Il mercato
unica chance
di Marino Smiderle
Si potrebbe dire che il liberismo, dagli anni di Reagan e della Thatcher in qua, ha regalato agli Stati Uniti e all’Europa i decenni più ricchi di benessere diffuso che la storia ricordi. Si potrebbe anche dire che Cina e Russia, che hanno sperimentato sul campo le rovine e le distruzioni provocate dai sistemi socialisti di economia pianificata e statalista, per provare l’ebbrezza del medesimo benessere diffuso (i lavori sono ancora in corso), si sono dovute affidare al sistema liberista. Ma per capire quanto i valori dell’economia di mercato siano fondamentali, basta leggere nella filigrana dei disastri che nell’ultimo anno hanno travolto Wall Street, patria riconosciuta del capitalismo liberista. Dunque, la diagnosi che va per la maggiore in questi giorni è che questa crisi sia dovuta all’ideologia liberista, alla deregulation selvaggia e via argomentando. Ora, a parte il fatto che, come ha ricordato il Financial Times, il libero mercato non è una ideologia ma un semplice meccanismo molti dimenticano che la tempesta dei mutui subprime, e dei titoli collaterali, i cosiddetti asset backed securities, ha avuto inizio non tanto da una scelta del libero mercato, quanto piuttosto da una spinta stranamente socialista di un governo che passa tra i più liberisti della storia americana.
Come ha ricordato bene Guido Tabellini su Il Sole 24 Ore, «nel 2004 il Dipartimento di Housing and Urban Development (cioè il ministero per le politiche sull’abitazione) diede esplicito mandato a Fannie e Freddie di aumentare i prestiti ad alto rischio».
Non è che il governo Bush amasse rischiare sui mercati finanziari: piuttosto voleva che ai cittadini americani, anche quelli meno abbienti, venisse facilitato l’accesso al credito perché diventassero proprietari di case.
Favorito anche da una legge approvata dal Congresso nel 2003, l’American Dream Downpayment Act, «che sussidiava l’acquisto di abitazioni quasi interamente finanziate con prestiti, cioè senza che l’acquirente dovesse mettere soldi suoi. Di fatto era un sussidio agli acquisti irresponsabili».
Alt, fermi un momento, torniamo al 2003-2004. Non ci sono crac in vista, Bush è criticato per le guerre ma la scelta di facilitare politicamente l’accesso al credito anche alle famiglie meno salde economicamente, gli fa guadagnare consensi, specie da parte democratica, che è in maggioranza al Congresso e che approva la legge con entusiasmo.
Da quel momento in poi quelli che passeranno alla storia come mutui subprime crescono in misura esponenziale. Tutti garantiti da istituti garantiti dallo stato come Fannie Mae e Freddie Mac. Inutile star qui a sparare numeri in miliardi di dollari: il fatto è che da una decisione politica, il mercato ha cominciato a lavorare su un affare che poteva garantire un sacco di soldi.
Per le banche, per i manager, per gli investitori. E con gli istituti di controllo gestiti da lobbysti propensi a finanziarie le campagne elettorali dei politici pro-deregulation, con le immaginabili conseguenze. Ma, vale la pena ricordarlo, fosse stato per il libero mercato, col cavolo che le banche avrebbero dato soldi a famiglie povere. Con l’imprimatur dello stato, invece, prego si accomodino.
Da quel momento in poi le banche hanno cominciato a impacchettare miliardi di mutui, facendoli uscire dal proprio bilancio ed emettendo obbligazioni legate a quei debiti e vendendole in giro per il mondo. La dimensione del fenomeno è scappata di mano, e la costruzione di strumenti derivati sempre più incomprensibili e dall’effetto leva mostruoso, hanno di fatto messo una mina sotto le stesse banche che avevano dato il via alla sarabanda.
E siamo arrivati a questi giorni, anzi, a un anno fa, quando i nodi sono venuti al pettine e lo stato, per cominciare, ha dovuto nazionalizzare Fannie e Freddie che, di fatto, erano sempre stati nell’orbita pubblica. Lehman è stata l’unica banca d’affari lasciata fallire e il segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson, alla fine, è stato costretto ad andare col piattino in mano al Congresso e chiedere 700 miliardi di dollari per evitare che la crisi finanziaria finisse col travolgere tutto il sistema.
Che fosse giusto o meno questo tipo di intervento, è difficile dire. Di sicuro sembrava inevitabile. Ma il Congresso, a maggioranza democratica, ieri lo ha bocciato, facendo precipitare nel baratro Wall Street e tutti i listini mondiali. In ogni caso, a prescindere dalla sua approvazione, se questo era un intervento di tipo socialista, e di sicuro lo era (anche se, tra qualche tempo, il governo ci avrebbe potuto pure guadagnare), non va dimenticato che a scatenare la tempesta è stato un altro intervento socialista, legato appunto al progetto di trasformare gli americani in un popolo di proprietari di case. Ci penserà il libero mercato, come è sempre successo negli ultimi secoli, a mettere le cose a posto.
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martedì 30 settembre 2008
lunedì 29 settembre 2008
Il lebbrosario
PORTAFOGLIO
Il lebbrosario
delle banche
mina la fiducia
di Marino Smiderle
Domanda rivolta a un banchiere del Nord Est: come va? Sembra banale, la formula della cortesia di facciata declinata dai luoghi comuni della quotidianità. Ma chiedere oggi come va a un banchiere è quanto di più scortese e di sconveniente ci possa essere in questo momento. Eppure la banca del dirigente in questione non ha problemi, l’esposizione nei confronti di Lehman è insignificante e i conti sono più che a posto. «Sì, la mia banca è solida. Ma in questo momento mi sento come si può sentire un sano in un lebbrosario».
LEBBROSARIO
Il lebbrosario in questione è il sistema finanziario globale. L’epicentro dell’infezione sta dall’altra parte dell’oceano, ma questo è un morbo che non ha bisogno delle vicinanza fisica per propagare il contagio. Qui i bacilli corrono a colpi di clic, a colpi di contratti derivati fabbricati a New York e acquistati anche dalla più piccola cassa rurale per costruire una polizza index linked. Il punto è che, a un paio di anni dall’esplosione dei bubboni del credit crunch, dei mutui subprime ancora non si ha un’idea precisa dell’entità del sisma. È un lebbrosario, appunto, che la liberista America ha deciso di curare eccezionalmente con l’antibiotico del denaro pubblico (tassando il contribuente). 700 miliardi di dollari verranno iniettati nel sistema ma ancora non si sa se basteranno.
INDEX LINKED
L’esempio fatto prima della polizza index linked "a capitale garantito" emessa dalla cassa rurale (o da una qualsiasi delle banche italiane, oltre che dalle compagnie di assicurazione) è forse l’esempio più clamoroso di quale potrebbe essere l’effetto del crac Lehman sui risparmiatori che da Lehman si sono sempre tenuti alla larga. Dunque, quando banche e assicurazioni concepivano queste polizze, l’obiettivo era chiaro: portare a casa tutto e subito, cioè commissioni da urlo all’ingresso, tipo 7-8 per cento, puntellare il conto economico dell’anno e offrire al risparmiatore rendimenti miserelli, se non perdite, in cambio della garanzia del capitale alla scadenza. Cioè: ti do poco o niente, dipende dall’andamento dell’indice a cui era collegata la polizza, a scadenza, ma non potrai perdere un centesimo del capitale investito.
IL ROVESCIO
Molte di queste polizze venivano architettate insieme a Lehman (e ad altre banche d’affari che non sono fallite per un pelo), che emetteva un’obbligazione a garanzia del capitale. La domanda è: se fallisce l’emittente di questa obbligazione sottostante, che ne sarà dei miei soldi? La risposta si trova in una di quelle micro formulette presenti nei moduli di contratto firmati all’atto della sottoscrizione della polizza. Il settimanale Plus 24 riportava il caso di alcune polizze emesse da Cnp Unicredit che descrivevano il collegamento della polizza a un’obbligazione «di adeguata sicurezza e negoziabilità considerato che, in caso di inadempimento da parte dell’ente emittente di tali attività finanziarie, eventuali effetti economici pregiudizievoli sono in capo al contraente». Nei punti precedenti del contratto, però, si ricorda più volte che la polizza è a capitale garantito. Insomma, una contraddizione che cerca di scaricare sul cliente il rischio (ritenuto improbabile) di default dell’emittente.
PROSPETTIVE
Contrasti simili salteranno fuori in maggior quantità in casa delle compagnie di assicurazioni, che di polizze index linked ne hanno emesse a iosa. Il punto è: cosa faranno banche e assicurazioni alla scadenza di queste polizze? Chi lo sa. Per il momento dovranno informare la clientela che è impossibile prezzarle per... caduta massi. E già lì il cliente si sentirà maluccio, perché di fatto si trova in mano carta straccia, altro che capitale garantito. Tuttavia è auspicabile che banche e assicurazioni si accollino il debito e facciano fronte a quelle polizze che, clausole o no, erano state vendute con la promessa del capitale garantito.
AGGIORNAMENTO
Settimana scorsa avevamo raccontato delle 30 Goldman Sachs acquistate a 102 e vendite a 114 (250 euro di guadagno). Le avessimo tenute sette giorni in più di euro ne avremmo guadagnati circa 800. Vendi, guadagna e pentiti, appunto.
Il lebbrosario
delle banche
mina la fiducia
di Marino Smiderle
Domanda rivolta a un banchiere del Nord Est: come va? Sembra banale, la formula della cortesia di facciata declinata dai luoghi comuni della quotidianità. Ma chiedere oggi come va a un banchiere è quanto di più scortese e di sconveniente ci possa essere in questo momento. Eppure la banca del dirigente in questione non ha problemi, l’esposizione nei confronti di Lehman è insignificante e i conti sono più che a posto. «Sì, la mia banca è solida. Ma in questo momento mi sento come si può sentire un sano in un lebbrosario».
LEBBROSARIO
Il lebbrosario in questione è il sistema finanziario globale. L’epicentro dell’infezione sta dall’altra parte dell’oceano, ma questo è un morbo che non ha bisogno delle vicinanza fisica per propagare il contagio. Qui i bacilli corrono a colpi di clic, a colpi di contratti derivati fabbricati a New York e acquistati anche dalla più piccola cassa rurale per costruire una polizza index linked. Il punto è che, a un paio di anni dall’esplosione dei bubboni del credit crunch, dei mutui subprime ancora non si ha un’idea precisa dell’entità del sisma. È un lebbrosario, appunto, che la liberista America ha deciso di curare eccezionalmente con l’antibiotico del denaro pubblico (tassando il contribuente). 700 miliardi di dollari verranno iniettati nel sistema ma ancora non si sa se basteranno.
INDEX LINKED
L’esempio fatto prima della polizza index linked "a capitale garantito" emessa dalla cassa rurale (o da una qualsiasi delle banche italiane, oltre che dalle compagnie di assicurazione) è forse l’esempio più clamoroso di quale potrebbe essere l’effetto del crac Lehman sui risparmiatori che da Lehman si sono sempre tenuti alla larga. Dunque, quando banche e assicurazioni concepivano queste polizze, l’obiettivo era chiaro: portare a casa tutto e subito, cioè commissioni da urlo all’ingresso, tipo 7-8 per cento, puntellare il conto economico dell’anno e offrire al risparmiatore rendimenti miserelli, se non perdite, in cambio della garanzia del capitale alla scadenza. Cioè: ti do poco o niente, dipende dall’andamento dell’indice a cui era collegata la polizza, a scadenza, ma non potrai perdere un centesimo del capitale investito.
IL ROVESCIO
Molte di queste polizze venivano architettate insieme a Lehman (e ad altre banche d’affari che non sono fallite per un pelo), che emetteva un’obbligazione a garanzia del capitale. La domanda è: se fallisce l’emittente di questa obbligazione sottostante, che ne sarà dei miei soldi? La risposta si trova in una di quelle micro formulette presenti nei moduli di contratto firmati all’atto della sottoscrizione della polizza. Il settimanale Plus 24 riportava il caso di alcune polizze emesse da Cnp Unicredit che descrivevano il collegamento della polizza a un’obbligazione «di adeguata sicurezza e negoziabilità considerato che, in caso di inadempimento da parte dell’ente emittente di tali attività finanziarie, eventuali effetti economici pregiudizievoli sono in capo al contraente». Nei punti precedenti del contratto, però, si ricorda più volte che la polizza è a capitale garantito. Insomma, una contraddizione che cerca di scaricare sul cliente il rischio (ritenuto improbabile) di default dell’emittente.
PROSPETTIVE
Contrasti simili salteranno fuori in maggior quantità in casa delle compagnie di assicurazioni, che di polizze index linked ne hanno emesse a iosa. Il punto è: cosa faranno banche e assicurazioni alla scadenza di queste polizze? Chi lo sa. Per il momento dovranno informare la clientela che è impossibile prezzarle per... caduta massi. E già lì il cliente si sentirà maluccio, perché di fatto si trova in mano carta straccia, altro che capitale garantito. Tuttavia è auspicabile che banche e assicurazioni si accollino il debito e facciano fronte a quelle polizze che, clausole o no, erano state vendute con la promessa del capitale garantito.
AGGIORNAMENTO
Settimana scorsa avevamo raccontato delle 30 Goldman Sachs acquistate a 102 e vendite a 114 (250 euro di guadagno). Le avessimo tenute sette giorni in più di euro ne avremmo guadagnati circa 800. Vendi, guadagna e pentiti, appunto.
C'eravamo tanto amati
LA GUERRA AL TERRORISMO. Le forze speciali americane hanno inseguito i talebani nelle zone tribali
Stati Uniti invasori?
E il Pakistan spara contro gli “alleati”
di Marino Smiderle
Che il Pakistan sia diventato il punto più delicato dello scacchiere politico internazionale lo si è capito dal primo dibattito tra i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Barack Obama e John McCain.
«Per mesi - ha scritto David E. Sanger sul New York Times - i senatori Obama e McCain hanno discusso sulla guerra in Iraq, in particolare se gli Stati Uniti fecero la scelta giusta nel 2003 quando scatenarono l’offensiva. Venerdì sera si sono occupati per la prima volta dei problemi che uno dei due dovrà affrontare il 20 gennaio prossimo, quando ci sarà il cambio della guardia alla Casa Bianca: se l’America debba essere pronta a spostare le proprie truppe e portare azioni di guerra all’interno del Pakistan, fino ad oggi un importante alleato in quella regione».
Il problema è che le cose in Afghanistan stanno andando malissimo e che le principali minacce arrivano proprio da quella terra di nessuno che sono le zone tribali in territorio pakistano dove però né Musharraf prima, né Asif Zardari adesso non hanno potuto (e non hanno voluto) sferrare l’attacco decisivo alle roccaforti talebane e di Al Qaeda. Anzi, i servizi segreti dell’ISI sono da sempre accusati da Usa e Nato di agire quasi di supporto ai movimenti terroristici di matrice islamica della regione.
Il punto è che gli americani, dopo anni di tolleranza spiegabile col sostegno ricevuto da Musharraf, adesso si sono stancati. E hanno deciso di partire con incursioni militari in Pakistan. I pakistani, a loro volta, hanno deciso di contrastare questa manovra sparando contro questi strani alleati-invasori. «Sia America che Pakistan hanno negato - scrive Th Economist - ma pare proprio che il 15 settembre scorso abbiano combattuto una piccola guerra. Ed è stata l’America a scatenarla. Corrispondenze locali rivelano che un gruppo di soldati Usa hanno attraversato il confine dell’Afghanistan per arrivare nella zona tribale, oltre che rifugio dei terroristi, del Sud Waziristan. Questo in seguito all’approvazione, a luglio, da parte del presidente George Bush, della politica di lanciare raid all’interno del Pakistan anche in assenza dell’autorizzazione del governo di Islamabad. Ma, in quell'occasione, le guardie di frontiera pakistane si sono opposte a quello che consideravano un atto di aggressione e hanno cominciato a sparare sulle truppe americane, costringendole al ritiro».
Pare di essere tornati alla guerra del Vietnam, quando gli americani negavano gli sconfinamenti in Laos e Cambogia. Motivi diversi, dichiarazioni analoghe. Ma questo è un punto cruciale per la guerra al terrorismo, oltre che per la campagna presidenziale americana.
«Curiosamente - prosegue Sanger sul New York Times - c’è stato un ribaltamento dei ruoli in questo primo dibattito presidenziale. È stato Obama a dare l’impressione di essere più allineato con la politica del presidente Bush di autorizzare le forse speciali americane di attraversare il confine afgano-pakistano e di entrare nelle zone tribali che Al Qaeda e i talebani usano come santuario. In uno dei momenti più caldi del dibattito, Obama, il candidato democratico, ha detto che porterebbe la guerra fino alla porta della grotta di Osama bin Laden, con la cooperazione del Pakistan o senza. Ed è stato invece McCain, il candidato repubblicano, a sostenere che senza la collaborazione del Pakistan qualsiasi operazione sarebbe destinata a insuccesso».
E di fatto, nota il New York Times, McCain ha preso la posizione che Bush ha tenuto fino all’estate scorsa, quando il presidente, frustrato dall’inanità del governo di Islamabad, ha deciso che era arrivato il momento di cambiare. «E senza dare alcun pubblico annuncio, ha sciolto le briglie delle forze speciali e ha concesso loro di entrare nel territorio del Pakistan. E Obama, durante il dibattito di venerdì, ha sottolineato che Bush avrebbe dovuto fare questo già diversi anni fa, ridicolizzando di fatto i 10 miliardi di dollari che l’Amministrazione Usa ha destinato all’esercito del Pakistan, senza alcun risultato».
Il tema chiave della politica estera resta, per i due candidati, quale debba essere considerato il fronte principale nella guerra al terrorismo. «Per Obama - osserva il Nyt - questo fronte è situato, è sempre stato situato, nelle aree tribali del Pakistan e nelle regioni confinanti dell’Afghanistan. Per lui l’Iraq è stata una pericolosa distrazione. McCain invece considera l’Iraq il fronte principale, citando, a sostegno della sua tesi, il fatto che lo stesso bin Laden lo ritiene il vero campo di battaglia contro l’America».
Comunque sia, la situazione sta precipitando. L’altro giorno c’è stato un altro scontro tra ormai ex alleati.
«Il Pentagono ha definito uno spiacevole equivoco - riporta il Corriere - i colpi di arma da fuoco che sono stati sparati da un posto di controllo pakistano contro elicotteri dell'Isaf, la forza Nato in Afghanistan. Un portavoce del Pentagono ha detto che si è trattato di un malinteso aggiungendo che colloqui sono in corso con i dirigenti pakistani per evitare che l'incidente possa ripetersi».
«Gli elicotteri erano in missione di routine e secondo l'Isaf non hanno violato lo spazio aereo del Pakistan. L'incidente non ha provocato vittime o danni. Nei giorni scorsi il Pakistan aveva accusato gli Stati Uniti di avere violato almeno due volte il suo territorio con operazioni di commando lanciate dall'Afghanistan per dare la caccia ai terroristi sospettati di avere trovato rifugio nei territori tribali al confine. Mercoledì un aereo senza pilota (drone) della Cia è precipitato in territorio pachistano forse colpito dalla contraerea». E dopo l’attentato suicida, al Marriott di Islamabad, il più sanguinoso degli ultimi anni, la situazione è destinata a peggiorare sempre di più.
Stati Uniti invasori?
E il Pakistan spara contro gli “alleati”
di Marino Smiderle
Che il Pakistan sia diventato il punto più delicato dello scacchiere politico internazionale lo si è capito dal primo dibattito tra i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Barack Obama e John McCain.
«Per mesi - ha scritto David E. Sanger sul New York Times - i senatori Obama e McCain hanno discusso sulla guerra in Iraq, in particolare se gli Stati Uniti fecero la scelta giusta nel 2003 quando scatenarono l’offensiva. Venerdì sera si sono occupati per la prima volta dei problemi che uno dei due dovrà affrontare il 20 gennaio prossimo, quando ci sarà il cambio della guardia alla Casa Bianca: se l’America debba essere pronta a spostare le proprie truppe e portare azioni di guerra all’interno del Pakistan, fino ad oggi un importante alleato in quella regione».
Il problema è che le cose in Afghanistan stanno andando malissimo e che le principali minacce arrivano proprio da quella terra di nessuno che sono le zone tribali in territorio pakistano dove però né Musharraf prima, né Asif Zardari adesso non hanno potuto (e non hanno voluto) sferrare l’attacco decisivo alle roccaforti talebane e di Al Qaeda. Anzi, i servizi segreti dell’ISI sono da sempre accusati da Usa e Nato di agire quasi di supporto ai movimenti terroristici di matrice islamica della regione.
Il punto è che gli americani, dopo anni di tolleranza spiegabile col sostegno ricevuto da Musharraf, adesso si sono stancati. E hanno deciso di partire con incursioni militari in Pakistan. I pakistani, a loro volta, hanno deciso di contrastare questa manovra sparando contro questi strani alleati-invasori. «Sia America che Pakistan hanno negato - scrive Th Economist - ma pare proprio che il 15 settembre scorso abbiano combattuto una piccola guerra. Ed è stata l’America a scatenarla. Corrispondenze locali rivelano che un gruppo di soldati Usa hanno attraversato il confine dell’Afghanistan per arrivare nella zona tribale, oltre che rifugio dei terroristi, del Sud Waziristan. Questo in seguito all’approvazione, a luglio, da parte del presidente George Bush, della politica di lanciare raid all’interno del Pakistan anche in assenza dell’autorizzazione del governo di Islamabad. Ma, in quell'occasione, le guardie di frontiera pakistane si sono opposte a quello che consideravano un atto di aggressione e hanno cominciato a sparare sulle truppe americane, costringendole al ritiro».
Pare di essere tornati alla guerra del Vietnam, quando gli americani negavano gli sconfinamenti in Laos e Cambogia. Motivi diversi, dichiarazioni analoghe. Ma questo è un punto cruciale per la guerra al terrorismo, oltre che per la campagna presidenziale americana.
«Curiosamente - prosegue Sanger sul New York Times - c’è stato un ribaltamento dei ruoli in questo primo dibattito presidenziale. È stato Obama a dare l’impressione di essere più allineato con la politica del presidente Bush di autorizzare le forse speciali americane di attraversare il confine afgano-pakistano e di entrare nelle zone tribali che Al Qaeda e i talebani usano come santuario. In uno dei momenti più caldi del dibattito, Obama, il candidato democratico, ha detto che porterebbe la guerra fino alla porta della grotta di Osama bin Laden, con la cooperazione del Pakistan o senza. Ed è stato invece McCain, il candidato repubblicano, a sostenere che senza la collaborazione del Pakistan qualsiasi operazione sarebbe destinata a insuccesso».
