mercoledì 30 luglio 2008

L'Italia dei cachi

L’EDITORIALE

La politica
estera
non può andare
in tribunale

Marino Smiderle

L’Italia è l’unico paese al mondo in cui il Tar e il Consiglio di Stato discutono di politica estera. Il punto è questo. Non tanto se avesse ragione il Tar, che aveva accolto le istanze dei No Dal Molin, o se invece ha ragione il Consiglio di Stato, che le ha rigettate. In un paese normale è il governo che decide.
Ovviamente in un paese normale si scambiano quattro chiacchiere anche con la città scelta per ospitare la base americana più grande di tutto il sud Europa, si ascoltano le obiezioni e si cercano le soluzioni di compromesso.
Cosa succede invece in Italia? Si prendono decisioni importanti (governo Berlusconi nel 2005) alla chetichella, senza lasciare uno straccio di appunto e senza consultare la comunità locale. Non solo. Un nuovo governo di altro colore (Prodi, 2006) si ritrova la questione sul tavolo e, sempre senza degnare di uno sguardo Vicenza, conferma il sì. È la democrazia rappresentativa, bellezza. Funziona così. Due governi di due colori diversi accettano in maniera... inaccettabile (per i modi con cui hanno trattato Vicenza) di dare il via libera alla base. Tutto il resto, in un paese normale, è aria fritta. Achille Variati, a differenza del suo predecessore, si è messo fin da subito sulle barricate per impedire la realizzazione della base, raccogliendo il plauso dell’estrema sinistra che, nel frattempo, non ha trovato i voti sufficienti per rientrare in parlamento, e dei No Dal Molin. E, nonostante il Consiglio di Stato abbia precisato come il referendum sia assolutamente privo di effetti, ieri ha confermato che spenderà quei centoventi mila euro necessari per far esprimere i vicentini. «Adesso sono gli americani nella condizione più difficile - ha aggiunto - dovrebbero aspettare il voto della comunità».
Con tutta la buona volontà, caro sindaco, gli americani hanno aspettato quattro anni. Hanno chiesto il permesso a due governi, hanno ottenuto due sì (se avessimo risposto di no, sarebbe stato no) e hanno rispettato le norme, palesi e segrete, e il galateo istituzionale.
Cosa dovevano fare di più? La responsabile vera di questa commedia che ha stancato tutti è l’Italia, che mantiene ancora incredibilmente il diritto a far parte del G8 e che si toglie contemporaneamente il vezzo di dibattere di Iraq e Afghanistan nelle aule dei tribunali amministrativi regionali.
Fossimo al posto degli americani, toglieremmo le tende. Nell’esclusivo interesse dello zio Sam.

Doris è Zeromobile

FINANZA. Il patron di Mediolanum al 75 per cento della società fondata dall’imprenditore vicentino Manuel Zanella

Doris sale in Zeromobile
l’idea berica dei cellulari

Marino Smiderle
VICENZA
La bacchetta di Ennio Doris disegna un cerchio attorno a Zeromobile e fa salire il patron di Mediolanum al 75 per cento del capitale. E così l’idea telefonica partorita dalla mente dell’imprenditore vicentino Manuel Zanella alla fine dell’anno scorso, e trasformata in società per azioni nel febbraio di quest’anno, può mettere le ali e puntare all’ambizioso progetto dei 15 milioni di fatturato nel giro di tre anni.
Nei mesi scorsi l’assemblea della società aveva deliberato un raddoppio del capitale (da 200 a 400 mila euro), interamente sottoscritto dalle due holding di investimento, H-Invest e la lussemburghese H-Equity Sicar, entrambe facenti riferimento a Doris. Al termine dell’operazione le due holding si sono trovate in pancia il 75 per cento di Zeromobile. Il restante 25 per cento del capitale è adesso suddiviso tra Manuel Zanella (15 per cento), che è pure amministratore delegato della società, e l’imprenditore trentino Daniele Bortolotti.
Per capire cos’è Zeromobile, occorre tornare indietro a qualche anno fa, quando Zanella andò in viaggio di nozze in Kenya. «Venni subito colto dal mal d’Africa - racconta l’amministratore delegato di Zeromobile - e infatti tornai nel continente nero anche l’anno successivo. Però venni "rapinato" dalle compagnie telefoniche: telefonare col cellulare dal Kenya in Italia costava un occhio della testa e, siccome sono un ingegnere, quando tornai in Italia comincia a studiare un sistema per ridurre le tariffe del roaming internazionale. Girai un po’ per l’Europa e presi l’ispirazione per creare quella sim card che sarebbe diventata il punto di partenza per Zeromobile».
In sostanza, Manuel Zanella, in virtù di un accordo con i vari gestori, riesce a trasformare la telefonata internazionale in una somma di due chiamate nazionali, consentendo risparmi fino all’85 per cento sulle telefonate fatte, al 100 per cento su quelle ricevute e al 40 per cento sugli sms inviati. Dal punto di vista pratico, chi inserisce la sim card Zeromobile nel solito telefonino potrà chiamare ed essere chiamato senza subire furti legalizzati dall’operatore di turno. Per dare un’idea, chiamare dalle Maldive verso l’Italia costa, con gli operatori tradizionali, fino a 6 euro al minuto, mentre ricevere una chiamata costa fino a 3 euro. Con Zeromobile si pagano 99 centesimi al minuto (+0,20 per le chiamate verso i cellulari), mentre ricevere costa 49 centesimi, così come 49 centesimi sono necessari per spedire sms. Il risparmio è dunque dell’84 per cento e del 51 per cento per gli sms.
All’epoca Zanella lavorava in Mediolanum e per realizzare il suo progetto imprenditoriale aveva bisogno di capitali. Chi meglio del proprio datore di lavoro, Ennio Doris, appunto, avrebbe potuto dargli una mano? Così il vicentino bussò alla porta del grande capo, ricevette ascolto e, quel che più conta, ottenne il gradimento della proposta. Sì, Zeromobile poteva passare dal laboratorio delle idee a quello del business. E, trattandosi di un prodotto strettamente legato al mondo del turismo e del viaggio in genere, la sim card di Zeromobile è stata presentata alla Bit di Milano, la Borsa del turismo, ricevendo un’ottima accoglienza. Tanto è vero che in oltre 500 agenzie di viaggio era possibile acquistare il pacchetto completo Zeromobile. Che non prevede solamente la possibilità di telefonare a prezzi accessibili, ma anche ricezione di notizie e bollettini meteo, traduzioni, quotazioni e, ultima novità, a giugno è stata lanciata la prima sim al mondo con l’assicurazione di viaggio inclusa.
«Le cose stanno andando bene - rivela Zanella - e Doris ha ritenuto opportuno assecondare i piani di sviluppo dell’azienda e sottoscrivere l’aumento di capitale. Il nostro obiettivo è quello di arrivare a fatturare 15 milioni di euro nel giro di tre anni».
Del resto, i numeri sono chiari: ogni anno ci sono circa 7 milioni di italiani che vanno all’estero, per lavoro o per diletto, e tutti sono interessati a ridurre il costo delle telefonate dal cellulare. Attualmente Zeromobile garantisce la copertura in oltre 200 paesi del mondo.

Mutui drogati

MERCATO IMMOBILIARE. Secondo l’indagine Kìron a livello nazionale il secondo trimestre segna stabilità (-0,2%)

Le sostituzioni dei mutui
“drogano” le statistiche


Marino Smiderle
VICENZA
I mutui danno i numeri e paiono colti da schizofrenia acuta. Che la fase sia di stanca, se non di frenata, non ci sono molti dubbi e non servono le rielaborazioni statistiche per confermarlo. Ma se poi queste rielaborazioni, effettuate dall’Ufficio studi Kìron sui dati diffusi da Banca d’Italia, si mettono sul grafico, ecco che i diagrammi delle varie zone d’Italia danno un mercato malato di tachicardia acuta.
Partiamo dal dato nazionale relativo al secondo trimestre 2008. In totale il sistema creditizio ha erogato alle famiglie (stiamo parlando di acquisto abitazioni) 14,2 miliardi di euro, con una lievissima flessione, pari al - 0,2 per cento, rispetto al medesimo trimestre del 2007.
Messo così, sembra un dato oltremodo incoraggiante, quasi in contrasto con l’ammosciarsi del mercato immobiliare. Sì, perché i mutui saranno pure stabili, ma per vendere un appartamento di questi tempi occorre diventare pazzi, tanto è vero che, rispetto all'anno passato, un’indagine Tecnocasa ha rilevato un forte aumento del tempo di vendita degli immobili più o meno a tutte le latitudini.
E allora? Prima di rispondere, facciamo un salto ai numeri del Veneto. E qui viene il bello. «Il mercato dei prestiti per l'acquisto delle abitazioni destinato a famiglie consumatrici in Veneto fa segnare un +16%, in controtendenza con l'erogazione della macroarea Nord Orientale che fa registrare un -1%», è il commento dell’Ufficio Studi Kìron a questi numeri che pazzerelli lo sono davvero. Ma come, il Veneto eroga il 16 per cento in più dei mutui e il Nord est fa - 0,1 per cento? Ma che sarà mai? Piano, perché c’è di meglio. Spulciando tra i trend delle varie province del Veneto, si scopre che le province di Venezia (68%), Padova (47%) e Rovigo (30%) registrano un vero proprio boom , pari rispettivamente a +68, +47 e +30 per cento, mentre Belluno, Verona e Vicenza affondano a meno 17 per cento.
Per capire la folle variabilità statistica dei mutui veneti, basta ricordare un’avvertenza riportata dall’indagine: «Da ricordare che i volumi erogati sono influenzati dal mercato dei mutui di sostituzione».
Eccola la vera droga delle cifre, il mutuo di sostituzione, sottoscritto dai clienti che cambiano banca e, quindi contratto. Traducendo, se io estinguo il mio mutuo in una banca e lo riaccendo pari pari, ovviamente a condizioni migliori, in un altro istituto di credito, la statistica lo recepirà come nuovo, ma la casa nuova non è. Il fatto, dunque, che le banche sfornino percentuali in crescita dei mutui erogati non corrisponde a un pari sviluppo del mercato immobiliare.
Volendo interpretare il +68 per cento messo a segno da Venezia e il -17 per cento di Vicenza, si può dedurre che i veneziani sono stati quelli che più hanno approfittato della (parziale) liberalizzazione del mercato dei mutui, cambiando banca per ottenere migliori condizioni, mentre i vicentini sono stati i clienti più "fedeli" alla banca originaria e i passaggi di sportello non sono così bastati a invertire il trend nazionale di calo del settore.
«Continua la diminuzione del valore dell'importo medio erogato - prosegue la ricerca -. Il mutuo medio nel corso del 2007 era pari a 123.000 euro, ed è diminuito arrivando a quota 122.000 euro nel primo semestre 2008 (in ripresa rispetto ai primi 3 mesi del 2008). Questo calo è frutto di una situazione di incertezza economica a livello globale causata principalmente dalla crisi degli istituti bancari e dall'aumento del costo delle materie prime, soprattutto il petrolio, questa situazione determina una diminuzione della capacità di spesa delle famiglie e di riflesso le erogazioni dei mutui».
Per parare i colpi, le preferenze del 70 per cento delle famiglie ora opta per il tasso fisso contro un tasso variabile sempre più ballerino. L’Euribor continua a correre e questa non è una buona notizia.

