla multicanalità, che vuol dire internet banking, ma anche mobile-banking, e cioè lo sfruttamento del cellulare come strumento di pagamento».
In questo primo scorcio di 2008 i conti stanno andando bene, «anche se - precisa Gronchi - la pesante situazione dei mercati borsistici ha ridotto il numero delle operazioni e, quindi, anche le commissioni di intermediazione per la Bpvi. Tuttavia dal margine di intermediazione giungono segnali incoraggianti, tali da poter dire che, anche per quel che riguarda la sola gestione caratteristica, i numeri di quest’anno saranno migliori di quelli del 2007. E, oltre alla gestione corrente, quest’anno avremo la plusvalenza derivante dalla cessione di Linea».
Oltre alle considerazioni sulle prospettive del bilancio, a Marrakech si è parlato anche delle prospettive di Bpvi negli snodi economico-istituzionali di Vicenza e, in particolare, nella Fiera. «Eravamo soci di Vicenza Fiera International - ricorda Sorato - e la sua prossima incorporazione in Fiera di Vicenza ci darà circa uno 0,4-0,5 per cento di partecipazione diretta». «Noi teniamo al nostro ruolo di banca del territorio - aggiunge Gronchi - e perciò guardiamo con interesse al futuro evolversi della situazione in Fiera. Se ci sarà un piano di sviluppo futuro, valuteremo un nostro maggiore impegno. Ma, al momento, non ci sono ipotesi concrete sul tappeto». Di concreto, a livello di sistema bancario italiano, ci sono state negli ultimi giorni le randellate dell’Antitrust nei confronti degli istituti anche non hanno ancora applicato correttamente il principio della trasferibilità dei mutui presente nella legge Bersani. «Nelle nostre filiali - dice Gronchi - ora tutto è pronto. Resta il fatto che non è stato facile interpretare la legge Bersani. Quanto al ministro Tremonti che vuole tassare di più le banche, noi siamo pronti ad affrontare la situazione di emergenza dei conti pubblici, ma vorrei non si dimenticasse che non partiamo da situazioni di privilegio e che, anzi, già adesso paghiamo più imposte di altre tipologie di imprese».

Grazie

giovedì 15 maggio 2008

14 + 1

Domenica succederà questo. L'Inter pareggerà, grazie anche a un arbitro che compenserà i presunti favori concessi ai nerazzurri durante l'anno, e la Roma vincerà il suo tricolore. Il libertario parte domani e se ne va a qualche migliaio di chilometri di distanza. Soffrirà, come sempre, con tutto il popolo nerazzurro e poi aggiungerà stoicamente un'altra data al calendario dei lutti. Da lunedì torneremo a progettare una squadra che abbia come obbiettivo il quarto-quinto posto, piena di giocatori lunatici, estrosi, instabili, affascinanti. Si comincia col ritorno di Recoba, poi si vedrà. Si stava meglio quando si stava peggio.

mercoledì 14 maggio 2008

Bitonci docet

Il dogma Bitonci rischia di diventare legge nazionale. Maroni dovrebbe recepire l'ordinanza di Cittadella nel suo decreto sulla sicurezza.

I meriti del fisco

Le entrate fiscali crescono
per merito dei soliti noti

Il Bollettino di marzo del Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia comunica la lieta novella: le entrate tributarie erariali di competenza del periodo gennaio-marzo 2008 sono risultate superiori di circa 4 miliardi di euro (+5,3%) rispetto a quelle dello stesso periodo del 2007, al netto delle entrate cosiddette ’una tantum’, cioè derivanti da prelievi straordinari. Al lordo delle ’una tantum’ la crescita è stata del 5,2%.
Nel mese di marzo «continua il buon andamento di gettito dell’Irpef (+11,3%) e in particolare - si legge nel documento - delle ritenute da lavoro dipendente per i recenti rinnovi contrattuali. Rallenta invece il tasso di crescita delle imposte indirette, in particolare dell’Iva (+2,7%) e delle accise su oli minerali e gas metano che in parte riflettono il rallentamento dell’economia».
Naturalmente il merito è del nuovo governo Berlusconi appena insediato, così come era merito del governo Prodi l’analogo risultato del maggio di due anni fa.

Mattoni europei

MATERIALI DA COSTRUZIONE. Egidio Scorzato (Effe2) denuncia la carenza di controlli

«La marcatura europea
non viene rispettata»

Marino Smiderle
ISOLA VICENTINA
Nell’analisi sul mercato immobiliare la differenza tra nuovo e usato pesa molto. L’ha rilevato anche la Borsa Immobiliare di Vicenza: i prezzi del nuovo tengono, l’usato invece cede. Il motivo sta in buona parte nei materiali speciali che, vuoi per il risparmio energetico, vuoi per la sicurezza, la normativa europea impone ai costruttori di utilizzare per i nuovi edifici. Ma dal lato di chi produce questi materiali speciali come siamo messi?
«Siamo messi che dal primo maggio di quest’anno è obbligatoria la marcatura CE per i materiali da costruzione - risponde Egidio Scorzato, presidente del Gruppo Effe2 di Isola Vicentina, leader in Italia nella produzione di canne fumarie in argilla ceramica e di manufatti in laterizio e laterocemento -. Il problema vero è che la maggioranza delle aziende italiane del settore non si è ancora adeguata e continua a immettere sul mercato prodotti privi della marcatura».
Scorzato è anche presidente della sezione cemento, calce, laterizi, vetro e abrasivi di Assindustria Vicenza, oltre che delegato per l’Italia nel comitato europeo sulle norme CEN/TC 160, e conosce questo argomento come le sue tasche.
«Dal primo maggio 2007 le imprese "potevano" procedere alla marcatura CE dei propri prodotti - precisa - mentre dal primo maggio di quest’anno "devono". La differenza non è di poco conto. Noi ci siamo mossi per tempo, abbiamo investito tempo e denaro nell’adeguare la nostra azienda e i prodotti che escono da questo portone sono assolutamente a norma. Ma, al di là dei riferimenti professionali personali, vorrei sensibilizzare tutti coloro che operano in questo mercato perché eseguano le disposizioni dell’Ue. Che, per inciso, no nriguardano soltanto i produttori ma anche coloro che commissionano i lavori. Per dire, un progettista che avvia i lavori di un palazzo deve accertarsi che il materiale utilizzato sia a norma».
Già, ma per ora, a differenza di altri paesi europei, in Italia questo obbligo è scritto sulla sabbia. Di più, la legge è bellamente ignorata. «E il vero paradosso - osserva Giovanni Zaltron, direttore generale del Gruppo Effe2 - è che non c’è nessuno che esegue i controlli. Addirittura non è neanche stabilito a chi dovrebbero essere inviate le segnalazioni di irregolarità. Questa provoca delle situazioni di concorrenza sleale tra aziende. Auspico che tutti provvedano a mettersi in regola al più presto, ricordando che sono previste sanzioni severe per chi produce prodotti con una marcatura CE mendace».
La sostanza è: tutti devono essere consapevoli della normativa, a cominciare da chi compra casa, che deve chiedere i requisiti dei materiali impiegati a chi gliela vende.