E di fatto, nota il New York Times, McCain ha preso la posizione che Bush ha tenuto fino all’estate scorsa, quando il presidente, frustrato dall’inanità del governo di Islamabad, ha deciso che era arrivato il momento di cambiare. «E senza dare alcun pubblico annuncio, ha sciolto le briglie delle forze speciali e ha concesso loro di entrare nel territorio del Pakistan. E Obama, durante il dibattito di venerdì, ha sottolineato che Bush avrebbe dovuto fare questo già diversi anni fa, ridicolizzando di fatto i 10 miliardi di dollari che l’Amministrazione Usa ha destinato all’esercito del Pakistan, senza alcun risultato».
Il tema chiave della politica estera resta, per i due candidati, quale debba essere considerato il fronte principale nella guerra al terrorismo. «Per Obama - osserva il Nyt - questo fronte è situato, è sempre stato situato, nelle aree tribali del Pakistan e nelle regioni confinanti dell’Afghanistan. Per lui l’Iraq è stata una pericolosa distrazione. McCain invece considera l’Iraq il fronte principale, citando, a sostegno della sua tesi, il fatto che lo stesso bin Laden lo ritiene il vero campo di battaglia contro l’America».
Comunque sia, la situazione sta precipitando. L’altro giorno c’è stato un altro scontro tra ormai ex alleati.
«Il Pentagono ha definito uno spiacevole equivoco - riporta il Corriere - i colpi di arma da fuoco che sono stati sparati da un posto di controllo pakistano contro elicotteri dell'Isaf, la forza Nato in Afghanistan. Un portavoce del Pentagono ha detto che si è trattato di un malinteso aggiungendo che colloqui sono in corso con i dirigenti pakistani per evitare che l'incidente possa ripetersi».
«Gli elicotteri erano in missione di routine e secondo l'Isaf non hanno violato lo spazio aereo del Pakistan. L'incidente non ha provocato vittime o danni. Nei giorni scorsi il Pakistan aveva accusato gli Stati Uniti di avere violato almeno due volte il suo territorio con operazioni di commando lanciate dall'Afghanistan per dare la caccia ai terroristi sospettati di avere trovato rifugio nei territori tribali al confine. Mercoledì un aereo senza pilota (drone) della Cia è precipitato in territorio pachistano forse colpito dalla contraerea». E dopo l’attentato suicida, al Marriott di Islamabad, il più sanguinoso degli ultimi anni, la situazione è destinata a peggiorare sempre di più.
domenica 28 settembre 2008
venerdì 26 settembre 2008
Il Veneto inCassa
BANCHE. Presentato ieri a Sarmeola di Rubano il nuovo istituto del gruppo Intesa Sanpaolo operativo da lunedì prossimo. È la più grande banca regionale d’Italia
La sfida della Cassa del Veneto
Marino Smiderle
INVIATO A RUBANO (PADOVA)
«Chi ha detto che abbiamo venduto? Semmai abbiamo comprato». Orazio Rossi, 76 anni, presidente di lunghissimo corso (dal 1981) della Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, cammina a quattro metri da terra e sembra fendere la folla di dirigenti e dipendenti del gruppo Intesa Sanpaolo, assiepata nel centro congressi e formazione di Sarmeola di Rubano. C’è il pontefice massimo, Giovanni Bazoli, c’è il numero uno operativo del gruppo, Corrado Passera, c’è il presidente del consiglio di gestione, Enrico Salza, c’è il direttore generale e responsabile della divisione Banca dei territori, Pietro Modiano. Ma questa è la giornata di Rossi che fa uno strappo alla regola e parla perfino con i giornalisti, «cosa che non ho mai fatto nei vent’anni passati».
Ci doveva essere un motivo valido per convincere Rossi a esternare. Il motivo si chiama Cassa di risparmio del Veneto, la nuova bocca da fuoco creditizia del gruppo Intesa Sanpaolo, che sarà operativa da lunedì prossimo con al timone il direttore generale Rinaldo Panzarini. «Dicevano che Padova aveva venduto - attacca Rossi - e invece la Fondazione ha acquistato azioni del nuovo gruppo e adesso, con tutte le altre fondazioni, controlliamo un gruppo eccezionale. E oggi celebriamo un traguardo che sognavamo di tagliare vent’anni fa, appunto, quando col presidente del Censis, Giuseppe De Rita, avevamo studiato il piano "Casse venete". Allora non avevamo la forza per realizzarlo, adesso quel progetto è andato in porto».
E lo conferma lo stesso De Rita, collegato in videoconferenza da Roma. «Dopo l’acquisizione di Carive - ricorda - venne costituita la società Casse venete. La presenza di realtà con tradizioni radicate nelle varie province non permisero di proseguire. E così si guardò a Bologna, con cui venne fatto l’accordo. Nacque Cardine che, di lì a poco, confluì in Sanpaolo. Dopodiché ci fu il grande matrimonio Intesa Sanpaolo e adesso io e Rossi siamo qui a celebrare la realizzazione del nostro vecchio sogno. Nasce la Cassa di risparmio del Veneto».
Il succo del discorso è piuttosto semplice: Intesa Sanpaolo, alle prese con un frullato di marchi che arrivano in eredità da decine di fusioni e acquisizioni, mette un’unica insegna a tutte le banche presenti in Veneto (Venezia esclusa, perché la Serenissima è speciale e in laguna non ne vogliono sapere di rinunciare all’insegna Carive). E così, dall’integrazione delle filiali di Cariparo (Gruppo Intesa Sanpaolo) e delle filiali Intesa Sanpaolo, «nasce la più grande banca regionale italiana», annunciano con orgoglio Passera e Modiano.
I numeri parlano da soli: 548 sportelli, 19,2 miliardi di impieghi, 32,1 miliardi di attività finanziarie. «I dipendenti della nuova Cassa sono 4.600 - spiega il dg Panzarini - al servizio di 900.000 clienti, di cui 800.000 famiglie e 100.000 imprese, tra queste ultime 1.600 circa registrano un fatturato di oltre 150 milioni di euro. Le quote di mercato nelle sei province su cui opera la nuova banca sono: 16,5% per gli sportelli, 16,9% per gli impieghi e 18,3% per i depositi. In particolare, in termini di quota di mercato per sportelli la nuova banca si posiziona al 1° posto nelle province di Padova e Rovigo, al 2° posto in quelle di Belluno e Treviso e al 3° posto in quelle di Verona e Vicenza».
Vicenza, in particolare, è la terza provincia come numero di sportelli. «Ma Vicenza - osserva De Rita - è una delle realtà più effervescenti di una regione in cui il 37 per cento del valore aggiunto è legato all’export, contro il 25 per cento a livello nazionale. Bene, a Vicenza questa percentuale sale al 63 per cento».
«E a Vicenza, così come a Verona - assicura Panzarini - abbiamo intenzione di puntare per recuperare quote di mercato nei confronti di ottime banche come Unicredit, Popolare di Vicenza e Banco Popolare. Il piano sportelli prevede 25 aperture, a cui vanno aggiunti alcuni centri imprese e punti Domus».
Anche perché, vale la pena di ricordarlo, una delle radici storiche di questo gruppo parte proprio da Vicenza, tanto che per moltissimi vicentini un po’ in là con gli anni gli sportelli di Banca Intesa, da lunedì Cassa di risparmio del Veneto, sono ancora chiamati col vecchio nome, Banca Cattolica, appunto. Nata nel 1892 come Banca Cattolica Vicentina, diventata Banca Cattolica del Veneto, poi confluita nel Banco Ambrosiano Veneto, poi in Banca Intesa e, adesso, nella Cassa del Veneto. Il collegamento con questo passato glorioso ha un nome e un cognome, Mario Calamati, già anima della Cattolica e ora vicepresidente del consiglio di amministrazione della nuova banca regionale in rappresentanza della provincia di Vicenza.
Insomma, nuovo e antico si plasmano in questa corazzata del credito. «Quando i presidenti Salza e Bazoli hanno ideato la possibilità di mettersi insieme - ha concluso Passera - il compito di integrare le banche sembrava arduo. Il piano era ambizioso e invece ci siamo riusciti grazie alla passione di chi lavora e perché il modello era giusto. Anche il sistema duale ci ha permesso di prendere tante decisioni all'unanimità e in tempi veloci».
«L’obiettivo è crescere
in questa regione»
«Eh sì, è una bella sfida». Rinaldo Panzarini si ritrova direttore generale della più grande banca regionale italiana, con la collaborazione di Franco Dall’Armellina, in quota ex Intesa, che terrà le redini dell’area Veneto occidentale (che comprende Vicenza).
Non è un gran momento per presentarsi al mercato con una banca. «Ma noi siamo l’unica banca in Europa che ha ancora liquidità», spara il presidente Salza.
«Diciamo - lo corregge Passera - che a giugno eravamo l’unica banca al mondo con una posizione attiva sull’interbancario. Ma la crisi non è ancora finita e dobbiamo essere preparati a qualche altro sconquasso».
In platea ci sono anche molti imprenditori e rappresentanti delle istituzioni del Veneto. Per loro questa banca è una garanzia che qualcuno metterà la regione al centro degli interessi.
«In Veneto si fa molto e si dice poco - osserva il direttore generale del gruppo Modiano - e questa è una virtù. Tuttavia noi dobbiamo mettere a disposizione del Veneto le eccellenze del gruppo, così come le eccellenze del Veneto, e sono tante, saranno sfruttate al meglio. Perché il nostro obiettivo è crescere, e l’obiettivo della nuova banca è di crescere qui, in questa regione. Sarà questa la sfida di Panzarini, che non potrà andare a cercare mercati altrove. Perché essere banca locale è una condanna».
Panzarini ascolta e fa gli scongiuri. Lo attende un lavoro non facile, per di più in un momento in cui ti attende che le banche scoppino da un momento all’altro, vedi Lehman Brothers.
«Noi non possiamo star qui a guardare a quel che succede negli Usa - reagisce il dg -. La nostra è una banca sana e sono certo che saprà sfruttare le capacità della squadra».
La sfida della Cassa del Veneto
Marino Smiderle
INVIATO A RUBANO (PADOVA)
«Chi ha detto che abbiamo venduto? Semmai abbiamo comprato». Orazio Rossi, 76 anni, presidente di lunghissimo corso (dal 1981) della Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, cammina a quattro metri da terra e sembra fendere la folla di dirigenti e dipendenti del gruppo Intesa Sanpaolo, assiepata nel centro congressi e formazione di Sarmeola di Rubano. C’è il pontefice massimo, Giovanni Bazoli, c’è il numero uno operativo del gruppo, Corrado Passera, c’è il presidente del consiglio di gestione, Enrico Salza, c’è il direttore generale e responsabile della divisione Banca dei territori, Pietro Modiano. Ma questa è la giornata di Rossi che fa uno strappo alla regola e parla perfino con i giornalisti, «cosa che non ho mai fatto nei vent’anni passati».
Ci doveva essere un motivo valido per convincere Rossi a esternare. Il motivo si chiama Cassa di risparmio del Veneto, la nuova bocca da fuoco creditizia del gruppo Intesa Sanpaolo, che sarà operativa da lunedì prossimo con al timone il direttore generale Rinaldo Panzarini. «Dicevano che Padova aveva venduto - attacca Rossi - e invece la Fondazione ha acquistato azioni del nuovo gruppo e adesso, con tutte le altre fondazioni, controlliamo un gruppo eccezionale. E oggi celebriamo un traguardo che sognavamo di tagliare vent’anni fa, appunto, quando col presidente del Censis, Giuseppe De Rita, avevamo studiato il piano "Casse venete". Allora non avevamo la forza per realizzarlo, adesso quel progetto è andato in porto».
E lo conferma lo stesso De Rita, collegato in videoconferenza da Roma. «Dopo l’acquisizione di Carive - ricorda - venne costituita la società Casse venete. La presenza di realtà con tradizioni radicate nelle varie province non permisero di proseguire. E così si guardò a Bologna, con cui venne fatto l’accordo. Nacque Cardine che, di lì a poco, confluì in Sanpaolo. Dopodiché ci fu il grande matrimonio Intesa Sanpaolo e adesso io e Rossi siamo qui a celebrare la realizzazione del nostro vecchio sogno. Nasce la Cassa di risparmio del Veneto».
Il succo del discorso è piuttosto semplice: Intesa Sanpaolo, alle prese con un frullato di marchi che arrivano in eredità da decine di fusioni e acquisizioni, mette un’unica insegna a tutte le banche presenti in Veneto (Venezia esclusa, perché la Serenissima è speciale e in laguna non ne vogliono sapere di rinunciare all’insegna Carive). E così, dall’integrazione delle filiali di Cariparo (Gruppo Intesa Sanpaolo) e delle filiali Intesa Sanpaolo, «nasce la più grande banca regionale italiana», annunciano con orgoglio Passera e Modiano.
I numeri parlano da soli: 548 sportelli, 19,2 miliardi di impieghi, 32,1 miliardi di attività finanziarie. «I dipendenti della nuova Cassa sono 4.600 - spiega il dg Panzarini - al servizio di 900.000 clienti, di cui 800.000 famiglie e 100.000 imprese, tra queste ultime 1.600 circa registrano un fatturato di oltre 150 milioni di euro. Le quote di mercato nelle sei province su cui opera la nuova banca sono: 16,5% per gli sportelli, 16,9% per gli impieghi e 18,3% per i depositi. In particolare, in termini di quota di mercato per sportelli la nuova banca si posiziona al 1° posto nelle province di Padova e Rovigo, al 2° posto in quelle di Belluno e Treviso e al 3° posto in quelle di Verona e Vicenza».
Vicenza, in particolare, è la terza provincia come numero di sportelli. «Ma Vicenza - osserva De Rita - è una delle realtà più effervescenti di una regione in cui il 37 per cento del valore aggiunto è legato all’export, contro il 25 per cento a livello nazionale. Bene, a Vicenza questa percentuale sale al 63 per cento».
«E a Vicenza, così come a Verona - assicura Panzarini - abbiamo intenzione di puntare per recuperare quote di mercato nei confronti di ottime banche come Unicredit, Popolare di Vicenza e Banco Popolare. Il piano sportelli prevede 25 aperture, a cui vanno aggiunti alcuni centri imprese e punti Domus».
Anche perché, vale la pena di ricordarlo, una delle radici storiche di questo gruppo parte proprio da Vicenza, tanto che per moltissimi vicentini un po’ in là con gli anni gli sportelli di Banca Intesa, da lunedì Cassa di risparmio del Veneto, sono ancora chiamati col vecchio nome, Banca Cattolica, appunto. Nata nel 1892 come Banca Cattolica Vicentina, diventata Banca Cattolica del Veneto, poi confluita nel Banco Ambrosiano Veneto, poi in Banca Intesa e, adesso, nella Cassa del Veneto. Il collegamento con questo passato glorioso ha un nome e un cognome, Mario Calamati, già anima della Cattolica e ora vicepresidente del consiglio di amministrazione della nuova banca regionale in rappresentanza della provincia di Vicenza.
Insomma, nuovo e antico si plasmano in questa corazzata del credito. «Quando i presidenti Salza e Bazoli hanno ideato la possibilità di mettersi insieme - ha concluso Passera - il compito di integrare le banche sembrava arduo. Il piano era ambizioso e invece ci siamo riusciti grazie alla passione di chi lavora e perché il modello era giusto. Anche il sistema duale ci ha permesso di prendere tante decisioni all'unanimità e in tempi veloci».
«L’obiettivo è crescere
in questa regione»
«Eh sì, è una bella sfida». Rinaldo Panzarini si ritrova direttore generale della più grande banca regionale italiana, con la collaborazione di Franco Dall’Armellina, in quota ex Intesa, che terrà le redini dell’area Veneto occidentale (che comprende Vicenza).
Non è un gran momento per presentarsi al mercato con una banca. «Ma noi siamo l’unica banca in Europa che ha ancora liquidità», spara il presidente Salza.
«Diciamo - lo corregge Passera - che a giugno eravamo l’unica banca al mondo con una posizione attiva sull’interbancario. Ma la crisi non è ancora finita e dobbiamo essere preparati a qualche altro sconquasso».
In platea ci sono anche molti imprenditori e rappresentanti delle istituzioni del Veneto. Per loro questa banca è una garanzia che qualcuno metterà la regione al centro degli interessi.
«In Veneto si fa molto e si dice poco - osserva il direttore generale del gruppo Modiano - e questa è una virtù. Tuttavia noi dobbiamo mettere a disposizione del Veneto le eccellenze del gruppo, così come le eccellenze del Veneto, e sono tante, saranno sfruttate al meglio. Perché il nostro obiettivo è crescere, e l’obiettivo della nuova banca è di crescere qui, in questa regione. Sarà questa la sfida di Panzarini, che non potrà andare a cercare mercati altrove. Perché essere banca locale è una condanna».
Panzarini ascolta e fa gli scongiuri. Lo attende un lavoro non facile, per di più in un momento in cui ti attende che le banche scoppino da un momento all’altro, vedi Lehman Brothers.
«Noi non possiamo star qui a guardare a quel che succede negli Usa - reagisce il dg -. La nostra è una banca sana e sono certo che saprà sfruttare le capacità della squadra».
martedì 23 settembre 2008
Siggelmini
IMPRESE. L’azienda di San Vito fondata da Gino e Silvio Marta sta affrontando il passaggio generazionale
I grembiuli della Gelmini
spingono i conti di Siggi
Marino Smiderle
SAN VITO DI LEGUZZANO
Il passaggio generazionale è più dolce se il ministro Maria Stella Gelmini torna all’antico. Sì, perché la Siggi di San Vito di Leguzzano guarda avanti con più serenità se la Gelmini insiste nel guardare indietro e nell’introdurre per decreto l’uso dei grembiulini nelle scuole italiane. Piccolo particolare: dal 1966 la Siggi produce grembiuli ed è intuibile il motivo per cui faccia il tifo per il ministro.
In più Gino Marta, presidente e cofondatore del gruppo insieme al fratello Silvio scomparso nel 1992, sta guidando il passaggio generazionale all’interno della rinnovata organizzazione aziendale, con i figli Alessandro, Chiara e Federica e le nipoti Silvia e Roberta inseriti nei gangli vitali del gruppo.
«È ancora presto valutare quale sarà l’impatto su Siggi del nuovo provvedimento legislativo - attacca Gino Marta - ma è chiaro che guardiamo con interesse a una prospettiva di ulteriore sviluppo commerciale, anche se la concorrenza delle grandi marche in questo settore è molto agguerrita».
Non che Siggi sia da meno: dei 36 milioni di euro di fatturato complessivo, 8 e mezzo arrivano dal business dei grembiulini per la scuola materna ed elementare, con oltre un milione di pezzi venduti all’anno. L’azienda di San Vito commercializza i marchi HappySchool e 10eLode, con numerose griffe dei cartoon, da Winx a Spiderman.
Il caso ha voluto che queste nuove prospettive legate all’obbligatorietà del grembiule coincidessero con la fase di implementazione definitiva del processo di riorganizzazione manageriale e finanziaria del gruppo. Gruppo che adesso ha una sede nuova di zecca, a poche centinaia di metri di distanza da quella storica, dove convivono, sotto le insegne di Siggi Group, Siggi Confezioni, Zaccaria e Ferracin Confezioni.
«Dal punto di vista organizzativo - spiega Silvia Marta, responsabile finanza e controllo - in capo a Siggi Group ci sono le funzioni legate a progettazione, produzione e acquisti, mentre le società controllate si occupano della commercializzazione e distribuzione dei prodotti».
Il tutto nell’avveniristico stabilimento di via Vicenza, 5.000 metri quadri coperti e 3.000 scoperti. «E oltre al progressivo ingresso ai vertici della società di noi Marta di seconda generazione - prosegue Silvia Marta - non va dimenticato che, negli ultimi anni, sono state inserite nell’organico del gruppo alcuni manager che, di fatto, segnano il passaggio dalla passata gestione esclusivamente familiare a quella, appunto, basata sulle deleghe a figure professionali necessarie quando si raggiungono determinate dimensioni e si hanno determinati obiettivi».
E a proposito di dimensioni, va ricordato che il grosso dell'apparato produttivo del gruppo è all’estero. Segnatamente, in Moldavia, dove nello stabilimento di 4.500 metri quadrati dell’azienda di proprietà Marhatex lavorano 500 persone, e in Tunisia, dove nello stabilimento della Iam sono impiegati 150 dipendenti. A questi si aggiungano i 140 dipendenti della sede di San Vito, e il totale arriva a sfiorare quota 800. Una bocca da fuoco che produce circa 3 milioni e mezzo di capi all’anno, tra abbigliamento professionale e scuola.
«Il nostro mercato principale resta l’Italia - conclude Silvia Marta - ma ci stiamo strutturando in modo da entrare in profondità nei mercati esteri. Stiamo già strutturando una realtà in Francia e guardiamo anche ad altri paesi».
E la Gelmini? «I risultati, se tutto sarà confermato, si vedranno l’anno prossimo».
I grembiuli della Gelmini
spingono i conti di Siggi
Marino Smiderle
SAN VITO DI LEGUZZANO
Il passaggio generazionale è più dolce se il ministro Maria Stella Gelmini torna all’antico. Sì, perché la Siggi di San Vito di Leguzzano guarda avanti con più serenità se la Gelmini insiste nel guardare indietro e nell’introdurre per decreto l’uso dei grembiulini nelle scuole italiane. Piccolo particolare: dal 1966 la Siggi produce grembiuli ed è intuibile il motivo per cui faccia il tifo per il ministro.
In più Gino Marta, presidente e cofondatore del gruppo insieme al fratello Silvio scomparso nel 1992, sta guidando il passaggio generazionale all’interno della rinnovata organizzazione aziendale, con i figli Alessandro, Chiara e Federica e le nipoti Silvia e Roberta inseriti nei gangli vitali del gruppo.
«È ancora presto valutare quale sarà l’impatto su Siggi del nuovo provvedimento legislativo - attacca Gino Marta - ma è chiaro che guardiamo con interesse a una prospettiva di ulteriore sviluppo commerciale, anche se la concorrenza delle grandi marche in questo settore è molto agguerrita».
Non che Siggi sia da meno: dei 36 milioni di euro di fatturato complessivo, 8 e mezzo arrivano dal business dei grembiulini per la scuola materna ed elementare, con oltre un milione di pezzi venduti all’anno. L’azienda di San Vito commercializza i marchi HappySchool e 10eLode, con numerose griffe dei cartoon, da Winx a Spiderman.
Il caso ha voluto che queste nuove prospettive legate all’obbligatorietà del grembiule coincidessero con la fase di implementazione definitiva del processo di riorganizzazione manageriale e finanziaria del gruppo. Gruppo che adesso ha una sede nuova di zecca, a poche centinaia di metri di distanza da quella storica, dove convivono, sotto le insegne di Siggi Group, Siggi Confezioni, Zaccaria e Ferracin Confezioni.
«Dal punto di vista organizzativo - spiega Silvia Marta, responsabile finanza e controllo - in capo a Siggi Group ci sono le funzioni legate a progettazione, produzione e acquisti, mentre le società controllate si occupano della commercializzazione e distribuzione dei prodotti».