lunedì 28 luglio 2008

Usa e getta

STATI UNITI. I due candidati alla presidenza dovranno mettere in cima alla propria agenda i temi dell’economia

L’America non ride più
e vede nero
di Marino Smiderle

La copertina dell’ultimo numero dell’Economist è, come spesso accade, centrata. Si vede la statua della libertà che, dopo aver appoggiato la torcia a terra, siede sul suo piedistallo giusto in fronte a New York con il mento appoggiato sul palmo di una mano, in atteggiamento chiaramente preoccupato. Titolo: Unhappy America.
Eh sì, l’America è proprio infelice. Non è la prima volta che accade, nel corso di una storia gloriosa, che ha portato gli Stati Uniti, in pochi secoli, a diventare, ad un tempo, l’emblema della libertà e la massima potenza mondiale. Ci sono stati momenti neri, uno per tutti, la grande depressione del 1929, quando sembrava che il sistema capitalistico avesse mostrato tutti i propri difetti e fosse condannato al declino, incalzato dai progetti marxisti che si stavano facendo strada nell’Unione Sovietica. Mai previsione fu più fallace: gli Stati Uniti, e il capitalismo, si ripresero alla grande e diedero vita a una grande cavalcata che finì, tra altri momenti di crisi, a spazzare via ogni altro sistema che proponeva ricette velenose perché prive dell’ingrediente più importante e decisivo, direi unico, quale era, è e sarà la libertà.
Già, ma adesso? Proprio alla vigilia di un’elezione presidenziale gli Stati Uniti si ritrovano con così tante cose che non vanno da non sapere davvero da che parte incominciare per ripartire nel segno di una pur flebile speranza. Contrariamente a quel che si può pensare in Europa, non è la guerra il primo dei pensieri degli elettori quando entrano nella cabina. Il primo, e forse unico, pensiero è rivolto alla pessima situazione economica in cui è precipitato il paese. «Una fonte di ansia - scrive infatti The Economist - il pessimo stato di salute in cui versa il capitalismo americano. Il "Washington consensus" aveva detto al mondo che l’apertura dei mercati e la deregulation avrebbe risolto tutti i problemi. Eppure adesso i prezzi della case americane stanno scendendo più velocemente che durante la Grande Depressione, il petrolio è più costoso che negli anni 70, le banche stanno collassando, l’euro sta gettando sabbia in faccia al dollaro, il credito è scarso, recessione e inflazione insieme minacciano l’economia, la fiducia dei consumatori è diventato un ossimoro e i belgi si sono appena comprati la Budweiser, "La birra d’America"».
Da questo punto di vista, il presidente Bush ha raggiunto livelli di gradimento "nixoniani", e sono sempre più gli americani che lo considerano responsabile di aver pensato più all’estero che al proprio paese e di aver scatenato due guerre che hanno finito con l’impoverire l’americano medio.
Una caratteristica del duplice mandato presidenziale di Bush, infatti, è stata quella di aver ampliato la differenza tra i ricchissimi e gli altri. «Tra il 2002 e il 2006 - calcola The Economist - i redditi del 99 per cento della popolazione sono cresciuti in media dell’1 per cento all’anno in termini reali, mentre i redditi dell’1 per cento di chi sta al top sono cresciuti dell’11 per cento; i tre quarti della crescita economica ottenuta durante la presidenza Bush sono andati all’1 per cento che sta al vertice».
È su questo terreno che si giocheranno la Casa Bianca Barack Obama e John McCain, con il primo favorito dal fatto di non appartenere al partito del presidente uscente. E non è un caso che Obama, nei suoi infuocati comizi, abbia cominciato a sparare contro i ricchi, una tattica un pochino pericolosa da queste parti, dove la ricchezza non è vista come un delitto ma come una dimostrazione di grande capacità.
Si vedrà come andrà a finire, e per quanto Obama sia dato largamente favorito da tutti i sondaggi (più o meno tra i 6 e gli 11 i punti di vantaggio al momento), va anche detto che negli stati dubbi McCain sta recuperando.
Se c’è una questione estera che entra a piedi uniti nella campagna elettorale americana, quella che è più sentita (come una minaccia) è quella cinese e asiatica in genere. Il boom di Pechino, che sarà amplificato dalle Olimpiadi che stanno per cominciare, è percepito dall’americano medio come un travaso di ricchezze dagli Usa alla Cina.
Così come è capitato in Europa, anche negli Usa non sono state digerite le incursioni delle merci cinesi a basso prezzo, a causa di bassi costi del lavoro e via con la solita solfa. Da questo punto di vista The Economist invita a pensarla in modo diametralmente opposto. «Il gap economico tra l’America e una crescente Asia - scrive il settimanale britannico - si è certamente ridotto, ma preoccuparsi per questo è sbagliato per due motivi.
Per prima cosa, anche crescendo sempre a questo tasso, il pil della Cina raggiungerà quello americano solo tra un quarto di secolo; senza tenere conto del fatto che le tensioni interne causate dai rapidi cambiamenti economici della Cina potrebbero prima di allora portare a qualche scrollone.
Seconda cosa, anche se la crescita dell’Asia continuerà, sarebbe sbagliato, e profondamente non-americano, considerare questo boom un problema. La crescita economica, come il commercio, non è un gioco a somma zero. Più veloce sarà la crescita di Cina e India, più saranno i beni americani che queste economie compreranno. Senza dimenticare che l’Asia sta correndo proprio perché ha adottato le idee americane. E l’America dovrebbe guardare al successo di questi paesi come un tributo, non come una minaccia, e celebrarlo come merita».
In linea teorica il ragionamento ci sta tutto, ma a chi si trova senza lavoro, o con la casa svalutata, o magari costretto a venderla perché incapace di ripagare i debiti, non si può chiedere di non cedere all’ovvia considerazione di considerare il mondo a somma zero.
Il punto è, secondo The Economist, la capacità di imparare dalle situazioni di crisi passate e di non cedere alle facili accuse contro altrettanto facili capri espiatori. «L'America - conclude - ha avuto la saggezza di farlo molte altre volte in passato. Speriamo lo faccia ancora una volta».

domenica 27 luglio 2008

Intrigo afgano

AFGHANISTAN. Si inasprisce il conflitto con le forze multinazionali della Nato

La riscossa
assassina
dei talebani
di Marino Smiderle

Uno degli ultimi lanci di agenzia, firmato Ansa-Afp, dà un’idea sconsolante di come stanno andando le cose in Afghanistan. «Una donna e un bambino di 13 anni, entrambi con corpetti imbottiti di esplosivo, sono stati arrestati mentre tentavano d’introdursi nella residenza del governatore della provincia di Ghazni, nel centro dell’Afghanistan, per compiervi un attentato suicida. Lo si apprende da fonti ufficiali. La donna e il ragazzino “portavano entrambi esplosivo e tentavano di introdursi nell’abitazione del governatore per colpire lui e altre personalità”, ha detto Ismail Jahangir portavoce del governatore. Sia la donna che il bambino, ha detto ancora il portavoce, erano incapaci di esprimersi nelle lingue ufficiali dell’Afghanistan (dari o pashtu), ma parlavano solo urdu (la lingua ufficiale del Pakistan) e arabo. Secondo un dirigente locale della polizia, la donna ha confessato di essere originaria di Multan, in Pakistan, e di essere venuta in Afghanistan per compiere l’attentato con altre tre persone, che non sono state ancora identificate. Non è chiara la relazione fra la donna e il bambino».
Il tutto a pochi giorni del più sanguinoso combattimento tra americani e talebani, svoltosi a Wanat, nella provincia del Kunar, da 15 mesi teatro delle azioni della 173a Airborne Combat Team. Un combattimento che ha visto nove soldati americani uccisi, in quello che si è rivelato lo scontro a fuoco più pesante da tre anni in qua per le forze Nato; e in quello che sarà ricordato come il più tragico combattimento della storia per i soldati Usa di stanza alla caserma Ederle di Vicenza. A pochi giorni dal termine della missione, questi nove giovani soldati sono stati falciati e fatti a pezzi dalla nuova e sofisticata tecnica di combattimento talebana, che ha fatto salire a 42 il numero dei parà uccisi dall’inizio dell’avventura afgana.
Ed è proprio dalla missione della 173a che si ricavano le informazioni necessarie per capire dove sta andando l’Afghanistan. E i 42 militari Usa della comunità vicentina che hanno perso la vita indicano una cosa ben precisa: che la minaccia più seria alla stabilità e alla democrazia fragile di Kabul viene dall’esterno, viene dal Pakistan e da quella terra di nessuno dove i parà della Ederle sono stati mandati a combattere.
Le forze della Nato in Afghanistan, all’indomani della battaglia di Wanat, hanno annunciato di aver abbandonato l’avamposto dove erano stanziati, nei pressi della provincia di Kanat, a est del Paese. «Abbiamo abbandonato il nostro avamposto nella regione di Wanat - ha detto il portavoce della Nato, Mark Laity -. I nostri accampamenti sono sempre temporanei ci installiamo in un luogo per portare a termine una missione e poi, nel momento più opportuno ce ne andiamo. Manterremo comunque delle pattuglie nella zona».
Non è una dichiarazione di resa, ma l’ammissione implicita di un forte ritorno, di una riorganizzazione pericolosa dei miliziani talebani, da sempre sostenitori di Osama bin Laden, e padri padroni delle scuole coraniche del Pakistan da cui hanno lanciato l’offensiva. Prima della battaglia di Wanat, tra l’altro, c’è stato il terrificante attacco suicida all’ambasciata dell’India di Kabul, che ha provocato la morte di 41 persone. «Quel mortale attacco suicida - hanno scritto Karl F. Inderfurth e Wendy Chamberlin sul New York Times - ha messo l’Afghanistan nella familiare ma scomoda posizione, quella di uno scenario da ritorno al futuro, intrappolato tra gli intrighi e i sospetti del potente paese vicino, l’Afghanistan, il Pakistan, e quelli del potente vicino del Pakistan, l’India. Il presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, ha detto che dietro l’attentato all’ambasciata indiana ci sono i servizi segreti pakistani dell’Isi. E ha annunciato che il suo governo boicotterà una serie di previsti incontri bilaterali col Pakistan fino a quando non verrà ristabilita una fiducia reciproca. Esponenti del governo indiano, dal canto loro, hanno detto che l’attacco è stato portato a termine per mandare un messaggio chiaro a New Delhi: andatevene dall’Afghanistan. Il consigliere per la sicurezza nazionale dell’India, M.K. Narayanan, ha dichiarato che l’Isi deve essere distrutto e che se le cose continueranno così, non ci sarà altra scelta che rispondere a dovere. Il primo ministro del Pakistan, Yousouf Raza Gilani, ha respinto tutte le accuse, definendole prive di fondamento e maliziose. Le cose, in, realtà, non stanno così».
La Nato non può permettersi una sconfitta in Afghanistan ed è chiaro che il ruolo più importante è quello degli Stati Uniti, attesi il prossimo novembre a una cruciale elezione presidenziale. Se il candidato repubblicano, John McCain, in fatto di guerre, ha già fatto sapere che sarà ancor più deciso di Bush a potenziare le missioni in Iraq e in Afghanistan (e qualcuno dice che è già pronto a sferrare l'attacco anche all’Iran), il democratico Barack Obama ha invece spiegato che uscirà al più presto dal pantano iracheno ma che intende potenziare la presenza Usa a Kabul. Da questo punto di vista il Pentagono si è già mosso in questo senso e Robert Gates, segretario alla Difesa Usa, ha ammesso in una conferenza stampa di essere a caccia di rinforzi per il fronte dell'Afghanistan e di avrebbe bisogno con urgenza. Gates spera di accelerare i tempi dell'invio di nuovi soldati a partire dall'inizio dell'anno prossimo.
«Stiamo cercando di trovare la maniera di mandare truppe al più presto possibile», ha detto Gates. Ma i soldati non ci sono. Il Pentagono deve fare i conti con un contingente da 150.000 uomini in Iraq e Washington ammette che sarà necessario ridurre la presenza in Iraq per consentire lo schieramento di un maggiore numero di uomini in Afghanistan. Come dice Obama.

venerdì 18 luglio 2008

Bella


La nuova maglia mi piace (foto da inter.it).
Ora vado in vacanza più tranquillo. Ci si rilegge tra una settimana.