martedì 13 maggio 2008

New Api

ASSOCIAZIONI. Ieri si è svolta al teatro Comunale l’assemblea pubblica dell’Api. De Marchi designato presidente

«Tremonti si ispira a noi
Alt all’anarchia globale»
SERGIO DALLA VERDE


Marino Smiderle
VICENZA
Il passaggio del testimone (che in realtà dovrà essere ratificato dall’assemblea privata tra una settimana) avviene nella suggestiva cornice del teatro Comunale. Non per niente il titolo scelto da Apindustria Vicenza per celebrare degnamente l’assemblea pubblica è "Cultura e impresa, un binomio di valore".
Lo spettacolo di danza "Corpi Celesti", eseguito dalla compagnia Kaos di Firenze, è la ciliegina sulla torta di una giornata a suo modo storica per l’associazione.
Poco prima, infatti, il presidente Sergio Dalla Verde aveva letto le sue sette cartelle di discorso che, a un tempo, è il bilancio del suo mandato ed è pure una serie di linee guida che il successore designato, Filippo De Marchi.
«Lo attende un compito impegnativo - lo ha avvertito Dalla Verde - che richiederà grande responsabilità e lungimiranza, nonché ampie doti di ascolto e mediazione, per far crescere la nostra realtà nell'ambito di un periodo storico delicato e difficile come è quello odierno».
LA POLITICA
Dalla Verde ha tenuto a precisare che l’Api è assolutamente autonoma dalla politica e che quindi non fa il tifo per un partito o per l’altro. Tuttavia non ha nascosto la sua soddisfazione per come è andata alle ultime elezioni. Una contraddizione? «L'esito delle elezioni - ha spiegato ci consente di guardare con maggiore fiducia al futuro, perché è avvenuta una reale rivoluzione, non tanto per l'affermazione di una parte politica sull'altra, quanto perché c'è stata semplificazione del quadro politico, del parlamento. L'Italia ha saputo esprimere una maggioranza chiara, ma anche una opposizione chiara, nella consapevolezza degli anni difficili che ci aspettano e della necessità di avere un governo stabile, coraggioso e responsabile. Un governo al quale oggi torniamo a chiedere, con la stessa determinazione, quelle riforme evidenziate già un anno fa».
DAZI E TREMONTI
Per il presidente uscente, poi, c’è la soddisfazione di vedere un ministro dell’Economia che sposa una tesi più volte rilanciata da Apindustria Vicenza. «Avevamo lanciato una provocazione - ricorda Dalla Verde - chiedendo l'introduzione di "dazi etici", e oggi il ministro Giulio Tremonti pubblica il suo libro "La paura e la speranza," dove lancia il medesimo allarme sugli squilibri di un mercato globale non regolamentato e propone forme di protezionismo incentrate sulla sicurezza dei prodotti, sulla tracciabilità della filiera produttiva, sul rispetto dei diritti dei lavoratori. Perché globalizzazione non può significare anarchia del mercato, non può significare anarchia dei diritti umani».
ENERGIA
Uno dei temi chiave, secondo Dalla Verde, resta l’energia. «Nel 2006 - ricorda - avevamo posto la questione-energia, soffermandoci sulla problematica dei costi che limitano la competitività delle nostre imprese nei confronti dei competitors di altri paesi che hanno sviluppato nel corso degli anni una politica energetica più lungimirante. Oggi il costo del petrolio che continua a salire, e con esso quello dell'elettricità, ci dimostra tutta l'importanza di questo tema per il futuro del nostro sistema economico. Peccato che da allora niente sia stato fatto di concreto per uscire da questa situazione di grave arretratezza e inefficienza: l'energia è sempre più costosa per le imprese italiane e il suo prezzo è ormai una voce pesante nei bilanci, una voce che penalizza la nostra competitività sui mercati».

