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lunedì 30 giugno 2008
New order
Ci sono due editoriali, oggi e ieri, sul New York Times che aiutano a capire dove va il mondo. Il primo, di Roger Cohen, dice che se sul fronte occidentale non ce ne va bene una, sul fronte orientale (o meglio, sul fronte delle realtà emergenti o già emerse) godono come ricci di questo sviluppo supersonico. Il secondo, di Thomas L. Friedman, spiega molto bene come il vero tema che deciderà le elezioni Usa non sarà certo l'Iraq o il terrorismo, bensì il sistema per tirare fuori il Paese dalla secche in cui s'è cacciato.
Africa sempre più nera/2
ZIMBABWE. Il presidente al potere da 28 anni si fa beffe di ogni regola democratica
Un criminale che affama
la “sua” gente
di Marino Smiderle
Succedono cose folli ad Harare. E succedono cose folli in tutto lo Zimbabwe, uno stato che ormai si è messo al di fuori della legalità per colpa di questo personaggio vestito da pagliaccio che vedete giulivo nella foto a fianco. Più che un pagliaccio, Robert Mugabe, un tempo elogiato dagli intellettuali a la page per essere stato il protagonista della liberazione e dell’indipendenza nazionale. Pare ieri e invece sono passati 28 anni, da quando è salito al potere, senza più mollarlo. Alle ultime elezioni, nonostante la feroce intimidazione usata nei confronti dell’avversario più agguerrito, Morgan Tsvangirai, e nonostante i brogli palesi nella fase di spoglio, il presidente-tiranno era uscito sconfitto. Eppure la sconfitta era stata trasformata in un secondo turno elettorale, un ballottaggio che avrebbe dovuto vedere opposti, appunto, Mugabe e Tsvangirai. Risultato? Quest’ultimo, dopo una serie impressionante di attacchi, si è rifugiato nell’ambasciata olandese e il presidente ha così potuto celebrare un ballottaggio con se stesso.
La comunità internazionale, dopo anni di indifferenza, o meglio, di inanità, adesso ha preso coscienza di chi sia questo personaggio. Compreso il Sudafrica che, attraverso Mbeki, avrebbe dovuto garantire una tranquilla transizione.
«Le elezioni - ha commentato Amnesty International - si stanno svolgendo in uno scenario caratterizzato da numerose aggressioni, torture e uccisioni contro persone sospettate di stare dalla parte dell’opposizione. Allo Zimbabwe è permesso da troppo tempo di operare al di fuori del quadro di riferimento sui diritti umani dell’Unione africana e delle Nazioni Unite. Ora è tempo di un’efficace azione di solidarietà africana e internazionale per le vittime delle violazioni dei diritti umani, che non devono essere lasciate sole contro la violenza».
Un durissimo monito è venuto dai ministri degli Esteri del G8, «con il titolare della Farnesina - riferisce l’Ansa - Franco Frattini che ha ventilato la possibilità di ritirare gli ambasciatori europei dal Paese africano per protestare contro le violenze perpetrate dal regime di Harare». La condanna è stata unanime, con il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice che ha parlato di «pseudo-elezioni inaccettabili» e «illegittime» per la comunità internazionale.
Se le preoccupazioni sono, giustamente, indirizzate al mancato rispetto delle più elementari regole democratiche, non bisogna dimenticare la crisi economica che si è acuita dopo le elezioni del 29 marzo Harare e che ha determinato una penuria di prodotti alimentari e di tutti i beni di prima necessità. «A febbraio - ricorda ApCom - il tasso ufficiale dell'inflazione ha toccato il 165.000%, anche se stime indipendenti parlando di un tasso reale più vicino a 4.000.000%. Lo Zimbabwe sarebbe così il solo paese al mondo a effettuare transazioni finanziarie di routine nell'ordine di grandezza di un vertiginoso milione di miliardi. "È tutto impazzito - ha detto David Moyo, analista economico ad Harare - i nostri calcolatori e i nostri elaboratori non possono trattare tutti questi zeri, anche per i prodotti meno cari". Il pane è scomparso dai negozi. Prima, in un supermercato una pagnotta di pane costava due miliardi di dollari zimbabwiani (12 centesimi di euro al tasso di cambio ufficiale) o 15 miliardi di dollari zimbabwiani (quasi un euro) al mercato nero, dove i prezzi di prodotti introvabili possono essere maggiorati anche di dieci volte».
La cosa bizzarra è che questa inflazione permetterà a uno stato europeo, la Germania, ad attuare la prima ritorsione nei confronti di Mugabe. Il governo di Berlino ha chiesto infatti a una società tedesca che fornisce allo Zimbabwe carta filigranata per la produzione di banconote di interrompere le consegne. Il ministro allo Sviluppo, Heidemarie Wieczorek-Zeul, ha scritto alla società in questione - che ha sede a Monaco di Baviera - per chiedere che le consegne vengano fermate con effetto immediato. La società Giesecke & Devrient dovrebbe «rispettare i diritti umani e interrompere le consegne», ha ribadito il governo. Da parte sua, intervistata dall’emittente radiofonica Deutschlandfunk, la Wieczorek-Zeul ha detto di essere in attesa di una risposta da parte della società, definendo le consegne spaventose.
Tenuto conto che un consumatore abbastanza fortunato da trovare latte spenderà tre miliardi di dollari zimbabwiani (19 centesimi di euro) per circa mezzo litro, si può capire l’entità della commessa di carta filigranata.
«Dalle elezioni del 29 marzo scorso - prosegue ApCom - si è aggravata la penuria di beni di prima necessità, i servizi amministrativi sono quasi alla paralisi, mentre le interruzioni dei servizi idrici ed elettrici sono all'ordine del giorno. Il prezzo dei carburanti ha subito un'impennata, facendo rincarare i biglietti degli autobus fino a superare lo stipendio giornaliero di un lavoratore dipendente. Di fronte alle violenze e alle intimidazioni compiute dai sostenitori di Mugabe contro i militanti dell'opposizione, l'avversario del presidente, Morgan Tsvangirai, si è ritirato dal ballottaggio per le presidenziali. Sordo agli appelli lanciati da leader africani e dalla comunità internazionale, che chiedevano un rinvio del voto, Mugabe ha deciso di tenere comunque le consultazioni, in corso nel Paese. Nell'attuale situazione, dicono gli analisti, sono poche le opzioni ancora disponibili. "Se Mugabe insiste, l'economia continuerà a crollare - dice Brian Raftopolous, ricercatore in economia - Mugabe non ha soluzioni"».
Più di 150 associazioni e organizzazioni della società civile africana hanno sottoscritto una lettera aperta, indirizzata all'Unione africana (Ua), per chiedere di intevenire nella crisi in atto in Zimbabwe. La tragica farsa deve finire.
Un criminale che affama
la “sua” gente
di Marino Smiderle
Succedono cose folli ad Harare. E succedono cose folli in tutto lo Zimbabwe, uno stato che ormai si è messo al di fuori della legalità per colpa di questo personaggio vestito da pagliaccio che vedete giulivo nella foto a fianco. Più che un pagliaccio, Robert Mugabe, un tempo elogiato dagli intellettuali a la page per essere stato il protagonista della liberazione e dell’indipendenza nazionale. Pare ieri e invece sono passati 28 anni, da quando è salito al potere, senza più mollarlo. Alle ultime elezioni, nonostante la feroce intimidazione usata nei confronti dell’avversario più agguerrito, Morgan Tsvangirai, e nonostante i brogli palesi nella fase di spoglio, il presidente-tiranno era uscito sconfitto. Eppure la sconfitta era stata trasformata in un secondo turno elettorale, un ballottaggio che avrebbe dovuto vedere opposti, appunto, Mugabe e Tsvangirai. Risultato? Quest’ultimo, dopo una serie impressionante di attacchi, si è rifugiato nell’ambasciata olandese e il presidente ha così potuto celebrare un ballottaggio con se stesso.
La comunità internazionale, dopo anni di indifferenza, o meglio, di inanità, adesso ha preso coscienza di chi sia questo personaggio. Compreso il Sudafrica che, attraverso Mbeki, avrebbe dovuto garantire una tranquilla transizione.
«Le elezioni - ha commentato Amnesty International - si stanno svolgendo in uno scenario caratterizzato da numerose aggressioni, torture e uccisioni contro persone sospettate di stare dalla parte dell’opposizione. Allo Zimbabwe è permesso da troppo tempo di operare al di fuori del quadro di riferimento sui diritti umani dell’Unione africana e delle Nazioni Unite. Ora è tempo di un’efficace azione di solidarietà africana e internazionale per le vittime delle violazioni dei diritti umani, che non devono essere lasciate sole contro la violenza».
Un durissimo monito è venuto dai ministri degli Esteri del G8, «con il titolare della Farnesina - riferisce l’Ansa - Franco Frattini che ha ventilato la possibilità di ritirare gli ambasciatori europei dal Paese africano per protestare contro le violenze perpetrate dal regime di Harare». La condanna è stata unanime, con il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice che ha parlato di «pseudo-elezioni inaccettabili» e «illegittime» per la comunità internazionale.
Se le preoccupazioni sono, giustamente, indirizzate al mancato rispetto delle più elementari regole democratiche, non bisogna dimenticare la crisi economica che si è acuita dopo le elezioni del 29 marzo Harare e che ha determinato una penuria di prodotti alimentari e di tutti i beni di prima necessità. «A febbraio - ricorda ApCom - il tasso ufficiale dell'inflazione ha toccato il 165.000%, anche se stime indipendenti parlando di un tasso reale più vicino a 4.000.000%. Lo Zimbabwe sarebbe così il solo paese al mondo a effettuare transazioni finanziarie di routine nell'ordine di grandezza di un vertiginoso milione di miliardi. "È tutto impazzito - ha detto David Moyo, analista economico ad Harare - i nostri calcolatori e i nostri elaboratori non possono trattare tutti questi zeri, anche per i prodotti meno cari". Il pane è scomparso dai negozi. Prima, in un supermercato una pagnotta di pane costava due miliardi di dollari zimbabwiani (12 centesimi di euro al tasso di cambio ufficiale) o 15 miliardi di dollari zimbabwiani (quasi un euro) al mercato nero, dove i prezzi di prodotti introvabili possono essere maggiorati anche di dieci volte».
La cosa bizzarra è che questa inflazione permetterà a uno stato europeo, la Germania, ad attuare la prima ritorsione nei confronti di Mugabe. Il governo di Berlino ha chiesto infatti a una società tedesca che fornisce allo Zimbabwe carta filigranata per la produzione di banconote di interrompere le consegne. Il ministro allo Sviluppo, Heidemarie Wieczorek-Zeul, ha scritto alla società in questione - che ha sede a Monaco di Baviera - per chiedere che le consegne vengano fermate con effetto immediato. La società Giesecke & Devrient dovrebbe «rispettare i diritti umani e interrompere le consegne», ha ribadito il governo. Da parte sua, intervistata dall’emittente radiofonica Deutschlandfunk, la Wieczorek-Zeul ha detto di essere in attesa di una risposta da parte della società, definendo le consegne spaventose.
Tenuto conto che un consumatore abbastanza fortunato da trovare latte spenderà tre miliardi di dollari zimbabwiani (19 centesimi di euro) per circa mezzo litro, si può capire l’entità della commessa di carta filigranata.
«Dalle elezioni del 29 marzo scorso - prosegue ApCom - si è aggravata la penuria di beni di prima necessità, i servizi amministrativi sono quasi alla paralisi, mentre le interruzioni dei servizi idrici ed elettrici sono all'ordine del giorno. Il prezzo dei carburanti ha subito un'impennata, facendo rincarare i biglietti degli autobus fino a superare lo stipendio giornaliero di un lavoratore dipendente. Di fronte alle violenze e alle intimidazioni compiute dai sostenitori di Mugabe contro i militanti dell'opposizione, l'avversario del presidente, Morgan Tsvangirai, si è ritirato dal ballottaggio per le presidenziali. Sordo agli appelli lanciati da leader africani e dalla comunità internazionale, che chiedevano un rinvio del voto, Mugabe ha deciso di tenere comunque le consultazioni, in corso nel Paese. Nell'attuale situazione, dicono gli analisti, sono poche le opzioni ancora disponibili. "Se Mugabe insiste, l'economia continuerà a crollare - dice Brian Raftopolous, ricercatore in economia - Mugabe non ha soluzioni"».
Più di 150 associazioni e organizzazioni della società civile africana hanno sottoscritto una lettera aperta, indirizzata all'Unione africana (Ua), per chiedere di intevenire nella crisi in atto in Zimbabwe. La tragica farsa deve finire.
venerdì 27 giugno 2008
Pallonari russi
Il calcio fa ricca la Russia
Noi alla canna del Gazprom
Le principale risorse della Russia? Beh, facile, gas e petrolio. È grazie a queste preziose sostanze custodite dal sottosuolo che, in pochi anni, l’economia russa si è messa alle spalle decenni di stenti comunisti e ha indotto le democrazie occidentali a chiudere gli occhi di fronte alle discutibili performance liberticide di Putin, peraltro amatissimo dai suoi cittadini proprio per il sempre più diffuso benessere.
Adesso si è aggiunto un nuovo prodotto molto interessante nel panorama economico nazionale: il calcio. Le ottime partite giocate dalla nazionale agli Europei stanno facendo la fortuna delle principali società del paese. Perché? Semplice, sponsor e proprietari delle squadre di club russe sono giganti del calibro di Gazprom e GazpromBank (per lo Zenit), Lukoil (Spartak) e la banca Vtb (Cska, che resta sponsorizzata anche dal ministero della Difesa).
Se lo Zenit decide di vendere la stella Arshavin, per dire, andrà ad arricchire ulteriormente quella Gazprom che non sa più dove mettere i quattrini. E noi? Attaccati alla canna del Gazprom.
Noi alla canna del Gazprom
Le principale risorse della Russia? Beh, facile, gas e petrolio. È grazie a queste preziose sostanze custodite dal sottosuolo che, in pochi anni, l’economia russa si è messa alle spalle decenni di stenti comunisti e ha indotto le democrazie occidentali a chiudere gli occhi di fronte alle discutibili performance liberticide di Putin, peraltro amatissimo dai suoi cittadini proprio per il sempre più diffuso benessere.
Adesso si è aggiunto un nuovo prodotto molto interessante nel panorama economico nazionale: il calcio. Le ottime partite giocate dalla nazionale agli Europei stanno facendo la fortuna delle principali società del paese. Perché? Semplice, sponsor e proprietari delle squadre di club russe sono giganti del calibro di Gazprom e GazpromBank (per lo Zenit), Lukoil (Spartak) e la banca Vtb (Cska, che resta sponsorizzata anche dal ministero della Difesa).
Se lo Zenit decide di vendere la stella Arshavin, per dire, andrà ad arricchire ulteriormente quella Gazprom che non sa più dove mettere i quattrini. E noi? Attaccati alla canna del Gazprom.
Un secolo e un quarto
CREDITO COOPERATIVO. Si è tenuta ieri a Padova l’assemblea della Federazione del Veneto. Nel 1883 Wollemborg fondò a Loreggia la prima cassa rurale d’Italia

Bcc, 125 anni
e non sentirli
Gli utili volano
Marino Smiderle
inviato a PADOVA
È un’assemblea a suo modo storica e Amedeo Piva, presidente della Federazione veneta delle banche di credito cooperativo, non nasconde la soddisfazione. Insomma, sono passati 125 anni da quel 20 giugno 1883, quando Leone Wollemborg, in collaborazione con l'industriale e senatore scledense Alessandro Rossi e col teorico delle banche popolari Luigi Luzzatti, riunì 32 soci e fondò a Loreggia, nel padovano, la prima cassa rurale d’Italia. L’idea era quella di applicare al Veneto le iniziative avviate da Federico Guglielmo Raiffeisen, l'inventore delle casse rurali germaniche. Piva non lo dice, ma lo pensa: basta la storia a giustificare l’alleanza con i tedeschi di Dz Bank, molto contestata da una quindicina delle 41 Bcc che fanno parte della federazione veneta. Ma questo è un altro discorso e, anzi, lo stesso Piva si mostra ottimista in vista di un accordo che, per la verità, sarebbe già dovuto arrivare: Questo consiglio scade tra due anni - afferma - ma non è detto che già prima lo si possa allargare per ospitare altri rappresentanti».
Si vedrà. Intanto, ed è la cosa più importante, il mondo del credito cooperativo veneto archivia un altro anno molto positivo. «Per restare nel nostro mondo - attacca Piva - il veneto cresce a ritmi più spediti rispetto all’Italia nel suo complesso». E per suffragare questa tesi sfoglia la cartellina zeppa di numeri che inducono all’ottimismo (vedi grafico): gli sportelli raggiungono quota 590 (+6,5 per cento rispetto all’anno precedente, i dipendenti diventano 4.542 (+5,85 per cento) e il numero dei soci sfonda il muro dei centomila (100.197, +7,74 per cento).
«Anche i numeri strettamente economici del bilancio - aggiunge Piva - ci dicono che il 2007 è stato un esercizio molto positivo. Sono in crescita tanto gli impieghi (17,7 miliardi, +13,38 per cento) quanto la raccolta diretta (18,7 miliardi, +11 ,57 per cento). E dal punto di vista reddituale passiamo da 195 milioni di utile netto del sistema veneto, a 231 milioni, con un aumento del 18,39 per cento».
Questi primi mesi del 2008, però, registrano un panorama finanziario ed economico mica tanto salubre. «Eppure - assicura il direttore generale, Andrea Bologna - nonostante le turbolenze dei mercati, le nostre Bcc non presentano problemi di liquidità e riescono a supplire alla carenza del credito con il rapporto diretto con la clientela. Noi non abbiamo titoli subprime e in più non siamo stati toccati dalla bufera dei derivati. Anche per questo nel primo trimestre del 2008 registriamo, a livello di sistema, un incremento del risultato lordo del 4 per cento».
Se poi si guarda alle quote di mercato, vien fuori che le Bcc sono passate dall’8,9 per cento degli impieghi di sistema relativi al 2002, al 12,2 per cento del 2007, mentre sul fronte della raccolta si passa dal 12,5 al 17,3 per cento. Vuoi vedere che piccolo non è poi così brutto e grande non è poi così bello?
«Queste sono valutazioni che si fanno nel medio periodo - dice prudente Piva - anche perché il processo di ristrutturazione del sistema bancario nazionale è partito da poco. Certo è che, nel nostro settore, non ci sono regole da seguire, ogni istituto si regola sulle dimensioni che vuole mantenere o raggiungere. Quello che è certo è che rimane forte la volontà di mantenere saldi i principi di autonomia e di mutualità». Che, tradotto, vuol dire: se qualcuno si illude di venire a fare shopping e di rilevare le Bcc del veneto, se lo scordi.
Piuttosto è la Federazione veneta a guardare lontano. Non tanto in forma di acquisizioni, quanto piuttosto attraverso accordi di collaborazione. E così, dopo la collaudata (da alcuni contestata) alleanza con i tedeschi di Dz e con il credito cooperativo del Trentino, ecco che Piva arriva a guardare addirittura oltreoceano, negli Stati Uniti. A ottobre il credito cooperativo veneto sarà protagonista di un convegno a Washington, organizzato dall’Icba (Independent community bankers of America), l’associazione che riunisce le circa quattromila banche locali degli Stati Uniti. «Il presidente della Fed Ben Bernanke le ha elogiate - ricorda Piva - per essere rimaste fuori dal crac. Per ora è un utile confronto, un domani chissà».
Immobili giù
Si salva l’agricoltura
I primi numeri del 2008 dicono che le Bcc del veneto stanno tornando alle origini, quando si chiamavano ancora casse rurali. Sì perché, se è vero che il rallentamento del settore immobiliare si sta trasformando in frenata («Ma al momento non si è ancora tradotto in crolli delle quotazioni del mercato delle abitazioni», precisano Piva e Bologna), è anche vero che l’agricoltura sta dando segnali di forte ripresa.
«E siccome le banche di credito cooperativo nascono come casse rurali - ricordano Piva e Bologna - si può parlare di una riscoperta dell’antica vocazione per l’agricoltura. Il boom dei prezzi delle materie prime ha messo le ali al settore che, nella generale congiuntura piuttosto problematica, diventa uno dei pochi in controtendenza, con ottime prospettive future».