Le solite mattonate

COSTRUZIONI. Presentati i risultati dell’8° Rapporto congiunturale del settore in Veneto. Nel 2007 ci sono stati investimenti per 2,38 miliardi di euro

Meno mattoni a Vicenza
Ma il calo si ferma al 2%

Marino Smiderle
VICENZA
Non si poteva pensare che Vicenza fosse un’isola felice. E quindi, spulciando l’8° Rapporto congiunturale sulle costruzioni in Veneto, commissionato al Cresme dalle Casse edili artigiane regionali (Ceva e Ceav), non c’è da rimanere particolarmente impressionati dai segni meno che caratterizzano l’andamento del mercato provinciale. Altro è l’interpretazione prospettica dei dati in questione, vale a dire la visione pessimistica o ottimistica che gli operatori danno in ottica futura. Perché, se da un lato c’è chi dice che questi cedimenti sono solo i primi passi di una slavina che si abbatterà sulle quotazioni trascinando anche Vicenza e l’Italia in una crisi settoriale già ben presente in Spagna, oltre che negli Stati Uniti, culla dei subprime, dall’altro lato c’è chi vede nei segni meno un’occasione per cambiare registro e concentrarsi nei fattori che ancora tirano sul mercato.
Ne hanno parlato a palazzo Specchi, sede della Cna vicentina, in occasione della presentazione del Rapporto sull’edilizia da parte del coordinatore Federico Della Puppa, il presidente della Cna Vicenza, Silvano Scandian, il presidente provinciale di Cna costruzioni, Marcello Splendore, e l’assessore ai lavori pubblici del Comune di Vicenza, Ennio Tosetto (vedi articolo a fianco).
Ma sono i numeri, più delle parole, a far capire come sta il mattone a Vicenza. Anche perché, giova ricordarlo, stiamo parlando di un settore molto importante anche sul fronte dell’occupazione e dell’imprenditoria, considerato che il totale degli addetti arriva a quota 28.871, tra dipendenti e indipendenti, un valore in diminuzione rispetto all’anno precedente. Le imprese attive sono invece 11.685, di cui 9.875 artigiane (dato in crescita). Perché la caratteristica di questo settore è quella di essere il regno delle microimprese, molte delle quali individuali, con i pro e i contro che tutto questo comporta.
Dal punto di vista finanziario, bisogna partire dal fatto che «il mercato delle costruzioni - come ha ricordato Della Puppa - in provincia di Vicenza nel 2007 ha fatto segnare investimenti per 2.383 milioni di euro, dei quali il 58,5% destinati ad attività di edilizia residenziale, il 35% nel non residenziale e il 6,5% per investimenti in opere del genio civile».
Spostandoci dal lato delle previsioni, il Rapporto del Cresme prevede che il 2008 si chiuderà con un rallentamento del 2,1 per cento sul totale degli investimenti, che si avvertirà soprattutto sul nuovo residenziale (-7%) e sul nuovo non residenziale pubblico (-8,4%).
«Le abitazioni ultimate - ha proseguito Della Puppa - sono state 6.485, con una diminuzione del 3,4% sull'anno precedente. I fabbricati ammontano a 934 per un totale di poco meno di 3 milioni di metri cubi di nuova edificazione. Dal punto di vista del non residenziale sono stati ultimati 211 fabbricati per quasi 1,6 milioni di metri cubi, con una diminuzione soprattutto nel numero dei fabbricati. Anche in questo caso si evidenzia dunque una modificazione delle tipologie e un aumento delle superfici medie per fabbricato».
Le previsioni per il 2008, come detto, indicano una diminuzione contenuta degli investimenti al netto dell'inflazione, ma con una diminuzione sensibile nella nuova costruzione (-4,4%) e una debole crescita (+1,0%) del mercato del rinnovo.
Se poi confrontiamo Vicenza con le altre province del Veneto, scopriamo che come giro d’affari sono nettamente davanti, nell’ordine, Treviso, Venezia, Padova e Verona. Quanto alle previsioni per il 2008, Treviso guida anche le cadute (-7,5 per cento), mentre Venezia e Verona tengono, con Padova che cede solo dell’1,1 per cento.

giovedì 17 luglio 2008

Sadness

AFGHANISTAN. Le forze della Nato domenica avevano subito un attacco nella provincia di Kunar. I ragazzi erano partiti per la missione dal “campo” berico

La Ederle piange i nove
soldati morti a Wanat
di Marino Smiderle

La peggior tragedia che si sia mai abbattuta sulla comunità della Ederle. Nove soldati americani della 173a Brigata Aviotrasportata, schierata come Task Force Bayonet in supporto alla Forza Internazionale di Assistenza per la Sicurezza (Isaaf) sotto comando Nato, sono stati uccisi domenica nel corso di una terribile controffensiva dei talebani nella provincia di Kunar, in Afghanistan, ai confini col Pakistan, in quella terra di nessuno dove i sostenitori di bin Laden si stanno riorganizzando. Mancavano pochi giorni al termine di una missione durata ben 15 mesi.
Pochi giorni e i nove giovani ammazzati a Wanat sarebbero tornati a festeggiare insieme agli altri commilitoni il rientro a Vicenza al termine di quella che sarà ricordata come la missione più sanguinosa della storia della caserma vicentina. Sì, perché è salito a 42 il numero dei soldati uccisi nel corso dell’ultimo impegno in Afghanistan, un numero superiore alle 27 vittime patite nel corso delle precedenti due campagne, una in Iraq e l’altra ancora in Afghanistan. Era già successo nel luglio dello scorso anno, nel distretto di Sarobi, che quattro soldati della 173a fossero uccisi. E a settembre ci fu un’altra sanguinosa battaglia ad Aranus in cui persero la vita cinque parà della Ederle. Ma nove tutti insieme è un record di dolore che a Vicenza si auguravano proprio di non dover raggiungere.
A Wanat sono morti lo specialista Sergio S. Abad, 21 anni, di Morganfield, Kentucky, il caporale Jonathan R. Ayers, 24 anni, di Snellville, Georgia, il caporale Jason M. Bogar, 25 anni, di Seattle, Washington, il tenente Jonathan P. Brostrom, 24 anni, di Honolulu, Hawaii, il sergente Israel Garcia, 24 anni, di Long Beach, California, il caporale Jason D. Hovater, 24 anni, di Clinton, Tennessee , il caporale Matthew B. Phillips, 27 anni, di Jasper, Georgia, il caporale Pruitt A. Rainey, 22 anni, di Haw River, Carolina del Nord, il caporale Gunnar W. Zwilling, 20 anni, di St. Louis, Missouri. I nove soldati, tutti facenti parte assegnati alla Compagnia scelta del 2° Battaglione, del 503° Reggimento paracadutisti, noto come "The Rock", sono rimasti uccisi dopo un combattimento violentissimo, a seguito di un pesante attacco delle forze nemiche armate di armi leggere, mitragliatici, granate Rpg e mortai. Alla caserma Ederle avevano già preparato i grandi festeggiamenti per il rientro degli ultimi parà. Il 4 luglio scorso, l’Independence Day, alla Ederle festeggiavano già i primi fortunati soldati rientrati al termine della missione. Domani, al posto delle fanfare di accoglienza, i nove soldati saranno salutati con una cerimonia funebre, prevista per le 14 di venerdì, nella cappella che troppe volte negli ultimi anni si è trasformata in un luogo di lacrime e tristezza.
Di ieri la notizia che il Pentagono è a caccia di rinforzi per il fronte dell'Afghanistan. Lo ha ammesso il segretario alla Difesa americano Robert Gates, che spera di accelerare i tempi dell'invio di nuovi soldati a partire dall'inizio dell'anno prossimo.

Vacancies

LA CRISI. Un’indagine della Coldiretti evidenzia le conseguenze della recessione in atto. E suggerisce i rimedi

Vacanze? Una chimera per un vicentino su due

Marino Smiderle
VICENZA
Vacanze? Col binocolo. «Un vicentino su due non andrà in vacanza». È la sentenza inappellabile emessa dalla Coldiretti berica che, a furia di scandagliare le statistiche stravolte dall’impennata dell’inflazione, si è imbattuta in quello che sembra il dato più nero dell’estate 2008.
«È l’effetto dei rincari che sono stati registrati per benzina e gasolio e, a cascata, per trasporti aerei, marittimi, stabilimenti balneari e camping - osserva Diego Meggiolaro, presidente della Coldiretti di Vicenza -. Questo boom dei prezzi si è abbattuto sui bilanci familiari e la conseguenza è stata la maggiore attenzione alle spese essenziali, che non sono comprimibili, come quelle alimentari, a scapito degli altri beni e servizi, come dimostrano i dati diffusi da Federalberghi e lo scarso successo dei saldi nel settore dell’abbigliamento».
Ma se è vero che l’incertezza economica e l’anemia dei portafogli inducono a tagliare, per prima cosa, le vacanze, è anche vero che pure nel settore primario degli alimentari qualche scricchiolio si avverte forte e chiaro. Sempre da un’indagine della Coldiretti berica emerge che è stata avvertita una riduzione del 5,5 per cento nel consumo del pane e del 2,5 per cento per la pasta, due derivati dal grano che sulle nostre tavole non mancano mai. In compenso sale il consumo di latte, specie quello fresco, che nell'ultimo quadrimestre registra un aumento del 2,5 per cento.
La Coldiretti, in polemica con il settore del commercio, indica come maggiori responsabili degli aumenti proprio la catena distributiva che avrebbe calcato troppo la mano. Nello stesso tempo i listini delle materie prime, vedi grano, segnalano aumenti da urlo, e quindi non è che gli agricoltori siano rimasti esenti da rialzi dei listini. «Ma l’andamento del prezzo del grano - tuona Meggiolaro - non offre alibi per ulteriori aumenti del pane, tenuto conto che le quotazioni del grano sono le stesse di inizio anno. Se, secondo il servizio Sms consumatori dell’Ismea il pane ha raggiunto il valore medio nazionale di 2,85 euro al chilo, il grano si attesta su 0,24 euro al chilo, appena l’8 per cento del prezzo del prodotto finito».
Il progetto della Coldiretti, rivelato da Meggiolaro all’indomani dell’annuncio del governo in merito all’introduzione della carta sociale, è quello di incrementare la vendita diretta da parte dei produttori, in particolare a quei centomila vicentini che hanno una pensione pari o uguale a 450 euro. «Siamo pronti a collaborare con la nostra rete di aziende agricole che vendono direttamente ai cittadini - afferma Meggiolaro - per tagliare le intermediazioni e alleggerire la spesa del 30 per cento».

mercoledì 16 luglio 2008

Squola

Assente, assente, assente. Solo i professori erano presenti alla scuola "Pacinotti" di Mestre.

