IMPRESE. L’azienda bassanese che produce motori elettrici ad Arsiè affronta la crisi globale ampliando la dimensione
Eme si allarga a Rimini
Acquisito il 100% di Ceg
Marino Smiderle
BASSANO
Della serie, imprese che investono in momenti di crisi. Tu prendi, per esempio, la Eme di Bassano del Grappa. O meglio, la Eme che si divide tra Bassano del Grappa (sede amministrativa) e Arsiè (sede produttiva). «Ma noi siamo bassanesi e iscritti a Confindustria Vicenza - tiene a sottolineare Armando Donazzan, giovane presidente dell’azienda fondata dal padre Leone nel 1971 col nome di Eld - anche se ormai non ha più senso di parlare di confini territoriali».
Già, specie dopo l’ultima acquisizione, formalizzata poche settimane fa, che ha visto la Eme di Donazzan diventare proprietaria al 100 per 100 della Ceg di San Mauro Pascoli (Rimini). Eme è una società specializzata nella produzione di motori elettrici asincroni monofasi e trifasi. «Siamo un’azienda piccola - osserva Donazzan - ma proprio per questo riusciamo a soddisfare il cliente in maniera quasi personalizzata. Io dico che siamo una specie di sartoria del motore asincrono: tu mi dici che tipo di motore vuoi e io te lo ritaglio su misura. La nostra elasticità ci permette di far fronte alle esigenze particolari. Con l’acquisizione di Ceg riusciamo ad ampliare la gamma. Sì, perché le due aziende sono complementari e per questo crediamo molto nell’investimento fatto».
Il nuovo gruppo che vien fuori dopo questa acquisizione comincia ad avere una dimensione di tutto rispetto. Dal punto di vista produttivo, Eme adesso ha tre stabilimenti, visto che a quelli di Arsiè e dell’Ungheria si è aggiunto quello della Ceg di San Mauro Pascoli. Il fatturato complessivo passa da 35 a 57 milioni di euro, con circa 340 dipendenti.
Oltre che esempio di impresa che investe in momenti di crisi, Eme è anche un esempio in materia di passaggio generazionale. «Nel 1998 - spiega Armando Donazzan - c’è stata una sorta di family buy out, per usare una terminologia finanziaria, e io ho raccolto il testimone di mio padre Leone».
L’avventura di Eld (ora Eme) comincia nei primi anni 70 come azienda di impianti elettrici. È alla fine degli anni 80 che la strategia tecnico-produttiva si sposta verso il mercato della componentistica. Poi, alla fine degli anni 90, ecco l’ingresso di Armando Donazzan che, attento pianificatore di politiche finanziarie, spinge molto nella ricerca, nell’innovazione, nella formazione.
Non si tratta di slogan ma di convinzione, verrebbe da dire, filosofica: i numeri gli danno ragione e il padre, tuttora residente a Pove del Grappa e con più di un occhio sull’azienda di famiglia, apprezza la sterzata imposta dal figlio. Chissà se il fondatore avrebbe fatto un investimento così importante in tempi di magra come questi. «Io credo che ognuno debba seguire il proprio istinto imprenditoriale - risponde Armando Donazzan - ed è difficile paragonare periodi diversi. Negli ultimi anni è cambiato molto il modo di fare business. Io ho 37 anni e porto la mia esperienza, anche se i consigli di mio padre sono sempre preziosi. In ogni caso, credo che i risultati stiano dimostrando che le scelte fatte sono state corrette. L’investimento di adesso? Lo so, sembra molto rischioso. In realtà questi sono i tempi migliori per investire».
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martedì 28 ottobre 2008
lunedì 27 ottobre 2008
Let's go
PORTAFOGLIO
Perché lasciamo far soldi
solo agli speculatori?
A volte conviene imitarli
di Marino Smiderle
Come si dice in questi casi, le affermazioni che seguono non devono essere interpretate come consigli per gli acquisti. E rappresentano solo le opinioni di chi scrive. Insomma, date ascolto a chi dice che conviene stare lontani dalla Borsa e mettere i soldi sotto il materasso, in modo da poter dormire sonni tranquilli. Chi scrive la pensa in maniera diametralmente opposta, ma siccome fa parte di una sparuta minoranza, prendete con beneficio d’inventario le seguenti elucubrazioni.
SPECULAZIONE
Dall’inizio dell’anno la Borsa di Milano (e quelle del resto del mondo non si sono comportate in maniera molto diversa) ha perso la metà del suo valore. Per essere più precisi, l’indice Msci ha misurato nel 47 per cento la perdita delle Borse mondiali da gennaio a oggi. Tokyo è ai minimi dell’ultimo quarto di secolo, per citare un esempio eclatante. Dire panic selling è dire poco. Siamo alla frutta. L’unica consolazione, si fa per dire, è che la stragrande maggioranza dei piccoli risparmiatori ha già abbandonato la nave e, fondi pensione a parte, non temono neanche più ripercussioni sul proprio portafogli finanziario. Le voragini sono già state archiviate. Il punto è che chi speculava (e guadagnava) prima, specula (e guadagna) anche adesso. Per questo, considerata la volatilità folle che contraddistingue i listini in questo periodo (a Wall Street da un mese in qua si passa quotidianamente da più 4 a meno 4 per cento come ridere), uno che ha un po’ di tempo a disposizione e, ovviamente, una certa dimestichezza con i mercati finanziari e con internet, dovrebbe approfittarne.
TASSI
Un motivo per tutti: i tassi d’interesse. Per l’effetto flight to quality (cioè trasmigrazione dei soldi verso impieghi qualitativamente più sicuri), i tassi d’interesse dei Btp decennali sono scesi al 4,7 per cento, mentre i Bund tedeschi addirittura al 3,7 per cento. Per non parlare del Treasury trentennali americani, precipitati al 3,88 per cento, lo stesso livello raggiunto durante la guerra del Vietnam. Traducendo: per prendere il 3-4 per cento all’anno un risparmiatore adesso è disposto a vincolare i propri soldi dieci anni. Quando a Wall Street, con un colpo di clic azzeccato, il 4 per cento si porta a casa in cinque minuti.
INVESTIMENTO
Dice, ma quel 4 per cento, così come in cinque minuti lo puoi portare a casa, nello stesso tempo lo puoi perdere. Obiezione accolta, a patto che a questa osservazione venga aggiunto un avverbio: potenzialmente. Sì, perché in Borsa si guadagna o si perde solo quando l’operazione è conclusa. Cioè: la mia performance dell’investimento azionaria potrà essere calcolata solamente quando avrò venduto le azioni e/o percepito gli eventuali dividendi. Ecco allora che, per i fortunati possessori di una certa dose di liquidità in eccesso (dal 10 al 30 per cento del proprio capitale totale, a seconda della propensione al rischio), oltre che di una minima competenza della materia, queste oscillazioni offrono il destro di variare l’approccio alle Borse a seconda dell’andamento: se compro un’azione e dopo pochi minuti, o pochi giorni, guadagno il 5-10 per cento, la rivendo e mi unisco così alla schiera degli speculatori; se invece quella stessa azione (e parliamo di blue chip, roba che in tempi normali sarebbe considerata esclusiva dei cassettisti) perde il 5-10 per cento, me la tengo lì in attesa della riscossa, adottando così un ragionamento da investitore.
I RISCHI
Dice anche: nessuno sa se il fondo è già stato raggiunto. E chi se ne frega, verrebbe da dire. Se a chi ha in portafoglio Unicredit a 7 euro e mezzo viene detto di portare pazienza e di considerare gli effetti dell’aumento di capitale, perché mai si dovrebbe preoccupare chi ha comprato le stesse azioni a 1,8 venerdì se oggi, per esempio, dovessero scendere a 1,7? In un’ottica da investitore (di medio periodo), questa è una buona occasione per entrare nel mercato. Recessione, depressione, credit crunch sono tutte cose vere e drammatiche. Ma non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che una crisi scuote il mondo. Se ne uscirà, magari tra anni, anche stavolta. A meno che non pensiate alla fine del mondo, nel qual caso il vostro gruzzoletto messo da parte servirà comunque a poco.
Perché lasciamo far soldi
solo agli speculatori?
A volte conviene imitarli
di Marino Smiderle
Come si dice in questi casi, le affermazioni che seguono non devono essere interpretate come consigli per gli acquisti. E rappresentano solo le opinioni di chi scrive. Insomma, date ascolto a chi dice che conviene stare lontani dalla Borsa e mettere i soldi sotto il materasso, in modo da poter dormire sonni tranquilli. Chi scrive la pensa in maniera diametralmente opposta, ma siccome fa parte di una sparuta minoranza, prendete con beneficio d’inventario le seguenti elucubrazioni.
SPECULAZIONE
Dall’inizio dell’anno la Borsa di Milano (e quelle del resto del mondo non si sono comportate in maniera molto diversa) ha perso la metà del suo valore. Per essere più precisi, l’indice Msci ha misurato nel 47 per cento la perdita delle Borse mondiali da gennaio a oggi. Tokyo è ai minimi dell’ultimo quarto di secolo, per citare un esempio eclatante. Dire panic selling è dire poco. Siamo alla frutta. L’unica consolazione, si fa per dire, è che la stragrande maggioranza dei piccoli risparmiatori ha già abbandonato la nave e, fondi pensione a parte, non temono neanche più ripercussioni sul proprio portafogli finanziario. Le voragini sono già state archiviate. Il punto è che chi speculava (e guadagnava) prima, specula (e guadagna) anche adesso. Per questo, considerata la volatilità folle che contraddistingue i listini in questo periodo (a Wall Street da un mese in qua si passa quotidianamente da più 4 a meno 4 per cento come ridere), uno che ha un po’ di tempo a disposizione e, ovviamente, una certa dimestichezza con i mercati finanziari e con internet, dovrebbe approfittarne.
TASSI
Un motivo per tutti: i tassi d’interesse. Per l’effetto flight to quality (cioè trasmigrazione dei soldi verso impieghi qualitativamente più sicuri), i tassi d’interesse dei Btp decennali sono scesi al 4,7 per cento, mentre i Bund tedeschi addirittura al 3,7 per cento. Per non parlare del Treasury trentennali americani, precipitati al 3,88 per cento, lo stesso livello raggiunto durante la guerra del Vietnam. Traducendo: per prendere il 3-4 per cento all’anno un risparmiatore adesso è disposto a vincolare i propri soldi dieci anni. Quando a Wall Street, con un colpo di clic azzeccato, il 4 per cento si porta a casa in cinque minuti.
INVESTIMENTO
Dice, ma quel 4 per cento, così come in cinque minuti lo puoi portare a casa, nello stesso tempo lo puoi perdere. Obiezione accolta, a patto che a questa osservazione venga aggiunto un avverbio: potenzialmente. Sì, perché in Borsa si guadagna o si perde solo quando l’operazione è conclusa. Cioè: la mia performance dell’investimento azionaria potrà essere calcolata solamente quando avrò venduto le azioni e/o percepito gli eventuali dividendi. Ecco allora che, per i fortunati possessori di una certa dose di liquidità in eccesso (dal 10 al 30 per cento del proprio capitale totale, a seconda della propensione al rischio), oltre che di una minima competenza della materia, queste oscillazioni offrono il destro di variare l’approccio alle Borse a seconda dell’andamento: se compro un’azione e dopo pochi minuti, o pochi giorni, guadagno il 5-10 per cento, la rivendo e mi unisco così alla schiera degli speculatori; se invece quella stessa azione (e parliamo di blue chip, roba che in tempi normali sarebbe considerata esclusiva dei cassettisti) perde il 5-10 per cento, me la tengo lì in attesa della riscossa, adottando così un ragionamento da investitore.
I RISCHI
Dice anche: nessuno sa se il fondo è già stato raggiunto. E chi se ne frega, verrebbe da dire. Se a chi ha in portafoglio Unicredit a 7 euro e mezzo viene detto di portare pazienza e di considerare gli effetti dell’aumento di capitale, perché mai si dovrebbe preoccupare chi ha comprato le stesse azioni a 1,8 venerdì se oggi, per esempio, dovessero scendere a 1,7? In un’ottica da investitore (di medio periodo), questa è una buona occasione per entrare nel mercato. Recessione, depressione, credit crunch sono tutte cose vere e drammatiche. Ma non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che una crisi scuote il mondo. Se ne uscirà, magari tra anni, anche stavolta. A meno che non pensiate alla fine del mondo, nel qual caso il vostro gruzzoletto messo da parte servirà comunque a poco.
La giravolta degli Obamacons
LE PRESIDENZIALI AMERICANE. Si sta profilando una rivoluzione reaganiana all’incontrario
Gli “Obamacons”
alla conquista della Casa Bianca
di Marino Smiderle
Mancano dieci giorni a Barack Obama per diventare il primo presidente di colore della storia degli Stati Uniti d’America. Ormai non ci sono più dubbi. I sondaggi hanno un margine tale da escludere ogni possibile e improbabile rimonta di John McCain, peraltro il candidato repubblicano migliore che il Grand Old Party potesse scegliere all’indomani di una presidenza Bush ritenuta la più impopolare di sempre.
Anche Christian Rocca, del Foglio, vicino alle posizioni dei neocon, dà per scontata la vittoria del candidato democratico. Di più, l’affermazione del senatore dell’Illinois potrebbe assumere le dimensioni della valanga. Ad accreditare questa possibilità ci sono, più che gli scontati endorsement arrivati dalla stampa americana, New York Times (quotidiano negli ultimi 40 anni che si è sempre schierato col candidato democratico), le dichiarazioni di appoggio arrivate da autorevoli esponenti conservatori, area neocon. È la carica degli Obamacons, come sono stati prontamente ribattezzati dai media americani. Ah, per inciso, sono ben 27 i quotidiani che, dopo aver appoggiato George W. Bush nel 2004, adesso hanno cambiato cavallo e partito.
D’accordo, i giornali non spostano un voto (sennò Bush non sarebbe mai stato eletto), però è un segno che la diaspora elettorale è in pieno svolgimento e a pagare il conto sarà forse il meno colpevole di tutto, quel John McCain che durante l’era Bush è stato il repubblicano meno vicino al presidente.
Ma il fenomeno del momento restano gli Obamacons, che a guardar bene altro non sono che delle imitazioni del figliol prodigo, a testimonianza che il movimento neocon di questo avvio di millennio (con radici ben affondate negli anni 80 dell’edonismo reaganiano, per la verità) aveva una base ideologica, se così si può dire, di sinistra. Dai reagan-democrats, stufi di leader democratici senza idee e affascinati prima dal liberismo di Reagan, ai neocon, stregati dall’afflato rivoluzionario (esportare la democrazia) del programma di Bush, il filo conduttore è stato chiaro. Ora però sembra siano tutti tornati all’ovile democratico.
«Il gruppo di Obamacons - ha scritto Rocca sul Foglio - non è omogeneo e non costituisce un movimento ideologicamente rilevante: ci sono liberisti, paleocon, neocon, cattolici, falchi, colombe, pro e contro Bush. McCain non è diventato improvvisamente incapace, ha scritto Michael Gerson sul Washington Post, né ha perso il suo carisma, è stato semplicemente vittima di un agguato della storia: la crisi finanziaria di fine settembre. Andrew Sullivan, blogger dell’Atlantic Monthly, è stato il primo, anche se aveva già saltato il fosso nel 2004, quando si era schierato con John Kerry. Fanno parte del gruppo il professore Andrew Bacevich, a causa della guerra in Iraq; l’ex consigliere legale di Ronald Reagan, Doug Kmiec; il consigliere economico liberista di Reagan e Bush senior, Bruce Bartlett; il figlio di Milton Friedman, David, convinto che Obama sia il più adatto a seguire le teorie economiche del padre; e Susan Eisenhower, la figlia nipote del presidente Dwight Eisenhower. In questi ultimi giorni di campagna elettorale, mentre l’anziano eroe McCain scivola nei sondaggi senza sapere bene per quale motivo – se non per la sfortuna di essere stato travolto dalla crisi di Wall Street – la tendenza è diventata una valanga. Christopher Hitchens, che non è un conservatore, ma uno di sinistra che negli ultimi sei o sette anni è stato tra i più vivaci sostenitori della dottrina Bush contro l’islamofascismo e della guerra per liberare l’Iraq, ha scritto su Slate che voterà Obama, anche se lo reputa “altamente sopravvalutato”».
Se anche i guru del neoconservatorismo passano con Obama, si capisce come a McCain rimanga ben poco a cui aggrapparsi. Oltre a Joe the Plumber, gli resta la destra religiosa "catturata" da Sarah Palin. «La rivolta degli intellettuali - scrive The Economist - coincide con una migrazione di voti da elettori culturalmente conservatori - particolarmente dalla working class di bianchi - verso Obamaland. Obama in questo momento sta pareggiando i consensi, o addirittura passando in vantaggio nelle categorie ondeggianti come i cattolici e, appunto, la working class bianca. Un recente sondaggio commissionato dal Washington Post e dall’Abc ha rivelato che il 22 per cento di elettori che si definiscono conservatori ha scelto di votare per Obama, la proporzione più alta di tutti i candidati democratici dal 1980 in qua».
«Si sta verificando una rivoluzione reaganiana all’incontrario?», si chiede allora il settimanale britannico. Reagan, come si sa, dopo aver attirato su di sè le peggiori critiche durante i suoi otto anni, è diventato uno dei presidente più amati e apprezzati della storia, anche perché riuscì a "rubare" molti elettori democratici. Succederà lo stesso, con una trasmigrazione di voti dai repubblicani ai democratici, con Obama? «Molto dipenderà - scrive The Economist - da come Obama governerà se risulterà vincitore e da come si comporteranno i repubblicani se perderanno. Obama sta parlando di un’amministrazione tutta composta da talenti. Ha promesso di prendere sul serio le ansie dei cosiddetti Reagan democrats. Dal canto loro, i repubblicani duri e puri stanno trattando il travaglio del proprio partito in maniera pessima, rifugiandosi nel più trito populismo e denunciando gli Obamacons come topi che stanno abbandonando la nave che affonda. Se il partito repubblicano continuerà a pensare che il problema sono i topi, piuttosto che la tenuta della nave, allora gli Obamacons sono destinati a recitare un ruolo decisivo per il futuro degli Stati Uniti».
Gli “Obamacons”
alla conquista della Casa Bianca
di Marino Smiderle
Mancano dieci giorni a Barack Obama per diventare il primo presidente di colore della storia degli Stati Uniti d’America. Ormai non ci sono più dubbi. I sondaggi hanno un margine tale da escludere ogni possibile e improbabile rimonta di John McCain, peraltro il candidato repubblicano migliore che il Grand Old Party potesse scegliere all’indomani di una presidenza Bush ritenuta la più impopolare di sempre.
Anche Christian Rocca, del Foglio, vicino alle posizioni dei neocon, dà per scontata la vittoria del candidato democratico. Di più, l’affermazione del senatore dell’Illinois potrebbe assumere le dimensioni della valanga. Ad accreditare questa possibilità ci sono, più che gli scontati endorsement arrivati dalla stampa americana, New York Times (quotidiano negli ultimi 40 anni che si è sempre schierato col candidato democratico), le dichiarazioni di appoggio arrivate da autorevoli esponenti conservatori, area neocon. È la carica degli Obamacons, come sono stati prontamente ribattezzati dai media americani. Ah, per inciso, sono ben 27 i quotidiani che, dopo aver appoggiato George W. Bush nel 2004, adesso hanno cambiato cavallo e partito.
D’accordo, i giornali non spostano un voto (sennò Bush non sarebbe mai stato eletto), però è un segno che la diaspora elettorale è in pieno svolgimento e a pagare il conto sarà forse il meno colpevole di tutto, quel John McCain che durante l’era Bush è stato il repubblicano meno vicino al presidente.
Ma il fenomeno del momento restano gli Obamacons, che a guardar bene altro non sono che delle imitazioni del figliol prodigo, a testimonianza che il movimento neocon di questo avvio di millennio (con radici ben affondate negli anni 80 dell’edonismo reaganiano, per la verità) aveva una base ideologica, se così si può dire, di sinistra. Dai reagan-democrats, stufi di leader democratici senza idee e affascinati prima dal liberismo di Reagan, ai neocon, stregati dall’afflato rivoluzionario (esportare la democrazia) del programma di Bush, il filo conduttore è stato chiaro. Ora però sembra siano tutti tornati all’ovile democratico.
«Il gruppo di Obamacons - ha scritto Rocca sul Foglio - non è omogeneo e non costituisce un movimento ideologicamente rilevante: ci sono liberisti, paleocon, neocon, cattolici, falchi, colombe, pro e contro Bush. McCain non è diventato improvvisamente incapace, ha scritto Michael Gerson sul Washington Post, né ha perso il suo carisma, è stato semplicemente vittima di un agguato della storia: la crisi finanziaria di fine settembre. Andrew Sullivan, blogger dell’Atlantic Monthly, è stato il primo, anche se aveva già saltato il fosso nel 2004, quando si era schierato con John Kerry. Fanno parte del gruppo il professore Andrew Bacevich, a causa della guerra in Iraq; l’ex consigliere legale di Ronald Reagan, Doug Kmiec; il consigliere economico liberista di Reagan e Bush senior, Bruce Bartlett; il figlio di Milton Friedman, David, convinto che Obama sia il più adatto a seguire le teorie economiche del padre; e Susan Eisenhower, la figlia nipote del presidente Dwight Eisenhower. In questi ultimi giorni di campagna elettorale, mentre l’anziano eroe McCain scivola nei sondaggi senza sapere bene per quale motivo – se non per la sfortuna di essere stato travolto dalla crisi di Wall Street – la tendenza è diventata una valanga. Christopher Hitchens, che non è un conservatore, ma uno di sinistra che negli ultimi sei o sette anni è stato tra i più vivaci sostenitori della dottrina Bush contro l’islamofascismo e della guerra per liberare l’Iraq, ha scritto su Slate che voterà Obama, anche se lo reputa “altamente sopravvalutato”».
Se anche i guru del neoconservatorismo passano con Obama, si capisce come a McCain rimanga ben poco a cui aggrapparsi. Oltre a Joe the Plumber, gli resta la destra religiosa "catturata" da Sarah Palin. «La rivolta degli intellettuali - scrive The Economist - coincide con una migrazione di voti da elettori culturalmente conservatori - particolarmente dalla working class di bianchi - verso Obamaland. Obama in questo momento sta pareggiando i consensi, o addirittura passando in vantaggio nelle categorie ondeggianti come i cattolici e, appunto, la working class bianca. Un recente sondaggio commissionato dal Washington Post e dall’Abc ha rivelato che il 22 per cento di elettori che si definiscono conservatori ha scelto di votare per Obama, la proporzione più alta di tutti i candidati democratici dal 1980 in qua».
«Si sta verificando una rivoluzione reaganiana all’incontrario?», si chiede allora il settimanale britannico. Reagan, come si sa, dopo aver attirato su di sè le peggiori critiche durante i suoi otto anni, è diventato uno dei presidente più amati e apprezzati della storia, anche perché riuscì a "rubare" molti elettori democratici. Succederà lo stesso, con una trasmigrazione di voti dai repubblicani ai democratici, con Obama? «Molto dipenderà - scrive The Economist - da come Obama governerà se risulterà vincitore e da come si comporteranno i repubblicani se perderanno. Obama sta parlando di un’amministrazione tutta composta da talenti. Ha promesso di prendere sul serio le ansie dei cosiddetti Reagan democrats. Dal canto loro, i repubblicani duri e puri stanno trattando il travaglio del proprio partito in maniera pessima, rifugiandosi nel più trito populismo e denunciando gli Obamacons come topi che stanno abbandonando la nave che affonda. Se il partito repubblicano continuerà a pensare che il problema sono i topi, piuttosto che la tenuta della nave, allora gli Obamacons sono destinati a recitare un ruolo decisivo per il futuro degli Stati Uniti».
domenica 26 ottobre 2008
Chi sfida la crisi
IMPRESE. Inaugurato ieri il nuovo stabilimento dell’azienda di Torri di Quartesolo che produce stampi progressivi e minuteria metallica
La Galvanin investe 12 mln
e sfida la crisi
Marino Smiderle
TORRI DI QUARTESOLO
Scendi dall’auto con ancora nelle orecchie i notiziari di Borsa che intonano il de profundis della recessione e ti trovi davanti una famiglia di imprenditori che investe 12 milioni di euro in questo futuro dipinto a tinte fosche. Ma chi ha ragione? Il mercato finanziario che brucia miliardi di carta o il piccolo imprenditore che investe e ingrandisce la propria azienda? Monica Galvanin, presidente della Galvanin Luigi spa di Torri di Quartesolo, non ha dubbi: «Ho ragione io - dice - perché questa perché questa è una crisi che, in realtà, era già esplosa un paio di anni fa. Ora assistiamo alle deflagrazioni finanziarie ma io sono convinta che questo sia il momento più indicato per investire».