Bcc, 125 anni
e non sentirli
Gli utili volano
Marino Smiderle
inviato a PADOVA
È un’assemblea a suo modo storica e Amedeo Piva, presidente della Federazione veneta delle banche di credito cooperativo, non nasconde la soddisfazione. Insomma, sono passati 125 anni da quel 20 giugno 1883, quando Leone Wollemborg, in collaborazione con l'industriale e senatore scledense Alessandro Rossi e col teorico delle banche popolari Luigi Luzzatti, riunì 32 soci e fondò a Loreggia, nel padovano, la prima cassa rurale d’Italia. L’idea era quella di applicare al Veneto le iniziative avviate da Federico Guglielmo Raiffeisen, l'inventore delle casse rurali germaniche. Piva non lo dice, ma lo pensa: basta la storia a giustificare l’alleanza con i tedeschi di Dz Bank, molto contestata da una quindicina delle 41 Bcc che fanno parte della federazione veneta. Ma questo è un altro discorso e, anzi, lo stesso Piva si mostra ottimista in vista di un accordo che, per la verità, sarebbe già dovuto arrivare: Questo consiglio scade tra due anni - afferma - ma non è detto che già prima lo si possa allargare per ospitare altri rappresentanti».
Si vedrà. Intanto, ed è la cosa più importante, il mondo del credito cooperativo veneto archivia un altro anno molto positivo. «Per restare nel nostro mondo - attacca Piva - il veneto cresce a ritmi più spediti rispetto all’Italia nel suo complesso». E per suffragare questa tesi sfoglia la cartellina zeppa di numeri che inducono all’ottimismo (vedi grafico): gli sportelli raggiungono quota 590 (+6,5 per cento rispetto all’anno precedente, i dipendenti diventano 4.542 (+5,85 per cento) e il numero dei soci sfonda il muro dei centomila (100.197, +7,74 per cento).
«Anche i numeri strettamente economici del bilancio - aggiunge Piva - ci dicono che il 2007 è stato un esercizio molto positivo. Sono in crescita tanto gli impieghi (17,7 miliardi, +13,38 per cento) quanto la raccolta diretta (18,7 miliardi, +11 ,57 per cento). E dal punto di vista reddituale passiamo da 195 milioni di utile netto del sistema veneto, a 231 milioni, con un aumento del 18,39 per cento».
Questi primi mesi del 2008, però, registrano un panorama finanziario ed economico mica tanto salubre. «Eppure - assicura il direttore generale, Andrea Bologna - nonostante le turbolenze dei mercati, le nostre Bcc non presentano problemi di liquidità e riescono a supplire alla carenza del credito con il rapporto diretto con la clientela. Noi non abbiamo titoli subprime e in più non siamo stati toccati dalla bufera dei derivati. Anche per questo nel primo trimestre del 2008 registriamo, a livello di sistema, un incremento del risultato lordo del 4 per cento».
Se poi si guarda alle quote di mercato, vien fuori che le Bcc sono passate dall’8,9 per cento degli impieghi di sistema relativi al 2002, al 12,2 per cento del 2007, mentre sul fronte della raccolta si passa dal 12,5 al 17,3 per cento. Vuoi vedere che piccolo non è poi così brutto e grande non è poi così bello?
«Queste sono valutazioni che si fanno nel medio periodo - dice prudente Piva - anche perché il processo di ristrutturazione del sistema bancario nazionale è partito da poco. Certo è che, nel nostro settore, non ci sono regole da seguire, ogni istituto si regola sulle dimensioni che vuole mantenere o raggiungere. Quello che è certo è che rimane forte la volontà di mantenere saldi i principi di autonomia e di mutualità». Che, tradotto, vuol dire: se qualcuno si illude di venire a fare shopping e di rilevare le Bcc del veneto, se lo scordi.
Piuttosto è la Federazione veneta a guardare lontano. Non tanto in forma di acquisizioni, quanto piuttosto attraverso accordi di collaborazione. E così, dopo la collaudata (da alcuni contestata) alleanza con i tedeschi di Dz e con il credito cooperativo del Trentino, ecco che Piva arriva a guardare addirittura oltreoceano, negli Stati Uniti. A ottobre il credito cooperativo veneto sarà protagonista di un convegno a Washington, organizzato dall’Icba (Independent community bankers of America), l’associazione che riunisce le circa quattromila banche locali degli Stati Uniti. «Il presidente della Fed Ben Bernanke le ha elogiate - ricorda Piva - per essere rimaste fuori dal crac. Per ora è un utile confronto, un domani chissà».
Immobili giù
Si salva l’agricoltura
I primi numeri del 2008 dicono che le Bcc del veneto stanno tornando alle origini, quando si chiamavano ancora casse rurali. Sì perché, se è vero che il rallentamento del settore immobiliare si sta trasformando in frenata («Ma al momento non si è ancora tradotto in crolli delle quotazioni del mercato delle abitazioni», precisano Piva e Bologna), è anche vero che l’agricoltura sta dando segnali di forte ripresa.
«E siccome le banche di credito cooperativo nascono come casse rurali - ricordano Piva e Bologna - si può parlare di una riscoperta dell’antica vocazione per l’agricoltura. Il boom dei prezzi delle materie prime ha messo le ali al settore che, nella generale congiuntura piuttosto problematica, diventa uno dei pochi in controtendenza, con ottime prospettive future».
giovedì 26 giugno 2008
Buona la prima
«Così si può cambiare Vicenza»
di Marino Smiderle
È la prima di Roberto Zuccato. Siamo a teatro ma il presidente di Confindustria Vicenza non recita: incita. Incita i suoi colleghi a cambiare, a parlare di più con tutto quel che circonda il mondo dell’industria, quasi a voler rivendicare maggiori oneri e, si spera, più onori. Eccola qua la sostanza del debutto di Zuccato in quel teatro comunale di cui ha realizzato le quasi mille sedie che, dal palco, vede occupate da una folla che lo ascolta curiosa. È emozionato e, dopo aver ricordato la figura di Franco Gemmo, recentemente scomparso, e fatto gli auguri di pronta guarigione a Beppe De Paoli a cui il cuore ha fatto uno scherzetto, si ritrova un groppo in gola. È un attimo, poi riparte con quello che può essere definito una sorta di manifesto della new age di Confindustria Vicenza.
«Voglio chiarire con forza - attacca - quale sarà l'obiettivo strategico del mio mandato e della squadra che mi accompagna: aprire l'associazione al territorio e alle diverse realtà che lo esprimono. Dobbiamo lavorare tutti insieme attorno a un progetto comune. Non solo noi imprenditori, ma i lavoratori e i cittadini, le forze sociali e politiche, il mondo della cultura e della ricerca. È necessario uscire dall'orizzonte individuale e costruire uno scenario condiviso, con cui alimentare una nuova fase di benessere e di sviluppo».
In sala c’è chi prende appunti, convinto, visto che ci sono i rappresentanti di tutte le categorie citate in questo appello iniziale che tiene desta l’attenzione di tutti. È ovvio che, per prima cosa, Zuccato parli ai suoi, agli imprenditori che lo hanno eletto e che si attendono uno scatto. Non resteranno delusi, anche perché Zuccato non si tira indietro, nemmeno quando si tratta di prendere le distanze da quelli che, con onestà, ritiene degli errori commessi dall’associazione che ora presiede. «Siamo una grande organizzazione di medi e piccoli imprenditori. Negli ultimi anni abbiamo agito trascurando il dialogo, il confronto e il coinvolgimento. Così, a volte, anche per necessità, per inerzia, il circuito delle decisioni si è ristretto ai pochi di noi che sono più disponibili. Non deve più avvenire. Deve cambiare. Io voglio "aprire" alla partecipazione degli imprenditori, ai nostri associati. Ma non solo: anche al confronto con gli imprenditori delle altre categorie».
È in questo senso, più che nella pure importante rivisitazione della manifattura, che Zuccato interpreta il titolo che ha scelto per questa assemblea, quel VicenzaFabbricaFuturo, scritto tutto attaccato per non perdere tempo prezioso.
Puntando al futuro, però, Zuccato non dimentica il passato e, in apertura, ringrazia Massimo Calearo, il suo predecessore ora passato dall’altra parte, cioè in politica, sponda Pd. «Ma io qui mi sento sempre a casa - precisa Calearo - e devo dire che Zuccato è partito col piede giusto, la sua è una relazione ricca e condivisibile». Darebbe qualche consiglio al suo successore? «Ci mancherebbe - dribbla Calearo - è in grado di fare da solo. Gli auguro buon lavoro».
Si avvicinano all’ex inflessibile presidente di Federmeccanica due ex avversari, i leader sindacali vicentini Luigi Coviello (Cisl) e Oscar Mancini (Cgil), quest’ultimo giunto al termine del mandato quinquennale, che lo riscoprono più vicino politicamente. Le battute si sprecano, ma su Zuccato sono tutti d’accordo. «Non lo dico perché si deve dire - spiega Copiello - ma con grande convinzione: il suo richiamo all’apertura e al dialogo con le istituzioni e le altre categorie mi pare un messaggio significativo e incoraggiante».
«E poi - aggiunge Mancini - non sorvolerei sul segnale di discontinuità che ha voluto mandare nei confronti della passata gestione dell’associazione. Mi pare che voglia cambiare parecchie cose, è sicuramente un buon inizio».
Anche Gianni Zonin, presidente della Banca Popolare di Vicenza, ha apprezzato il debutto di Zuccato, così come Vittorio Mincato, presidente del Cuoa, soddisfatto dell’attenzione prestata al tema della formazione.
Andrea Riello, presidente di Confindustria Veneto, è rimasto colpito: «Ho visto Zuccato molto emozionato - dice - come del resto è giusto che sia. Sui contenuti mi ha fatto piacere la riaffermazione dell’orgoglio imprenditoriale e l’apertura verso la società esterna».
Ma era la politica la convitata di pietra, perché è al mondo della politica, in particolare, a cui l’invito al dialogo era rivolto. «La relazione più piaciuta sia per i contenuti che per i toni - ha detto l’europarlamentare vicentina Lia Sartori -. E mi riferisco alla concretezza dei temi toccati alla pacatezza con cui Zuccato lo ha fatto. E poi mi ha fatto piacere che, finalmente, un presidente nazionale come Emma Marcegaglia abbia inquadrato nell’Europa come l’orizzonte su cui orientare le varie tematiche legate al lavoro e all’industria».
Chiude il sindaco di Vicenza, Achille Variati, forse il più contento, il più convinto di essere di fronte a una stagione nuova. «Una relazione coraggiosa, e non demagogica - è il suo giudizio -. Quella che ho percepito nell'intervento del presidente Zuccato è stata l'espressione non di una generica volontà di "fare squadra", ma di un vero spirito imprenditoriale». E prima ancora che fischino le orecchie al suo attuale compagno di partito, Massimo Calearo, a cui spetta il copyright dello slogan "fare squadra", rincara la dose di elogi:
«L'idea di una compartecipazione al cantiere per la costruzione del nostro futuro, che consenta a Vicenza di mantenere il ruolo di locomotiva che le appartiene da decenni, è un’idea vincente. E voglio anche dire che la mia amministrazione, in questo cantiere, vorrà e saprà essere presente». Se son rose...
mercoledì 25 giugno 2008
Sole (e Borse) a picco
Borse a picco, sole cocente
Cominciano le vacanze
Dispaccio di primo pomeriggio di Radiocor: «Borse europee in netto ribasso a metà seduta di riflesso all'elevato prezzo del greggio. Gli indici hanno imboccato la strada discendente dopo che l'Opec ha preannunciato che non taglierà la produzione. I titoli piu venduti, ancora una volta, sono quelli del settore auto (-2,6% il sottoindice stoxx 600 del settore) e delle costruzioni (-2,5%). A Milano spicca il ribasso di Fiat (-6,3%), scivolata ai minimi del giugno 2006, sotto gli 11 euro per azione. Vanno male inoltre le azioni dei settori più ciclici, come le Luxottica (-4,5%), le Prysmian (-5%) e le Impregilo (-4%)».
Ripresa di metà pomeriggio: «Ampliano ulteriormente le perdite le Borse europee dopo la diffusione del dato di giugno sulla fiducia dei consumatori Usa, sceso a 50,4 punti contro i 57 punti previsti dagli analisti. Il Mibtel perde l'1,8%, il Dax l'1,6%, il Cac40 l'1,3%».
Notizie positive? È tornato il sole e stanno per cominciare le vacanze. Se riuscite a vendere le ultime azioni rimaste, un biglietto per la piscina comunale salta fuori.
Cominciano le vacanze
Dispaccio di primo pomeriggio di Radiocor: «Borse europee in netto ribasso a metà seduta di riflesso all'elevato prezzo del greggio. Gli indici hanno imboccato la strada discendente dopo che l'Opec ha preannunciato che non taglierà la produzione. I titoli piu venduti, ancora una volta, sono quelli del settore auto (-2,6% il sottoindice stoxx 600 del settore) e delle costruzioni (-2,5%). A Milano spicca il ribasso di Fiat (-6,3%), scivolata ai minimi del giugno 2006, sotto gli 11 euro per azione. Vanno male inoltre le azioni dei settori più ciclici, come le Luxottica (-4,5%), le Prysmian (-5%) e le Impregilo (-4%)».
Ripresa di metà pomeriggio: «Ampliano ulteriormente le perdite le Borse europee dopo la diffusione del dato di giugno sulla fiducia dei consumatori Usa, sceso a 50,4 punti contro i 57 punti previsti dagli analisti. Il Mibtel perde l'1,8%, il Dax l'1,6%, il Cac40 l'1,3%».
Notizie positive? È tornato il sole e stanno per cominciare le vacanze. Se riuscite a vendere le ultime azioni rimaste, un biglietto per la piscina comunale salta fuori.
Minimprese
ASSOCIAZIONI. Presentata ieri nella sede di via Fermi la nuova giunta di Assoartigiani
Pmi in aumento dimensioni in calo
Marino Smiderle
VICENZA
Giuseppe Sbalchiero ha vinto la sua battaglia personale ma la guerra vera è in corso e si fa ogni giorno più sanguinosa. La battaglia vinta è stata la rielezione alla presidenza dell’Associazione artigiani, la guerra in corso è quella della congiuntura economica che non lascia ben sperare per il futuro delle 26.979 imprese artigiane del Vicentino. Di questo, e di altro ancora, dovrà occuparsi la squadra che affiancherà Sbalchiero alla guida dell’associazione per i prossimi 4 anni.
Ieri, nella sede di via Fermi, il presidente ha presentato gli altri membri della giunta. «Siamo in sette - ha spiegato Sbalchiero - di cui tre nuovi di zecca, vale a dire Luigino Bari, Maria Teresa Faresin e Ruggero Garlani. Gli altri tre, Agostino Bonomo, Guerrino Mazzocco e Virginio Piva, proseguiranno col sottoscritto il lavoro avviato negli anni scorsi».
Sanate in fretta le cicatrici dello scontro interno, con Daniela Rader rimasta ferma a nove consensi contro i 23 del vincitore, Sbalchiero guarda avanti. I numeri del 2007 illustrano una situazione piuttosto rosea del pianeta artigiano vicentino con il numero di imprese in crescita, tanto tra quelle iscritte all’associazione, quanto a quelle non iscritte.Guardando ai numeri del 2002 e confrontandoli a quelli del 2007, si scopre che il numero delle imprese artigiane è passato da 26.132 a 26.979, con una crescita del 3,1 per cento. E se da un lato questo testimonia la vitalità del tessuto artigianale vicentino, dall’altro sembra condannare al nanismo le singole realtà. E infatti i primi segnali del 2008 non sono certo rosei.
«Piccolo non sarà più bello - osserva Sbalchiero - ma il dna della nostra terra è questo. Sì, qui non si esita a mettersi in proprio quando si pensa di poter portare avanti un’idea».
Il grafico parla chiaro: il 39 per cento delle imprese artigiane ha appena un addetto, mentre il 31 per cento di addetti ne ha 2 o 3. E in Assoartigiani? «Stiamo crescendo come numero di associati - rivela Sbalchiero - e ora siamo attorno a quota 21 mila. Piccola novità, l’ingresso di 35 ristoratori, diventati artigiani a tutti gli effetti». Dagli artigiani della tavola agli equilibristi della politica il passaggio, per Sbalchiero , è obbligato. A giorni, infatti, si dovrebbe ricominciare la sarabanda della consultazione per il rebus della Camera di commercio. «Con le ultime disposizioni della Regione - afferma - la nostra associazione guadagna di diritto un membro. In ogni caso noi siamo pronti a sederci al tavolo, anche perché entro 30 giorni dobbiamo rispondere alla Regione. Spero si faccia in fretta».
Pmi in aumento dimensioni in calo
Marino Smiderle
VICENZA
Giuseppe Sbalchiero ha vinto la sua battaglia personale ma la guerra vera è in corso e si fa ogni giorno più sanguinosa. La battaglia vinta è stata la rielezione alla presidenza dell’Associazione artigiani, la guerra in corso è quella della congiuntura economica che non lascia ben sperare per il futuro delle 26.979 imprese artigiane del Vicentino. Di questo, e di altro ancora, dovrà occuparsi la squadra che affiancherà Sbalchiero alla guida dell’associazione per i prossimi 4 anni.
Ieri, nella sede di via Fermi, il presidente ha presentato gli altri membri della giunta. «Siamo in sette - ha spiegato Sbalchiero - di cui tre nuovi di zecca, vale a dire Luigino Bari, Maria Teresa Faresin e Ruggero Garlani. Gli altri tre, Agostino Bonomo, Guerrino Mazzocco e Virginio Piva, proseguiranno col sottoscritto il lavoro avviato negli anni scorsi».
Sanate in fretta le cicatrici dello scontro interno, con Daniela Rader rimasta ferma a nove consensi contro i 23 del vincitore, Sbalchiero guarda avanti. I numeri del 2007 illustrano una situazione piuttosto rosea del pianeta artigiano vicentino con il numero di imprese in crescita, tanto tra quelle iscritte all’associazione, quanto a quelle non iscritte.Guardando ai numeri del 2002 e confrontandoli a quelli del 2007, si scopre che il numero delle imprese artigiane è passato da 26.132 a 26.979, con una crescita del 3,1 per cento. E se da un lato questo testimonia la vitalità del tessuto artigianale vicentino, dall’altro sembra condannare al nanismo le singole realtà. E infatti i primi segnali del 2008 non sono certo rosei.
«Piccolo non sarà più bello - osserva Sbalchiero - ma il dna della nostra terra è questo. Sì, qui non si esita a mettersi in proprio quando si pensa di poter portare avanti un’idea».
Il grafico parla chiaro: il 39 per cento delle imprese artigiane ha appena un addetto, mentre il 31 per cento di addetti ne ha 2 o 3. E in Assoartigiani? «Stiamo crescendo come numero di associati - rivela Sbalchiero - e ora siamo attorno a quota 21 mila. Piccola novità, l’ingresso di 35 ristoratori, diventati artigiani a tutti gli effetti». Dagli artigiani della tavola agli equilibristi della politica il passaggio, per Sbalchiero , è obbligato. A giorni, infatti, si dovrebbe ricominciare la sarabanda della consultazione per il rebus della Camera di commercio. «Con le ultime disposizioni della Regione - afferma - la nostra associazione guadagna di diritto un membro. In ogni caso noi siamo pronti a sederci al tavolo, anche perché entro 30 giorni dobbiamo rispondere alla Regione. Spero si faccia in fretta».
martedì 24 giugno 2008
Sicuramente
SICUREZZA SUL LAVORO. Gaetano Marangoni illustra il suo programma e lancia la proposta
«Ora tocca al sindacato
aprire una fase nuova»
Marino Smiderle
VICENZA
«Aperta parentesi: cari colleghi, vi esorto a impegnarvi sul fronte della sicurezza nell’ambiente di lavoro. Chiusa parentesi». Così si espresse, nel segreto, si fa per dire, dell’assemblea privata, Roberto Zuccato, neopresidente di Confindustria Vicenza, mentre esponeva il suo programma per il prossimo quadriennio. E per dare spessore a queste parentesi così importanti Zuccato ha voluto dare una delega specifica a Gaetano Marangoni, a cui spetterà dunque il compito di sensibilizzare la categoria e fare tutto, ma proprio tutto il possibile per prevenire gli incidenti sul luogo di lavoro.