lunedì 12 maggio 2008

Rendimento

PORTAFOGLIO

Alla ricerca
del superbond
che rende l’8%
di Marino Smiderle

Non tutte le obbligazioni bancarie vengono per nuocere. Si è scritto spesso, anche su queste pagine, che non bisogna lasciarsi attrarre dagli specchietti orientati dai funzionari allo sportello, tesi a far brillare titoli della casa made che di brillante hanno solo il rendiconto per chi li emette. Nulla da ritrattare, ovviamente: i titoli offerti in filiale, senza una quotazione ufficiale e solo con l’obbligo di prezzarla quotidianamente da parte dell’istituto emittente, non sono affatto appetibili anche perché, come è stato dimostrato, rendono meno dei titoli di stato. Se però alcune banche di primarie importanza hanno bisogno di finanziarsi e ricorrono alle forme classiche (euromercato, offerte agli investitori istituzionali) il discorso cambia. E pure di molto.
IL MURO DELL’8%
L’ultimo numero del settimanale Milano Finanza ha messo in prima pagina una divertente vignetta. Si vede il neo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, passeggiare come uomo-sandwich portando un cartello con su scritto "Bot 4%"; vicino a lui, in senso inverso, un banchiere di spalle con un altro cartello: "Bond 8%". Il succo del discorso è che se adesso una banca italiana o europea, pure con elevato merito di credito, va sul mercato a chiedere denaro, i tassi d’interesse che deve offrire per trovare gente disposta a prestarlo sono molto altri. In alcuni casi addirittura fino al doppio di quanto offerto dai gloriosi titoli di stato, termometro infallibile che misura la febbre finanziaria del momento. La tesi del settimanale è che tutto questo succede per colpa, anzi, visto che si tratta di interessi che finiscono nelle tasche dei risparmiatori, per merito del credit crunch e della crisi dei mutui subprime.
PARADOSSO
Se le banche non si fidano più di loro stesse e lo dimostra il boom dell’Euribor, il tasso d’interesse che misura il costo del denaro da banca a banca (oltre che l’importo della rata del mutuo per i comuni mortali), arrivato pericolosamente vicino al 5 per cento, quando invece i tassi ufficiali sono attorno al 4. Se le banche non si fidano l’una dell’altra, figurarsi cosa succede se vanno a chiedere soldi a investitori istituzionali.
Può essere che l’istituto abbia rating pari o addirittura superiore a certi stati sovrani, non c’è alcuna differenza: per vendere quel titolo la banca dovrà offrire un tasso d’interesse, e quindi un rendimento a scadenza, superiore di uno, due, tre e addirittura 4 punti rispetto all’omologo titolo di stato.
OCCASIONI
È in queste liste, osserva Milano Finanza, che si nascondono ottime occasioni per il risparmiatore, il quale dovrà però navigare con il radar più efficiente che ci sia per intercettare eventuali iceberg nel mare accidentato della finanza.
Gli iceberg si chiamano, prima di tutto, titoli subordinati, cioè obbligazioni il cui rendimento e il cui rimborso non sono messi sullo stesso piano di quelli degli obbligazionisti tradizionali: in alcuni casi le cedole sono condizionate al raggiungimento di determinati obiettivi reddituali, in altri c’è una retrocessione nella classifica della rimborsabilità del credito (i bond subordinati, in caso di crisi della società, non sono pagati prima degli altri debiti).
Una volta dribblati questi potenziali rischi, ci si può però imbattere in obbligazioni come quella messa da Intesa Sanpaolo, rating Aa3/AA+, scadenza 2018, cedola 6,625%, prezzo 102,51 e rendimento implicito al 6,28%, che, oggettivamente, appaiono allettanti.
L’elenco può proseguire con nomi del calibro di Ing, Goldman Sachs, Deutsche Telekom ecc.
AVVERTENZE
Le occasioni sono buone ma, come sempre in questi casi, occorre leggere attentamente le avvertenze.
Che variano da titolo a titolo e che, spesso, essendo riservati a investitori istituzionali, richiedono importi minimi piuttosto elevati (50 mila euro).
E non capiterà mai che queste pepite vi vengano proposte allo sportello: dovete essere voi che vi prendete la briga di andare a spulciare la lista dell’Euromercato, di farvi due conti, di leggere le caratteristiche del titolo e che imponiate alla vostra banca di andarvele a comprare.
Se la valanga del credit crunch e dei mutui subprime ha finito col travolgere i bilanci di migliaia di famiglie, ora che c’è la possibilità di sfruttare un piccolo lati positivo sarebbe sciocco lasciarsela scappare.

Mr. Boris, I suppose

INGHILTERRA. Ultime amministrative: il Labour ha avuto il peggior risultato da 40 anni