Se la locomotiva deraglia

IL RAPPORTO DELLA FONDAZIONE NORD EST. Presentata ieri a Mestre la nona edizione della tradizionale radiografia della zona


È in arrivo sul binario
1 per cento...


Marino Smiderle
INVIATO A VENEZIA
Certo, ci può essere la consolazione di essere i migliori dei peggiori. Perché se guardiamo all’Italia, non c’è dubbio che il Nord Est ha ancora una marcia in più. Per non parlare del confronto col meridione, che proprio non ha senso considerata la profondità del fossato dove, tra l’altro, rischia di finire la stessa area virtuosa. Non usciamo male neanche dal confronto con l’Ue (a 15 e a 27) considerata nel suo complesso, e pazienza se il Baden Württemberg, la Baviera, la Catalogna, l’Ile de France e l’Est Europa crescono a ritmi un pochino più sostenuti, non si può avere tutto dalla vita. In patria, il Nord est resta un esempio.
Ok, ma quando al presidente e al direttore della Fondazione Nord Est, Andrea Tomat e Daniele Marini, viene chiesto un numero, un numero solo, e cioè di quanto crescerà il pil della locomotiva d’Italia, la risposta mette qualche brividino: uno per cento. Sì, 1%, se scritto in cifre fa più impressione. Niente panico, per carità, ma da da queste latitudini eravamo abituati a ben altri ritmi. E non è che abbia molto senso andare a cercare i colpevoli, che magari stanno da qualche altra parte nel globo, ma dal Rapporto della Fondazione Nord Est ti aspetteresti un segnale, un’indicazione, un trend. Ma quando Daniele Marini, al termine di una ponderata analisi dell’ottimo lavoro svolto dal team di ricercatori che coordina assieme a Silvia Oliva, spiega che «l’unica certezza è l’incertezza», si fa fatica a tradurre questo concetto in qualcosa di positivo.
E lo sanno bene i tanti imprenditori che sono lì riuniti nella sala conferenze del Laguna Palace di Mestre, guidati da Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria. Prima ancora di conoscere i dettagli del Rapporto, per esempio, Paolo Bastianello, che sta nel direttivo di Confindustria nazionale e che è presidente dell’azienda arzignanese Marly’s Confezioni, rivela la diversa composizione del portafoglio ordini, sempre più spostato verso aree ad alto sviluppo (Russia, Est Europa in genere e Dubai), e confessa la sua preoccupazione per le nuove strategie commerciali che, inevitabilmente, sarà costretto ad implementare.
Ma l’imprenditore nordestino è così, pronto a cambiare, a rischiare, a investire per non lasciarsi sorprendere da una congiuntura internazionale che peggio di così è dura da immaginare. E come lo definiamo, dunque, ’sto Nord Est che accusa il colpo ma non ne vuole sapere di soccombere? Marini non nega che la crescita è rallentata, pericolosamente vicino allo zero, ma si sforza di vedere questo dato con l’ottimismo della volontà. «Se noi ci paragoniamo ai ritmi di Cina, India e Russia - attacca il direttore della Fondazione Nord Est - usciamo nettamente sconfitti. Ma quello zero a cui siamo vicini è in realtà una somma algebrica che contempla settori che scendono del 10 per cento e e settori che invece crescono del 10 per cento. È poi è impossibile paragonare il pil di adesso con quello di dieci anni fa, perché il Nord est, lentamente ma inesorabilmente, sta cambiando pelle. Sfuggente, incontenibile e sorprendente, il Nord Est sta cambiando in maniera strutturale e in questo momento cogliere un’indicazione chiara sulla direzione presa è praticamente impossibile».
Emma Marcegaglia condivide la lettura della somma algebrica. «E condivido anche il fatto - afferma il presidente di Confindustria - che non si possa più leggere i dati di un’economia vitale come quella del Nord est seguendo i vecchi stereotipi. Industria e servizi è una distinzione troppo generica, ci sono molte contaminazioni tra di due campi che non sono separabili».
In compenso c’è un dato che sembra emergere piuttosto chiaro da questo trend "pluriforme", e cioè che nella patria delle piccole e piccolissime imprese quelle che stanno indicando la strada della ripresa sono le medie imprese, quelle che hanno dai 50 ai 250 dipendenti, come spiega Silvia Oliva. Che poi sono anche quelle che hanno saputo battere con decisione la strada dell’internazionalizzazione, seguite poi coraggiosamente anche dalle più piccole. A questa nota positiva se ne lega però una negativa: alla domanda «a chi ti appoggi quando vai a investire all’estero?», l’imprenditore nordestino, nel 50 per cento dei casi risponde: «A nessuno».
E torna qui la solita questione del paese che non fa sistema, della partita persa in partenza con le aziende tedesche, per dire, che invece vanno all’estero accompagnate da una squadra efficiente fatta di ambasciate e uffici costruiti apposta per supportare l’economia tedesca. «Io posso solo ricordare - afferma Marcegaglia - che già nello scorso mandato di Montezemolo Confindustria si era impegnata per organizzare missioni all’estero, portando con noi 7.000 imprese che hanno tratto giovamento da questo programma. Io proseguirò su questa strada e abbiamo già in vista un’importante missione in Russia, un paese complicato ma molto promettente dal punto di vista del business».
C’è poi la questione dell’immigrazione, chiave di volta del successo economico del Nord Est, ma, nello stesso tempo, bomba ad orologeria sociale, stando almeno alla percezione della gente. Oliva ricorda che nel Nord Est il 6,9 per cento della popolazione residente è formata da immigrati; percentuale che sale al 7,3 per cento se poggiamo la lente sul Veneto. E se da molti autoctoni l’immigrazione è percepita come un problema, da altre indagini emerge invece che Veneto e Nord Est sono le zone d’Italia in cui l’integrazione è ai massimi. Contraddizioni di un paese che, comunque al si giri, non più fare a meno della manodopera straniera a causa di un ritmo demografico che fa a gara con la crescita del pil per vedere chi va più piano.
È sempre questione di punti di vista, ovviamente. Perché se Galan sostiene (vedi pagina a fianco) che questi numeri dimostrano che sono stati sconfitti i luoghi comuni del declinismo, Franco Antiga, presidente di Veneto Banca e sponsor del Rapporto, ammette che ci sono più ombre che luci. Precisando subito dopo che, però, «le banche hanno fatto per intero la loro parte, visto che gli impieghi sono cresciuti più del pil».
Quelle stesse banche che sono finite nel mirino del ministro Giulio Tremonti e della sua Robin tax: «Mi auguro che si tratti di una disposizione transitoria - osserva Antiga - perché, specie nel caso della banche popolari del Veneto, c’è il rischio di provocare disaffezione tra le centinaia di migliaia di soci che hanno destinato i loro risparmi nelle azioni degli istituti e ora vedono colpiti i propri investimenti».
Chiusura col sogno di Euroregione, col Nord Est agganciato a Carinzia, Slovenia e alta Croazia. Per crescere di più, per avere più chance nel match della globalizzazione.

IL DIBATTITO. Show del governatore che spinge lo Stato a dare gli otto giorni al meridione. Antiga contro la Robin tax

Galan fa il vero liberale
e “impallina” il governo

VENEZIA
È probabile che ieri a Giulio Tremonti siano fischiate le orecchie. Si sa, nel laboratorio del Nord Est sono tutti molto esigenti e poco generosi nei confronti dei politici. Ma se ci sta che un banchiere come Franco Antiga, presidente di Veneto Banca, si lamenti per la Robin tax, e se ci sta pure che Emma Marcegaglia usi carota («Bene il governo con la lotta a burocrazia e al risanamento della Pubblica amministrazione») e bastone («Male l’assenza di progettualità in materia di infrastrutture e male anche l’intenzione di non ridurre la pressione fiscale») nei confronti dell’esecutivo (ma le bastonate sono tutte per il ministro dell’Economia), ci sta un po’ meno che un Giancarlo Galan in forma smagliante prenda a sparare a palle incatenate contro l’establishment romano che, in teoria, dovrebbe vestire la stessa casacca politica.
Ma se Tremonti ha deciso, anche a causa della congiuntura, a riporre la maglietta del liberismo in un cassetto per indossare quella dell’interventista di stato, Galan si conferma liberale doc, senza se e senza ma, anche quando farebbe comodo glissare. Come quando, nei giorni scorsi, e in contrasto col volere popolare, il governatore ha preso le distanze dalle impronte da prendere ai rom.
Ma ieri si parlava di economia e Nord Est, e Galan ha cominciato togliendosi qualche sassolino dalla scarpa. «I profeti del declino sociale ed economico della nostra regione sono stati ancora una volta sbugiardati. Il modello del Nord Est regge e ha saputo trasformarsi secondo le rinnovate esigenze del mondo produttivo. Il Veneto, in particolare, vuole continuare a essere un laboratorio di idee e di progetti che, nonostante la mancata riforma in senso federalista dello Stato, non smette mai di pensare a un domani migliore».
Sono seguiti attacchi diretti all’«odiosa» disparità di trattamento, specie fiscale, tra regioni a statuto ordinario e a statuto speciale. Il presidente del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo, ha detto di condividere molte delle critiche di Galan. «Avremmo bisogno di federalismo vero - ha spiegato - anche se io, a differenza di Galan, sono un pochino più ottimista e confido che, a livello romano, sappiano porre rimedio a questi squilibri istituzionali».
Sposta il tiro anche l’assessore provinciale trentino Marco Benedetti. «Noi siamo sempre stati chiari - ha replicato - e vorremmo vedere un superamento in avanti della questione. Cioè, non vorremmo che togliessero a noi un’autonomia che ha mostrato di funzionare, piuttosto vorremmo che venisse estesa a tutti gli altri».
Lo vorrebbe anche Galan, ovviamente, ma lo ritiene impossibile per un semplice motivo: «Serve qualcuno - attacca il governatore - che dica al sud che così non si può più andare avanti. Ma al sud si sono abituati a vivere di questo regionalismo peloso grazie al circuito di pusher politici che guadagnano col trasferimento dal nord al sud più che con la cocaina. Questi pusher sono peggiori, perché affamano il sud e condannano il nord. Bisognerebbe scacciarli dal tempio».
Cavolo, roba forte, che non farà fare i salti di gioia a chi sta al governo in questa fase. Meglio tornare ai principi liberali e spostare il tiro sull’Euroregione. «Io ci metterei dentro tantissimo in questa Euroregione - afferma - e devo dare atto a Riccardo Illy di aver creduto molto in questo progetto. Purtroppo la Farnesina vede malissimo qualsiasi accenno di politica estera da parte delle Regioni».
Infine, l’ultima mazzolata a Tremonti. «La Repubblica Serenissima ha vissuto solo cento anni di crisi nel suo millennio e passa di successi: quando si è chiusa al mondo esterno. Se per combattere la Cina avessimo deciso di introdurre i dazi, avremmo seguito la sorte della Repubblica Serenissima». Tremonti, ça van sans dire, era un fan dei dazi.MA.SM.