«La mia fortuna è che Vicenza non parte certo da zero su questo argomento - esordisce Marangoni - perché Assindustria ha lavorato molto anche negli anni passati per fare in modo che tutte le aziende associate fossero in regola con le stringenti normative in materia di sicurezza. Resta il fatto che, in tema di sicurezza, non bisogna mai stare fermi e per prevenire occorre migliorare continuamente».
Di qui l’intenzione di Marangoni di stilare una scaletta di interventi per tener alta la guardia e coinvolgere le aziende in una politica di prevenzione generalizzata.
«Volendo riassumere quello che sarà il mio programma - spiega Marangoni - bastano tre parole: informazione, formazione e organizzazione. Perché se hai informato bene il titolare dell’azienda ci sono molte probabilità che quest’ultimo sia in condizione di capire l’importanza della formazione dei propri dipendenti. Va da sè che, a seconda del settore in cui opera l’azienda, l’ultimo passo è quello di procedere a un processo organizzativo interno capace di ridurre la probabilità di incidenti alla mera fatalità, che purtroppo non è possibile escludere».
Non ci sono, ovviamente, solo gli imprenditori a doversi occupare di sicurezza. «E una delle difficoltà maggiori - rivela Marangoni - è proprio quella di trovare un linguaggio comune con tutti i soggetti che, come noi, sono chiamati a gestire il problema della sicurezza sul lavoro. E se con lo Spisal (Servizio di prevenzione igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro), abbiamo stabilito un rapporto di reciproco servizio, di collaborazione, ovviamente le rispetto dei ruoli, resta da lavorare nel dialogo col sindacato».
Eccolo qui il punto che Marangoni si incaricherà di approfondire nel corso della prima parte del suo mandato. Perché è vero che, a livello regionale, Confindustria e Cgil, Cisl e Uil hanno firmato una sorta di protocollo d’intesa, ma è anche vero che sono le territoriali a dover dare concretezza agli accordi.
«Io credo che anche il sindacato debba aprire una fase nuova - osserva Marangoni - e superare la vecchia concezione secondo cui il lavoratore deve avere sicurezza e il datore di lavoro deve fornirla. La nuova normativa europea, che tra l’altro prevede la responsabilità penale e amministrativa per chi la trasgredisce, considera la sicurezza come il risultato dei comportamenti da parte di tutti i soggetti coinvolti.. In questo senso il sindacato deve trasferire ai lavoratori la nuova concezione di sicurezza, attraverso un’adeguata opera informativa».
Prossima probabile puntata, un incontro tra Confindustria Vicenza e sindacati. La sicurezza è affare di tutti.
«Ora tocca al sindacato
aprire una fase nuova»
Marino Smiderle
VICENZA
«Aperta parentesi: cari colleghi, vi esorto a impegnarvi sul fronte della sicurezza nell’ambiente di lavoro. Chiusa parentesi». Così si espresse, nel segreto, si fa per dire, dell’assemblea privata, Roberto Zuccato, neopresidente di Confindustria Vicenza, mentre esponeva il suo programma per il prossimo quadriennio. E per dare spessore a queste parentesi così importanti Zuccato ha voluto dare una delega specifica a Gaetano Marangoni, a cui spetterà dunque il compito di sensibilizzare la categoria e fare tutto, ma proprio tutto il possibile per prevenire gli incidenti sul luogo di lavoro.
«La mia fortuna è che Vicenza non parte certo da zero su questo argomento - esordisce Marangoni - perché Assindustria ha lavorato molto anche negli anni passati per fare in modo che tutte le aziende associate fossero in regola con le stringenti normative in materia di sicurezza. Resta il fatto che, in tema di sicurezza, non bisogna mai stare fermi e per prevenire occorre migliorare continuamente».
Di qui l’intenzione di Marangoni di stilare una scaletta di interventi per tener alta la guardia e coinvolgere le aziende in una politica di prevenzione generalizzata.
«Volendo riassumere quello che sarà il mio programma - spiega Marangoni - bastano tre parole: informazione, formazione e organizzazione. Perché se hai informato bene il titolare dell’azienda ci sono molte probabilità che quest’ultimo sia in condizione di capire l’importanza della formazione dei propri dipendenti. Va da sè che, a seconda del settore in cui opera l’azienda, l’ultimo passo è quello di procedere a un processo organizzativo interno capace di ridurre la probabilità di incidenti alla mera fatalità, che purtroppo non è possibile escludere».
Non ci sono, ovviamente, solo gli imprenditori a doversi occupare di sicurezza. «E una delle difficoltà maggiori - rivela Marangoni - è proprio quella di trovare un linguaggio comune con tutti i soggetti che, come noi, sono chiamati a gestire il problema della sicurezza sul lavoro. E se con lo Spisal (Servizio di prevenzione igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro), abbiamo stabilito un rapporto di reciproco servizio, di collaborazione, ovviamente le rispetto dei ruoli, resta da lavorare nel dialogo col sindacato».
Eccolo qui il punto che Marangoni si incaricherà di approfondire nel corso della prima parte del suo mandato. Perché è vero che, a livello regionale, Confindustria e Cgil, Cisl e Uil hanno firmato una sorta di protocollo d’intesa, ma è anche vero che sono le territoriali a dover dare concretezza agli accordi.
«Io credo che anche il sindacato debba aprire una fase nuova - osserva Marangoni - e superare la vecchia concezione secondo cui il lavoratore deve avere sicurezza e il datore di lavoro deve fornirla. La nuova normativa europea, che tra l’altro prevede la responsabilità penale e amministrativa per chi la trasgredisce, considera la sicurezza come il risultato dei comportamenti da parte di tutti i soggetti coinvolti.. In questo senso il sindacato deve trasferire ai lavoratori la nuova concezione di sicurezza, attraverso un’adeguata opera informativa».
Prossima probabile puntata, un incontro tra Confindustria Vicenza e sindacati. La sicurezza è affare di tutti.
Manifattura forever
L’INTERVISTA a ROBERTO ZUCCATOMercoledì il presidente guiderà l’assemblea dell’Associazione industriali davanti alla Marcegaglia
«Università e Cuoa:
c’è un grande piano»
di Marino Smiderle
Pronti, via. E Roberto Zuccato ha subito capito cosa voglia dire essere l’inquilino di turno di palazzo Bonin Longare.
Lo tirano per la giacchetta un po’ tutti, quasi fosse un talismano, quasi fosse un dispensatore di soluzioni certe ai tanti problemi complicati di cui è lastricata Vicenza, intesa come città e come provincia.
Mercoledì, 25 giugno sarà il giorno della sua prima assemblea pubblica, il giorno in cui salirà sul palco del nuovo teatro e, guardando tutti i colleghi, Emma Marcegaglia compresa, comodamente seduti sulle poltroncine ideate e prodotte dalla sua Ares Line, proverà a riassumere in poche cartelle la sua visione dell’industria vicentina.
Presidente Zuccato, partiamo dal titolo dell’assemblea, "VicenzaFabbricaFuturo: le nuove frontiere del manifatturiero in un mondo che sta cambiando". Per vincere la sfida globale Vicenza deve restare manifatturiera?
Non credo ci siano dubbi. La manifattura è il dna della nostra economia e, ci piaccia o no, non possiamo cambiarlo. E non dobbiamo cambiarlo. Vicenza è una delle capitali della manifattura e se noi siamo la terza associazione industriali d’Italia lo dobbiamo alle nostre fabbriche.
Però dicono che adesso la manifattura vince nelle economie di Cina, di India, aggressive in termini di prezzi. Vicenza come fa a reggere la concorrenza?
Le parole innovazione, formazione e, perché no, fantasia non si trovano nel vocabolario a caso. Io sono convinto che noi dobbiamo applicare al nostro settore di base queste parole d’ordine. In buona parte lo abbiamo già fatto e le risposte sono state positive.
E si può fare con le piccole e medie imprese che caratterizzano il tessuto industriale della provincia di Vicenza?
Io penso che tutti noi dovremmo sforzarci di lavorare in una logica di aggregazione, di crescita dimensionale. Anche questo è un tema che toccherò nella mia relazione e che rientra nel programma che ho presentato agli associati.
Ma gli imprenditori vicentini sono pronti a fare qualche passo in questa direzione?
Dobbiamo farlo, se vogliamo restare sul mercato con l’ambizione di recitare un ruolo da protagonisti.
Lei è un po’ una mosca bianca al riguardo, avendo aperto il capitale della sua azienda a un fondo di private equity. Pensa che sia un modello da seguire?
Ogni azienda fa storia a sè. Certo, la filosofia di essere pronti a condividere un progetto più grande con altri investitori mi pare la strada obbligata. È successo che, mentre spiegavo questo concetto ad altri colleghi, qualcuno abbia reagito con un "io preferisco essere padrone a casa mia" che non è esattamente l’approccio ideale.
Guardando a questa prima raffica di impegni da presidente di Confindustria che l’ha investita, alzi la mano destra e dica lo giuro: accetterebbe di nuovo la proposta di guidare l’associazione?
Sapevo che l’impegno era tosto e devo dire che il primo periodo ha confermato la mia consapevolezza con gli interessi. Certe volte vado a casa con la testa che gira ma la missione è stimolante e, con i colleghi che hanno aderito a questo progetto, sono convinto che faremo un buon lavoro.
Che differenza c’è tra fare il capo di un’azienda e il capo di un’associazione importante come Confindustria Vicenza?
Che in azienda spesso due più due fa quattro, nel senso che i problemi, per quanto complessi, rientrano in una tematica circoscritta, che si può dominare. In associazione la soluzione spesso non c’è. Si ha a che fare con tante persone, è un ruolo, come dire, più politico, e non sempre si possono trovare soluzioni immediate e oggettive. E devo dire che, in fondo, è anche per questo che il ruolo è così appassionante.
Quando parla di soluzioni immediate e oggettive viene in mente la Camera di commercio di Vicenza. Riuscirete a sistemare le cose prima delle vacanze estive?
La Regione ha da poco inviato alle categorie economiche le nuove regole di composizione dell’ente. Ci stiamo lavorando tutti e c’è la volontà di chiudere la questione quanto prima. Diciamo che la nomina del presidente della Camera di commercio è una delle priorità che mi sono dato, e che si sono dati anche gli altri rappresentanti delle categorie.
Tra le priorità del suo programma c’è anche la questione della formazione. Avete pensato cosa intendete fare con l’università e con il Cuoa?
Abbiamo in mente di fare qualcosa di grande. I dettagli li sveleremo più avanti, quel che posso dire ora è che Confindustria Vicenza vuole recitare un ruolo di primo piano sia in università che all’interno del Cuoa.
Mercoledì ci sarà anche Emma Marcegaglia al suo debutto ufficiale da presidente. Come sono i rapporti con la presidente nazionale?
Ottimi, naturalmente. Credo che Emma abbia i numeri per essere l’erede ideale di Luca di Montezemolo.
Buone vacanze
PORTAFOGLIO
Vacanze care
Non ci resta
che spendere
di Marino Smiderle
L’estate è arrivata ma, stando alle varie preoccupate rilevazioni statistiche diffuse dai media, gli italiani che andranno in vacanza saranno molti meno che in passato. La pagina "I nostri soldi", invece, conferma le sane abitudini e stacca per un paio di mesi. Tornerà a settembre, speriamo con notizie migliori dal mondo del risparmio. Sì, perché se quest’estate gli italiani che andranno in villeggiatura saranno pochi vuol dire che stiamo diventando più poveri. Su queste colonne di solito si danno indicazioni su qual è il modo migliore per risparmiare: stavolta, visti i tempi cupi, cambiamo prospettiva e diamo qualche dritta sul modo migliore per dilapidare un po’ di soldi messi da parte in questo periodo di vacche magre.
PAZZA GIOIA
Dice, la Borsa scende, l’inflazione sale, lo stipendio resta fermo: praticamente il potere di acquisto è andato a donne di facili costumi. Vero, però se le cose dovessero proseguire su questa china (dio ce ne scampi), il rischio è che i soldi tenuti in naftalina in banca diventino davvero carta straccia. Conseguenza inevitabile: se non li spendete ora, domani potrebbe essere troppo tardi. Eh sì, il consiglio incosciente è di darsi alla pazza gioia sul ponte del Titanic, sparando le ultime cartucce prima che la nave affondi. Perché, se poi affonda per davvero, almeno vi sarete divertiti; se invece arriva la miracolosa ripresa, non avrete di che preoccuparvi, ripartiremo tutti.
VACANZE
Il fatto che non ci siano soldi in giro si riflette anche sulle occasioni che si presentano sul mercato delle vacanze. Ci sono pacchetti per tutte le tasche e, paradossalmente, più lontano andate, meno spendete. Eppure, visto che nessuno prenota, non prenotate neppure voi. Voglio dire, se non avevate intenzione di partire e, all’ultimo momento, cambiate idea, il mercato del last minute offre delle opportunità convenienti. Cioè, pazza gioia con due euro. Mica male. La destinazione? Non fate gli schizzinosi, prendete quel che passa il convento e, magari, farete l'affare della vita e passerete l’estate più divertente da qualche secolo in qua.
BOT
Certo, se avete investito in Borsa con l’obiettivo di far saltare fuori il gruzzolo per le vacanze, beh, non avete grandi chance di andare molto più in là del bar del paese. Se invece, come da mesi si scrive anche su queste colonne, vi siete imbarcati sulle scialuppe sicure dei titoli di stato, un quattro stelle non ve lo leva nessuno. Magari una settimana invece di due, ma il vecchio e sano Bot il suo dovere lo ha fatto e vi ha tenuti miracolosamente agganciati all’andamento dell’inflazione ufficiale. L’inflazione vera? Ragazzi, i Bot fanno miracoli ma non potete pretendere la luna. Spendete adesso quel che potete, perché domani, se l’inflazione fa un altro saltarello in avanti, col vostro gruzzolo risparmiato con lacrime e sangue comprerete pane secco e acqua non gasata.
CONTANTE
Avete visto, poi, la legge che impone di non fate transazioni in contanti sopra una certa cifra? Era destino che, in Italia, per convincere la gente a fare i propri interessi ci dovesse essere un decreto legge. Sì, perché nessuno ha ancora capito che è interesse di tutti (tranne che degli evasori fiscali) ridurre al minimo le spese in contante. Oddio, andare a prendere il giornale e il pane con la carta di credito, per quanto i prezzi siano saliti, è ancora scomodo. Però quando l’albergatore vi presenterà il conto delle vacanze evitate di gettare sul bancone una montagna di banconote. Primo, perché, essendo rischioso girare per la spiaggia con gli slip gonfi di euro, potreste avere la sorpresa di non vedervi scippati di cotanta ricchezza; secondo, perché pagando con la carta di credito potete permettervi di aspettare che arrivi l’accredito dello stipendio e, per un mesetto, vivere, appunto, a credito. Certo, visto che su quel pagamento l’albergatore ci rimette qualcosina (la commissione dovuta all’emittente della carta di credito), può essere che non vi faccia alcuno sconto. Il punto è che lo sconto, con i chiari di luna che ci sono, non ve l’avrebbe fatto comunque.
IL RITORNO
A settembre, poi, quando tornate, riparleremo di risparmi. Per adesso, buone vacanze spendaccione.
Vacanze care
Non ci resta
che spendere
di Marino Smiderle
L’estate è arrivata ma, stando alle varie preoccupate rilevazioni statistiche diffuse dai media, gli italiani che andranno in vacanza saranno molti meno che in passato. La pagina "I nostri soldi", invece, conferma le sane abitudini e stacca per un paio di mesi. Tornerà a settembre, speriamo con notizie migliori dal mondo del risparmio. Sì, perché se quest’estate gli italiani che andranno in villeggiatura saranno pochi vuol dire che stiamo diventando più poveri. Su queste colonne di solito si danno indicazioni su qual è il modo migliore per risparmiare: stavolta, visti i tempi cupi, cambiamo prospettiva e diamo qualche dritta sul modo migliore per dilapidare un po’ di soldi messi da parte in questo periodo di vacche magre.
PAZZA GIOIA
Dice, la Borsa scende, l’inflazione sale, lo stipendio resta fermo: praticamente il potere di acquisto è andato a donne di facili costumi. Vero, però se le cose dovessero proseguire su questa china (dio ce ne scampi), il rischio è che i soldi tenuti in naftalina in banca diventino davvero carta straccia. Conseguenza inevitabile: se non li spendete ora, domani potrebbe essere troppo tardi. Eh sì, il consiglio incosciente è di darsi alla pazza gioia sul ponte del Titanic, sparando le ultime cartucce prima che la nave affondi. Perché, se poi affonda per davvero, almeno vi sarete divertiti; se invece arriva la miracolosa ripresa, non avrete di che preoccuparvi, ripartiremo tutti.
VACANZE
Il fatto che non ci siano soldi in giro si riflette anche sulle occasioni che si presentano sul mercato delle vacanze. Ci sono pacchetti per tutte le tasche e, paradossalmente, più lontano andate, meno spendete. Eppure, visto che nessuno prenota, non prenotate neppure voi. Voglio dire, se non avevate intenzione di partire e, all’ultimo momento, cambiate idea, il mercato del last minute offre delle opportunità convenienti. Cioè, pazza gioia con due euro. Mica male. La destinazione? Non fate gli schizzinosi, prendete quel che passa il convento e, magari, farete l'affare della vita e passerete l’estate più divertente da qualche secolo in qua.
BOT
Certo, se avete investito in Borsa con l’obiettivo di far saltare fuori il gruzzolo per le vacanze, beh, non avete grandi chance di andare molto più in là del bar del paese. Se invece, come da mesi si scrive anche su queste colonne, vi siete imbarcati sulle scialuppe sicure dei titoli di stato, un quattro stelle non ve lo leva nessuno. Magari una settimana invece di due, ma il vecchio e sano Bot il suo dovere lo ha fatto e vi ha tenuti miracolosamente agganciati all’andamento dell’inflazione ufficiale. L’inflazione vera? Ragazzi, i Bot fanno miracoli ma non potete pretendere la luna. Spendete adesso quel che potete, perché domani, se l’inflazione fa un altro saltarello in avanti, col vostro gruzzolo risparmiato con lacrime e sangue comprerete pane secco e acqua non gasata.
CONTANTE
Avete visto, poi, la legge che impone di non fate transazioni in contanti sopra una certa cifra? Era destino che, in Italia, per convincere la gente a fare i propri interessi ci dovesse essere un decreto legge. Sì, perché nessuno ha ancora capito che è interesse di tutti (tranne che degli evasori fiscali) ridurre al minimo le spese in contante. Oddio, andare a prendere il giornale e il pane con la carta di credito, per quanto i prezzi siano saliti, è ancora scomodo. Però quando l’albergatore vi presenterà il conto delle vacanze evitate di gettare sul bancone una montagna di banconote. Primo, perché, essendo rischioso girare per la spiaggia con gli slip gonfi di euro, potreste avere la sorpresa di non vedervi scippati di cotanta ricchezza; secondo, perché pagando con la carta di credito potete permettervi di aspettare che arrivi l’accredito dello stipendio e, per un mesetto, vivere, appunto, a credito. Certo, visto che su quel pagamento l’albergatore ci rimette qualcosina (la commissione dovuta all’emittente della carta di credito), può essere che non vi faccia alcuno sconto. Il punto è che lo sconto, con i chiari di luna che ci sono, non ve l’avrebbe fatto comunque.
IL RITORNO
A settembre, poi, quando tornate, riparleremo di risparmi. Per adesso, buone vacanze spendaccione.