Quella di ieri è stata una giornata speciale per l’azienda di Torri. I fratelli Monica e Nicola Galvanin hanno aperto le porte del nuovo stabilimento di via Longare a imprenditori e istituzioni. E, in ossequio al ruolo istituzionale ricoperto dalla stessa Monica Galvanin, che è presidente regionale di Confapi Veneto, nel cuore della fabbrica è stato pure tenuto un convegno, con l’assessore regionale al lavoro Elena Donazzan, il presidente nazionale di Confapi, Paolo Grassi, e il prof. Paolo Bariani, dell’Università di Padova.
Questa è un’impresa nata 40 anni fa come società metalmeccanica per diventare una delle più dinamiche realtà nella produzione di stampi progressivi, minuteria metallica e, più in genere, quello che ha a che fare con la fornitura di servizi tecnici industriali. Due numeri, tanto per dare un’idea: il fatturato del 2007 si è chiuso a quota 26 milioni di euro, con una crescita del 40 per cento rispetto all’anno precedente. Quello di quest’anno, invece, raggiungerà quota 28 milioni. Il tutto tenendo conto che ci sono circa 110 dipendenti, in crescita del 40 per cento nell’ultimo biennio.
«In pochi anni - osserva Monica Galvanin - ci siamo posizionati a un livello di terziario avanzato, con clienti del calibro di Philips, Askoll e Borgwarner. Ma la caratteristica che ci contraddistingue è la ricerca continua, assicurata da una struttura come GalvaninLab, che abbiamo avviato in concomitanza con il trasferimento dell’azienda in questa nuova sede».
La domanda sorge spontanea: chi ha tirato fuori i 12 milioni di euro necessari per far fronte a questo investimento? I tempi sono quelli che sono e le banche, piuttosto che tirarli fuori, i soldi li tirano dentro. «Noi abbiamo esposto il nostro progetto a quattro banche - rivela Monica Galvanin -. Quelle italiane ci hanno fatto un sacco di problemi mentre Fortis (il gruppo belga recentemente soccorso dai governi di Belgio e Olanda, ndr) l’ha condiviso subito e ci ha dato i finanziamenti e la fiducia».
Non è tutto. Il programma della Luigi Galvanin spa prevede, entro il 2010-2011, anche la quotazione in Borsa. Chi glielo fa fare, in questo momento di debacle dei mercati azionari? «A Nord Est abbiamo un’avversione istintiva all’ingresso di nuovi soci nel capitale delle nostre aziende - risponde la Galvanin - ma io credo che sia una mentalità sbagliata. Dobbiamo cercare di svilupparci e per farlo abbiamo bisogno di tutti. Non è il momento? Io credo invece che questo sia il momento più indicato».
La tormenta sui mercati globali prosegue. Torri, evidentemente è un mondo a parte.
La Galvanin investe 12 mln
e sfida la crisi
Marino Smiderle
TORRI DI QUARTESOLO
Scendi dall’auto con ancora nelle orecchie i notiziari di Borsa che intonano il de profundis della recessione e ti trovi davanti una famiglia di imprenditori che investe 12 milioni di euro in questo futuro dipinto a tinte fosche. Ma chi ha ragione? Il mercato finanziario che brucia miliardi di carta o il piccolo imprenditore che investe e ingrandisce la propria azienda? Monica Galvanin, presidente della Galvanin Luigi spa di Torri di Quartesolo, non ha dubbi: «Ho ragione io - dice - perché questa perché questa è una crisi che, in realtà, era già esplosa un paio di anni fa. Ora assistiamo alle deflagrazioni finanziarie ma io sono convinta che questo sia il momento più indicato per investire».
Quella di ieri è stata una giornata speciale per l’azienda di Torri. I fratelli Monica e Nicola Galvanin hanno aperto le porte del nuovo stabilimento di via Longare a imprenditori e istituzioni. E, in ossequio al ruolo istituzionale ricoperto dalla stessa Monica Galvanin, che è presidente regionale di Confapi Veneto, nel cuore della fabbrica è stato pure tenuto un convegno, con l’assessore regionale al lavoro Elena Donazzan, il presidente nazionale di Confapi, Paolo Grassi, e il prof. Paolo Bariani, dell’Università di Padova.
Questa è un’impresa nata 40 anni fa come società metalmeccanica per diventare una delle più dinamiche realtà nella produzione di stampi progressivi, minuteria metallica e, più in genere, quello che ha a che fare con la fornitura di servizi tecnici industriali. Due numeri, tanto per dare un’idea: il fatturato del 2007 si è chiuso a quota 26 milioni di euro, con una crescita del 40 per cento rispetto all’anno precedente. Quello di quest’anno, invece, raggiungerà quota 28 milioni. Il tutto tenendo conto che ci sono circa 110 dipendenti, in crescita del 40 per cento nell’ultimo biennio.
«In pochi anni - osserva Monica Galvanin - ci siamo posizionati a un livello di terziario avanzato, con clienti del calibro di Philips, Askoll e Borgwarner. Ma la caratteristica che ci contraddistingue è la ricerca continua, assicurata da una struttura come GalvaninLab, che abbiamo avviato in concomitanza con il trasferimento dell’azienda in questa nuova sede».
La domanda sorge spontanea: chi ha tirato fuori i 12 milioni di euro necessari per far fronte a questo investimento? I tempi sono quelli che sono e le banche, piuttosto che tirarli fuori, i soldi li tirano dentro. «Noi abbiamo esposto il nostro progetto a quattro banche - rivela Monica Galvanin -. Quelle italiane ci hanno fatto un sacco di problemi mentre Fortis (il gruppo belga recentemente soccorso dai governi di Belgio e Olanda, ndr) l’ha condiviso subito e ci ha dato i finanziamenti e la fiducia».
Non è tutto. Il programma della Luigi Galvanin spa prevede, entro il 2010-2011, anche la quotazione in Borsa. Chi glielo fa fare, in questo momento di debacle dei mercati azionari? «A Nord Est abbiamo un’avversione istintiva all’ingresso di nuovi soci nel capitale delle nostre aziende - risponde la Galvanin - ma io credo che sia una mentalità sbagliata. Dobbiamo cercare di svilupparci e per farlo abbiamo bisogno di tutti. Non è il momento? Io credo invece che questo sia il momento più indicato».
La tormenta sui mercati globali prosegue. Torri, evidentemente è un mondo a parte.
venerdì 24 ottobre 2008
La trappola della liquidità
LA CRISI FINANZIARIA. Confindustria Vicenza ha illustrato ieri a palazzo Bonin Longare il sondaggio sul credito condotto tra mille associati
Banche-imprese, c’è tensione
Marino Smiderle
VICENZA
Gli anni del credito facile sono finiti. In maniera troppo brusca, brutale, spazzati via dalla bufera finanziaria partita dagli Stati Uniti e diffusasi alla velocità della luce in Europa, in Italia, nel Nord Est e in tutti gli stabilimenti delle piccole e medie industrie vicentine. È per questo che Confindustria Vicenza ha voluto capire subito, in tempo reale, a che livelli è la pressione della... liquidità degli associati. Scoprendo, tra le altre cose, che l’8,8 per cento degli associati interpellati ha ricevuto richieste di rientro da parte di una o più banche.
«Nei giorni scorsi - ha spiegato Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza - abbiamo inviato alle imprese associate un breve questionario in modo da avere un quadro attendibile della situazione. Ci sono già arrivate mille risposte per quello che è un campione più che rappresentativo del tessuto industriale vicentino. Segno che l’attenzione al problema è forte e che i contraccolpi col sistema bancario stanno provocando tensioni».
I problemi sono di due tipi: in primo luogo, le banche stanno aumentando i costi del credito, anche se dalla Bce arrivano segnali di diminuzione dei tassi d’interesse; in secondo luogo, la concessione del credito sta diventando molto più complicata, macchinosa, al punto che a diverse aziende è stato comunicato che le richieste di finanziamento sono state sospese o rinviate.
«Per quanto riguarda i costi - osserva Zuccato - il 62,1 per cento delle aziende del campione ha dichiarato che c’è stato un inasprimento delle condizioni applicate dalle banche. Di queste, il 28,5 per cento segnala un incremento degli spread sui tassi, il 14,2 per cento un aumento delle spese bancarie e il 19,4 per cento un aumento di entrambi i componenti di costo».
Quando il credito diventa razionato, dunque, la prima conseguenza è che diventa anche più caro. Il guaio è che, non solo le banche fanno fatica a concederlo, sia pure a più caro prezzo, ma in diversi casi vanno a chiedere il rientro dall’esposizione aziende che su quel credito pensavano di poter contare per affrontare questo momento di difficoltà. Delle mille aziende interpellate, come detto, l’8,8 per cento dichiara di aver ricevuto il diktat da parte di uno o più istituti di credito. «È una percentuale tre volte più alta della norma della norma - osserva Luciano Vescovi, vicepresidente di Confindustria Vicenza con delega alla finanza -. Basta unire la stretta creditizia che indubbiamente stiamo vivendo in questo momento, al calo della domanda e si può intuire in che ambiente si trovino a operare le aziende vicentine».
Soluzioni? Non è che a Vicenza abbiano poteri miracolosi e, comunque, qualche suggerimento dettato dal buon senso arriva. «Per esempio - osserva Vescovi - è inaccettabile che la Pubblica amministrazione dilati i termini di pagamento proprio in un momento in cui le aziende hanno stringenti problemi di cassa. In questo modo si mina alla base la solidità del sistema. Di positivo c’è il fatto, comunque, che il 47,9 per cento delle imprese interpellate dichiara di avere in corso nuove richieste di credito».
Guardando alla struttura finanziaria delle imprese vicentine, Confindustria ha in programma di discutere con la Camera di commercio un’iniziativa per incentivarne la capitalizzazione. Il succo del discorso è semplice, peraltro già sperimentato in passato: 100 euro di nuovo capitale mette l’azienda, 100 euro di presti dà la banca e su questo finanziamento si inserisce l’agevolazione garantita dall’ente camerale. «Il ribilanciamento della struttura finanziaria - aggiunge Alberto Nardi, responsabile del servizio finanziario di Confindustria - è importante in questi momenti di perturbazioni globali».
Nell’attesa, Zuccato chiude con una sorta di appello alle banche. «La richiesta è legata a quello che è successo in queste settimane - dice - ed è quella di una particolare attenzione e prudenza affinché la finanza non passi da fattore di sostegno allo sviluppo a elemento di amplificazione delle tensioni e delle difficoltà».
Banche-imprese, c’è tensione
Marino Smiderle
VICENZA
Gli anni del credito facile sono finiti. In maniera troppo brusca, brutale, spazzati via dalla bufera finanziaria partita dagli Stati Uniti e diffusasi alla velocità della luce in Europa, in Italia, nel Nord Est e in tutti gli stabilimenti delle piccole e medie industrie vicentine. È per questo che Confindustria Vicenza ha voluto capire subito, in tempo reale, a che livelli è la pressione della... liquidità degli associati. Scoprendo, tra le altre cose, che l’8,8 per cento degli associati interpellati ha ricevuto richieste di rientro da parte di una o più banche.
«Nei giorni scorsi - ha spiegato Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza - abbiamo inviato alle imprese associate un breve questionario in modo da avere un quadro attendibile della situazione. Ci sono già arrivate mille risposte per quello che è un campione più che rappresentativo del tessuto industriale vicentino. Segno che l’attenzione al problema è forte e che i contraccolpi col sistema bancario stanno provocando tensioni».
I problemi sono di due tipi: in primo luogo, le banche stanno aumentando i costi del credito, anche se dalla Bce arrivano segnali di diminuzione dei tassi d’interesse; in secondo luogo, la concessione del credito sta diventando molto più complicata, macchinosa, al punto che a diverse aziende è stato comunicato che le richieste di finanziamento sono state sospese o rinviate.
«Per quanto riguarda i costi - osserva Zuccato - il 62,1 per cento delle aziende del campione ha dichiarato che c’è stato un inasprimento delle condizioni applicate dalle banche. Di queste, il 28,5 per cento segnala un incremento degli spread sui tassi, il 14,2 per cento un aumento delle spese bancarie e il 19,4 per cento un aumento di entrambi i componenti di costo».
Quando il credito diventa razionato, dunque, la prima conseguenza è che diventa anche più caro. Il guaio è che, non solo le banche fanno fatica a concederlo, sia pure a più caro prezzo, ma in diversi casi vanno a chiedere il rientro dall’esposizione aziende che su quel credito pensavano di poter contare per affrontare questo momento di difficoltà. Delle mille aziende interpellate, come detto, l’8,8 per cento dichiara di aver ricevuto il diktat da parte di uno o più istituti di credito. «È una percentuale tre volte più alta della norma della norma - osserva Luciano Vescovi, vicepresidente di Confindustria Vicenza con delega alla finanza -. Basta unire la stretta creditizia che indubbiamente stiamo vivendo in questo momento, al calo della domanda e si può intuire in che ambiente si trovino a operare le aziende vicentine».
Soluzioni? Non è che a Vicenza abbiano poteri miracolosi e, comunque, qualche suggerimento dettato dal buon senso arriva. «Per esempio - osserva Vescovi - è inaccettabile che la Pubblica amministrazione dilati i termini di pagamento proprio in un momento in cui le aziende hanno stringenti problemi di cassa. In questo modo si mina alla base la solidità del sistema. Di positivo c’è il fatto, comunque, che il 47,9 per cento delle imprese interpellate dichiara di avere in corso nuove richieste di credito».
Guardando alla struttura finanziaria delle imprese vicentine, Confindustria ha in programma di discutere con la Camera di commercio un’iniziativa per incentivarne la capitalizzazione. Il succo del discorso è semplice, peraltro già sperimentato in passato: 100 euro di nuovo capitale mette l’azienda, 100 euro di presti dà la banca e su questo finanziamento si inserisce l’agevolazione garantita dall’ente camerale. «Il ribilanciamento della struttura finanziaria - aggiunge Alberto Nardi, responsabile del servizio finanziario di Confindustria - è importante in questi momenti di perturbazioni globali».
Nell’attesa, Zuccato chiude con una sorta di appello alle banche. «La richiesta è legata a quello che è successo in queste settimane - dice - ed è quella di una particolare attenzione e prudenza affinché la finanza non passi da fattore di sostegno allo sviluppo a elemento di amplificazione delle tensioni e delle difficoltà».
giovedì 23 ottobre 2008
No, il dibattito no
LA CRISI FINANZIARIA. Ieri il road show di Class Cnbc e Antonveneta
Le imprese reagiscono
«Meglio investire ora»
Marino Smiderle
VICENZA
La crisi c’è ma se non lo diciamo è meglio. Così almeno la sentiamo meno e pensiamo a darci da fare. Dal road show condotto ieri a Vicenza da Class Cnbc, la tv di Class editori, in collaborazione con Banca Antonveneta, vien fuori una città che reagisce, o che almeno vuole reagire, al momento difficile dei mercati mondiali.
In mattinata Jole Saggese, caposervizio di Class Cnbc, ha riunito le istituzioni politiche, a cominciare dal sindaco, ed economiche della città per tastare il polso della situazione. «E l’oro, come va l’oro?», ha chiesto al rappresentante del Distretto orafo, Vladimiro Riva. «Andrebbe meglio se le belle ragazze come lei indossasse qualche gioiello - ha risposto in tono scherzoso Riva -. Purtroppo il mercato della moda va in un altro senso e questo ha penalizzato la vendita delle piccole opere d’arte fatte in oro in cui Vicenza eccelle».
Niente paura, per il tal show serale in Fiera su Jole brillavano alcuni pezzi pregiati messi gentilmente a disposizione dal Consorzio orafo artigiano. Questo è il marketing dell’ottimismo per una realtà vicentina che vede una classe imprenditoriale decisa a investire anche nel momento della tempesta. Anzi, soprattutto nel momento della tempesta. Incalzati dal direttore di Class Cnbc, Andrea Cabrini, i tanti imprenditori riuniti sul palco hanno dato l’impressione sì di avere la consapevolezza del momento difficile che l’economia sta attraversando, ma anche la forza di reagire. C’è chi, come Franco Masello, ha avviato sei attività nuove, oltre a mantenere quelle tradizionali, per puntare forte sul futuro; o chi, come Francesco Dalla Rovere, potrebbe approfittare della buriana per comprare altre azienda a prezzi da saldo; o chi, come Zeno Soave, non è molto contento della performance di Borsa della sua società, penalizzata nonostante le ottime prospettive del settore; o chi, come Mirco Gasparotto, è contento di aver avviato in passato la politica di acquisizione di quote di minoranza qualche chiavistello per aprire la cassaforte della distribuzione.
Tutti, compresi Roberto Ditri, vicepresidente di Confindustria Vicenza, ed Elena Donazzan, assessore regionale al Lavoro, hanno qualcosa da dire alle banche. Andrea Pisaneschi e Giuseppe Menzi, presidente e ad di Antonveneta, promettono: «Saremo banca del territorio».
Le imprese reagiscono
«Meglio investire ora»
Marino Smiderle
VICENZA
La crisi c’è ma se non lo diciamo è meglio. Così almeno la sentiamo meno e pensiamo a darci da fare. Dal road show condotto ieri a Vicenza da Class Cnbc, la tv di Class editori, in collaborazione con Banca Antonveneta, vien fuori una città che reagisce, o che almeno vuole reagire, al momento difficile dei mercati mondiali.
In mattinata Jole Saggese, caposervizio di Class Cnbc, ha riunito le istituzioni politiche, a cominciare dal sindaco, ed economiche della città per tastare il polso della situazione. «E l’oro, come va l’oro?», ha chiesto al rappresentante del Distretto orafo, Vladimiro Riva. «Andrebbe meglio se le belle ragazze come lei indossasse qualche gioiello - ha risposto in tono scherzoso Riva -. Purtroppo il mercato della moda va in un altro senso e questo ha penalizzato la vendita delle piccole opere d’arte fatte in oro in cui Vicenza eccelle».
Niente paura, per il tal show serale in Fiera su Jole brillavano alcuni pezzi pregiati messi gentilmente a disposizione dal Consorzio orafo artigiano. Questo è il marketing dell’ottimismo per una realtà vicentina che vede una classe imprenditoriale decisa a investire anche nel momento della tempesta. Anzi, soprattutto nel momento della tempesta. Incalzati dal direttore di Class Cnbc, Andrea Cabrini, i tanti imprenditori riuniti sul palco hanno dato l’impressione sì di avere la consapevolezza del momento difficile che l’economia sta attraversando, ma anche la forza di reagire. C’è chi, come Franco Masello, ha avviato sei attività nuove, oltre a mantenere quelle tradizionali, per puntare forte sul futuro; o chi, come Francesco Dalla Rovere, potrebbe approfittare della buriana per comprare altre azienda a prezzi da saldo; o chi, come Zeno Soave, non è molto contento della performance di Borsa della sua società, penalizzata nonostante le ottime prospettive del settore; o chi, come Mirco Gasparotto, è contento di aver avviato in passato la politica di acquisizione di quote di minoranza qualche chiavistello per aprire la cassaforte della distribuzione.
Tutti, compresi Roberto Ditri, vicepresidente di Confindustria Vicenza, ed Elena Donazzan, assessore regionale al Lavoro, hanno qualcosa da dire alle banche. Andrea Pisaneschi e Giuseppe Menzi, presidente e ad di Antonveneta, promettono: «Saremo banca del territorio».
mercoledì 22 ottobre 2008
I cavi che legano la crisi
IMPRESE. L’azienda di Brendola quest’anno taglia due traguardi importanti in materia di fatturato e di età
I numeri di Aristoncavi
100 milioni per 50 anni
Marino Smiderle
BRENDOLA
Nella sala riunioni dell’Aristoncavi di Brendola c’è una finestra sottile e orizzontale che pare una feritoia. Nereo Destro indica uno dei castelli di Montecchio che impreziosisce il panorama. «Una volta li vedevo tutti e due, poi è stato costruito un altro stabilimento e adesso mi accontento di ammirarne uno solo. Che bellezza, però».
L’azienda ha 50 anni e la storia è tutta da raccontare. Più volte è stata rivoltata come un calzino. E la presenza attiva dei due figli del presidente, Leopoldo e Andrea, in sala macchine lascia intendere che sta per cominciare il futuro. Per ora, comunque, resta Nereo Destro il punto di riferimento di una realtà che, alla fine di quest’anno, arriverà a sfiorare i 100 milioni di euro di fatturato.
«Ma non è il caso di correre dietro al fatturato - attacca il presidente - e ai miei figli dico sempre che questa è una struttura che può reggere fino a 130-150 milioni di fatturato. Il vero salto di qualità l’abbiamo fatto puntando a un tipo di prodotto particolare, direi speciale, che ci ha consentito di conquistare mercati importanti. E che ci dà la possibilità di avere un margine di guadagno interessante».
Dire che l’Aristoncavi produce cavi è, francamente, riduttivo. Sono lontani i tempi in cui dallo stabilimento di Brendola uscivano i semplici cavi elettrici, quelli che Destro chiama ancora fili per appendere la biancheria. Per capirci, l’ultima commessa della Aristoncavi ha riguardato cinquanta chilometri di cavi atossici armati di bassa e media tensione destinati al colosso russo dell’energia Gazprom. Questi cavi dovranno condurre energia e contemporaneamente resistere alle temperature siberiane. Ovvio che per riuscire a produrre simili gioielli di tecnologia occorre avere una struttura in grado di primeggiare in ricerca, sviluppo e innovazione, prima ancora che in produzione e commercializzazione.
«Abbiamo una squadra di tecnici affiatati - afferma Leopoldo Destro - e questo ci permette di lavorare bene e trasferire in produzione le conoscenze acquisite. All’ultima fiera del settore abbiamo ricevuto un riconoscimento per il nostro ultimo prodotto, segno che i risultati arrivano solo se c’è un team che lavora bene insieme».
Il team Aristoncavi, a voler generalizzare, è fatto da oltre 200 persone che ogni giorno, e senza soluzione di continuità (le macchine a Brendola sono sempre accese), danno vita a un processo complesso che, volendo riassumere al massimo, prevede l’avvolgimento del rame e dei materiali conduttori in genere che a loro volta saranno ingabbiati da una custodia i cui materiali di composizione variano a seconda di dove finiranno i cavi. Detta così, sembra facile. Se però si va a fare un giro per lo stabilimento di Brendola, roba da 28 mila metri quadrati in ulteriore espansione, si scoprono i segreti del marchio Aristoncavi.
«Perché questa nasce come una fabbrica di suole di gomma - ricorda Nereo Destro -. Quando la rilevai io, con alcuni soci, nel 1967, decisi di trasformare lo sbocco produttivo. Già da tempo lavoravo nel settore delle forniture elettriche e avevo intuito avesse un grande futuro».
Si parte con le cose semplici, diciamo più di quantità che di qualità. «La vera svolta è arrivata alla fine degli anni novanta - ricorda Destro - quando abbiamo di fatto abbandonato i prodotti cosiddetti commodity per concentrarci su cavi speciali, frutto di una ricerca attenta e a più alto valore aggiunto. La nostra scelta industriale si è rivelata azzeccata e attualmente il 65 per cento del nostro giro d’affari è diretto all’estero».
Vedere come all’Ariston scelgono i componenti chimici per produrre l’involucro plastico del cavo e in che modo le dosi vengono mescolate è un’esperienza unica. Ovvio, non è un lavoro semplice. Dietro quei cavi colorati che finiranno in miniera, o negli oleodotti o chissà dove c’è un lavoro certosino di ricerca e di prove effettuate in un laboratorio costruito ad hoc, e in maniera artigianalmente efficace, all’interno dell’azienda. Inutile aggiungere che Aristoncavi abbia chiesto e ottenuto tutte le certificazioni possibili e immaginabili, compresa quella sicurezza Ohsas 18001, che in provincia di Vicenza è stato rilasciato solo all’8 per cento delle imprese.Toccherà a Leopoldo e ad Andrea scrivere il prossimo capitolo.
