IL SINDACATO. Si è riunito ieri il direttivo della Cgil e i numeri diffusi bastano per dipingere un quadro a tinte fosche per il sistema provinciale
«Disoccupati a quota 20 mila»
Marino Smiderle
VICENZA
Giornata grigia e piovosa fuori, umore plumbeo dentro. La riunione del direttivo della Cgil di Vicenza, non certo per colpa del meteo, pare un funerale. «La Provincia ci ha comunicato che, con gli ultimi lavoratori messi in mobilità nell’ultimo mese, nel Vicentino i disoccupati hanno raggiunto quota ventimila».
Signori, eccola qua la crisi che, dai led luminosi dei listini di Wall Street, si trasferisce dritta nell’economia reale che più reale non si può delle piccole e medie imprese vicentine. Marina Bergamin, segretaria provinciale della Cgil, ha riunito tutti i responsabili dei diversi settori per fare il punto della situazione. «Che la crisi fosse arrivata ce n’eravamo accorti tutti - spiega al termine della riunione svoltasi al Jolly Hotel Tiepolo -. Il timore vero è che questo sia solo l’inizio e che per tutto il 2009 a pagare il conto siano i lavoratori».
E giù a snocciolare numeri che grondano preoccupazione. «A oggi - dice - il numero dei lavoratori messi in mobilità da inizio anno (3.825) supera già il numero di fine 2007 (3.813). I settori sofferenti continuano a essere il tessile/abbigliamento, la concia, il metalmeccanico, l’orafo, ma si affacciano nella lista con cifre serie il commercio e l’edilizia. E al dato della mobilità si deve aggiungere quello delle ore di cassa integrazione straordinaria, anticamera, spesso, del licenziamento. Al 31 ottobre avevano superato quota 1,8 milioni le ore registrate, contro i 2 milioni di fine 2007. Le ore di cassa integrazione ordinaria, invece, che hanno superato la soglia del milione, hanno già superato abbondantemente quelle dell’anno scorso, rimaste ferme a 770 mila».
Mettendo insieme allo stock esistente, i numeri di questa mesta fine 2008, i disoccupati arrivano a quota ventimila. «Quanto alla percentuale - osserva la Bergamin - abbiamo motivo di ritenere che si sia passati dal 3,8 dello scorso anno al 4 per cento. Ma i dati a questo proposito devono ancora essere fatti».
Al quadro tracciato dalla segretaria della Cgil si aggiungono le tinte fosche dei fallimenti e delle procedure concorsuali: solo a tener conto dell’ufficio vertenze della Cgil, e quindi il saldo è parziale, nel Vicentino sono stati trattati 98 fallimenti e 22 procedure di concordato preventivo.
Se Fabiola Carletto, della segreteria, considera profondamente errato e controproducente scaricare sugli immigrati il costo della crisi, Giampaolo Zanni, segretario della Fiom, avverte che nemmeno il settore dei metalmeccanici è da considerare al riparo dalla congiuntura. «Fino a luglio tutto andava bene - ricorda - e adesso invece ci troviamo ad affrontare un momento nero. Le imprese che hanno investito in innovazione, pur essendo colpite, riusciranno a venirne fuori. Le altre sono a rischio. La febbre del settore la si misura col termometro dei lavoratori interinali: tutte le aziende li stanno tagliando in misura considerevole».
Dove le cose vanno ancora peggio è nel settore della concia. Fabrizio Nicoletti, segretario della Filcem-Filtea, rivela che nel distretto di Arzignano e Chiampo il ricorso a mobilità e cassa integrazione è raddoppiato. «E stiamo parlando - precisa - di un distretto che dà lavoro a novemila persone, e più della metà sono immigrati. Solo questa settimana sono state chiuse altre cinque aziende. Ad aggravare la situazione ci si mette pure la stretta creditizia: le imprese sono poco capitalizzate e le banche non erogano credito».
Se il settore pubblico, come rivela Sergio Merendino, risente solo, si fa per dire, del taglio dei precari («A Vicenza chiuderà lo sportello immigrazione per questo motivo»), quello dell’edilizia è tornato nella polvere dopo che negli ultimi anni era stato quello che aveva trascinato l’economia. Adesso, come ha spiegato Toni Toniolo, segretario della Fillea, la situazione è grave «anche se la chiusura di imprese piccole non fa notizia».
Gianni Dalla Riva, segretario Slc (telecomunicazioni, grafici, cartario), spiega che in molte aziende è già partita la riduzione dell’orario che, al momento, viene fatta scalare dalle ferie. Lia Colpo, che segue i lavoratori atipici, rileva che gli interinali, i collaboratori, quelli con partita Iva sono quelli meno protetti in senso assoluto. E di cassa integrazione per loro neanche si parla. Massimo D’Angelo, della Filt (trasporti) racconta di una categoria che subisce il fermo delle merci («Ma bisogna porre attenzione al trasporto pubblico»), mentre Gino Ferraresso, dei pensionati, fa presente che il pensionato medio vicentino guadagna 873 euro lordi al mese.