I Tories sono
tornati grazie
a Mr. Boris

di Marino Smiderle

La Swinging London svolta a destra. E il nuovo sindaco conservatore, Boris Johnson, potrebbe essere il grimaldello in grado di far aprire le porte di Downing Street a David Cameron, leader dei Tories e candidato favorito a prendere il posto del grigio Gordon Brown, incapace a tenere alto l’appeal del Labour Party rilanciato da Tony Blair. È questo il riassunto più stringato di quel che è successo nelle ultime elezioni amministrative tenutesi in Inghilterra.
Premessa: le elezioni amministrative in Inghilterra contano poco, molto meno che da noi. Per dirne una: la carica di sindaco di Londra è stata praticamente inventata da Ken Livingstone, l’esponente laburista uscito di scena dopo 8 anni di governo cittadino per 140 mila voti di scarto rispetto al rivale Johnson. Contano poco, ma se nei 159 Comuni dove si è votato i conservatori hanno guadagnato 256 consiglieri e i laburisti ne hanno persi 331, il significato politico è lampante. Di più: se questa è la più grave sconfitta del Labour in 40 anni e se il partito di Gordon Brown è scivolato addirittura in terza posizione, dietro i liberali, le probabilità di un prossimo cambio di colore nella maggioranza politica britannica sono molto elevate.
In una dettagliata analisi pubblicata su La Stampa, Andrea Romano ha individuato proprio in Gordon Brown, prima ancora che nel partito laburista, il principale responsabile della disfatta. «Nel giro di pochi mesi - scrive Romano - colui che poteva vantarsi del titolo di Cancelliere dello Scacchiere più efficace del secolo si è trasformato in un Primo Ministro titubante. Il peccato più grave per un paese dove ogni capo del governo deve essere prima di tutto un "conviction leader", capace di mostrarsi fermo e risoluto proprio nei momenti più difficili. È il senso profondo dell’investitura democratica che l’elettorato britannico affida a chi deve guidare il governo, dovendo poi rispondere direttamente dei propri successi o insuccessi. "Conviction leaders" sono stati Churchill, la Thatcher e quel Tony Blair che nel 2005 vinceva per la terza volta di fila le elezioni proprio mentre milioni di persone scendevano in piazza contro la sua politica estera».
C’è poi un particolare di non poco conto: Brown non è stato eletto primo ministro, ha semplicemente preso il posto di Blair in modo notarile, addirittura contrattuale. E questo sistema non è piaciuto a un paese che della democrazia è uno dei più antichi rappresentanti e, diremmo, testimonial. In più va aggiunto che Blair ha scelto di andarsene in un momento in cui la sua stagione volgeva al termine. Mettiamoci la figura di David Cameron, quarantenne conservatore sui generis, moderno, capace di inseguire, come scrive Romano, «il New Labour sul suo terreno: più libertà, più diritti, più scelta, più ambiente», e la voglia di cambiare, a Londra come nel resto del Paese, è bella e spiegata.
Ma tutto questo succederà, se succederà, tra un paio di anni, quando scadrà il mandato dell’attuale parlamento. Ed è chiaro che, da qui in avanti, un ruolo speciale lo giocherà proprio Boris Johnson, un giornalista colto, acuto e buontempone che si è fatto trascinare da un’insana passione per la politica e che sarà il biglietto da visita dei Tories di quel Cameron aspirante inquilino del n. 10 di Downing Street.
Ma chi è veramente Boris Johnson? Marco Niada, corrispondente da Londra del Sole 24 Ore, è un suo amico personale e, con da questo privilegiato punto di vista, ha disegnato di lui un quadro ricco di particolari. «Boris è l’uomo più spiritoso che ho incontrato - scrive Niada -. Ha forse la penna più felice d’Inghilterra. Troppo, dato che ci mette sempre del suo. Fin da giovane, quando si fece cacciare dal Times per essersi inventato un’intervista... O quando disse di essere talmente a favore dei matrimoni omosessuali da promuovere anche i ménage a tre. Fortemente esibizionista, ha sempre cercato la controversia. Devo peraltro confessare di essere stato involontariamente tramite di un’intervista che fece in Sardegna a Silvio Berlusconi nel 2003, quando era direttore dello Spectator, in cui l’allora premier diede dei matti ai giudici scatenando il putiferio».
Questo è Johnson, un tipo dalla simpatia inevitabile. E infatti risulta simpatico pure a Livingstone, Ken il rosso, battuto a sorpresa nella sua Londra. I temi risultati fatali per il successo finale, al di là dell’ironia innata nel candidato conservatore, sono strettamente legati alla sicurezza, il primo punto che Johnson ha detto di voler por mano, e alla questione fiscale. «Gli abitanti del quartiere di Chelsea - ha scritto Vittorio Sabadin su la Stampa - pagano imposte elevate e non hanno sicuramente gradito di essere additati come i principali inquinatori della città con i loro "Chelsea tractors", i fuoristrada spregiativamente definiti trattori, da punire con una tassa di 23 sterline (circa 30 euro) ogni volta che vanno in centro. Livingstone non è poi certo stato favorito da Gordon Brown, che ha voluto riformare il favorevole regime fiscale per le decine di migliaia di facoltosi stranieri non domiciliati che risiedono a Londra e che in moltissimi casi ci erano venuti (come Valentino Rossi e tanti altri) solo per versare meno tasse». E tuttavia Ken il rosso ha mostrato signorilità anche nella sconfitta: «Non puoi fare il sindaco per otto anni - ha dichiarato - e poi se non vinci per la terza volta dire che la colpa è del tuo partito».
Il passaggio di consegne tra lui e Johnson è stato, come vuole la tradizione, cordiale. Prima sono stati fotografati all’uscita delle proprie abitazioni, e poi coperti di flash in municipio. «Alla Town Hall - conclude Sabadin - Livingstone indossava la stessa sciarpa azzurra, acquistata in un charity shop, che portava da tre giorni e ha preso come sempre il pullman per tornare a casa».

Research, please

Non dite agli inglesi quanto spende l’Italia per la ricerca

Finanziamento record nel bilancio britannico per la ricerca, con ben 14,1 miliardi di euro per il triennio 2008-2011. La cifra, che corrisponde ad un aumento del 17,4% del budget per la scienza, è stata annunciata ieri a Roma, nel convegno internazionale sull’innovazione organizzato da ambasciata britannica, associazione Itaca (Italians in Cranfield Association) e ambasciata italiana a Londra. I fondi saranno destinati principalmente a quattro temi di ricerca, individuati dagli esperti britannici come cruciali per i prossimi decenni: l’energia, l’adattamento ai cambiamenti climatici, le minacce globali alla sicurezza e l’invecchiamento della popolazione. Oltre a questi, sono previsti due programmi multidisciplinari sull’economia digitale e le nanotecnologie.
Dei 14,1 miliardi del budget totale, 11,8 sono destinati agli istituti di ricerca, con un aumento del 18% e alle accademie nazionali (+ 22%).
Per evitare di far cadere nello sconforto il pubblico, i relatori non hanno fatto il confronto col bilancio italiano.

Mattonate beriche

MERCATO & CASE. Dalla Borsa immobiliare di Vicenza emerge che i prezzi al metro quadrato non si muovono