I numeri di Aristoncavi
100 milioni per 50 anni
Marino Smiderle
BRENDOLA
Nella sala riunioni dell’Aristoncavi di Brendola c’è una finestra sottile e orizzontale che pare una feritoia. Nereo Destro indica uno dei castelli di Montecchio che impreziosisce il panorama. «Una volta li vedevo tutti e due, poi è stato costruito un altro stabilimento e adesso mi accontento di ammirarne uno solo. Che bellezza, però».
L’azienda ha 50 anni e la storia è tutta da raccontare. Più volte è stata rivoltata come un calzino. E la presenza attiva dei due figli del presidente, Leopoldo e Andrea, in sala macchine lascia intendere che sta per cominciare il futuro. Per ora, comunque, resta Nereo Destro il punto di riferimento di una realtà che, alla fine di quest’anno, arriverà a sfiorare i 100 milioni di euro di fatturato.
«Ma non è il caso di correre dietro al fatturato - attacca il presidente - e ai miei figli dico sempre che questa è una struttura che può reggere fino a 130-150 milioni di fatturato. Il vero salto di qualità l’abbiamo fatto puntando a un tipo di prodotto particolare, direi speciale, che ci ha consentito di conquistare mercati importanti. E che ci dà la possibilità di avere un margine di guadagno interessante».
Dire che l’Aristoncavi produce cavi è, francamente, riduttivo. Sono lontani i tempi in cui dallo stabilimento di Brendola uscivano i semplici cavi elettrici, quelli che Destro chiama ancora fili per appendere la biancheria. Per capirci, l’ultima commessa della Aristoncavi ha riguardato cinquanta chilometri di cavi atossici armati di bassa e media tensione destinati al colosso russo dell’energia Gazprom. Questi cavi dovranno condurre energia e contemporaneamente resistere alle temperature siberiane. Ovvio che per riuscire a produrre simili gioielli di tecnologia occorre avere una struttura in grado di primeggiare in ricerca, sviluppo e innovazione, prima ancora che in produzione e commercializzazione.
«Abbiamo una squadra di tecnici affiatati - afferma Leopoldo Destro - e questo ci permette di lavorare bene e trasferire in produzione le conoscenze acquisite. All’ultima fiera del settore abbiamo ricevuto un riconoscimento per il nostro ultimo prodotto, segno che i risultati arrivano solo se c’è un team che lavora bene insieme».
Il team Aristoncavi, a voler generalizzare, è fatto da oltre 200 persone che ogni giorno, e senza soluzione di continuità (le macchine a Brendola sono sempre accese), danno vita a un processo complesso che, volendo riassumere al massimo, prevede l’avvolgimento del rame e dei materiali conduttori in genere che a loro volta saranno ingabbiati da una custodia i cui materiali di composizione variano a seconda di dove finiranno i cavi. Detta così, sembra facile. Se però si va a fare un giro per lo stabilimento di Brendola, roba da 28 mila metri quadrati in ulteriore espansione, si scoprono i segreti del marchio Aristoncavi.
«Perché questa nasce come una fabbrica di suole di gomma - ricorda Nereo Destro -. Quando la rilevai io, con alcuni soci, nel 1967, decisi di trasformare lo sbocco produttivo. Già da tempo lavoravo nel settore delle forniture elettriche e avevo intuito avesse un grande futuro».
Si parte con le cose semplici, diciamo più di quantità che di qualità. «La vera svolta è arrivata alla fine degli anni novanta - ricorda Destro - quando abbiamo di fatto abbandonato i prodotti cosiddetti commodity per concentrarci su cavi speciali, frutto di una ricerca attenta e a più alto valore aggiunto. La nostra scelta industriale si è rivelata azzeccata e attualmente il 65 per cento del nostro giro d’affari è diretto all’estero».
Vedere come all’Ariston scelgono i componenti chimici per produrre l’involucro plastico del cavo e in che modo le dosi vengono mescolate è un’esperienza unica. Ovvio, non è un lavoro semplice. Dietro quei cavi colorati che finiranno in miniera, o negli oleodotti o chissà dove c’è un lavoro certosino di ricerca e di prove effettuate in un laboratorio costruito ad hoc, e in maniera artigianalmente efficace, all’interno dell’azienda. Inutile aggiungere che Aristoncavi abbia chiesto e ottenuto tutte le certificazioni possibili e immaginabili, compresa quella sicurezza Ohsas 18001, che in provincia di Vicenza è stato rilasciato solo all’8 per cento delle imprese.Toccherà a Leopoldo e ad Andrea scrivere il prossimo capitolo.
Toni concilianti
CONTENZIOSO. Si rinnova per il quinto anno l’appuntamento con la “Settimana nazionale della conciliazione”
Che fa, concilia? Vada
in Camera di commercio
Marino Smiderle
VICENZA
Che fa, concilia? A chiederlo non è il vigile, ma la Camera di commercio. E lo fa in occasione del quinto appuntamento con la "Settimana nazionale della Conciliazione" (da ieri fino a sabato 25 ottobre), promossa a livello nazionale da Unioncamere, ma da tempo spinta con convinzione, a livello provinciale, dalla Camera di commercio di Vicenza. E non è un caso se, a livello regionale, Vicenza è al secondo posto nella speciale classifica delle conciliazioni. Sì, perché se Verona è la provincia più attiva, con 151 procedimenti gestiti, Vicenza segue a poca distanza con 144. Più staccate le camere di commercio di Venezia (99), Padova (60) Treviso-Belluno (44) e Rovigo (6).
Già, ma cosa sono le conciliazioni? Volendo sintetizzare, si potrebbe dire che la conciliazione camerale è uno strumento concreto e agile per risolvere i contenziosi di natura civile e commerciale. «La conciliazione è un sistema alternativo alla giustizia ordinaria - spiegano in Camera di commercio - che non è solo comodo e veloce ma anche economico. Al di fuori delle promozioni specifiche, le tariffe normalmente applicate sono comunque molto contenute. Ad esempio una conciliazione di valore fino a 1.000 euro costa a ciascuna parte solo 40 euro, mentre una conciliazione relativa ad un contenzioso del valore fino a 10 mila euro costa solo 200 euro per parte, a cui vanno aggiunti 30 euro se si tratta di conciliazione tra imprese».
In Veneto il valore monetario medio delle controversie è stato nel 2008 di 15.177 euro, contro i 26.754 euro del 2007. I procedimenti durano 58 giorni in Veneto, 5 in meno della media nazionale. Quanto a Vicenza, le domande e le procedure di conciliazione gestite quest'anno sono state 144 (vedi tabella). Il 64,5% delle procedure (93) hanno riguardato controversie tra imprese e consumatori, il 31,9% (46) ha trattato conciliazioni tra imprese; il 3,4% (5) tra privati. Il valore medio delle conciliazioni gestite nel 2008 è stato di 14.737 euro, mentre la durata media arriva a 60 giorni.
Spesso si tende a confondere l’istituto della conciliazione con quello dell’arbitrato. «La differenza - spiega Elisabetta Boscolo, dirigente del Legale della Camera di commercio vicentina - è nella natura del pronunciamento. Semplificando al massimo mentre l'arbitrato è un vero "giudizio" in cui, al posto del giudice togato, viene individuato un professionista privato (l’arbitro, appunto) che deve comunque applicare la legge e arriva ad una decisione dopo lo svolgimento di un processo, con tanto di avvocati, termini, udienze prove e perizie. La conciliazione è invece un modo diverso di risolvere le controversie di natura commerciale, spostando il problema del contenzioso dalla questione di diritto a quella degli interessi che le parti perseguono, tanto che il conciliatore (sempre super partes) non giudica ma aiuta le parti a addivenire ad un accordo che corrisponda agli interesse di entrambi. Nella cultura anglosassone lo strumento è molto noto ed usato e si chiama "mediation"».
Fino al 30 novembre l’ente camerale vicentino, per incentivare l’utilizzo della conciliazione, praticherà forti sconti. Avanti, fate la pace...
Che fa, concilia? Vada
in Camera di commercio
Marino Smiderle
VICENZA
Che fa, concilia? A chiederlo non è il vigile, ma la Camera di commercio. E lo fa in occasione del quinto appuntamento con la "Settimana nazionale della Conciliazione" (da ieri fino a sabato 25 ottobre), promossa a livello nazionale da Unioncamere, ma da tempo spinta con convinzione, a livello provinciale, dalla Camera di commercio di Vicenza. E non è un caso se, a livello regionale, Vicenza è al secondo posto nella speciale classifica delle conciliazioni. Sì, perché se Verona è la provincia più attiva, con 151 procedimenti gestiti, Vicenza segue a poca distanza con 144. Più staccate le camere di commercio di Venezia (99), Padova (60) Treviso-Belluno (44) e Rovigo (6).
Già, ma cosa sono le conciliazioni? Volendo sintetizzare, si potrebbe dire che la conciliazione camerale è uno strumento concreto e agile per risolvere i contenziosi di natura civile e commerciale. «La conciliazione è un sistema alternativo alla giustizia ordinaria - spiegano in Camera di commercio - che non è solo comodo e veloce ma anche economico. Al di fuori delle promozioni specifiche, le tariffe normalmente applicate sono comunque molto contenute. Ad esempio una conciliazione di valore fino a 1.000 euro costa a ciascuna parte solo 40 euro, mentre una conciliazione relativa ad un contenzioso del valore fino a 10 mila euro costa solo 200 euro per parte, a cui vanno aggiunti 30 euro se si tratta di conciliazione tra imprese».
In Veneto il valore monetario medio delle controversie è stato nel 2008 di 15.177 euro, contro i 26.754 euro del 2007. I procedimenti durano 58 giorni in Veneto, 5 in meno della media nazionale. Quanto a Vicenza, le domande e le procedure di conciliazione gestite quest'anno sono state 144 (vedi tabella). Il 64,5% delle procedure (93) hanno riguardato controversie tra imprese e consumatori, il 31,9% (46) ha trattato conciliazioni tra imprese; il 3,4% (5) tra privati. Il valore medio delle conciliazioni gestite nel 2008 è stato di 14.737 euro, mentre la durata media arriva a 60 giorni.
Spesso si tende a confondere l’istituto della conciliazione con quello dell’arbitrato. «La differenza - spiega Elisabetta Boscolo, dirigente del Legale della Camera di commercio vicentina - è nella natura del pronunciamento. Semplificando al massimo mentre l'arbitrato è un vero "giudizio" in cui, al posto del giudice togato, viene individuato un professionista privato (l’arbitro, appunto) che deve comunque applicare la legge e arriva ad una decisione dopo lo svolgimento di un processo, con tanto di avvocati, termini, udienze prove e perizie. La conciliazione è invece un modo diverso di risolvere le controversie di natura commerciale, spostando il problema del contenzioso dalla questione di diritto a quella degli interessi che le parti perseguono, tanto che il conciliatore (sempre super partes) non giudica ma aiuta le parti a addivenire ad un accordo che corrisponda agli interesse di entrambi. Nella cultura anglosassone lo strumento è molto noto ed usato e si chiama "mediation"».
Fino al 30 novembre l’ente camerale vicentino, per incentivare l’utilizzo della conciliazione, praticherà forti sconti. Avanti, fate la pace...
lunedì 20 ottobre 2008
Giri in giostra
PORTAFOGLIO
La tentazione di farsi un bel giro di giostra
di Marino Smiderle
Quello che è successo questa settimana nei listini borsistici di tutto il mondo, Wall Street in testa, entrerà di diritto nella storia della psichiatria. E a questo punto i risparmiatori chiedono al proprio promotore finanziario una ricetta per non finire... dallo psichiatra. Nello stesso tempo, di fronte a questi sbalzi di quotazione (e di umore), il signor Rossi vorrebbe pure cercar di guadagnarci qualcosa, visto che nel frattempo la corsa al porto sicuro dei Bot e dei titoli di stato in generale ha dimezzato i rendimenti. Che fare?
L’OTTOVOLANTE
Dire che il Dow Jones di Wall Street questa settimana ha guadagnato il 4,75 per cento è dire una verità matematica che, però, non ha nessun significato. Per capire cosa sta davvero succedendo nei mercati borsistici bisognerebbe prendere ogni singolo indice e vedere che diavolo ha combinato in ogni singola giornata di trattazioni. Si scoprirebbe che, nell’arco della medesima giornata, Wall Street ha avuto un range variabile da -4 per cento a +4 per cento, di media, senza alcuna correlazione con notizie significative di mercato. E questo tutti i santi giorni, con i mercati europei in parte protetti (si fa per dire, ovviamente) dal fuso orario: mentre Wall Street faceva le ultime bizze quotidiane, in Europa le contrattazioni erano chiuse. Che dire, poi, del Nikkei di Tokyo che il martedì mette a segno il rialzo più alto della sua storia (+11 e passa per cento) e il giorno dopo piazza un altro record, stavolta col segno meno davanti? Psichiatria, appunto.
SPECULAZIONI
È il regno della speculazione, questo si è capito. E gli speculatori trionfano, a proprio rischio e pericolo. Nel momento in cui le banche pubblicizzano conti di deposito che garantiscono rendimenti annui fino al 5 per cento (la necessità di liquidità è forte per tutte), nelle varie Borse il 5 per cento si guadagna (o si perde) in cinque minuti. La sostanza è: in questo momento la Borsa non è una forma di investimento, è una bisca. Ed è chiaro che chi soffre di tachicardia dovrebbe starsene lontano e accontentarsi del 2-3 per cento che garantisce lo stitico, ma sicuro, Bot. Quello che però dà un po’ fastidio è che a guadagnare, su queste montagne russe, siano gli stessi speculatori che, a colpi di vendite allo scoperto, hanno contribuito a mandare a catafascio quotazioni che, con tutto il pessimismo di questo mondo, paiono fuori dal mondo, nel senso che sono troppo basse se misurate con gli utili che, al momento, sono ancora in grado di garantire le società coinvolte. E allora?
SI PARTE
E allora, cardiopatici a parte, se i mercati appaiono schizofrenici e se a guadagnarci sono i soliti speculatori, uno dei modi per esorcizzare la paura è proprio quello di partire per il prossimo giro di giostra. Con tre avvertenze: prima, sapere quello che si fa e avere un’idea di cosa sia la Borsa; seconda, avere la consapevolezza che le poche migliaia di euro che si decide di giocare possono finire nel fuoco dei ribassi repentini (ma anche trasformarsi in guadagni che il titolo di stato offre solo in tre-quattro anni); terza, avere la possibilità di entrare e uscire dal mercato con una certa rapidità, magari grazie al trading on line, cioè la possibilità di operare direttamente da casa con un pc e un collegamento a internet.
INVESTIMENTO
L’obiezione a questo ragionamento, come dire, un po’ aggressivo, potrebbe essere drastica: se o voglia di buttare i miei soldi e di divertirmi pure un po’, piuttosto che buttarli nella bisca impazzita della Borsa, me li vado a giocare al casinò. La realtà è che, nonostante questo momento di delirio collettivo, compare un’azione è sempre un investimento. Se a chi ha comprato Unicredit a 5 euro e passa viene consigliato di mantenere e di aspettare che passi la tormenta, perché mai chi le compra adesso a poco più di 2 euro deve essere considerato un pazzo senza coscienza? La filosofia dell’investitore-speculatore di questi tempi dovrebbe essere improntata a un rassegnato cinismo: se guadagno il 10 per cento (e più) in 10 minuti, vendo le azioni che ho appena comprato, se perdo il 10 per cento (e più) in 10 minuti, aspetto che passi la tormenta così come sta aspettando chi le ha comprate a un prezzo decisamente più alto.
La tentazione di farsi un bel giro di giostra
di Marino Smiderle
Quello che è successo questa settimana nei listini borsistici di tutto il mondo, Wall Street in testa, entrerà di diritto nella storia della psichiatria. E a questo punto i risparmiatori chiedono al proprio promotore finanziario una ricetta per non finire... dallo psichiatra. Nello stesso tempo, di fronte a questi sbalzi di quotazione (e di umore), il signor Rossi vorrebbe pure cercar di guadagnarci qualcosa, visto che nel frattempo la corsa al porto sicuro dei Bot e dei titoli di stato in generale ha dimezzato i rendimenti. Che fare?
L’OTTOVOLANTE
Dire che il Dow Jones di Wall Street questa settimana ha guadagnato il 4,75 per cento è dire una verità matematica che, però, non ha nessun significato. Per capire cosa sta davvero succedendo nei mercati borsistici bisognerebbe prendere ogni singolo indice e vedere che diavolo ha combinato in ogni singola giornata di trattazioni. Si scoprirebbe che, nell’arco della medesima giornata, Wall Street ha avuto un range variabile da -4 per cento a +4 per cento, di media, senza alcuna correlazione con notizie significative di mercato. E questo tutti i santi giorni, con i mercati europei in parte protetti (si fa per dire, ovviamente) dal fuso orario: mentre Wall Street faceva le ultime bizze quotidiane, in Europa le contrattazioni erano chiuse. Che dire, poi, del Nikkei di Tokyo che il martedì mette a segno il rialzo più alto della sua storia (+11 e passa per cento) e il giorno dopo piazza un altro record, stavolta col segno meno davanti? Psichiatria, appunto.
SPECULAZIONI
È il regno della speculazione, questo si è capito. E gli speculatori trionfano, a proprio rischio e pericolo. Nel momento in cui le banche pubblicizzano conti di deposito che garantiscono rendimenti annui fino al 5 per cento (la necessità di liquidità è forte per tutte), nelle varie Borse il 5 per cento si guadagna (o si perde) in cinque minuti. La sostanza è: in questo momento la Borsa non è una forma di investimento, è una bisca. Ed è chiaro che chi soffre di tachicardia dovrebbe starsene lontano e accontentarsi del 2-3 per cento che garantisce lo stitico, ma sicuro, Bot. Quello che però dà un po’ fastidio è che a guadagnare, su queste montagne russe, siano gli stessi speculatori che, a colpi di vendite allo scoperto, hanno contribuito a mandare a catafascio quotazioni che, con tutto il pessimismo di questo mondo, paiono fuori dal mondo, nel senso che sono troppo basse se misurate con gli utili che, al momento, sono ancora in grado di garantire le società coinvolte. E allora?
SI PARTE
E allora, cardiopatici a parte, se i mercati appaiono schizofrenici e se a guadagnarci sono i soliti speculatori, uno dei modi per esorcizzare la paura è proprio quello di partire per il prossimo giro di giostra. Con tre avvertenze: prima, sapere quello che si fa e avere un’idea di cosa sia la Borsa; seconda, avere la consapevolezza che le poche migliaia di euro che si decide di giocare possono finire nel fuoco dei ribassi repentini (ma anche trasformarsi in guadagni che il titolo di stato offre solo in tre-quattro anni); terza, avere la possibilità di entrare e uscire dal mercato con una certa rapidità, magari grazie al trading on line, cioè la possibilità di operare direttamente da casa con un pc e un collegamento a internet.
INVESTIMENTO
L’obiezione a questo ragionamento, come dire, un po’ aggressivo, potrebbe essere drastica: se o voglia di buttare i miei soldi e di divertirmi pure un po’, piuttosto che buttarli nella bisca impazzita della Borsa, me li vado a giocare al casinò. La realtà è che, nonostante questo momento di delirio collettivo, compare un’azione è sempre un investimento. Se a chi ha comprato Unicredit a 5 euro e passa viene consigliato di mantenere e di aspettare che passi la tormenta, perché mai chi le compra adesso a poco più di 2 euro deve essere considerato un pazzo senza coscienza? La filosofia dell’investitore-speculatore di questi tempi dovrebbe essere improntata a un rassegnato cinismo: se guadagno il 10 per cento (e più) in 10 minuti, vendo le azioni che ho appena comprato, se perdo il 10 per cento (e più) in 10 minuti, aspetto che passi la tormenta così come sta aspettando chi le ha comprate a un prezzo decisamente più alto.
McCain SBaracka
PRESIDENZIALI AMERICANE. I candidati si combattono ma si rispettano. Una lezione di stile
Quel fair play
che fa onore
ai due rivali
di Marino Smiderle
Mancano due settimane ma i giochi sono già fatti. O almeno così sembra, se si ritengono attendibili i sondaggi che vanno per la maggiore e che danno Barack Obama in vantaggio su John McCain di almeno sei punti. Per la verità ce ne sarebbe un altro, diffuso dalla Gallup negli ultimi giorni, che vede il vantaggio ridursi a due soli punti. Ma gli esperti dicono che è quello meno accurato per via di una serie di variabili statistiche che non è il caso di star qui a discutere.
Prima di approfondire la questione e capire se sia il caso di fidarsi e, quindi, di ritenere chiusa la contesa, vale la pena iniziare con un mix di invidia e di complimenti. Invidia per gli Usa e complimenti per i candidati, che, tutti insieme, stanno dando una grande lezione di democrazia a noi italiani che non possiamo neanche mettere un nome sulla scheda elettorale per eleggere l’ultimo degli schiacciabottoni da mandare il parlamento. I dibattiti televisivi che si sono visti in tv tra Obama e McCain e lo stile con cui i due si sono sfidati, da opposte posizioni, magari attaccando duro ma senza scadere nel reciproco insulto, sono una prova di come il sistema americano, malgrado tutti gli acciacchi, funzioni bene.
Chi ha vinto ai dibattiti? Qualcuno dice Obama 3-0, e l’interessato fa gli scongiuri. Quattro anni fa, infatti, Kerry uscì trionfatore tre volte su tre contro Bush ai dibattiti in televisivi, e sappiamo come è andata a finire alla elezioni vere. Stavolta al terzo round il vincitore è stato McCain (2-1 per Obama, quindi, il risultato finale) ma il protagonista è stato Joe the Plumber, Joe l’idraulico, quel signore in maglietta che contestava a Obama, davanti alle telecamere di Fox news, il piano fiscale del senatore dell’Illinois. McCain lo ha usato come una clava e Joe the plumber è diventato il simbolo dell’americano medio, che va a votare dopo aver fatto i conti per capire quale dei due candidati gli permetterà di avere uno stipendio più elevato.
La crisi finanziaria, come detto, ha fatto scomparire Iraq e Afghanistan dall’agenda elettorale. Ma ha fatto scomparire anche temi molto sentiti dagli americani. A proposito di economia e di crisi, E. J. Dionne sul Washington Post ha già visto il risultato finale di questa campagna durante uno scambio di battute al secondo dibattito. «A metà dibattito - ha scritto Dionne sul quotidiano della capitale Usa ripreso dal settimanale Internazionale - c’è stato uno scambio significativo. Quando gli è stato chiesto se altri americani, oltre a quelli in uniforme, dovrebbero sacrificarsi per il paese, McCain ha parlato quasi esclusivamente di tagliare o congelare i programmi governativi. È stata una strana risposta da parte di un eroe di guerra che ha compiuto grandi sacrifici in Vietnam. Obama ha colto l’idealismo dietro la domanda. Ha criticato l’invito a spendere che il presidente Bush aveva rivolto agli americani dopo l’11 settembre. Ha parlato della responsabilità dei singoli nel risparmio energetico. Ha invocato l’ampliamento dei programmi di servizi sociali e ha ricordato l’aspirazione dei giovani a servire il loro paese. McCain è sembrato un parlamentare, Obama un presidente».
Inutile aggiungere che la maggior parte dei quotidiani più influenti degli Stati Uniti, Washington Post incluso, hanno già pubblicato (Los Angeles Times, Chicago Tribune, New York Times), o stanno per pubblicare i propri editoriali di endorsment, di sostegno, a favore di Obama.
Se c’è una cosa di cui il candidato democratico preferirebbe non parlare, però, questa è la pena di morte. «Mentre Hillary Rodham Clinton annunciava la sua candidatura per il Senato nel 2000 - ricordava il San Francisco Chronicle qualche mese fa - non dimenticò di dichiarare, in maniera enfatica, secondo il suo intervistatore, che lei era a favore della pena di morte. Quando Barack Obama si candidò per la prima volta come senatore per l’Illinois, nel 1996, dichiarò in un questionario sui temi della campagna elettorale che era contrario alla pena di morte. Le loro posizioni sembravano riflettere le rispettive radici politiche: moderate, da "new democrat" quelle della Clinton; più liberal quelle di Obama. Ma il tempo cambia molte cose, e così cambiano idea anche i candidati, in particolare su temi che possono rivelarsi dei campi minati per i democratici».