Africa sempre più nera
AFRICA. Nel Paese che si è distinto per democrazia e assenza di colpi di stato c’è malessere
Se le barche
del Senegal affondano
di Marino Smiderle
È un momento complicato per l’Africa. Anche se, a dire la verità, è difficile ricordare qualche periodo di relativa pace e tranquillità per il Continente Nero. Non è tanto lo scandalo inverecondo dello Zimbabwe, un paese distrutto dall’abominevole comportamento di personaggi impresentabili come Robert Mugabe, che dribbla le sconfitte elettorali cacciando in prigione gli avversari politici (vedi il caso di Morgan Tsvangirai). Alle angherie di certi "stati", purtroppo, siamo abituati. Il guaio è che cominciano a scivolare anche paesi ritenuti degli esempi da seguire per tutto il continente. Prima le sanguinose battaglie tribali avvenute in Kenya e adesso, segnalate da un reportage sul New York Times di Lydia Polgreen, pure la sbandata del Senegal: più che complicato, il momento è più nero del continente stesso
«Vista dall’alto - scrive Lydia Polgreen in una sua corrispondenza da Dakar per il New York Times - questa città sembra una metropoli in movimento, un frizzante quadrilatero in fronte all’Atlantico. Le auto sfrecciano su una autostrada nuova di zecca a quattro corsie che si srotola fino alle aspre scogliere. Le gru punteggiano l’orizzonte, intente a costruire hotel di lusso e centri congressi, così come gli investitori di Dubai rilanciano il porto della città, sperando di trasformarlo in un hub altamente tecnologico per tutta la regione».
Fin qui, pare proprio che non ci sia nulla di negativo da segnalare, anzi. Sembrerebbe una testimonianza di quanto vivace sia l’economia africana, che in effetti negli ultimi anni si è mossa più vivacemente che nel resto del mondo, partendo però da posizioni di retroguardia. «Ma è quando che ci si muove sulle strade di Dakar che l’impressione cambia - prosegue Polgreen -. Giovani disoccupati affollano i bordi delle nuove autostrade, cercando di guadagnare qualcosa vendendo schede telefoniche, anacardi e calcolatori made in China a chi passa da quelle parti. Il porto è pieno di cibo importato che è fuori dalla portata della maggior parte dei senegalesi. Dakar sarà presto inondata di hotel a 5 stelle, ma l’aumento dei prezzi degli affitti ha spinto i poveri e pure coloro che si ritenevano middle-class ad andare ad abitare in poco salubri baracche».
Vabbè, siamo in Africa, dov’è la novità? Il punto è che il Senegal, ex colonia francese, è uno dei pochi stati africani che non ha mai conosciuto il significato della parola "colpo di stato" e che, 48 anni fa, si è guadagnato la sua indipendenza senza problemi e diventando una democrazia invidiata dalla maggior parte dei paesi confinanti. «Se le difficoltà e le tensioni stanno angustiando il Senegal - si chiede l’inviata del New York Times - un’ex colonia francese che non ha mai visto un colpo di stato o un governo militare e per 48 anni è stata una delle più stabili, pacifiche e durature democrazie in una regione da sempre afflitta da tirannia e conflitti, che cosa potrà succedere ai molto più scalcagnati paesi confinanti?».
Sul banco degli imputati molti esponenti della classe dirigente senegalese interpellati da Polgreen mettono l’ottuagenario presidente, Abdoulaye Wade. «La grande coalizione dei partiti di opposizione che portarono Wade alla guida del governo dopo 40 anni di potere socialista - scrive il New York Times - si è squagliata». E questo è in gran parte dovuto all’eccessiva corruzione di cui è impregnato l’attuale governo. Aggiungiamoci a questo il tentativo del presidente di rendere più o meno perpetuo il suo potere studiando un sistema per far succedere il figlio Karim al timone del paese, e il malcontento generale è presto spiegato.
Domanda da un milione di dollari (a cui la storia, finora, non è mai stata in grado di rispondere): come si fa a tirar fuori l’Africa dal gorgo di povertà e degrado in cui si è cacciata? Le prime risposte arrivano da un paese che non si fa il minimo scrupolo umanitario quando è il momento di fare business: la Cina.
Sì, la Cina, affamata di materie prime, sta letteralmente colonizzando l’Africa. «Come un tempo Parigi e Londra, Bruxelles e Berlino - scrive Marc Goergen in un reportage pubblicato dal Corriere Magazine - così è oggi Pechino, soprattutto interessata a conquistare materie prime nel modo meno oneroso possibile per la sua economia. Lo sviluppo del continente gli interessa poco. L’alleanza tra "la Cina, il più grande Paese in via di sviluppo, e l’Africa, il continente con il maggior numero di paesi in via di sviluppo", come l’ha definita una volta il presidente cinese Jiang Zemin, non va oltre la retorica. Persino dai progetti "modello" tra cinesi e africani, questi ultimi non guadagnano nulla».
Scene già viste, concetti già sentiti: il paese (neo) ricco che sfrutta il povero con l’anello al naso. Verrebbe da dire, meglio uno sfruttamento controllato, magari guidato dai politici del luogo, piuttosto che la carità pelosa capace solo di condannare l’Africa a un futuro di sottosviluppo cronico. Il guaio è che questi politici avveduti non ci sono, nemmeno nell’avanzato Senegal. «Sempre più economisti e imprenditori africani guardano con scetticismo a questo sfruttamento dei loro paesi - scrive Goergen -. La Cina non punta solamente alle materie prime, ma anche ai mercati. Nella capitale dello Zambia, Lusaka, a Kinshasa o a Johannesburg abiti della Repubblica Popolare invadono le città a basso prezzo. La concorrenza locale non ha chance. Solo nello Zambia, su 34 tessili, un tempo supporto dell’economia, ne sopravvivono 10. I governi africani invece si mostrano instancabilmente entusiasti dei nuovi amici. E Pechino ricambia trattando coi guanti i dittatori del continente nero». Di fronte a questo andazzo, anche chi dittatore non è (vedi il caso Wade in Senegal), si sente autorizzato a deviare dalla retta via per intraprendere la scorciatoia della corruzione. Buona fortuna, Africa.
Se le barche
del Senegal affondano
di Marino Smiderle
È un momento complicato per l’Africa. Anche se, a dire la verità, è difficile ricordare qualche periodo di relativa pace e tranquillità per il Continente Nero. Non è tanto lo scandalo inverecondo dello Zimbabwe, un paese distrutto dall’abominevole comportamento di personaggi impresentabili come Robert Mugabe, che dribbla le sconfitte elettorali cacciando in prigione gli avversari politici (vedi il caso di Morgan Tsvangirai). Alle angherie di certi "stati", purtroppo, siamo abituati. Il guaio è che cominciano a scivolare anche paesi ritenuti degli esempi da seguire per tutto il continente. Prima le sanguinose battaglie tribali avvenute in Kenya e adesso, segnalate da un reportage sul New York Times di Lydia Polgreen, pure la sbandata del Senegal: più che complicato, il momento è più nero del continente stesso
«Vista dall’alto - scrive Lydia Polgreen in una sua corrispondenza da Dakar per il New York Times - questa città sembra una metropoli in movimento, un frizzante quadrilatero in fronte all’Atlantico. Le auto sfrecciano su una autostrada nuova di zecca a quattro corsie che si srotola fino alle aspre scogliere. Le gru punteggiano l’orizzonte, intente a costruire hotel di lusso e centri congressi, così come gli investitori di Dubai rilanciano il porto della città, sperando di trasformarlo in un hub altamente tecnologico per tutta la regione».
Fin qui, pare proprio che non ci sia nulla di negativo da segnalare, anzi. Sembrerebbe una testimonianza di quanto vivace sia l’economia africana, che in effetti negli ultimi anni si è mossa più vivacemente che nel resto del mondo, partendo però da posizioni di retroguardia. «Ma è quando che ci si muove sulle strade di Dakar che l’impressione cambia - prosegue Polgreen -. Giovani disoccupati affollano i bordi delle nuove autostrade, cercando di guadagnare qualcosa vendendo schede telefoniche, anacardi e calcolatori made in China a chi passa da quelle parti. Il porto è pieno di cibo importato che è fuori dalla portata della maggior parte dei senegalesi. Dakar sarà presto inondata di hotel a 5 stelle, ma l’aumento dei prezzi degli affitti ha spinto i poveri e pure coloro che si ritenevano middle-class ad andare ad abitare in poco salubri baracche».
Vabbè, siamo in Africa, dov’è la novità? Il punto è che il Senegal, ex colonia francese, è uno dei pochi stati africani che non ha mai conosciuto il significato della parola "colpo di stato" e che, 48 anni fa, si è guadagnato la sua indipendenza senza problemi e diventando una democrazia invidiata dalla maggior parte dei paesi confinanti. «Se le difficoltà e le tensioni stanno angustiando il Senegal - si chiede l’inviata del New York Times - un’ex colonia francese che non ha mai visto un colpo di stato o un governo militare e per 48 anni è stata una delle più stabili, pacifiche e durature democrazie in una regione da sempre afflitta da tirannia e conflitti, che cosa potrà succedere ai molto più scalcagnati paesi confinanti?».
Sul banco degli imputati molti esponenti della classe dirigente senegalese interpellati da Polgreen mettono l’ottuagenario presidente, Abdoulaye Wade. «La grande coalizione dei partiti di opposizione che portarono Wade alla guida del governo dopo 40 anni di potere socialista - scrive il New York Times - si è squagliata». E questo è in gran parte dovuto all’eccessiva corruzione di cui è impregnato l’attuale governo. Aggiungiamoci a questo il tentativo del presidente di rendere più o meno perpetuo il suo potere studiando un sistema per far succedere il figlio Karim al timone del paese, e il malcontento generale è presto spiegato.
Domanda da un milione di dollari (a cui la storia, finora, non è mai stata in grado di rispondere): come si fa a tirar fuori l’Africa dal gorgo di povertà e degrado in cui si è cacciata? Le prime risposte arrivano da un paese che non si fa il minimo scrupolo umanitario quando è il momento di fare business: la Cina.
Sì, la Cina, affamata di materie prime, sta letteralmente colonizzando l’Africa. «Come un tempo Parigi e Londra, Bruxelles e Berlino - scrive Marc Goergen in un reportage pubblicato dal Corriere Magazine - così è oggi Pechino, soprattutto interessata a conquistare materie prime nel modo meno oneroso possibile per la sua economia. Lo sviluppo del continente gli interessa poco. L’alleanza tra "la Cina, il più grande Paese in via di sviluppo, e l’Africa, il continente con il maggior numero di paesi in via di sviluppo", come l’ha definita una volta il presidente cinese Jiang Zemin, non va oltre la retorica. Persino dai progetti "modello" tra cinesi e africani, questi ultimi non guadagnano nulla».
Scene già viste, concetti già sentiti: il paese (neo) ricco che sfrutta il povero con l’anello al naso. Verrebbe da dire, meglio uno sfruttamento controllato, magari guidato dai politici del luogo, piuttosto che la carità pelosa capace solo di condannare l’Africa a un futuro di sottosviluppo cronico. Il guaio è che questi politici avveduti non ci sono, nemmeno nell’avanzato Senegal. «Sempre più economisti e imprenditori africani guardano con scetticismo a questo sfruttamento dei loro paesi - scrive Goergen -. La Cina non punta solamente alle materie prime, ma anche ai mercati. Nella capitale dello Zambia, Lusaka, a Kinshasa o a Johannesburg abiti della Repubblica Popolare invadono le città a basso prezzo. La concorrenza locale non ha chance. Solo nello Zambia, su 34 tessili, un tempo supporto dell’economia, ne sopravvivono 10. I governi africani invece si mostrano instancabilmente entusiasti dei nuovi amici. E Pechino ricambia trattando coi guanti i dittatori del continente nero». Di fronte a questo andazzo, anche chi dittatore non è (vedi il caso Wade in Senegal), si sente autorizzato a deviare dalla retta via per intraprendere la scorciatoia della corruzione. Buona fortuna, Africa.
sabato 21 giugno 2008
Made in Vicenza
LO STUDIO. Esce in questi giorni “Made in Vicenza”, il volume che fa la radiografia alle aziende vicentine più significativeLe migliori mille imprese
fanno un miliardo di utile
Marino Smiderle
VICENZA
La fotografia è stata scattata alla fine del 2006 e mostra un tessuto aziendale vicentino di pregiata fattura. È quello che balza agli occhi leggendo i numeri esposti in "Made in Vicenza", la pubblicazione annuale, edita da Bergamo 15 srl e diretta da Mario Zambetti, che fa i conti in tasca al sistema imprenditoriale berico.
«Nel 2006 le aziende vicentine sono tornate a fare faville - spiega Zambetti - mettendo in cascina un altro esercizio coi fiocchi allargando di quasi il 30% il risultato dell'anno prima a parità di perimetro (cioè le 1.000 maggiori imprese del 2006 e del 2005) e aggiungendovi ulteriori 131 milioni realizzati da altre 197 aziende».
Per essere precisi, la lente d’ingrandimento di Zambetti si è appoggiata sui risultati di 1.197 imprese, comprese tra i 1.426,6 milioni del consolidato delle Acciaierie Beltrame di Vicenza e i 6,452 milioni della Francom di Cassola (più altre 6 imprese con fatturati inferiori compresi tra i 6,2 milioni della P Service di Marano e i 3,2 della Alco International di Vicenza).
«La redditività totale delle aziende esaminate - spiega Zambetti - è molto vicina al miliardo. Una cifra che, muovendosi di pari passo con gli altri buoni indici gestionali, tiene il "made in Vicenza" al riparo da oscillazioni troppo marcate in ambito triveneto dove le gerarchie subiscono i loro assestamenti anche a seguito dell'allargamento dell'area di confronto che quest'anno comprende per la prima volta Udine, Bolzano e Trento per un totale di 11 province anziché 8».
Guardando alle graduatorie stilate da Made in Vicenza, balza agli occhi come salti da 11 a 25 del numero delle "star", di quelle cioè capaci di soddisfare contemporaneamente tre condizioni: fatturato di almeno 20 milioni di euro, crescita annuale dei ricavi oltre la soglia del 20 per cento e indice utile/fatturato superiore al 5 per cento.
Tra queste, il primo posto se lo aggiudica la Amenduni Nicola, con un indice utile/fatturato pari al 18,8 per cento. In realtà, pur avendo la sede legale a amministrativa alle Acciaierie Valbruna, lo stabilimento di Nicola Amenduni riservato alla produzione di macchine olearie ha sede in Puglia. Scendendo, si fa per dire, in classifica, al secondo posto si piazza la Binotto di Dueville, azienda produttrice di sistemi idraulici per motrici, rimorchi e semirimorchi ribaltabili, col 16,7 per cento e al terzo la Telwin di Villaverla (saldatrici, sistemi di taglio, caricabatterie) col 14,3 per cento.
Un dato, infine, caratterizza Vicenza rispetto al Nord Est: è la provincia che ha il più alto numero di imprese (524) con almeno 15 milioni di fatturato.
giovedì 19 giugno 2008
Il latte è Centrale
LO STABILIMENTO. Lo stato maggiore della società torinese ha presentato ieri in anteprima il sito di via Faedo che sarà inaugurato sabato
Così a Vicenza
il latte diventa
più Centrale
di Marino Smiderle
«Ci credete adesso?». Sì, Vicenza ci crede, i torinesi sono stati di parola. Magari con un po’ di ritardo («la colpa è della pazzesca burocrazia») ma il risultato è da circoletto rosso. Uno stabilimento di prim’ordine, all’avanguardia da tutti i punti di vista, estetica compresa, e pronto a produrre 900 quintali di latte fresco, 160 quintali di panna, 400 quintali di latte Uht e 200 quintali di yogurt al giorno.
Benvenuti alla Centrale del latte di Vicenza, nuova di zecca, bella ed efficiente. «Spero che adesso non si ripeta più il ritornello di Torino che si porta via lo storico marchio vicentino - attacca Luigi Luzzati, presidente del gruppo Centrale del latte di Torino - e che nessuno pensi che la città abbia un nuovo teatro solo perché ha venduto la Centrale del latte. Il vantaggio dei vicentini è palpabile: sei anni dopo hanno sia il teatro che la centrale del latte nuovi. Meglio di così...».
Come dar torto a Luzzati. Il giro istruttivo all’interno dello stabilimento di via Alessandro Faedo (12 mila metri quadrati coperti su un’area di 60 mila metri), aperitivo dell’inaugurazione ufficiale prevista per sabato 21 giugno, aiuta a capire lo sforzo fatto dall’azionista di riferimento e il percorso compiuto dal 2002, l’anno in cui venne perfezionata la cessione della Centrale del latte da parte del Comune di Vicenza, ad oggi. «L’idea di questo stabilimento - spiega Luzzati - nasce dall’esigenza dell’amministrazione comunale di Vicenza di liberare l’area di via Medici. Noi abbiamo colto questa opportunità investendo 30 milioni di euro e spostando qui in via Faedo l’attività produttiva di tre siti produttivi: quella di via Medici, appunto, quello di Valdagno e quello di Carmagnola (Torino)».
Eppure l’idea di fare una sede di questo tipo nasce molto prima, verso la fine degli anni ’80, quando ancora l’acquisto della Centrale del latte di Vicenza era di là da venire. «Andai a visitare un paio di stabilimenti in Svezia - racconta Riccardo Pozzoli, presidente della Centrale del latte di Vicenza, oltre che vicepresidente esecutivo e amministratore delegato del gruppo torinese - e rimasi impressionato per la localizzazione e la funzionalità. Per questo quando ho parlato con lo studio Forma di Milano ho chiesto un progetto che ricordasse quei siti svedesi, immersi nel verde. Ed eccolo qua».
Lo stabilimento, realizzato dalla Maltauro, ha infatti un bel polmone verde proprio nella zona dove parcheggeranno l’auto i 60 addetti. Più che un parcheggio, in effetti, è un giardino, con tanto di laghetto, di alberelli e fiori, più o meno come sognava Pozzoli ai tempi dei viaggi in Svezia.
Al di là di questa gradevole apparenza, c’è una sostanza fatta di impianti modernissimi, di laboratori efficienti, di uffici accoglienti. Si comincia da quando arriva il latte dal produttore, che si ferma un momento all’ingresso previsto, scarica una piccola dose di latte che viene testata dai tecnici di laboratorio i quali daranno poi l’ok definitivo per svuotare il carico. Da quel momento in poi, attraverso un’altra sfilza di controlli interni, il latte finisce in uno dei tanti serbatoi in acciaio inossidabile sistemati all’esterno. «Ne abbiamo messi tanti di dimensione non eccessiva - spiega Pozzoli - perché in questo modo è agevole procedere alla tracciabilità del prodotto». Poi si passa alla fase produttiva vera e propria, che con le varie strumentazioni convoglia il latte verso il settore latte fresco, Uht, yogurt o panna.
«Con questo stabilimento - conclude Nicola Codispoti, amministratore delegato della Centrale del latte di Vicenza - noi vorremmo costituire una sorta di polo di aggregazione per il settore e produrre anche per altre realtà e per altri marchi. Oggi non è facile per nessuno trovare le risorse per fare un sito del genere».
Coop sarai tu
La Coop sarai ancora tu
ma all’Europa non piace più
Il sistema di agevolazioni fiscali di cui godono le cooperative che operano nei settori della distribuzione e dei servizi bancari è finito nel mirino della Commissione europea. Il sospetto è quello dell’esistenza di aiuti di Stato illegali incompatibili col diritto comunitario, soprattutto per quel che riguarda le grandi coop. Per questo i servizi dell’Antitrust Ue hanno inviato una lettera al governo italiano, chiedendo spiegazioni.
«Visto che realtà come Coop Italia - spiegano i ricorrenti - sono ormai leader nel settore della grande distribuzione e non avrebbero più diritto ad agevolazioni che originariamente si giustificavano con la loro funzione sociale e natura mutualistica».
Chissà quanto sarà irritato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per l’attacco pesante dell’Ue al sistema delle coop. Ed è immaginabile che stia facendo di tutto per trovare una risposta adeguata all’interferenza. A redigerla sarà, forse, Bernardo Caprotti, titolare della catena Esselunga e autore del besteller "Falce e carrello".MA.SM.
ma all’Europa non piace più
Il sistema di agevolazioni fiscali di cui godono le cooperative che operano nei settori della distribuzione e dei servizi bancari è finito nel mirino della Commissione europea. Il sospetto è quello dell’esistenza di aiuti di Stato illegali incompatibili col diritto comunitario, soprattutto per quel che riguarda le grandi coop. Per questo i servizi dell’Antitrust Ue hanno inviato una lettera al governo italiano, chiedendo spiegazioni.