Ci sarà la crisi
ma il mattone
non si sgretola


Marino Smiderle
VICENZA
Ci sarà pure crisi, ma se vuoi comprare un appartamento come dio comanda ad Asiago devi rassegnarti a tirar fuori fino a 4.800 euro al metro quadrato. Se invece ti "accontenti" di rimanere in centro a Vicenza o a Bassano, al massimo ti può capitare di sborsare 4.500 euro. Qualora l’obiettivo sia quello di risparmiare, non resta che optare per Recoaro, Orgiano o Poiana Maggiore, dove non si spende più di 1.300-1.400 euro.
È la radiografia del mercato immobiliare della provincia di Vicenza, eseguita dalla Borsa Immobiliare, il barometro utilizzato dalla Camera di commercio per misurare la temperatura dei prezzi del mattone. Ed è proprio la commissione prezzi, organismo interno composta da rappresentanti del settore dei mediatori immobiliari, dei costruttori edili e del Collegio dei geometri, che ha il compito di stilare una rilevazione dei valori degli immobili negoziati nella provincia di Vicenza, sulla base di un proprio regolamento.
«Dall'attenta analisi dei prezzi di compravendita degli immobili effettivamente riscontrati dalle agenzie rilevatrici a Vicenza ed in vari comuni della provincia - spiegano in Camera di commercio - i componenti della Commissione prezzi hanno riscontrato nel secondo semestre 2007 una certa tenuta del mercato immobiliare, con lievi riduzioni dei valori in alcune zone».
Ma se si ascolta il parere dei costruttori, vien fuori che se i prezzi delle case sono fermi o in calo, i costi di produzione sono invece in netto aumento. «L'adozione nei nuovi edifici degli adempimenti in materia antisismica, di contenimento dei consumi energetici, di fonoassorbimento dei rumori, nonché la maggior sensibilizzazione degli acquirenti verso la cosiddetta "edilizia sostenibile" in grado di permettere un risparmio energetico limitando la produzione e l'emissione di inquinanti nell'atmosfera - spiegano - hanno sostanzialmente modificato il modo di costruire, con una notevole incidenza dei costi. Tale tipologia di costi, pur gravando notevolmente sul valore finale dell'immobile, non costituisce una pregiudiziale negativa per l'acquirente in quanto la maggior spesa iniziale comporta una maggior qualificazione dell'edificio e un futuro risparmio energetico. Altri costi, invece, nell'attuale situazione di stabilità del mercato si riflettono direttamente sulle imprese di costruzione».
I costi a cui fa riferimento la Camera di commercio riguardano, in particolare, l'imposta di registro, l'obbligo di rilascio di polizze fideiussorie a tutela dei compratori di immobili da costruire e soprattutto il considerevole aumento dei prezzi delle aree edificabili, che gravano sul prezzo finale in misura superiore al 30 per cento.
«È doveroso fare una distinzione del mercato immobiliare tra l'usato ed il nuovo - precisa Luca Maggiolo, presidente della Fiaip (Federazione italiana agenti immobiliari professionali) di Vicenza -. Il primo sicuramente in questi primi mesi dell'anno ha accusato una diminuzione del numero di potenziali acquirenti per gli immobili usati causato da vari motivi per citarne alcuni, indubbiamente l'aumento del costo della vita assieme con quello dei tassi d'interesse, e questo ha comportato un assestamento dei valori ed in alcuni casi la diminuzione del prezzo di vendita. Per le nuove costruzioni la situazione è molto diversa il prezzo di vendita è stato influenzato in modo determinante dal peso delle nuove normative».
E le prospettive future? «Sicuramente si allargherà la forbice dei prezzi tra il nuovo e l'usato - risponde Maggiolo - ma non parlerei di "bolla " speculativa. È certo invece che nei prossimi anni assisteremo ad un importante cambiamento della qualità costruttiva volta al risparmio energetico e alla qualità dell'abitare».

giovedì 8 maggio 2008

Nicola

Ritratto di un veronese doc. Questo era Nicola Tommasoli, ucciso senza un perché.

Deficit coerenti

Sogni di mezza primavera
cullati da un (ex) ministro

Tommaso Padoa Schioppa è una persona seria. Ha aspettato che il governo Prodi esaurisse il suo mandato e ieri ha concesso un’intervista a cuore aperto al Corriere della sera.
Ormai privo del peso di un ministero, l’economista si è lasciato andare e ha fatto una diagnosi severa ma serena del paziente-Italia tuttora ricoverato nell’ospedale della crisi. Verremmo dimessi - ha detto Padoa Schioppa - quando avremo i conti pubblici in pareggio e la convalescenza sarà finita quando il debito pubblico scenderà sotto il 60 per cento del Pil. Lasciamo un aggiustamento strutturale superiore a quello richiesto da Bruxelles, un avanzo primario ricostituito, un debito in diminuzione. Abbiamo virato, bisogna proseguire su questa rotta».
«Resto convinto - conclude - che per curare i mali dell’Italia ci vogliano almeno dieci anni di azione coerente».
Dieci anni sono un orizzonte temporale ragionevole. E si possono anche concedere. È sull’azione coerente che l’Italia è fregata in partenza.

Smau smuove il Veneto

INNOVAZIONE. Si è aperta ieri a PadovaFiere la prima edizione della rassegna dedicata all’Ict