Il tutto nell’avveniristico stabilimento di via Vicenza, 5.000 metri quadri coperti e 3.000 scoperti. «E oltre al progressivo ingresso ai vertici della società di noi Marta di seconda generazione - prosegue Silvia Marta - non va dimenticato che, negli ultimi anni, sono state inserite nell’organico del gruppo alcuni manager che, di fatto, segnano il passaggio dalla passata gestione esclusivamente familiare a quella, appunto, basata sulle deleghe a figure professionali necessarie quando si raggiungono determinate dimensioni e si hanno determinati obiettivi».
E a proposito di dimensioni, va ricordato che il grosso dell'apparato produttivo del gruppo è all’estero. Segnatamente, in Moldavia, dove nello stabilimento di 4.500 metri quadrati dell’azienda di proprietà Marhatex lavorano 500 persone, e in Tunisia, dove nello stabilimento della Iam sono impiegati 150 dipendenti. A questi si aggiungano i 140 dipendenti della sede di San Vito, e il totale arriva a sfiorare quota 800. Una bocca da fuoco che produce circa 3 milioni e mezzo di capi all’anno, tra abbigliamento professionale e scuola.
«Il nostro mercato principale resta l’Italia - conclude Silvia Marta - ma ci stiamo strutturando in modo da entrare in profondità nei mercati esteri. Stiamo già strutturando una realtà in Francia e guardiamo anche ad altri paesi».
E la Gelmini? «I risultati, se tutto sarà confermato, si vedranno l’anno prossimo».
lunedì 22 settembre 2008
Goldman age
PORTAFOGLIO
Gli indici giù?
La follia aiuta
a guadagnare
di Marino Smiderle
Quando in tv fanno vedere i match di wrestling compare sempre l’avvertimento destinato ai bambini: «Non provate a farlo a casa vostra». Capita spesso, infatti, che fratellini un po’ troppo vivaci improvvisino un combattimento corpo a corpo e, imitando John Cena e Rey Misteryo, si tirino di quelle pappine da rendere necessario un passaggio al pronto soccorso. Ecco, mercoledì scorso, mentre sui mercati infuriava la bufera Lehman Brothers, chi scrive ha voluto provare a fare, a scopo didattico, un "investimento" usando lo stesso cervello dei fratellini discoli e rischiando, più che un ricovero al pronto soccorso, un buco sul bilancio familiare. Dunque, «non provate a farlo a casa vostra», ma di seguito troverete le istruzioni per l’uso dei risparmi in periodi di panico finanziario generalizzato.
IL CROLLO
Dunque, siamo all’indomani del crac di Lehman Brothers, una della banche d’affari più conosciute e stimate al mondo. Le autorità monetarie Usa, a differenza di quanto avevano fatto per Bear Stearns, Fanny Mae e Freddie Mac, voltano le spalle al gigante e lo lasciano fallire miseramente. Il mercato fa due conti, ci mette una giornata a capire e, deducendo che Lehman sarà solo la prima di una lunga serie di cadute, a Wall Street comincia a infuriare la tempesta. Le azioni delle banche "colleghe" di Lehman vengono vendute come se piovesse. Morgan Stanley e Goldman Sachs, per citare due nomi che rappresentano due stele nel firmamento della finanza globale, si trasformano dalla sera alla mattina in ciarpame da buttare. Ora, ricordando che in queste pagine è sempre stato scritto che bisogna comprare quando gli altri vendono e vendere quando gli altri comprano, abbiamo deciso di fare un esperimento: comprare le azioni in caduta libera. Nel caso specifico, poiché le azioni Goldman Sachs, che fino a pochi giorni valevano 150 dollari, erano precipitate sotto i 100 dollari, abbiamo puntato forte su questo titolo. Forte si fa per dire, visto che si tratta di investimento didattico: comunque, 30 azioni acquistate a 102 dollari via internet alle 19 ora italiana, per un totale di 3.060 dollari (2.150 euro circa). L’eseguito è arrivato in tempo reale, con 20 dollari (il minimo per ogni operazione) di commissioni.
RAGIONAMENTO
Fino all’altro giorno acquistare azioni Goldman Sachs a Wall Street era l’equivalente di acquistare azioni Mediobanca a piazza Affari: investimento azionario a rischio contenuto. Il caso Lehman ha trasformato le Goldman Sachs, con le voci che giravano per i mercati, in azioni prossime al fallimento. Comprarle a 100 dollari, per quanto ai minimi negli ultimi 3 anni, e in caduta del 30-40 per cento, era teoricamente un rischio elevato. Confidando nell’esagerazioni, in un senso o nell’altro, dei trend dei listini, abbiamo optato per questo tipo di investimento che nel frattempo era stato declassato al rango di pura speculazione. Comunque, almeno una regola base l’abbiamo seguita: rischi elevato, importo della speculazione contenuto. Troppo contenuto, visto che l’importo delle commissioni (1 per cento, più o meno) finiva con l’incidere in modo drammatico sul possibile guadagno. Tuttavia, quando ci sono discese ardite in Borsa, di solito seguono risalite come insegna, per altre questioni, il teorico di riferimento Lucio Battisti. Dunque, via a speculare e che le stelle siano con noi.
IL RIALZO
L’orizzonte temporale di questa incursione era brevissimo, massimo una settimana, tipo o la va o la spacca. Bene, la sera stessa, per curiosità, pochi minuti prima che Wall Street chiudesse, abbiamo dato un occhio all quotazioni in uno di quei canali televisivi finanziari Usa (Cnbc, per la precisione) che sparano le quotazioni di tutti i titoli nel rullo. Goldman Sachs, per quanto in caduta del 15 per cento rispetto al giorno precedente, faceva molto meglio di qualche ora prima. Ora valeva 114 dollari, più o meno il 12 per cento rispetto a quando le avevamo acquistate. E il 12 per cento in tre ore è una percentuale che può lasciare soddisfatti. Via, si accende il computer e si vende. Per 30 azioni l’incasso è stato di 3420 dollari, meno altri 20 dollari da lasciare alla banca: 320 dollari di guadagno netto, 230 dollari, più o meno. Contenti tutti: l’investitore, la banca (l’unica contenta anche se perdevamo) e il mercato.
Gli indici giù?
La follia aiuta
a guadagnare
di Marino Smiderle
Quando in tv fanno vedere i match di wrestling compare sempre l’avvertimento destinato ai bambini: «Non provate a farlo a casa vostra». Capita spesso, infatti, che fratellini un po’ troppo vivaci improvvisino un combattimento corpo a corpo e, imitando John Cena e Rey Misteryo, si tirino di quelle pappine da rendere necessario un passaggio al pronto soccorso. Ecco, mercoledì scorso, mentre sui mercati infuriava la bufera Lehman Brothers, chi scrive ha voluto provare a fare, a scopo didattico, un "investimento" usando lo stesso cervello dei fratellini discoli e rischiando, più che un ricovero al pronto soccorso, un buco sul bilancio familiare. Dunque, «non provate a farlo a casa vostra», ma di seguito troverete le istruzioni per l’uso dei risparmi in periodi di panico finanziario generalizzato.
IL CROLLO
Dunque, siamo all’indomani del crac di Lehman Brothers, una della banche d’affari più conosciute e stimate al mondo. Le autorità monetarie Usa, a differenza di quanto avevano fatto per Bear Stearns, Fanny Mae e Freddie Mac, voltano le spalle al gigante e lo lasciano fallire miseramente. Il mercato fa due conti, ci mette una giornata a capire e, deducendo che Lehman sarà solo la prima di una lunga serie di cadute, a Wall Street comincia a infuriare la tempesta. Le azioni delle banche "colleghe" di Lehman vengono vendute come se piovesse. Morgan Stanley e Goldman Sachs, per citare due nomi che rappresentano due stele nel firmamento della finanza globale, si trasformano dalla sera alla mattina in ciarpame da buttare. Ora, ricordando che in queste pagine è sempre stato scritto che bisogna comprare quando gli altri vendono e vendere quando gli altri comprano, abbiamo deciso di fare un esperimento: comprare le azioni in caduta libera. Nel caso specifico, poiché le azioni Goldman Sachs, che fino a pochi giorni valevano 150 dollari, erano precipitate sotto i 100 dollari, abbiamo puntato forte su questo titolo. Forte si fa per dire, visto che si tratta di investimento didattico: comunque, 30 azioni acquistate a 102 dollari via internet alle 19 ora italiana, per un totale di 3.060 dollari (2.150 euro circa). L’eseguito è arrivato in tempo reale, con 20 dollari (il minimo per ogni operazione) di commissioni.
RAGIONAMENTO
Fino all’altro giorno acquistare azioni Goldman Sachs a Wall Street era l’equivalente di acquistare azioni Mediobanca a piazza Affari: investimento azionario a rischio contenuto. Il caso Lehman ha trasformato le Goldman Sachs, con le voci che giravano per i mercati, in azioni prossime al fallimento. Comprarle a 100 dollari, per quanto ai minimi negli ultimi 3 anni, e in caduta del 30-40 per cento, era teoricamente un rischio elevato. Confidando nell’esagerazioni, in un senso o nell’altro, dei trend dei listini, abbiamo optato per questo tipo di investimento che nel frattempo era stato declassato al rango di pura speculazione. Comunque, almeno una regola base l’abbiamo seguita: rischi elevato, importo della speculazione contenuto. Troppo contenuto, visto che l’importo delle commissioni (1 per cento, più o meno) finiva con l’incidere in modo drammatico sul possibile guadagno. Tuttavia, quando ci sono discese ardite in Borsa, di solito seguono risalite come insegna, per altre questioni, il teorico di riferimento Lucio Battisti. Dunque, via a speculare e che le stelle siano con noi.
IL RIALZO
L’orizzonte temporale di questa incursione era brevissimo, massimo una settimana, tipo o la va o la spacca. Bene, la sera stessa, per curiosità, pochi minuti prima che Wall Street chiudesse, abbiamo dato un occhio all quotazioni in uno di quei canali televisivi finanziari Usa (Cnbc, per la precisione) che sparano le quotazioni di tutti i titoli nel rullo. Goldman Sachs, per quanto in caduta del 15 per cento rispetto al giorno precedente, faceva molto meglio di qualche ora prima. Ora valeva 114 dollari, più o meno il 12 per cento rispetto a quando le avevamo acquistate. E il 12 per cento in tre ore è una percentuale che può lasciare soddisfatti. Via, si accende il computer e si vende. Per 30 azioni l’incasso è stato di 3420 dollari, meno altri 20 dollari da lasciare alla banca: 320 dollari di guadagno netto, 230 dollari, più o meno. Contenti tutti: l’investitore, la banca (l’unica contenta anche se perdevamo) e il mercato.
Aquile in Mercedes
ALBANIA. Le prospettive di un paese ricco di storia e di contraddizioni
Qui la povertà
e le Mercedes
coesistono
di Marino Smiderle
La cosa che più rimane impressa a chi ha la ventura di fare un giro per Tirana è l’affollamento di Mercedes. Lo dicono tutti, non è una novità, ma quando, in occasione di una missione imprenditoriale organizzata dall’Api di Vicenza, ebbi modo di constatarlo di persona, quell’impressione superò di gran lunga tutte le altre. Per capirci: l’Albania è un paese povero che si sta, faticosamente e non sempre legalmente, arricchendo e la passeggiata per le vie sbrecciate e ricche di cantieri della capitale testimoniano anche questo. Ma sono le Mercedes, dalla più scalcinata di trent’anni e passa fa all’ultimo e più lussuoso modello che costa qualche centinaio di migliaio di euro, a fare da sfondo in un piccolo paese che, dall’inizio degli anni 90 quando venne abbattuto il regime comunista più ferreo che l’Europa ricordi, ha accelerato in maniera drammatica il passaggio dalla clausura totale al capitalismo globale (e pure selvaggio).
La domanda è: che ci fanno tutte queste Mercedes? Chi le paga? Da dove vengono? La risposta l’ha data Milva Ekonomi, tra i fondatori dell’associazione Mjaft (Basta), a Jesus Rodriguez, autore di un interessante reportage pubblicato sul quotidiano spagnolo El Pais e ripreso da Internazionale. «È impossibile sapere da dove vengono tutti questi soldi - sostiene Ekonomi - in un paese dove un maestro guadagna 270 euro al mese e un terzo dei bambini vive con me no di due dollari al giorno. In Albania ci sono due economie parallele e una funziona riciclando soldi dall’estero».
Si sa che all’estero, e in Italia in particolare, non sono venuti i migliori. «Le potenti mafie albanesi - scrive El Pais - sono legate alle organizzazioni segrete attive già durante il comunismo. Queste organizzazioni, che dominavano il contrabbando durante il regime, si sono riciclate occupandosi di droga, prostituzione, tratta di esseri umani, traffico di organi, armi e auto rubate. Oggi hanno a disposizione eserciti privati e il loro potere è esteso a tutti gli ambiti della società, anche se in modo più discreto che in passato. Se si vuole entrare nell’Ue è meglio non dare nell’occhio. Anche la criminalità lo sa».
Già, perché l’Albania, uno dei più ferventi sostenitori degli Usa e uno dei pochi paesi (un altro è la Georgia, per capirci) in cui le visite ufficiali del presidente George W. Bush sono caratterizzate da bagni di folle adoranti, oltre ad avere già mezzo piede dentro la Nato, terrebbe molto ad accelerare il processo che dovrebbe portare al suo ingresso nell’Unione europea. Il fatto che diversi imprenditori italiani abbiano deciso di puntare su questo mercato testimonia dei legami economici, oltre che storici e culturali, che intercorrono tra i due paesi. Per dire, l’esperienza di Api Vicenza, che ha costituito, con il contributo della Regione Veneto, una sorta di ambasciata economica a cui hanno aderito diversi imprenditori, dimostra che soprattutto nel mercato edile le opportunità sono moltissime. Veneto Banca ha già acquisito una banca e, una volta superati gli ostacoli che ancora frappongono una diffusa corruzione e un sistema di pagamenti ancora troppo legato al contante, il business potrebbe assumere dimensioni ancora più ragguardevoli.
Sì, l’Albania ha corso molto e lo dimostra la rivoluzione urbanistica che ha subito in questi ultimi anni la capitale Tirana, il cui sindaco socialista, Edi Rama, 43 anni, per quando del partito avversario del presidente Sali Berisha, è considerato un vero innovatore. «Secondo molti - scrive El Pais - sarà lui il prossimo leader del paese. Contrariamente ai dirigenti delle due grandi formazioni del paese, socialisti e democratici, quest’artista, con un passato a Parigi e negli Stati Uniti, non ha mai militato nel partito del dittatore Enver Hoxha. Diventato sindaco di Tirana, ha deciso di dipingere con colori vivaci le facciate grigie degli edifici di epoca comunista: un’iniziativa che gli ha dato grande popolarità».
La stessa iniziativa l’ha presa, a Tbilisi, in Georgia, Mikheil Saakashvili, e sembra che sia un antidoto efficace per scacciare i cupi ricordi del periodo comunista che chi l’ha vissuto vorrebbe cancellare. Poi, spiegavano gli imprenditori veneti che si recano spesso a Tirana, Rama ha abbattuto tutti gli edifici abusivi e ha dato un aspetto più presentabile alla città.
Queste spinte verso il nuovo coesistono con anacronistici richiami al passato. Tipo l’esistenza inconfessata, tra i testi legislativi ufficiali, delle norme non scritte del Kanun, un codice di condotta trasmesso oralmente tra i clan del nord dell’Albania da più di 500 anni. Tra le norme assurde (per noi occidentali) presenti nel Kanun, Dan Bilefsky ne descrisse una incredibile in un memorabile reportage pubblicato dal New York Times nel giugno scorso. «Pashe Keqi ricordò il giorno di quasi 60 anni fa in cui decise di diventare un uomo», è l’attacco di quel pezzo.
E non è, come può sembrare, l’inizio del diario di un transessuale, ma una normale pratica che le famiglie albanesi adottavano quando non c’era più un uomo per casa. In sostanza, una donna giurava di rimanere vergine e la società le consentiva di assumere in tutto e per tutto il ruolo di capofamiglia. Pashe Keqi oggi ha 78 anni e di donne che hanno vissuto una vita da maschio come lei ne sono rimaste una quarantina. «Dovessi tornare indietro - ha raccontato la donna-uomo - non lo rifarei. Ma in quegli anni era meglio essere un uomo perché le donne, quanto a diritti, erano considerate alla stregua di animali. Al giorno d’oggi le donne albanesi hanno gli stessi diritti degli uomini, e forse hanno ancora più potere.
Sì, credo proprio che oggi sarebbe divertente essere una donna».
Per Keqi, però, è troppo tardi. Lei ha vissuto una vita da uomo e l’aspetto fisico, gli abiti, il modo di parlare e comportarsi lo testimoniano.
Ma quell’Albania non c’è più.
Qui la povertà
e le Mercedes
coesistono
di Marino Smiderle
La cosa che più rimane impressa a chi ha la ventura di fare un giro per Tirana è l’affollamento di Mercedes. Lo dicono tutti, non è una novità, ma quando, in occasione di una missione imprenditoriale organizzata dall’Api di Vicenza, ebbi modo di constatarlo di persona, quell’impressione superò di gran lunga tutte le altre. Per capirci: l’Albania è un paese povero che si sta, faticosamente e non sempre legalmente, arricchendo e la passeggiata per le vie sbrecciate e ricche di cantieri della capitale testimoniano anche questo. Ma sono le Mercedes, dalla più scalcinata di trent’anni e passa fa all’ultimo e più lussuoso modello che costa qualche centinaio di migliaio di euro, a fare da sfondo in un piccolo paese che, dall’inizio degli anni 90 quando venne abbattuto il regime comunista più ferreo che l’Europa ricordi, ha accelerato in maniera drammatica il passaggio dalla clausura totale al capitalismo globale (e pure selvaggio).
La domanda è: che ci fanno tutte queste Mercedes? Chi le paga? Da dove vengono? La risposta l’ha data Milva Ekonomi, tra i fondatori dell’associazione Mjaft (Basta), a Jesus Rodriguez, autore di un interessante reportage pubblicato sul quotidiano spagnolo El Pais e ripreso da Internazionale. «È impossibile sapere da dove vengono tutti questi soldi - sostiene Ekonomi - in un paese dove un maestro guadagna 270 euro al mese e un terzo dei bambini vive con me no di due dollari al giorno. In Albania ci sono due economie parallele e una funziona riciclando soldi dall’estero».
Si sa che all’estero, e in Italia in particolare, non sono venuti i migliori. «Le potenti mafie albanesi - scrive El Pais - sono legate alle organizzazioni segrete attive già durante il comunismo. Queste organizzazioni, che dominavano il contrabbando durante il regime, si sono riciclate occupandosi di droga, prostituzione, tratta di esseri umani, traffico di organi, armi e auto rubate. Oggi hanno a disposizione eserciti privati e il loro potere è esteso a tutti gli ambiti della società, anche se in modo più discreto che in passato. Se si vuole entrare nell’Ue è meglio non dare nell’occhio. Anche la criminalità lo sa».
Già, perché l’Albania, uno dei più ferventi sostenitori degli Usa e uno dei pochi paesi (un altro è la Georgia, per capirci) in cui le visite ufficiali del presidente George W. Bush sono caratterizzate da bagni di folle adoranti, oltre ad avere già mezzo piede dentro la Nato, terrebbe molto ad accelerare il processo che dovrebbe portare al suo ingresso nell’Unione europea. Il fatto che diversi imprenditori italiani abbiano deciso di puntare su questo mercato testimonia dei legami economici, oltre che storici e culturali, che intercorrono tra i due paesi. Per dire, l’esperienza di Api Vicenza, che ha costituito, con il contributo della Regione Veneto, una sorta di ambasciata economica a cui hanno aderito diversi imprenditori, dimostra che soprattutto nel mercato edile le opportunità sono moltissime. Veneto Banca ha già acquisito una banca e, una volta superati gli ostacoli che ancora frappongono una diffusa corruzione e un sistema di pagamenti ancora troppo legato al contante, il business potrebbe assumere dimensioni ancora più ragguardevoli.
Sì, l’Albania ha corso molto e lo dimostra la rivoluzione urbanistica che ha subito in questi ultimi anni la capitale Tirana, il cui sindaco socialista, Edi Rama, 43 anni, per quando del partito avversario del presidente Sali Berisha, è considerato un vero innovatore. «Secondo molti - scrive El Pais - sarà lui il prossimo leader del paese. Contrariamente ai dirigenti delle due grandi formazioni del paese, socialisti e democratici, quest’artista, con un passato a Parigi e negli Stati Uniti, non ha mai militato nel partito del dittatore Enver Hoxha. Diventato sindaco di Tirana, ha deciso di dipingere con colori vivaci le facciate grigie degli edifici di epoca comunista: un’iniziativa che gli ha dato grande popolarità».
La stessa iniziativa l’ha presa, a Tbilisi, in Georgia, Mikheil Saakashvili, e sembra che sia un antidoto efficace per scacciare i cupi ricordi del periodo comunista che chi l’ha vissuto vorrebbe cancellare. Poi, spiegavano gli imprenditori veneti che si recano spesso a Tirana, Rama ha abbattuto tutti gli edifici abusivi e ha dato un aspetto più presentabile alla città.
Queste spinte verso il nuovo coesistono con anacronistici richiami al passato. Tipo l’esistenza inconfessata, tra i testi legislativi ufficiali, delle norme non scritte del Kanun, un codice di condotta trasmesso oralmente tra i clan del nord dell’Albania da più di 500 anni. Tra le norme assurde (per noi occidentali) presenti nel Kanun, Dan Bilefsky ne descrisse una incredibile in un memorabile reportage pubblicato dal New York Times nel giugno scorso. «Pashe Keqi ricordò il giorno di quasi 60 anni fa in cui decise di diventare un uomo», è l’attacco di quel pezzo.
E non è, come può sembrare, l’inizio del diario di un transessuale, ma una normale pratica che le famiglie albanesi adottavano quando non c’era più un uomo per casa. In sostanza, una donna giurava di rimanere vergine e la società le consentiva di assumere in tutto e per tutto il ruolo di capofamiglia. Pashe Keqi oggi ha 78 anni e di donne che hanno vissuto una vita da maschio come lei ne sono rimaste una quarantina. «Dovessi tornare indietro - ha raccontato la donna-uomo - non lo rifarei. Ma in quegli anni era meglio essere un uomo perché le donne, quanto a diritti, erano considerate alla stregua di animali. Al giorno d’oggi le donne albanesi hanno gli stessi diritti degli uomini, e forse hanno ancora più potere.
Sì, credo proprio che oggi sarebbe divertente essere una donna».
Per Keqi, però, è troppo tardi. Lei ha vissuto una vita da uomo e l’aspetto fisico, gli abiti, il modo di parlare e comportarsi lo testimoniano.