Roberto Zuccato: «Un imprenditore non può essere pessimista Ma sono preoccupato»

Il debutto di Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza, alla presentazione del Rapporto Nord Est coincide con il momento forse più negativo della congiuntura economica. Dopo aver ascoltato con attenzione la relazione di Daniele Marini, e dopo aver assistito al dibattito con un Galan effervescente, Zuccato lascia capire che non è facile orientarsi in questa fase economica.
«Più che difficile, direi che è impossibile fare previsioni - osserva - anche se è davvero interessante cogliere gli spunti offerti dalla Fondazione Nord Est. In particolare, mi sono piaciute tre delle sei A di rating che Marini ha scherzosamente attribuito alla nostra zona: aperto, anticipatore e acquisitivo, mi paiono tre aggettivi che si addicono perfettamente al Nord Est».
Ma se gli chiedono del futuro Zuccato è ottimista o pessimista? «Un presidente degli industriali non può permettersi di essere pessimista. Però la situazione è quella che è, inutile star qui a raccontarci storie. Sono preoccupato, questo sì. Ma, come ha detto bene Emma Marcegaglia, sono certo che sapremo riprenderci».
E le sparate di Galan contro tutti? «Il governatore è sempre effervescente. Di quello che ha detto condivido in particolare la sua avversione ai dazi. Credo che il Nord est debba sempre essere aperto, come ha detto anche Marini. Nella competizione noi di solito vinciamo. A patto che ci siano regole chiare».MA.SM.

martedì 15 luglio 2008

Sciacalli

Si può fare gli sciacalli sulla morte di Federica?

La picchiata

L’ECONOMIA IN CRISI

Se i colossi mondiali
arrivano al capolinea
di Marino Smiderle

Per capire il generale, o meglio, il globale, può essere utile partire dal particolare. Due particolari, per la precisione, utili a dare un’idea del perché siamo scivolati in una crisi economia e finanziaria devastante e, forse, irreversibile. Il primo particolare lo raccontava Mario Platero sabato scorso in una sua corrispondenza dagli Stati Uniti per Il Sole 24 Ore. A margine della descrizione delle mazzate che stavano mandando al tappeto Wall Street, si riferiva di un’iniziativa adottata dalla California, lo stato del governatore-attore Arnold Schwarzenegger, dove molti comuni hanno creato dei parcheggi speciali che potranno essere utilizzati da chi ha perso la casa. Sì, ci andranno in macchina e ci passeranno la notte, in attesa di tempi migliori. Il secondo particolare è invece un intero, splendido, reportage di Kurt Andersen pubblicato nell’ultimo numero della versione americana di Vanity Fair. Il titolo è eloquente, «From Mao to Wow!» e non nasconde la meraviglia al termine di una visita guidata sugli edifici griffati dai più famosi architetti occidentali e costruiti in una Pechino ormai pronta a dare il via alle Olimpiadi.
Dallo stadio nazionale, alla avveniristica doppia torre che ospiterà la sede di China Central Television, fino al Terminal 3 dell’aeroporto progettato da Norman Foster.
Volendo trarre delle conclusioni immediate, si potrebbe dire che mentre negli Stati Uniti (e in tutto l’Occidente) la bolla immobiliare è scoppiata e, come una bomba nucleare, sta distruggendo intere economie con radiazioni mortali, capaci di spazzare via pil e bilanci statali come fossero fuscelli, in Cina la rinascita economica (non democratica), le cui sementi erano state sparse dalle riforme di Deng Xiao Ping negli anni 80, sta portando i frutti sperati. Dietro alla crisi dei mutui subprime, e anche di quelli non subprime, che negli Usa sta facendo crollare istituzioni la cui importanza è inversamente proporzionale ai nomi da cartone animato (Fanny Mae e Freddie Mac sono prestatori di ultima istanza che garantiscono mutui per un valore di 5.000 miliardi di dollari), c’è un sommovimento di economia reale e globale che sta alterando gli equilibri del pianeta. O almeno del pianeta come eravamo abituati a conoscerlo, con l’Occidente minoritario alla guida e l’Oriente maggioritario in coda. La globalizzazione non è altro che l’inversione di questa graduatoria, né più, né meno.
Oggi tutti guarderanno col fiato sospeso all’apertura di Wall Street, per capire se, dopo il fallimento di IndyMac (altro nome da cartone animato e altra istituzione con 32 miliardi di dollari di attivo), anche i colossi federali Fanny Mae e Freddie Mac siano arrivati al capolinea. Ipotesi da escludere, visto che l’Amministrazione Bush ha già fatto capire che non lascerà fallire i nostri eroi, e pazienza se a pagare il conto sarà un contribuente già steso dal boom dei prezzi del petrolio e dal crollo delle quotazioni dell’immobile per il cui acquisto si era indebitato fino al collo. Alla luce di questi eventi, il ministro Giulio Tremonti si è già incaricato di celebrare il funerale del liberismo spinto e non perde occasione per ribadire (vedi l’intervista sul Corriere della sera di ieri) che gli effetti della globalizzazione non sono tutti positivi e che, anzi, ciascun governo deve cercare di adottare rimedi in grado di attenuare gli effetti della recessione che ne derivano.
Non siamo ancora alla conversione al credo di Keynes, ma poco ci manca. «Il mercato fin dove è possibile, il governo quando è necessario», è questa la ricetta tremontiana che piace anche a molti esponenti del centrosinistra. Ecco allora, a corredo di questa tesi, l’accusa alla speculazione, al mercato dei derivati (future, option e quant’altro), primi responsabili, secondo il ministro, del boom dei prezzi delle materie prime, petrolio in testa, che sta affossando l’economia.
The Economist ha scritto che ritenere le scommesse sui prezzi del petrolio (questo fanno i contratti future) delle droghe che alterano lo scambio effettivo sul mercato è come pensare che le quote che i bookmaker inglesi fanno sulle partite di calcio finiscano col determinarne il risultato. Insomma: siamo fuori strada.
La realtà è che il liberismo che ha caratterizzato gli ultimi 25-30 anni, da Reagan alla Thatcher, da Bush a Blair, il suo mestiere l’ha fatto benissimo: ha riequilibrato la spartizione delle risorse globali coinvolgendo quei due miliardi di cinesi e asiatici in genere che fino ad ora hanno fatto la fame a causa di leader criminali (From Mao to Wow, appunto).
Ovvio che aggiungendo due miliardi di posti a tavola in più, è facile immaginare che qualche scossone ci sia. Ed è comprensibile che, vista dagli Stati Uniti e dall’Europa, questa prospettiva venga scambiata per un incubo, per la fine dell’età dell’oro. Ma la sfida del futuro occidentale sarà proprio quella di trovare da questi scossoni gli stimoli nuovi e la ricetta vincente per recitare ancora un ruolo da protagonisti.

Zapatero incornato

SPAGNA. Prime crepe dopo il boom degli anni scorsi

Se Zapatero
resta infilzato
dalla crisi
di Marino Smiderle

L’idillio tra la Spagna e Jose Luis Zapatero si infrange sugli scogli della recessione. E, da quando il leader del Psoe ottenne il suo primo mandato, all’indomani degli attentati terroristici alla stazione di Atocha a Madrid, per la prima volta è finito sotto nei sondaggi che misurano la popolarità del governo. I quattro punti percentuali che a marzo distanziavano i socialisti dal Partito popolare di Mariano Rajoy si sono liquefatti a causa, dicono gli esperti, della pessima performance economica.
Eppure, economia a parte (hai detto niente...), Zapatero si conferma il miglior testimonial della Spagna nel mondo. Se nel mandato precedente è passato il messaggio, per esempio, che grazie a lui la Spagna ha superato molti concorrenti storici Italia in testa), adesso se in parte è vero che il paese ha ingranato la marcia indietro è pur vero che in altri campi è tornare a splendere il sole. Vi dice niente Euro 2008? Sì, gli ultimi campionati europei disputati in Austria e in Svizzera: la Spagna non batteva l’Italia da quasi un secolo, ed è riuscita a batterla, ai rigori; la Spagna non vinceva un titolo da oltre 40 anni, ed è riuscita a portare a casa la Coppa battendo in finale la Germania. Neanche il tempo a smaltire la sbornia di gioia collettiva, che il tennista Nadal vince la partita più bella della storia e, battendo il rivale storico Federer, si aggiudica il torneo di Wimbledon. Insomma, la Spagna sale al suo massimo storico a livello sportivo, ma questi trionfi non bastano a Zapatero per rimanere in vetta alle classifiche di gradimento.
Questa parabola è spiegata in un semplice grafico che disegna, dal primo trimestre del 2007 ad oggi, la crescita percentuale del prodotto interno lordo da una parte e il tasso di disoccupazione dall’altra. Bene, se ai primi del 2007 il Pil cresceva del 4 per cento e la disoccupazione era poco sopra all’8 per cento, nel secondo trimestre del 2008 la crescita del Pil (stima Morgan Stanley) è di poco sopra l’1 per cento, mentre la disoccupazione ha nel mirino quota 10 per cento.
«La litania delle brutte notizie - scrive The Economist - è diventata interminabile. La crescita sta rallentando paurosamente e la disoccupazione sta crescendo. La bolla dell’edilizia è scoppiata. Inoltre i prezzi del petrolio, dell’elettricità, del cibo e di un sacco di altre cose che gli spagnoli comprano sono aumentati di brutto, così come sono saliti i tassi di interesse. Non è una sorpresa se metà degli spagnoli considera la propria posizione finanziaria peggiore di quanto non lo fosse in marzo. Questo può anche non essere colpa di Zapatero, ma è lui l’uomo che gli spagnoli accusano. Lo sciopero dei camionisti ha causato caos sulle strade e ha lasciato vuoti per una settimana gli scaffali dei supermercati».
«E non aiuta - prosegue il settimanale - il fatto che il governo continui a negare che ci sia crisi. Il ministro delle Finanze, Pedro Solbes, rifiuta addirittura di pronunciare la parola "crisi". Zapatero ha dichiarato al quotidiano El Pais che l’uso della parola è una questione di punti di vista. In questo i due sono sostenuti dal presidente del Banco Santander, Emilio Botin, che paragona il debole stato dell’economia alla febbre di un bimbo: drammatica, ma di breve durata».
Non c’è solo l’economia, ovviamente, nell'agenda politica di Zapatero. «Portare avanti al più presto le riforme annunciate nel 37esimo congresso del Partito socialista spagnolo (Psoe) - riporta ApCom - prima di tutto quella sul voto degli immigrati nelle elezioni municipali, ma anche quelle su aborto e sulla morte dignitosa: sono questi gli obiettivi che ha ribadito il premier spagnolo José Luis Zapatero, parlando con la stampa al termine della prima riunione del nuovo comitato esecutivo del partito. Misure importanti per il Psoe per contrastare l'immagine dura di cui è accusato da sinistra sull'immigrazione, e in parte per distrarre un po' l'attenzione dalla crisi economica sempre più percepibile in Spagna. "Cominceremo con il riconoscimento del diritto degli immigrati a votare nelle elezioni municipali", ha affermato il leader socialista iberico. Meno fretta invece per la riforma dell'aborto e per il diritto a una morte dignitosa (testamento biologico, sospensione di trattamenti ed eutanasia). Su questi aspetti Zapatero ha chiesto che non ci sia impazienza e ha indicato che i tempi delle riforme saranno noti a breve, comunque entro la legislatura».
E non ci vuole molta fantasia perché queste ultime riforme necessitano di pazienza. La Chiesa cattolica di Spagna si è schierata con forza contro una riforma che appare destinata a provocare un nuovo, duro scontro fra il governo di Zapatero e i vescovi iberici: il cardinale di Toledo, Antonio Canizares, ha esortato a «difendere la vita in ogni fase della sua esistenza», affermando che «eliminare la vita non nata è essere contro l'uomo: non è progresso, è regresso, qualunque cosa si dica».
I commentatori vicini alla posizione dei vescovi spagnoli (vedi per esempio Il Foglio) sostengono che «Zapatero non punta a una chiesa di partito, ma a una sorta di laicismo di stato, insegnato nelle scuole sotto forma di "educazione civica". Invece della laicità dello stato propugna il laicismo dei cittadini chiamati a considerare le religioni tutte uguali e ateismo e scetticismo più "uguali" delle religioni. Togliere i crocifissi dagli edifici pubblici e abolire la messa nei funerali di stato non significa esprimere la laicità dello stato, ma negare le assolutamente evidenti radici cristiane della civiltà spagnola. Chavez vuole sostituire i vescovi obbedienti a Roma con quelli scelti da lui, Zapatero vuole ridurli all’irrilevanza pubblica».
L’interessato, tra un trionfo sportivo e l’altro, tira dritto e conta di avere la fortuna di incappare in una ripresa economica che, però, pare molto lontana. Nell’attesa, cerca di evitare le incornate del toro.