Così Smau propone
il futuro al Veneto


Marino Smiderle
inviato a PADOVA
Se Maometto non va alla montagna, Smau va dagli imprenditori del Nord Est. Capita così di vedere diversi decisori aziendali, come li chiamano quelli di Smau, aggirarsi nel padiglione 11 di PadovaFiere tra gli stand di Telecom Italia, Black Berry, Oracle, Microsoft, Vodafone e quanto di meglio offre oggi il mercato dell’Ict. Ict? Eccolo l’ostacolo principale dell’innovazione in Italia (e non solo), il parlare per sigle, per slogan, come se chi dovesse darsi da fare per migliorare l’organizzazione e la produttività delle imprese più disparate sapessero a priori di cosa si sta parlando.
Ict sta per Information Communication Technology, ovvio, si usa l’inglese, per complicare un pochino cose già abbastanza complicate. Diciamo che la tecnologia dell’informazione e della comunicazione svolge un ruolo di primo piano tanto nell’impresa che produce biciclette, quanto in quella che vende polizze assicurative. Esempi fatti non a caso, visto che a Padova, tra i vari workshop dimostrativi dell’utilità dell’Ict, c’è stato quello di Campagnolo, azienda vicentina nota in tutto il mondo per la componentistica d’alta gamma per biciclette da corsa, e Microsoft, capaci di implementare un sistema integrato per la gestione della posta elettronica, la virtualizzazione dei server e l’intranet aziendale. E poi anche Cattolica Assicurazione e Telecom Italia hanno stretto un accordo per un servizio di business continuity e di disaster recovery (se non si parla inglese non si sta bene), che in pratica garantisce la compagnia veronese e la mette al riparo dai rischi legati a improvvise interruzioni dei sistema informatici.
Si potrebbe proseguire ancora, magari parlando della Service oriented architecture che Oracle ha messo a disposizione di Acciaierie Venete per gestire le numerose acquisizioni: il succo del discorso è che questa idea di Smau business itinerante (la due giorni di Padova si chiude oggi, poi andrà a Bari, Brescia e Parma, ferma restando la principale rassegna di Milano) aiuta a diffondere, in maniera il più possibile semplice, il verbo dell’Ict.
«Devo dire - afferma Fabio Serzanti, responsabile marketing Ict per le piccole e medie imprese di Telecom Italia - che in Veneto ho riscontrato un forte interesse da parte degli imprenditori. È vero che l’impatto iniziale con il tema non è sempre agevole, ma da queste parti ci mettono poco a rendersi conto dell’effetto che queste innovazioni ha con il proprio core business».
Del resto, l’indagine sull’Information Technology condotta in Veneto dalla School of management del Politecnico di Milano, ha dimostrato che le piccole e medie imprese di questa regione spendono in tecnologia informatica 1.100 milioni di euro. E il risultato di questa prima edizione di Smau business Padova ne è la testimonianza più chiara.
«Ci troviamo a gestire un numero di adesioni di imprenditori inaspettato - conferma Pierantonio Macola, amministratore delegato di Smau -. Sono circa 3.000 gli iscritti all’evento, di cui oltre il 70% imprenditori appartenenti a tutti i settori merceologici, e più di 1.000 le registrazioni ai seminari per singola giornata. Il risultato è dovuto da un lato allo sforzo di tutte le aziende partner dell’iniziativa di raccontare l’innovazione attraverso esempi pratici e concreti. Dall’altro lato è evidente, dai riscontri telefonici avuti negli ultimi giorni, che ancora una volta l’imprenditore intuisce e riconosce il grande valore della condivisione della conoscenza, in questo caso attraverso la testimonianza di esperienze virtuose dei propri colleghi.

mercoledì 7 maggio 2008

Priceless

Aumenta proprio tutto
ma l’inflazione resta al 3%

Dunque, vediamo, il petrolio scavalca quota 120 e i più autorevoli analisti del settore prevedono che non ci metterà molto ad arrivare a 200 dollari. Il riso, il grano e, di conseguenza, tutti i prodotti alimentari hanno fatto aumentare d’uno botto il numero di poveri in giro per il mondo di svariate centinaia di milioni. Non è tutto. Cresce in tripla cifra pure il prezzo dei mangimi, dei fertilizzanti, roba che allevatori e agricoltori, da un lato di fregano le mani per l’aumento dei ricavi, dall’altro vengono strozzati dall’aumento dei costi.
E a proposito del caro-cibo, il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet ha avvertito che questo sta diventando un grave problema per tutte le economie, non solo per quelle dei Paesi in via di sviluppo. Sì, perché il pieno, alla macchina e alla pancia, lo facciamo anche in Europa.
Con tutto questo diluvio di aumenti paurosi che si è abbattuto sul globo, qualcuno vorrebbe spiegarci come fa l’inflazione Ue a rimanere attorno al 3 per cento?

Ristorno al futuro

CREDITO COOPERATIVO. La Banca del Centroveneto è la prima ad adottare questa soluzione in Veneto

«Ecco la prima Bcc
che ristorna l’utile»


Marino Smiderle
LONGARE
Della serie, banche controcorrente. Sì, perché nel fiume in piena delle grandi fusioni, le ex casse rurali fanno come i salmoni e fanno il percorso inverso, mantenendo l’autonomia e sfruttando la struttura comune del Credito cooperativo veneto.
Nel Vicentino una delle più agguerrite rappresentanti del mondo delle banche di credito cooperativo è la Banca del Centroveneto, che ha la sede centrale a Longare e che è reduce da un’assemblea piuttosto affollata e dai risvolti particolari.
Prima di dare i soliti numeri, conviene partire proprio dalla novità di quest’anno, e cioè la destinazione di una parte dell’utile al ristorno ai soci. «Questa è una decisione che abbiamo cominciato a studiare tre anni fa - spiega il presidente della Banca del Centroveneto, Lorenzo Muraro - e che è stata valutata e perfezionata nei suoi aspetti tecnici per essere presentata ai soci proprio in quest’ultima assemblea.
Di fatto la nostra è stata la prima banca di credito cooperativo nel Veneto a pianificare questa soluzione, che prevede un ristorno dell'utile della banca direttamente ai soci, ai quali non saranno distribuiti soldi, bensì azioni della banca. In questa soluzione si trovano a coincidere l'interesse del socio, che vede così remunerato il suo impegno e quello della banca stessa, che si rafforza nel patrimonio netto».
Così facendo, si rispettano i dettami della Banca d’Italia, la quale ha disposto che l’ammontare dei ristorni non ecceda il limite del 50% della quota di utile netto che rimane dopo l’accantonamento a riserva legale e la destinazione ai fondi mutualistici previsti dalla legge. Inoltre, la liquidazione del ristorno deve avvenire almeno per la metà mediante incremento della partecipazione sociale e non attraverso la retrocessione in denaro.
Con il bilancio appena approvato l'assemblea dei soci ha attribuito al meccanismo del ristorno la somma di 350 mila euro. Cifra che è stata ripartita sulla base di quanto previsto dal regolamento assembleare del ristorno, approvato dalla Banca d'Italia oltre che dai soci della Banca del Centroveneto, con criteri di ripartizione che premiano i soci che hanno lavorato di più con la banca.
In un momento in cui sembra allontanarsi la fusione tra il sistema del credito cooperativo del Nord Est con quello nazionale imperniato sull’Iccrea, la Banca del Centroveneto tira dritto e si gode numeri molto buoni. Le 16 filiali presenti nelle province di Vicenza e Padova (l’ultima nata, due mesi fa, è quella di Campo San Martino, dove tra l’altro sono stati fatti 238 nuovi soci, arrivando a sfiorare, complessivamente, quota 3.500) hanno prodotto un utile di esercizio di 6,6 milioni di euro, in crescita del 23 per cento rispetto all’esercizio precedente, e con un Roe che sale dall’11,4 per cento al 12,77 per cento.
«Il bilancio che abbiamo portato all'approvazione dei soci è stato molto positivo - afferma soddisfatto il direttore generale della Banca del Centroveneto, Umbertino Baracca -. Io credo che questi risultati premino un istituto che si è dimostrato ancora una volta ben radicato nel territorio e di fatto un presidio per il sostegno della famiglia, del tessuto imprenditoriale, sociale e produttivo della nostra zona».
Tornando ai numeri, la raccolta diretta ha fatto un balzo dell’11’8 per cento, arrivando a 634 milioni di euro; una performance più o meno analoga hanno avuto gli impieghi, che si attestano a quota 606 milioni di euro (+11,4 per cento), con un rapporto sofferenze/impieghi contenuto all’1,13 per cento.
Lo scopo statutario di una banca di credito cooperativo, però, resta legato al bilancio sociale e ai relativi investimenti sul territorio. A questo proposito, nel corso dell’ultima assemblea della Banca del Centroveneto, il vicepresidente vicario, Flavio Stecca, ha presentato un nuovo progetto per l’assistenza sanitaria, sociale, del tempo libero, del sostegno alle famiglie e alla solidarietà.