Ma quell’Albania non c’è più.
sabato 20 settembre 2008
Napolitano
«Colpito, emozionatoda tanta bellezza»
di Marino Smiderle
Mica sono bei giorni per andare in banca. Sarà per questo che, in onore di Giorgio Napolitano, il tempio della finanza berica, la Banca Popolare di Vicenza, appunto, ha chiesto e ottenuto una tregua ai mercati, che prontamente hanno celebrato l’arrivo del Presidente della Repubblica a palazzo Thiene con rialzi clamorosi. Roba che non si vedeva dal... 1952, quando un altro Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, fece tappa nel medesimo palazzo palladiano.
«Arriva alle 11,40». Gianni Zonin riceve la chiamata di conferma al cellulare e la macchina del cerimoniale della Popolare, oliata a dovere da Annalisa Lombardo, accende i motori. Il presidente della Bpvi, con la moglie Silvana, l’amministratore delegato Divo Gronchi, il direttore generale Samuele Sorato, e tutti i consiglieri e i membri del collegio sindacale dell’istituto accolgono l’illustre ospite, accompagnato dalla signora Clio, con emozione mista a orgoglio.
Cinquantasei anni fa Einaudi venne a commemorare il 25° anniversario della scomparsa di Luigi Luzzati e per inaugurare i nuovi locali della sede della banca, a palazzo Thiene. Stavolta Napolitano viene per il cinquecentenario del Palladio e, per l’occasione, Zonin gli apre le porte di un palazzo palladiano trasformato, oltre che in prestigiosa sede di banca, in scrigno d’arte. Il listino di piazza Affari sta scheggiando verso l’alto, ma a palazzo Thiene nessuno ancora ci pensa. Napolitano e signora vengono accompagnati in questo viaggio a ritroso nell’arte vicentina e veneta, capace di strappare al Presidente commenti sinceramente entusiastici. Guidato da Fernando Rigon, curatore della mostra “Il doge di Palladio, ritratti di Nicolò da Ponte dal Tintoretto al Settecento",
Napolitano è rimasto impressionato da dipinti, incisioni, sculture e monete che fanno da corollario alla figura di questo doge con una caratteristica particolare: essere stato a capo della Serenissima nell’anno della morte di Palladio. Folgorato dal ritratto del doge Nicolò da Ponte, straordinaria opera del Tintoretto datata 1580, Napolitano ha poi chiesto lumi sulle altre opere della ricca Pinacoteca della Popolare.
«Vede presidente - gli ha spiegato Zonin - da diversi anni noi andiamo in giro per il mondo a ricercare opere di autori vicentini e veneti e le riportiamo a casa. E in questo senso che abbiamo organizzato a Roma la mostra “Capolavori che ritornano" e che vogliamo continuare nella dare un contributo alla cultura della nostra realtà». «Un’opera meritoria», commenta Napolitano.
Poi giù, nei sotterranei palladiani ristrutturati recentemente dalla Bpvi, dove brilla la raccolta numismatica di oselle veneziane. «Questa raccolta - ha spiegato Rigon - comprende le monete d’argento che i dogi donavano ogni anno alle famiglie nobili della Serenissima e i rari esemplari di oselle doppie e d’oro coniate per celebrare avvenimenti eccezionali». «Ce ne manca qualcuna - ha aggiunto Zonin - e se troveremo modo di entrarne in possesso a prezzi ragionevoli cercheremo di completare la collezione».
Napolitano e signora non andrebbero più via ma c’è un programma da rispettare. Il tempo di scoprire una targa che l’istituto di credito ha dedicato a questa visita e poi, per mettere nero su bianco le emozioni provate in questa incursione bancaria, il Presidente lascia un messaggio sul libro degli ospiti: «Colpito ed emozionato dalla bellezza di questo palazzo e dei suoi tesori custoditi e valorizzati in modo esemplare, Giorgio Napolitano».
In serata l’S&P/Mib chiuderà con un rialzo dell’8,62. Napolitano, da buon napoletano, sarà contento di sapere che, da ieri, negli ambienti finanziari vicentini, verrà ricordato come il portafortuna del risparmio.
venerdì 19 settembre 2008
Sell/off
FINANZA. Il direttore generale della Banca Popolare di Vicenza, Samuele Sorato, assicura: «Nessuna perdita»
«Con Lehman Bpvi non ha più posizioni»
Marino Smiderle
VICENZA
Il ciclone Lehman, oltre agli altri possibili cicloni che potrebbero aggiungersi alla tempesta finanziaria di questi giorni, ha portato più di qualche contraccolpo anche nelle banche italiane. Per il semplice motivo che, specie come controparte di operazioni legate ai derivati, Lehman Brothers era considerato il partner più qualificato e affidabile. Fallita la banca d’affari statunitense, il rischio di quelle operazioni rimane sul groppone di quelle banche che ora potrebbero pagare pesantemente, in termini di bilancio, l’imprevisto default.
«Abbiamo fatto un’attenta analisi del nostro portafoglio - assicura Samuele Sorato, direttore generale della Banca Popolare di Vicenza - e abbiamo comunicato alla Banca d’Italia che sono completamente assenti dal portafoglio di proprietà delle banche e società del gruppo titoli Lehman Brothers. Ritengo inoltre opportuno sottolineare che anche nei prodotti assicurativi distribuiti alla clientela non vi sono titoli Lehman».
Già questa è una buona notizia per l’equilibrio di bilancio della banca di via Framarin. Non è che Bpvi non abbia mai avuto rapporti con Lehman, tutt’altro. Diverse obbligazioni strutturate sono state portate sul mercato con Lehman come collocatore, con quel che ne consegue in termini di derivati correlati (vedi swap). Nulla di strano: tutte le banche italiane facevano a gara per avere Lehman come partner. «Da tempo - rivela però Sorato - non abbiamo posizioni in titoli con questo intermediario. Anche perché, ormai dallo scorso anno, è stata ridefinita l’attività della divisione finanza; oggi è una finanza di supporto all’attività tradizionale della banca».
Negli anni passati i conti economici delle banche italiane, piegandosi un pochino al sistema-Lehman, hanno fatto un po’ troppo affidamento sulle facili commissioni che arrivavano dalla vendita degli strumenti derivati. I risultati negativi sono stati di due tipi: primo, le batoste subite da clienti spesso inconsapevoli; secondo, il crac sistemico che rischia di abbattersi su quei contratti che non verranno più onorati.
«La nostra ultima semestrale - aggiunge Sorato - dimostra che l’attività della Banca Popolare di Vicenza è orientata al business tradizionale, basato prevalentemente sugli impieghi alla clientela e, dall’altro versante, sulla raccolta diretta, riducendo così il ricorso al mercato interbancario. La buona performance del margine d’interesse lo dimostra. La plusvalenza derivante dalla vendita della partecipazione in Linea è stata utilizzata in buona parte per accantonamenti. In ogni caso, il nostro piano industriale resta saldamente ancorato al core business».
Tornando a Lehman, molti clienti si sono trovati in portafoglio obbligazioni e azioni Lehman che adesso sono carta straccia. «Da una verifica effettuata - osserva Sorato - emerge che le posizioni in titoli Lehman acquistati autonomamente dai clienti sono residuali».
Del resto, il famoso Patti Chiari, quel documento di trasparenza e di prudenza che l’Abi aveva diffuso, con tanto di elenco di obbligazioni "sicure", comprendeva tutto il campionario Lehman. Roba che se un cliente se le ritrovasse in carico, potrebbe legittimamente chiedere il rimborso all’Associazione bancaria italiana. Ma dopo Lehman cosa c’è da aspettarsi? Il peggio è passato o deve ancor arrivare? «È una domanda a cui nessuno, in questo momento, sa rispondere - conclude il direttore generale della Popolare di Vicenza -. Volendo trovare un aspetto positivo a questo rovescio finanziario globale, viene da essere soddisfatti per la solidità dimostrata dalle banche italiane. E, anzi, quelle più radicate nel territorio, come la nostra, potranno avere perfino un ritorno positivo, in termini di affidabilità: la sfiducia della clientela verso i grandi istituti globali si può trasformare in fiducia nelle banca locali».
«Con Lehman Bpvi non ha più posizioni»
Marino Smiderle
VICENZA
Il ciclone Lehman, oltre agli altri possibili cicloni che potrebbero aggiungersi alla tempesta finanziaria di questi giorni, ha portato più di qualche contraccolpo anche nelle banche italiane. Per il semplice motivo che, specie come controparte di operazioni legate ai derivati, Lehman Brothers era considerato il partner più qualificato e affidabile. Fallita la banca d’affari statunitense, il rischio di quelle operazioni rimane sul groppone di quelle banche che ora potrebbero pagare pesantemente, in termini di bilancio, l’imprevisto default.
«Abbiamo fatto un’attenta analisi del nostro portafoglio - assicura Samuele Sorato, direttore generale della Banca Popolare di Vicenza - e abbiamo comunicato alla Banca d’Italia che sono completamente assenti dal portafoglio di proprietà delle banche e società del gruppo titoli Lehman Brothers. Ritengo inoltre opportuno sottolineare che anche nei prodotti assicurativi distribuiti alla clientela non vi sono titoli Lehman».
Già questa è una buona notizia per l’equilibrio di bilancio della banca di via Framarin. Non è che Bpvi non abbia mai avuto rapporti con Lehman, tutt’altro. Diverse obbligazioni strutturate sono state portate sul mercato con Lehman come collocatore, con quel che ne consegue in termini di derivati correlati (vedi swap). Nulla di strano: tutte le banche italiane facevano a gara per avere Lehman come partner. «Da tempo - rivela però Sorato - non abbiamo posizioni in titoli con questo intermediario. Anche perché, ormai dallo scorso anno, è stata ridefinita l’attività della divisione finanza; oggi è una finanza di supporto all’attività tradizionale della banca».
Negli anni passati i conti economici delle banche italiane, piegandosi un pochino al sistema-Lehman, hanno fatto un po’ troppo affidamento sulle facili commissioni che arrivavano dalla vendita degli strumenti derivati. I risultati negativi sono stati di due tipi: primo, le batoste subite da clienti spesso inconsapevoli; secondo, il crac sistemico che rischia di abbattersi su quei contratti che non verranno più onorati.
«La nostra ultima semestrale - aggiunge Sorato - dimostra che l’attività della Banca Popolare di Vicenza è orientata al business tradizionale, basato prevalentemente sugli impieghi alla clientela e, dall’altro versante, sulla raccolta diretta, riducendo così il ricorso al mercato interbancario. La buona performance del margine d’interesse lo dimostra. La plusvalenza derivante dalla vendita della partecipazione in Linea è stata utilizzata in buona parte per accantonamenti. In ogni caso, il nostro piano industriale resta saldamente ancorato al core business».
Tornando a Lehman, molti clienti si sono trovati in portafoglio obbligazioni e azioni Lehman che adesso sono carta straccia. «Da una verifica effettuata - osserva Sorato - emerge che le posizioni in titoli Lehman acquistati autonomamente dai clienti sono residuali».
Del resto, il famoso Patti Chiari, quel documento di trasparenza e di prudenza che l’Abi aveva diffuso, con tanto di elenco di obbligazioni "sicure", comprendeva tutto il campionario Lehman. Roba che se un cliente se le ritrovasse in carico, potrebbe legittimamente chiedere il rimborso all’Associazione bancaria italiana. Ma dopo Lehman cosa c’è da aspettarsi? Il peggio è passato o deve ancor arrivare? «È una domanda a cui nessuno, in questo momento, sa rispondere - conclude il direttore generale della Popolare di Vicenza -. Volendo trovare un aspetto positivo a questo rovescio finanziario globale, viene da essere soddisfatti per la solidità dimostrata dalle banche italiane. E, anzi, quelle più radicate nel territorio, come la nostra, potranno avere perfino un ritorno positivo, in termini di affidabilità: la sfiducia della clientela verso i grandi istituti globali si può trasformare in fiducia nelle banca locali».
mercoledì 17 settembre 2008
Una Lehmanata in faccia
I RISCHI DELL’ITALIA. La corsa alle ingenti commissioni garantite dagli strumenti finanziari più sofisticati ha finito col fare saltare il banco
Quei derivati
non saranno
mai onorati
di Marino Smiderle
Se una banca d’affari fallisce vuol dire che gli affari sono andati male. Lapalissiano. Se fallisce un colosso come Lehman Brothers, con un passivo di 613 miliardi di dollari, è facile dedurre che diverse altre banche che avevano posizioni aperte con Lehman stiano passando giorni difficili. La cosa riguarda anche le banche italiane, anche se ancora non è chiara l’entità dell’esposizione. La fortuna, se così si può dire, è che Lehman brothers non è la classica banca con gli sportelli, con la cassa, con la gente che va ad aprire i conti correnti. No, Lehman è una banca d’affari, di investimenti, e i clienti principali sono altre banche. Cavoli solo delle banche, dunque?
OBBLIGAZIONI
Sfortunatamente, no. È vero che Lehman non aveva nella raccolta di fondi dal pubblico di risparmiatori il proprio principale oggetto sociale, ma è anche vero che, per portare avanti la sua attività tipica (intermediazione, costruzione e vendita di prodotti derivati, equity, fixed income, investment banking), spesso andava a finanziarsi sui mercati emettendo obbligazioni. E chi oggi si ritrova in mano obbligazioni Lehman è più o meno nella stessa condizione di chi, qualche anno fa, si era trovato carico di bond Parmalat o Cirio. Si tratta, però, di quantità marginali, almeno in Italia, anche se si sta valutando con attenzione l’incidenza della polizze index linked emesse da diverse compagnie di assicurazioni e legate a titoli Lehman. Più elevato l’importo di titoli presente nei portafogli propri degli istituti di credito, ma non tale da lasciare intravedere sconquassi.
DERIVATI
Il vero problema sono i contratti derivati che più o meno tutte le banche italiane avevano aperto con Lehman Brothers. Ed è qui che si nasconde il vulnus di questi anni di follia finanziaria, anni in cui si è persa di vista l’indubbia utilità di strumenti che vanno dal semplice swap ad altri derivati più complessi e ci si è lasciati prendere da un’ansia di profitto (per le banche) e di guadagno facile (per i pochi clienti che capivano effettivamente lo strumento che stavano per acquistare). Un esempio stupido: io faccio un mutuo a tasso variabile e compro dalla mia banca un’opzione che fissa un tetto massimo che il tasso può raggiungere, poniamo il 5 per cento. Qualora il tasso dovesse salire oltre questo livello (e ieri il semplice Euribor ha toccato quota 5 per cento, per dire), io non devo pagare alcunché. E la banca? Per coprirsi da questa evenienza, la banca ha stipulato con una controparte un derivato che ammortizza i rischi. Derivato che, per inciso, è stato fatto pagare al cliente con l’applicazione di mostruose commissioni. Bene, una delle controparti più gettonate per fare questo tipo di operazioni era proprio Lehman.
IL RISCHIO
Ora che la banca d’affari americana ha portato i libri in tribunale, il rischio che i tassi superino il 5 per cento è rimasto in carico all’istituto italiano con cui ho stipulato il contratto. Cioè, se prima l’aumento del tasso veniva riconosciuto all’istituto da Lehman, adesso la maggiore spesa sarà esclusivamente a suo carico. Accanto all’esempio banale dei mutui ci sono quelle miriadi di derivati che in questi anni le banche italiane hanno venduto come noccioline, usando magari la fantasia degli ingegnere finanziari di Lehman e andando a proporglieli a clienti molto spesso non preparati a comprenderli (sennò non li avrebbero presi). Tra l’altro, il mercato è girato male e i clienti in molti casi ci stanno perdendo cifre sensibili. Il default di Lehman, però, mette adesso a repentaglio i bilanci delle banche italiane a cui carico c’è l’intero importo sottostante. E quello che hanno preso con la sinistra come commissioni, adesso gli istituti di italiani rischiano di dover dare con la sinistra, qualora il mercato girasse in un determinato modo. Una cosa è certa: per il cliente finale non cambia nulla.
IL CROLLO DEI MERCATI
Poi, è chiaro, se anche non abbiamo un penny legato alle sorti di Lehman, il crollo dei mercati che è seguito al fallimento della banca d’affari viene equamente ripartito tra tutti coloro che hanno avuto l’idea di acquistare azioni. La deriva dei derivati travolge tutti.
Ma Google è figlio
della logica subprime
Uno dice, Stati Uniti e Italia sono diversi come il giorno e la notte. Sottinteso: gli Stati Uniti sono molto meglio. Per esempio, le banche. Vuoi mettere, se in Italia un giovane ha un’idea meravigliosa, tipo Google, e va in banca a chiedere soldi in prestito, come minimo deve avere un palazzo da dare in garanzia, sennò tanti saluti e grazie. In America, invece, ti finanziano l’idea, se poi fallisci, pace e amen.
Ecco, fino a poco tempo questo era un esempio usato per dimostrare l’indubbia superiorità degli Stati Uniti, pronti a dare un’opportunità a tutti. Adesso, dopo l’esplodere della grana dei mutui subprime (soldi dati a gente che si è dimostrata incapace di rimborsare), viene da rivalutare la prudenza. magari eccessiva, delle banche italiane che, finora, sono rimaste colpite solo da schizzi di fango ma non corrono, salvo disastri al momento non preventivabili, rischi di fallimento.
Come sempre, la verità non è bianca e non è nera. Diciamo grigia. Perché, a guardare bene, il guaio dei mutui subprime non è stato tanto provocato dai debitori insolventi, quanto piuttosto dal fatto che le banche d’affari come Lehman (e come tutte le altre, comprese Bear Stearns e Merril Lynch, "salvate" dalle acquisizioni a prezzo di saldo da parte di Jp Morgan e Bank of America) si sono ingegnate nel costruire strumenti finanziari in grado di spalmare un po’ dappertutto il rischio iniziale e diffondendo così un virus che, esploso un anno fa, non ha ancora finito (e chissà quando finirà) di espandersi perniciosamente nelle piazze finanziarie di tutto il mondo.
Paradossalmente, la caduta di Lehman è un bene per quegli operatori che pensavano che tutto fosse loro concesso, che la finanza fosse predominante sulla realtà. Non è così, come si sono accorti, dalla sera alla mattina, quei 50 mila dipendenti di Lehman sparsi in giro per il globo e che adesso sono alla disperata, ma dignitosa ricerca, di un posto di lavoro.
La foto qui sopra è emblematica: colletti bianchi in fila mentre ascoltano il boss dire: «Game over».MA.SM.
Quei derivati
non saranno
mai onorati
di Marino Smiderle
Se una banca d’affari fallisce vuol dire che gli affari sono andati male. Lapalissiano. Se fallisce un colosso come Lehman Brothers, con un passivo di 613 miliardi di dollari, è facile dedurre che diverse altre banche che avevano posizioni aperte con Lehman stiano passando giorni difficili. La cosa riguarda anche le banche italiane, anche se ancora non è chiara l’entità dell’esposizione. La fortuna, se così si può dire, è che Lehman brothers non è la classica banca con gli sportelli, con la cassa, con la gente che va ad aprire i conti correnti. No, Lehman è una banca d’affari, di investimenti, e i clienti principali sono altre banche. Cavoli solo delle banche, dunque?
OBBLIGAZIONI
Sfortunatamente, no. È vero che Lehman non aveva nella raccolta di fondi dal pubblico di risparmiatori il proprio principale oggetto sociale, ma è anche vero che, per portare avanti la sua attività tipica (intermediazione, costruzione e vendita di prodotti derivati, equity, fixed income, investment banking), spesso andava a finanziarsi sui mercati emettendo obbligazioni. E chi oggi si ritrova in mano obbligazioni Lehman è più o meno nella stessa condizione di chi, qualche anno fa, si era trovato carico di bond Parmalat o Cirio. Si tratta, però, di quantità marginali, almeno in Italia, anche se si sta valutando con attenzione l’incidenza della polizze index linked emesse da diverse compagnie di assicurazioni e legate a titoli Lehman. Più elevato l’importo di titoli presente nei portafogli propri degli istituti di credito, ma non tale da lasciare intravedere sconquassi.
DERIVATI
Il vero problema sono i contratti derivati che più o meno tutte le banche italiane avevano aperto con Lehman Brothers. Ed è qui che si nasconde il vulnus di questi anni di follia finanziaria, anni in cui si è persa di vista l’indubbia utilità di strumenti che vanno dal semplice swap ad altri derivati più complessi e ci si è lasciati prendere da un’ansia di profitto (per le banche) e di guadagno facile (per i pochi clienti che capivano effettivamente lo strumento che stavano per acquistare). Un esempio stupido: io faccio un mutuo a tasso variabile e compro dalla mia banca un’opzione che fissa un tetto massimo che il tasso può raggiungere, poniamo il 5 per cento. Qualora il tasso dovesse salire oltre questo livello (e ieri il semplice Euribor ha toccato quota 5 per cento, per dire), io non devo pagare alcunché. E la banca? Per coprirsi da questa evenienza, la banca ha stipulato con una controparte un derivato che ammortizza i rischi. Derivato che, per inciso, è stato fatto pagare al cliente con l’applicazione di mostruose commissioni. Bene, una delle controparti più gettonate per fare questo tipo di operazioni era proprio Lehman.
IL RISCHIO
Ora che la banca d’affari americana ha portato i libri in tribunale, il rischio che i tassi superino il 5 per cento è rimasto in carico all’istituto italiano con cui ho stipulato il contratto. Cioè, se prima l’aumento del tasso veniva riconosciuto all’istituto da Lehman, adesso la maggiore spesa sarà esclusivamente a suo carico. Accanto all’esempio banale dei mutui ci sono quelle miriadi di derivati che in questi anni le banche italiane hanno venduto come noccioline, usando magari la fantasia degli ingegnere finanziari di Lehman e andando a proporglieli a clienti molto spesso non preparati a comprenderli (sennò non li avrebbero presi). Tra l’altro, il mercato è girato male e i clienti in molti casi ci stanno perdendo cifre sensibili. Il default di Lehman, però, mette adesso a repentaglio i bilanci delle banche italiane a cui carico c’è l’intero importo sottostante. E quello che hanno preso con la sinistra come commissioni, adesso gli istituti di italiani rischiano di dover dare con la sinistra, qualora il mercato girasse in un determinato modo. Una cosa è certa: per il cliente finale non cambia nulla.
IL CROLLO DEI MERCATI
Poi, è chiaro, se anche non abbiamo un penny legato alle sorti di Lehman, il crollo dei mercati che è seguito al fallimento della banca d’affari viene equamente ripartito tra tutti coloro che hanno avuto l’idea di acquistare azioni. La deriva dei derivati travolge tutti.
Ma Google è figlio
della logica subprime
Uno dice, Stati Uniti e Italia sono diversi come il giorno e la notte. Sottinteso: gli Stati Uniti sono molto meglio. Per esempio, le banche. Vuoi mettere, se in Italia un giovane ha un’idea meravigliosa, tipo Google, e va in banca a chiedere soldi in prestito, come minimo deve avere un palazzo da dare in garanzia, sennò tanti saluti e grazie. In America, invece, ti finanziano l’idea, se poi fallisci, pace e amen.