Con tutto questo, era davvero opportuno lo sciopero generale proclamato dalla sola Cgil per il 12 dicembre? «Questo è uno sciopero che serve per unire - risponde Danilo Andriollo, della segreteria Cgil -. Perché da questa crisi o si esce tutti vincitori o tutti insieme andremo a fondo».
sabato 29 novembre 2008
giovedì 27 novembre 2008
Il ritorno dei certificati di deposito
BANCHE. Enrico Quarantiello, responsabile della Direzione Veneto centrale di Unicredit Banca, sfida così la crisi
«La semplicità nuova regola
del risparmio»
Marino Smiderle
VICENZA
È arrivato a prendere le redini della Direzione Veneto centrale, accomodandosi al piano nobile del palazzo di via Cesare Battisti che per i vicentini è ancora la sede della Cassa di risparmio. Invece dall’11 settembre scorso (data che rievoca tragedie replicate in questo scorcio finale dell’anno) Enrico Quarantiello è il numero uno in Veneto di Unicredit Banca, il grande gruppo bancario che dalla vecchia Cassa ha ereditato, e conservato, il primato in materia di quote di mercato nel Vicentino.
Veneto centrale significa che Quarantiello presidia tutte le operazione per la clientela retail, comprese dunque le piccole imprese che costituiscono l’ossatura economico-produttiva della regione, nelle province di Vicenza, Padova, Venezia e Rovigo. Che poi è una delle zone più redditizie, anche dal punto i vista bancario, di tutto il Paese. Il punto è che in questo momento, più che la redditività, conta la solidità. E Quarantiello si è trovato a dover combattere la battaglia veneta nel momento più difficile, per la pessima congiuntura globale e per il fatto che proprio il gruppo Unicredit è finito nell’occhio del ciclone finanziario che, scatenatosi negli Stati Uniti, si è poi propagato in Europa. La banca di Alessandro Profumo è stata quella che ha subito le conseguenze più negative, inducendo il management a deliberare in fretta e furia un aumento di capitale "coatto" per rafforzare una struttura che il mercato, a torto o a ragione, considerava inadeguata.
«Sì, è vero - ricorda Quarantiello - sono arrivato a Vicenza in un momento difficile. Però devo dire che, passati i primi giorni in cui su Unicredit si diffondevano notizie catastrofiche e lontane dal vero, ora la situazione è rientrata nella norma, il panico è passato. Anche se, a dire la verità, la reazione dei clienti veneti, e vicentini in particolare, è stata sobria. Hanno capito subito che il nostro gruppo non rischiava certo quel che alcuni andavano dicendo. La situazione congiunturale, ovviamente, resta molto difficile ma ci sentiamo attrezzati per affrontarla».
La paura delle imprese vicentine, specie quelle piccole, che rientrano nella sfera di azione di Unicredit Banca, temono che la reazione delle banche sia quella di chiudere i rubinetti del credito.
«Non succederà - assicura Quarantiello - anche perché, nel caso vicentino, abbiamo la fortuna di operare in una zona che è tra quelle col minore indice di sofferenze. Questa è una clientela sana e non è certo interesse della banche quello di andare a strozzarla. Certo, ci sarà maggiore attenzione e maggiore selezione, come è fatale che avvenga dopo anni caratterizzati da abbondanza di liquidità».
Quarantiello parla tutti i giorni con gli industriali, i commercianti e gli artigiani vicentini e ha il polso della situazione. Ci attendono veramente tempi difficili? «Vicenza è una delle zone più ricche d’Italia - premette - ma non può certo essere sente dai problemi globali. Ci sono dei settori che soffrono più di altri, però. E penso in particolare alla concia, che in questo momento sta attraversando una fase di grossa crisi e, per la zona di Arzignano e Chiampo, non si annunciano tempi facili. Lo stesso discorso vale per l’oro, anche se questa non è una novità visto che è ormai da diversi anni che si parla di crisi del settore. Tiene la meccanica, anche se il rallentamento della Germania sta già provocando ripercussioni nelle pmi beriche».
Va tutto male, dunque? «Assolutamente no - risponde Quarantiello -. E la cosa interessante, per certi versi rivoluzionaria, è la riscossa di un settore un tempo considerato di retroguardia e adesso simbolo della ripresa. Sto parlando dell’agricoltura: le imprese vicentine hanno saputo aggiornarsi e in questi tempi di crisi rispondono alla grande».