martedì 8 luglio 2008

Industriali all'università

FORMAZIONE. L’associazione entra come socio sostenitore della Fondazione studi universitari di Vicenza

Confindustria
investe di più
nell’università


Marino Smiderle
VICENZA
Ogni promessa è debito. E il debito in questione sarà riscosso dalla Fondazione Universitari di Vicenza al ritmo di 120 mila euro l’anno, per i prossimi tre anni. Con l’intenzione, ovviamente, di prorogare a tempo indeterminato la partecipazione. È questa, forse, la prima decisione "forte" griffata Roberto Zuccato, a pochi mesi dal suo debutto alla presidenza di palazzo Bonin Longare. Confindustria Vicenza socio sostenitore dell’Università, ecco la traduzione in pratica delle linee programmatiche sviscerate nel corso dell’assemblea privata che vedevano la formazione al primo posto della lista.
«Sono orgoglioso di annunciare questa decisione - ha detto ieri Zuccato presentando il progetto a palazzo Bonin Longare - perché è un’iniziativa in cui credo molto. Non è solo un impegno di carattere economico, il nostro. Abbiamo invece l’intenzione di diventare sostenitori attivi e di partecipare così alle scelte d’indirizzo di quella che riteniamo essere una delle istituzioni più importanti per il futuro dell’economia, e non solo dell’economia, della provincia di Vicenza».
A Silvio Fortuna, presidente della Fondazione Studi Universitari di Vicenza, non può che far piacere questa scelta di campo. Per ricordare il parterre de roi che tiene le redini della Fsu, si deve cominciare dai soci fondatori (Comune, Provincia e Camera di commercio di Vicenza) e ora aggiungere, nell’elenco dei soci sostenitori, alla Popolare di Vicenza il contributo di Confindustria. «Sono lieto - ha affermato Fortuna - che Confindustria abbia capito subito la differenza tra finanziare questo o quel corso di laurea e il partecipare alla fase creativa e alla filosofia che stanno alla base della gestione dell’istituto. In questo modo abbiamo sfatato due luoghi comuni falsi, smentendo chi sosteneva che il Vicentino non aveva bisogno di alta formazione e che le piccole e medie aziende non hanno bisogno di laureati. Con 3.300 iscritti ai corsi universitari e col 50 per cento dei laureati impiegato nelle pmi vicentine, mi pare non ci siano più dubbi di sorta sull’utilità e sull’efficacia della nostra università».
Espressione di Confindustria nel consiglio della Fsu sarà Paolo Bastianello, componente del direttivo e della giunta nazionali, oltre che del board Education, presieduta da Gianfelice Rocca, di viale dell’Astronomia. «Credo molto nell’università - ha spiegato - come cittadino e come genitore, prima ancor anche come imprenditore. E mi preoccupa un po’ che la metà degli iscritti alle prime 50 università del mondo siano cinesi. Vuol dire che anche loro hanno capito che gli investimenti più importanti si fanno sulle persone, sulle teste. La ricchezza di noi italiani è data dal nostro modo di vivere, quello che viene riassunto nel concetto di made in Italy. Il punto è che dobbiamo creare un volano continuo tra la realtà delle pmi e quella delle università. È in questo collegamento che dobbiamo investire ed è in questo senso che va considerato e apprezzato l’investimento di Confindustria Vicenza».
Giuseppe Zigliotto, delegato da Zuccato a seguire i temi dell’Education e già consigliere della Fsu di Vicenza in rappresentanza della Popolare di Vicenza, conta molto su questo progetto. E aggiunge già un suo personale desiderio: lo sviluppo di un corso di laurea legato al design applicato al prodotto. «Oltre all’indirizzo internazionale dell’Economia, oltre alla Meccatronica e a ingegneria gestionale - ha detto Zigliotto - sarebbe lungimirante cominciare a pensare qualcosa legato al design, un settore vasto dove si potrebbe trovare una nicchia tutta vicentina».
Il laboratorio di idee è attivato e, come hanno spiegato i direttori di Fsu e di Conifndustria, Carlo Terrin e Lorenzo Maggio, si tratta ora di rendere sempre più efficaci i collegamenti tra pmi e università. In attesa, tra 6-7 mesi, di inaugurare la nuova sede di viale Margherita.

Petrolio

LO SCENARIO. La nuova rivista dell’Eni, “Oil”, stimola il dibattito

Il petrolio?
Finirà senza causare crisi
di Marino Smiderle

Il mese scorso è uscita la nuova rivista dell’Eni. Si chiama, semplicemente, Oil e non può certo essere classificata semplicemente come un house organ. Tutt’altro, si candida, fin dal primo numero, a diventare una tribuna aperta dove discutere della materia prima che, al momento, fa andare avanti il mondo. Il petrolio, appunto, oil in inglese, che ha raggiunto quotazioni siderali e che sta condizionando lo sviluppo globale del pianeta. Certo è che, se nella copertina del primo numero di questa splendida rivista edita dall’Eni si stampa un titolo del tipo «per quanto ancora?», beh, anche il signor Rossi, che una volta alla settimana si ferma a svuotare il portafogli al distributore di benzina, qualche domanda se la fa.
Per cominciare, il petrolio ha davvero raggiunto il suo picco? O, in altre parole, siamo entrati nella fase discendente e si sta avvicinando il giorno in cui il petrolio finirà?
IL PEAK OIL
Carla Sanna su Oil ha rivolto queste domande a Chakib Khelil, presidente dell’Opec (Organization of the petroleum exporting countries), il più indicato a esprimere un parere. «Ritengo che, nel lungo termine, il petrolio sia destinato a finire - attacca Khelil - ma nel periodo di riferimento, e quindi nei prossimi 50-100 anni, non ci sarà una crisi. Dal mio punto di vista, quello che è successo per il carbone succederà per il petrolio: le riserve di carbone sono maggiori di quelle di petrolio, ma nel tempo sono state utilizzate sempre meno perché il petrolio era considerato più flessibile e più economico. Quindi l’uso del carbone è diminuito, non perché le risorse fossero limitate, ma per la diminuzione del consumo. Io penso che in futuro il petrolio sarà usato sempre meno perché è costoso e per il suo impatto sull’ambiente. La gente troverà altri prodotti più competitivi, come il bio-etanolo, che sta sostituendo gasolio e benzina. E questo è solo un esempio. Possiamo citare anche quello che è successo con la produzione di energia, dove il petrolio è stato sostituito prima dal gas naturale e poi da altre fonti, come solare, eolico, nucleare. La mia sensazione personale è che, col tempo, finiremo col vedere un uso sempre minore del petrolio; avremo cioè il "picco della domanda" più che il "picco del petrolio"».
PRODUTTORI E CONSUMATORI
Nell’attesa, però, non si può rimanere indifferenti ai dati espressi dai grafici pubblicati su Oil (vedi pagina a fianco) e relativi ai paesi produttori e consumatori di petrolio. Russia e Arabia Saudita guidano la classifica dei produttori, con circa 10 milioni di barili a testa prodotti al giorno. Seguono al terzo posto gli Stati Uniti (7,4 milioni), al quarto l’Iran (4,3 milioni) e al quinto la Cina (3,7 milioni). Dal punto di vista del consumo c’è uno squilibrio evidente tra quello che consuma il primo in classifica, gli Usa, e il resto del mondo. Con due considerazioni automatiche: la prima si riferisce al fatto che non basta la produzione quotidiana di Russia e Arabia (20 milioni di barili) per soddisfare la sete di petrolio dei soli Stati Uniti (21,1 milioni di barili consumati ogni giorno); la seconda riguarda la corsa della Cina, che al momento si beve 7,4 milioni di barili e che, nel giro di pochi anni, è destinata a raggiungere gli Stati Uniti al vertice della classifica. Di fronte a queste prospettive, Khelil si dice convinto che succederà più o meno quello che è successo per il carbone: sarà il consumo a ridursi a favore di altre fonti energetiche, grazie anche ai forti investimenti sulla ricerca che i 150 dollari al barile raggiunti dal petrolio rendono sempre più profittevole. Quello che forse Khelil non considera a sufficienza è la questione del trasporto. Il rapporto di Robert Hirsh, illustrato sempre su Oil, lo evidenzia chiaramente.
I CARBURANTI LIQUIDI
«Il picco petrolifero - scrive Hirsh rappresenta un problema di carburanti liquidi, non è una "crisi energetica" come si intende solitamente. I veicoli a motore, gli aerei, i treni e le navi non hanno alternative pronte al carburante liquido. Fonti di energia non basate sugli idrocarburi, tipo le energie rinnovabili e quelle nucleari, producono elettricità non carburanti liquidi. Dunque il loro impiego nei trasporti è nel migliore dei casi prevedibile tra molte decine di anni. Di conseguenza le contromisure per affrontare il declino della produzione di petrolio convenzionale devono per forza essere adottate nel prossimo futuro».
«È possibile che il picco produttivo non si materializzi per altri dieci anni o più - prosegue Hirsh - ma è anche possibile che esso avvenga in questo preciso momento. Non lo sapremo di sicuro fino a dopo che è successo. Per cui il mondo oggi ha di fronte un rischioso problema gestionale. Da una parte, se al picco mancano dieci anni, massicce misure per affrontarlo sarebbero premature. Dall’altra parte se il picco è imminente, la mancanza di un rapido intervento produrrebbe immediati costi economici e sociali al mondo».
DOMANDA E OFFERTA
Quello che è certo, da queste considerazioni, è che la speculazione gioca un ruolo marginale nell’andamento del prezzo del petrolio. Qui è la legge della domanda e dell’offerta che fa tutto. E ad alterare in maniera drammatica la domanda non c’è dubbio che sia stata la Cina. «Nel 1950 - scrive Federico Rampini su Oil - la Cina creava appena l’un per cento delle emissioni mondiali di CO2. Era come se non esistesse. L’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) avverte che entro il 2030, cioè in soli 23 anni, i cinesi avranno sette volte più automobili di oggi (270 milioni), il loro consumo di energia sarà più che raddoppiato. Già fra tre anni la Cina avrà superato gli Stati Uniti per il consumo di petrolio: appena due anni fa la domanda americana era ancora superiore di un terzo».
LA CINA
E un primo effetto di questa sete di petrolio la Cina lo ha già provocato nello scacchiere geopolitico globale: si è "comprata" una buona parte dell’Africa. E non è andata tanto per il sottile, visto che in Sudan, per esempio, non si è certo posta problemi etici di fronte a un governo che non ha esitato a perseguitare gran parte della propria popolazione (vedi Darfur, vedi conflitto tra nord musulmano e sud cristiano). Del resto, non si può certo dire che l’Occidente, nella storia, abbia dato esempio di equilibrio. Il petrolio si prende dove c’è. E, guarda caso, bisogna andarlo a prendere nei posti più calci, sotto tutti i punti di vista, del pianeta.