No logo

Il logo Alitalia è cambiato
di poco ma è costato tanto

Vi eravate accorti che da tre anni Alitalia ha cambiato il logo? No? Tranquilli, come voi anche gli altri quattro italiani che volano con la compagnia di bandiera non ci avevano fatto caso.
Eppure, come ha documentato Gianni Dragoni nel corso di una sua dettagliata inchiesta pubblicata su Il Sole 24 Ore, nel 2005 la scritta Alitalia (in verde con un triangolino rosso nella "A" iniziale) è stata inclinata impercettibilmente verso destra. «È stata effettuata un’analisi - spiegò trionfante il presidente Libonati - con un gradimento complessivo che è passato dal 56,9 al 61 per cento».
Per carità, il 4,1% di progresso dell’indice di gradimento di un logo che era cambiato senza che nessuno se ne accorgesse è un ottimo risultato.
La domanda è: quanto è costata l’inclinazione misteriosa del logo?
Il Sole 24 Ore ha trovato la risposta: la Saatchi & Saatchi, agenzia incaricata di realizzare il progetto, ha presentato un conto di 520 mila euro, solo per i disegni. Non è noto quanto sia costato ridipingere sugli aerei il nuovo logo. E forse è meglio così.

Scacco alle grandi banche

BANCHE. L’assemblea ha approvato un aumento di capitale di 54 milioni di euro. L’obiettivo è arrivare a 50 sportelli

La Popolare di Marostica
cresce ma con prudenza

Marino Smiderle
MAROSTICA
Raccontano che un giorno alcuni solerti funzionari di Italease si misero a spingere per vendere ai clienti della Banca Popolare di Marostica, in abbinata a dei contratti di leasing, anche dei succulenti (per le banche) strumenti derivati. Quando venne a saperlo, Gianfranco Gasparotto, direttore generale dell’istituto di credito, fece il diavolo a quattro: «Guai a voi se vendete quella roba ai miei clienti». Si sa come è andata a finire: i vertici di Italease sono pure finiti in galera, la Popolare di Marostica ha rinunciato alle laute commissioni garantite dal piazzamento dei derivati e il suo ultimo bilancio ha archiviato un utile netto di 8,7 milioni di euro.
«Ci hanno accusati di essere dei sempliciotti - afferma il direttore Gianfranco Gasparotto - ma di questi tempi essere dei sempliciotti consente di non ritrovarci col bilancio sforacchiato di perdite assurde. A Marostica non ci sono derivati, non ci sono conseguenze negative da subprime. Noi proseguiamo con la nostra strategia improntata alla prudenza e alla solidità. Nell’ultima assemblea, poi, abbiamo approvato un’operazione di aumento di capitale che porterà nelle nostre casse altri 54 milioni di euro».
Barra a dritta, quindi, con due concetti base che regolano la guida della Popolare di Marostica: autonomia e crescita graduale. Autonomia vuol dire restare da soli, sfuggendo alla caccia grossa scatenata nelle ultime due o tre stagioni di risiko, quelle che hanno finito con lo stravolgere il panorama nazionale del credito. Ma si può restare competitivi con una quarantina di sportelli? «Intanto, con l’apertura di Camisano e Breganze, siamo arrivati a quota 42 filiali - precisa Gasparotto - ed entro la fine dell’anno saliremo a 46, mentre saliremo a 50 verso la metà del 2009, con leggero ritardo rispetto alla tabella di marcia, proprio perché non vogliamo fare il passo più lungo della gamba. In ogni caso, riusciamo a restare competitivi sul mercato perché possiamo offrire qualsiasi tipo di servizio finanziario».
L’ultima assemblea, svoltasi alla scuola media Dalle Laste di Marostica, ha approvato il 115° bilancio della storia dell’istituto ora presieduto da Giovanni Cecchetto. Un istituto che ha la bellezza di 5.671 soci e che, magari in coincidenza con il prossimo aumento di capitale (un’azione gratuita ogni 10 possedute, oltre a due azioni offerte ogni cinque possedute al prezzo di 80 euro ciascuna), potrebbe anche superare quota seimila.
Quanto ai numeri del documento contabile, si è detto dell’utile netto di 8,7 milioni, in aumento del 2,28 per cento rispetto all’esercizio precedente. «Bisogna però ricordare - osserva Gasparotto - che nel bilancio scorso abbiamo avuto delle componenti straordinarie di reddito per 1,7 milioni legate alla cessione di un immobile. Se teniamo conto di questo, l’utile reale è aumentato di oltre il 20 per cento. Nonostante la congiuntura».
Guardando le cifre del personale, i dipendenti sono 292, più o meno stabili rispetto all’anno prima, ma con i costi aumentati dell’11,59 per cento. Relativamente agli aggregati patrimoniali, la raccolta diretta, pari a 989,8 milioni di euro, registra un aumento del 10,82 per cento rispetto agli 893,3 milioni del dicembre 2006. La raccolta indiretta ha segnato invece una crescita dell’1,1 per cento e precisamente un totale di 642,4 milioni di euro rispetto ai 635,6 milioni del precedente esercizio, nonostante i negativi corsi dei titoli, soprattutto azionari. La raccolta globale, in incremento dell'6,8%, passa così da 1,528 miliardi di euro a 1,632 miliardi. Il trend di crescita degli impieghi si è mantenuto, anche nel 2007, entro valori equilibrati, chiudendo con un più 10 per cento, per un totale di 967 milioni di euro superando di oltre 88 milioni il corrispondente dato al 31 dicembre 2006. Il rapporto impieghi/raccolta diretta si è attestato, a fine anno, al 97,77% contro il 98,41% del 2006.
Le sofferenze hanno avuto un leggero incremento: infatti il rapporto tra sofferenze nette ed impieghi si attesta all'1,19 per cento contro l'1,12 per cento del 2006 mantenendosi comunque a buoni livelli nell'ambito del sistema bancario nazionale. Il tutto per un Roe attestatosi al 6,55 per cento. L’assemblea, infine, ha approvato la distribuzione di un dividendo di 1,80 euro per azione.