Resta il problema della finanza applicata alle famiglie. Detta in altri termini: la crisi di fiducia tra banche ha, da un lato, fatto schizzare i livelli del tasso Euribor facendo diventare più pesanti le rate dei mutui a tasso variabile, e dall’altro reso difficile trovare un impiego ai propri risparmi. Che fare?
«Dal punto di vista dei tassi - conclude Quarantiello - occorre dire che nelle ultime settimane l’Euribor a tre mesi è sceso parecchio, tornando sotto il 4 per cento, e rendendo quindi poco conveniente il ricorso alla rinegoziazione dei mutui introdotta per legge da Tremonti. Quanto al risparmio, stiamo tornando alla semplicità, tanto che l’anno prossimo Unicredit riemetterà i certificati di deposito».
«La semplicità nuova regola
del risparmio»
Marino Smiderle
VICENZA
È arrivato a prendere le redini della Direzione Veneto centrale, accomodandosi al piano nobile del palazzo di via Cesare Battisti che per i vicentini è ancora la sede della Cassa di risparmio. Invece dall’11 settembre scorso (data che rievoca tragedie replicate in questo scorcio finale dell’anno) Enrico Quarantiello è il numero uno in Veneto di Unicredit Banca, il grande gruppo bancario che dalla vecchia Cassa ha ereditato, e conservato, il primato in materia di quote di mercato nel Vicentino.
Veneto centrale significa che Quarantiello presidia tutte le operazione per la clientela retail, comprese dunque le piccole imprese che costituiscono l’ossatura economico-produttiva della regione, nelle province di Vicenza, Padova, Venezia e Rovigo. Che poi è una delle zone più redditizie, anche dal punto i vista bancario, di tutto il Paese. Il punto è che in questo momento, più che la redditività, conta la solidità. E Quarantiello si è trovato a dover combattere la battaglia veneta nel momento più difficile, per la pessima congiuntura globale e per il fatto che proprio il gruppo Unicredit è finito nell’occhio del ciclone finanziario che, scatenatosi negli Stati Uniti, si è poi propagato in Europa. La banca di Alessandro Profumo è stata quella che ha subito le conseguenze più negative, inducendo il management a deliberare in fretta e furia un aumento di capitale "coatto" per rafforzare una struttura che il mercato, a torto o a ragione, considerava inadeguata.
«Sì, è vero - ricorda Quarantiello - sono arrivato a Vicenza in un momento difficile. Però devo dire che, passati i primi giorni in cui su Unicredit si diffondevano notizie catastrofiche e lontane dal vero, ora la situazione è rientrata nella norma, il panico è passato. Anche se, a dire la verità, la reazione dei clienti veneti, e vicentini in particolare, è stata sobria. Hanno capito subito che il nostro gruppo non rischiava certo quel che alcuni andavano dicendo. La situazione congiunturale, ovviamente, resta molto difficile ma ci sentiamo attrezzati per affrontarla».
La paura delle imprese vicentine, specie quelle piccole, che rientrano nella sfera di azione di Unicredit Banca, temono che la reazione delle banche sia quella di chiudere i rubinetti del credito.
«Non succederà - assicura Quarantiello - anche perché, nel caso vicentino, abbiamo la fortuna di operare in una zona che è tra quelle col minore indice di sofferenze. Questa è una clientela sana e non è certo interesse della banche quello di andare a strozzarla. Certo, ci sarà maggiore attenzione e maggiore selezione, come è fatale che avvenga dopo anni caratterizzati da abbondanza di liquidità».
Quarantiello parla tutti i giorni con gli industriali, i commercianti e gli artigiani vicentini e ha il polso della situazione. Ci attendono veramente tempi difficili? «Vicenza è una delle zone più ricche d’Italia - premette - ma non può certo essere sente dai problemi globali. Ci sono dei settori che soffrono più di altri, però. E penso in particolare alla concia, che in questo momento sta attraversando una fase di grossa crisi e, per la zona di Arzignano e Chiampo, non si annunciano tempi facili. Lo stesso discorso vale per l’oro, anche se questa non è una novità visto che è ormai da diversi anni che si parla di crisi del settore. Tiene la meccanica, anche se il rallentamento della Germania sta già provocando ripercussioni nelle pmi beriche».
Va tutto male, dunque? «Assolutamente no - risponde Quarantiello -. E la cosa interessante, per certi versi rivoluzionaria, è la riscossa di un settore un tempo considerato di retroguardia e adesso simbolo della ripresa. Sto parlando dell’agricoltura: le imprese vicentine hanno saputo aggiornarsi e in questi tempi di crisi rispondono alla grande».