Morale della favola, Barack Obama, con tutte le riforme annunciate, ora è a favore della pena di morte, e non si sogna nemmeno di dichiarare quello che pensa davvero sull’argomento per paura di fare la fine di Michael Dukakis. «Nel 1988 - ricorda infatti The Economist - a Michael Dukakis, il candidato democratico alla presidenza, fu chiesto se avrebbe condannato a morte qualcuno riconosciuto colpevole di aver violentato e ucciso la propria moglie. Dukakis rispose di no, coerentemente con quello che era il suo pensiero sull’argomento. I sondaggi a suo favore precipitarono e poche settimane dopo, nel giorno delle elezioni, riuscì a malapena a conquistare dieci stati. I democratici impararono la lezione: non parlare di criminalità e di pena di morte durante la campagna. O, se lo fai, esprimiti in maniera dura a favore della pena capitale».
I repubblicani, da questo punto di vista, non hanno problemi, visto che McCain non si sognerebbe nemmeno di proporre leggi contro la pena di morte. Da sempre, la durezza e l’asprezza delle pene è una della caratteristiche del bagaglio programmatico del Grand Old Party. Resta da capire se, con questi sondaggi nettamente favorevoli a Obama e con questa crisi economica che mette la sicurezza in coda all’agenda (con tutto il resto), rimanda al Maverick dell’Arizona qualche possibilità di rimonta, di recupero. Pare difficile. Ma, come dice Beppe Severgnini, «fin che non vedo un nero alla Casa Bianca, io non ci credo».
Quel fair play
che fa onore
ai due rivali
di Marino Smiderle
Mancano due settimane ma i giochi sono già fatti. O almeno così sembra, se si ritengono attendibili i sondaggi che vanno per la maggiore e che danno Barack Obama in vantaggio su John McCain di almeno sei punti. Per la verità ce ne sarebbe un altro, diffuso dalla Gallup negli ultimi giorni, che vede il vantaggio ridursi a due soli punti. Ma gli esperti dicono che è quello meno accurato per via di una serie di variabili statistiche che non è il caso di star qui a discutere.
Prima di approfondire la questione e capire se sia il caso di fidarsi e, quindi, di ritenere chiusa la contesa, vale la pena iniziare con un mix di invidia e di complimenti. Invidia per gli Usa e complimenti per i candidati, che, tutti insieme, stanno dando una grande lezione di democrazia a noi italiani che non possiamo neanche mettere un nome sulla scheda elettorale per eleggere l’ultimo degli schiacciabottoni da mandare il parlamento. I dibattiti televisivi che si sono visti in tv tra Obama e McCain e lo stile con cui i due si sono sfidati, da opposte posizioni, magari attaccando duro ma senza scadere nel reciproco insulto, sono una prova di come il sistema americano, malgrado tutti gli acciacchi, funzioni bene.
Chi ha vinto ai dibattiti? Qualcuno dice Obama 3-0, e l’interessato fa gli scongiuri. Quattro anni fa, infatti, Kerry uscì trionfatore tre volte su tre contro Bush ai dibattiti in televisivi, e sappiamo come è andata a finire alla elezioni vere. Stavolta al terzo round il vincitore è stato McCain (2-1 per Obama, quindi, il risultato finale) ma il protagonista è stato Joe the Plumber, Joe l’idraulico, quel signore in maglietta che contestava a Obama, davanti alle telecamere di Fox news, il piano fiscale del senatore dell’Illinois. McCain lo ha usato come una clava e Joe the plumber è diventato il simbolo dell’americano medio, che va a votare dopo aver fatto i conti per capire quale dei due candidati gli permetterà di avere uno stipendio più elevato.
La crisi finanziaria, come detto, ha fatto scomparire Iraq e Afghanistan dall’agenda elettorale. Ma ha fatto scomparire anche temi molto sentiti dagli americani. A proposito di economia e di crisi, E. J. Dionne sul Washington Post ha già visto il risultato finale di questa campagna durante uno scambio di battute al secondo dibattito. «A metà dibattito - ha scritto Dionne sul quotidiano della capitale Usa ripreso dal settimanale Internazionale - c’è stato uno scambio significativo. Quando gli è stato chiesto se altri americani, oltre a quelli in uniforme, dovrebbero sacrificarsi per il paese, McCain ha parlato quasi esclusivamente di tagliare o congelare i programmi governativi. È stata una strana risposta da parte di un eroe di guerra che ha compiuto grandi sacrifici in Vietnam. Obama ha colto l’idealismo dietro la domanda. Ha criticato l’invito a spendere che il presidente Bush aveva rivolto agli americani dopo l’11 settembre. Ha parlato della responsabilità dei singoli nel risparmio energetico. Ha invocato l’ampliamento dei programmi di servizi sociali e ha ricordato l’aspirazione dei giovani a servire il loro paese. McCain è sembrato un parlamentare, Obama un presidente».
Inutile aggiungere che la maggior parte dei quotidiani più influenti degli Stati Uniti, Washington Post incluso, hanno già pubblicato (Los Angeles Times, Chicago Tribune, New York Times), o stanno per pubblicare i propri editoriali di endorsment, di sostegno, a favore di Obama.
Se c’è una cosa di cui il candidato democratico preferirebbe non parlare, però, questa è la pena di morte. «Mentre Hillary Rodham Clinton annunciava la sua candidatura per il Senato nel 2000 - ricordava il San Francisco Chronicle qualche mese fa - non dimenticò di dichiarare, in maniera enfatica, secondo il suo intervistatore, che lei era a favore della pena di morte. Quando Barack Obama si candidò per la prima volta come senatore per l’Illinois, nel 1996, dichiarò in un questionario sui temi della campagna elettorale che era contrario alla pena di morte. Le loro posizioni sembravano riflettere le rispettive radici politiche: moderate, da "new democrat" quelle della Clinton; più liberal quelle di Obama. Ma il tempo cambia molte cose, e così cambiano idea anche i candidati, in particolare su temi che possono rivelarsi dei campi minati per i democratici».
Morale della favola, Barack Obama, con tutte le riforme annunciate, ora è a favore della pena di morte, e non si sogna nemmeno di dichiarare quello che pensa davvero sull’argomento per paura di fare la fine di Michael Dukakis. «Nel 1988 - ricorda infatti The Economist - a Michael Dukakis, il candidato democratico alla presidenza, fu chiesto se avrebbe condannato a morte qualcuno riconosciuto colpevole di aver violentato e ucciso la propria moglie. Dukakis rispose di no, coerentemente con quello che era il suo pensiero sull’argomento. I sondaggi a suo favore precipitarono e poche settimane dopo, nel giorno delle elezioni, riuscì a malapena a conquistare dieci stati. I democratici impararono la lezione: non parlare di criminalità e di pena di morte durante la campagna. O, se lo fai, esprimiti in maniera dura a favore della pena capitale».
I repubblicani, da questo punto di vista, non hanno problemi, visto che McCain non si sognerebbe nemmeno di proporre leggi contro la pena di morte. Da sempre, la durezza e l’asprezza delle pene è una della caratteristiche del bagaglio programmatico del Grand Old Party. Resta da capire se, con questi sondaggi nettamente favorevoli a Obama e con questa crisi economica che mette la sicurezza in coda all’agenda (con tutto il resto), rimanda al Maverick dell’Arizona qualche possibilità di rimonta, di recupero. Pare difficile. Ma, come dice Beppe Severgnini, «fin che non vedo un nero alla Casa Bianca, io non ci credo».
domenica 19 ottobre 2008
Education in salsa berica
Classi separate? Il presidente della Provincia di Vicenza lancia il sasso e il sindaco di Vicenza non nasconde la mano.
venerdì 17 ottobre 2008
Tubi nel verde
IMPRESE. Viaggio nell’azienda di Caltrano che ha investito 15 milioni in un nuovo reparto e punta a battere la crisi
La ricetta Rivit
esporta i tubi
in tutto il globo
Marino Smiderle
CALTRANO
Un’azienda di 66 mila metri quadrati, di cui quasi 25 mila coperti, non dovrebbe essere molto difficile da trovare a Caltrano. E invece la Rivit è talmente bene inserita nel verde rigoglioso di questa vallata da finire nascosta, mimetizzata, assimilata dai prati e dai boschi che la circondano.
Buona parte dei cento dipendenti che ci lavorano sono di queste parti e, ormai, fabbrica e territorio sono diventati un tutt’uno inscindibile. E da quando, nel 2007, Vinicio Bulla ha perfezionato l’acquisizione del 50 per cento del capitale che gli mancava per diventare unico proprietario della società fondata nei primi anni 60, il piano industriale per i prossimi anni è diventato molto ambizioso, pur rimanendo strettamente legato a Caltrano.
La crisi finanziaria sembra molto lontana da questo paradiso ambientale. Eppure è facile che il rallentamento globale possa rendere la vita dura anche alla Rivit, visto che il 75-80 per cento del fatturato che macina ogni anno è diretto all’estero. Ma che fa la Rivit? Tubi. Detta così, sembra una banalità. Poi fai un giro tra gli stabilimenti, una specie di cittadella industriale cristallizzata dalla natura, e scopri che questi tubi sono un qualcosa di assolutamente speciale.
«La scelta strategica fatta negli ultimi anni - spiegano Marco e Matteo Bulla, i figli del fondatore e già da qualche tempo al timone dell’azienda in un’ottica di successione graduale - è stata quella di orientare la produzione di tubi speciali, con spessori fino a 60 millimetri e con grandi diametri. È grazie a questa scelta che i nostri clienti sono multinazionali del calibro di Eni, Dow Chemical, Petrobras e via elencando».
È chiaro che questa specializzazione ha permesso alla Rivit di conquistare un marchio di grande affidabilità a livello mondiale e, complice anche il boom dei prezzi delle materie prime, di arrivare a chiudere (secondo le ultime stime) il fatturato per il 2008 a quota 100 milioni di euro.
Un salto mica male per un’azienda che nel 2006 di milioni ne fatturava 43 e nel 2007 si era fermata a quota 73. «Ma nel nostro settore - spiegano i fratelli Bulla, trentenni con poche ferie a disposizione - per capire la performance di un’azienda contano di più le quantità del materiale lavorato. E da questo punto di vista siamo passati dalle 300 tonnellate del ’99 alle 700 dell’anno scorso. Quest’anno pensiamo di chiudere l’esercizio raggiungendo quota mille. E il nostro piano industriale ha l’obiettivo di arrivare a 1.500 nei prossimi anni».
A questo proposito un paio di anni fa Vinicio Bulla ha avviato un grosso investimento, di circa 15 milioni di euro, per realizzare, sempre nell’area storica di Caltrano, un nuovo reparto e una nuova linea di produzione. Il tutto è entrato in funzione da poco e presto la Rivit potrà far fronte alle nuove commesse che sarebbero già nel portafoglio dell’azienda. Per visitare tutto il complesso produttivo della Rivit ci vuole la macchina. I nuovi impianti sono già operativi e da Caltrano partono tir con i tubi che finiranno nei rigassificatori più importanti del globo. Sperando che la crisi non arrivi a turbare l’equilibrio di questa vallata a vocazione industriale.
La ricetta Rivit
esporta i tubi
in tutto il globo
Marino Smiderle
CALTRANO
Un’azienda di 66 mila metri quadrati, di cui quasi 25 mila coperti, non dovrebbe essere molto difficile da trovare a Caltrano. E invece la Rivit è talmente bene inserita nel verde rigoglioso di questa vallata da finire nascosta, mimetizzata, assimilata dai prati e dai boschi che la circondano.
Buona parte dei cento dipendenti che ci lavorano sono di queste parti e, ormai, fabbrica e territorio sono diventati un tutt’uno inscindibile. E da quando, nel 2007, Vinicio Bulla ha perfezionato l’acquisizione del 50 per cento del capitale che gli mancava per diventare unico proprietario della società fondata nei primi anni 60, il piano industriale per i prossimi anni è diventato molto ambizioso, pur rimanendo strettamente legato a Caltrano.
La crisi finanziaria sembra molto lontana da questo paradiso ambientale. Eppure è facile che il rallentamento globale possa rendere la vita dura anche alla Rivit, visto che il 75-80 per cento del fatturato che macina ogni anno è diretto all’estero. Ma che fa la Rivit? Tubi. Detta così, sembra una banalità. Poi fai un giro tra gli stabilimenti, una specie di cittadella industriale cristallizzata dalla natura, e scopri che questi tubi sono un qualcosa di assolutamente speciale.
«La scelta strategica fatta negli ultimi anni - spiegano Marco e Matteo Bulla, i figli del fondatore e già da qualche tempo al timone dell’azienda in un’ottica di successione graduale - è stata quella di orientare la produzione di tubi speciali, con spessori fino a 60 millimetri e con grandi diametri. È grazie a questa scelta che i nostri clienti sono multinazionali del calibro di Eni, Dow Chemical, Petrobras e via elencando».
È chiaro che questa specializzazione ha permesso alla Rivit di conquistare un marchio di grande affidabilità a livello mondiale e, complice anche il boom dei prezzi delle materie prime, di arrivare a chiudere (secondo le ultime stime) il fatturato per il 2008 a quota 100 milioni di euro.
Un salto mica male per un’azienda che nel 2006 di milioni ne fatturava 43 e nel 2007 si era fermata a quota 73. «Ma nel nostro settore - spiegano i fratelli Bulla, trentenni con poche ferie a disposizione - per capire la performance di un’azienda contano di più le quantità del materiale lavorato. E da questo punto di vista siamo passati dalle 300 tonnellate del ’99 alle 700 dell’anno scorso. Quest’anno pensiamo di chiudere l’esercizio raggiungendo quota mille. E il nostro piano industriale ha l’obiettivo di arrivare a 1.500 nei prossimi anni».
A questo proposito un paio di anni fa Vinicio Bulla ha avviato un grosso investimento, di circa 15 milioni di euro, per realizzare, sempre nell’area storica di Caltrano, un nuovo reparto e una nuova linea di produzione. Il tutto è entrato in funzione da poco e presto la Rivit potrà far fronte alle nuove commesse che sarebbero già nel portafoglio dell’azienda. Per visitare tutto il complesso produttivo della Rivit ci vuole la macchina. I nuovi impianti sono già operativi e da Caltrano partono tir con i tubi che finiranno nei rigassificatori più importanti del globo. Sperando che la crisi non arrivi a turbare l’equilibrio di questa vallata a vocazione industriale.
giovedì 16 ottobre 2008
Mattoni leggeri
MERCATO & ABITAZIONI. La Borsa Immobiliare ha presentato l’ultima rilevazione dei prezzi. Cala la domanda e la crisi finanziaria rende più difficile avere i mutui
A Vicenza il mattone è più leggero
«Nell’ultimo semestre i prezzi sono scesi del 3% Il boom dei costi implica una riduzione globale del 7-8%»
Marino Smiderle
VICENZA
Fino a un paio di anni fa il settore immobiliare era una sorta di volano per l’economia, capace di far fronte alle prime incertezze degli altri comparti produttivi. Crescita in doppia cifra, prezzi alle stelle, profitti delle imprese col turbo, queste erano le caratteristiche, un pochino "drogate", del mattone. E se adesso l’esplosione della bolla immobiliare negli Stati Uniti, gonfiata artificialmente con i mutui subprime, sta minacciando l’equilibrio economico globale, non può destare sorpresa l’ultima rilevazione della Borsa Immobiliare di Vicenza («insieme di servizi connessi al mercato di beni immobili che la Camera di Commercio, gli agenti immobiliari accreditati e le imprese edili accreditate offrono ai Cittadini puntando su valori di garanzia e di trasparenza»). presentata in Fiera occasione dell’ultima edizione di Energy Planet.
«L’area di Vicenza e provincia - si legge nell’analisi introduttiva curata dalla Commissione prezzi della Borsa Immobiliare - riscontra una lieve diminuzione della domanda, e di conseguenza la tendenza a riduzioni dei prezzi, nonostante il continuo aumento dei costi dei materiali per l’edilizia, legati all’inflazione, mentre si è dilatato il tempo di vendita. Se sommiamo la riduzione dei prezzi medi di vendita del 2-3%, rilevati nell’ultimo semestre, al sopravvenuto aumento dei costi di costruzione su percentuale superiore all’inflazione, i costruttori oggi sul nuovo stanno, di fatto, applicando una riduzione di prezzo del 7-8% rispetto ai costi di un anno fa, riduzione che peraltro pare ormai stabilizzata e destinata ad esaurirsi. Si ritiene che difficilmente potranno esserci ulteriori riduzioni di costi sugli immobili nuovi, se non nel caso di sporadiche situazioni particolari».
Le prospettive, in realtà, sono un tantino più grigie. L’età dell’oro, quella contrassegnata da bassi tassi d’interesse e da concessione generosa di mutui da parte delle banche è bruscamente terminata. Adesso ottenere credito, complice la grave crisi finanziaria che si sta rapidamente estendendo al settore reale, è diventato complicato e la caduta della domanda di case crea inevitabilmente anche un calo delle quotazioni (vedi anche articolo a fianco sul rapporto del gruppo Gabetti).
Un capitolo a parte, secondo la Borsa Immobiliare, va riservato agli immobili nuovi, costruiti con criteri di risparmio energetico. «L’edilizia sostenibile - si legge nella nota - inizialmente fenomeno di nicchia, grazie anche ad incentivi fiscali e a nuove normative in materia di certificazione energetica, e dalle crescenti sensibilità ambientali ed ecologiche, sta assumendo sempre più importanza. In un momento di rallentamento del mercato immobiliare, gli acquirenti cercano immobili che mantengano valore nel tempo e che consentano un risparmio energetico con standard quantitativi elevati».
E a tal proposito, nell’individuare i prezzi minimi e massimi delle varie aree (vedi tabella), la commissione prezzi precisa che l’attuazione dei criteri atti ad ottenere la classificazione di un immobile in classe energetica B, incide in misura variabile da 100 a 150 euro al metro quadro. Come a dire, la qualità si paga.
A Vicenza il mattone è più leggero
«Nell’ultimo semestre i prezzi sono scesi del 3% Il boom dei costi implica una riduzione globale del 7-8%»
Marino Smiderle
VICENZA
Fino a un paio di anni fa il settore immobiliare era una sorta di volano per l’economia, capace di far fronte alle prime incertezze degli altri comparti produttivi. Crescita in doppia cifra, prezzi alle stelle, profitti delle imprese col turbo, queste erano le caratteristiche, un pochino "drogate", del mattone. E se adesso l’esplosione della bolla immobiliare negli Stati Uniti, gonfiata artificialmente con i mutui subprime, sta minacciando l’equilibrio economico globale, non può destare sorpresa l’ultima rilevazione della Borsa Immobiliare di Vicenza («insieme di servizi connessi al mercato di beni immobili che la Camera di Commercio, gli agenti immobiliari accreditati e le imprese edili accreditate offrono ai Cittadini puntando su valori di garanzia e di trasparenza»). presentata in Fiera occasione dell’ultima edizione di Energy Planet.
«L’area di Vicenza e provincia - si legge nell’analisi introduttiva curata dalla Commissione prezzi della Borsa Immobiliare - riscontra una lieve diminuzione della domanda, e di conseguenza la tendenza a riduzioni dei prezzi, nonostante il continuo aumento dei costi dei materiali per l’edilizia, legati all’inflazione, mentre si è dilatato il tempo di vendita. Se sommiamo la riduzione dei prezzi medi di vendita del 2-3%, rilevati nell’ultimo semestre, al sopravvenuto aumento dei costi di costruzione su percentuale superiore all’inflazione, i costruttori oggi sul nuovo stanno, di fatto, applicando una riduzione di prezzo del 7-8% rispetto ai costi di un anno fa, riduzione che peraltro pare ormai stabilizzata e destinata ad esaurirsi. Si ritiene che difficilmente potranno esserci ulteriori riduzioni di costi sugli immobili nuovi, se non nel caso di sporadiche situazioni particolari».
Le prospettive, in realtà, sono un tantino più grigie. L’età dell’oro, quella contrassegnata da bassi tassi d’interesse e da concessione generosa di mutui da parte delle banche è bruscamente terminata. Adesso ottenere credito, complice la grave crisi finanziaria che si sta rapidamente estendendo al settore reale, è diventato complicato e la caduta della domanda di case crea inevitabilmente anche un calo delle quotazioni (vedi anche articolo a fianco sul rapporto del gruppo Gabetti).
Un capitolo a parte, secondo la Borsa Immobiliare, va riservato agli immobili nuovi, costruiti con criteri di risparmio energetico. «L’edilizia sostenibile - si legge nella nota - inizialmente fenomeno di nicchia, grazie anche ad incentivi fiscali e a nuove normative in materia di certificazione energetica, e dalle crescenti sensibilità ambientali ed ecologiche, sta assumendo sempre più importanza. In un momento di rallentamento del mercato immobiliare, gli acquirenti cercano immobili che mantengano valore nel tempo e che consentano un risparmio energetico con standard quantitativi elevati».
E a tal proposito, nell’individuare i prezzi minimi e massimi delle varie aree (vedi tabella), la commissione prezzi precisa che l’attuazione dei criteri atti ad ottenere la classificazione di un immobile in classe energetica B, incide in misura variabile da 100 a 150 euro al metro quadro. Come a dire, la qualità si paga.
mercoledì 15 ottobre 2008
Il mercato socialista
Le bistecche socialiste
nel mare dei pescecani
Due giorni di brindisi a piazza Affari e in tutte le Borse del mondo. I provvedimenti "socialisti" dei governi, che hanno disposto iniezioni tonificanti di svariate centinaia di miliardi di euro nelle vene paralizzate delle banche private, hanno riscosso molto successo nel mercato. Sì, perché mentre da un lato si critica l’eccessiva deregulation che in questi anni avrebbe portato alla deriva il sistema finanziario globale, dall’altro si getta un bel carico di bisteccone al sangue nel mare di Wall Street infestato dai pescecani.
E così, dopo aver combinato guai incentivando le banche a regalare mutui anche a chi non aveva nemmeno gli occhi per piangere, la politica persevera nel suo dirigismo. Al punto che i primi beneficiari (non i soli, si spera) di questo provvedimento sono gli stessi speculatori che, dicono i politici, sono i primi responsabili del tracollo.
Il liberismo selvaggio, che avrebbe bisogno solo di tre regole chiare da rispettare, diventa assassino se la politica pensa di poterlo guidare.
nel mare dei pescecani
Due giorni di brindisi a piazza Affari e in tutte le Borse del mondo. I provvedimenti "socialisti" dei governi, che hanno disposto iniezioni tonificanti di svariate centinaia di miliardi di euro nelle vene paralizzate delle banche private, hanno riscosso molto successo nel mercato. Sì, perché mentre da un lato si critica l’eccessiva deregulation che in questi anni avrebbe portato alla deriva il sistema finanziario globale, dall’altro si getta un bel carico di bisteccone al sangue nel mare di Wall Street infestato dai pescecani.
E così, dopo aver combinato guai incentivando le banche a regalare mutui anche a chi non aveva nemmeno gli occhi per piangere, la politica persevera nel suo dirigismo. Al punto che i primi beneficiari (non i soli, si spera) di questo provvedimento sono gli stessi speculatori che, dicono i politici, sono i primi responsabili del tracollo.
Il liberismo selvaggio, che avrebbe bisogno solo di tre regole chiare da rispettare, diventa assassino se la politica pensa di poterlo guidare.
Sgasata
L’INDAGINE. Secondo le stime di LeasePlan la provincia berica è la quarta del Veneto in spese per l’acquisto e la manutenzione di autoveicoli
A Vicenza l’auto costa 3,2 mld
Marino Smiderle
VICENZA
La crisi finanziaria travolge le prospettive del settore auto. O almeno così si diceva fino a pochi giorni fa, quando la bufera che ha investito le Borse ha spedito ai minimi termini le quotazioni delle aziende produttrici più celebri, a partire dalla Fiat in Italia e da Ford e General Motors negli Stati Uniti. In questi ultimi giorni i prezzi sono saliti e l’allarme, per quanto sempre presente, è un pochino rientrato. In ogni caso l’indagine condotta dall’Ufficio studi di LeasePlan, azienda leader in Europa nel settore del noleggio a lungo termine di autovetture, dimostra che, quanto a numeri, il settore è fondamentale per l’economia nazionale.