Ecco, fino a poco tempo questo era un esempio usato per dimostrare l’indubbia superiorità degli Stati Uniti, pronti a dare un’opportunità a tutti. Adesso, dopo l’esplodere della grana dei mutui subprime (soldi dati a gente che si è dimostrata incapace di rimborsare), viene da rivalutare la prudenza. magari eccessiva, delle banche italiane che, finora, sono rimaste colpite solo da schizzi di fango ma non corrono, salvo disastri al momento non preventivabili, rischi di fallimento.
Come sempre, la verità non è bianca e non è nera. Diciamo grigia. Perché, a guardare bene, il guaio dei mutui subprime non è stato tanto provocato dai debitori insolventi, quanto piuttosto dal fatto che le banche d’affari come Lehman (e come tutte le altre, comprese Bear Stearns e Merril Lynch, "salvate" dalle acquisizioni a prezzo di saldo da parte di Jp Morgan e Bank of America) si sono ingegnate nel costruire strumenti finanziari in grado di spalmare un po’ dappertutto il rischio iniziale e diffondendo così un virus che, esploso un anno fa, non ha ancora finito (e chissà quando finirà) di espandersi perniciosamente nelle piazze finanziarie di tutto il mondo.
Paradossalmente, la caduta di Lehman è un bene per quegli operatori che pensavano che tutto fosse loro concesso, che la finanza fosse predominante sulla realtà. Non è così, come si sono accorti, dalla sera alla mattina, quei 50 mila dipendenti di Lehman sparsi in giro per il globo e che adesso sono alla disperata, ma dignitosa ricerca, di un posto di lavoro.
La foto qui sopra è emblematica: colletti bianchi in fila mentre ascoltano il boss dire: «Game over».MA.SM.
martedì 16 settembre 2008
La nonna di Lehman
Anche mia nonna avrebbe ridotto il rating a Lehman
Dunque, le agenzie hanno appena battuto la notizia che Lehman Brothers ha, di fatto ,portato i libri in tribunale. Subito dopo l’agenzia di rating Fitch provvede a comunicare la drastica revisione peggiorative per i rating di Lehman Brothers. L'agenzia londinese ha affibbiato a Lehman un bel, si fa per dire, D, rispetto al precedente A+.
«La decisione, comunicata con una nota, è stata presa dopo l'annuncio del ricorso alle procedure concorsuali da parte di Lehman, che secondo Fitch versa nell'impossibilità di raccogliere capitale fresco e dispone di una flessibilità finanziaria «estremamente imitata».
Ma guarda te, non ci fosse stata Fitch, nessuno si sarebbe accorto che Lehman stava rotolando nell’immondezzaio della finanza, direttamente dal paradiso.
L’unica vera lezione che arriva da questo disastro finanziario, che non è il primo e, purtroppo, non sarà l’ultimo, è l’assoluta inutilità delle agenzie di rating. Anche mia nonna ieri avrebbe abbassato il rating di Lehman.
Dunque, le agenzie hanno appena battuto la notizia che Lehman Brothers ha, di fatto ,portato i libri in tribunale. Subito dopo l’agenzia di rating Fitch provvede a comunicare la drastica revisione peggiorative per i rating di Lehman Brothers. L'agenzia londinese ha affibbiato a Lehman un bel, si fa per dire, D, rispetto al precedente A+.
«La decisione, comunicata con una nota, è stata presa dopo l'annuncio del ricorso alle procedure concorsuali da parte di Lehman, che secondo Fitch versa nell'impossibilità di raccogliere capitale fresco e dispone di una flessibilità finanziaria «estremamente imitata».
Ma guarda te, non ci fosse stata Fitch, nessuno si sarebbe accorto che Lehman stava rotolando nell’immondezzaio della finanza, direttamente dal paradiso.
L’unica vera lezione che arriva da questo disastro finanziario, che non è il primo e, purtroppo, non sarà l’ultimo, è l’assoluta inutilità delle agenzie di rating. Anche mia nonna ieri avrebbe abbassato il rating di Lehman.
lunedì 15 settembre 2008
Innsbruck, Italia
Innsbruck è più italiana di Bolzano. D'accordo, mettere più cartelli italiani è un buon sistema per attirare turisti dal Belpaese. Chissà perché l'Alto Adige (italiano) non copia l'Austria.
Oltre Lehman
PORTAFOGLI
Il dilemma è:
sto su Bot e Cct
o sulle azioni?
di Marino Smiderle
È sempre una questione di timing, ovviamente. Cioè, di scelta di tempo. Chi ha comprato azioni un paio d’anni fa, per dire, ha fatto una scelta sbagliata; chi invece ha comprato Bot e, comunque, obbligazioni a breve (via via rinnovate), ha fatto la scelta giusta. Già, ma questi giudizi così netti possiamo darli solo adesso, che sappiamo quel che è successo. Se me lo dicevi prima, cantava Enzo Jannacci, io magari non andavo a infognarmi con un carico di azioni di Telecom Italia che, dividendi a parte, mi stanno procurando una perdita in conto capitale mica da ridere. Il punto è: qual è la scelta da fare adesso?
LA MAGGIORANZA
La maggioranza degli operatori in questo momento consiglia di parcheggiare i propri risparmi nell’isola protetta della liquidità. Il che vuol dire, appunto, titoli a breve, pronti contro termine, fondi comuni d’investimento monetari. Come riassumeva la prima pagina di Plus 24 sabato scorso, «Fermi tutti, per ora». E, spiegando i motivi di questa predilezione per l’investimento prudente, aggiungeva: «L’incertezza sui mercati spinge gli investitori sui prodotti monetari». Una strategia che, su queste pagine, viene caldeggiata da più di un anno, anche se potrebbe essere arrivato il momento di salire in motoscafo e affrontare il mare aperto dei mercati azionari da troppo tempo tormentati dalla tempesta.
RENDIMENTI
Accanto alla bufera dei mercati, uno dei motivi che induce gli esperti, e pure il buon senso, a privilegiare Bot e Cct è il rendimento che questi strumenti hanno raggiunto. Tanto per dire, all’ultima asta i Bot a un anno hanno raggiunto il loro massimo da un bel po’ di tempo in qua, con un 3,5 per cento netto che non è da buttare. Trattando con la banca si può spuntare qualche decimale di più con i pronti contro termine. E se si vuole scommettere sul fondo di liquidità, può anche essere che le sorprese siano ancor più positive. Insomma, il momento della liquidità al 2 per cento è passato e anche i conti correnti all’"Arancio" di Ing o della nuova Che Banca (di Mediobanca) permettono spunti interessanti. Tutto giusto, però non bisogna dimenticare che, a fianco della crescita dei rendimenti, c’è stato pure il riaffacciarsi dell’idrovora inflazionistica, quella che ti alleggerisce il portafogli quando vai a fare il pieno o quando vai a fare la spesa. Attualmente siamo al 4 per cento circa (quella ufficiale, almeno, mentre quella percepita è molto più elevata) e, dunque, qualsiasi investimento facciamo nel comparto monetario, non sarà possibile mantenere inalterato il valore reale del nostro risparmio. Certo, sempre meglio che perderci anche sul valore nominale, però a queste condizioni almeno una parte del capitale può (ciascuno secondo la propria propensione al rischio) essere destinato a uno strumento finanziario potenzialmente più redditizio.
IL CICLO
Le Borse vengono da un paio d’anni (almeno) di rotolamenti preoccupanti. Non c’è nulla di preciso e di prevedibile nell’andamento dei listini, tuttavia l’esperienza del passato dimostra che le Borse anticipano l’economia reale. Per dire, quando le Borse hanno cominciato a scricchiolare la gente ancora non aveva la più vaga idea che, ben presto, avrebbe avuto problemi a mettere insieme il pranzo con la cena. Cioè, nulla lasciava presagire un crollo della crescita economica e, quando le Borse invece già crollavano, i più quotati istituti di ricerca dicevano che, sì, poteva esserci qualche rallentamento congiunturale, ma che l’andamento del Pil si misurava ancora con dei sani segni più davanti. Ora siamo arrivati invece a quella che tecnicamente si chiama recessione. E parliamo di economia reale, che in Italia è prossima alla crescita negativa. Notizie pessime, insomma, dal punto di vista del portafogli di ciascuno di noi. Però, così come la Borsa iniziava a crollare quando ancora le avvisaglie della crisi erano semplici belati di pessimismo, allo stesso modo adesso che la crisi è conclamata è ipotizzabile la mossa inversa, cioè un rialzo dei listini, magari irregolare e alternato ad altre batoste, in vista di una possibile ripresa dell’economia reale che potrebbe arrivare tra uno o due anni. Teoria folle. Può darsi, ma a questi prezzi comprare azioni è molto meno rischioso di quel che si può pensare.
Il dilemma è:
sto su Bot e Cct
o sulle azioni?
di Marino Smiderle
È sempre una questione di timing, ovviamente. Cioè, di scelta di tempo. Chi ha comprato azioni un paio d’anni fa, per dire, ha fatto una scelta sbagliata; chi invece ha comprato Bot e, comunque, obbligazioni a breve (via via rinnovate), ha fatto la scelta giusta. Già, ma questi giudizi così netti possiamo darli solo adesso, che sappiamo quel che è successo. Se me lo dicevi prima, cantava Enzo Jannacci, io magari non andavo a infognarmi con un carico di azioni di Telecom Italia che, dividendi a parte, mi stanno procurando una perdita in conto capitale mica da ridere. Il punto è: qual è la scelta da fare adesso?
LA MAGGIORANZA
La maggioranza degli operatori in questo momento consiglia di parcheggiare i propri risparmi nell’isola protetta della liquidità. Il che vuol dire, appunto, titoli a breve, pronti contro termine, fondi comuni d’investimento monetari. Come riassumeva la prima pagina di Plus 24 sabato scorso, «Fermi tutti, per ora». E, spiegando i motivi di questa predilezione per l’investimento prudente, aggiungeva: «L’incertezza sui mercati spinge gli investitori sui prodotti monetari». Una strategia che, su queste pagine, viene caldeggiata da più di un anno, anche se potrebbe essere arrivato il momento di salire in motoscafo e affrontare il mare aperto dei mercati azionari da troppo tempo tormentati dalla tempesta.
RENDIMENTI
Accanto alla bufera dei mercati, uno dei motivi che induce gli esperti, e pure il buon senso, a privilegiare Bot e Cct è il rendimento che questi strumenti hanno raggiunto. Tanto per dire, all’ultima asta i Bot a un anno hanno raggiunto il loro massimo da un bel po’ di tempo in qua, con un 3,5 per cento netto che non è da buttare. Trattando con la banca si può spuntare qualche decimale di più con i pronti contro termine. E se si vuole scommettere sul fondo di liquidità, può anche essere che le sorprese siano ancor più positive. Insomma, il momento della liquidità al 2 per cento è passato e anche i conti correnti all’"Arancio" di Ing o della nuova Che Banca (di Mediobanca) permettono spunti interessanti. Tutto giusto, però non bisogna dimenticare che, a fianco della crescita dei rendimenti, c’è stato pure il riaffacciarsi dell’idrovora inflazionistica, quella che ti alleggerisce il portafogli quando vai a fare il pieno o quando vai a fare la spesa. Attualmente siamo al 4 per cento circa (quella ufficiale, almeno, mentre quella percepita è molto più elevata) e, dunque, qualsiasi investimento facciamo nel comparto monetario, non sarà possibile mantenere inalterato il valore reale del nostro risparmio. Certo, sempre meglio che perderci anche sul valore nominale, però a queste condizioni almeno una parte del capitale può (ciascuno secondo la propria propensione al rischio) essere destinato a uno strumento finanziario potenzialmente più redditizio.
IL CICLO
Le Borse vengono da un paio d’anni (almeno) di rotolamenti preoccupanti. Non c’è nulla di preciso e di prevedibile nell’andamento dei listini, tuttavia l’esperienza del passato dimostra che le Borse anticipano l’economia reale. Per dire, quando le Borse hanno cominciato a scricchiolare la gente ancora non aveva la più vaga idea che, ben presto, avrebbe avuto problemi a mettere insieme il pranzo con la cena. Cioè, nulla lasciava presagire un crollo della crescita economica e, quando le Borse invece già crollavano, i più quotati istituti di ricerca dicevano che, sì, poteva esserci qualche rallentamento congiunturale, ma che l’andamento del Pil si misurava ancora con dei sani segni più davanti. Ora siamo arrivati invece a quella che tecnicamente si chiama recessione. E parliamo di economia reale, che in Italia è prossima alla crescita negativa. Notizie pessime, insomma, dal punto di vista del portafogli di ciascuno di noi. Però, così come la Borsa iniziava a crollare quando ancora le avvisaglie della crisi erano semplici belati di pessimismo, allo stesso modo adesso che la crisi è conclamata è ipotizzabile la mossa inversa, cioè un rialzo dei listini, magari irregolare e alternato ad altre batoste, in vista di una possibile ripresa dell’economia reale che potrebbe arrivare tra uno o due anni. Teoria folle. Può darsi, ma a questi prezzi comprare azioni è molto meno rischioso di quel che si può pensare.
Un calcio alle guerre
SPORT & GEOPOLITICA. Sono state giocate tre partite “impossibili”
Un pallone
può fermare
quelle guerre
di Marino Smiderle
Lo scorso week end si sono giocate tre partite di calcio molto particolari, di cui i giornali non si sono occupati come avrebbero dovuto. Due partite in cui si sono affrontati giocatori che, se non fosse per la scusa dello sport, non avrebbero nemmeno potuto vedersi da lontano. Sì, perché il pallone è stato l’unico motivo ritenuto valido per permettere alla nazionale di calcio degli Stati Uniti di volare a Cuba, a quella della Georgia di andare a giocare in campo neutro in Bielorussia contro la Russia e a quella della Turchia di disputare uno storico match a Erevan contro l’Armenia.
CUBA-USA 0-1
Robe dell’altro mondo per i tifosi degli Stati Uniti. «Le stelle correvano e le strisce si intrecciavano nella bandana bagnata del tifoso americano - si legge nel reportage di Joshua Robinson pubblicato dal New York Times -. Lui e i suoi quattro amici hanno preso al volo l’occasione di volare all’Avana illegalmente, rischiando di finire in galera nel caso venissero sorpresi al ritorno con un timbro cubano sul passaporto. E rischiando di finire pure travolti dall’uragano Ike che si è abbattuto sull’isola. Utilizzando le bandane e le bandiere a stelle e strisce per coprirsi il volto e non essere riconoscibili. i cinque fan si sono inzuppati per bene sulle tribune dello stadio Pedro Marrero. "La nostra non è una presa di posizione di tipo politico - ha detto uno di loro senza rivelare l’identità perché la legge degli Stati Uniti proibisce alla maggioranza dei cittadini americani di andare a Cuba -. Dobbiamo far sapere ai nostri giocatori che hanno tifosi disposti a seguirli e a sostenerli ovunque».
Il New York Times ricorda poi che era dal 1947 che la nazionale Usa non giocava a Cuba. Allora venne sconfitta per 5-2, e stavolta si è presa la rivincita, vincendo per 1-0 grazie al gol di Clint Dempsey al 39’ del primo tempo. Grazie a questa vittoria gli Stati Uniti rimangono in testa alla classifica. Ma, come si può ben capire, non era il calcio l’aspetto più significativo del match. Sugli spalti i pochi tifosi americani sono stati accolti festosamente dai cubani (8 mila spettatori in totale). «Appoggio gli americani perché amo il loro sport - ha spiegato il cubano Manuel Diaz, simpaticamente avvolto dalla bandiera a stelle e strisce - spero nella loro vittoria affinché Cuba si occupi di più del calcio. Non avremo mai buoni giocatori se non abbiamo stadi in buone condizioni per giocare».
Al gol degli Stati Uniti «qualcuno all’interno dello stadio - riporta il New York Times - ha aggiornato il tabellone manuale mettendo un 1 in corrispondenza degli Usa». È finita con i giocatori che si abbracciavano, senza contestazioni e, anzi, facendo chiedere a tutti perché esistano ancora barriere in questo mondo dissestato.
RUSSIA-GEORGIA 4-0
Quando l’Uefa si è accorta che per le qualificazioni all’Europeo Under 21 dovevano affrontarsi Russia e Georgia, l’idea di non far disputare la partita non è stata nemmeno presa in considerazione. L’unico accorgimento è stato quello di farla disputare in campo neutro, a Minsk, capitale della Bielorussia. Neutro si fa per dire, visto che la Bielorussia, nel conflitto armato scoppiato nell’Ossezia del sud, ha preso chiaramente le parti della Russia. In ogni caso, fischio d’inizio e via giocare.
«È stato chiaro fin da subito - scrive Daria Lunina su Russia Today - che il principale aspetto della partita non sarebbe stato il risultato, quanto piuttosto il seguito politico del match. Dopotutto, è stato proprio a causa del conflitto in Ossezia del sud che l’Uefa ha deciso di spostare la sede della partita. E infatti allo stadio, pieno di giovani under 21 come coloro che stavano giocando, sono apparsi striscioni inequivocabili: “No alla guerra”, “Siamo per la pace”, “Russi e georgiani devono essere amici”, “Lasciate stare i carri armati e le bombe, giocate a calcio”.
Sul campo i giocatori hanno pensato a giocare, magari con qualche motivazione in più visto che questa guerra è così recente da non poter essere vista con gli occhiali della storia. In ogni caso, osserva Russia Today, l’unica dichiarazione politica è arrivata dal tecnico della Georgia Under 21, Petar Shegrt: «Per noi non era proprio possibile giocare in Russia perché troppe persone sono morte in questa guerra e non penso si possa dimenticare. Quando ci sono così tante vittime è meglio non parlare di politica, ma credo che sia un grande problema». Ma anche lui, alla fine, ha ammesso che il 4-0 finale a favore della Russia è stato un risultato giusto.
ARMENIA-TURCHIA 0-2
La partita di calcio tra le rispettive nazionali è stata l’occasione per il presidente della Turchia Abdullah Gul di andare per la prima volta in Armenia, ospite del collega Serzh Sarksyan. Sappiamo che l’eccidio degli armeni perpetrato dai turchi nel 1915 (un milioni di vittime, almeno) è ancora argomento tabù ad Ankara. E il fatto che i turchi continuino a non riconoscere le proprie responsabilità, e anzi, per la legge turca parlare di genocidio turco è considerato vilipendio nazionale. E uno dei motivi per cui l’Unione europea tergiversa nel processo di accettazione al club della Turchia è proprio questo.
«La visita del presidente turco Abdullah Gul a Erevan - scrive ApCom - dove ha assistito con il suo omologo Serzh Sarksyan all'incontro di qualificazione ai mondiali di calcio di Sudafrica 2010 tra Turchia e Armenia, è stata salutata con entusiasmo dalla stampa di Ankara. Il quotidiano conservatore Zaman ha titolato sulla nuova era nei rapporti tra i due paesi, mentre Milliyet si è rallegrato per "un inizio pieno di speranza". "Duplice vittoria a Erevan", ha esultato invece il quotidiano popolare Sabah, alludendo anche al successo per 2-0 ottenuto sul campo dalla nazionale turca».
Un pallone
può fermare
quelle guerre
di Marino Smiderle
Lo scorso week end si sono giocate tre partite di calcio molto particolari, di cui i giornali non si sono occupati come avrebbero dovuto. Due partite in cui si sono affrontati giocatori che, se non fosse per la scusa dello sport, non avrebbero nemmeno potuto vedersi da lontano. Sì, perché il pallone è stato l’unico motivo ritenuto valido per permettere alla nazionale di calcio degli Stati Uniti di volare a Cuba, a quella della Georgia di andare a giocare in campo neutro in Bielorussia contro la Russia e a quella della Turchia di disputare uno storico match a Erevan contro l’Armenia.
CUBA-USA 0-1
Robe dell’altro mondo per i tifosi degli Stati Uniti. «Le stelle correvano e le strisce si intrecciavano nella bandana bagnata del tifoso americano - si legge nel reportage di Joshua Robinson pubblicato dal New York Times -. Lui e i suoi quattro amici hanno preso al volo l’occasione di volare all’Avana illegalmente, rischiando di finire in galera nel caso venissero sorpresi al ritorno con un timbro cubano sul passaporto. E rischiando di finire pure travolti dall’uragano Ike che si è abbattuto sull’isola. Utilizzando le bandane e le bandiere a stelle e strisce per coprirsi il volto e non essere riconoscibili. i cinque fan si sono inzuppati per bene sulle tribune dello stadio Pedro Marrero. "La nostra non è una presa di posizione di tipo politico - ha detto uno di loro senza rivelare l’identità perché la legge degli Stati Uniti proibisce alla maggioranza dei cittadini americani di andare a Cuba -. Dobbiamo far sapere ai nostri giocatori che hanno tifosi disposti a seguirli e a sostenerli ovunque».
Il New York Times ricorda poi che era dal 1947 che la nazionale Usa non giocava a Cuba. Allora venne sconfitta per 5-2, e stavolta si è presa la rivincita, vincendo per 1-0 grazie al gol di Clint Dempsey al 39’ del primo tempo. Grazie a questa vittoria gli Stati Uniti rimangono in testa alla classifica. Ma, come si può ben capire, non era il calcio l’aspetto più significativo del match. Sugli spalti i pochi tifosi americani sono stati accolti festosamente dai cubani (8 mila spettatori in totale). «Appoggio gli americani perché amo il loro sport - ha spiegato il cubano Manuel Diaz, simpaticamente avvolto dalla bandiera a stelle e strisce - spero nella loro vittoria affinché Cuba si occupi di più del calcio. Non avremo mai buoni giocatori se non abbiamo stadi in buone condizioni per giocare».
Al gol degli Stati Uniti «qualcuno all’interno dello stadio - riporta il New York Times - ha aggiornato il tabellone manuale mettendo un 1 in corrispondenza degli Usa». È finita con i giocatori che si abbracciavano, senza contestazioni e, anzi, facendo chiedere a tutti perché esistano ancora barriere in questo mondo dissestato.
RUSSIA-GEORGIA 4-0
Quando l’Uefa si è accorta che per le qualificazioni all’Europeo Under 21 dovevano affrontarsi Russia e Georgia, l’idea di non far disputare la partita non è stata nemmeno presa in considerazione. L’unico accorgimento è stato quello di farla disputare in campo neutro, a Minsk, capitale della Bielorussia. Neutro si fa per dire, visto che la Bielorussia, nel conflitto armato scoppiato nell’Ossezia del sud, ha preso chiaramente le parti della Russia. In ogni caso, fischio d’inizio e via giocare.