Resta il problema della finanza applicata alle famiglie. Detta in altri termini: la crisi di fiducia tra banche ha, da un lato, fatto schizzare i livelli del tasso Euribor facendo diventare più pesanti le rate dei mutui a tasso variabile, e dall’altro reso difficile trovare un impiego ai propri risparmi. Che fare?
«Dal punto di vista dei tassi - conclude Quarantiello - occorre dire che nelle ultime settimane l’Euribor a tre mesi è sceso parecchio, tornando sotto il 4 per cento, e rendendo quindi poco conveniente il ricorso alla rinegoziazione dei mutui introdotta per legge da Tremonti. Quanto al risparmio, stiamo tornando alla semplicità, tanto che l’anno prossimo Unicredit riemetterà i certificati di deposito».
mercoledì 26 novembre 2008
lunedì 24 novembre 2008
Dopo il fondo? Si scava...
PORTAFOGLIO
Dov’è il fondo?
Ora il panico
può far danni
di Marino Smiderle
Dove sarà mai il fondo? La domanda se la poneva, con un po’ di enfasi («Where, oh where is the bottom?») se la poneva il New York Times venerdì scorso, quando l’indice Dow Jones che misura la febbre di Wall Street era precipitato al di sotto di quota ottomila, vale a dire andando a ritestare livelli che non si vedevano dal 31 marzo 2003, quando la lancetta si fermò a quota 7.992,13. Da quel momento in poi iniziò una lunga cavalcata che, nella seconda parte dell’anno scorso, raggiunse e superò la vetta dei 14.000, prima di crollare, in questi ultimi mesi, in maniera rovinosa, perdendo in poche sedute quello che si era guadagnato negli ultimi cinque anni.
NUMERI DA PAURA
«Quando rompi questi livelli c’è da pensare che ci sia ancora molta strada da fare verso il basso», ha dichiarato Ed Yardeni, presidente della Yardeni Research al quotidiano Usa. Pessimismo eccessivo? «Ma quanta strada può ancora fare il Dow Jones verso il basso? - si chiede il New York Times -. Andare sotto i 7.000? Sotto i 6.000?. E che dire dell’indice Ftse 100, che è ora sotto i 4.000 quando solo un anno fa era a 6.600? O il Nikkei 225, che proprio un anno fa era sopra i 16.000 e che giovedì ha chiuso a 7.703?». Il pessimismo ulteriore presume una sorta di catastrofe, e considerate le sbagliate previsioni di molti colleghi di Yardeni, anche in senso opposto, bisogna valutare con molta attenzione qualsiasi parere. Qui tute le bussole sono saltate.
OBBLIGAZIONI
Uno potrebbe dire, chi se ne frega, prendo i pochi soldi che ho, li metto in titoli obbligazionari e dormo sonno tranquilli. Magari fosse così facile. Intanto, per dormire sonni tranquilli, sempre che ci sia qualcosa da considerare tranquillo in questi mercati in tempesta, le obbligazioni in questione devono essere di stato. «I rendimenti sui Treasury Bills (i titoli di stato americani a breve) - prosegue il New York Times - nel frattempo sono arrivati vicino allo zero. Gli investitori in questo momento sono disposti ad accettare di mettere i soldi in uno strumento finanziario che praticamente non dà ritorni pur di essere certi che il proprio denaro è al sicuro». Mala tempora currunt, verrebbe da dire. Perché, a voler pigiare sul pedale del pessimismo, qualcuno potrebbe cominciare a mettere in dubbio la solidità dei forzieri pubblici americani. Con 700 miliardi di dollari messi a disposizione delle voragini delle banche di Wall Street, con i cinesi che detengono quintali di titoli di stato e che, se gli gira, potrebbero mettere in ginocchio l’impalcatura Usa, in teoria si potrebbe addirittura vaticinare il colpo di grazia al sistema e il passaggio di consegne a un mondo col baricentro spostato a oriente.
RECESSIONE
Si verificasse davvero questo scenario da incubo, non ci sarebbe neanche da farsi tanti problemi al momenti di scegliere un investimento. Dall’azione più rischiosa ai soldi sotto il materasso, ci sarebbe sempre qualche motivo di preoccupazione. Tanto vale guardare al futuro con un po’ più di coraggio. Se ai cassettisti, che si sono dimenticati le azioni in portafoglio per limitarsi a ritirare i dividendi e a sperare in un gruzzolo maggiore, viene consigliato di non vendere le azioni ora svalutatissime e di aspettare che passi la tormenta e che arrivi la ripresa, si potrebbe dire a tutti i fortunati che sono rimasti fuori dalla tormenta di mettersi a compricchiare qualche titolo per il futuro. È vero, da settimane si dice che i prezzi sono da saldo eppure le quotazioni continuano a scendere. Vogliamo essere ottimisti: il giorno in cui passasse la paura (ci mettiamo l’effetto Obama?), così come i titoli sono scesi, alla stessa velocità risaliranno. Illusione? Si vedrà.