«Visto che realtà come Coop Italia - spiegano i ricorrenti - sono ormai leader nel settore della grande distribuzione e non avrebbero più diritto ad agevolazioni che originariamente si giustificavano con la loro funzione sociale e natura mutualistica».
Chissà quanto sarà irritato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per l’attacco pesante dell’Ue al sistema delle coop. Ed è immaginabile che stia facendo di tutto per trovare una risposta adeguata all’interferenza. A redigerla sarà, forse, Bernardo Caprotti, titolare della catena Esselunga e autore del besteller "Falce e carrello".MA.SM.
Artigianalmente
Intervista a
Giuseppe Sbalchiero
di Marino Smiderle
E adesso al lavoro
per la Camera
di commercio
Giuseppe Sbalchiero, atto terzo. Nel senso di terzo mandato che, una volta portato a termine, sommerà 12 anni di presidenza dell’Associazione artigiani di Vicenza. Una vita. La sua avversaria all’ultimo direttivo, Daniela Rader, auspicava una riduzione statutaria della durata in carica a un massimo di due mandati. La larga vittoria di Sbalchiero, 22 a 9, fa capire che agli artigiani vicentini va bene così.
Presidente, non si sente un po’ il monarca di questa associazione?
D’accordo, però tre mandati sono tanti. Chi gliel’ha fatta fare di candidarsi un’altra volta?
Senta, quattro anni fa lei ha vinto per un voto, stavolta il margine è stato più ampio. Però in casa vostra c’è sempre una certa, come dire, vivacità. È preoccupato?
E quali sarebbero questi limiti?
Adesso, per la verità, ci sarebbe da sistemare la questione della Camera di commercio. Come siamo messi?
Cosa risponde a chi dice che i problemi sono cominciati dallo scontro verificatosi tra lei e il precedente presidente di Assindustria Vicenza, Massimo Calearo?
Vuol dire che avete già trovato l’accordo?
Che il presidente sia espressione di Confindustria è una premessa che lei accetta?
E della Fiera che pensa?
D’accordo, ma ritiene che l’intenzione del presidente della Provincia Schneck di cedere a privati la sua quota sia un’idea giusta?
...che faccia quello che crede per arrivare al profitto.
Certo non si è scelto il momento migliore per avviare il suo terzo mandato. Anche la situazione economica non è radiosa...
Giuseppe Sbalchiero
di Marino Smiderle
E adesso al lavoro
per la Camera
di commercio
Giuseppe Sbalchiero, atto terzo. Nel senso di terzo mandato che, una volta portato a termine, sommerà 12 anni di presidenza dell’Associazione artigiani di Vicenza. Una vita. La sua avversaria all’ultimo direttivo, Daniela Rader, auspicava una riduzione statutaria della durata in carica a un massimo di due mandati. La larga vittoria di Sbalchiero, 22 a 9, fa capire che agli artigiani vicentini va bene così.
Presidente, non si sente un po’ il monarca di questa associazione?
Per carità, non usiamo certe definizioni che mi fanno venire l’orticaria.
D’accordo, però tre mandati sono tanti. Chi gliel’ha fatta fare di candidarsi un’altra volta?
Ci tenevo a portare avanti un programma in cui ho riversato tutte le mie energie e in cui credo molto. Non è tutta roba mia, ovviamente, ma è il lavoro di una squadra che è stata anche cambiata in buona parte e che però ha ben chiaro quale sia l’interesse del mondo artigiano. L’innovazione col Demotech di Schio, i consorzi per l’energia alternativa, la formazione, tutti temi su cui abbiamo focalizzato l’attenzione e che ci teniamo a sviluppare ulteriormente.
Senta, quattro anni fa lei ha vinto per un voto, stavolta il margine è stato più ampio. Però in casa vostra c’è sempre una certa, come dire, vivacità. È preoccupato?
No, assolutamente. Anzi, è il segnale che c’è dialettica interna e, per un’associazione come la nostra, questa è sempre una buona cosa. Sempre che non si oltrepassino certi limiti.
E quali sarebbero questi limiti?
Semplice, una volta terminata la contesa elettorale, tutti devono rimettersi al lavoro insieme per il bene della categoria.
Adesso, per la verità, ci sarebbe da sistemare la questione della Camera di commercio. Come siamo messi?
Credo ci sia la consapevolezza, tra tutte le categorie economiche, che si debba scrivere la parola fine al più presto, di sicuro prima delle vacanze.
Cosa risponde a chi dice che i problemi sono cominciati dallo scontro verificatosi tra lei e il precedente presidente di Assindustria Vicenza, Massimo Calearo?
Potrei mettermi a polemizzare e a mettere i puntini sulle i sulle vere responsabilità. Ma preferisco non farlo. Con l’attuale presidente, Roberto Zuccato, c’è un accordo di massima e c’è stima reciproca.
Vuol dire che avete già trovato l’accordo?
Siamo d’accordo sul fatto che la scelta del prossimo presidente della Camera di commercio deve essere una scelta condivisa.
Che il presidente sia espressione di Confindustria è una premessa che lei accetta?
Ho già dato a Zuccato la mia disponibilità, l’importante è che questa persona sia sopra le parti e accettata da tutti.
E della Fiera che pensa?
Penso che per le nostre imprese artigiane attive nel settore dell’oro sia fondamentale.
D’accordo, ma ritiene che l’intenzione del presidente della Provincia Schneck di cedere a privati la sua quota sia un’idea giusta?
Dipende cosa si vuol fare della Fiera. Se resta in mani pubbliche, è chiaro che l’obiettivo finale deve essere quello di fare un servizio alle imprese della zona. Se invece il proprietario è privato...
...che faccia quello che crede per arrivare al profitto.
Esatto. Certo, ci sarebbe anche da discutere sugli ingenti investimenti immobiliari previsti. Comprendo bene le preoccupazioni del presidente Schneck.
Certo non si è scelto il momento migliore per avviare il suo terzo mandato. Anche la situazione economica non è radiosa...
Molte delle nostre imprese sono in grave difficoltà. Ma è soprattutto in questi momenti che si può apprezzare il servizio offerto da un’associazione di categoria come la nostra.
martedì 17 giugno 2008
Forever young
Intervista a Giuseppe Filippi
di Marino Smiderle
Al Gruppo Giovani
tre anni vissuti pericolosamente
Per sua stessa ammissione sono stati «tre anni vissuti molto pericolosamente». Giovedì prossimo Giuseppe Filippi passerà il testimone di presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Vicenza e, nel contempo, partirà l’avventura tra i "grandi", chiamato dal presidente Roberto Zuccato a occuparsi di relazioni esterne. Sì, tre anni vissuti pericolosamente perché dalle parti di palazzo Bonin Longare non è stata propriamente una passeggiata. La prorogatio di Massimo Calearo, l’ultima gara a tre per la successione, la candidatura finale col Pd dell’ex presidente di Confindustria non sono state passeggiate di salute per l’Associazione.
Avete avuto qualche contraccolpo anche al Gruppo Giovani?
Tre anni sono tanti e sono pochi. Volendo riassumere in poche battute il suo mandato cosa direbbe?
E che vi siete detti nel corso della prima assemblea?
Giusto, da giovani rivendicavate più potere...
La curiosità è inevitabile: qual è stato il tema della seconda assemblea?
Va da sè.
Torniamo al bilancio di questi tre anni. Come fa un imprenditore conciliare l’attività associativa, che nel caso del presidente porta via un sacco di tempo, con quella da svolgere all’interno dell’azienda?
Così, però, l’impresa va a rotoli.
Detta così, la decisione di fare il presidente sembra il preludio di un calvario...
Che consigli dà al suo successore?
Qua intende a palazzo Bonin Longare?
Il Gruppo Giovani di Confindustria Vicenza è stato tra i primi a sostenere la candidatura di Federica Guidi, poi rivelatasi vincente, alla guida del nazionale. Come nasce questa scelta?
E il fatto che, con Federica Guidi, nel direttivo nazionale ci sia anche un giovane imprenditore vicentino, Domenico Zonin, non è un cattivo risultato per voi...
Parlando di giovani imprenditori viene subito alla mente il problema di passaggio generazionale. A Vicenza come siamo messi al riguardo?
Lei passa il testimone in un periodo non proprio eccezionale per l’economia. Come vede il futuro?
Pensa alle riforme, alla politica, al sindacato?
di Marino Smiderle
Al Gruppo Giovani
tre anni vissuti pericolosamente
Per sua stessa ammissione sono stati «tre anni vissuti molto pericolosamente». Giovedì prossimo Giuseppe Filippi passerà il testimone di presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Vicenza e, nel contempo, partirà l’avventura tra i "grandi", chiamato dal presidente Roberto Zuccato a occuparsi di relazioni esterne. Sì, tre anni vissuti pericolosamente perché dalle parti di palazzo Bonin Longare non è stata propriamente una passeggiata. La prorogatio di Massimo Calearo, l’ultima gara a tre per la successione, la candidatura finale col Pd dell’ex presidente di Confindustria non sono state passeggiate di salute per l’Associazione.
Avete avuto qualche contraccolpo anche al Gruppo Giovani?
No, fortunatamente siamo andati avanti a lavorare senza lasciarci influenzare da qualche sussulto che indubbiamente c’è stato. Ma, a differenza delle regole di Confindustria, il Gruppo Giovani funziona come un’associazione di persone. L’unica condizione per farvi parte è che l’azienda sia iscritta all’Associazione. Poi possono partecipare anche in dieci.
Tre anni sono tanti e sono pochi. Volendo riassumere in poche battute il suo mandato cosa direbbe?
È stato un periodo molto stimolante, per me e, credo, anche per tutti coloro che hanno preso parte a quest’avventura. Abbiamo fatto tante cose, dalle missioni all’estero che sono servite per respirare dal di dentro l’esplodere della globalizzazione, al semplice atto di donazione di un pulmino al Comune di Vicenza per il trasporto dei disabili. Cone le assemblee che abbiamo fatto e che hanno contribuito a focalizzare l’attenzione su temi cruciali per il futuro delle nostre imprese, a partire dalla prima, fondamentale.
E che vi siete detti nel corso della prima assemblea?
Beh, abbiamo constatato come questo fosse un Paese afflitto dalla gerontocrazia.
Giusto, da giovani rivendicavate più potere...
No, non è stata una semplice accusa nei confronti dei "vecchi". È chiaro che quando il potere resta arroccato su una posizione sola, vuol dire che anche chi vorrebbe prendersi maggiore spazio non ha sufficienti doti o capacità per farlo. Colpa anche nostra, insomma.
La curiosità è inevitabile: qual è stato il tema della seconda assemblea?
I nuovi percorsi d’impresa. Che vuol dire, in pratica, non rimanere per forza ancorati al proprio settore di appartenenza, ma essere pronti a seguire, anzi, ad anticipare il trend del mercato e a inventarsi, se del caso, nuove professioni. Ovvio che adesso devo rivelare quale sarà il tema della terza e, per me, ultima assemblea.
Va da sè.
Il coraggio di sognare. Volendo chiudere alla grande, abbiamo preso ispirazione dallo scrittore Paulo Coelho: "Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni". Un motto che i giovani imprenditori seguono alla lettera.
Torniamo al bilancio di questi tre anni. Come fa un imprenditore conciliare l’attività associativa, che nel caso del presidente porta via un sacco di tempo, con quella da svolgere all’interno dell’azienda?
Chiunque decida di imbarcarsi nell’avventura di Confindustria e quindi di svolgere un’attività di servizio per tutta la categoria, deve mettere tre cose: tempo, affetto e denaro. Il tempo si capisce, l’affetto è quello che deve sacrificare nei confronti della famiglia e il denaro è quello che perde per il semplice fatto di uscire in parte dall’impresa.
Così, però, l’impresa va a rotoli.
No, perché chi accetta la sfida e l’impegno è circondato da collaboratori fidati e capaci che riescono a tenere la barra a dritta.
Detta così, la decisione di fare il presidente sembra il preludio di un calvario...
No, assolutamente. La passione che ci ho messo mi ha portato a fare una delle esperienze più interessanti della mia vita. Grazie a questo incarico hai la possibilità di confrontarti con tante persone, di tutti i tipi e di tutte le categorie. E, alla fine, ne esci arricchito.
Che consigli dà al suo successore?
No, io consigli non ne do. Io non sarò un past president che resta dietro le quinte a suggerire o a influenzare. Ognuno deve portare avanti il programma che ritiene più opportuno. Ovvio, se qualcuno vorrà chiedermi qualcosa, io sono sempre qua.
Qua intende a palazzo Bonin Longare?
Beh, anche, visto che il presidente Zuccato è stato così gentile da chiamarmi a far parte della sua squadra. Un compito diverso che cercherò comunque di portare avanti con la medesima passione.
Il Gruppo Giovani di Confindustria Vicenza è stato tra i primi a sostenere la candidatura di Federica Guidi, poi rivelatasi vincente, alla guida del nazionale. Come nasce questa scelta?
In questi anni ho partecipato alle riunioni del Gruppo giovani regionale e, una volta al mese, andavo a Roma per seguire i lavori del nazionale. Il mio mandato è coinciso con quello di Matteo Colaninno e, frequentando l’ambiente, ho potuto apprezzare le doti di Federica che, ne sono certo, sarà una grande presidente.
E il fatto che, con Federica Guidi, nel direttivo nazionale ci sia anche un giovane imprenditore vicentino, Domenico Zonin, non è un cattivo risultato per voi...
Certo che no. Domenico è stato uno dei miei vice e vederlo nella squadra di Federica mi dà molta soddisfazione. Vuol dire che lui ha lavorato bene, che tutti abbiamo lavorato bene.
Parlando di giovani imprenditori viene subito alla mente il problema di passaggio generazionale. A Vicenza come siamo messi al riguardo?
Abbiamo lavorato molto su questo tema ma abbiamo preferito puntare sul concetto di continuità d’impresa più che sul passaggio generazionale. Perché quel che conta è che continui l’impresa, indipendentemente dal fatto che a succedere alla guida sia uno di famiglia. In ogni caso, mi pare che su questo argomento a Vicenza si siano fatti diversi passi avanti.
Lei passa il testimone in un periodo non proprio eccezionale per l’economia. Come vede il futuro?
Chiamiamo pure le cose col loro nome. Adesso siamo di fronte a una recessione e l’orizzonte è un tantino cupo. Tuttavia non è che possiamo affrontare questa fase solo con gli strumenti delle imprese.
Pensa alle riforme, alla politica, al sindacato?
Infrastrutture, energia, potere d’acquisto che se ne va. Sono temi di cui si parla da una vita. Adesso i nodi sono venuti al pettine e uscirne non è facile. Ma ce la faremo.
lunedì 16 giugno 2008
Raschiare il granaio
PORTAFOGLIO
Cosa succede
se la ricchezza
sta in soffitta
Marino Smiderle
inviato a VENEZIA
La pioggia monsonica di questa primavera indian-style non lava via la sensazione di una povertà generalizzata in aumento. Pessimismo cosmico? Percezioni sbagliate? Il rapporto curato dalla direzione regionale della Banca d’Italia dice che il Veneto, tutto sommato, non se la passa così male. Sono i numeri a parlare, quei numeri che sono stati diligentemente elaborati nel rapporto "L’economia del Veneto nell’anno 2007" e presentati nell’aula magna Ca’ Dolfin dell’università Ca’ Foscari di Venezia.
LA RACCOLTA
Dunque, la Banca d’Italia è la banca delle banche e quindi conosce alla perfezione la nostra propensione al risparmio, al consumo, al debito. In una parola, il nostro portafogli è costantemente monitorato dall’auorità monetaria di controllo per eccellenza. «Nel 2007 - si legge nel rapporto - la raccolta bancaria da clientela residente in Veneto è cresciuta del 5,7 per cento, in accelerazione rispetto all’anno precedente (4,1 per cento). Le famiglie consumatrici hanno incrementato significativamente gli investimenti in obbligazioni bancarie e le operazioni di cessioni di titoli pronti contro termine. È invece diminuito il tasso di crescita dei depositi in conto corrente; le famiglie consumatrici, in particolare, hanno mantenuto pressoché invariata la consistenza di tali depositi». Volendo scendere nel dettaglio e fare dei numeri assoluti delle tre categorie più gettonate del risparmio "prudente", vediamo che nel 2007 il Veneto ha sfiorato quota 100 miliardi di euro: i depositi si attestano a quota 68,2 miliardi di euro, mentre le obbligazioni sfiorano i 30 miliardi, per un totale complessivo di 97,9 miliardi di euro. Nel 2006 questo aggregato era di 92,6 milioni di euro e la crescita dunque è stata del 5,7 per cento.
I TITOLI
Per capire meglio dove va il risparmio, la Banca d’Italia ha preparato una tabella sui titoli in deposito presso le banche che non è altro che la conferma del trend di mercato. Abbiamo un grande ritorno dei titoli di stato italiani, in crescita del 14,1 per cento (contro il +8,9 per cento del 2006) e un rush del comparto obbligazionario (+17,7 per cento contro il +4,9 per cento dell’anno precedente). Di contro assistiamo a un crollo delle azioni, scese del 13,4 per cento quando, nel 2006, si era registrata una crescita del 3,6 per cento. Si allarga, invece, la voragine del risparmio gestito, passato dal -6,2 per cento del 2006 a un rovinoso -12,3 per cento del 2007. «Nel primo trimestre del 2008 - annota il Rapporto di Bankitalia - la raccolta bancaria da clientela ha ulteriormente accelerato (8,8 per cento a marzo), alimentata dallo sviluppo delle obbligazioni (aumentate del 15,4 per cento) e della raccolta in conto corrente (5,1 per cento)».
LA RICCHEZZA
Sulla base di questi numeri, dunque, la povertà percepita sembrerebbe un eccesso di pessimismo immotivato. «In base a una ricostruzione della ricchezza delle famiglie a livello regionale - annota il Rapporto - nel 2005 la ricchezza netta pro capite reale e finanziaria delle famiglie venete era di circa 149.200 euro, inferiore dell’11,5 per cento al valore medio delle regioni del Nord. Nel 2003 la ricchezza netta rappresentava 8,5 volte il reddito disponibile regionale, rapporto superiore a quello medio del nord nazionale (8 e 7,9, rispettivamente)». Ovviamente, Trilussa insegna, quei 150 mila euro di ricchezza pro capite non sono equamente distribuiti: «Nel 2006 - precisa il Rapporto - secondo l’indagine sulle famiglie condotta dalla Banca d’Italia, in Veneto, analogamente a quanto rilevato a livello nazionale, poco meno della ricchezza netta era detenuta dal 10 per cento delle famiglie più ricche».
LA SENSAZIONE
I numeri sono numeri, e non si discutono. Però si interpretano. Se il petrolio, l’acciaio, il grano (e quindi il pane) sono aumentati in tripla cifra, è chiaro che aumenti nominali di ricchezza di 5-10 punti non tengono il passo col trend mondiale. L’inflazione attuale del 3,6 per cento è destinata a salire ancora, questa è una convinzione di molti. Negli anni passati il Veneto ha messo in granaio un buon raccolto di risparmio. Il fatto di non essere state cicale ci consente di attingere in soffitta per fare fronte alle necessità. Ma la soffitta non è eterna.
Cosa succede
se la ricchezza
sta in soffitta
Marino Smiderle
inviato a VENEZIA
La pioggia monsonica di questa primavera indian-style non lava via la sensazione di una povertà generalizzata in aumento. Pessimismo cosmico? Percezioni sbagliate? Il rapporto curato dalla direzione regionale della Banca d’Italia dice che il Veneto, tutto sommato, non se la passa così male. Sono i numeri a parlare, quei numeri che sono stati diligentemente elaborati nel rapporto "L’economia del Veneto nell’anno 2007" e presentati nell’aula magna Ca’ Dolfin dell’università Ca’ Foscari di Venezia.