«È stato chiaro fin da subito - scrive Daria Lunina su Russia Today - che il principale aspetto della partita non sarebbe stato il risultato, quanto piuttosto il seguito politico del match. Dopotutto, è stato proprio a causa del conflitto in Ossezia del sud che l’Uefa ha deciso di spostare la sede della partita. E infatti allo stadio, pieno di giovani under 21 come coloro che stavano giocando, sono apparsi striscioni inequivocabili: “No alla guerra”, “Siamo per la pace”, “Russi e georgiani devono essere amici”, “Lasciate stare i carri armati e le bombe, giocate a calcio”.
Sul campo i giocatori hanno pensato a giocare, magari con qualche motivazione in più visto che questa guerra è così recente da non poter essere vista con gli occhiali della storia. In ogni caso, osserva Russia Today, l’unica dichiarazione politica è arrivata dal tecnico della Georgia Under 21, Petar Shegrt: «Per noi non era proprio possibile giocare in Russia perché troppe persone sono morte in questa guerra e non penso si possa dimenticare. Quando ci sono così tante vittime è meglio non parlare di politica, ma credo che sia un grande problema». Ma anche lui, alla fine, ha ammesso che il 4-0 finale a favore della Russia è stato un risultato giusto.
ARMENIA-TURCHIA 0-2
La partita di calcio tra le rispettive nazionali è stata l’occasione per il presidente della Turchia Abdullah Gul di andare per la prima volta in Armenia, ospite del collega Serzh Sarksyan. Sappiamo che l’eccidio degli armeni perpetrato dai turchi nel 1915 (un milioni di vittime, almeno) è ancora argomento tabù ad Ankara. E il fatto che i turchi continuino a non riconoscere le proprie responsabilità, e anzi, per la legge turca parlare di genocidio turco è considerato vilipendio nazionale. E uno dei motivi per cui l’Unione europea tergiversa nel processo di accettazione al club della Turchia è proprio questo.
«La visita del presidente turco Abdullah Gul a Erevan - scrive ApCom - dove ha assistito con il suo omologo Serzh Sarksyan all'incontro di qualificazione ai mondiali di calcio di Sudafrica 2010 tra Turchia e Armenia, è stata salutata con entusiasmo dalla stampa di Ankara. Il quotidiano conservatore Zaman ha titolato sulla nuova era nei rapporti tra i due paesi, mentre Milliyet si è rallegrato per "un inizio pieno di speranza". "Duplice vittoria a Erevan", ha esultato invece il quotidiano popolare Sabah, alludendo anche al successo per 2-0 ottenuto sul campo dalla nazionale turca».
domenica 14 settembre 2008
Cielo, mio marito
Quando la moglie ti tradisce con un prete, non ti resta che chiedere l'intervento del vescovo. Capita a Chioggia e, come si dice in questi casi, tutta la città ne parla.
sabato 13 settembre 2008
Choice, sounds good
Intervista a DINO MENARIN
di Marino Smiderle
La Fiera si rinnova
per fare l’interesse
degli orafi vicentini
Ha cominciato questa edizione di Choice con i fucili puntati sulla schiena, pronti a fare fuoco non appena i numeri avessero ufficializzato la Caporetto di Fiera Vicenza. Dino Menarin, presidente di questo esercito di stand che i detrattori volevano in rotta, avrebbe la possibilità di usare i dati ufficiali dell’ultima rassegna orafa come un clava per scrollarsi di dosso le canne dei fucili ancora calde dagli spari dello scorso maggio. E invece fa il prudente e maneggia il +40 per cento (rispetto alla fiera del settembre scorso) di operatori accreditati con la prudenza di chi sa che il peggio per il settore oro e gioielli non è ancora passato.
Presidente Menarin, Choice è stata un successo, almeno a giudicare dai numeri che avete diffuso. La considera una rivincita contro chi diceva che Fiera Vicenza lavorava contro gli interessi degli orafi locali?
D’accordo, però gli orafi vicentini hanno sempre ritenuto la Fiera il partner più valido per conquistare i mercati. Cos’è cambiato?
Senta, questo piano porta la griffe del direttore generale uscente, Maurizio Castro, ora parlamentare. Non è che la sua uscita vi abbia complicato le cose?
C’è il rischio che a portare a compimento questo progetto industriale non sia il presidente che l’ha caldeggiato?
No, però lei può dare o togliere la propria disponibilità.
Dunque, Menarin presidente anche per gli anni a venire?
Tra gli attuali azionisti pubblici pare prendere forza la corrente che vorrebbe vendere la partecipazione e procedere alla privatizzazione. Lei cosa ne pensa?
Non è convinto dell’utilità di affiancare l’oro al lusso?
Tornando per un attimo alle critiche che gli orafi vicentini avevano rivolto alla Fiera, qual è lo stato dei rapporti con la categoria dopo Choice?
Qualcuno non ha gradito il cambio dei nomi, da Vicenzaoro a Choice, Charm e via con l’inglese...
E il sogno di sistema fieristico veneto cullato da Galan che fine ha fatto?
di Marino Smiderle
La Fiera si rinnova
per fare l’interesse
degli orafi vicentini
Ha cominciato questa edizione di Choice con i fucili puntati sulla schiena, pronti a fare fuoco non appena i numeri avessero ufficializzato la Caporetto di Fiera Vicenza. Dino Menarin, presidente di questo esercito di stand che i detrattori volevano in rotta, avrebbe la possibilità di usare i dati ufficiali dell’ultima rassegna orafa come un clava per scrollarsi di dosso le canne dei fucili ancora calde dagli spari dello scorso maggio. E invece fa il prudente e maneggia il +40 per cento (rispetto alla fiera del settembre scorso) di operatori accreditati con la prudenza di chi sa che il peggio per il settore oro e gioielli non è ancora passato.
Presidente Menarin, Choice è stata un successo, almeno a giudicare dai numeri che avete diffuso. La considera una rivincita contro chi diceva che Fiera Vicenza lavorava contro gli interessi degli orafi locali?
Non la metterei proprio in questi termini. Diciamo che Choice è andata bene e che c’è stato un sensibile aumento degli operatori. Di qui a dire che tutti i problemi del settore sono svaniti, ce ne corre. Gli acquisti sono selettivi, non sono più fatti in quantità paragonabili a quelle di un tempo. Però sono soddisfatto per la ritrovata vivacità degli addetti ai lavori. Anche se, come non era merito della Fiera quando il mercato volava, così non è colpa della Fiera ora che il mercato è stagnante.
D’accordo, però gli orafi vicentini hanno sempre ritenuto la Fiera il partner più valido per conquistare i mercati. Cos’è cambiato?
In questo, nulla. La Fiera ha tutto l’interesse di rimanere il partner più valido per gli orafi. E il piano industriale che abbiamo studiato per questi anni è stato concepito proprio per muovere le acque e offrire nuove opportunità agli operatori del settore. Vicenza, per dire, deve rimanere nel lotto delle prime 4 grandi rassegne mondiali dell’oreficeria.
Senta, questo piano porta la griffe del direttore generale uscente, Maurizio Castro, ora parlamentare. Non è che la sua uscita vi abbia complicato le cose?
Castro è stato prezioso nell’avviare questa piccola rivoluzione che, anche in termini di investimenti per il futuro, non è stata cosa da poco. Ma la sua uscita non ha portato alcun sconvolgimento dei piani. Primo, perché Domenico Girardi, che ha preso il suo posto, è persona di grande esperienza e professionalità; secondo, perché il piano va avanti così come l’avevamo previsto.
C’è il rischio che a portare a compimento questo progetto industriale non sia il presidente che l’ha caldeggiato?
Come può intuire, non dipende da me la scelta del presidente.
No, però lei può dare o togliere la propria disponibilità.
Diciamo allora che io non sono abituato a lasciate a metà il lavoro. E gli stessi imprenditori orafi, tra le varie richieste che hanno fatto, hanno chiesto che in Fiera ci fosse una certa forma di continuità di gestione.
Dunque, Menarin presidente anche per gli anni a venire?
Ripeto, non dipende da me. Il mio mandato scade tra poco più di un anno. Il primo bilancio che ho visto risentiva della gestione del precedente consiglio di amministrazione, mentre il secondo, tutto nostro, risente del peso degli investimenti che abbiamo fatto. Mi piacerebbe poter sfornare il terzo bilancio, con i primi frutti degli investimenti fatti.
Tra gli attuali azionisti pubblici pare prendere forza la corrente che vorrebbe vendere la partecipazione e procedere alla privatizzazione. Lei cosa ne pensa?
In linea di principio, mi trova d’accordo. Tuttavia prima di fare questo passo importante sarebbe conveniente cercare di valorizzare al massimo la Fiera. In modo da poterla eventualmente vendere e non svendere. C’è ancora da definire, per esempio, la questione della rassegna Luxury.
Non è convinto dell’utilità di affiancare l’oro al lusso?
Al contrario, tanto è vero che abbiamo fatto l’investimento di acquisire il 42,5 per cento del capitale. Tra un anno ci sarà l’opzione di acquistare il resto del capitale ed è ovvio che si tratta di una scelta che influenzerà il valore e le prospettive di Fiera Vicenza.
Tornando per un attimo alle critiche che gli orafi vicentini avevano rivolto alla Fiera, qual è lo stato dei rapporti con la categoria dopo Choice?
Ma, vede, io le critiche degli orafi le capisco. Vengono da diversi anni in cui il barometro del mercato ha segnato tempesta ed è logico che cerchino una via d’uscita rapida ed efficace. E la Fiera, a Vicenza, è sempre stata loro vicino. Le scelte radicali che abbiamo adottato sono coerenti con le loro lamentazioni. Serve una scossa e al mercato e la Fiera di Vicenza cerca di darla.
Qualcuno non ha gradito il cambio dei nomi, da Vicenzaoro a Choice, Charm e via con l’inglese...
Possiamo star qui a discutere per opre di questo. Noi siamo convinti che anche questo serva per scuotere questo mercato statico.
E il sogno di sistema fieristico veneto cullato da Galan che fine ha fatto?
Il dialogo va avanti e il nostro rapporto con Verona lo testimonia. Il tutto è facilitato dal fatto che le varie fiere non ospitano rassegne in concorrenza tra di loro.
venerdì 12 settembre 2008
Nineleven
L’INCONTRO A VILLA CORDELLINA. La testimonianza del gen. Garrett
«Io, un sopravvissuto
Stavo al Pentagono»
Marino Smiderle
MONTECCHIO MAGGIORE
«Io sono un sopravvissuto dell’11 settembre». Quando il generale William Garrett III comincia il suo intervento, il pubblico dimentica di colpo l’afa che opprime villa Cordellina. «Ero al Pentagono, in quella che avrebbe dovuto essere una tranquilla giornata di lavoro - ricorda con la voce rotta dall’emozione - e un collega mi disse di accendere la tv. Vidi sullo schermo immagini di aerei civili trasformati in armi di distruzione di massa. Chiamai a casa per rassicurare i familiari, dissi che era tutto a posto, che la situazione era sotto controllo. Pochi secondi dopo un aereo si schiantò su un’ala del Pentagono e nel mio ufficio poco distante cominciammo a respirare polvere e fumo. Trascorsi il resto della giornata nel caos, ma fui testimone di molti atti di coraggio e di solidarietà. Delle 184 persone che persero la vita, molti erano amici e colleghi, con loro condividevo le giornate».
Ecco, il momento più vero, più toccante, della giornata del ricordo è stato questo. E Mario Giulianati, coordinatore del Comitato 11 settembre, «nato da un’idea di diversi amici vicentini per testimoniare la nostra vicinanza al popolo americano», non poteva augurarsi esordio più significativo di un’iniziativa che è destinata a durare nel tempo. Biblioteca Bertoliana, Provincia di Vicenza, Comuni di Vicenza e Montecchio Maggiore e Banca Popolare di Vicenza hanno fatto in modo che istituzioni italiane e americane avessero un’occasione di incontro, di riflessione, in memoria di una data tragica, dopo di cui il mondo non è più stato lo stesso. Dopo i saluti di Giulianati, di Antonio Dalla Pozza per il Comune di Vicenza, Nereo Galvanin per la Provincia, Maurizio Scalabrin, sindaco di Montecchio e del console americano Daniel Weygandt, l'incontro intitolato “Dal giorno del terrore al tempo della speranza" è entrato nel vivo.
Gli squarci visivi e sonori del cortometraggio di Michal Kosakowski "Just like the movies" hanno colpito il pubblico e portato subito la tavola rotonda al nocciolo del discorso.
Siamo ancora tutti americani o qualcosa è cambiato in questi otto anni? Antonio Di Lorenzo, vicecaporedattore del Giornale di Vicenza, inizia così il suo giro di domande agli illustri giornalisti invitati a parlare dell’11 settembre che è stato e di quello che sarà.
«Direi piuttosto che siamo cittadini della cultura occidentale - ha risposto Alessandro Plateroti, del Sole 24 Ore, che quel giorno era per le strade di Manhattan e diede per prima la notizia a Radio24 - nei cui valori tutti ci riconosciamo».
«Si stava cercando un nuovo linguaggio per descrivere le dinamiche geopolitiche - ha spiegato Emanuele Novazio de La Stampa - dopo la fine della Guerra Fredda e dopo la caduta del muro di Berlino. La realtà si è incaricata di dare subito un nuovo linguaggio».
«Da quel giorno - ha aggiunto Colleen Barry, dell’Associated Press - ci sono due mondi, occidente e oriente, che non si capiscono più».
Lorenzo Cremonesi, inviato di guerra del Corriere della sera, ed esperto in particolare di Medio Oriente, ha provato sulla sua pelle il significato dell’11 settembre. «Fino ad allora - ha raccontato - noi eravamo percepiti dal mondo arabo come amici. Da quel momento in poi io non ho più potuto girare in tranquillità per quei paesi. E molti miei colleghi stranieri ora girano armati».
Okkupati
In Romania cercansi operai
Arriveranno dal Nord Est
Una crescita dell'8,8% nel primo semestre. Il Pil della Romania continua a correre dritto verso la meta del primato di più veloce dell'Unione europea. I dati diffusi dall'Istituto nazionale di statistica della Romania confermano quelli annunciati all'inizio del mese e che sottolineano la buona performance dell'economia del Paese della nuova Europa.
Dato ancora più sorprendente per quanto riguarda il secondo trimestre di quest'anno, quando il Pil romeno è cresciuto del 9,3% rispetto allo stesso periodo del 2007. L'Istituto romeno, quindi, conferma oggi le cifre di Eurostat e insieme dà linfa vitale alle aspirazioni del governo di Bucarest che punta a raggiungere il dodicesimo posto tra le economie europee già nel 2012.
L'economia romena soffre però di un deficit di forza lavoro per ridurre il quale il governo ha organizzato diverse iniziative, che però sembrano non aver raggiunto l'effetto desiderato. Non c’è problema, dal Nord Est siamo già pronti a emigrare.
Arriveranno dal Nord Est
Una crescita dell'8,8% nel primo semestre. Il Pil della Romania continua a correre dritto verso la meta del primato di più veloce dell'Unione europea. I dati diffusi dall'Istituto nazionale di statistica della Romania confermano quelli annunciati all'inizio del mese e che sottolineano la buona performance dell'economia del Paese della nuova Europa.
Dato ancora più sorprendente per quanto riguarda il secondo trimestre di quest'anno, quando il Pil romeno è cresciuto del 9,3% rispetto allo stesso periodo del 2007. L'Istituto romeno, quindi, conferma oggi le cifre di Eurostat e insieme dà linfa vitale alle aspirazioni del governo di Bucarest che punta a raggiungere il dodicesimo posto tra le economie europee già nel 2012.
L'economia romena soffre però di un deficit di forza lavoro per ridurre il quale il governo ha organizzato diverse iniziative, che però sembrano non aver raggiunto l'effetto desiderato. Non c’è problema, dal Nord Est siamo già pronti a emigrare.
Disokkupati
LAVORO. Un’indagine della Fondazione Moressa di Mestre rivela che nel primo semestre dell’anno il calo è dell’1%
L’occupazione in Veneto
perde qualche posizione
Marino Smiderle
VICENZA
Non è stato un semestre straordinario dal punto di vista dell’occupazione. Nemmeno per le piccole e medie imprese del Veneto, tradizionalmente un volano importante per il mondo del lavoro. Una ricerca svolta dalla Fondazione Leone Moressa di Mestre su un campione di 900 piccole imprese venete evidenzia come nei primi sei mesi del 2008 ci sia stata una contrazione dell’1 per cento degli occupati in regione.
Un segnale preoccupante, dunque, mitigato dalla conferma che immigrati e piccola impresa veneta si siano confermati un connubio vincente, visto che la dinamica occupazionale straniera ha registrato un incremento del 4,8% nel corso del primo semestre del 2008. Scivola invece dello 0,6 per cento il livello occupazionale femminile. «Le previsioni per la seconda parte del 2008 - assicurano però alla Fondazione Moressa - vedono comunque un potenziamento nelle strutture occupazionali di piccola impresa. Si prevede infatti che il numero di occupati aumenti dell’1,1%, mentre il numero degli stranieri dell’8,9% rispetto alla situazione registrata nel primo semestre del 2008».
Se ci fermiamo ad analizzare il trend dei singoli settori, «spicca innanzitutto - spiegano alla Fondazione Moressa - il dato poco brillante delle costruzioni che ha visto diminuire nel corso dei primi sei mesi del 2008 gli occupati di 2,6 punti percentuali; segue la manifattura con una variazione del -1,1% rispetto alla fine del 2007. Di diverso segno è la situazione rilevata nei servizi. Le aziende operanti nei servizi alle imprese, in particolar modo, hanno aumentato il numero di occupati dell’1,7%, accompagnate da quelle rivolte alla persona che hanno registrato un aumento di 0,4 punti percentuali».
«Sul fronte delle dinamiche future - proseguono - la situazione dovrebbe essere maggiormente omogenea e attestarsi su un generale aumento del numero di occupati. La manifattura dovrebbe essere il settore che assumerà maggiormente (+2,1%), seguita dai servizi alle persone (+0,8%) e dalle costruzioni che dovrebbero mitigare il risultato poco espansivo della prima parte dell’anno (+0,6%). I servizi alle imprese invece non sembrano aumentare la propria forza lavoro».
Geograficamente parlando, la provincia che più ha risentito della crisi è stata quella di Rovigo, che ha registrato un calo occupazionale nel primo semestre dell’anno del 3,6 per cento. Ma anche Venezia, Treviso e Vicenza, con cali rispettivamente dell’1,9, 1,5 e 1,3 per cento, hanno fatto peggio della media regionale. Solo Belluno e Verona hanno contenuto la variazione negativa al di sotto dell’unità percentuale. Meglio di tutti ha fatto la provincia di Padova, che ha visto aumentare la componente occupazionale dello 0,4 per cento.
«Anche in questo caso le previsioni per la fine dell’anno in corso promettono una complessiva ripresa. In particolare, proprio le province che hanno registrato i dati meno incoraggianti dovrebbero riprendersi, evidenziando come la situazione poco espansiva del primo semestre sia legata a dinamiche congiunturali. Treviso prevede un aumento del 2,0%, Vicenza dell’ 1,8% e Venezia dell’ 1,3%, insieme con Padova che mantiene invece un trend positivo su tutto l’anno. Solo Verona e Rovigo non sembrano cambiare rotta».
L’occupazione in Veneto
perde qualche posizione
Marino Smiderle
VICENZA
Non è stato un semestre straordinario dal punto di vista dell’occupazione. Nemmeno per le piccole e medie imprese del Veneto, tradizionalmente un volano importante per il mondo del lavoro. Una ricerca svolta dalla Fondazione Leone Moressa di Mestre su un campione di 900 piccole imprese venete evidenzia come nei primi sei mesi del 2008 ci sia stata una contrazione dell’1 per cento degli occupati in regione.
Un segnale preoccupante, dunque, mitigato dalla conferma che immigrati e piccola impresa veneta si siano confermati un connubio vincente, visto che la dinamica occupazionale straniera ha registrato un incremento del 4,8% nel corso del primo semestre del 2008. Scivola invece dello 0,6 per cento il livello occupazionale femminile. «Le previsioni per la seconda parte del 2008 - assicurano però alla Fondazione Moressa - vedono comunque un potenziamento nelle strutture occupazionali di piccola impresa. Si prevede infatti che il numero di occupati aumenti dell’1,1%, mentre il numero degli stranieri dell’8,9% rispetto alla situazione registrata nel primo semestre del 2008».
Se ci fermiamo ad analizzare il trend dei singoli settori, «spicca innanzitutto - spiegano alla Fondazione Moressa - il dato poco brillante delle costruzioni che ha visto diminuire nel corso dei primi sei mesi del 2008 gli occupati di 2,6 punti percentuali; segue la manifattura con una variazione del -1,1% rispetto alla fine del 2007. Di diverso segno è la situazione rilevata nei servizi. Le aziende operanti nei servizi alle imprese, in particolar modo, hanno aumentato il numero di occupati dell’1,7%, accompagnate da quelle rivolte alla persona che hanno registrato un aumento di 0,4 punti percentuali».
«Sul fronte delle dinamiche future - proseguono - la situazione dovrebbe essere maggiormente omogenea e attestarsi su un generale aumento del numero di occupati. La manifattura dovrebbe essere il settore che assumerà maggiormente (+2,1%), seguita dai servizi alle persone (+0,8%) e dalle costruzioni che dovrebbero mitigare il risultato poco espansivo della prima parte dell’anno (+0,6%). I servizi alle imprese invece non sembrano aumentare la propria forza lavoro».
Geograficamente parlando, la provincia che più ha risentito della crisi è stata quella di Rovigo, che ha registrato un calo occupazionale nel primo semestre dell’anno del 3,6 per cento. Ma anche Venezia, Treviso e Vicenza, con cali rispettivamente dell’1,9, 1,5 e 1,3 per cento, hanno fatto peggio della media regionale. Solo Belluno e Verona hanno contenuto la variazione negativa al di sotto dell’unità percentuale. Meglio di tutti ha fatto la provincia di Padova, che ha visto aumentare la componente occupazionale dello 0,4 per cento.
«Anche in questo caso le previsioni per la fine dell’anno in corso promettono una complessiva ripresa. In particolare, proprio le province che hanno registrato i dati meno incoraggianti dovrebbero riprendersi, evidenziando come la situazione poco espansiva del primo semestre sia legata a dinamiche congiunturali. Treviso prevede un aumento del 2,0%, Vicenza dell’ 1,8% e Venezia dell’ 1,3%, insieme con Padova che mantiene invece un trend positivo su tutto l’anno. Solo Verona e Rovigo non sembrano cambiare rotta».
Appesi a un Pil
I punti di vista sul Pil italico
che rischia la retromarcia
Pagina 2 del Sole 24 Ore di ieri. Titolo: «Almunia: la ripresa è lontana». Il commissario Ue agli affari economici e monetari aveva già ben presente, evidentemente, i dati sull’andamento dell’economia europea. Dati che, a proposito dell’Italia in particolare, dicono (fonte Istat) che «la diminuzione del Pil dello 0,1% nel secondo trimestre del 2008, rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente, risulta essere il peggior dato tendenziale dal terzo trimestre del 2003, quando ugualmente si era registrato un calo dello 0,1% su base annua».