martedì 6 maggio 2008

Dramma nel dramma

Ha tentato il suicidio anche la vicina di casa della poliziotta. Una storia piena di misteri e incomprensibile. Il colpevole? La depressione.

lunedì 5 maggio 2008

Follia

Hanno arrestato uno dei colpevoli.

Cheque

PORTAFOGLIO

Come si usano
i nuovi assegni
non trasferibili
di Marino Smiderle

Visto che agli italiani piace maledettamente il contante, ecco una bella legge che ne limita violentemente l’uso. Non solo. La stessa legge dà una bella mazzolata anche agli adoratori degli assegni, introducendo delle regole severissime su importi e girate.
Formalmente il decreto legislativo 231/2007 ha l’obiettivo di contrastare il riciclaggio del denaro sporco, quello proveniente da attività criminose e dal terrorismo. In realtà, più semplicemente, otterrà lo scopo di rendere molto più complicato evadere il fisco per il semplice motivo che tutto il sistema di pagamenti, dal 30 aprile in avanti, è improntato sulla tracciabilità della transazione.
CONTANTE
La prima postilla mica da poco per gli amanti del denaro contante è significativa: si riduce da 12.500 a 5 mila euro l’importo massimo di contante, libretti di deposito bancari o postali e di titoli al portatore che si possono trasferire. Qualsiasi pagamento di importo superiore dovrà essere effettuato con i sistemi registrati (bonifici, assegni, carte di credito...).
ASSEGNI
La regola base che è entrata in vigore il 30 aprile è semplice: qualsiasi assegno di importo superiore ai 5 mila euro dovrà essere accompagnato dalla clausola "non trasferibile". Questo vuol dire, per essere chiari, che se io compro un’auto dal concessionario dovrò intestare l’assegno al concessionario stesso, che sarà l’unico titolato a incassare l’assegno. Prima poteva succedere che, poniamo per un assegno di 10 mila euro, il concessionario potesse fare la firma di girata sul retro dell’assegno e darlo in pagamento a un altro cliente o a un fornitore. Con la nuova norma ciò non è più possibile. Le banche, peraltro, hanno già provveduto a stampare i nuovi carnet assegni con la dicitura "non trasferibile". Per chi volesse un assegno trasferibile, e dunque di importo inferiore a 5 mila euro, sarà necessario fare richiesta scritta alla banca e pagare un’imposta di bollo di 1,50 euro per ogni singolo assegno.
I VECCHI CARNET
I vecchi carnet assegni, cioè quelli emessi dalla banca e consegnati al cliente prima del 30 aprile, restano validi e potranno essere usati tranquillamente anche in futuro. Ma è ovvio che, qualora si facesse un pagamento superiore ai 5 mila euro, bisognerebbe scrive a mano la clausola "non trasferibile" e potrebbero quindi essere incassati solo dal beneficiario.
LA GIRATA
Come abbiamo detto, gli assegni superiori ai 5 mila euro potranno essere posti all’incasso esclusivamente dal beneficiario. Potranno quindi essere oggetto di girata solamente gli assegni cosiddetti liberi, e quindi soggetti all’imposta di bollo di 1,50 euro. Ogni girata, oltre alla firma di chi la effettua, dovrà contenere il suo codice fiscale, a pena di nullità. Il che vuol dire che se una girata è priva di codice fiscale, nessuno potrà presentare l’assegno e incassarlo.
LIBRETTI AL PORTATORE
Sono libretti al portatore quelli che possono essere pagati a chi li presenta all’incasso. Dal 30 aprile non sarà più possibile aprirli per un importo superiore ai 5 mila euro.
È chiaro che in circolazione ci sono molti libretti che hanno ancora un saldo più elevato, sia per quelli postali che per quelli bancari. La legge ha previsto un termine per la regolarizzazione del circolante: 30 giugno 2009. Per mettersi in pari con la legge si possono fare tre cose: estinguere il libretto e incassare l’importo; prelevare l’eccedenza e poi gestire il libretto stando attenti a non superare il saldo massimo; mantenere il saldo più elevato ma trasformare il libretto in nominativo.
SANZIONI
Chi non rispetta la legge va incontro a sanzioni piuttosto severe. Chi emette assegni di importo superiore a 5 mila euro senza la clausola "non trasferibile" potrà essere subire una sanzione amministrativa fino al 40 per cento dell’importo trasferito. Se invece qualcuno si dimentica di indicare il codice fiscale in una girata, l’assegno è nullo. Quanto ai libretti al portatore, la sanzione andrà dal 20 al 40 per cento del saldo se è pari o superiore a 5 mila euro, mentre la mancata regolarizzazione comporterà una multa cha andrà dal 10 al 20 per cento del saldo complessivo.