LA RACCOLTA
Dunque, la Banca d’Italia è la banca delle banche e quindi conosce alla perfezione la nostra propensione al risparmio, al consumo, al debito. In una parola, il nostro portafogli è costantemente monitorato dall’auorità monetaria di controllo per eccellenza. «Nel 2007 - si legge nel rapporto - la raccolta bancaria da clientela residente in Veneto è cresciuta del 5,7 per cento, in accelerazione rispetto all’anno precedente (4,1 per cento). Le famiglie consumatrici hanno incrementato significativamente gli investimenti in obbligazioni bancarie e le operazioni di cessioni di titoli pronti contro termine. È invece diminuito il tasso di crescita dei depositi in conto corrente; le famiglie consumatrici, in particolare, hanno mantenuto pressoché invariata la consistenza di tali depositi». Volendo scendere nel dettaglio e fare dei numeri assoluti delle tre categorie più gettonate del risparmio "prudente", vediamo che nel 2007 il Veneto ha sfiorato quota 100 miliardi di euro: i depositi si attestano a quota 68,2 miliardi di euro, mentre le obbligazioni sfiorano i 30 miliardi, per un totale complessivo di 97,9 miliardi di euro. Nel 2006 questo aggregato era di 92,6 milioni di euro e la crescita dunque è stata del 5,7 per cento.
I TITOLI
Per capire meglio dove va il risparmio, la Banca d’Italia ha preparato una tabella sui titoli in deposito presso le banche che non è altro che la conferma del trend di mercato. Abbiamo un grande ritorno dei titoli di stato italiani, in crescita del 14,1 per cento (contro il +8,9 per cento del 2006) e un rush del comparto obbligazionario (+17,7 per cento contro il +4,9 per cento dell’anno precedente). Di contro assistiamo a un crollo delle azioni, scese del 13,4 per cento quando, nel 2006, si era registrata una crescita del 3,6 per cento. Si allarga, invece, la voragine del risparmio gestito, passato dal -6,2 per cento del 2006 a un rovinoso -12,3 per cento del 2007. «Nel primo trimestre del 2008 - annota il Rapporto di Bankitalia - la raccolta bancaria da clientela ha ulteriormente accelerato (8,8 per cento a marzo), alimentata dallo sviluppo delle obbligazioni (aumentate del 15,4 per cento) e della raccolta in conto corrente (5,1 per cento)».
LA RICCHEZZA
Sulla base di questi numeri, dunque, la povertà percepita sembrerebbe un eccesso di pessimismo immotivato. «In base a una ricostruzione della ricchezza delle famiglie a livello regionale - annota il Rapporto - nel 2005 la ricchezza netta pro capite reale e finanziaria delle famiglie venete era di circa 149.200 euro, inferiore dell’11,5 per cento al valore medio delle regioni del Nord. Nel 2003 la ricchezza netta rappresentava 8,5 volte il reddito disponibile regionale, rapporto superiore a quello medio del nord nazionale (8 e 7,9, rispettivamente)». Ovviamente, Trilussa insegna, quei 150 mila euro di ricchezza pro capite non sono equamente distribuiti: «Nel 2006 - precisa il Rapporto - secondo l’indagine sulle famiglie condotta dalla Banca d’Italia, in Veneto, analogamente a quanto rilevato a livello nazionale, poco meno della ricchezza netta era detenuta dal 10 per cento delle famiglie più ricche».
LA SENSAZIONE
I numeri sono numeri, e non si discutono. Però si interpretano. Se il petrolio, l’acciaio, il grano (e quindi il pane) sono aumentati in tripla cifra, è chiaro che aumenti nominali di ricchezza di 5-10 punti non tengono il passo col trend mondiale. L’inflazione attuale del 3,6 per cento è destinata a salire ancora, questa è una convinzione di molti. Negli anni passati il Veneto ha messo in granaio un buon raccolto di risparmio. Il fatto di non essere state cicale ci consente di attingere in soffitta per fare fronte alle necessità. Ma la soffitta non è eterna.
Mai a Myanmar
MYANMAR. La vergogna della giunta militare che ha rifiutato gli aiuti internazionali
Una dittatura
che annienta il suo popolo
di Marino Smiderle
Non c’è neanche più la forza di scandalizzarsi, di protestare, di indignarsi nei confronti delle tirannie che fanno letteralmente a pezzi i propri popoli. Allora, la protesta disperata dei monaci repressa nel sangue dalla criminale giunta militare al potere in Birmania è già stata derubricata dalla comunità internazionale come mero affare di politica interna di uno stato facente parte dell’Onu (e solo questo la dice lunga sulla rispettabilità di un’istituzione ormai in balia dell’assurdità); non bastasse questa tragedia, ai poveri birmani è caduta in testa la tegola del ciclone Nargis che ha provocato decine e decine di migliaia di vittime nelle terre lungo il fiume Irrawaddy. Bene, i militari birmani, non contenti di aver massacrato i monaci che osavano protestare contro l’assenza di libertà e democrazia, ora si sono distinti per aver impedito che gli aiuti umanitari provenienti da ogni angolo del globo finissero ai superstiti.
Quei "cattivoni" degli Stati Uniti, accusati di essere portatori di guerre e morti, si sono visti rifiutare il visto di ingresso a uomini e mezzi in grado di portare un po’ di sollievo alla popolazione allo stremo delle forze. Non solo agli Usa, ovviamente, è stato opposto un rifiuto, ma a tutti coloro che, anche tramite l’Onu, si erano già mobilitati per aiutare la Birmania. «A meno che il regime non cambi il suo atteggiamento sugli aiuti esteri - ha dichiarato il capo del Pentagono, Robert Gates - ci saranno altri morti». Poi ha accusato la giunta militare al potere di «negligenza criminale» dopo il ciclone Nargis.
«È ormai evidente - ha dichiarato il capo del Pentagono all’Associated Press - che il regime non intende lasciare passare i nostri aiuti», ricordando che gli Stati Uniti hanno contattato il governo birmano «quindici volte» per ottenere l'autorizzazione a consegnare gli aiuti alla popolazione colpita dal ciclone.
«I generali hanno anche vietato l'uso di elicotteri militari di nazioni confinanti amiche per distribuire gli aiuti - ha riferito sempre l’Associated Press -. Questo ha obbligato le organizzazioni internazionali a ricorrere a compagnie private proprietarie di elicotteri militari per raggiungere alcune zone particolarmente remote del Delta dell'Irrawaddy. Secondo le stime delle Nazioni unite 2,4 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuti dopo la devastazione del ciclone Nargis, che ha causato la morte di 78.000 persone e 56.000 dispersi».
«Dopo la visita del Segretario Generale dell’Onu Ban ki-Moon, che ha ottenuto dalle autorità di Myanmar l’impegno ad aprire il paese agli aiuti umanitari - ha spiegato Piero Fassino, inviato speciale dell’Unione Europea per Birmania-Myanmar, il 10 giugno scorso, dopo che alcune navi Usa se ne erano già andate - adesso è importante che ogni ostacolo sia rimosso, che le equipes mediche e il personale internazionale di assistenza possa entrare nel paese e l’inoltro degli aiuti sia rapido usando tutti i mezzi necessari, compresi gli elicotteri messi a disposizione da molti paesi. L’Ue apprezza che l’Asean abbia assunto la guida degli aiuti umanitari e, come ho ribadito al suo Segretario Generale, l’Europa è pronta a sostenere in ogni modo l’azione dell’Asean. Naturalmente la priorità umanitaria non fa venir meno la necessità di dare soluzione ai problemi politici in Myanmar».
Parole diplomatiche che hanno il sapore dell’aria fritta. Non è colpa di Fassino, ovviamente, ma non sarà certo questo atteggiamento compiacente nei confronti delle autorità birmane a indurle a cambiare atteggiamento. E a questo proposito Madeleine K. Albright, già segretario di stato dell’amministrazione Clinton tra il 1997 e il 2001, ha scritto un articolo illuminante sul New York Times. Come si sa, la Albright, democratica, non è mai stata tenera nei confronti dell’amministrazione Bush e, in particolare, ha più volte evidenziato la sua totale avversità nei confronti del conflitto scatenato dal presidente americano in Iraq. «L’invasione dell’Iraq - scrive la Albright anche nel suo articolo sul New York Times - con la grandiosa retorica dell’Amministrazione Usa circa la guerra preventiva, ha generato una generale reazione negativa e ha indebolito il sostegno nei confronti di operazioni militari sul territorio di uno stato anche per fini meritevoli».
In altre parole, Albright è rimasta una grande sostenitrice delle "guerre giuste". «In certi casi - scrive - la comunità internazionale dovrebbe prendersi la responsabilità di infrangere la sovranità nazionale. Penso per esempio a casi di pulizia etnica o genocidio, all’arresto di criminal idi guerra, al ripristino della democrazia o alla fornitura di aiuti a popolazioni disastrate quando i governi nazionali non sono in grado o non vogliono farlo».
Inutile dire che l’Albright si riferisca proprio a quello che definisce «criminale comportamento del governo birmano nei confronti della gente colpita dal ciclone Nargis. «Da qui scopriamo - scrive - che i governi totalitari sono vivi e godono di ottima salute, che i paesi confinanti sono restii a esercitare pressioni perché cambino e che la considerazione della sovranità nazionale quale emblema di sacralità e inviolabilità sta guadagnando terreno».
Ricordando l’intervento umanitario guidato dall’amministrazione Clinton in Serbia e Kosovo la Albright giunge al nocciolo della questione: «Al cuore del dibattito c’è la domanda su cosa sia e su come dobbiamo intendere il sistema internazionale. È solo un insieme di dadi e bulloni tenuti insieme dai governi per proteggere i governi? O è una struttura viva di regole studiate per fare del mondo un posto più umano? Noi sappiamo quale sarebbe la risposta del governo di Myanmar, ma ciò che abbiamo bisogno di ascoltare è la voce, e il pianto, del popolo birmano».
Una dittatura
che annienta il suo popolo
di Marino Smiderle
Non c’è neanche più la forza di scandalizzarsi, di protestare, di indignarsi nei confronti delle tirannie che fanno letteralmente a pezzi i propri popoli. Allora, la protesta disperata dei monaci repressa nel sangue dalla criminale giunta militare al potere in Birmania è già stata derubricata dalla comunità internazionale come mero affare di politica interna di uno stato facente parte dell’Onu (e solo questo la dice lunga sulla rispettabilità di un’istituzione ormai in balia dell’assurdità); non bastasse questa tragedia, ai poveri birmani è caduta in testa la tegola del ciclone Nargis che ha provocato decine e decine di migliaia di vittime nelle terre lungo il fiume Irrawaddy. Bene, i militari birmani, non contenti di aver massacrato i monaci che osavano protestare contro l’assenza di libertà e democrazia, ora si sono distinti per aver impedito che gli aiuti umanitari provenienti da ogni angolo del globo finissero ai superstiti.
Quei "cattivoni" degli Stati Uniti, accusati di essere portatori di guerre e morti, si sono visti rifiutare il visto di ingresso a uomini e mezzi in grado di portare un po’ di sollievo alla popolazione allo stremo delle forze. Non solo agli Usa, ovviamente, è stato opposto un rifiuto, ma a tutti coloro che, anche tramite l’Onu, si erano già mobilitati per aiutare la Birmania. «A meno che il regime non cambi il suo atteggiamento sugli aiuti esteri - ha dichiarato il capo del Pentagono, Robert Gates - ci saranno altri morti». Poi ha accusato la giunta militare al potere di «negligenza criminale» dopo il ciclone Nargis.
«È ormai evidente - ha dichiarato il capo del Pentagono all’Associated Press - che il regime non intende lasciare passare i nostri aiuti», ricordando che gli Stati Uniti hanno contattato il governo birmano «quindici volte» per ottenere l'autorizzazione a consegnare gli aiuti alla popolazione colpita dal ciclone.
«I generali hanno anche vietato l'uso di elicotteri militari di nazioni confinanti amiche per distribuire gli aiuti - ha riferito sempre l’Associated Press -. Questo ha obbligato le organizzazioni internazionali a ricorrere a compagnie private proprietarie di elicotteri militari per raggiungere alcune zone particolarmente remote del Delta dell'Irrawaddy. Secondo le stime delle Nazioni unite 2,4 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuti dopo la devastazione del ciclone Nargis, che ha causato la morte di 78.000 persone e 56.000 dispersi».
«Dopo la visita del Segretario Generale dell’Onu Ban ki-Moon, che ha ottenuto dalle autorità di Myanmar l’impegno ad aprire il paese agli aiuti umanitari - ha spiegato Piero Fassino, inviato speciale dell’Unione Europea per Birmania-Myanmar, il 10 giugno scorso, dopo che alcune navi Usa se ne erano già andate - adesso è importante che ogni ostacolo sia rimosso, che le equipes mediche e il personale internazionale di assistenza possa entrare nel paese e l’inoltro degli aiuti sia rapido usando tutti i mezzi necessari, compresi gli elicotteri messi a disposizione da molti paesi. L’Ue apprezza che l’Asean abbia assunto la guida degli aiuti umanitari e, come ho ribadito al suo Segretario Generale, l’Europa è pronta a sostenere in ogni modo l’azione dell’Asean. Naturalmente la priorità umanitaria non fa venir meno la necessità di dare soluzione ai problemi politici in Myanmar».
Parole diplomatiche che hanno il sapore dell’aria fritta. Non è colpa di Fassino, ovviamente, ma non sarà certo questo atteggiamento compiacente nei confronti delle autorità birmane a indurle a cambiare atteggiamento. E a questo proposito Madeleine K. Albright, già segretario di stato dell’amministrazione Clinton tra il 1997 e il 2001, ha scritto un articolo illuminante sul New York Times. Come si sa, la Albright, democratica, non è mai stata tenera nei confronti dell’amministrazione Bush e, in particolare, ha più volte evidenziato la sua totale avversità nei confronti del conflitto scatenato dal presidente americano in Iraq. «L’invasione dell’Iraq - scrive la Albright anche nel suo articolo sul New York Times - con la grandiosa retorica dell’Amministrazione Usa circa la guerra preventiva, ha generato una generale reazione negativa e ha indebolito il sostegno nei confronti di operazioni militari sul territorio di uno stato anche per fini meritevoli».
In altre parole, Albright è rimasta una grande sostenitrice delle "guerre giuste". «In certi casi - scrive - la comunità internazionale dovrebbe prendersi la responsabilità di infrangere la sovranità nazionale. Penso per esempio a casi di pulizia etnica o genocidio, all’arresto di criminal idi guerra, al ripristino della democrazia o alla fornitura di aiuti a popolazioni disastrate quando i governi nazionali non sono in grado o non vogliono farlo».
Inutile dire che l’Albright si riferisca proprio a quello che definisce «criminale comportamento del governo birmano nei confronti della gente colpita dal ciclone Nargis. «Da qui scopriamo - scrive - che i governi totalitari sono vivi e godono di ottima salute, che i paesi confinanti sono restii a esercitare pressioni perché cambino e che la considerazione della sovranità nazionale quale emblema di sacralità e inviolabilità sta guadagnando terreno».
Ricordando l’intervento umanitario guidato dall’amministrazione Clinton in Serbia e Kosovo la Albright giunge al nocciolo della questione: «Al cuore del dibattito c’è la domanda su cosa sia e su come dobbiamo intendere il sistema internazionale. È solo un insieme di dadi e bulloni tenuti insieme dai governi per proteggere i governi? O è una struttura viva di regole studiate per fare del mondo un posto più umano? Noi sappiamo quale sarebbe la risposta del governo di Myanmar, ma ciò che abbiamo bisogno di ascoltare è la voce, e il pianto, del popolo birmano».
domenica 15 giugno 2008
Laser che ti passa
IMPRESE. L’azienda di Arcugnano (gruppo El. En.) ha un brevetto esclusivo nel settore delle apparecchiature medicali
Dall’Hilterapia dell’Asa
il laser che guarisce Totti
Marino Smiderle
ARCUGNANO
Non occorre essere una multinazionale per fare di innovazione e ricerca i motori dello sviluppo economico di un’azienda. Basta avere una buona idea, una discreta dose di coraggio mista a un pizzico di incoscienza e la voglia di guardare avanti pensando in grande. Capita così che una realtà come l’Asa di Arcugnano, gioiellino di poco più di 4 milioni di euro di fatturato, diventi titolare esclusiva di un brevetto di laserterapia, in campo medico, e lo trasformi in un business senza confini. Roba che adesso ti puoi imbattere in Francesco Totti mentre si cura con un aggeggio spaziale in grado di farlo rientrare da un infortunio in tempi da record, o in Valentino Rossi che si infila nella clinica mobile del MotoGp per lasciarsi irradiare dai raggi miracolosi sputati da una macchinetta made in Arcugnano.
Non capita tutto dalla sera alla mattina, ovviamente. Dietro c’è una storia sufficientemente lunga, 25 anni per essere precisi, che comincia con l’intenzione di due amici, Roberto Marchesini e Lucio Zaghetto, di passare dal campo medicale a quello industriale, trasportando le conoscenze teoriche nel campo della laserterapia e della magnetoterapia.
«Sì, festeggiamo quest’anno il nostro 25° anniversario - spiega Marchesini, direttore generale di Asa - e devo dire che di strada ne abbiamo fatta parecchia. La svolta, però, è arrivata nel 2003, quando decidemmo di entrare a far parte del gruppo fiorentino El. En. Da quel momento in poi abbiamo sviluppato in particolare il brevetto della Hilterapia, ad impulsi laser, i cui prodotti ottengono dagli Stati Uniti l'approvazione Fda».
Il succo del business è: produrre apparecchiature in grado di curare col laser. Detta così, pare grossolana, ma dietro ci sono anni e anni di ricerca, accordi con le università e collaborazione con i più importanti professori del settore. Dai libri alle macchine, il passo non è breve e l’innovazione è continua.
L’ingresso nel gruppo El.En, quotato alla Borsa di Milano è costato, se così si può dire, la cessione della maggioranza azionaria ai nuovi soci. «La compagine azionaria di Asa - rivela Marchesini - vede al 60 per cento El.En e al 40 per cento i soci fondatori, cioè il sottoscritto e Zaghetto. El.En. era uno dei nostri principali fornitori e, attraverso questo rapporto, ha conosciuto e apprezzato il nostro lavoro fino a proporci l’ingresso nel gruppo con la condizione di rimanere nel board e portare avanti il business ordinario puntando molto sulla Hilterapia».
Così è stato. Dai 3,2 milioni di euro di fatturato del 2005 si è passati ai 4,2 del 2007, con un intermezzo di 4,6 milioni del 2006, un picco dovuto però a una commessa eccezionale proveniente da Cuba.
Attualmente Asa impiega 23 dipendenti, quasi tutti laureati, oltre a una ricercatrice distaccata all’Università di Firenze. «Perché noi dipendiamo dalla ricerca - assicura Marchesini - e senza le conoscenze attinte dal mondo dell’università noi non avremmo potuto realizzare gli strumenti che ora ci chiedono le cliniche e i centri di riabilitazione». Totti, intanto, è già guarito.
Dall’Hilterapia dell’Asa
il laser che guarisce Totti
Marino Smiderle
ARCUGNANO
Non occorre essere una multinazionale per fare di innovazione e ricerca i motori dello sviluppo economico di un’azienda. Basta avere una buona idea, una discreta dose di coraggio mista a un pizzico di incoscienza e la voglia di guardare avanti pensando in grande. Capita così che una realtà come l’Asa di Arcugnano, gioiellino di poco più di 4 milioni di euro di fatturato, diventi titolare esclusiva di un brevetto di laserterapia, in campo medico, e lo trasformi in un business senza confini. Roba che adesso ti puoi imbattere in Francesco Totti mentre si cura con un aggeggio spaziale in grado di farlo rientrare da un infortunio in tempi da record, o in Valentino Rossi che si infila nella clinica mobile del MotoGp per lasciarsi irradiare dai raggi miracolosi sputati da una macchinetta made in Arcugnano.
Non capita tutto dalla sera alla mattina, ovviamente. Dietro c’è una storia sufficientemente lunga, 25 anni per essere precisi, che comincia con l’intenzione di due amici, Roberto Marchesini e Lucio Zaghetto, di passare dal campo medicale a quello industriale, trasportando le conoscenze teoriche nel campo della laserterapia e della magnetoterapia.
«Sì, festeggiamo quest’anno il nostro 25° anniversario - spiega Marchesini, direttore generale di Asa - e devo dire che di strada ne abbiamo fatta parecchia. La svolta, però, è arrivata nel 2003, quando decidemmo di entrare a far parte del gruppo fiorentino El. En. Da quel momento in poi abbiamo sviluppato in particolare il brevetto della Hilterapia, ad impulsi laser, i cui prodotti ottengono dagli Stati Uniti l'approvazione Fda».