E pure per quella regionale e provinciale, se è vero, come è vero, che nel 2007 il Veneto ha speso qualcosa come 18 miliardi per acquisto e uso di autoveicoli e la provincia di Vicenza è arrivata a superare quota 3,2 miliardi.
E per partire proprio da un punto di vista nazionale, le stime di LeasePlan sono eloquenti: nel 2008 gli italiani spenderanno per gli autoveicoli 215,9 miliardi di euro. «Rispetto ai 211,4 miliardi di euro spesi lo scorso anno, nel 2008 - precisa Alberto Repetto - la spesa aumenterà del 2,13 per cento, cioè meno dell’inflazione».
Dunque i miliardi non incantino: si è speso tanto, e si continuerà a farlo, soprattutto per l’impennata dei prezzi del petrolio. «Il tasso di incremento modesto - dicono a LeasePlan - deriva da andamenti molto differenziati tra le varie voci di spesa.
Cresce fortemente nel 2008 l’esborso per l’acquisto di carburante, che è la voce di spesa più importante: nonostante il calo dei consumi, infatti, sale da 59,5 a 69,6 miliardi per effetto dei forti rincari del gasolio e della benzina».
Si spende tanto per fare il pieno e, vista la crisi che avanza, si cerca di evitare l’acquisto di autovetture, calato del 15 per cento secondo le rilevazioni di LeasePlan, che ipotizza, per il 2008, una spesa per veicoli nuovi in discesa a 50,4 miliardi di euro dai 59,3 miliardi del 2007.
Per tutte le altre voci di spesa relative all’utilizzazione degli autoveicoli, la crescita nel 2008 è fisiologica, salvo per i lubrificanti (+5,8%) e la manutenzione (+4,7%).
Guardando al Veneto, anche qui il capitolo di spesa più significativo per il 2007 è stato il carburante, considerato che oltre 5 miliardi (pari al 28 per cento del totale di 18 miliardi) se ne va per il pieno. Il capitolo acquisto è al secondo posto, con 4,9 miliardi, seguito dalla manutenzione (3,2 mld) e assicurazione (2,1 mld).
Per quanto riguarda il "campionato" provinciale, Verona vince il titolo di realtà veneta più... auto-dipendente, con 3,52 miliardi di euro l’anno di spesa, davanti (ma proprio di un filo) a Padova che spende 3,51 miliardi all’anno. Vicenza è al quarto posto, dopo Treviso, con 3,25 miliardi spesi all’anno, pari al 18 per cento della spesa totale in Veneto.
Le differenze tra singole province sono minime ma la preoccupazione è che anche il Veneto, una delle regioni più motorizzate d’Italia, risenta fortemente della crisi e induca questa parte d’Italia, da sempre molto propensa a spendere in auto, torni a premere il freno piuttosto che l’acceleratore. Ed è un’eventualità che preoccupa non solo la Fiat, per citare il gruppo italiano più importante, ma anche tutte le imprese che grazie al gruppo torinese negli ultimi anni sono riuscite a far lievitare utili e fatturato.
A Vicenza l’auto costa 3,2 mld
Marino Smiderle
VICENZA
La crisi finanziaria travolge le prospettive del settore auto. O almeno così si diceva fino a pochi giorni fa, quando la bufera che ha investito le Borse ha spedito ai minimi termini le quotazioni delle aziende produttrici più celebri, a partire dalla Fiat in Italia e da Ford e General Motors negli Stati Uniti. In questi ultimi giorni i prezzi sono saliti e l’allarme, per quanto sempre presente, è un pochino rientrato. In ogni caso l’indagine condotta dall’Ufficio studi di LeasePlan, azienda leader in Europa nel settore del noleggio a lungo termine di autovetture, dimostra che, quanto a numeri, il settore è fondamentale per l’economia nazionale.
E pure per quella regionale e provinciale, se è vero, come è vero, che nel 2007 il Veneto ha speso qualcosa come 18 miliardi per acquisto e uso di autoveicoli e la provincia di Vicenza è arrivata a superare quota 3,2 miliardi.
E per partire proprio da un punto di vista nazionale, le stime di LeasePlan sono eloquenti: nel 2008 gli italiani spenderanno per gli autoveicoli 215,9 miliardi di euro. «Rispetto ai 211,4 miliardi di euro spesi lo scorso anno, nel 2008 - precisa Alberto Repetto - la spesa aumenterà del 2,13 per cento, cioè meno dell’inflazione».
Dunque i miliardi non incantino: si è speso tanto, e si continuerà a farlo, soprattutto per l’impennata dei prezzi del petrolio. «Il tasso di incremento modesto - dicono a LeasePlan - deriva da andamenti molto differenziati tra le varie voci di spesa.
Cresce fortemente nel 2008 l’esborso per l’acquisto di carburante, che è la voce di spesa più importante: nonostante il calo dei consumi, infatti, sale da 59,5 a 69,6 miliardi per effetto dei forti rincari del gasolio e della benzina».
Si spende tanto per fare il pieno e, vista la crisi che avanza, si cerca di evitare l’acquisto di autovetture, calato del 15 per cento secondo le rilevazioni di LeasePlan, che ipotizza, per il 2008, una spesa per veicoli nuovi in discesa a 50,4 miliardi di euro dai 59,3 miliardi del 2007.
Per tutte le altre voci di spesa relative all’utilizzazione degli autoveicoli, la crescita nel 2008 è fisiologica, salvo per i lubrificanti (+5,8%) e la manutenzione (+4,7%).
Guardando al Veneto, anche qui il capitolo di spesa più significativo per il 2007 è stato il carburante, considerato che oltre 5 miliardi (pari al 28 per cento del totale di 18 miliardi) se ne va per il pieno. Il capitolo acquisto è al secondo posto, con 4,9 miliardi, seguito dalla manutenzione (3,2 mld) e assicurazione (2,1 mld).
Per quanto riguarda il "campionato" provinciale, Verona vince il titolo di realtà veneta più... auto-dipendente, con 3,52 miliardi di euro l’anno di spesa, davanti (ma proprio di un filo) a Padova che spende 3,51 miliardi all’anno. Vicenza è al quarto posto, dopo Treviso, con 3,25 miliardi spesi all’anno, pari al 18 per cento della spesa totale in Veneto.
Le differenze tra singole province sono minime ma la preoccupazione è che anche il Veneto, una delle regioni più motorizzate d’Italia, risenta fortemente della crisi e induca questa parte d’Italia, da sempre molto propensa a spendere in auto, torni a premere il freno piuttosto che l’acceleratore. Ed è un’eventualità che preoccupa non solo la Fiat, per citare il gruppo italiano più importante, ma anche tutte le imprese che grazie al gruppo torinese negli ultimi anni sono riuscite a far lievitare utili e fatturato.
martedì 14 ottobre 2008
Scacco all'aumento di capitale
BANCHE. In questo periodo di grave crisi finanziaria la banca presieduta da Cecchetto ha perfezionato l’aumento di capitale da 56,4 milioni
Pop. Marostica “sfida” la crisi
Marino Smiderle
MAROSTICA
A Marostica non aspettano le riunioni del G7. E nemmeno chiedono al ministro dell’Economia di stanziare un fondo di salvataggio da 56 milioni di euro. No, la Banca Popolare di Marostica quei soldi se li va a prendere sul mercato. E il mercato, nel caso specifico, è fatto degli oltre seimila soci che hanno risposto puntuali alla richiesta di aumento di capitale.
«L'aumento di capitale di Banca Popolare di Marostica si è sostanzialmente chiuso - rivela una nota dell’istituto -. Tra il 25 agosto e l'8 ottobre sono state sottoscritte praticamente per intero le 684.000 azioni emesse (offerte in opzione in ragione di due azioni nuove ogni cinque possedute a un prezzo unitario di 82 euro, oltre a un’azione gratuita ogni dieci possedute), per un importo complessivo di 56,4 milioni di euro. La risposta dei soci è stata lusinghiera».
Come altro definirla, con i chiari di luna che ci sono sui mercati globali di questi tempi. La Popolare di Marostica non è quotata in Borsa e i corsi delle sue azioni sono fissati dall’assemblea ovviamente sulla base dei valori di bilancio. La bufera che ha travolto le quotazioni delle azioni bancarie a Marostica è sembrata un venticello d’autunno. Come è stato possibile?
«Abbiamo una tradizione consolidata di sostenere e rafforzare il rapporto con i nostri soci-clienti, e l'aumento di capitale è uno degli strumenti privilegiati a disposizione - ricorda il direttore generale, Gianfranco Gasparotto -. L'aumento di capitale, particolarmente nella forma mista adottata fin dal lontano 1979, consente da un lato di gratificare la base sociale esistente e dall'altro di accogliere tra i soci le nuove generazioni e le realtà economiche emergenti sul territorio».
L’aumento era riservato ai vecchi soci ma non tutti hanno aderito. La negoziazione dei diritti ha così permesso di allargare ulteriormente la base sociale con l’ingresso di 976 nuovi soci, per un totale che adesso arriva a quota 6.800.
«Sono più che soddisfatto per la risposta ottenuta dai soci e dal territorio - afferma il presidente Giovanni Cecchetto - . L'aumento di capitale si è svolto con pieno successo, dalla fase preparatoria fino alla sua conclusione. Abbiamo ricevuto una chiara dimostrazione di fiducia e la nostra strategia, orientata principalmente al sostegno al territorio con strumenti di finanziamento mirati e vicinanza alla clientela, ci consente di perseguire gli obiettivi di consolidamento della nostra presenza ed espansione selettiva nelle aree dove l'esigenza di localismo è maggiormente sentita».
Con la nuova linfa ottenuta dai soci, la Banca Popolare di Marostica porta il Tier 1 al 15,60 per cento (dal 10,86 per cento di giugno 2008). Al momento gli oltre 300 dipendenti sono impiegati in 45 sportelli operativi, ed entro la fine dell'anno si aggiungerà la filiale in corso di apertura nel centro di Padova.
Pop. Marostica “sfida” la crisi
Marino Smiderle
MAROSTICA
A Marostica non aspettano le riunioni del G7. E nemmeno chiedono al ministro dell’Economia di stanziare un fondo di salvataggio da 56 milioni di euro. No, la Banca Popolare di Marostica quei soldi se li va a prendere sul mercato. E il mercato, nel caso specifico, è fatto degli oltre seimila soci che hanno risposto puntuali alla richiesta di aumento di capitale.
«L'aumento di capitale di Banca Popolare di Marostica si è sostanzialmente chiuso - rivela una nota dell’istituto -. Tra il 25 agosto e l'8 ottobre sono state sottoscritte praticamente per intero le 684.000 azioni emesse (offerte in opzione in ragione di due azioni nuove ogni cinque possedute a un prezzo unitario di 82 euro, oltre a un’azione gratuita ogni dieci possedute), per un importo complessivo di 56,4 milioni di euro. La risposta dei soci è stata lusinghiera».
Come altro definirla, con i chiari di luna che ci sono sui mercati globali di questi tempi. La Popolare di Marostica non è quotata in Borsa e i corsi delle sue azioni sono fissati dall’assemblea ovviamente sulla base dei valori di bilancio. La bufera che ha travolto le quotazioni delle azioni bancarie a Marostica è sembrata un venticello d’autunno. Come è stato possibile?
«Abbiamo una tradizione consolidata di sostenere e rafforzare il rapporto con i nostri soci-clienti, e l'aumento di capitale è uno degli strumenti privilegiati a disposizione - ricorda il direttore generale, Gianfranco Gasparotto -. L'aumento di capitale, particolarmente nella forma mista adottata fin dal lontano 1979, consente da un lato di gratificare la base sociale esistente e dall'altro di accogliere tra i soci le nuove generazioni e le realtà economiche emergenti sul territorio».
L’aumento era riservato ai vecchi soci ma non tutti hanno aderito. La negoziazione dei diritti ha così permesso di allargare ulteriormente la base sociale con l’ingresso di 976 nuovi soci, per un totale che adesso arriva a quota 6.800.
«Sono più che soddisfatto per la risposta ottenuta dai soci e dal territorio - afferma il presidente Giovanni Cecchetto - . L'aumento di capitale si è svolto con pieno successo, dalla fase preparatoria fino alla sua conclusione. Abbiamo ricevuto una chiara dimostrazione di fiducia e la nostra strategia, orientata principalmente al sostegno al territorio con strumenti di finanziamento mirati e vicinanza alla clientela, ci consente di perseguire gli obiettivi di consolidamento della nostra presenza ed espansione selettiva nelle aree dove l'esigenza di localismo è maggiormente sentita».
Con la nuova linfa ottenuta dai soci, la Banca Popolare di Marostica porta il Tier 1 al 15,60 per cento (dal 10,86 per cento di giugno 2008). Al momento gli oltre 300 dipendenti sono impiegati in 45 sportelli operativi, ed entro la fine dell'anno si aggiungerà la filiale in corso di apertura nel centro di Padova.
Most of the time

Fermatevi, prendetevi il tempo che vi serve, lasciatevi portare dalle parole e dalla musica di Bob Dylan. "Tell Tale Signs: The Bootleg Series Vol. 8" è semplicemente magico. Leggetevi qui i testi, compratevi qui il doppio cd e buon viaggio verso un mondo vero e diverso da quello in cui pensiamo di vivere. Perché troppo spesso dimentichiamo che le emozioni sono la benzina della vita. Most of the time...
lunedì 13 ottobre 2008
Strong buy
PORTAFOGLIO
I titoli in saldo sono attraenti e pure aleatori
di Marino Smiderle
Questa è un’economia di guerra. Meglio, una finanza di guerra. Finanza, economia, tutti concetti teorici che si svuotano di significato di fronte a quello che è successo questa settimana nei mercati globali. Facile dire, niente panico. Il panico c’è, eccome, e la schizofrenia si è impadronita della Borsa globale, quasi volesse scontare la recessione dei prossimi anni in un botto unico. E succede che la gente fa domande da stato di guerra. Tipo: sono sicuri i miei soldi nel conto corrente? Se fallisce la banca perdo i Bot che avevo nel deposito titoli? Non bisognerebbe prendere sul serio queste preoccupazioni, ma conviene prima spiegare alcune regolette che nessuno si era preso la briga di mandare a memoria. Le regolette dell’economia di guerra.
I SOLDI IN CONTO
Prima domanda: sono sicuri i soldi che ho depositato in conto corrente? Prima ancora degli annunci tranquillizzanti del presidente del Consiglio, la risposta era, e rimane: sì, sono sicuri. Il Fondo interbancario di tutela dei depositi li garantisce fino a 103.291,38 euro per ogni singolo depositario. In più il recente provvedimento del governo ha esteso la garanzia e dunque non c’è pericolo. La conseguenza è questa: avere i soldi nel cassetto della cucina e averli in conto corrente è la stessa identica cosa. Se la banca fallisce, per essere chiari, quei soldi vi vengono restituiti.
TITOLI DI STATO
Lo stesso discorso vale per i titoli di stato sistemati nei depositi titoli della medesima banca. Fate conto che quel deposito titoli sia il solito cassetto: tutto quello che c’è dentro è vostro. I titoli di stato, lo dice la parola stessa, sono debiti che lo stato ha nei vostri confronti e che onorerà indipendentemente dal futuro della banca. Una volta, e i più anziani lo ricorderanno, c’era la materialità del titolo: dei lenzuoloni di carta filigranata che si potevano tenere, a rischio e pericolo del possessore, sotto il materasso. Adesso quella materialità non c’è più e, anche volendo, non potreste portarveli a casa. Ma questo non cambia di un millimetro la questione: i titoli sono vostri, punto e basta.
LIBRETTI POSTALI
Questi potete averli anche a casa ma la garanzia è più o meno la stessa che caratterizza i titoli di stato. Per essere più precisi, sono garantiti al 70 per cento dalla Cassa Depositi e Prestiti, una società per azioni controllata al 70 per cento dallo stato e per il restante 30 per cento da fondazioni in gran parte bancarie. Nessun problema, dunque.
INVESTIMENTI
Fermiamo un attimo l’economia di guerra. Anche perché, siamo sinceri, se davvero dovesse succedere un crac globale e le banche dovessero fallire, cosa diavolo mai ce ne faremmo di svalutatissime banconote? Guerra a parte, che diavolo ne facciamo di eventuale liquidità a disposizione? In questo momento, vale la pena ripeterlo, ogni razionalità è già andata su per il camino. Certo, ha ragione Berlusconi, a questi prezzi comprare Enel o Eni sembra un’occasione grandiosa. Roba da stagione dei saldi, con pingui dividendi incorporati. Il guaio è che quando il panico si impadronisce dei mercati la gente vende quel che gli capita a tiro. Per cui per chi è debole di cuore la cosa migliore è comprare titoli di stato, che rendono poco ma che fanno dormire la notte. Viceversa, se avete la fortuna di essere già sufficientemente coperti coi titoli di stato e se avete altra liquidità che potete dimenticare per un bel po’ di tempo, quelle azioni a questi prezzi sono davvero delle tentazioni irresistibili. Lasciatevi tentare. Ovviamente alle condizioni già dette e per una percentuale del portafoglio proporzionale alla vostra propensione al rischio.
IL FUTURO
Previsioni è abbastanza inutile farne. Chi è rimasto lungo di azioni non può fare altro che tenerle. Sempre che, ovviamente, non abbia necessità di denaro. In caso contrario, non resta che far finta che quelle azioni siano alla stregua di bond Argentina riconvertiti. Sì, tipo quelle obbligazione che vi hanno dato in cambio di quelle originarie, a scadenza siderale che un giorno, forse, potreste rivedere tradotte nei soldi investiti originariamente. Nel caso delle azioni, il vecchio detto «prezzi visti si rivedono», oggi fa sorridere. Ma non ci resta altro da fare.
I titoli in saldo sono attraenti e pure aleatori
di Marino Smiderle
Questa è un’economia di guerra. Meglio, una finanza di guerra. Finanza, economia, tutti concetti teorici che si svuotano di significato di fronte a quello che è successo questa settimana nei mercati globali. Facile dire, niente panico. Il panico c’è, eccome, e la schizofrenia si è impadronita della Borsa globale, quasi volesse scontare la recessione dei prossimi anni in un botto unico. E succede che la gente fa domande da stato di guerra. Tipo: sono sicuri i miei soldi nel conto corrente? Se fallisce la banca perdo i Bot che avevo nel deposito titoli? Non bisognerebbe prendere sul serio queste preoccupazioni, ma conviene prima spiegare alcune regolette che nessuno si era preso la briga di mandare a memoria. Le regolette dell’economia di guerra.
I SOLDI IN CONTO
Prima domanda: sono sicuri i soldi che ho depositato in conto corrente? Prima ancora degli annunci tranquillizzanti del presidente del Consiglio, la risposta era, e rimane: sì, sono sicuri. Il Fondo interbancario di tutela dei depositi li garantisce fino a 103.291,38 euro per ogni singolo depositario. In più il recente provvedimento del governo ha esteso la garanzia e dunque non c’è pericolo. La conseguenza è questa: avere i soldi nel cassetto della cucina e averli in conto corrente è la stessa identica cosa. Se la banca fallisce, per essere chiari, quei soldi vi vengono restituiti.
TITOLI DI STATO
Lo stesso discorso vale per i titoli di stato sistemati nei depositi titoli della medesima banca. Fate conto che quel deposito titoli sia il solito cassetto: tutto quello che c’è dentro è vostro. I titoli di stato, lo dice la parola stessa, sono debiti che lo stato ha nei vostri confronti e che onorerà indipendentemente dal futuro della banca. Una volta, e i più anziani lo ricorderanno, c’era la materialità del titolo: dei lenzuoloni di carta filigranata che si potevano tenere, a rischio e pericolo del possessore, sotto il materasso. Adesso quella materialità non c’è più e, anche volendo, non potreste portarveli a casa. Ma questo non cambia di un millimetro la questione: i titoli sono vostri, punto e basta.
LIBRETTI POSTALI
Questi potete averli anche a casa ma la garanzia è più o meno la stessa che caratterizza i titoli di stato. Per essere più precisi, sono garantiti al 70 per cento dalla Cassa Depositi e Prestiti, una società per azioni controllata al 70 per cento dallo stato e per il restante 30 per cento da fondazioni in gran parte bancarie. Nessun problema, dunque.
INVESTIMENTI
Fermiamo un attimo l’economia di guerra. Anche perché, siamo sinceri, se davvero dovesse succedere un crac globale e le banche dovessero fallire, cosa diavolo mai ce ne faremmo di svalutatissime banconote? Guerra a parte, che diavolo ne facciamo di eventuale liquidità a disposizione? In questo momento, vale la pena ripeterlo, ogni razionalità è già andata su per il camino. Certo, ha ragione Berlusconi, a questi prezzi comprare Enel o Eni sembra un’occasione grandiosa. Roba da stagione dei saldi, con pingui dividendi incorporati. Il guaio è che quando il panico si impadronisce dei mercati la gente vende quel che gli capita a tiro. Per cui per chi è debole di cuore la cosa migliore è comprare titoli di stato, che rendono poco ma che fanno dormire la notte. Viceversa, se avete la fortuna di essere già sufficientemente coperti coi titoli di stato e se avete altra liquidità che potete dimenticare per un bel po’ di tempo, quelle azioni a questi prezzi sono davvero delle tentazioni irresistibili. Lasciatevi tentare. Ovviamente alle condizioni già dette e per una percentuale del portafoglio proporzionale alla vostra propensione al rischio.
IL FUTURO
Previsioni è abbastanza inutile farne. Chi è rimasto lungo di azioni non può fare altro che tenerle. Sempre che, ovviamente, non abbia necessità di denaro. In caso contrario, non resta che far finta che quelle azioni siano alla stregua di bond Argentina riconvertiti. Sì, tipo quelle obbligazione che vi hanno dato in cambio di quelle originarie, a scadenza siderale che un giorno, forse, potreste rivedere tradotte nei soldi investiti originariamente. Nel caso delle azioni, il vecchio detto «prezzi visti si rivedono», oggi fa sorridere. Ma non ci resta altro da fare.
Foreign affair
PRESIDENZIALI USA. Sono impegnati in due guerre mondiali l’attenzione è su temi interni
Gli americani
non si curano di affari esteri
di Marino Smiderle
Cosa vi aspettereste da una campagna presidenziale in corso in un paese impegnato in due guerre mondiali? Che si dibattesse parecchio di politica estera, ovviamente. Invece il destino ha voluto che gli Stati Uniti fossero investiti da una terza guerra mondiale, una guerra senza pistole e carri armati, una guerra economica che ha già lasciato macerie nei listini di Wall Street e che ha finito con lo stravolgere l’agenda elettorale. E nei dibattiti elettorali tra John McCain e Barack Obama il futuro delle missioni in Afghanistan e in Iraq ha perso il carattere di priorità.
Come ha ricordato The Economist, nessuno meglio dell’ex deputato repubblicano del Minnesota, Vin Weber, è riuscito a descrivere la propensione dell’americano medio a occuparsi di politica estera. «L’approccio degli americani alla politica estera - diceva Weber - è lo stesso che adottano nei confronti del dentista: qualcosa a cui preferiscono non pensare a meno che non siano costretti». Un approccio francamente singolare, considerando che, dalla notte dei tempi, gli americani hanno sempre avuto l’orgoglio e l’ambizione di considerarsi una sorta di giudice di ultima istanza in qualsiasi disputa internazionale.
E in questo momento, in particolare, le questioni internazionali sono così importanti da far sostenere a qualcuno che gli Stati Uniti dovrebbero estendere il diritto di voto a tutti i cittadini... del mondo. Per restare all’agenda dei due candidati, è sorprendente notare come McCain e Obama la pensino allo stesso modo a proposito di argomenti così spinosi come quelli legati al ruolo che gli Stati Uniti dovranno recitare nello scacchiere internazionale. C’è solo un tema di politica estera che li vede su barricate opposte: Obama si è opposto alla guerra in Iraq fin dall’inizio, McCain spingeva per una politica di regime change in Iraq prima ancora che Bush diventasse presidente.
«Nonostante ciò - scrive The Economist - i due candidati sono molto vicini sulle altre grandi questioni. Per prima cosa, entrambi sono consapevoli (cosa che Dick Cheney, per esempio, non può capire) che il prossimo presidente dovrà darsi da fare per migliorare l’immagine degli Usa all’estero. Gli anni di Bush sono stati percepiti come un declino catastrofico del sentimento pro-America nel mondo. Solo il 31 per cento dei tedeschi ha un’opinione favorevole degli Stati Uniti. Percentuale che è scesa al 19 per cento in Pakistan e a un miserevole 12 per cento in Turchia».