PENSIONI
Del resto, se continuiamo a essere pessimisti, il futuro dei nostri fondi pensione sarà davvero agro. La caduta di questi ultimi mesi ha fatto crollare i patrimoni delle varie gestioni previdenziali, partite a comprare proprio ai massimi e, di botto, precipitate ai minimi. Poiché i lavoratori continuano a versare i contributi a questi fondi, è lecito sperare che stiano continuando a comprare anche adesso per mediare i prezzi e non farci trovare brutte sorprese quando andremo in pensione. Perché prima o dopo il sole tornerà a fare capolino. O no?
Dov’è il fondo?
Ora il panico
può far danni
di Marino Smiderle
Dove sarà mai il fondo? La domanda se la poneva, con un po’ di enfasi («Where, oh where is the bottom?») se la poneva il New York Times venerdì scorso, quando l’indice Dow Jones che misura la febbre di Wall Street era precipitato al di sotto di quota ottomila, vale a dire andando a ritestare livelli che non si vedevano dal 31 marzo 2003, quando la lancetta si fermò a quota 7.992,13. Da quel momento in poi iniziò una lunga cavalcata che, nella seconda parte dell’anno scorso, raggiunse e superò la vetta dei 14.000, prima di crollare, in questi ultimi mesi, in maniera rovinosa, perdendo in poche sedute quello che si era guadagnato negli ultimi cinque anni.
NUMERI DA PAURA
«Quando rompi questi livelli c’è da pensare che ci sia ancora molta strada da fare verso il basso», ha dichiarato Ed Yardeni, presidente della Yardeni Research al quotidiano Usa. Pessimismo eccessivo? «Ma quanta strada può ancora fare il Dow Jones verso il basso? - si chiede il New York Times -. Andare sotto i 7.000? Sotto i 6.000?. E che dire dell’indice Ftse 100, che è ora sotto i 4.000 quando solo un anno fa era a 6.600? O il Nikkei 225, che proprio un anno fa era sopra i 16.000 e che giovedì ha chiuso a 7.703?». Il pessimismo ulteriore presume una sorta di catastrofe, e considerate le sbagliate previsioni di molti colleghi di Yardeni, anche in senso opposto, bisogna valutare con molta attenzione qualsiasi parere. Qui tute le bussole sono saltate.
OBBLIGAZIONI
Uno potrebbe dire, chi se ne frega, prendo i pochi soldi che ho, li metto in titoli obbligazionari e dormo sonno tranquilli. Magari fosse così facile. Intanto, per dormire sonni tranquilli, sempre che ci sia qualcosa da considerare tranquillo in questi mercati in tempesta, le obbligazioni in questione devono essere di stato. «I rendimenti sui Treasury Bills (i titoli di stato americani a breve) - prosegue il New York Times - nel frattempo sono arrivati vicino allo zero. Gli investitori in questo momento sono disposti ad accettare di mettere i soldi in uno strumento finanziario che praticamente non dà ritorni pur di essere certi che il proprio denaro è al sicuro». Mala tempora currunt, verrebbe da dire. Perché, a voler pigiare sul pedale del pessimismo, qualcuno potrebbe cominciare a mettere in dubbio la solidità dei forzieri pubblici americani. Con 700 miliardi di dollari messi a disposizione delle voragini delle banche di Wall Street, con i cinesi che detengono quintali di titoli di stato e che, se gli gira, potrebbero mettere in ginocchio l’impalcatura Usa, in teoria si potrebbe addirittura vaticinare il colpo di grazia al sistema e il passaggio di consegne a un mondo col baricentro spostato a oriente.
RECESSIONE
Si verificasse davvero questo scenario da incubo, non ci sarebbe neanche da farsi tanti problemi al momenti di scegliere un investimento. Dall’azione più rischiosa ai soldi sotto il materasso, ci sarebbe sempre qualche motivo di preoccupazione. Tanto vale guardare al futuro con un po’ più di coraggio. Se ai cassettisti, che si sono dimenticati le azioni in portafoglio per limitarsi a ritirare i dividendi e a sperare in un gruzzolo maggiore, viene consigliato di non vendere le azioni ora svalutatissime e di aspettare che passi la tormenta e che arrivi la ripresa, si potrebbe dire a tutti i fortunati che sono rimasti fuori dalla tormenta di mettersi a compricchiare qualche titolo per il futuro. È vero, da settimane si dice che i prezzi sono da saldo eppure le quotazioni continuano a scendere. Vogliamo essere ottimisti: il giorno in cui passasse la paura (ci mettiamo l’effetto Obama?), così come i titoli sono scesi, alla stessa velocità risaliranno. Illusione? Si vedrà.