Il succo del business è: produrre apparecchiature in grado di curare col laser. Detta così, pare grossolana, ma dietro ci sono anni e anni di ricerca, accordi con le università e collaborazione con i più importanti professori del settore. Dai libri alle macchine, il passo non è breve e l’innovazione è continua.
L’ingresso nel gruppo El.En, quotato alla Borsa di Milano è costato, se così si può dire, la cessione della maggioranza azionaria ai nuovi soci. «La compagine azionaria di Asa - rivela Marchesini - vede al 60 per cento El.En e al 40 per cento i soci fondatori, cioè il sottoscritto e Zaghetto. El.En. era uno dei nostri principali fornitori e, attraverso questo rapporto, ha conosciuto e apprezzato il nostro lavoro fino a proporci l’ingresso nel gruppo con la condizione di rimanere nel board e portare avanti il business ordinario puntando molto sulla Hilterapia».
Così è stato. Dai 3,2 milioni di euro di fatturato del 2005 si è passati ai 4,2 del 2007, con un intermezzo di 4,6 milioni del 2006, un picco dovuto però a una commessa eccezionale proveniente da Cuba.
Attualmente Asa impiega 23 dipendenti, quasi tutti laureati, oltre a una ricercatrice distaccata all’Università di Firenze. «Perché noi dipendiamo dalla ricerca - assicura Marchesini - e senza le conoscenze attinte dal mondo dell’università noi non avremmo potuto realizzare gli strumenti che ora ci chiedono le cliniche e i centri di riabilitazione». Totti, intanto, è già guarito.
Interceptor
Telecom Italia fa sciopero
Gli intercettatori riposano
I sindacati chiedono all’ amministratore delegato di Telecom Italia, Franco Bernabè, un confronto sul piano industriale, dicono no ai tagli di cinquemila posti di lavoro per il 2010 in Italia e, dopo aver raccolto le voci che corrono all’interno dell’azienda, lanciano un allarme: «La verità è che pensano di attestarsi tra i 15 e i 20 mila esuberi».
Al termine del Coordinamento nazionale unitario, l’incontro tra i segretari generali di categoria e le Rsu nazionali di Telecom, è stato proclamato uno sciopero di otto ore per il 4 luglio.
C’era da aspettarsi una reazione dei sindacati di fronte a un piano draconiano di tagli di personale. Lo sciopero, insomma, rientrava nei pronostici di tutti. Del resto, se non scioperi quando licenziano cinquemila persone, non scioperi mai.
Detto questo, e appreso che è stata scelta la data della Festa dell’Indipendenza degli Usa per incrociare le braccia, chi glielo dice a tutti gli addetti alle intercettazioni che per quel giorno possono pure rimanere a casa?MA.SM.
Gli intercettatori riposano
I sindacati chiedono all’ amministratore delegato di Telecom Italia, Franco Bernabè, un confronto sul piano industriale, dicono no ai tagli di cinquemila posti di lavoro per il 2010 in Italia e, dopo aver raccolto le voci che corrono all’interno dell’azienda, lanciano un allarme: «La verità è che pensano di attestarsi tra i 15 e i 20 mila esuberi».
Al termine del Coordinamento nazionale unitario, l’incontro tra i segretari generali di categoria e le Rsu nazionali di Telecom, è stato proclamato uno sciopero di otto ore per il 4 luglio.
C’era da aspettarsi una reazione dei sindacati di fronte a un piano draconiano di tagli di personale. Lo sciopero, insomma, rientrava nei pronostici di tutti. Del resto, se non scioperi quando licenziano cinquemila persone, non scioperi mai.
Detto questo, e appreso che è stata scelta la data della Festa dell’Indipendenza degli Usa per incrociare le braccia, chi glielo dice a tutti gli addetti alle intercettazioni che per quel giorno possono pure rimanere a casa?MA.SM.
Veneto (in)felix
IL RAPPORTO SULL’ECONOMIA DEL VENETO. Presentato all’Università Ca’ Foscari di Venezia lo studio di Banca d’Italia
I tassi volano
«Ma qui meno che altrove»
Marino Smiderle
inviato a VENEZIA
La bufera finanziaria, fatta di credit crunch, di scoppio della bolla immobiliare, di voragini create dalla fumosità dei collateral, in Veneto ha scaricato solo qualche fulmine. Certo, il rapporto sull’economia del Veneto nel 2007, curato dalla sede di Venezia della Banca d’Italia, non poteva non registrare un rallentamento della macchina produttiva regionale, anche se la media dell’anno passato segna comunque una crescita del 2,7 per cento che non è da buttare via. «Ma negli ultimi mesi del 2007 - osserva Giancarlo Salvemini, direttore della Banca d’Italia di Venezia - la frenata è stata evidente. E anche i primi tre mesi del 2008 confermano il trend discendente».
Nell’aula magna Ca’ Dolfin dell’Università Ca’ Foscari non vola una mosca mentre si leggono le "radiografie" dell’economia veneta. Che confermano lo stato di salute non eccezionale del paziente. Essendo però in casa della banca delle banche, è interessante tastare il polso al sistema finanziario della regione, quello che pompa il sangue-denaro nelle vene delle aziende produttive. «E da questo punto di vista - assicura Salvemini - il settore finanziario, confermando la tendenza dell’ultimo quinquennio, ha assicurato un’ampia disponibilità di credito. Nel 2007 i prestiti bancari alle imprese sono aumentati del 12,2 per cento, sostenuti dalla domanda del comparto edilizio e immobiliare e dalla necessità di finanziarie, specialmente nella prima parte dell’anno, gli investimenti e il capitale circolante delle imprese manifatturiere e dei servizi».
Già, ma nel frattempo i tassi sono saliti e il ricorso al credito è costato di più, sia alle famiglie che alle imprese. «Ma nel Veneto - spiega Salvemini - hanno registrato un rialzo meno marcato di quello rilevato a livello nazionale, grazie al contenimento delle spese e degli oneri accessori».
Come precisa Massimo Gallo, dell’Ufficio studi della Banca d’Italia di Venezia, citando il rapporto, «tra il primo trimestre del 2005 e il quarto trimestre del 2007 il tasso d’interesse a breve termine applicato al complesso dei finanziamenti alle imprese in Veneto è passato dal 6,1 al 7,1 per cento ed è risultato sistematicamente inferiore a quello nazionale».
Ma i tassi non salgono solo per le imprese. A proposito, prima di passare alle angustie delle famiglie venete, se Salvemini fosse Trichet e potesse decidere in che senso muovere i tassi. li farebbe scendere come auspicano le imprese o seguirebbe la linea del governatore della Bce e punterebbe a combattere l’inflazione spingendo ancora in su i tassi? «Io sono un po’ anziano - sorride Salvemini - e ho vissuti i tempi delle cosiddette svalutazioni competitive. I vantaggi che portavano erano momentanei, poi i nodi venivano al pettine».
Spostando il tiro sulle famiglie e toccando il doloroso tasto (per via delle bizzarrie dell’Euribor), si evince che il tasso di crescita dei mutui è passato dal 9,9 per cento del 2006 al 7,3 per cento del 2007. E per la prima volta nel decennio, il flusso totale di nuovi mutui erogati dal sistema bancario, pari a 5,7 miliardi di euro, è diminuito (-4 per cento). Il dato interessante è che, secondo l’indagine eseguita sulle banche che hanno sede in Veneto, il 7 per cento dei nuovi mutui è stato erogato a lavoratori immigrati.
Detto che i mutui stanno un pochino calando, non si può dimenticare la causa principale che riguarda l'aumento dei tassi. «In media - si legge nel rapporto - tra il 2006 e il 2007 il Taeg (tasso effettivo annuo globale) applicato alle famiglie consumatrici sui prestiti per l’acquisto della casa è aumentato dal 4,4 al 5,5 per cento».
Ulteriore conseguenza, causata dalla riduzione degli spread tra mutui a tasso fisso e a tasso variabile, il cambiamento delle preferenze metodologiche: nel 2007 il 40,7 per cento delle famiglie si è indebitata a tasso fisso, contro il 12,8 per cento del 2006.
E mentre in aula magna si parlava di numeri e previsioni, all’ingresso di Ca’ Dolfin i lavoratori della Banca d’Italia protestavano per la chiusura delle sedi di Rovigo e Belluno e per il ridimensionamento di Vicenza e Treviso. «Chiuderanno anche quelle», sostiene Giuseppe la Rosa della Falbi. «Non sono in programma altre chiusure», ribatte invece Salvemini.
I tassi volano
«Ma qui meno che altrove»
Marino Smiderle
inviato a VENEZIA
La bufera finanziaria, fatta di credit crunch, di scoppio della bolla immobiliare, di voragini create dalla fumosità dei collateral, in Veneto ha scaricato solo qualche fulmine. Certo, il rapporto sull’economia del Veneto nel 2007, curato dalla sede di Venezia della Banca d’Italia, non poteva non registrare un rallentamento della macchina produttiva regionale, anche se la media dell’anno passato segna comunque una crescita del 2,7 per cento che non è da buttare via. «Ma negli ultimi mesi del 2007 - osserva Giancarlo Salvemini, direttore della Banca d’Italia di Venezia - la frenata è stata evidente. E anche i primi tre mesi del 2008 confermano il trend discendente».
Nell’aula magna Ca’ Dolfin dell’Università Ca’ Foscari non vola una mosca mentre si leggono le "radiografie" dell’economia veneta. Che confermano lo stato di salute non eccezionale del paziente. Essendo però in casa della banca delle banche, è interessante tastare il polso al sistema finanziario della regione, quello che pompa il sangue-denaro nelle vene delle aziende produttive. «E da questo punto di vista - assicura Salvemini - il settore finanziario, confermando la tendenza dell’ultimo quinquennio, ha assicurato un’ampia disponibilità di credito. Nel 2007 i prestiti bancari alle imprese sono aumentati del 12,2 per cento, sostenuti dalla domanda del comparto edilizio e immobiliare e dalla necessità di finanziarie, specialmente nella prima parte dell’anno, gli investimenti e il capitale circolante delle imprese manifatturiere e dei servizi».
Già, ma nel frattempo i tassi sono saliti e il ricorso al credito è costato di più, sia alle famiglie che alle imprese. «Ma nel Veneto - spiega Salvemini - hanno registrato un rialzo meno marcato di quello rilevato a livello nazionale, grazie al contenimento delle spese e degli oneri accessori».
Come precisa Massimo Gallo, dell’Ufficio studi della Banca d’Italia di Venezia, citando il rapporto, «tra il primo trimestre del 2005 e il quarto trimestre del 2007 il tasso d’interesse a breve termine applicato al complesso dei finanziamenti alle imprese in Veneto è passato dal 6,1 al 7,1 per cento ed è risultato sistematicamente inferiore a quello nazionale».
Ma i tassi non salgono solo per le imprese. A proposito, prima di passare alle angustie delle famiglie venete, se Salvemini fosse Trichet e potesse decidere in che senso muovere i tassi. li farebbe scendere come auspicano le imprese o seguirebbe la linea del governatore della Bce e punterebbe a combattere l’inflazione spingendo ancora in su i tassi? «Io sono un po’ anziano - sorride Salvemini - e ho vissuti i tempi delle cosiddette svalutazioni competitive. I vantaggi che portavano erano momentanei, poi i nodi venivano al pettine».
Spostando il tiro sulle famiglie e toccando il doloroso tasto (per via delle bizzarrie dell’Euribor), si evince che il tasso di crescita dei mutui è passato dal 9,9 per cento del 2006 al 7,3 per cento del 2007. E per la prima volta nel decennio, il flusso totale di nuovi mutui erogati dal sistema bancario, pari a 5,7 miliardi di euro, è diminuito (-4 per cento). Il dato interessante è che, secondo l’indagine eseguita sulle banche che hanno sede in Veneto, il 7 per cento dei nuovi mutui è stato erogato a lavoratori immigrati.
Detto che i mutui stanno un pochino calando, non si può dimenticare la causa principale che riguarda l'aumento dei tassi. «In media - si legge nel rapporto - tra il 2006 e il 2007 il Taeg (tasso effettivo annuo globale) applicato alle famiglie consumatrici sui prestiti per l’acquisto della casa è aumentato dal 4,4 al 5,5 per cento».
Ulteriore conseguenza, causata dalla riduzione degli spread tra mutui a tasso fisso e a tasso variabile, il cambiamento delle preferenze metodologiche: nel 2007 il 40,7 per cento delle famiglie si è indebitata a tasso fisso, contro il 12,8 per cento del 2006.
E mentre in aula magna si parlava di numeri e previsioni, all’ingresso di Ca’ Dolfin i lavoratori della Banca d’Italia protestavano per la chiusura delle sedi di Rovigo e Belluno e per il ridimensionamento di Vicenza e Treviso. «Chiuderanno anche quelle», sostiene Giuseppe la Rosa della Falbi. «Non sono in programma altre chiusure», ribatte invece Salvemini.
mercoledì 11 giugno 2008
Grazie per la dedica
Cassuti dedica
agli ex allievi
del Liceo Tron
le sue poesie
di Marino Smiderle
Lo vedi lì, un po’ gigione, in camicia bianca, emozionato e compiaciuto, e provi a immaginarlo da solo, in una delle sue città, Schio, Venezia, Praga, Amsterdam, mentre si diverte a giocare mescolando parole ed emozioni nell’arte ormai desueta di poetare. Antonio Cassuti aspetta gli ospiti appena dentro l’aula magna del liceo scientifico Nicolò Tron di Schio. È stato preside qui per una vita e questa scuola è cresciuta a sua immagine e somiglianza, dai primi anni 80 fino all’anno scorso, quando è andato in pensione. L’attuale preside, Antonio Caruso, ha riaperto le porte al suo predecessore e ha consentito con piacere che ripetesse l’evento del 2002, quando Cassuti presentò il libro di poesie "Il tempo breve dell’amore", dedicato alla moglie Luciana che un male incurabile gli aveva appena portato via.
«Prego, avanti, grazie di essere venuti». La poesia non ha più diritto di cittadinanza in un mondo che viaggia alla velocità delle fibre ottiche, delle parole storpiate nel linguaggio degli sms. Eppure c’è molta curiosità e attenzione, quasi tutti morissero dalla voglia di prendersi una pausa dalla routine stressante della quotidianità. La poesia aiuta a pensare a qualcosa di più profondo, alla vita, all’amore. "L’Amore e il Tempo di Dio", ecco il titolo della raccolta di poesie, edita da Campanotto, che l’autore ama definire come poesia della povertà, cioè lontane dagli estetismi fini a se stessi, dai lirismi ridondanti e fuori luogo. «Le poesie - si legge in una nota dell’autore - sono state scritte tra il 2003 e il 2006 nel mio vagabondare tra Schio, Venezia-Mestre, Praga, Amsterdam e altrove. Sono raccolte per unità tematiche e non secondo successione temporale. Ho voluto indicare ugualmente le date onde sottolineare la "signoria del tempo" e la dolcetriste inquietudine che la sua avvertenza comporta. Ho tolto di mezzo, per quanto possibile, ogni estetismo letterario, proseguendo in una scrittura che amo definire "poesia della povertà"».
No, niente estetismi, Cassuti qui ci infila la sua vita, i suoi amori, il suo Dio, che non è necessariamente catalogabile secondo schemi religiosi mai troppo amati. Epperò Dio c’è, come senso di infinito che dà sostanza alla commedia umana che va in scena dalla notte dei tempi.
La serata è organizzata in maniera semplice, autarchica, ma simpatica ed efficiente. A cominciare dalla fida prof. Elisabetta Bortoli, in camicia plissettata color rosso vivo, che fa da presentatrice e tiene il ritmo con abilità.
«Ai miei allievi, di ieri e di oggi, del liceo scientifico Tron». È questa la dedica che Cassuti si è sentito di fare in apertura di volume. Quegli allievi che gli sono passati davanti per oltre vent’anni e che adesso sono qui a rendere omaggio a lui e, per mezzo della sua persona, a una scuola che, per chi l’ha frequentata, è qualcosa di più di di una scuola. Qui non si impara la lezione, qui certe volte la lezione viene modificata, cercata, rivoluzionata. Qui si insegna a non limitare l’apprendimento imparando le parole stampate sui libri, qui si insegna a scavare, a non accontentarsi. E per questa sera di poesia, magica, ognuno può trovare nelle parole dosate dal preside di un tempo la ricetta giusta per dare un senso, per una volta meno materiale e più spirituale, all’esistenza.
Oddio, che parolone. Ma per questa sera va così, per una volta è la poesia che comanda. Sullo schermo in alto scorrono alte le parole di alcune di queste poesie, quasi fossero sassolini che indicano la traccia da seguire per non smarrirsi. E poi c’è la musica del maestro Giovanni Panozzo a dare una sorta di magica armonia al contesto letterario.
Si aspetta solo la lettura dei versi, ma l’autore vuole farsi un pochino desiderare. Lascia che intervenga il presidente del comitato genitori del Tron, Carlo Giorgini, mentre alcuni studenti de "L’Asino rosa", il giornale dell’istituto, regolano le luci. E poi tocca al prof. Angelo Sabatini, docente di Filosofia Politica all’Università "Tor Vergata" di Roma, autore della prefazione del libro di Cassuti.
«Sono amico dell’autore dal ’74 - attacca - e ho seguito l’evolversi della sua produzione poetica che ha visto la pubblicazione di "L’amore e il tempo" (’82), La città d’oro e dintorni (’86) e "Il tempo breve dell’amore" (2002). Il tema dell’amore è centrale in tutte le raccolte, compresa quest’ultima. E potrei dire che si tratta di un poeta vicino alla linea di quegli atei che hanno l’accortezza di sentire dentro di sè il richiamo dell’infinito. Ne esce una poesia immediata eppure non facile. Aveva molte cose da dire, Cassuti. E ora che ha abbandonato la professione di preside sono convinto che avrà ancora più tempo per proseguire questo suo percorso poetico».
Tocca finalmente a Cassuti? No, un attimo di pazienza, la parola va stavolta al postfatore, il prof. Roberto Nassi, uno di casa al liceo Tron, dove insegna lettere. «Si tratta di raccolte legate tra di loro - osserva - sia dal punto di vista dello stile che del contenuto. Nella lettura non ci sono asperità concettuali e c’è un io lirico centrale circondato dalla perfetta circolarità del tempo».
Via, si spengono le luci, legge Cassuti. Con la musica che si appoggia alle sue parole. Il tempo? Non c’è, si è fermato. C’è un intreccio di forze potenti che sono l’amore, l’infinito, Dio, l’eros. Perché la vita è sempre quella, non c’entra il tempo, che magari detta i ritmi ma, alla fine, è spettatore di una continua rappresentazione a cui ognuno dà il significato che crede. E per chi non ha occasione di farlo, ecco che queste poesie, scarne, veloci eppure profonde e incalzanti, possono indurre a fermarsi, a pensare, a capire. Finalmente.
La stagione di Cassuti è diversa da quella di sei anni fa, quando presentò una raccolta intrisa di dolore, eppure di speranza, per la scomparsa dell’amata Luciana.
«Oggi ho una compagna, Bianca, che è qui con me». E passa a leggere la sua poesia più potente, quella sulle parole, pubblicata nella raccolta precedente. Quasi un omaggio a Luciana e, nello stesso tempo, alla vita che scorre come un torrente e che l’autore si illude di arginare con le sue poesie.
Ma non c’è vita che si possa arginare. Anzi, le poesie, lungi dal contenerne la forza, la esaltano, la sprigionano tra le sedie di un’aula magna che gli ex allievi del Tron ricordano per le memorabili assemblee d’istituto e, guardando gli attuali studenti de "L’asino rosa", pensano alla vita che corre.
Accelerazioni
LA STAMPA USA. Il presidente arriva in Italia
Newsweek: «Bush
vuole accelerare
sulla Ederle 2»
Cambiano i presidenti del Consiglio, resta il medesimo ordine del giorno: me lo fai o no questo bene(male)detto Dal Molin? Sottinteso: resta anche il medesimo presidente degli Usa, vale a dire George W. Bush, che passerà la mano a novembre ma che ancora detta legge in giro per il mondo. In ogni caso, tra gli argomenti trattati in questi giorni di visita ufficiale in Italia del presidente Usa c’è ancora quella base militare americana che le coop rosse dell’Emilia dovrebbero cominciare a costruire a momenti, nonostante il progetto di referendum che il sindaco Variati sta partorendo.