Pagina 4 del Sole 24 Ore di ieri. Titolo su una dichiarazione di Emma Marcegaglia: «Il peggio è ormai alle spalle». Questione di punti di vista, ovviamente. E noi speriamo caldamente che il punto di vista ottimista della Marcegaglia sia quello giusto. Il problema è che l’Ue ieri ha rivisto in ribasso le stime di crescita per il nostro paese: nel 2008 il Pil italiano "crescerà" dello 0,1 per cento, anziché dello 0,5 per cento. Fra poco ingraniamo la retromarcia.
che rischia la retromarcia
Pagina 2 del Sole 24 Ore di ieri. Titolo: «Almunia: la ripresa è lontana». Il commissario Ue agli affari economici e monetari aveva già ben presente, evidentemente, i dati sull’andamento dell’economia europea. Dati che, a proposito dell’Italia in particolare, dicono (fonte Istat) che «la diminuzione del Pil dello 0,1% nel secondo trimestre del 2008, rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente, risulta essere il peggior dato tendenziale dal terzo trimestre del 2003, quando ugualmente si era registrato un calo dello 0,1% su base annua».
Pagina 4 del Sole 24 Ore di ieri. Titolo su una dichiarazione di Emma Marcegaglia: «Il peggio è ormai alle spalle». Questione di punti di vista, ovviamente. E noi speriamo caldamente che il punto di vista ottimista della Marcegaglia sia quello giusto. Il problema è che l’Ue ieri ha rivisto in ribasso le stime di crescita per il nostro paese: nel 2008 il Pil italiano "crescerà" dello 0,1 per cento, anziché dello 0,5 per cento. Fra poco ingraniamo la retromarcia.
Licenza di uccidere
MODA. Il gruppo di Ambrogio Dalla Rovere archivia il 2007 con risultati in grande crescita e pensa a nuovi marchi
Sinv ha licenza
di “uccidere”
la recessione
Marino Smiderle
CARRÈ
Dice Ambrogio Dalla Rovere: «Non possiamo certo aspettare che i clienti della grande distribuzione vengano a comprare i modelli esclusivi della moda italiana qui a Carrè». No, certo. Ma la sala macchine del piccolo impero Sinv, la società inventata da Dalla Rovere più di 30 anni fa e ora leader nella produzione e distribuzione di abbigliamento e accessori su licenza, resta qui, a Carrè, in via Brenta. Questo è il pensatoio e qui nascono le idee che hanno permesso al gruppo di crescere e di arrivare a un fatturato ormai vicino ai 200 milioni di euro, con un utile netto di oltre 12 milioni. Numeri che, accostati al tracollo che nel corso degli anni ha subito il settore tessile-abbigliamento nel Vicentino, hanno il sapore dolce del miracolo.
«La crisi del tessile - osserva Dalla Rovere, che è presidente di Sinv holding, la cassaforte di famiglia, mentre la presidenza della società operativa, Sinv spa, è da qualche mese passata sulle spalle del figlio Francesco - ha causato dei grossi problemi, a cascata, anche a chi, come Sinv, produce e distribuisce abbigliamento di qualità. Lo si nota dai tempi di esecuzione degli ordini: una volta, quando qui c’era tutta la filiera del tessile, il prodotto lo avevamo nel giro di un mese. Adesso di mesi ce ne vogliono anche cinque».
E poi ti chiedi perché la Sinv ha spostato il proprio baricentro all’estero. «Non si può pensare di fare tutto in Italia - osserva Dalla Rovere -. Dovendo fare dei numeri, posso dire che la produzione fatta fare in Italia ammonta al 30 per cento del totale. Il 20-25 per cento proviene dall’est Europa, mentre il 45-50 per cento da Cina, Portogallo e Turchia».
La scelta strategica che ha portato al successo della Sinv è datata 1983, quando Dalla Rovere ottiene la licenza dei jeans griffati di Krizia. È in questo momento che abbandona ogni velleità di marchio proprio e inizia l’avventura nel mondo delle licenze.
«Quando cominciò quest’avventura, nel 1975, col socio Adriano Goldschmied - ricorda Ambrogio Dalla Rovere - puntammo sul marchio Daily Blue. Erano gli anni dei jeans e i competitor si chiamavano Americanino, Fiorucci, Jesus. Pensi che in quegli anni venne a bussare alla nostra porta anche Renzo Rosso che, per tre anni, fu un nostro valido terzista. Poi sappiamo tutti la strada che ha fatto. Passato quel boom, insistere su un marchio proprio divenne complicato. E così imboccammo la strada delle licenze».
Ovvio che per avere le licenze di mostri sacri del calibro di Krizia e, più avanti, di Moschino, di Valentino (quest’ultima non rinnovata all’indomani della rivoluzione finanziaria avvenuta nell’ex gruppo di Valdagno), occorre garantire professionalità e qualità. Cosa che Sinv, in tutti questi anni, ha dimostrato di avere in quantità.
Solo che, quando hai una licenza, non puoi mica dormire sugli allori. In media il contratto dura cinque anni e non è detto che il rinnovo arrivi automaticamente. «È anche per questo - spiega il presidente di Sinv holding - che qualche anno fa abbiamo deciso di fare un grosso investimento e di entrare in Moschino acquistando il 30 per cento del capitale. Con questa partecipazione di minoranza abbiamo comunque voce in capitolo e il rapporto di licenza è assicurato».
È chiaro che, quando arrivi a una certa dimensione, occorre anche assicurare alla struttura un’organizzazione tale da poter reggere alle sfide del mercato globale. «Con 380 dipendenti - precisa Dalla Rovere - e con un fatturato significativo, abbiamo ritenuto opportuno chiamare un amministratore delegato di grande esperienza come Massimo Braglia, già in Gucci e Dolce & Gabbana. Sta facendo un lavoro egregio e i risultati lo dimostrano».
Sinv avrebbe le caratteristiche per entrare in Borsa, ma Dalla Rovere frena. «La quotazione - dice - avrebbe un senso solo di fronte a una grande operazione. Per ora stiamo bene così».
«La squadra
migliore per il mercato globale»
Alla Sinv il passaggio generazionale non è stato un problema. Ambrogio Dalla Rovere, fin da subito, ha spedito il figlio Francesco a studiare in Giappone, negli Stati Uniti. E poi, sul più bello che negli States esplodeva la net economy, l’ha richiamato a Carrè, per vedere se in tutti quegli anni avesse imparato qualcosa. La risposta deve essere stata positiva, se da quest’anno Francesco Dalla Rovere è stato nominato presidente di Sinv spa e, con l’amministratore delegato Massimo Braglia, costituisce un tandem manageriale affiatato.
«Veramente - precisa l’interessato - grazie a Braglia abbiamo formato una squadra affiatata, più che un tandem. Semmai il problema, in questo momento, è quello di trovare forza lavoro qualificata e, soprattutto, disposta a fare frequenti viaggi all’estero, in Cina in particolare».
Quello che offre la Sinv è una ghiotta opportunità professionale, considerata l’eccellenza del comparto moda. «Eppure - rivela Francesco Dalla Rovere - non è facile trovare qualcuno disposto a rimanere un paio di settimane in Cina. Sembrerà strano, ma è così».
Guardando ai numeri, Sinv ha chiuso in maniera eccellente l'esercizio 2007, con le vendite complessive che sono arrivate a quota a 184,7 milioni di euro (+13,8% rispetto all’esercizio precedente), con un Ebitda di 23,5 milioni (+56,8%), pari al 12,7% del fatturato, e un utile netto di 12,2 milioni (+248%) pari al 6,5%.
Tra i marchi che Sinv gestisce in licenza, nel 2007 c’è stato l’importante ingresso del gruppo Yohji Yamamoto per la produzione e la distribuzione del nuovo marchio "Coming Soon", oltre che il lancio di "Love Moschino", nuovo nome della linea "Moschino Jeans". Senza dimenticare, ovviamente, See by Chloé, McQ Alexander McQueen, Coming Soon, Anna Molinari, Krizia Jeans e Dimensione Danza.
Sinv, poi, fornisce i suoi prodotti a più di 4.000 clienti in 93 nazioni attraverso le showroom dirette di Milano, Roma e Parigi e una rete di oltre 60 tra agenti e distributori.
Sinv ha licenza
di “uccidere”
la recessione
Marino Smiderle
CARRÈ
Dice Ambrogio Dalla Rovere: «Non possiamo certo aspettare che i clienti della grande distribuzione vengano a comprare i modelli esclusivi della moda italiana qui a Carrè». No, certo. Ma la sala macchine del piccolo impero Sinv, la società inventata da Dalla Rovere più di 30 anni fa e ora leader nella produzione e distribuzione di abbigliamento e accessori su licenza, resta qui, a Carrè, in via Brenta. Questo è il pensatoio e qui nascono le idee che hanno permesso al gruppo di crescere e di arrivare a un fatturato ormai vicino ai 200 milioni di euro, con un utile netto di oltre 12 milioni. Numeri che, accostati al tracollo che nel corso degli anni ha subito il settore tessile-abbigliamento nel Vicentino, hanno il sapore dolce del miracolo.
«La crisi del tessile - osserva Dalla Rovere, che è presidente di Sinv holding, la cassaforte di famiglia, mentre la presidenza della società operativa, Sinv spa, è da qualche mese passata sulle spalle del figlio Francesco - ha causato dei grossi problemi, a cascata, anche a chi, come Sinv, produce e distribuisce abbigliamento di qualità. Lo si nota dai tempi di esecuzione degli ordini: una volta, quando qui c’era tutta la filiera del tessile, il prodotto lo avevamo nel giro di un mese. Adesso di mesi ce ne vogliono anche cinque».
E poi ti chiedi perché la Sinv ha spostato il proprio baricentro all’estero. «Non si può pensare di fare tutto in Italia - osserva Dalla Rovere -. Dovendo fare dei numeri, posso dire che la produzione fatta fare in Italia ammonta al 30 per cento del totale. Il 20-25 per cento proviene dall’est Europa, mentre il 45-50 per cento da Cina, Portogallo e Turchia».
La scelta strategica che ha portato al successo della Sinv è datata 1983, quando Dalla Rovere ottiene la licenza dei jeans griffati di Krizia. È in questo momento che abbandona ogni velleità di marchio proprio e inizia l’avventura nel mondo delle licenze.
«Quando cominciò quest’avventura, nel 1975, col socio Adriano Goldschmied - ricorda Ambrogio Dalla Rovere - puntammo sul marchio Daily Blue. Erano gli anni dei jeans e i competitor si chiamavano Americanino, Fiorucci, Jesus. Pensi che in quegli anni venne a bussare alla nostra porta anche Renzo Rosso che, per tre anni, fu un nostro valido terzista. Poi sappiamo tutti la strada che ha fatto. Passato quel boom, insistere su un marchio proprio divenne complicato. E così imboccammo la strada delle licenze».
Ovvio che per avere le licenze di mostri sacri del calibro di Krizia e, più avanti, di Moschino, di Valentino (quest’ultima non rinnovata all’indomani della rivoluzione finanziaria avvenuta nell’ex gruppo di Valdagno), occorre garantire professionalità e qualità. Cosa che Sinv, in tutti questi anni, ha dimostrato di avere in quantità.
Solo che, quando hai una licenza, non puoi mica dormire sugli allori. In media il contratto dura cinque anni e non è detto che il rinnovo arrivi automaticamente. «È anche per questo - spiega il presidente di Sinv holding - che qualche anno fa abbiamo deciso di fare un grosso investimento e di entrare in Moschino acquistando il 30 per cento del capitale. Con questa partecipazione di minoranza abbiamo comunque voce in capitolo e il rapporto di licenza è assicurato».
È chiaro che, quando arrivi a una certa dimensione, occorre anche assicurare alla struttura un’organizzazione tale da poter reggere alle sfide del mercato globale. «Con 380 dipendenti - precisa Dalla Rovere - e con un fatturato significativo, abbiamo ritenuto opportuno chiamare un amministratore delegato di grande esperienza come Massimo Braglia, già in Gucci e Dolce & Gabbana. Sta facendo un lavoro egregio e i risultati lo dimostrano».
Sinv avrebbe le caratteristiche per entrare in Borsa, ma Dalla Rovere frena. «La quotazione - dice - avrebbe un senso solo di fronte a una grande operazione. Per ora stiamo bene così».
«La squadra
migliore per il mercato globale»
Alla Sinv il passaggio generazionale non è stato un problema. Ambrogio Dalla Rovere, fin da subito, ha spedito il figlio Francesco a studiare in Giappone, negli Stati Uniti. E poi, sul più bello che negli States esplodeva la net economy, l’ha richiamato a Carrè, per vedere se in tutti quegli anni avesse imparato qualcosa. La risposta deve essere stata positiva, se da quest’anno Francesco Dalla Rovere è stato nominato presidente di Sinv spa e, con l’amministratore delegato Massimo Braglia, costituisce un tandem manageriale affiatato.
«Veramente - precisa l’interessato - grazie a Braglia abbiamo formato una squadra affiatata, più che un tandem. Semmai il problema, in questo momento, è quello di trovare forza lavoro qualificata e, soprattutto, disposta a fare frequenti viaggi all’estero, in Cina in particolare».
Quello che offre la Sinv è una ghiotta opportunità professionale, considerata l’eccellenza del comparto moda. «Eppure - rivela Francesco Dalla Rovere - non è facile trovare qualcuno disposto a rimanere un paio di settimane in Cina. Sembrerà strano, ma è così».
Guardando ai numeri, Sinv ha chiuso in maniera eccellente l'esercizio 2007, con le vendite complessive che sono arrivate a quota a 184,7 milioni di euro (+13,8% rispetto all’esercizio precedente), con un Ebitda di 23,5 milioni (+56,8%), pari al 12,7% del fatturato, e un utile netto di 12,2 milioni (+248%) pari al 6,5%.
Tra i marchi che Sinv gestisce in licenza, nel 2007 c’è stato l’importante ingresso del gruppo Yohji Yamamoto per la produzione e la distribuzione del nuovo marchio "Coming Soon", oltre che il lancio di "Love Moschino", nuovo nome della linea "Moschino Jeans". Senza dimenticare, ovviamente, See by Chloé, McQ Alexander McQueen, Coming Soon, Anna Molinari, Krizia Jeans e Dimensione Danza.
Sinv, poi, fornisce i suoi prodotti a più di 4.000 clienti in 93 nazioni attraverso le showroom dirette di Milano, Roma e Parigi e una rete di oltre 60 tra agenti e distributori.
La gente di Genty
La Chiesa di Treviso difende il diritto degli islamici di avere un luogo di culto dalle sparate dello sceriffo Gentilin. A occhio e croce la gente sta più dalla parte dello sceriffo...
lunedì 8 settembre 2008
Riprendiamo
PORTAFOGLIO
La tentazione
di approfittare
della crisi nera
di Marino Smiderle
Il ritorno alla vita attiva, dopo la salutare sbornia agostana di vacanze, ci riporta drammaticamente alla realtà economica. Venerdì, per dire, la settimana dei mercati si è chiusa con due dati, uno americano e l’altro europeo (in realtà con quello americano che ha influenzato la tendenza del Vecchio Continente), che fanno paura. Allora, negli Stati Uniti la disoccupazione in agosto è salita al 6,1 per cento, la percentuale più alta da cinque anni in qua; in Europa, terrorizzati anche da questa rilevazione, i mercati borsistici hanno bruciato 140 miliardi di euro. La tentazione di scappare e di tornare in vacanza è forte, solo che sono finiti i soldi. Qual è il modo più sicuro per difendere i capitali da questo diluvio di pessimismo occidentale?
DIFESA
Già, difendere, perché pare che tutti abbiano abbandonato i sogni di grandi investimenti e grandi guadagni. Motivi per cui, già da diversi mesi, gli investitori più prudenti, quelli da Bot, Cct e Pronti contro termine per capirci, sono quelli che hanno ottenuto maggiori soddisfazioni. Magari anche godendo (pensiamo a chi ha i Cct) del rialzo dei tassi di mercato, capaci quindi di rimpolpare le cedole delle obbligazioni a tasso variabile. Eppure quando tutto va male, quando tutto rotola verso un fondo che sembra già raggiunto e perforato, ebbene proprio quello è il momento di inventarsi qualcosa di ottimista.
PETROLIO & DOLLARO
Perché, a guardare bene, non tutti i numeri sono così disastrosi. Non tutto è peggiorato da quando eravamo partiti per le spiagge consolatorie. Tu guarda il dollaro, per esempio, che era precipitato verso quota 1,60 sull’euro, facendo contenti solamente i turisti europei (tantissimi, per la verità) che hanno approfittato del cambio più che favorevole per andarsi a fare un giro al di là dell’Oceano. Bene, adesso siamo arrivati a 1,42/1,43 e sembra che il recupero della moneta americana non sia ancora concluso. Di pari passo è venuta anche la diminuzione del prezzo del petrolio, col barile più vicino a quota 100 dollari che a 150. Ovvio, le due cose sono strettamente legate, così come erano legate quando il petrolio, quotato in dollari, schizzava contemporaneamente al crollo della valuta Usa. Però si dice che quando il dollaro sale e il petrolio scende, automaticamente (o quasi) dovrebbero salire anche le Borse. Ecco, forse il timing delle operazioni non è ancora ben registrato, ma a questi livelli di prezzo (specie nel mercato italiano), diverse azioni hanno raggiunto prezzi convenienti.
PROSPETTIVE
D’accordo, uno guarda la congiuntura dell’economia reale e pensa che non ci sono grandi squarci di sereno all’orizzonte. E invece, i cicli passati di piazza Affari lo indicherebbero, sono proprio questi i momenti in cui, avendo del denaro a disposizione e avendo la propensione al rischio intonata verso l’alto, qualche incursione di lungo periodo bisogna cominciare a farla. Due elefanti del nostro listino, per esempio, Telecom Italia, che è precipitata a 1 euro, ed Enel, finita sotto i 6 euro, con tutti i problemi che hanno, attualmente avrebbero un rendimento implicito (rapporto dividendo/prezzo) rispettivamente del 7,6 e dell’8,2 per cento. Può essere che i dividendi distribuiti l’anno prossimo non siano pari a quelli dell’ultimo esercizio (ma le stime non li fanno discostare di molto), eppure a questi prezzi il rischio vale la candela. Così come vale la candela per molte altre blue chip il cui rapporto prezzo/utile ha raggiunto i minimi storici.
MUTUI
Ok, finora abbiamo parlato di persone che vogliono investire il proprio denaro. Il guaio è che i veri problemi li stanno passando le famiglie che, a causa dell’incremento dei tassi d’interesse (la media è ora superiore al 6 per cento), ora si vedono le rate dei mutui aumentate di 100-200 euro come ridere. Torneremo su questo argomento con più spazio in futuro, per ora basti dire che la proposta di rinegoziazione stabilita dal governo e accettata dalle banche non è la panacea di tutti i mali. Il concetto è: paghiamo il tasso fisso di due anni fa e abbassiamo la rata. Benissimo. Peccato che pochi ricordino che poi, alla scadenza naturale del mutuo, la banca farà due conti sulla base dei tassi ordinari. E se il piatto piangerà, i clienti dovranno continuare a pagare.
La tentazione
di approfittare
della crisi nera
di Marino Smiderle
Il ritorno alla vita attiva, dopo la salutare sbornia agostana di vacanze, ci riporta drammaticamente alla realtà economica. Venerdì, per dire, la settimana dei mercati si è chiusa con due dati, uno americano e l’altro europeo (in realtà con quello americano che ha influenzato la tendenza del Vecchio Continente), che fanno paura. Allora, negli Stati Uniti la disoccupazione in agosto è salita al 6,1 per cento, la percentuale più alta da cinque anni in qua; in Europa, terrorizzati anche da questa rilevazione, i mercati borsistici hanno bruciato 140 miliardi di euro. La tentazione di scappare e di tornare in vacanza è forte, solo che sono finiti i soldi. Qual è il modo più sicuro per difendere i capitali da questo diluvio di pessimismo occidentale?
DIFESA
Già, difendere, perché pare che tutti abbiano abbandonato i sogni di grandi investimenti e grandi guadagni. Motivi per cui, già da diversi mesi, gli investitori più prudenti, quelli da Bot, Cct e Pronti contro termine per capirci, sono quelli che hanno ottenuto maggiori soddisfazioni. Magari anche godendo (pensiamo a chi ha i Cct) del rialzo dei tassi di mercato, capaci quindi di rimpolpare le cedole delle obbligazioni a tasso variabile. Eppure quando tutto va male, quando tutto rotola verso un fondo che sembra già raggiunto e perforato, ebbene proprio quello è il momento di inventarsi qualcosa di ottimista.
PETROLIO & DOLLARO
Perché, a guardare bene, non tutti i numeri sono così disastrosi. Non tutto è peggiorato da quando eravamo partiti per le spiagge consolatorie. Tu guarda il dollaro, per esempio, che era precipitato verso quota 1,60 sull’euro, facendo contenti solamente i turisti europei (tantissimi, per la verità) che hanno approfittato del cambio più che favorevole per andarsi a fare un giro al di là dell’Oceano. Bene, adesso siamo arrivati a 1,42/1,43 e sembra che il recupero della moneta americana non sia ancora concluso. Di pari passo è venuta anche la diminuzione del prezzo del petrolio, col barile più vicino a quota 100 dollari che a 150. Ovvio, le due cose sono strettamente legate, così come erano legate quando il petrolio, quotato in dollari, schizzava contemporaneamente al crollo della valuta Usa. Però si dice che quando il dollaro sale e il petrolio scende, automaticamente (o quasi) dovrebbero salire anche le Borse. Ecco, forse il timing delle operazioni non è ancora ben registrato, ma a questi livelli di prezzo (specie nel mercato italiano), diverse azioni hanno raggiunto prezzi convenienti.
PROSPETTIVE
D’accordo, uno guarda la congiuntura dell’economia reale e pensa che non ci sono grandi squarci di sereno all’orizzonte. E invece, i cicli passati di piazza Affari lo indicherebbero, sono proprio questi i momenti in cui, avendo del denaro a disposizione e avendo la propensione al rischio intonata verso l’alto, qualche incursione di lungo periodo bisogna cominciare a farla. Due elefanti del nostro listino, per esempio, Telecom Italia, che è precipitata a 1 euro, ed Enel, finita sotto i 6 euro, con tutti i problemi che hanno, attualmente avrebbero un rendimento implicito (rapporto dividendo/prezzo) rispettivamente del 7,6 e dell’8,2 per cento. Può essere che i dividendi distribuiti l’anno prossimo non siano pari a quelli dell’ultimo esercizio (ma le stime non li fanno discostare di molto), eppure a questi prezzi il rischio vale la candela. Così come vale la candela per molte altre blue chip il cui rapporto prezzo/utile ha raggiunto i minimi storici.