PENSIONI
Del resto, se continuiamo a essere pessimisti, il futuro dei nostri fondi pensione sarà davvero agro. La caduta di questi ultimi mesi ha fatto crollare i patrimoni delle varie gestioni previdenziali, partite a comprare proprio ai massimi e, di botto, precipitate ai minimi. Poiché i lavoratori continuano a versare i contributi a questi fondi, è lecito sperare che stiano continuando a comprare anche adesso per mediare i prezzi e non farci trovare brutte sorprese quando andremo in pensione. Perché prima o dopo il sole tornerà a fare capolino. O no?
Pirati
SOMALIA. Partono dalle terre di nessuno e vanno all’arrembaggio dei carghi
Sono i pirati
a minacciare
i mari globali
di Marino Smiderle
Dalla terra di nessuno, dai porti di nessuno, dai golfi di nessuno partono gli arrembaggi dei pirati del terzo millennio. La Somalia è il paradiso di ogni tipo di delinquenza, l’ultimo stato rimasto in balia di se stesso e delle bande di predoni. Tra questi, i pirati che infestano le acque del Golfo di Aden e, sempre più coraggiosi ed equipaggiati, anche più giù, alla conquista delle rotte dell’Oceano Indiano.
Sarebbe un’affascinante storia d’altri tempi se non fosse in realtà una piaga tragica di questi mesi. «Dall’inizio dell’anno - riferisce il New York Times - l’International Maritime Bureau ha registrato almeno 92 casi di navi che sono state attaccate nelle acque più o meno riferibili al Golfo di Aden. Almeno 14 di queste navi, con oltre 250 membri dell’equipaggio, sono ancora nelle mani dei pirati. Compreso un cargo ucraino, pieno di carri armati, pezzi di artiglieria, lanciagranate e munizioni, in ostaggio dallo scorso settembre».
Ma il bottino più grosso i pirati del terzo millennio lo hanno fatto ai danni di una mega petroliera saudita, la Sirius Star. Per riconsegnarla ai legittimi proprietari sono stati chiesti 25 milioni di dollari ma al momento non si intravedono sviluppi. «L’enorme sagoma della Sirius Star - scrive, nel suo reportage da Nairobi, Daniele Mastrogiacomo di Repubblica - si staglia all’orizzonte. È ancorata al largo, 8 miglia dalla costa di Harardhere, 300 chilometri a nord di di Mogadiscio, la succursale della Tortuga. Gli abitanti del villaggio sono rimasti impressionati. Dalla stazza imponente: pesa tre volte una portaerei, è lunga 330 metri, larga 60, con un bordo sul mare di 50 metri. "Oscurava il sole", racconta un pescatore. "Non avevamo mai visto una cosa simile in tutta la nostra vita". Intercettata e assaltata a 450 miglia a sue-est di Mombasa, l’ammiraglia delle petroliere è stata dirottata verso Harardhere per un problema di spazio. Questa montagna di acciaio non sarebbe mai entrata nel più attrezzato e difeso porto di Eyl, più a nord, vero feudo dei nuovi corsari del Corno d’Africa. La baia è piena di altre navi, almeno dodici, prese in ostaggio nelle settimane scorse e i fondali sono troppo bassi per una chiglia che raggiunge i venti metri. E poi si tratta di un gioiello del mare, il bottino più consistente mai conquistato dalla pirateria del nuovo secolo».
L’International Herald Tribune ha usato la prima pagina dell’edizione del 20 novembre per mettere quattro foto di navi assaltate e sequestrate. Oltre alla Faina, il cargo ucraino pieno di armi diretto a Mombasa e sequestrato il 24 settembre, e alla Sirius Star attaccata il 15 novembre, spiccano la Tianyu 8, un grande peschereccio cinese abbordato nelle acque territoriali dei Kenya, con a bordo 15 marinai cinesi, un taiwanese, un giapponese, tre filippini e quattro vietnamiti, e The Delight, battente bandiera di Hong Kong ma gestita da una compagnia iraniana, con 25 membri dell’equipaggio e 36 mila tonnellate di grano.