«Berlusconi potrebbe accelerare la controversa espansione della caserma Ederle nella città settentrionale di Vicenza - scrive Barbie Nadeau, corrispondente da Roma del settimanale Newsweek -. Durante l’altro suo mandato da primo ministro, tra il 2001 e il 2005, fece un accordo segreto per espandere la presenza militare americana a Vicenza autorizzando la costruzione di una nuova base al Dal Molin, destinata a diventare la più grande base militare in Europa. Una decisione molto contestata, visto che la struttura sorgerebbe a meno di un miglio in linea d’aria dalla famosa Basilica Palladiana situata nella centralissima piazza dei Signori».
Ovvio, non ci sarà solo questo nell’agenda dell’incontro tra i due presidenti-amici. Si parla, per esempio, di un possibile raddoppio della presenza militare italiana in Afghanistan e di un ritorno di altri 200 istruttori in Iraq. La domanda che si fa Barbie Nadeau è semplice: perché Berlusconi dovrebbe impegnarsi a soddisfare le richieste di Bush quando a novembre alla Casa Bianca ci sarà un altro inquilino? Non sarebbe meglio aspettare e vedere cosa succede?
Il punto è che l’Italia in questo momento vuole entrare a far parte del gruppo dei "5+1", ovvero il gruppo dei cinque paesi del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania che decidono la politica mondiale sul nucleare iraniano. Vuole, insomma, far diventare questo gruppo un "5+2" e l’amministrazione americana ha voce in capitolo per prendere questa decisione in tempi rapidi. Per Newsweek c’è anche la questione Dal Molin sulla bilancia che potrebbe far salire l’Italia ai piani altri della geopolitica mediorientale, con tutto quello che ne consegue in termini di petrolio e dintorni. MA.SM.
Newsweek: «Bush
vuole accelerare
sulla Ederle 2»
Cambiano i presidenti del Consiglio, resta il medesimo ordine del giorno: me lo fai o no questo bene(male)detto Dal Molin? Sottinteso: resta anche il medesimo presidente degli Usa, vale a dire George W. Bush, che passerà la mano a novembre ma che ancora detta legge in giro per il mondo. In ogni caso, tra gli argomenti trattati in questi giorni di visita ufficiale in Italia del presidente Usa c’è ancora quella base militare americana che le coop rosse dell’Emilia dovrebbero cominciare a costruire a momenti, nonostante il progetto di referendum che il sindaco Variati sta partorendo.
«Berlusconi potrebbe accelerare la controversa espansione della caserma Ederle nella città settentrionale di Vicenza - scrive Barbie Nadeau, corrispondente da Roma del settimanale Newsweek -. Durante l’altro suo mandato da primo ministro, tra il 2001 e il 2005, fece un accordo segreto per espandere la presenza militare americana a Vicenza autorizzando la costruzione di una nuova base al Dal Molin, destinata a diventare la più grande base militare in Europa. Una decisione molto contestata, visto che la struttura sorgerebbe a meno di un miglio in linea d’aria dalla famosa Basilica Palladiana situata nella centralissima piazza dei Signori».
Ovvio, non ci sarà solo questo nell’agenda dell’incontro tra i due presidenti-amici. Si parla, per esempio, di un possibile raddoppio della presenza militare italiana in Afghanistan e di un ritorno di altri 200 istruttori in Iraq. La domanda che si fa Barbie Nadeau è semplice: perché Berlusconi dovrebbe impegnarsi a soddisfare le richieste di Bush quando a novembre alla Casa Bianca ci sarà un altro inquilino? Non sarebbe meglio aspettare e vedere cosa succede?
Il punto è che l’Italia in questo momento vuole entrare a far parte del gruppo dei "5+1", ovvero il gruppo dei cinque paesi del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania che decidono la politica mondiale sul nucleare iraniano. Vuole, insomma, far diventare questo gruppo un "5+2" e l’amministrazione americana ha voce in capitolo per prendere questa decisione in tempi rapidi. Per Newsweek c’è anche la questione Dal Molin sulla bilancia che potrebbe far salire l’Italia ai piani altri della geopolitica mediorientale, con tutto quello che ne consegue in termini di petrolio e dintorni. MA.SM.
In bolletta
Quelle bollette non pagate
dalle Forze Armate
George W. Bush è venuto in Italia a salutare il suo amico e alleato Silvio Berlusconi. Al di là della simpatia reciproca, i due leader avranno alcuni punti importanti da trattare. In particolare, Bush, prima di lasciare la Casa Bianca il prossimo mese di novembre, vorrà ringraziare Berlusconi per l’appoggio dato alle missioni militari prima in Afghanistan e poi in Iraq. Appoggio che è costato molto, in termini di popolarità, al presidente del Consiglio. E che è costato molto, non solo in termini di popolarità, al ministero della Difesa.
Nella «Nota aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa per l’anno 2008», presentata l’altro giorno in parlamento, ci sarebbero alcune posizioni contabili da sistemare, come rileva il quotidiano MF. Le Forze Armate, per citare il caso più spinoso, hanno 409 milioni di euro di debito per bollette di acqua, gas, luce e rifiuti non pagate. Ora, se Berlusconi vuole davvero rafforzare la presenza in Afghanistan, chieda all’amico George un anticipo sul Dal Molin.MA.SM.
dalle Forze Armate
George W. Bush è venuto in Italia a salutare il suo amico e alleato Silvio Berlusconi. Al di là della simpatia reciproca, i due leader avranno alcuni punti importanti da trattare. In particolare, Bush, prima di lasciare la Casa Bianca il prossimo mese di novembre, vorrà ringraziare Berlusconi per l’appoggio dato alle missioni militari prima in Afghanistan e poi in Iraq. Appoggio che è costato molto, in termini di popolarità, al presidente del Consiglio. E che è costato molto, non solo in termini di popolarità, al ministero della Difesa.
Nella «Nota aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa per l’anno 2008», presentata l’altro giorno in parlamento, ci sarebbero alcune posizioni contabili da sistemare, come rileva il quotidiano MF. Le Forze Armate, per citare il caso più spinoso, hanno 409 milioni di euro di debito per bollette di acqua, gas, luce e rifiuti non pagate. Ora, se Berlusconi vuole davvero rafforzare la presenza in Afghanistan, chieda all’amico George un anticipo sul Dal Molin.MA.SM.
Impara l'arte pubblica
FORMAZIONE. Presentato il Master in gestione integrata delle pubbliche amministrazioni
Ecco la ricetta del Cuoa
per dare vigore alla Pa
Marino Smiderle
ALTAVILLA
D’accordo, arrivare ai livelli dell’Ena francese è un po’ complicato e pretendere di fare della pubblica amministrazione italiana un modello di efficienza dalla sera alla mattina è pura utopia. Però da qualche parte bisogna pure cominciare e i i trenta dirigenti pubblici che hanno iniziato a frequentare i corsi del Master Cuoa in Gestione integrata nelle pubbliche amministrazioni, partito l’altro giorno, hanno già qualche chance in più per portare in sala macchina la cultura della managerialità.
E il sen. Maurizio Castro, direttore scientifico di questa prima edizione del Master, può lanciare il suo appello-manifesto: «Licenziare i fannulloni non basta. Bisogna recuperare efficienza nelle pubbliche amministrazioni».
Ecco già un buon motivo per guardare di buon occhio questa nuova iniziativa di alta formazione lanciata dal Cuoa di Altavilla presieduto da Vittorio Mincato. Che dimostra di pensare non solo alle imprese private, ma anche all’altra grande impresa che si chiama Stato, in tutte le sue sfaccettature istituzionali e locali. Un argomento molto importante, anche alla luce dei recenti programmi "rivoluzionari" annunciati dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, e imperniati nella caccia ai fannulloni e nel relativo licenziamento in tronco, come peraltro aveva già teorizzato, dall’altra parte dello schieramento politico, il prof. (ora senatore come Castro) Ichino.
È stato calcolato che un'ottimizzazione delle risorse del 10 per cento della macchina pubblica produrrebbe un recupero di 2 punti di Pil. «Se gli enti locali del Veneto - osserva Castro - ciascuno in relazione con la propria area omogenea (per esempio le Province fra loro) contraessero le attività di mero supporto alle missioni e funzioni istituzionali concentrandole in poli specialistici di eccellenza (parlo di amministrazione del personale, contabilità, tesoreria ecc.), in grado poi di evolvere in autonome agenzie/società ad alta densità di competenze, si avrebbe un recupero di efficienza stimabile nel 15 per cento».
Perché dunque non sfruttare le competenze e la qualità del Cuoa per partire con una strategia in grado di dare una sterzata all’attuale andazzo della Pa? «Il Cuoa - ricorda Castro - vanta una tradizione di eccellenza nel versante del privato ed è l’ente ideale per entrare nel pubblico mescolando il meglio dell'uno e dell'altro in un progetto che faccia diventare il Veneto e il Nordest più grandi e più competitivi».
Secondo Castro non è sufficiente mandare a casa i fannulloni, per quanto auspicabile. Il problema di rendere più efficiente la macchina amministrativa rimane. «Per questo - insiste Castro - vanno aumentate le performance delle Pa, tagliando le inefficienze, ottimizzando la gestione. Ovvero ristrutturando come si farebbe nelle imprese, ma tenendo conto che il modello privato va "piegato" alle esigenze del pubblico: le logiche di imprese e Pa sono geneticamente diverse e non assimilabili».
Il Cuoa, con questo ultimo Master, si candida a diventare la scuola di amministrazione pubblica del Nord Est.
«È un dato noto che la produttività media degli uffici pubblici al Sud - coonclude Castro - sia la metà di quella dei corrispondenti uffici al Nord (e la produttività delle sedi del Centro è a metà strada): ciò significa che la stessa pensione Inps o la stessa rendita Inail costano in Campania il doppio che in Veneto, in termini di risorse assorbite dalle rispettive burocrazie».
Puntando sull’alta formazione si può rimediare.
Ecco la ricetta del Cuoa
per dare vigore alla Pa
Marino Smiderle
ALTAVILLA
D’accordo, arrivare ai livelli dell’Ena francese è un po’ complicato e pretendere di fare della pubblica amministrazione italiana un modello di efficienza dalla sera alla mattina è pura utopia. Però da qualche parte bisogna pure cominciare e i i trenta dirigenti pubblici che hanno iniziato a frequentare i corsi del Master Cuoa in Gestione integrata nelle pubbliche amministrazioni, partito l’altro giorno, hanno già qualche chance in più per portare in sala macchina la cultura della managerialità.
E il sen. Maurizio Castro, direttore scientifico di questa prima edizione del Master, può lanciare il suo appello-manifesto: «Licenziare i fannulloni non basta. Bisogna recuperare efficienza nelle pubbliche amministrazioni».
Ecco già un buon motivo per guardare di buon occhio questa nuova iniziativa di alta formazione lanciata dal Cuoa di Altavilla presieduto da Vittorio Mincato. Che dimostra di pensare non solo alle imprese private, ma anche all’altra grande impresa che si chiama Stato, in tutte le sue sfaccettature istituzionali e locali. Un argomento molto importante, anche alla luce dei recenti programmi "rivoluzionari" annunciati dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, e imperniati nella caccia ai fannulloni e nel relativo licenziamento in tronco, come peraltro aveva già teorizzato, dall’altra parte dello schieramento politico, il prof. (ora senatore come Castro) Ichino.
È stato calcolato che un'ottimizzazione delle risorse del 10 per cento della macchina pubblica produrrebbe un recupero di 2 punti di Pil. «Se gli enti locali del Veneto - osserva Castro - ciascuno in relazione con la propria area omogenea (per esempio le Province fra loro) contraessero le attività di mero supporto alle missioni e funzioni istituzionali concentrandole in poli specialistici di eccellenza (parlo di amministrazione del personale, contabilità, tesoreria ecc.), in grado poi di evolvere in autonome agenzie/società ad alta densità di competenze, si avrebbe un recupero di efficienza stimabile nel 15 per cento».
Perché dunque non sfruttare le competenze e la qualità del Cuoa per partire con una strategia in grado di dare una sterzata all’attuale andazzo della Pa? «Il Cuoa - ricorda Castro - vanta una tradizione di eccellenza nel versante del privato ed è l’ente ideale per entrare nel pubblico mescolando il meglio dell'uno e dell'altro in un progetto che faccia diventare il Veneto e il Nordest più grandi e più competitivi».
Secondo Castro non è sufficiente mandare a casa i fannulloni, per quanto auspicabile. Il problema di rendere più efficiente la macchina amministrativa rimane. «Per questo - insiste Castro - vanno aumentate le performance delle Pa, tagliando le inefficienze, ottimizzando la gestione. Ovvero ristrutturando come si farebbe nelle imprese, ma tenendo conto che il modello privato va "piegato" alle esigenze del pubblico: le logiche di imprese e Pa sono geneticamente diverse e non assimilabili».
Il Cuoa, con questo ultimo Master, si candida a diventare la scuola di amministrazione pubblica del Nord Est.
«È un dato noto che la produttività media degli uffici pubblici al Sud - coonclude Castro - sia la metà di quella dei corrispondenti uffici al Nord (e la produttività delle sedi del Centro è a metà strada): ciò significa che la stessa pensione Inps o la stessa rendita Inail costano in Campania il doppio che in Veneto, in termini di risorse assorbite dalle rispettive burocrazie».
Puntando sull’alta formazione si può rimediare.
martedì 10 giugno 2008
People vs. dinosaurs/2
Scommettete sulla gente
o sui dinosauri morti?
C’è una domanda che si è fatto Thomas L. Friedman sul New York Times e a cui è interessante cercare di dare una risposta. Cosa hanno in comune il più importante investitore statunitense, Warren Buffet, col presidente dell’Iran, Mahmoud Ahmadinejad? La risposta la dà lo stesso editorialista del quotidiano Usa: entrambi hanno fatto una scommessa su Israele. Una scommessa di tipo economico, ovviamente. Da un lato c’è Buffet, che ha fatto il suo mestiere e ha investito 4 miliardi di dollari nella società israeliana Iscar (utensili di precisione); dall’altro c’è Ahmadinejad, il quale ripete che Israele sparirà.
Chi vincerà la scommessa? L’economia israeliana è vivace e conta sull’ingegno della gente, ma l’Iran ha dalla sua le riserve petrolifere che, a 140 dollari il barile, lo mettono in posizione di vantaggio. Cosa succederà tra 20 anni? «Io sto con Buffet - scrive Friedman -. Preferisco scommettere su persone che scommettono sulle persone, piuttosto che su chi scommette sui dinosauri morti». MA.SM
o sui dinosauri morti?
C’è una domanda che si è fatto Thomas L. Friedman sul New York Times e a cui è interessante cercare di dare una risposta. Cosa hanno in comune il più importante investitore statunitense, Warren Buffet, col presidente dell’Iran, Mahmoud Ahmadinejad? La risposta la dà lo stesso editorialista del quotidiano Usa: entrambi hanno fatto una scommessa su Israele. Una scommessa di tipo economico, ovviamente. Da un lato c’è Buffet, che ha fatto il suo mestiere e ha investito 4 miliardi di dollari nella società israeliana Iscar (utensili di precisione); dall’altro c’è Ahmadinejad, il quale ripete che Israele sparirà.
Chi vincerà la scommessa? L’economia israeliana è vivace e conta sull’ingegno della gente, ma l’Iran ha dalla sua le riserve petrolifere che, a 140 dollari il barile, lo mettono in posizione di vantaggio. Cosa succederà tra 20 anni? «Io sto con Buffet - scrive Friedman -. Preferisco scommettere su persone che scommettono sulle persone, piuttosto che su chi scommette sui dinosauri morti». MA.SM
Sempre nera
CONGIUNTURA. Unioncamere ha presentato a Verona la Relazione sulla situazione economica della regione
«Nel 2007 il Veneto ha tenuto»
Ma il futuro è a tinte fosche
Marino Smiderle
VICENZA
Guardando indietro, si può star contenti. Guardando avanti, non c’è molto da stare allegri. Replicando un po’ quelle che erano state le risultanze del rapporto presentato dalla Camera di commercio di Vicenza, la Relazione sulla situazione economica del Veneto, presentata a Verona dal presidente regionale di Unioncamere, Federico Tessari, si sforza nel considerare il bicchiere mezzo pieno («In questo contesto il 2007 è stato comunque ancora un anno positivo per il Veneto. Il Pil regionale è cresciuto dell’1,6% in linea con la crescita registrata in Italia dell’1,5%») ma non può non ricordare che le previsioni per il 2008 del Veneto sono buie.
Del resto, basta dare un occhio al consuntivo dei primi tre mesi del 2008 per accorgersi che «quest'anno la produzione industriale ha registrato una flessione dello 0,4% su base annua, ma anche fatturato e ordini hanno evidenziato un rallentamento. Questi segnali - prosegue Tessari - suggeriscono prudenza sulle stime di crescita del Pil regionale, che oggi oscillano attorno allo 0,6%».
Insomma, se facciamo pari, cioè se nel 2008 il Veneto mantiene quota zero è già grasso che cola. Qualsiasi istituzione si consulti, non si può non accorgersi che la tanto temuta recessione è di fatto già iniziata.
«Il fatto che le previsioni indichino il 2008 come un anno di crescita debole - sostiene Tessari - deve farci riflettere sui nodi da sciogliere affinché il sistema produttivo possa continuare a svilupparsi. Tre i temi su cui bisogna concentrarsi: l'efficienza energetica e la competitività territoriale, le priorità competitive delle imprese manifatturiere, la necessità dell'attuazione del federalismo fiscale e di una concreta efficienza della pubblica amministrazione a livello centrale».
Eppure l’ottimismo della volontà, più che della ragione, si fa strada. «Faccio fatica a pensare a un sistema economico in difficoltà - conclude Tessari quando il Veneto nel 2007 è riuscito a generare 49,5 miliardi di euro di esportazioni, in aumento del 7% sul 2006».
«Nel 2007 il Veneto ha tenuto»
Ma il futuro è a tinte fosche
Marino Smiderle
VICENZA
Guardando indietro, si può star contenti. Guardando avanti, non c’è molto da stare allegri. Replicando un po’ quelle che erano state le risultanze del rapporto presentato dalla Camera di commercio di Vicenza, la Relazione sulla situazione economica del Veneto, presentata a Verona dal presidente regionale di Unioncamere, Federico Tessari, si sforza nel considerare il bicchiere mezzo pieno («In questo contesto il 2007 è stato comunque ancora un anno positivo per il Veneto. Il Pil regionale è cresciuto dell’1,6% in linea con la crescita registrata in Italia dell’1,5%») ma non può non ricordare che le previsioni per il 2008 del Veneto sono buie.
Del resto, basta dare un occhio al consuntivo dei primi tre mesi del 2008 per accorgersi che «quest'anno la produzione industriale ha registrato una flessione dello 0,4% su base annua, ma anche fatturato e ordini hanno evidenziato un rallentamento. Questi segnali - prosegue Tessari - suggeriscono prudenza sulle stime di crescita del Pil regionale, che oggi oscillano attorno allo 0,6%».
Insomma, se facciamo pari, cioè se nel 2008 il Veneto mantiene quota zero è già grasso che cola. Qualsiasi istituzione si consulti, non si può non accorgersi che la tanto temuta recessione è di fatto già iniziata.
«Il fatto che le previsioni indichino il 2008 come un anno di crescita debole - sostiene Tessari - deve farci riflettere sui nodi da sciogliere affinché il sistema produttivo possa continuare a svilupparsi. Tre i temi su cui bisogna concentrarsi: l'efficienza energetica e la competitività territoriale, le priorità competitive delle imprese manifatturiere, la necessità dell'attuazione del federalismo fiscale e di una concreta efficienza della pubblica amministrazione a livello centrale».
Eppure l’ottimismo della volontà, più che della ragione, si fa strada. «Faccio fatica a pensare a un sistema economico in difficoltà - conclude Tessari quando il Veneto nel 2007 è riuscito a generare 49,5 miliardi di euro di esportazioni, in aumento del 7% sul 2006».
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