Quale dei due candidati potrebbe contribuire maggiormente a un’inversione di tendenza? È chiaro che McCain, essendo il candidato del partito del presidente uscente, parte svantaggiato in proposito. Anche se, va riconosciuto, questo tornado di 72 anni ha sempre fatto di testa sua e, durante l’Amministrazione Bush, ha votato e promosso molti provvedimenti legislativi in aperto contrasto con Bush. Resta il fatto che quando Obama è andato in visita a Berlino, circa 250 mila tedeschi sono andati in piazza per sostenerlo e per mostrare, in questo modo, per chi fa il tifo l’Europa. Quando è andato in visita McCain, praticamente nessuno se n’è accorto.
In quella che potremmo chiamare politica di cambiamento d’immagine, ci sono due punti di discontinuità rispetto a Bush che entrambi i candidati hanno fatto propri. Per cominciare la questione del global warming, del riscaldamento globale, un tema a cui l’Amministrazione Bush aveva riservato zero attenzione. Sia McCain che Obama si sono detti pronti a riconsiderare questa posizione. Così come entrambi si sono espressi chiaramente contro la tortura, «McCain con l’autorità - scrive The Economist - di chi le torture le ha subite durante la prigioni in Vietnam», ed entrambi vogliono chiudere Guantanamo.
Quello che però non è percepito bene in Europa è l’identica posizione dei due candidati nei confronti della Guerra al Terrore (Iraq a parte). «Che vinca l’uno o che vinca l’altro - prosegue The Economist - la politica di repressione nei confronti del terrorismo islamico resterà al centro della politica estera».
Obama, in particolare. ha sottolineato come sia sua intenzione potenziare l’impegno dell’America in Afghanistan. Non solo. Per dare la caccia ai talebani che si rifugiano nell’area di confine nel Pakistan, Obama darà l’autorizzazione alle proprie truppe di andare anche al di fuori di quei confini. È più duro di Bush su questo punto, tanto che nell’ultimo dibattito televisivo McCain lo ha accusato di essere a favore di un’improbabile invasione del Pakistan. Obama ha replicato: «Non ho detto questo. Ho detto solo che se gli alleati pakistani ci daranno una mano nel catturare i talebani, noi saremo loro grati e collaboreremo; se non ce la daranno, i talebani ce li andremo a prendere da soli».
Quanto a Iran, Siria e dintorni, la durezza dell’uno si specchia nella durezza dell’altro. Piuttosto resta una differenza di fondo nell’approccio all’Onu. Se Obama condivide l’entusiasmo che il partito democratico manifesta nei confronti delle istituzioni multilaterali, McCain è invece più propenso a sostenere una sorta di Lega delle democrazie come contraltare a un’organizzazione che, tra le nazioni unite, contempla anche i peggiori tiranni del globo. Il succo del discorso è: né Obama, né McCain cambieranno di molto la politica estera americana. Entrambi cercheranno di mantenere a Washington il potere globale che la storia di quest’ultimo mezzo secolo ha assegnato agli Usa. Resta da vedere, però, se quando terminerà questa bufera economica e finanziaria il futuro presidente avrà ancora i mezzi e la possibilità di far recitare agli Usa il ruolo di attore protagonista in un mondo che sta cambiando, che è già cambiato.
Gli americani
non si curano di affari esteri
di Marino Smiderle
Cosa vi aspettereste da una campagna presidenziale in corso in un paese impegnato in due guerre mondiali? Che si dibattesse parecchio di politica estera, ovviamente. Invece il destino ha voluto che gli Stati Uniti fossero investiti da una terza guerra mondiale, una guerra senza pistole e carri armati, una guerra economica che ha già lasciato macerie nei listini di Wall Street e che ha finito con lo stravolgere l’agenda elettorale. E nei dibattiti elettorali tra John McCain e Barack Obama il futuro delle missioni in Afghanistan e in Iraq ha perso il carattere di priorità.
Come ha ricordato The Economist, nessuno meglio dell’ex deputato repubblicano del Minnesota, Vin Weber, è riuscito a descrivere la propensione dell’americano medio a occuparsi di politica estera. «L’approccio degli americani alla politica estera - diceva Weber - è lo stesso che adottano nei confronti del dentista: qualcosa a cui preferiscono non pensare a meno che non siano costretti». Un approccio francamente singolare, considerando che, dalla notte dei tempi, gli americani hanno sempre avuto l’orgoglio e l’ambizione di considerarsi una sorta di giudice di ultima istanza in qualsiasi disputa internazionale.
E in questo momento, in particolare, le questioni internazionali sono così importanti da far sostenere a qualcuno che gli Stati Uniti dovrebbero estendere il diritto di voto a tutti i cittadini... del mondo. Per restare all’agenda dei due candidati, è sorprendente notare come McCain e Obama la pensino allo stesso modo a proposito di argomenti così spinosi come quelli legati al ruolo che gli Stati Uniti dovranno recitare nello scacchiere internazionale. C’è solo un tema di politica estera che li vede su barricate opposte: Obama si è opposto alla guerra in Iraq fin dall’inizio, McCain spingeva per una politica di regime change in Iraq prima ancora che Bush diventasse presidente.
«Nonostante ciò - scrive The Economist - i due candidati sono molto vicini sulle altre grandi questioni. Per prima cosa, entrambi sono consapevoli (cosa che Dick Cheney, per esempio, non può capire) che il prossimo presidente dovrà darsi da fare per migliorare l’immagine degli Usa all’estero. Gli anni di Bush sono stati percepiti come un declino catastrofico del sentimento pro-America nel mondo. Solo il 31 per cento dei tedeschi ha un’opinione favorevole degli Stati Uniti. Percentuale che è scesa al 19 per cento in Pakistan e a un miserevole 12 per cento in Turchia».
Quale dei due candidati potrebbe contribuire maggiormente a un’inversione di tendenza? È chiaro che McCain, essendo il candidato del partito del presidente uscente, parte svantaggiato in proposito. Anche se, va riconosciuto, questo tornado di 72 anni ha sempre fatto di testa sua e, durante l’Amministrazione Bush, ha votato e promosso molti provvedimenti legislativi in aperto contrasto con Bush. Resta il fatto che quando Obama è andato in visita a Berlino, circa 250 mila tedeschi sono andati in piazza per sostenerlo e per mostrare, in questo modo, per chi fa il tifo l’Europa. Quando è andato in visita McCain, praticamente nessuno se n’è accorto.
In quella che potremmo chiamare politica di cambiamento d’immagine, ci sono due punti di discontinuità rispetto a Bush che entrambi i candidati hanno fatto propri. Per cominciare la questione del global warming, del riscaldamento globale, un tema a cui l’Amministrazione Bush aveva riservato zero attenzione. Sia McCain che Obama si sono detti pronti a riconsiderare questa posizione. Così come entrambi si sono espressi chiaramente contro la tortura, «McCain con l’autorità - scrive The Economist - di chi le torture le ha subite durante la prigioni in Vietnam», ed entrambi vogliono chiudere Guantanamo.
Quello che però non è percepito bene in Europa è l’identica posizione dei due candidati nei confronti della Guerra al Terrore (Iraq a parte). «Che vinca l’uno o che vinca l’altro - prosegue The Economist - la politica di repressione nei confronti del terrorismo islamico resterà al centro della politica estera».
Obama, in particolare. ha sottolineato come sia sua intenzione potenziare l’impegno dell’America in Afghanistan. Non solo. Per dare la caccia ai talebani che si rifugiano nell’area di confine nel Pakistan, Obama darà l’autorizzazione alle proprie truppe di andare anche al di fuori di quei confini. È più duro di Bush su questo punto, tanto che nell’ultimo dibattito televisivo McCain lo ha accusato di essere a favore di un’improbabile invasione del Pakistan. Obama ha replicato: «Non ho detto questo. Ho detto solo che se gli alleati pakistani ci daranno una mano nel catturare i talebani, noi saremo loro grati e collaboreremo; se non ce la daranno, i talebani ce li andremo a prendere da soli».
Quanto a Iran, Siria e dintorni, la durezza dell’uno si specchia nella durezza dell’altro. Piuttosto resta una differenza di fondo nell’approccio all’Onu. Se Obama condivide l’entusiasmo che il partito democratico manifesta nei confronti delle istituzioni multilaterali, McCain è invece più propenso a sostenere una sorta di Lega delle democrazie come contraltare a un’organizzazione che, tra le nazioni unite, contempla anche i peggiori tiranni del globo. Il succo del discorso è: né Obama, né McCain cambieranno di molto la politica estera americana. Entrambi cercheranno di mantenere a Washington il potere globale che la storia di quest’ultimo mezzo secolo ha assegnato agli Usa. Resta da vedere, però, se quando terminerà questa bufera economica e finanziaria il futuro presidente avrà ancora i mezzi e la possibilità di far recitare agli Usa il ruolo di attore protagonista in un mondo che sta cambiando, che è già cambiato.
sabato 11 ottobre 2008
Divisi alla meta
SINDACATO. Ieri Copiello ha riunito l’assemblea dei delegati per parlare di contrattazione. Schermaglie con la Cgil
«In questa crisi globale
la Cisl va alla trattativa»
Marino Smiderle
VICENZA
Nella sala dell’Alfa hotel la Cisl di Vicenza discute, in viale dell’Astronomia a Roma la Cisl nazionale firma. Insieme alla Uil e senza la Cgil. Per cambiare il sistema di contrattazione e rilanciare il livello aziendale. Giornata intensa, quella di ieri. Giornata di frattura sindacale, una delle tante, anche se i protagonisti parlano di leggera apertura da parte di Guglielmo Epifani. Vabbè, ma l’assemblea dei delegati della Cisl berica che ne pensa?
«Noi punteremo sempre verso l’unità sindacale - dirà Luigi Copiello, segretario generale vicentino - e nessuno riuscirà mai a dividerci dalla Cgil. Certo, non siamo neanche disposti a fermarci di fronte ai diktat di Epifani. La nostra autonomia non è mai stata in discussione».
Per parlare di riforma della contrattazione la Cisl di Vicenza ha invitato due politici, uno di destra e uno di sinistra: il sen. Maurizio Castro (Pdl) da una parte e il sen, Paolo Nerozzi (Pd) dall’altra. Più che politici, in realtà, Castro e Nerozzi sono due esponenti del mondo del lavoro prestati al parlamento. Castro, di Pordenone, è stato per anni responsabile del personale alla Zanussi e con Copiello ha fatto battaglie memorabili; Nerozzi, di Bologna, è stato una vita alla Cgil e a lui tocca quindi recitare il ruolo dell’avvocato del diavolo. Perché, comunque la si voglia girare, ieri nella sala dell’Alfa hotel di Vicenza, nonostante il pompiere Copiello, il diavolo era la Cgil.
«La Cgil è un grande sindacato - è la premessa di Franca Porto, segretario regionale della Cisl - ma non è il sindacato. Io credo che, in questo momento, chi si sottrae alla responsabilità di portare avanti una trattativa commetta peccato mortale».
Mamma mia, peccato mortale. L’iperbole religiosa usata da Franca Porto è strettamente legata alla situazione drammatica dell’economia mondiale. Il crac finanziario non resterà confinato nei listini delle Borse e presto si estenderà alle fabbriche, alla cosiddetta economia reale.
«Ma io non sarei così pessimista - osserva Castro -. Specie qui nel Veneto c’è una struttura industriale solida che sarà sicuramente investita dalla crisi ma che saprà farvi fronte. Quanto alla dinamica contrattuale, io invito la Cisl, che in passato ha sempre dimostrato di saper prendere scelte difficili, di essere coraggiosa e di guardare avanti. E quanto alle scelte di politica economica, questo governo cercherà di favorire le eccellenze, affinché trainino anche i più deboli allo sviluppo che questo paese deve conseguire».
Nerozzi la vede invece in modo diverso. «A proposito della riforma attualmente in discussione - osserva - noi siamo convinti che debbano essere tutelate quelle figure professionali che il contratto non sanno neanche cosa sia. Penso per esempio alle cooperative sociali, alle donne di pulizia, che non possono permettersi il lusso di pensare a un secondo livello di contrattazione. Il guaio è che questo è un paese sempre più diviso e noi non dobbiamo perdere di vista le categorie più deboli».
Copiello dà un occhio al cellulare e legge un sms: «L’accordo è stato firmato». Ma non è, spiega, una rottura definitiva con la Cgil, perché tutte le sigle sindacali saranno presenti ai successivi incontri. Insomma, un equilibrismo tattico per ribadire che l’unità sindacale resta la linea da seguire. Fino a quando è possibile.
Castro e Nerozzi si beccano simpaticamente sulla diversa visione della politica economica, con l’ex esponente della Cgil che si compiace della conversione antiliberista di Tremonti e con Castro che rivendica la presenza al governo di una destra autenticamente popolare e per niente liberista e arriva ad auspicare l’istituzione di una nuova Iri più efficiente.
Poi Nerozzi rimprovera la Porto: «Scioperavate contro Prodi e non con Berlusconi». Cortese ma secca la replica: «Noi siamo pronti a scioperare ma prima lasciami vedere quali sono le proposte».
«In questa crisi globale
la Cisl va alla trattativa»
Marino Smiderle
VICENZA
Nella sala dell’Alfa hotel la Cisl di Vicenza discute, in viale dell’Astronomia a Roma la Cisl nazionale firma. Insieme alla Uil e senza la Cgil. Per cambiare il sistema di contrattazione e rilanciare il livello aziendale. Giornata intensa, quella di ieri. Giornata di frattura sindacale, una delle tante, anche se i protagonisti parlano di leggera apertura da parte di Guglielmo Epifani. Vabbè, ma l’assemblea dei delegati della Cisl berica che ne pensa?
«Noi punteremo sempre verso l’unità sindacale - dirà Luigi Copiello, segretario generale vicentino - e nessuno riuscirà mai a dividerci dalla Cgil. Certo, non siamo neanche disposti a fermarci di fronte ai diktat di Epifani. La nostra autonomia non è mai stata in discussione».
Per parlare di riforma della contrattazione la Cisl di Vicenza ha invitato due politici, uno di destra e uno di sinistra: il sen. Maurizio Castro (Pdl) da una parte e il sen, Paolo Nerozzi (Pd) dall’altra. Più che politici, in realtà, Castro e Nerozzi sono due esponenti del mondo del lavoro prestati al parlamento. Castro, di Pordenone, è stato per anni responsabile del personale alla Zanussi e con Copiello ha fatto battaglie memorabili; Nerozzi, di Bologna, è stato una vita alla Cgil e a lui tocca quindi recitare il ruolo dell’avvocato del diavolo. Perché, comunque la si voglia girare, ieri nella sala dell’Alfa hotel di Vicenza, nonostante il pompiere Copiello, il diavolo era la Cgil.
«La Cgil è un grande sindacato - è la premessa di Franca Porto, segretario regionale della Cisl - ma non è il sindacato. Io credo che, in questo momento, chi si sottrae alla responsabilità di portare avanti una trattativa commetta peccato mortale».
Mamma mia, peccato mortale. L’iperbole religiosa usata da Franca Porto è strettamente legata alla situazione drammatica dell’economia mondiale. Il crac finanziario non resterà confinato nei listini delle Borse e presto si estenderà alle fabbriche, alla cosiddetta economia reale.
«Ma io non sarei così pessimista - osserva Castro -. Specie qui nel Veneto c’è una struttura industriale solida che sarà sicuramente investita dalla crisi ma che saprà farvi fronte. Quanto alla dinamica contrattuale, io invito la Cisl, che in passato ha sempre dimostrato di saper prendere scelte difficili, di essere coraggiosa e di guardare avanti. E quanto alle scelte di politica economica, questo governo cercherà di favorire le eccellenze, affinché trainino anche i più deboli allo sviluppo che questo paese deve conseguire».
Nerozzi la vede invece in modo diverso. «A proposito della riforma attualmente in discussione - osserva - noi siamo convinti che debbano essere tutelate quelle figure professionali che il contratto non sanno neanche cosa sia. Penso per esempio alle cooperative sociali, alle donne di pulizia, che non possono permettersi il lusso di pensare a un secondo livello di contrattazione. Il guaio è che questo è un paese sempre più diviso e noi non dobbiamo perdere di vista le categorie più deboli».
Copiello dà un occhio al cellulare e legge un sms: «L’accordo è stato firmato». Ma non è, spiega, una rottura definitiva con la Cgil, perché tutte le sigle sindacali saranno presenti ai successivi incontri. Insomma, un equilibrismo tattico per ribadire che l’unità sindacale resta la linea da seguire. Fino a quando è possibile.
Castro e Nerozzi si beccano simpaticamente sulla diversa visione della politica economica, con l’ex esponente della Cgil che si compiace della conversione antiliberista di Tremonti e con Castro che rivendica la presenza al governo di una destra autenticamente popolare e per niente liberista e arriva ad auspicare l’istituzione di una nuova Iri più efficiente.
Poi Nerozzi rimprovera la Porto: «Scioperavate contro Prodi e non con Berlusconi». Cortese ma secca la replica: «Noi siamo pronti a scioperare ma prima lasciami vedere quali sono le proposte».
Opzioni
La Borsa va malissimo?
Ci resta il Superenalotto
La crisi finanziaria che presto si estenderà ai posti di lavoro di tutti gli italiani ha un unico beneficiario: il tenutario del Superenalotto, cioè lo Stato. Con il jackpot salito a 77 milioni di euro, in questi giorni sono salite a livelli inimmaginabili (pare anche dall’estero) le giocate. Sono quasi 50 milioni, infatti, le combinazioni giocate nell'ultimo concorso, un record nel record per il Superenalotto che con questo montepremi monstre è al momento il concorso a premi più ricco del mondo.
Cresce dunque la febbre per la possibilità di vincere quasi 160 miliardi delle vecchie lire proprio nei giorni in cui a spulciare tra i listini delle Borse mondiali viene la depressione. Come attestano gli psicologi, secondo i quali anche un solo euro giocato per vincere un montepremi del genere può valere come un antidepressivo contro l’angoscia generata dal terremoto economico.
E poi, diciamo la verità, le probabilità di vincere in Borsa sono le stesse probabilità di vincere al Superenalotto.
Ci resta il Superenalotto
La crisi finanziaria che presto si estenderà ai posti di lavoro di tutti gli italiani ha un unico beneficiario: il tenutario del Superenalotto, cioè lo Stato. Con il jackpot salito a 77 milioni di euro, in questi giorni sono salite a livelli inimmaginabili (pare anche dall’estero) le giocate. Sono quasi 50 milioni, infatti, le combinazioni giocate nell'ultimo concorso, un record nel record per il Superenalotto che con questo montepremi monstre è al momento il concorso a premi più ricco del mondo.
Cresce dunque la febbre per la possibilità di vincere quasi 160 miliardi delle vecchie lire proprio nei giorni in cui a spulciare tra i listini delle Borse mondiali viene la depressione. Come attestano gli psicologi, secondo i quali anche un solo euro giocato per vincere un montepremi del genere può valere come un antidepressivo contro l’angoscia generata dal terremoto economico.
E poi, diciamo la verità, le probabilità di vincere in Borsa sono le stesse probabilità di vincere al Superenalotto.
Rete di sicurezza
LA CRISI FINANZIARIA/1. Confindustria prepara una risposta forte al crac dei mercati. Iniziativa Neafidi-banche
C’è un fondo di sicurezza
per l’industria del Veneto
Marino Smiderle
VICENZA
Il falò delle vanità finanziarie rischia di incendiare anche le fabbriche vere. E il Nord est è pieno di fabbriche vere, di economia cosiddetta reale, che produce guadagni e benessere col sudore della fronte e con l’ingegno e la laboriosità. Per evitare di pagare il conto di una crisi globale scoppiata oltreoceano, Confindustria Veneto ha accolto con favore l’iniziativa del governatore Giancarlo Galan, in merito all'attuale situazione ed alla proposta di creare un Osservatorio per verificare lo stato della crisi, e ha avviato un’operazione di difesa preventiva.
Andrea Riello, presidente di Confindustria Veneto, ha riunito il comitato esecutivo dei presidenti di Confindustria delle 7 province, con l'obiettivo di individuare un'efficace risposta veneta all'attuale crisi finanziaria. E come già era avvenuto nel corso del precedente consiglio ristretto, si è discusso sulla situazione generale delle imprese del territorio e delle loro difficoltà crescenti nell'accedere al mercato del credito, a seguito della crisi di liquidità del sistema bancario.
«Esprimo il mio più vivo apprezzamento per l'iniziativa del governatore - ha commentato Andrea Riello -. È importante in questo momento supportare le imprese venete a superare questa difficile congiuntura finanziaria e porre particolare attenzione alle tante micro e piccole imprese, vera spina dorsale del nostro sistema industriale, che in questo momento sono più esposte alla tempesta finanziaria. La mia più totale disponibilità a collaborare con la Regione, partecipando attivamente a tale Osservatorio. Nell'ambito delle proposte operative gli industriali del Veneto stanno già lavorando da tempo, consapevoli dell'urgenza che il momento richiede, e con la volontà, condivisa da tutti i Presidenti, di riuscire a trovare una soluzione pragmatica ed incisiva».
Dal canto suo Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza, ha inviato una lettera a tutti gli associati in cui si sottolinea che «uscire da questa situazione non è sicuramente facile né così immediato. C'è bisogno di ridare, non a parole ma con i comportamenti, fiducia al sistema delle imprese ed ai risparmiatori, ritornando a modi operativi improntati a quell'etica degli affari e della finanza che negli ultimi anni è stata decisamente ignorata».
Ed è ad Antonio Favrin, presidente di Confindustria Venezia, ed anche di NeaFidi, il consorzio regionale di garanzia di Confindustria, che è stato affidato il mandato più ampio per l'attuazione del piano. Piano che prevede la creazione di un meccanismo di supporto al finanziamento delle imprese per poter permettere loro di superare questo periodo di forte turbolenza.
Nei giorni scorsi, il Presidente Favrin ha sentito i principali istituti bancari operanti sul territorio e l'Assessore alle Attività Produttive, Vendemiano Sartor; incontrerà oggi l'Assessore al Bilancio, Isi Coppola.
«Stiamo lavorando per implementare velocemente e con molto pragmatismo - ha commentato Favrin - un meccanismo operativo che riesca a conciliare le problematiche degli istituti bancari e, contemporaneamente, quelle dei nostri imprenditori. Confindustria ritiene necessario coinvolgere in questo progetto tanto la Regione Veneto, che ha già dato ampia disponibilità, quanto le stesse Camere di Commercio».Al Sole 24 Ore ieri Favrin ha dichiarato che la proposta è di creare un fondo Neafidi-banche di 300 milioni a cui potranno accedere le aziende in regola con Basilea 2. «Non vi è l'intenzione - prosegue Favrin - di sostituirsi agli istituti di credito, che devono continuare a svolgere il loro importante lavoro di affidamento all'economia reale, ma quella di ottenere velocemente un paracadute per le nostre imprese che permetta loro di far fronte a questo momento di grande turbolenza». Gli imprenditori Veneti auspicano che, a livello politico, ci sia una convergenza bipartisan sul piano.
C’è un fondo di sicurezza
per l’industria del Veneto
Marino Smiderle
VICENZA
Il falò delle vanità finanziarie rischia di incendiare anche le fabbriche vere. E il Nord est è pieno di fabbriche vere, di economia cosiddetta reale, che produce guadagni e benessere col sudore della fronte e con l’ingegno e la laboriosità. Per evitare di pagare il conto di una crisi globale scoppiata oltreoceano, Confindustria Veneto ha accolto con favore l’iniziativa del governatore Giancarlo Galan, in merito all'attuale situazione ed alla proposta di creare un Osservatorio per verificare lo stato della crisi, e ha avviato un’operazione di difesa preventiva.
Andrea Riello, presidente di Confindustria Veneto, ha riunito il comitato esecutivo dei presidenti di Confindustria delle 7 province, con l'obiettivo di individuare un'efficace risposta veneta all'attuale crisi finanziaria. E come già era avvenuto nel corso del precedente consiglio ristretto, si è discusso sulla situazione generale delle imprese del territorio e delle loro difficoltà crescenti nell'accedere al mercato del credito, a seguito della crisi di liquidità del sistema bancario.