L’impennata delle operazioni di pirateria si giustificano con la disponibilità a pagare manifestata nella maggior parte dei casi da parte degli armatori. L’ultimo caso riguarda, per esempio, una petroliera di Hong Kong. «Un riscatto è stato versato per liberare i 25 membri dell’equipaggio di una petroliera di Hong Kong tenuti in ostaggio per due mesi da parte di pirati somali che avevano sequestrato l’imbarcazione - riportano le agenzie Ansa e Afp -. L’equipaggio è stato liberato e la petroliera è salpata dalle acque somale. Lo ha comunicato l’armatore della petroliera. "Un riscatto è stato pagato. La nave ha lasciato le acque somale mercoledì sera senza problemi, diretta a Hong Kong", ha detto un portavoce della società Sinotrans Shipping che non ha tuttavia rivelato l’ammontare pagato come riscatto. Nessuna delle persone a bordo risulta ferita».
Il problema è serio e sta causando grossi problemi nei commerci internazionali. Molte compagnie hanno deciso di evitare con cura questi mari infestati dai pirati e allungare il tragitto, doppiando il Capo di Buona Speranza, facendo lievitare i costi senza però riuscire a eliminare completamente i rischi: le imbarcazioni dei pirati somali si stanno infatti sempre più allargando il proprio raggio d’azione e possono intercettare le navi anche in zone apparentemente sicure.
Ma l’altro giorno è avvenuto un fatto che potrebbe rappresentare una svolta importante. Una fregata della Marina indiana è stata coinvolta in un furioso combattimento in mare aperto con tre imbarcazioni dei pirati e, alla fine, è riuscita ad affondare la nave-madre degli aggressori. «Sì, è vero - ha confermato Nirad Kumar Sinha, portavoce della Marina indiana - siamo venuti in contatto con 3 vascelli pirati a circa 320 miglia a sudovest della costa dell’Oman, nella zona del golfo di Aden. Una di questa era la cosiddetta nave madre, con due lance a sostegno. L’intera operazione è durata dalle 4 alle 5 ore ed è stato il primo scontro a fuoco che la Marina indiana abbia mai avuto con i pirati. Abbiamo intimato l’alt ma loro hanno sparato. Abbiamo risposto al fuoco e abbiamo affondato la nave madre».
I pirati sono riusciti a fuggire con una delle due lance, ma questa sconfitta potrebbe indicare l’inizio di una strategia meno morbida. Anche se la Nato, attraverso il segretario generale, Jaap de Hoop Scheffer, pur riconoscendo la serietà della minaccia, ha escluso un impegno specifico a questo riguardo.
Il centro anti-pirateria dell'Ufficio marittimo internazionale, che ha sede a Kuala Lumpur in Malesia, si è invece congratulato con la Marina indiana per l'affondamento della nave madre da cui partivano le piccole imbarcazioni usate per gli arrembaggi dai pirati somali, riporta l’Associated Press.
Sono i pirati
a minacciare
i mari globali
di Marino Smiderle
Dalla terra di nessuno, dai porti di nessuno, dai golfi di nessuno partono gli arrembaggi dei pirati del terzo millennio. La Somalia è il paradiso di ogni tipo di delinquenza, l’ultimo stato rimasto in balia di se stesso e delle bande di predoni. Tra questi, i pirati che infestano le acque del Golfo di Aden e, sempre più coraggiosi ed equipaggiati, anche più giù, alla conquista delle rotte dell’Oceano Indiano.
Sarebbe un’affascinante storia d’altri tempi se non fosse in realtà una piaga tragica di questi mesi. «Dall’inizio dell’anno - riferisce il New York Times - l’International Maritime Bureau ha registrato almeno 92 casi di navi che sono state attaccate nelle acque più o meno riferibili al Golfo di Aden. Almeno 14 di queste navi, con oltre 250 membri dell’equipaggio, sono ancora nelle mani dei pirati. Compreso un cargo ucraino, pieno di carri armati, pezzi di artiglieria, lanciagranate e munizioni, in ostaggio dallo scorso settembre».
Ma il bottino più grosso i pirati del terzo millennio lo hanno fatto ai danni di una mega petroliera saudita, la Sirius Star. Per riconsegnarla ai legittimi proprietari sono stati chiesti 25 milioni di dollari ma al momento non si intravedono sviluppi. «L’enorme sagoma della Sirius Star - scrive, nel suo reportage da Nairobi, Daniele Mastrogiacomo di Repubblica - si staglia all’orizzonte. È ancorata al largo, 8 miglia dalla costa di Harardhere, 300 chilometri a nord di di Mogadiscio, la succursale della Tortuga. Gli abitanti del villaggio sono rimasti impressionati. Dalla stazza imponente: pesa tre volte una portaerei, è lunga 330 metri, larga 60, con un bordo sul mare di 50 metri. "Oscurava il sole", racconta un pescatore. "Non avevamo mai visto una cosa simile in tutta la nostra vita". Intercettata e assaltata a 450 miglia a sue-est di Mombasa, l’ammiraglia delle petroliere è stata dirottata verso Harardhere per un problema di spazio. Questa montagna di acciaio non sarebbe mai entrata nel più attrezzato e difeso porto di Eyl, più a nord, vero feudo dei nuovi corsari del Corno d’Africa. La baia è piena di altre navi, almeno dodici, prese in ostaggio nelle settimane scorse e i fondali sono troppo bassi per una chiglia che raggiunge i venti metri. E poi si tratta di un gioiello del mare, il bottino più consistente mai conquistato dalla pirateria del nuovo secolo».