MUTUI
Ok, finora abbiamo parlato di persone che vogliono investire il proprio denaro. Il guaio è che i veri problemi li stanno passando le famiglie che, a causa dell’incremento dei tassi d’interesse (la media è ora superiore al 6 per cento), ora si vedono le rate dei mutui aumentate di 100-200 euro come ridere. Torneremo su questo argomento con più spazio in futuro, per ora basti dire che la proposta di rinegoziazione stabilita dal governo e accettata dalle banche non è la panacea di tutti i mali. Il concetto è: paghiamo il tasso fisso di due anni fa e abbassiamo la rata. Benissimo. Peccato che pochi ricordino che poi, alla scadenza naturale del mutuo, la banca farà due conti sulla base dei tassi ordinari. E se il piatto piangerà, i clienti dovranno continuare a pagare.
Il democratico mai Nato
UCRAINA. I protagonisti della rivoluzione arancione ora sono avversari
I litigi sospetti
di un gigante
mai Nato
di Marino Smiderle
Le bombe sono esplose in Georgia perché il fragore assordante della guerra fosse sentito anche in Ucraina. È un po’ questo il senso dell’offensiva scatenata dalla Russia (dopo la provocazione del presidente georgiano, Mikhail Saakashvili, che, è giusto ricordarlo, ha premuto il grilletto contro l’Ossezia del sud) per non ritrovarsi la Nato sul cortile di casa. Un occhio alla cartina: la piccola Georgia a sud e la grande Ucraina a ovest. Il ritrovato potere economico della Russia, grazie agli introiti derivanti dall’impennata dei prezzi delle materie prime energetiche, ha fatto (ri)scoprire a Vladimir Putin e al suo protetto Dmitri Medvedev l’orgoglio nazionalista con relativa esibizione dei muscoli militari.
Ma se la Georgia non arriva ai 5 milioni di abitanti, l’Ucraina sfiora i 50 milioni e potrebbe diventare di fatto il vero oggetto del contendere di un’area che, dopo due rivoluzioni pacifiche, appoggiate neanche tanto silenziosamente dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, sta per diventare la polveriera del globo. Già l’anno scorso, con la chiusura dei rubinetti del gas a Kiev, la Russia aveva fatto chiaramente intendere che non tollerava l’uscita dell’Ucraina dalla propria sfera di influenza. Ricordando che a Sebastoboli, in Crimea, c’è ancora una forte presenza militare della marina russa, la scintilla tipo Ossezia del sud potrebbe scatenare l’inferno da un momento all’altro.
E che qualcosa di particolare stia succedendo in Ucraina lo si capisce dalle tensioni politiche che da mesi sconvolgono la Rada, il parlamento di Kiev. Sarà un caso, ma alla fine dell’anno scorso anche in Georgia il presidente Saakashvili venne prese di mira dall’oposizione interna, tanto da indurlo a dichiarare lo stato di emergenza e ad autorizzare la polizia a caricare la folla nella stessa piazza dove 4 anni prima c’era stata la rivoluzione delle rose. Insomma, il sospetto è forte: la Russia sta cercando di influenzare gli esponenti politici locali per sostenere candidati meno pro occidente e più filo Mosca.
A Kiev nel 2004 la rivoluzione arancione venne firmata da Viktor Yushenko (che venne anche avvelenato e rischiò di fare la stessa fine di Litvinenko) e Yulia Timoshenko. Furono loro che denunciarono i brogli con cui Viktor Yanukovich, sostenuto dalla Russia, era andato al potere. La rivoluzione arancione permise ai due di ribaltare i lgoverno e di partire con una politica filo-occidentale che portò alla richiesta di ammissione alla Nato. Ma l’alleanza durò poco: le rivalità esplosero subito e, tra una cosa e l’altra, in questi quattro anni si sono già tenute due elezioni parlamentari anticipate. E, a giudicare da quello che sta succedendo in questi giorni, una terza è alle porte.
«La tensione, in atto da giorni - la segreteria di Yushenko aveva anche accusato di alto tradimento la bella Yulia per un asserito lassismo nei confronti di Mosca, dopo l’intervento armato in Georgia - ha raggiunto il culmine dopo che il parlamento ha varato una serie di misure restrittive dei poteri presidenziali - scrive Beatrice Ottaviano dell’Ansa - togliendogli la piena competenza sui ministri di esteri e difesa, e provvedimenti per facilitare eventuali procedure di impeachment. Iushenko ha accusato la scomoda alleata di avere «di fatto formato un’altra coalizione», votando con le opposizioni del Partito delle regioni (che fa capo all’ex premier filo-russo Viktor Yanukovich) e i comunisti di Piotr Simonenko. "È un golpe bianco", ha detto il presidente, avvalendosi delle sue prerogative per esigere la formazione di una nuova coalizione entro i 30 giorni sanciti dalla Costituzione, minacciando in caso contrario lo scioglimento della Rada e annunciando il veto sui provvedimenti sgraditi. Il presidente ha ottenuto dal suo partito Nostra Ucraina un risicato avallo (39 sì su 72) sull’uscita dalla coalizione di maggioranza e dal governo. Timoshenko ha ribadito ritorcendo le accuse dell’ex compagno di lotta nella rivoluzione arancione del 2004. "Il presidente e la sua segreteria non hanno disdegnato alcun mezzo per indebolire la coalizione democratica - ha detto in una riunione del governo boicottata dai ministri pro-Yushenko - è deplorevole che il presidente prenda posizioni irresponsabili. La coalizione è stata rotta su sua disposizione"».
Il presidente Yushenko e lo ha detto chiaramente in un’intervista concessa al Financial Times: dietro la crisi politica in Ucraina, c’è la mano della Russia. Pur non nominando mai apertamente la Russia, il riferimento è evidente. «La crisi attuale del governo non è un prodotto solamente ucraino», ha detto il presidente puntando il dito contro l'ex-alleata, ora premier, Yulia Timoshenko, rea a suo dire di aver concordato la crisi con «forze estere».
«Il partito presidenziale Nostra Ucraina - ricorda ApCom - nei giorni scorsi ha annunciato la fuoruscita dalla coalizione, accusando il Blocco Yulia Timoshenko di essere scesa a patti direttamente con Mosca e con i filo-russi del Partito delle Regioni in vista delle presidenziali del 2010. Il parlamento con l'aiuto decisivo dell'ex-premier Viktor Yanukovich ha approvato norme che limitano le prerogative del presidente a favore del premier, facendo gridare «al golpe» Yushchenko».
«Nonostante la crisi - sottolinea il presidente - l'Ucraina continuerà nel suo percorso verso l'integrazione nell'Ue e nella Nato. La crisi potrebbe provocare solamente un minimo ritardo nel raggiungimento degli obiettivi».
Il conflitto in Georgia tra Tbilisi e Mosca ha dimostrato secondo Yushchenko «quanto facilmente potrebbe essere coinvolta anche l'Ucraina in un conflitto» a causa della Crimea, regione strategica militarmente e con una forte minoranza russa. E per questo invoca l’accettazione Nato.
I litigi sospetti
di un gigante
mai Nato
di Marino Smiderle
Le bombe sono esplose in Georgia perché il fragore assordante della guerra fosse sentito anche in Ucraina. È un po’ questo il senso dell’offensiva scatenata dalla Russia (dopo la provocazione del presidente georgiano, Mikhail Saakashvili, che, è giusto ricordarlo, ha premuto il grilletto contro l’Ossezia del sud) per non ritrovarsi la Nato sul cortile di casa. Un occhio alla cartina: la piccola Georgia a sud e la grande Ucraina a ovest. Il ritrovato potere economico della Russia, grazie agli introiti derivanti dall’impennata dei prezzi delle materie prime energetiche, ha fatto (ri)scoprire a Vladimir Putin e al suo protetto Dmitri Medvedev l’orgoglio nazionalista con relativa esibizione dei muscoli militari.
Ma se la Georgia non arriva ai 5 milioni di abitanti, l’Ucraina sfiora i 50 milioni e potrebbe diventare di fatto il vero oggetto del contendere di un’area che, dopo due rivoluzioni pacifiche, appoggiate neanche tanto silenziosamente dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, sta per diventare la polveriera del globo. Già l’anno scorso, con la chiusura dei rubinetti del gas a Kiev, la Russia aveva fatto chiaramente intendere che non tollerava l’uscita dell’Ucraina dalla propria sfera di influenza. Ricordando che a Sebastoboli, in Crimea, c’è ancora una forte presenza militare della marina russa, la scintilla tipo Ossezia del sud potrebbe scatenare l’inferno da un momento all’altro.
E che qualcosa di particolare stia succedendo in Ucraina lo si capisce dalle tensioni politiche che da mesi sconvolgono la Rada, il parlamento di Kiev. Sarà un caso, ma alla fine dell’anno scorso anche in Georgia il presidente Saakashvili venne prese di mira dall’oposizione interna, tanto da indurlo a dichiarare lo stato di emergenza e ad autorizzare la polizia a caricare la folla nella stessa piazza dove 4 anni prima c’era stata la rivoluzione delle rose. Insomma, il sospetto è forte: la Russia sta cercando di influenzare gli esponenti politici locali per sostenere candidati meno pro occidente e più filo Mosca.
A Kiev nel 2004 la rivoluzione arancione venne firmata da Viktor Yushenko (che venne anche avvelenato e rischiò di fare la stessa fine di Litvinenko) e Yulia Timoshenko. Furono loro che denunciarono i brogli con cui Viktor Yanukovich, sostenuto dalla Russia, era andato al potere. La rivoluzione arancione permise ai due di ribaltare i lgoverno e di partire con una politica filo-occidentale che portò alla richiesta di ammissione alla Nato. Ma l’alleanza durò poco: le rivalità esplosero subito e, tra una cosa e l’altra, in questi quattro anni si sono già tenute due elezioni parlamentari anticipate. E, a giudicare da quello che sta succedendo in questi giorni, una terza è alle porte.
«La tensione, in atto da giorni - la segreteria di Yushenko aveva anche accusato di alto tradimento la bella Yulia per un asserito lassismo nei confronti di Mosca, dopo l’intervento armato in Georgia - ha raggiunto il culmine dopo che il parlamento ha varato una serie di misure restrittive dei poteri presidenziali - scrive Beatrice Ottaviano dell’Ansa - togliendogli la piena competenza sui ministri di esteri e difesa, e provvedimenti per facilitare eventuali procedure di impeachment. Iushenko ha accusato la scomoda alleata di avere «di fatto formato un’altra coalizione», votando con le opposizioni del Partito delle regioni (che fa capo all’ex premier filo-russo Viktor Yanukovich) e i comunisti di Piotr Simonenko. "È un golpe bianco", ha detto il presidente, avvalendosi delle sue prerogative per esigere la formazione di una nuova coalizione entro i 30 giorni sanciti dalla Costituzione, minacciando in caso contrario lo scioglimento della Rada e annunciando il veto sui provvedimenti sgraditi. Il presidente ha ottenuto dal suo partito Nostra Ucraina un risicato avallo (39 sì su 72) sull’uscita dalla coalizione di maggioranza e dal governo. Timoshenko ha ribadito ritorcendo le accuse dell’ex compagno di lotta nella rivoluzione arancione del 2004. "Il presidente e la sua segreteria non hanno disdegnato alcun mezzo per indebolire la coalizione democratica - ha detto in una riunione del governo boicottata dai ministri pro-Yushenko - è deplorevole che il presidente prenda posizioni irresponsabili. La coalizione è stata rotta su sua disposizione"».
Il presidente Yushenko e lo ha detto chiaramente in un’intervista concessa al Financial Times: dietro la crisi politica in Ucraina, c’è la mano della Russia. Pur non nominando mai apertamente la Russia, il riferimento è evidente. «La crisi attuale del governo non è un prodotto solamente ucraino», ha detto il presidente puntando il dito contro l'ex-alleata, ora premier, Yulia Timoshenko, rea a suo dire di aver concordato la crisi con «forze estere».
«Il partito presidenziale Nostra Ucraina - ricorda ApCom - nei giorni scorsi ha annunciato la fuoruscita dalla coalizione, accusando il Blocco Yulia Timoshenko di essere scesa a patti direttamente con Mosca e con i filo-russi del Partito delle Regioni in vista delle presidenziali del 2010. Il parlamento con l'aiuto decisivo dell'ex-premier Viktor Yanukovich ha approvato norme che limitano le prerogative del presidente a favore del premier, facendo gridare «al golpe» Yushchenko».
«Nonostante la crisi - sottolinea il presidente - l'Ucraina continuerà nel suo percorso verso l'integrazione nell'Ue e nella Nato. La crisi potrebbe provocare solamente un minimo ritardo nel raggiungimento degli obiettivi».
Il conflitto in Georgia tra Tbilisi e Mosca ha dimostrato secondo Yushchenko «quanto facilmente potrebbe essere coinvolta anche l'Ucraina in un conflitto» a causa della Crimea, regione strategica militarmente e con una forte minoranza russa. E per questo invoca l’accettazione Nato.
domenica 7 settembre 2008
Football, not war
Non è stata una partita di calcio come le altre. E a dire la verità i giornali non se ne sono occupati come avrebbero dovuto. Russia-Georgia 4-0, valevole per le qualificazioni agli Europei Under 21, è stata giocata a Minsk, in Bielorossia. Che si sia giocata, è già una notizia. Questo il resoconto su Russia Today.
sabato 6 settembre 2008
Baruffe ministeriali
LA POLEMICA. Il presidente dell’Ascom di Vicenza risponde alla proposta lanciata dal politico leghista di comprare dagli imprenditori agricoli
«Zaia? Solo fumo negli occhi»
Marino Smiderle
VICENZA
«Il ministro Zaia ha scelto la strada peggiore per affrontare una questione di estrema importanza. Non è infatti demonizzando la categoria dei commercianti e proponendo al consumatore di rivolgersi direttamente ai produttori agricoli che si risolve il problema della crisi dei prezzi che sta attanagliando l'Italia e mettendo in serie difficoltà le famiglie».
Sergio Rebecca, vicepresidente nazionale della Confcommercio e responsabile della associazione di Vicenza, che con oltre 12 mila associati è tra le più importanti d'Italia, spara ad alzo zero sul ministro per le politiche agricole, Luca Zaia. A Rebecca, e ai commercianti in genere, non è piaciuto l’invito del ministro ai consumatori di rivolgersi direttamente agli agricoltori, saltando il negozio.
«Con questa proposta Zaia non fa nè gli interessi dei coltivatori diretti, nè quelli dei commercianti, una categoria importante e vitale per l'economia nazionale; meno che meno gli interessi dei consumatori. L'iniziativa del ministro è soltanto fumo negli occhi, demagogia a buon mercato. Rappresenta una scorciatoia che aggrava i problemi, anziché risolverli».
Che però la gente sia alle prese con un problema di aumenti di prezzo di molti generi alimentari è un fatto sotto gli occhi di tutti. E Zaia ha indicato una soluzione che, in apparenza, è molto popolare. «Tempo perso - replica Rebecca - come illusorio è proporre di fare la spesa dai contadini, una scorciatoia che mette tutti in difficoltà: gli agricoltori, chiamati a fare un lavoro che non è il loro, oltre tutto senza alcun obbligo del rispetto di norme che invece i commercianti sono chiamati ad osservare, sia fiscali che igieniche che sulla qualità ed origine dei prodotti; i commercianti, che vedono ingiustamente penalizzata la loro attività in un momento nel quale invece, è assolutamente importante agire con trasparenza, professionalità, serietà, rispetto delle regole, sicurezza. Ma anche i consumatori vengono penalizzati: chi li protegge da un aumento ingiustificato dei prezzi all'origine? Chi potrà controllare che ciò non avvenga?».
Il ministro, però, ha spiegato che non ce l’aveva tanto con i commercianti, quanto piuttosto con le multinazionali. «Zaia, che a onor del vero ha sempre goduto della nostra stima e considerazione - aggiunge Rebecca - ha ragione a voler contrastare le multinazionali dell'ingrosso agroalimentare ma questa volta, prendendo la scorciatoia di una sterile contrapposizione fra categorie, ha sbagliato clamorosamente strada».
E qual è allora la strada giusta per l’Ascom vicentina? «Il ministro - risponde - esamini con attenzione il servizio offerto dai nostri associati e si renderà conto che la storia della "filiera lunga" è spesso montata ad arte. Tenga presente che negli ultimi sei mesi hanno chiuso 15.000 negozi in più rispetto all'anno scorso e che nei primi cinque mesi del 2008 c'è stata una flessione dei consumi di quasi il 2%. Convochi piuttosto tutti i soggetti interessati per un confronto serio alla ricerca di soluzioni percorribili».
«I nemici vanno trovati nelle multinazionali»
Contro il caro prezzi, latte alla spina nei parcheggi dei supermercati e consumatori direttamente nelle aziende agricole, per accorciare i passaggi della filiera. E' questo il succo dell’intervento del ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, a Sky Tg24. «I farmer market, i mercatini gestiti direttamente dagli imprenditori agricoli, possono costituire una grande risposta alla speculazione - ha spiegato -. Il latte viene pagato in azienda 0,40 centesimi al litro e venduto alla grande distribuzione a un euro e 70, un euro e 80».
Il prezzo, dunque, potrebbe essere inferiore se fosse venduto direttamente alla spina. Di qui la proposta di Zaia ai grandi produttori di dare ospitalità ai distributori di latte alla spina nei parcheggi dei supermercati.
«Un'altra proposta riguarda i supermercati - annuncia Zaia - potrebbero vendere alcuni prodotti low cost, in pacchi formato famiglia. Ma si deve trattare - ha sottolineato - di prodotti italiani per difendere la nostra produzione di qualità».
Zaia ha poi sottolineato la necessità di «salvare il nostro modello agricolo e di difendere le nostre produzioni con i dazi».
Qualche giorno dopo, in seguito alle reazioni dure dei commercianti italiani, Zaia ha precisato: «Io non ho mai attaccato i commercianti italiani - ha detto in un’intervista al quotidiano leghista La Padania -. Ho detto che i veri nemici vanno individuati nelle grosse multinazionali che fanno il bello e il brutto tempo determinando a priori certi prezzi. E il l’ho sempre detto che l’unica multinazionale che difendo è quella dei nostri agricoltori».
«Zaia? Solo fumo negli occhi»
Marino Smiderle
VICENZA
«Il ministro Zaia ha scelto la strada peggiore per affrontare una questione di estrema importanza. Non è infatti demonizzando la categoria dei commercianti e proponendo al consumatore di rivolgersi direttamente ai produttori agricoli che si risolve il problema della crisi dei prezzi che sta attanagliando l'Italia e mettendo in serie difficoltà le famiglie».
Sergio Rebecca, vicepresidente nazionale della Confcommercio e responsabile della associazione di Vicenza, che con oltre 12 mila associati è tra le più importanti d'Italia, spara ad alzo zero sul ministro per le politiche agricole, Luca Zaia. A Rebecca, e ai commercianti in genere, non è piaciuto l’invito del ministro ai consumatori di rivolgersi direttamente agli agricoltori, saltando il negozio.
«Con questa proposta Zaia non fa nè gli interessi dei coltivatori diretti, nè quelli dei commercianti, una categoria importante e vitale per l'economia nazionale; meno che meno gli interessi dei consumatori. L'iniziativa del ministro è soltanto fumo negli occhi, demagogia a buon mercato. Rappresenta una scorciatoia che aggrava i problemi, anziché risolverli».
Che però la gente sia alle prese con un problema di aumenti di prezzo di molti generi alimentari è un fatto sotto gli occhi di tutti. E Zaia ha indicato una soluzione che, in apparenza, è molto popolare. «Tempo perso - replica Rebecca - come illusorio è proporre di fare la spesa dai contadini, una scorciatoia che mette tutti in difficoltà: gli agricoltori, chiamati a fare un lavoro che non è il loro, oltre tutto senza alcun obbligo del rispetto di norme che invece i commercianti sono chiamati ad osservare, sia fiscali che igieniche che sulla qualità ed origine dei prodotti; i commercianti, che vedono ingiustamente penalizzata la loro attività in un momento nel quale invece, è assolutamente importante agire con trasparenza, professionalità, serietà, rispetto delle regole, sicurezza. Ma anche i consumatori vengono penalizzati: chi li protegge da un aumento ingiustificato dei prezzi all'origine? Chi potrà controllare che ciò non avvenga?».
Il ministro, però, ha spiegato che non ce l’aveva tanto con i commercianti, quanto piuttosto con le multinazionali. «Zaia, che a onor del vero ha sempre goduto della nostra stima e considerazione - aggiunge Rebecca - ha ragione a voler contrastare le multinazionali dell'ingrosso agroalimentare ma questa volta, prendendo la scorciatoia di una sterile contrapposizione fra categorie, ha sbagliato clamorosamente strada».
E qual è allora la strada giusta per l’Ascom vicentina? «Il ministro - risponde - esamini con attenzione il servizio offerto dai nostri associati e si renderà conto che la storia della "filiera lunga" è spesso montata ad arte. Tenga presente che negli ultimi sei mesi hanno chiuso 15.000 negozi in più rispetto all'anno scorso e che nei primi cinque mesi del 2008 c'è stata una flessione dei consumi di quasi il 2%. Convochi piuttosto tutti i soggetti interessati per un confronto serio alla ricerca di soluzioni percorribili».
«I nemici vanno trovati nelle multinazionali»
Contro il caro prezzi, latte alla spina nei parcheggi dei supermercati e consumatori direttamente nelle aziende agricole, per accorciare i passaggi della filiera. E' questo il succo dell’intervento del ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, a Sky Tg24. «I farmer market, i mercatini gestiti direttamente dagli imprenditori agricoli, possono costituire una grande risposta alla speculazione - ha spiegato -. Il latte viene pagato in azienda 0,40 centesimi al litro e venduto alla grande distribuzione a un euro e 70, un euro e 80».
Il prezzo, dunque, potrebbe essere inferiore se fosse venduto direttamente alla spina. Di qui la proposta di Zaia ai grandi produttori di dare ospitalità ai distributori di latte alla spina nei parcheggi dei supermercati.
«Un'altra proposta riguarda i supermercati - annuncia Zaia - potrebbero vendere alcuni prodotti low cost, in pacchi formato famiglia. Ma si deve trattare - ha sottolineato - di prodotti italiani per difendere la nostra produzione di qualità».
Zaia ha poi sottolineato la necessità di «salvare il nostro modello agricolo e di difendere le nostre produzioni con i dazi».
Qualche giorno dopo, in seguito alle reazioni dure dei commercianti italiani, Zaia ha precisato: «Io non ho mai attaccato i commercianti italiani - ha detto in un’intervista al quotidiano leghista La Padania -. Ho detto che i veri nemici vanno individuati nelle grosse multinazionali che fanno il bello e il brutto tempo determinando a priori certi prezzi. E il l’ho sempre detto che l’unica multinazionale che difendo è quella dei nostri agricoltori».
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