«Esprimo il mio più vivo apprezzamento per l'iniziativa del governatore - ha commentato Andrea Riello -. È importante in questo momento supportare le imprese venete a superare questa difficile congiuntura finanziaria e porre particolare attenzione alle tante micro e piccole imprese, vera spina dorsale del nostro sistema industriale, che in questo momento sono più esposte alla tempesta finanziaria. La mia più totale disponibilità a collaborare con la Regione, partecipando attivamente a tale Osservatorio. Nell'ambito delle proposte operative gli industriali del Veneto stanno già lavorando da tempo, consapevoli dell'urgenza che il momento richiede, e con la volontà, condivisa da tutti i Presidenti, di riuscire a trovare una soluzione pragmatica ed incisiva».
Dal canto suo Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza, ha inviato una lettera a tutti gli associati in cui si sottolinea che «uscire da questa situazione non è sicuramente facile né così immediato. C'è bisogno di ridare, non a parole ma con i comportamenti, fiducia al sistema delle imprese ed ai risparmiatori, ritornando a modi operativi improntati a quell'etica degli affari e della finanza che negli ultimi anni è stata decisamente ignorata».
Ed è ad Antonio Favrin, presidente di Confindustria Venezia, ed anche di NeaFidi, il consorzio regionale di garanzia di Confindustria, che è stato affidato il mandato più ampio per l'attuazione del piano. Piano che prevede la creazione di un meccanismo di supporto al finanziamento delle imprese per poter permettere loro di superare questo periodo di forte turbolenza.
Nei giorni scorsi, il Presidente Favrin ha sentito i principali istituti bancari operanti sul territorio e l'Assessore alle Attività Produttive, Vendemiano Sartor; incontrerà oggi l'Assessore al Bilancio, Isi Coppola.
«Stiamo lavorando per implementare velocemente e con molto pragmatismo - ha commentato Favrin - un meccanismo operativo che riesca a conciliare le problematiche degli istituti bancari e, contemporaneamente, quelle dei nostri imprenditori. Confindustria ritiene necessario coinvolgere in questo progetto tanto la Regione Veneto, che ha già dato ampia disponibilità, quanto le stesse Camere di Commercio».Al Sole 24 Ore ieri Favrin ha dichiarato che la proposta è di creare un fondo Neafidi-banche di 300 milioni a cui potranno accedere le aziende in regola con Basilea 2. «Non vi è l'intenzione - prosegue Favrin - di sostituirsi agli istituti di credito, che devono continuare a svolgere il loro importante lavoro di affidamento all'economia reale, ma quella di ottenere velocemente un paracadute per le nostre imprese che permetta loro di far fronte a questo momento di grande turbolenza». Gli imprenditori Veneti auspicano che, a livello politico, ci sia una convergenza bipartisan sul piano.
giovedì 9 ottobre 2008
I medici del crac
L’EDITORIALE
Quei medici
al capezzale di un mercato
in coma
Marino Smiderle
Quando c’era Alan Greenspan alla guida della Fed la sua ossessione era il soft landing, l’atterraggio morbido di un’economia che tutti giudicavano surriscaldata e drogata dalla net-economy. Eravamo a cavallo dei due secoli, e pare davvero un secolo fa, ma sono passati "solo" otto anni. La bolla delle net-stocks, le azioni legate a internet, scoppiò, ma Greenspan riuscì in qualche modo a pilotare l’economia verso un atterraggio più che morbido, aiutato dalla politica Usa che sfornava leggi che incentivavano il credito e profetizzavano l’avvento della ownership society, cioè una società fatta di proprietari di case. E proprietari pure di auto, di gioielli, di abiti firmati e via consumando. Il credito folle ha mantenuto in vita un’economia che, di suo, aveva ormai poco. E il sistema finanziario ha fatto il resto, impacchettando tutti i debiti degli Stati Uniti e spedendoli in giro per il mondo a cavallo della globalizzazione. Ora che Greenspan non c’è più, l’atterraggio è arrivato, di botto. È il mercato, bellezza. No, il mercato vero, quello che, anche attraverso la tanto denigrata deregulation, produce gli effetti benefici della concorrenza e permette a tutti di acquistare beni e servizi a prezzi più bassi, è fatto anche di vigili che alzano la paletta quando qualcuno sgarra. Negli ultimi anni, purtroppo, quei vigili sono mancati. E se il mercato, specie quello finanziario, è senza vigili e non rispetta le poche regole elementari, diventa una mandria di belve feroci. Per tornare a usare la forza bruta di questa mandria a fini benefici, le autorità politiche e monetarie (quelle che avrebbero dovuto fare i vigili) adesso sono costrette a prendere provvedimenti straordinari.I farmaci, per ora, si chiamano riduzione dei tassi d’interesse di mezzo punto in tutti gli angoli del pianeta, si chiamano nazionalizzazione (parziale e momentanea, si spera) delle banche, si chiamano iniezioni di liquidità. Il paziente è grave e non è dato sapere quando si riprenderà. Certo, se la riduzione dei tassi da parte della Fed ha come scopo quello di tornare a dare credito facile a chi non lo merita, stiamo freschi.
Perché i pazienti siamo anche noi, attori più o meno inconsapevoli dell’economia globale che ci ha regalato benessere, prima, e paura, adesso. Il conto lo pagheremo tutti e sarà salato, inutile nasconderlo. La cura, questo è sicuro, non è andare a prendere i soldi in banca e metterli sotto il materasso. Perché il conto corrente o il titolo di stato sono sinonimi di materasso: da lì non ce li prende nessuno, è il caso di gridarlo forte. Quanto varranno quei soldi fra uno o due anni, questo è tutto un altro discorso.
I governi si riuniscono, danno garanzie, si sostituiscono al mercato che nel frattempo è ricoverato in rianimazione. Quando guarirà, perché guarirà anche stavolta, come dopo il ’29, troverà un altro mondo. Col baricentro sempre più spostato a oriente e con le cicatrici che rimarranno indelebili nei libri di storia dei nostri nipoti.
Quei medici
al capezzale di un mercato
in coma
Marino Smiderle
Quando c’era Alan Greenspan alla guida della Fed la sua ossessione era il soft landing, l’atterraggio morbido di un’economia che tutti giudicavano surriscaldata e drogata dalla net-economy. Eravamo a cavallo dei due secoli, e pare davvero un secolo fa, ma sono passati "solo" otto anni. La bolla delle net-stocks, le azioni legate a internet, scoppiò, ma Greenspan riuscì in qualche modo a pilotare l’economia verso un atterraggio più che morbido, aiutato dalla politica Usa che sfornava leggi che incentivavano il credito e profetizzavano l’avvento della ownership society, cioè una società fatta di proprietari di case. E proprietari pure di auto, di gioielli, di abiti firmati e via consumando. Il credito folle ha mantenuto in vita un’economia che, di suo, aveva ormai poco. E il sistema finanziario ha fatto il resto, impacchettando tutti i debiti degli Stati Uniti e spedendoli in giro per il mondo a cavallo della globalizzazione. Ora che Greenspan non c’è più, l’atterraggio è arrivato, di botto. È il mercato, bellezza. No, il mercato vero, quello che, anche attraverso la tanto denigrata deregulation, produce gli effetti benefici della concorrenza e permette a tutti di acquistare beni e servizi a prezzi più bassi, è fatto anche di vigili che alzano la paletta quando qualcuno sgarra. Negli ultimi anni, purtroppo, quei vigili sono mancati. E se il mercato, specie quello finanziario, è senza vigili e non rispetta le poche regole elementari, diventa una mandria di belve feroci. Per tornare a usare la forza bruta di questa mandria a fini benefici, le autorità politiche e monetarie (quelle che avrebbero dovuto fare i vigili) adesso sono costrette a prendere provvedimenti straordinari.I farmaci, per ora, si chiamano riduzione dei tassi d’interesse di mezzo punto in tutti gli angoli del pianeta, si chiamano nazionalizzazione (parziale e momentanea, si spera) delle banche, si chiamano iniezioni di liquidità. Il paziente è grave e non è dato sapere quando si riprenderà. Certo, se la riduzione dei tassi da parte della Fed ha come scopo quello di tornare a dare credito facile a chi non lo merita, stiamo freschi.
Perché i pazienti siamo anche noi, attori più o meno inconsapevoli dell’economia globale che ci ha regalato benessere, prima, e paura, adesso. Il conto lo pagheremo tutti e sarà salato, inutile nasconderlo. La cura, questo è sicuro, non è andare a prendere i soldi in banca e metterli sotto il materasso. Perché il conto corrente o il titolo di stato sono sinonimi di materasso: da lì non ce li prende nessuno, è il caso di gridarlo forte. Quanto varranno quei soldi fra uno o due anni, questo è tutto un altro discorso.
I governi si riuniscono, danno garanzie, si sostituiscono al mercato che nel frattempo è ricoverato in rianimazione. Quando guarirà, perché guarirà anche stavolta, come dopo il ’29, troverà un altro mondo. Col baricentro sempre più spostato a oriente e con le cicatrici che rimarranno indelebili nei libri di storia dei nostri nipoti.
Palladio portava la kefiah
L’OSPITE DI RIGUARDO. L’uomo d’affari palestinese ha visitato la mostra del cinquecentenario
«Vicenza e Nablus
sono città gemelle»
di Marino Smiderle
«Mi sento a casa». E per forza, abita alla Rotonda. Non sulla Riviera Berica, per la verità, ma a Nablus, in Cisgiordania. «No, ti blocco subito, perché sbagli. Nablus è in Palestina». Signori, ecco Munib al-Masri, 73 anni, l’uomo più ricco della Palestina, appunto, oltre che emulatore folle di Andrea Palladio. Folle al punto da costruire una copia esatta della Rotonda sulla cima del monte Gerizim, tra sassi e povertà. Vladimiro Riva, di Vicenza è, ha smosso mari e monti per portarlo qua e accoglierlo da palladiano doc. Per convincerlo gli ha mandato a Nablus Guido Cerasuolo, che per Vicenza Film Commission ha girato un video che verrà incluso nel documentario The Palladians.
Ed ora eccoli qua, tutti uniti a Vicenza, nel cinquecentenario del Palladio. Munib al-Masri è commosso per l’accoglienza ricevuta. «Davvero, sono molto contento - attacca -. Essere considerato un fan di Palladio dai vicentini mi onora».
Del resto, qualcosa per ottenere questa medaglia l’ha fatta. La Rotonda a Nablus è un pugno in un occhio, per chi è allergico ai contrasti, oppure un capolavoro della libertà, per chi ama i simboli. «Sì, io ho voluto costruire quella villa - ricorda - per testimoniare la libertà dei palestinesi. E l’ho chiamata The House of Palestine».
Parla quasi da capo di stato, e in parte lo è. Nel senso che da quelle parti è un’autorità riconosciuta. E se non è stata formalizzata politicamente è solo per il fermo rifiuto dell’interessato che, fin dai tempi di Arafat, di cui era carissimo amico, ha sempre preferito occuparsi del suo Paese attraverso lo sviluppo economico. Sì, le sue aziende, le sue attività portano un po’ di lavoro in una terra che, da troppi anni, è sconvolta da tensioni e povertà. Dopo i contrasti insanabili tra Al Fatah e Hamas, che sia arrivato il momento della discesa in campo di Munib al-Masri. L’interessato sorride ma non commenta.
Meglio cambiare discorso, meglio parlare di Palladio. «Mi sono innamorato di Palladio per caso - è la sua rievocazione - nel 1953, in un ristorante di Chicago chiamato, guardo un po’, Palladium. Fu una serata memorabile, buon vino, una bella ragazza, un ballo cheek to cheek. Inevitabile che volessi saperne di più di questo Palladium. Ho scoperto chi era Palladio e mi sono ripromesso di costruire il suo capolavoro nella mia terra. Quella promessa è stata mantenuta».
E di Vicenza che dice? È la prima volta che passa da queste parti? «No, sono già venuto a Vicenza, ci mancherebbe - risponde -. Però adesso è diverso, adesso mi sento uno di voi, un vicentino. Mi avete accolto come uno di voi e di questo ringrazio tutta la città. Anzi, avrei un’idea da sottoporre al vostro sindaco. Posso osare?».
E ci mancherebbe, ormai è uno di casa, l’inquilino della Rotonda. Quella "vera", tra l’altro, perché lei ci tiene a sottolineare questa apparente assurdità cronologica, vero? «Sì, ci tengo a dire che la mia è la Rotonda che avrebbe voluto il Palladio - afferma -. Io ho seguito i progetti originali, mentre villa Capra Valmarana è stata modificata dall’architetto Scamozzi, che fece una volta più bassa. La mia è quella originale, quella che voleva Palladio».
D’accordo, ma qual era la proposta che voleva fare al sindaco di Vicenza. «Mi piacerebbe che Vicenza e Nablus celebrassero un gemellaggio - è il suo invito - magari in nome di Palladio. Le città con le due Rotonde. Sarebbe anche un grande messaggio di pace e fratellanza tra due comunità che mi piacerebbe fossero avvicinate per sempre». Idea affascinante, da girare subito ad Achille Variati. Nell’attesa, si fa guidare dal prof. Howard Burns, da Carla Padovan di Vicenza è e da Cerasuolo («A Nablus mi ha accolto come fossi uno di famiglia») al teatro Olimpico e alla mostra del Cisa. Poche parole, solo emozioni.
Piedi saldati per terra
IMPRESE. Viaggio nell’azienda di Villaverla che produce saldatrici e caricabatterie dal 1963. E ora è leader mondiale
Telwin salda la manifattura
al territorio
Marino Smiderle
VILLAVERLA
Per capire la differenza che c’è tra economia finanziaria ed economia reale la cosa migliore è fare un giro nello stabilimento della Telwin di Villaverla. Anzi, negli stabilimenti della Telwin (acronimo di Telitalia Welding International), perché i 120 mila metri quadrati coperti dell’azienda di Antonio Spillere comprendono diverse strutture, tutte collegate tra di loro. E l’impressione, più che di trovarsi in una classica impresa produttiva del Nord Est, è quella di essere capitato in un grande ambulatorio medico. Un po’ perché è tutto lindo come uno specchio e i lavoratori che stanno componendo la saldatrici o i caricabatterie sembrano tanti medici e infermieri; e un po’ perché, visti i tempi di crash finanziari, pare proprio di essere al capezzale di quella manifattura che molti davano per finita.
«Questa sarà una crisi durissima - sostiene Spillere - e non ne usciremo tanto facilmente. Gli effetti della bolla finanziaria scoppiata negli Stati Uniti ancora devono vedersi qui da noi. Ma tra poco arriveranno, è inevitabile. E saranno dolori. Ma, come è sempre accaduto, sapremo reagire e ripartire più forti di prima».
La Telwin è un’azienda che fa saldatrici e caricabatterie. Detta così, pare perfino banale. Così come pareva banale al fondatore, Giovanni Spillere, titolare del consorzio di Villaverla, affidare al figlio un’attività così nuova e dall’incerto avvenire. «L’idea fu quella di trasferire l’uso delle saldatrici dalle fabbriche alle case - ricorda Antonio Spillere - intuendo quali potevano essere le implicazioni del boom del fai da te. Fu un grande successo e da quei primi, timidi passi, ora siamo diventati leader nel settore delle saldatrici e dei caricabatteria».
Essere azienda leader vuol dire, per Spillere, avere il cuore e le braccia dell’impresa a Villaverla. Qui si produce, qui si progetta, qui si pensa. E poi si va a vendere nei cinque continenti. Roba da 100 milioni di fatturato, almeno stando alle previsioni per questo 2008. Macinati da una squadra di circa 300 collaboratori. Può essere che l’obiettivo tondo sfumi per qualche milione, proprio per via del ritracciamento dei mercati, ma il senso non cambia.
Dai primi modelli di saldatrici artigianali si è passati, in questi 45 anni di attività, al massimo della tecnologia, a partire dai primi anni 90, con l’introduzione dell’inverter nelle saldatrici. Tutto questo grazie alla presenza di ingegneri e tecnici capaci e all’investimento pesante che Spillere ha fatto in tecnologia, innovazione, ricerca e sviluppo. In questo caso non si tratta di parole e di buone intenzioni ma di milioni impiegati per conquistare e difendere una leadership che consente alla Telwin di competere con i cinesi.
«Io ho preferito mantenere tutto qui - spiega Spillere - perché resto dell’avviso che l’alta qualità nel nostro settore è decisiva e consente di battere anche i concorrenti che buttano sul mercato prodotti a prezzo inferiore ma di un livello più basso».
Logistica, innovazione e organizzazione sono i sentieri seguiti per lo sviluppo della Telwin del terzo millennio. Dal 1993, quando l’azienda passò dalla sede storica di via De Gasperi, più vicina al centro di Villaverla all’attuale cittadella della saldatura, i passi avanti nell'organizzazione sono stati praticamente quotidiani. Ora gran parte del lavoro è affidato a macchinari di alta precisione. E con l’introduzione della tecnologia inverter, Telwin ha iniziato ad ampliare l’offerta e a presentarsi sul mercato con marchio proprio e diventando un punto di riferimento per tutti.
Spillere è l’amministratore unico di Telwin ma non si occupa solo di Telwin (controllata da Fraspi, la holding dei fratelli Spillere controllata al 52 per cento da Antonio). Da qualche anno ha rilevato il 100 per cento del capitale di Valex, azienda commerciale di Schio da 40 milioni di euro di fatturato. E poi è socio storico (al 10 per cento) della finanziaria Palladio, oltre che titolare di partecipazioni significative in alcune immobiliari.
Un gruppo diversificato, quello di Antonio Spillere, con Telwin a... saldare il tutto. E con il figlio Stefano già pronto a puntare al futuro.
Telwin salda la manifattura
al territorio
Marino Smiderle
VILLAVERLA
Per capire la differenza che c’è tra economia finanziaria ed economia reale la cosa migliore è fare un giro nello stabilimento della Telwin di Villaverla. Anzi, negli stabilimenti della Telwin (acronimo di Telitalia Welding International), perché i 120 mila metri quadrati coperti dell’azienda di Antonio Spillere comprendono diverse strutture, tutte collegate tra di loro. E l’impressione, più che di trovarsi in una classica impresa produttiva del Nord Est, è quella di essere capitato in un grande ambulatorio medico. Un po’ perché è tutto lindo come uno specchio e i lavoratori che stanno componendo la saldatrici o i caricabatterie sembrano tanti medici e infermieri; e un po’ perché, visti i tempi di crash finanziari, pare proprio di essere al capezzale di quella manifattura che molti davano per finita.
«Questa sarà una crisi durissima - sostiene Spillere - e non ne usciremo tanto facilmente. Gli effetti della bolla finanziaria scoppiata negli Stati Uniti ancora devono vedersi qui da noi. Ma tra poco arriveranno, è inevitabile. E saranno dolori. Ma, come è sempre accaduto, sapremo reagire e ripartire più forti di prima».
La Telwin è un’azienda che fa saldatrici e caricabatterie. Detta così, pare perfino banale. Così come pareva banale al fondatore, Giovanni Spillere, titolare del consorzio di Villaverla, affidare al figlio un’attività così nuova e dall’incerto avvenire. «L’idea fu quella di trasferire l’uso delle saldatrici dalle fabbriche alle case - ricorda Antonio Spillere - intuendo quali potevano essere le implicazioni del boom del fai da te. Fu un grande successo e da quei primi, timidi passi, ora siamo diventati leader nel settore delle saldatrici e dei caricabatteria».
Essere azienda leader vuol dire, per Spillere, avere il cuore e le braccia dell’impresa a Villaverla. Qui si produce, qui si progetta, qui si pensa. E poi si va a vendere nei cinque continenti. Roba da 100 milioni di fatturato, almeno stando alle previsioni per questo 2008. Macinati da una squadra di circa 300 collaboratori. Può essere che l’obiettivo tondo sfumi per qualche milione, proprio per via del ritracciamento dei mercati, ma il senso non cambia.
Dai primi modelli di saldatrici artigianali si è passati, in questi 45 anni di attività, al massimo della tecnologia, a partire dai primi anni 90, con l’introduzione dell’inverter nelle saldatrici. Tutto questo grazie alla presenza di ingegneri e tecnici capaci e all’investimento pesante che Spillere ha fatto in tecnologia, innovazione, ricerca e sviluppo. In questo caso non si tratta di parole e di buone intenzioni ma di milioni impiegati per conquistare e difendere una leadership che consente alla Telwin di competere con i cinesi.
«Io ho preferito mantenere tutto qui - spiega Spillere - perché resto dell’avviso che l’alta qualità nel nostro settore è decisiva e consente di battere anche i concorrenti che buttano sul mercato prodotti a prezzo inferiore ma di un livello più basso».
Logistica, innovazione e organizzazione sono i sentieri seguiti per lo sviluppo della Telwin del terzo millennio. Dal 1993, quando l’azienda passò dalla sede storica di via De Gasperi, più vicina al centro di Villaverla all’attuale cittadella della saldatura, i passi avanti nell'organizzazione sono stati praticamente quotidiani. Ora gran parte del lavoro è affidato a macchinari di alta precisione. E con l’introduzione della tecnologia inverter, Telwin ha iniziato ad ampliare l’offerta e a presentarsi sul mercato con marchio proprio e diventando un punto di riferimento per tutti.
Spillere è l’amministratore unico di Telwin ma non si occupa solo di Telwin (controllata da Fraspi, la holding dei fratelli Spillere controllata al 52 per cento da Antonio). Da qualche anno ha rilevato il 100 per cento del capitale di Valex, azienda commerciale di Schio da 40 milioni di euro di fatturato. E poi è socio storico (al 10 per cento) della finanziaria Palladio, oltre che titolare di partecipazioni significative in alcune immobiliari.
Un gruppo diversificato, quello di Antonio Spillere, con Telwin a... saldare il tutto. E con il figlio Stefano già pronto a puntare al futuro.
mercoledì 8 ottobre 2008
Il rave interruptus
Così si manda a monte un rave party. Grazie all'ottimo lavoro della questura di Belluno, in collaborazione con genitori responsabili.
lunedì 6 ottobre 2008
Come si salva l'economia Usa
L'amico e collega Matteo Marian mi ha segnalato uno straordinario commento di Marc Faber sull'economia americana. Ve lo incollo qui sotto perché è straordinariamente attuale (oggi il Dow Jones e gli altri mercati sono colati a picco).
Marc Faber's comment on the US economy:
Investment analyst and entrepreneur Dr. Marc Faber concluded his monthly bulletin (June 2008) with the Following:
"The federal government is sending each of us a $600 rebate. If we spend that money at Wal-Mart, the money goes to China. If we spend it on gasoline it goes to the Arabs. If we buy a computer it will go to India. If we purchase fruit and vegetables it will go to Mexico, Honduras and Guatemala. If we purchase a good car it will go to Germany. If we purchase useless crap it will go to Taiwan and none of it will help the American economy. The only way to keep that money here at home is to spend it on prostitutes and beer, since these are the only products still produced in US. I've been doing my part".
Marc Faber's comment on the US economy:
Investment analyst and entrepreneur Dr. Marc Faber concluded his monthly bulletin (June 2008) with the Following:
"The federal government is sending each of us a $600 rebate. If we spend that money at Wal-Mart, the money goes to China. If we spend it on gasoline it goes to the Arabs. If we buy a computer it will go to India. If we purchase fruit and vegetables it will go to Mexico, Honduras and Guatemala. If we purchase a good car it will go to Germany. If we purchase useless crap it will go to Taiwan and none of it will help the American economy. The only way to keep that money here at home is to spend it on prostitutes and beer, since these are the only products still produced in US. I've been doing my part".
Piazze & democrazia
Quella deriva
piazzaiola
di Marino Smiderle
Verrebbe facile dire che quelli che sono andati a votare ieri sono la minoranza rumorosa.
Verrebbe facile dire che la maggioranza dei vicentini, quella che se ne sta a casa e sbuffa davanti alle strade intasate dai cortei, si è espressa a favore del Dal Molin americano.
Non è ovviamente così.Non lo è perché, per prima cosa, il 25-30 per cento di popolazione che ieri è andata a votare per un sondaggio autogestito senza alcun valore giuridico è comunque una folla che non può essere liquidata come frangia di no global e che merita attenzione e rispetto.