domenica 6 luglio 2008

Un Gorgo di violenza

A neanche un anno di distanza dall'efferato duplice omicidio di Gorgo al Monticano, emergono i dettagli della mattanza. E martedì il gup e il figlio dei coniugi Pellicciardi vedranno il video con la ricostruzione del delitto.

sabato 5 luglio 2008

Giallo catalano/2

Ritratto di Federica, ventenne del Nordest.

Ristrutturate, qualcosa resterà

EDILIZIA. Il mercato del mattone segna il passo e gli ultimi dati diffusi dall’Agenzia delle Entrate lo confermano

Vicenza prima in Veneto
per le ristrutturazioni

Marino Smiderle
VICENZA
Sul fronte delle ruistrutturazioni edilizie, per Vicenza c’è una notizia buona e una cattiva. La notizia buona è che nei mesi di marzo e aprile è balzata in testa, a livello regionale, nella classifica delle comunicazioni di inizio lavori; la notizia cattiva è che, confrontando i dati dei primi 4 mesi del 2008 con quelli del 2007, si registra un calo del 15,7 per cento.
È un segnale significativo della crisi, ancora non accentuata, che sta attraversando il mercato del mattone. A livello regionale, il calo di comunicazioni avvio lavori supera il 20 per cento. Se invece si sposta l’analisi a livello nazionale, nel bimestre marzo-aprile 2008 l'Agenzia delle Entrate ha registrato un incremento su base nazionale di 64.351 comunicazioni di inizio lavori inviate dai contribuenti di tutta Italia al Centro Operativo di Pescara, per usufruire della detrazione fiscale del 36 per cento della spesa sostenuta per ristrutturazione edilizia.
«Il Veneto mantiene sempre il terzo posto assoluto a livello nazionale - spiegano alla Direzione del Veneto dell’Agenzia delle Entrate - con 6.867 comunicazioni spedite - 3.163 in marzo e 3.704 in aprile - preceduto dalla Lombardia e dall'Emilia Romagna. Si rileva un decremento di circa il 23 per cento rispetto ad analogo periodo del 2007 (8.901 comunicazioni)».
Al di là delle considerazioni climatiche («L’ultimo è stato un inverno rigido») fatte dall’Agenzia delle Entrate, il vento della crisi lo si percepisce proprio da questo calo delle ristrutturazioni.
L’ultima finanziaria ha prorogato fino al 31 dicembre 2010 la detrazione del 36 per cento per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio, lasciando immutato il limite di spesa di 48.000 euro riferito all'immobile oggetto dell'intervento.
Sono agevolazioni importanti, che però si scontrano con la congiuntura negativa.

Giallo catalano

Da lunedì sera Federica non dà più notizie di sè. Federica è scomparsa.

giovedì 3 luglio 2008

La Camera di casa Copiello

Intervista a LUIGI COPIELLO
di Marino Smiderle

Sulla Camera
di commercio
basta scherzi

Ha i capelli arruffati dal nervoso. E parla a ruota libera, tra l’incavolato e allegro, più incavolato, per la verità. Sì, perché a Gigi Copiello, segretario della Cisl, non piace la piega che stanno prendendo le cose vicentine.
Allora, Copiello, come vanno le cose?
Male, grazie. Bisogna che ci diamo tutti una mossa perché altrimenti Vicenza ce la giochiamo.

Si riferisce alla congiuntura economica che segna il passo?
Anche, ma non solo.

Partiamo dalla congiuntura.
Forse si comincerà a capire che non possiamo caricare sempre l’industria di tutti i problemi. Forse bisogna che ci inventiamo qualcosa di nuovo.

Ma come, il presidente degli industriali vicentini, Roberto Zuccato, ha appena fatto un’assemblea incentrata sulla manifattura e lei lo distrugge...
Non sia mai, anzi, l’ho detto subito, la sua è stata una relazione importante, positiva. Una presa di coscienza del ruolo che dovrà svolgere nei prossimi quattro anni. Detto questo...

Detto questo?
Detto questo, mi pare sia arrivato il momento di sederci tutti attorno a un tavolo per capire dove abbiamo intenzione di andare.

Immagino voglia cominciare dalla Camera di commercio, vero?
Beh, quello mi pare ovvio. Se l’ultima volta le due fazioni erano in qualche modo giustificate ed entrambe avevano una parte di ragione, stavolta non ci sono alibi.

Che vuol dire, scusi?
Vuol dire che stavolta non ci sono promesse non mantenute o candidature calate dall’alto. Stavolta si deve discutere e poi votare.

Beh, qualcuno vorrebbe l’unanimità sulla scelta del presidente. Lei che dice?
Dico che a Padova lo hanno eletto a maggioranza.

E potrebbe succedere anche a Vicenza.
A mali estremi...

Però ci sono le tattiche statutarie...
No, guardi, lo dico chiaro: basta scherzi da prete.
E chi vuol capire capisca.

Oro spento

UN SETTORE IN CRISI. I numeri illustrano un tracollo, Assoartigiani chiede maggiore sostegno

«La Fiera deve spingere
di più l’oro vicentino»


VICENZA
I numeri sono lì, feroci, a dire che l’oro sembra diventato latta. Solo a considerare le aziende vicentine del settore, i primi tre mesi dell’anno sono stati tragici: la produzione è scesa (meglio, crollata) del 19,4 per cento, la domanda estera è precipitata del 21,1 per cento e il fatturato del 16,1 per cento.
Numeri che sono ben noti agli orafi iscritti ad Assoartigiani che, in quanto più piccoli, avvertono maggiormente la tempesta del mercato. «Il recupero di quote di mercato - ha detto il presidente Maurizio Facco in occasione dell’ultima assemblea, davanti al presidente della Fiera, Dino Menarin, al rappresentante del distretto, Vladimiro Riva e all’assessore provinciale alle Attività produttive, Dino Secco - passa necessariamente attraverso azioni che mantengano alta l'immagine del prodotto orafo italiano. Fiera, Distretto e Vicenza Qualità sono strumenti fondamentali per comunicare tale valore».
Dino Menarin, a cui non sono state risparmiate critiche in occasione dell’ultima manifestazione Charm e, più in generale, per l’impostazione data alle ultime rassegne, ha osservato che «la nuova linea necessita di una messa a punto nel tempo», e ha ribadito comunque la disponibilità al dialogo con gli orafi, confermando la centralità del settore nel business della Fiera, che potrà anche trovare un corretto riposizionamento in base alle diverse specializzazioni con l'ampliamento dei padiglioni nel giro di un paio d'anni. Lo stesso Menarin ha comunque evidenziato la necessità strategica di elevare la percentuale di aziende espositrici straniere al livello di quelli delle altre fiere orafe competitrici, proprio per ribadire l'internazionalità delle rassegne beriche.
L’assemblea degli orafi artigiani si è detta d’accordo «purché nel rispetto delle regole di una competizione leale». «La Fiera di Vicenza - è stato osservato - è organizzata prima di tutto per promuovere il nostro prodotto orafo».
E tutti si sono detti d’accordo con Riva, quando ha affermato che «non serve dare nuovi nomi alle rassegne per attirare i buyer, basta "Vicenza Oro"».
E di fiere si è parlato anche in occasione dell’ultima assemblea nazionale di Federorafi (Confindustria), dove tra l’altro è stato confermato alla presidenza Antonio Zucchi e, nel direttivo nazionale, i vicentini Maurizio Bertoncello, Alessandro Biffi, Alessandro Chiampesan, Agostino Roverato e Marilisa Zen.
«Avere 16 fiere in Italia - ha detto Zucchi - e oltre 150 nel mondo sono un lusso che nessun comparto manifatturiero può permettersi, tanto meno quello orafo-argentiero che, anche nei primi mesi del 2008, continua a registrare performance molto negative».MA.SM.