Più semplicemente, il significato della consultazione artigianale di ieri, dimostra che il sistema di fare politica sulle piazze non è gradito alla maggioranza della gente. Perché resta fuor di dubbio, al di là del risultato, che la maggioranza dei vicentini è contro la base militare in quanto tale.
Quella che è stata bocciata ieri è stata piuttosto la deriva piazzaiola che la politica vicentina ha preso in questi ultimi due anni. Quelli che non sono andati a votare non possono essere automaticamente arruolati tra coloro che vogliono dare a tutti i costi il Dal Molin agli americani. Non è neanche realistico pensarlo. Semplicemente, questa maggioranza vorrebbe che funzionasse quel sistema di democrazia rappresentativa che ha visto, nel caso specifico, decisioni identiche prese da due governi di colore diverso. E vorrebbero pure, per soprammercato, che anche a Vicenza finisse una paralisi politico-amministrativa che, da troppo tempo, impedisce a chicchessia di intravedere un’idea per il futuro.
Il 70 per cento di vicentini che ieri è rimasto a casa chiede, in silenzio, che si ritorni alla normalità. Certo, ora magari avrà qualche perplessità in più su un sindaco che, con grande entusiasmo, si è speso per quella che riteneva una doverosa difesa della città, sfregiata da una decisione che non condivideva, fin dall’inizio. Ma lo stesso Variati, chiuso questo capitolo triste della storia vicentina, ora ha l’occasione per ricominciare a pensare alla Vicenza del futuro. Certo, una Vicenza con una base che non aiuta la viabilità, che moltissimi vicentini non vogliono, d’accordo.
La protesta è garantita dalla democrazia, ci mancherebbe, ma con tutte le proteste di questi anni, condivise da almeno 25 mila vicentini, abbiamo solo perso treni oltre che aerei. Variati voleva un parere dalla sua cittadinanza e l’ha avuto. Adesso gli spettano gli auguri di buon lavoro. Da tutti, anche da chi ieri è rimasto a casa.
piazzaiola
di Marino Smiderle
Verrebbe facile dire che quelli che sono andati a votare ieri sono la minoranza rumorosa.
Verrebbe facile dire che la maggioranza dei vicentini, quella che se ne sta a casa e sbuffa davanti alle strade intasate dai cortei, si è espressa a favore del Dal Molin americano.
Non è ovviamente così.Non lo è perché, per prima cosa, il 25-30 per cento di popolazione che ieri è andata a votare per un sondaggio autogestito senza alcun valore giuridico è comunque una folla che non può essere liquidata come frangia di no global e che merita attenzione e rispetto.
Più semplicemente, il significato della consultazione artigianale di ieri, dimostra che il sistema di fare politica sulle piazze non è gradito alla maggioranza della gente. Perché resta fuor di dubbio, al di là del risultato, che la maggioranza dei vicentini è contro la base militare in quanto tale.
Quella che è stata bocciata ieri è stata piuttosto la deriva piazzaiola che la politica vicentina ha preso in questi ultimi due anni. Quelli che non sono andati a votare non possono essere automaticamente arruolati tra coloro che vogliono dare a tutti i costi il Dal Molin agli americani. Non è neanche realistico pensarlo. Semplicemente, questa maggioranza vorrebbe che funzionasse quel sistema di democrazia rappresentativa che ha visto, nel caso specifico, decisioni identiche prese da due governi di colore diverso. E vorrebbero pure, per soprammercato, che anche a Vicenza finisse una paralisi politico-amministrativa che, da troppo tempo, impedisce a chicchessia di intravedere un’idea per il futuro.
Il 70 per cento di vicentini che ieri è rimasto a casa chiede, in silenzio, che si ritorni alla normalità. Certo, ora magari avrà qualche perplessità in più su un sindaco che, con grande entusiasmo, si è speso per quella che riteneva una doverosa difesa della città, sfregiata da una decisione che non condivideva, fin dall’inizio. Ma lo stesso Variati, chiuso questo capitolo triste della storia vicentina, ora ha l’occasione per ricominciare a pensare alla Vicenza del futuro. Certo, una Vicenza con una base che non aiuta la viabilità, che moltissimi vicentini non vogliono, d’accordo.
La protesta è garantita dalla democrazia, ci mancherebbe, ma con tutte le proteste di questi anni, condivise da almeno 25 mila vicentini, abbiamo solo perso treni oltre che aerei. Variati voleva un parere dalla sua cittadinanza e l’ha avuto. Adesso gli spettano gli auguri di buon lavoro. Da tutti, anche da chi ieri è rimasto a casa.
Euriborlandia
PORTAFOGLIO
Le bastonate
dell’Euribor
sulle famiglie
di Marino Smiderle
C’è una cosa che fa girare le scatole, e scusate la franchezza, in tutta questa crisi partita e moltiplicata dalle banche. Una cosa che va contro l’andamento normale del mercato e che è causata esclusivamente dalla mancanza di fiducia tra gli istituti di credito. Il punto è semplice: il tasso Euribor ha raggiunto il suo livello record (5,34 per cento quello a tre mesi misurato venerdì) proprio mentre dalla Banca centrale europea arrivano segnali di possibili ribassi, subito recepiti dal mercato, peraltro, con un immediato e sensibile guadagno del dollaro nei confronti dell’euro. Vediamo di capire come si sta evolvendo la situazione di chi ha contratto un mutuo a tasso variabile e quali eventuali contromisure si possono prendere nei confronti di quest’epidemia globale.
EURIBOR
Dunque, partiamo dall’Euribor. È il tasso con cui le banche si scambiano il denaro per la gestione di tesoreria quotidiana. Com’è che i tassi di riferimento della Bce sono visti in discesa e questo parametro, adottato per calcolare periodicamente il tasso dei mutui variabili delle famiglie, continua a salire? Semplice, perché le banche non si fidano più l’una dell’altra e preferiscono impiegare l’eventuale liquidità a disposizione acquistando titoli di stato che rendono pochissimo (effetto flight to quality) piuttosto che prestarlo a un altro istituto. E poi dicono del panico dei risparmiatori: se ragionassimo come fanno le banche dovremmo andare agli sportelli, prelevare i nostri fondi e metterli sotto il materasso. Invece sono le banche a fare cose folli, e sarebbero pure fatti loro se non presentassero il conto a noi.
MUTUI
Succede che adesso l’Euribor è al 5,34 per cento. Bene, un mutuo normale, né caro, né a buon mercato, prevede uno spread pari più o meno a un punto percentuale. Per tradurre: con l’Euribor al 5,34 per cento, il tasso del nostro mutuo si arrampica a quota 6,34 per cento. Inutile star qui a far conti: gli aumenti, rispetto a qualche anno fa, le rate si sono appesantite di svariate centinaia di euro. Avanti di questo passo, tutti gli italiani diventeranno titolari di mutui subprime, nel senso che non ce la faranno più a pagare le rate e contribuiranno a far fallire le banche, in un avvitamento sistemico che non prevede vincitori ma solo vinti. Pessimismo cosmico? Diciamo più sobriamente rabbia da uomo della strada che si sente preso in giro, oltre che alleggerito di moneta sonante. Il tutto, non per una ragione di mercato (fosse per quella in questo momento i tassi sarebbero scesi), ma per una distorsione da panico delle banche stesse. Per essere fair, e per avere un mutuo a tassi di mercato, in questo momento bisognerebbe cambiare il parametro, magari adottando i tassi dei titoli di stato che le banche stanno comprando a mani basse.
RIMEDI
Visto che questo tipo di giustizia finanziaria è destinata a rimanere utopia, tanto vale prendere in considerazione, magari a denti stretti, i pochi rimedi che restano alla portata del normale cittadino tosato. La scappatoia offerta dal ministro Tremonti, e trasformata in pratica dalle banche che nelle scorse settimane hanno inviato ai titolari di mutuo il modulo per aderire, è una mera dilazione di pagamento. Cioè: si trasforma il mutuo in tasso fisso ai livelli di due anni fa (e quindi molto più bassi di quelli attuali) ma non è che il resto passa in cavalleria. No, le banche annotano diligentemente i mancati incassi dovuti al minor tasso applicato e, alla scadenza naturale, anziché considerare estinto il debito, allungheranno la scadenza fino a quando non sarà saldato l’intero ammontare calcolato con i criteri originali. Il consigli oche danno tutti gli esperti in materia è semplice: aderite solo se siete alla canna del gas. Il guaio è che con questo Euribor alla canna del gas ci arriveremo in fretta.
PORTABILITÀ
L’alternativa, per ottenere condizioni migliori, magari in termini di spread, è quella di andare a bussare da un’altra banca e usufruire della portabilità gratuita del mutuo da un istituto a un altro. Si parla, però, di qualche decina di centesimi di differenza che, per carità, possono fare la differenza ma che, se la crescita dell’Euribor continua a questo ritmo, non possono certo risolvere tutti i problemi.
Le bastonate
dell’Euribor
sulle famiglie
di Marino Smiderle
C’è una cosa che fa girare le scatole, e scusate la franchezza, in tutta questa crisi partita e moltiplicata dalle banche. Una cosa che va contro l’andamento normale del mercato e che è causata esclusivamente dalla mancanza di fiducia tra gli istituti di credito. Il punto è semplice: il tasso Euribor ha raggiunto il suo livello record (5,34 per cento quello a tre mesi misurato venerdì) proprio mentre dalla Banca centrale europea arrivano segnali di possibili ribassi, subito recepiti dal mercato, peraltro, con un immediato e sensibile guadagno del dollaro nei confronti dell’euro. Vediamo di capire come si sta evolvendo la situazione di chi ha contratto un mutuo a tasso variabile e quali eventuali contromisure si possono prendere nei confronti di quest’epidemia globale.
EURIBOR
Dunque, partiamo dall’Euribor. È il tasso con cui le banche si scambiano il denaro per la gestione di tesoreria quotidiana. Com’è che i tassi di riferimento della Bce sono visti in discesa e questo parametro, adottato per calcolare periodicamente il tasso dei mutui variabili delle famiglie, continua a salire? Semplice, perché le banche non si fidano più l’una dell’altra e preferiscono impiegare l’eventuale liquidità a disposizione acquistando titoli di stato che rendono pochissimo (effetto flight to quality) piuttosto che prestarlo a un altro istituto. E poi dicono del panico dei risparmiatori: se ragionassimo come fanno le banche dovremmo andare agli sportelli, prelevare i nostri fondi e metterli sotto il materasso. Invece sono le banche a fare cose folli, e sarebbero pure fatti loro se non presentassero il conto a noi.
MUTUI
Succede che adesso l’Euribor è al 5,34 per cento. Bene, un mutuo normale, né caro, né a buon mercato, prevede uno spread pari più o meno a un punto percentuale. Per tradurre: con l’Euribor al 5,34 per cento, il tasso del nostro mutuo si arrampica a quota 6,34 per cento. Inutile star qui a far conti: gli aumenti, rispetto a qualche anno fa, le rate si sono appesantite di svariate centinaia di euro. Avanti di questo passo, tutti gli italiani diventeranno titolari di mutui subprime, nel senso che non ce la faranno più a pagare le rate e contribuiranno a far fallire le banche, in un avvitamento sistemico che non prevede vincitori ma solo vinti. Pessimismo cosmico? Diciamo più sobriamente rabbia da uomo della strada che si sente preso in giro, oltre che alleggerito di moneta sonante. Il tutto, non per una ragione di mercato (fosse per quella in questo momento i tassi sarebbero scesi), ma per una distorsione da panico delle banche stesse. Per essere fair, e per avere un mutuo a tassi di mercato, in questo momento bisognerebbe cambiare il parametro, magari adottando i tassi dei titoli di stato che le banche stanno comprando a mani basse.
RIMEDI
Visto che questo tipo di giustizia finanziaria è destinata a rimanere utopia, tanto vale prendere in considerazione, magari a denti stretti, i pochi rimedi che restano alla portata del normale cittadino tosato. La scappatoia offerta dal ministro Tremonti, e trasformata in pratica dalle banche che nelle scorse settimane hanno inviato ai titolari di mutuo il modulo per aderire, è una mera dilazione di pagamento. Cioè: si trasforma il mutuo in tasso fisso ai livelli di due anni fa (e quindi molto più bassi di quelli attuali) ma non è che il resto passa in cavalleria. No, le banche annotano diligentemente i mancati incassi dovuti al minor tasso applicato e, alla scadenza naturale, anziché considerare estinto il debito, allungheranno la scadenza fino a quando non sarà saldato l’intero ammontare calcolato con i criteri originali. Il consigli oche danno tutti gli esperti in materia è semplice: aderite solo se siete alla canna del gas. Il guaio è che con questo Euribor alla canna del gas ci arriveremo in fretta.
PORTABILITÀ
L’alternativa, per ottenere condizioni migliori, magari in termini di spread, è quella di andare a bussare da un’altra banca e usufruire della portabilità gratuita del mutuo da un istituto a un altro. Si parla, però, di qualche decina di centesimi di differenza che, per carità, possono fare la differenza ma che, se la crescita dell’Euribor continua a questo ritmo, non possono certo risolvere tutti i problemi.
Running on empty
PRESIDENZIALI AMERICANE. I crac finanziari diventano decisivi per il risultato elettorale
Obama corre
sulle rovine
di Wall Street
di Marino Smiderle
Il treno della campagna elettorale americana è entrato nella stazione dell’ultimo mese e ha trovato la bomba del crash di Wall Street. Il prossimo 4 novembre sapremo chi sarà il successore di George W. Bush e il Mappamondo dedicherà le prossime puntate a questo grande evento, prima di trasferirsi a Washington e New York per vedere da vicino i primi passi dell’America di Barack Obama o, ipotesi al momento meno probabile, dell’America di John McCain.
Già questa è un’affermazione fortina, un accreditamento dei recenti sondaggi che, in queste ultime settimane, vengono sfornati con la rapidità che Starbuck’s sforna ciambelle e frappuccini. Sì, perché questa prima puntata tematica di avvicinamento parte col considerare l’effetto del crash di Wall Street e dell’approvazione del piano di salvataggio statale (700 miliardi) sulle scelte elettorali degli americani.
Dopo 28 anni di politiche economiche liberiste e guidate dal faro della deregulation (traduzione: lo stato non deve intromettersi negli affari del mercato), e dopo 28 anni che gli Stati Uniti, oltre che buona parte del mondo occidentale, ricorderanno come «i meravigliosi anni della nostra vita» in termini di benessere diffuso, il treno sembra essersi schiantato contro i piloni della finanza creativa, dei mutui facili, dell’economia a debito che anche l’ex presidente della Fed, Alan Greenspan, ha contribuito a erigere in vista del famoso soft lending al termine della trasvolata pluridecennale della crescita.
La domanda è: quale dei due candidati incasserà il dividendo più sostanzioso, in termini di voti, dal crollo di Wall Street? La risposta è tanto semplice quanto certa: Barack Obama e il partito democratico.
Magari si potrà discutere se le conclusioni tratte dagli elettori abbiano una base razionale, ma è certo che il partito democratico e il suo attuale candidato abbiano la fama dei "protezionisti", degli interventisti in economia e, quindi, contrari alla «folle politica di deregulation» portata avanti in questi anni. Sintetizzando all’estremo: Obama viene considerato il più critico nei confronti del liberismo e, in queste condizioni di crisi, il più adatto a prendere le redini della nazione.
«A suo modo di vedere - ha scritto The Economist a proposito delle posizioni di Obama sulla questione - il libero commercio può estendersi solo quando i lavoratori non lo considereranno una minaccia per i propri diritti e i propri salari. "Non c’è niente di protezionista - ha detto Obama - nel domandare che il libero commercio diffonda i benefici della globalizzazione in maniera più estesa possibile". E i suoi consiglieri sostengono che Obama ha più possibilità di raggiungere accordi commerciali rispetto a McCain perché è è più propenso a collegarli ai diritti dei lavoratori e alla protezione dell’ambiente».
Il punto è che in questo momento la deregulation è sul banco degli imputati e viene ritenuta, a torto o a ragione dipende dai punti di vista, una delle cause principali dei rovesci di Wall Street e dell’economia reale. E John McCain, il candidato repubblicano più anarchico che la storia ricordi, è considerato uno dei più grandi sostenitori del liberismo in economia e della deregulation più spinta.
«In Senato - ricorda The Economist - McCain non ha mai giocato un ruolo importante nella faccende economico-finanziarie ma i suoi istinti sono sempre stati contrari all’introduzioni di più regole. Nel marzo scorso, in un’intervista concessa al Wall Street Journal, ha detto che, nonostante la crisi dei subprime riveli la necessità di regole più stringenti, "io sono fondamentalmente un de-regolatore". E nello spiegare la crisi ha tentato, più che Obama, di dare la responsabilità alla generica bolla speculativa del mercato delle case, piuttosto che prendersela con i finanzieri spregiudicati».
Una ricerca del Cato Institute, un think-tank conservatore, dimostra che McCain «ha votato in favore di abbassare le barriere al commercio nell’88 per cento dei 40 provvedimenti legislativi legati al tema dal 1993. Obama l’ha fatto solo nel 36 per cento degli 11 provvedimenti discussi da quando è entrato in Senato, nel 2005».
Dunque, la conclusione è semplice: il deregulator McCain esce sconfitto da questa congiuntura pessima, mentre Obama guadagna credito (e voti). Anche se entrambi i candidati si sono trovati d’accordo nel sostenere il bailout (salvataggio) da 700 miliardi di dollari chiesto (e ottenuto al secondo tentativo nella House of Representatives) da Paulson.
Poi, se uno guarda alla realtà, lo scenario appare diverso. «Uno dei più diffusi luoghi comuni - scrive Christian Rocca su Il Foglio - di qua e di là dell’Atlantico, è quello secondo cui la crisi finanziaria di questi giorni sia da attribuire alle politiche liberiste della destra repubblicana e conservatrice, ideologicamente e cocciutamente incapace di controllare e regolamentare le attività delle banche, dei mercati e dei capitali. E’ una cosa che si legge negli editoriali a sopracciglia alzate di tutto il mondo e che si ripete con una punta di mondanità nei salotti. Ma è falsa. Se ne fa portavoce Barack Obama, sapendo che non è affatto vera, ma se ne serve con il cinismo necessario a sfruttare una straordinaria opportunità elettorale che ha la stessa consistenza del vecchio adagio “piove, governo ladro”... È vero che l’Amministrazione Bush, così come il Congresso guidato dal Partito democratico, non ha agito in tempo e in modo efficace per evitare la crisi finanziaria, ma la deregolamentazione del mercato bancario e la concessione facile dei mutui è cominciata perlomeno nel 1999 (l'abolizione del Glass e Steagall Act, ndr), su precisa indicazione della Casa Bianca. E a quel tempo il presidente era Bill Clinton, il predecessore di Obama nei cuori della sinistra americana e italiana».
Obama corre
sulle rovine
di Wall Street
di Marino Smiderle
Il treno della campagna elettorale americana è entrato nella stazione dell’ultimo mese e ha trovato la bomba del crash di Wall Street. Il prossimo 4 novembre sapremo chi sarà il successore di George W. Bush e il Mappamondo dedicherà le prossime puntate a questo grande evento, prima di trasferirsi a Washington e New York per vedere da vicino i primi passi dell’America di Barack Obama o, ipotesi al momento meno probabile, dell’America di John McCain.
Già questa è un’affermazione fortina, un accreditamento dei recenti sondaggi che, in queste ultime settimane, vengono sfornati con la rapidità che Starbuck’s sforna ciambelle e frappuccini. Sì, perché questa prima puntata tematica di avvicinamento parte col considerare l’effetto del crash di Wall Street e dell’approvazione del piano di salvataggio statale (700 miliardi) sulle scelte elettorali degli americani.
Dopo 28 anni di politiche economiche liberiste e guidate dal faro della deregulation (traduzione: lo stato non deve intromettersi negli affari del mercato), e dopo 28 anni che gli Stati Uniti, oltre che buona parte del mondo occidentale, ricorderanno come «i meravigliosi anni della nostra vita» in termini di benessere diffuso, il treno sembra essersi schiantato contro i piloni della finanza creativa, dei mutui facili, dell’economia a debito che anche l’ex presidente della Fed, Alan Greenspan, ha contribuito a erigere in vista del famoso soft lending al termine della trasvolata pluridecennale della crescita.
La domanda è: quale dei due candidati incasserà il dividendo più sostanzioso, in termini di voti, dal crollo di Wall Street? La risposta è tanto semplice quanto certa: Barack Obama e il partito democratico.
Magari si potrà discutere se le conclusioni tratte dagli elettori abbiano una base razionale, ma è certo che il partito democratico e il suo attuale candidato abbiano la fama dei "protezionisti", degli interventisti in economia e, quindi, contrari alla «folle politica di deregulation» portata avanti in questi anni. Sintetizzando all’estremo: Obama viene considerato il più critico nei confronti del liberismo e, in queste condizioni di crisi, il più adatto a prendere le redini della nazione.
«A suo modo di vedere - ha scritto The Economist a proposito delle posizioni di Obama sulla questione - il libero commercio può estendersi solo quando i lavoratori non lo considereranno una minaccia per i propri diritti e i propri salari. "Non c’è niente di protezionista - ha detto Obama - nel domandare che il libero commercio diffonda i benefici della globalizzazione in maniera più estesa possibile". E i suoi consiglieri sostengono che Obama ha più possibilità di raggiungere accordi commerciali rispetto a McCain perché è è più propenso a collegarli ai diritti dei lavoratori e alla protezione dell’ambiente».
Il punto è che in questo momento la deregulation è sul banco degli imputati e viene ritenuta, a torto o a ragione dipende dai punti di vista, una delle cause principali dei rovesci di Wall Street e dell’economia reale. E John McCain, il candidato repubblicano più anarchico che la storia ricordi, è considerato uno dei più grandi sostenitori del liberismo in economia e della deregulation più spinta.
«In Senato - ricorda The Economist - McCain non ha mai giocato un ruolo importante nella faccende economico-finanziarie ma i suoi istinti sono sempre stati contrari all’introduzioni di più regole. Nel marzo scorso, in un’intervista concessa al Wall Street Journal, ha detto che, nonostante la crisi dei subprime riveli la necessità di regole più stringenti, "io sono fondamentalmente un de-regolatore". E nello spiegare la crisi ha tentato, più che Obama, di dare la responsabilità alla generica bolla speculativa del mercato delle case, piuttosto che prendersela con i finanzieri spregiudicati».
Una ricerca del Cato Institute, un think-tank conservatore, dimostra che McCain «ha votato in favore di abbassare le barriere al commercio nell’88 per cento dei 40 provvedimenti legislativi legati al tema dal 1993. Obama l’ha fatto solo nel 36 per cento degli 11 provvedimenti discussi da quando è entrato in Senato, nel 2005».
Dunque, la conclusione è semplice: il deregulator McCain esce sconfitto da questa congiuntura pessima, mentre Obama guadagna credito (e voti). Anche se entrambi i candidati si sono trovati d’accordo nel sostenere il bailout (salvataggio) da 700 miliardi di dollari chiesto (e ottenuto al secondo tentativo nella House of Representatives) da Paulson.
Poi, se uno guarda alla realtà, lo scenario appare diverso. «Uno dei più diffusi luoghi comuni - scrive Christian Rocca su Il Foglio - di qua e di là dell’Atlantico, è quello secondo cui la crisi finanziaria di questi giorni sia da attribuire alle politiche liberiste della destra repubblicana e conservatrice, ideologicamente e cocciutamente incapace di controllare e regolamentare le attività delle banche, dei mercati e dei capitali. E’ una cosa che si legge negli editoriali a sopracciglia alzate di tutto il mondo e che si ripete con una punta di mondanità nei salotti. Ma è falsa. Se ne fa portavoce Barack Obama, sapendo che non è affatto vera, ma se ne serve con il cinismo necessario a sfruttare una straordinaria opportunità elettorale che ha la stessa consistenza del vecchio adagio “piove, governo ladro”... È vero che l’Amministrazione Bush, così come il Congresso guidato dal Partito democratico, non ha agito in tempo e in modo efficace per evitare la crisi finanziaria, ma la deregolamentazione del mercato bancario e la concessione facile dei mutui è cominciata perlomeno nel 1999 (l'abolizione del Glass e Steagall Act, ndr), su precisa indicazione della Casa Bianca. E a quel tempo il presidente era Bill Clinton, il predecessore di Obama nei cuori della sinistra americana e italiana».
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