Grandi manovre

La manovra
di Trichet
è inutile

Se Jean-Claude Trichet è un uomo di parola, e non c’è motivo di dubitarne, oggi la Banca centrale europea alzerà i tassi d’interesse di un quarto di punto. Dal 4 al 4,25 per cento, per dare un segnale forte ai mercati, per far capire che l’inflazione sarà combattuta con tutti i mezzi e a tutti i costi. Compreso quello di affondare l’economia.
Sì, perché l’economia del vecchio continente è agonizzante. Per non parlare di quella italiana, che viaggia allo zero virgola e che, sul fronte dei prezzi, corre a un tasso d’inflazione ufficiale del 3,8 per cento e a un tasso percepito molto più elevato.
Di fronte a questo scenario, Trichet non ha alternative: deve smorzare l’inflazione e per ottenere qualche risultato pesta sui tassi d’interesse.
E pazienza se, sotto queste martellate, resta qualche cadavere.
Quelli che rischiano di diventare cadaveri, però, non ci stanno.
Prendiamo gli imprenditori italiani, per esempio, già costretti a una gara ad handicap per via dei noti ritardi strutturali: un ulteriore rialzo dei tassi rischia di trasformarsi in un colpo di grazia.
E non è un caso se Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, abbia preso di mira questo possibile-probabile-quasi certo ritocco: «Il rialzo dei tassi crea un altro problema all’economia - ha detto - che ha già una crescita zero». Le fanno eco Sergio Marchionne, ad della Fiat, e Marco Tronchetti Provera (Pirelli).
Ma non ci sono solo gli imprenditori a fare fuoco di sbarramento nei confronti di Trichet.
I politici, che hanno come obiettivo il profitto... della società nel suo complesso, vedono nel rialzo dei tassi un’oggettiva complicazione nel raggiungimento del programma di rilancio che vorrebbero attuare.
E, per la prima volta, non sono gli italiani in prima fila negli avvertimenti preventivi lanciati a Trichet. Sarkozy, Zapatero e perfino il ministro dell’Economia della Germania, Steinbrueck, ritengono che quella che verrà annunciata oggi sia da considerare una manovra che va nella direzione sbagliata.
L’impressione è che invece la manovra sia inevitabile ma inutile.
È inevitabile, perché questa è la funzione che i governi europei (gli stessi che adesso la criticano) hanno dato alla Bce. Trichet deve essere, statuto alla mano, il guardiano dell’inflazione e visto che l’obiettivo è quello di mantenerla entro il limite del 2 per cento, una stagione di rialzi dei tassi pare ineccepibile dal punto di vista teorico.
Quelli che spingono, comprensibilmente e con parte di ragione, verso una maggiore attenzione alla crescita economica, dimenticano il sentiero statutario entro cui è obbligata a operare la Bce.
Il guaio vero è che questa manovra, e pure le manovre che verranno, hanno il grave difetto di essere inutili.
Il primo motivo balza agli occhi: di fronte a una Bce che alza, c’è una Fed che taglia (o tagliava) e, visto che l’economia è globale, non è sperabile di ottenere grandi risultati se le due principali autorità monetarie vanno ciascuna per conto proprio.
Ma non è ancora questo, per quanto sia evidente agli occhi di tutti, il vero problema.
La domanda vera è: che effetto può avere l’aumento di un quarto di punto dei tassi in Europa quando in Cina e in India ci sono centinaia di milioni di persone che hanno cominciato a consumare, a comprare a rotta di collo?
Lo scriveva bene l’altro giorno Roger Cohen sul New York Times: «I prodotti importati dai paesi a basso costo del lavoro assicuravano, per esempio, enormi dividendi a grandi catene come Wal Mart. Ma ci eravamo dimenticati di considerare il rovescio della medaglia. Quelle centinaia di milioni di persone emerse dalla povertà, spostandosi tra le città della Cina o dal delta del Mekong, in Vietnam, hanno nel frattempo cominciato a consumare. Hanno chiesto aumenti di stipendio.
Hanno iniziato a mangiare due volte al giorno al posto di una.
Hanno avuto bisogno di mattoni per costruire la propria casa.
Dopo aver girato a lungo in bicicletta, si sono comprati lo scooter. E adesso stanno passando dallo scooter all’auto. Questi neo-consumatori hanno creato nuove pressioni, e non solo sull’ambiente: i prezzi delle materie prime sono schizzati e il petrolio ha raggiunto i 140 dollari.
Uno choc da benessere tipo post guerra fredda si è trasformato in uno choc per le risorse del pianeta. L’inflazione è tornata. È questa la situazione in cui siamo».
Che rialzi i tassi o no, Trichet non ha molte chance di incidere in questo panorama internazionale che, per la prima volta da qualche secolo in qua, non vede più l’Europa e gli Stati Uniti come attori principali. Solo quando anche i nuovi attori, Cina in primis, aderiranno completamente alle regole della globalizzazione (il cambio, per cominciare), avremmo qualche chance di migliorare, o perlomeno di equilibrare, la situazione. Poche chance, ma quelle almeno potremmo giocarcele. Nell’attesa, sarebbe bene che Trichet non complicasse il groviglio globale.

Zona Franco

In Provenza torna il franco
in Italia carriole di lirette

L’inflazione avanza inarrestabile? Niente paura, un paesino della Provenza, Collobrieres, ha escogitato un sistema geniale per combatterla. Alla vigilia della presidenza francese dell’Unione europea, a Collobrieres si può infatti andare al bar, dal fruttivendolo, al ristorante, o in un negozio di artigianato e acquistare con la vecchia moneta. Che, nel caso specifico, è il franco francese. Vengono accettate solo le banconote da 20, 50, 100, 200 e 500 franchi, non le monete.
«Non è un’operazione di nostalgia - assicura il sindaco. È soprattutto un’iniziativa dal sapore turistico-commerciale, per indurre i visitatori a spendere di più».
L’esperienza del ritorno del franco a Collobrieres terminerà nel 2012, data da cui la Banca di Francia non ritirerà più la vecchia moneta.
I risultati non sono stati trascurabili, visto che in tre mesi i trenta negozi del paesino hanno incassato 120.000 franchi, cioè 18.300 euro. Se facessimo così anche in Italia, non basterebbe una carriola di lire per fare il pieno.

Cuoa meno pubblico

FORMAZIONE. Il consuntivo del 2007 mostra una crescita degli introiti. Costituito il “Lean enterprise center”

Il Cuoa è più “privato”

Marino Smiderle
ALTAVILLA VICENTINA
Diminuiscono i finanziamenti pubblici eppure aumenta, sia pure di poco, quello che in un’azienda potremmo definire fatturato. Il miracolo contabile che esce dal cilindro del Cuoa porta la firma del "prestigiatore" Vittorio Mincato, un presidente abituato a gestire realtà economiche fondamentali per il Paese (una per tutte, l’Eni) e adesso dedicato a far brillare la formazione d’eccellenza made in Altavilla.
Il consuntivo 2007, approvato dal Consiglio generale della Fondazione Cuoa, contiene numeri incoraggianti. I risultati dicono: ricavi a 6,5 milioni di euro (erano 6,4 nel 2006) e, soprattutto, chiusura in equilibrio finanziario. Ma il dato più significativo è quello relativo al ricorso al finanziamento pubblico per le attività di formazione, che nel 2007 si è ridotto al 12,5 per cento del totale dei ricavi (era del 30 per cento nel 2006).
Gli altri numeri: nel 2007 sono state realizzate 466 attività formative/informative, che hanno coinvolto un totale di 12.525 partecipanti per 1.822 giornate di formazione, impegnando 428 docenti e 106 testimoni.
«Sono risultati lusinghieri - ha commentato il presidente della Fondazione Cuoa, Vittorio Mincato -. L'aspetto più significativo è la progressiva riduzione operata, in questi anni, dell'attività sostenuta da finanziamento pubblico e il conseguente aumento del nostro posizionamento sul libero mercato».
Altro importante traguardo, la costituzione di un centro di eccellenza, il Lean enterprise center, sui temi del Lean management (Modello Toyota). Oggi il Cuoa è l'unico ed esclusivo riferimento italiano accreditato dal Lean enterprise institute.
Dal punto di vista dell’organizzazione della didattica, per le attività svolte nel 2007 è stato adottato un nuovo modello organizzativo, che divide le diverse tipologie di attività in tre Aree di competenza: Area executive education, area finance, area Innovation.
In campo internazionale i progetti più significativi sono stati realizzati in Siria (sviluppo di una business school a Damasco) e in Russia (sviluppo dei mercati finanziari e supporto alle politiche per l'incremento della competitività).

As economy goes by

GM & Fiat, Usa & Italia
cronache di discese ardite

As General Motors goes, so goes America. È un vecchio detto, questo, che viene spesso tirato in ballo negli Stati Uniti per capire lo stato di salute della nazione. Sì, perché se General Motors se la passa bene, se la passano bene anche gli Usa, se invece i conti della società di Detroit segnano rosso, pure gli Usa ansimano.
«Se il vecchio detto è vero - scrive Thomas L. Friedman sul New York Times - allora gente siamo nei pasticci. La capitalizzazione attuale di General Motors arriva appena a 6,47 miliardi di dollari, che non è niente se paragonata ai 162,6 miliardi di capitalizzazione della Toyota. Come se non bastasse, le azioni General Motors sono precipitate al loro minimo storico da 34 anni a questa parte. Ecco dove siamo precipitati negli Stati Uniti, siamo al nostro minimo da 34 anni a questa parte».
Ora, mettete Fiat al posto di GM e Italia al posto di Usa, e otterrete utili indicazioni. Tipo che Fiat quotava 23,5 un anno fa e che ora è poco sopra i 10. In bocca al lupo. Agli Usa e all’Italia.MA.SM.

Mifid(o) di te

RISPARMIO. È scaduto ieri il termine per firmare il questionario che ogni istituto deve sottoporre alla clientela

Tutti in coda
per una firma di tranquillità

Marino Smiderle
VICENZA
Vaglielo a dire a tutti quei risparmiatori in fila che la banca sta lavorando per loro. Eppure, in teoria, è così. Ieri era l’ultimo giorno entro cui i clienti delle banche avrebbero dovuto rispondere all’ennesimo questionario imposto dalla normativa europea. Più precisamente, un passo verso il completo rispetto della direttiva ribattezzata Mifid, acronimo che sta per “Markets in Financial Instruments Directive”. A giudicare dalle facce di chi attendeva il proprio turno davanti al borsino, non è che ci fosse la consapevolezza che dietro quella firma ci sarebbe stata una maggiore tutela, una maggiore garanzia nel momento dell’acquisto di uno strumento finanziario.
Detto che già nell’autunno scorso le banche inviarono un promemoria per ricordare questa scadenza, al momento si può dire, a spanne, che manca ancora un buon 20-30 per cento di firme. E questo grazie al rush di ieri, che ha provocato una piccola ressa più o meno i ntutte le filiali vicentine.
«Devo dire - spiega un funzionario vicentino - che stavolta un buon 30-40 per cento di clientela ha la percezione dell’importanza di questa firma. Perchè è grazie alle risposte che danno a queste domande che la banca, poi, è in grado di valutare se un investimento è adatto oppure no».
Per esemplificare nel modo più semplice, possiamo dire che ci sono tre gradini di test. Il primo, più complesso, che permetterà poi all’istituto di credito di formulare un giudizio sull’adeguatezza dell’investimento e poter così offrire un servizio completo di consulenza e di gestione patrimoniale, è una sorta di radiografia finanziaria del cliente, a cui si chiede quali sono le sue conoscenze ed esperienze in materia di investimenti, la situazione finanziaria e gli obiettivi di investimento. Poiché tutte le banche si candidano a svolgere questo ruolo (la consulenza), è chiaro che il test base proposto a tutti è stato questo.
Il secondo tipo di questionario, invece, avendo come obiettivo l’erogazione di servizi di collocamento, ed esecuzione di ordini per conto dei clienti (non mera esecuzione), si ferma alla verifica della cultura finanziaria di chi firma.
Chi proprio non vuole saperne di fornire informazioni alla banca e ritiene di essere in grado di arrangiarsi, può benissimo farlo optando per la clausola "execution only", mediante la quale esonera la banca da qualsiasi responsabilità e ottiene carta bianca. Per non vedersi bloccata l’operatività, però, serve anche questa firma.