L’International Herald Tribune ha usato la prima pagina dell’edizione del 20 novembre per mettere quattro foto di navi assaltate e sequestrate. Oltre alla Faina, il cargo ucraino pieno di armi diretto a Mombasa e sequestrato il 24 settembre, e alla Sirius Star attaccata il 15 novembre, spiccano la Tianyu 8, un grande peschereccio cinese abbordato nelle acque territoriali dei Kenya, con a bordo 15 marinai cinesi, un taiwanese, un giapponese, tre filippini e quattro vietnamiti, e The Delight, battente bandiera di Hong Kong ma gestita da una compagnia iraniana, con 25 membri dell’equipaggio e 36 mila tonnellate di grano.
L’impennata delle operazioni di pirateria si giustificano con la disponibilità a pagare manifestata nella maggior parte dei casi da parte degli armatori. L’ultimo caso riguarda, per esempio, una petroliera di Hong Kong. «Un riscatto è stato versato per liberare i 25 membri dell’equipaggio di una petroliera di Hong Kong tenuti in ostaggio per due mesi da parte di pirati somali che avevano sequestrato l’imbarcazione - riportano le agenzie Ansa e Afp -. L’equipaggio è stato liberato e la petroliera è salpata dalle acque somale. Lo ha comunicato l’armatore della petroliera. "Un riscatto è stato pagato. La nave ha lasciato le acque somale mercoledì sera senza problemi, diretta a Hong Kong", ha detto un portavoce della società Sinotrans Shipping che non ha tuttavia rivelato l’ammontare pagato come riscatto. Nessuna delle persone a bordo risulta ferita».
Il problema è serio e sta causando grossi problemi nei commerci internazionali. Molte compagnie hanno deciso di evitare con cura questi mari infestati dai pirati e allungare il tragitto, doppiando il Capo di Buona Speranza, facendo lievitare i costi senza però riuscire a eliminare completamente i rischi: le imbarcazioni dei pirati somali si stanno infatti sempre più allargando il proprio raggio d’azione e possono intercettare le navi anche in zone apparentemente sicure.
Ma l’altro giorno è avvenuto un fatto che potrebbe rappresentare una svolta importante. Una fregata della Marina indiana è stata coinvolta in un furioso combattimento in mare aperto con tre imbarcazioni dei pirati e, alla fine, è riuscita ad affondare la nave-madre degli aggressori. «Sì, è vero - ha confermato Nirad Kumar Sinha, portavoce della Marina indiana - siamo venuti in contatto con 3 vascelli pirati a circa 320 miglia a sudovest della costa dell’Oman, nella zona del golfo di Aden. Una di questa era la cosiddetta nave madre, con due lance a sostegno. L’intera operazione è durata dalle 4 alle 5 ore ed è stato il primo scontro a fuoco che la Marina indiana abbia mai avuto con i pirati. Abbiamo intimato l’alt ma loro hanno sparato. Abbiamo risposto al fuoco e abbiamo affondato la nave madre».
I pirati sono riusciti a fuggire con una delle due lance, ma questa sconfitta potrebbe indicare l’inizio di una strategia meno morbida. Anche se la Nato, attraverso il segretario generale, Jaap de Hoop Scheffer, pur riconoscendo la serietà della minaccia, ha escluso un impegno specifico a questo riguardo.
Il centro anti-pirateria dell'Ufficio marittimo internazionale, che ha sede a Kuala Lumpur in Malesia, si è invece congratulato con la Marina indiana per l'affondamento della nave madre da cui partivano le piccole imbarcazioni usate per gli arrembaggi dai pirati somali, riporta l’Associated Press.
domenica 23 novembre 2008
La spina nel cuore
Ci sono momenti in cui si stacca la spina per senso dela vita. E la magistratura, come sempre, apre un'inchiesta. Temi difficili: la vita va sempre difesa, fino all'ultimo. Ma dov'è, cos'è, l'ultimo?
Sbrandati
I politici Usa in branda
i manager in voli executive
Jason Chaffetz, repubblicano dello Utah, neoeletto al Congresso americano, è stato intercettato mentre sbarcava al Ronald Reagan Airport di Washington con una branda ben impacchettata. Alle domande dei giornalisti incuriositi, l’interesstao rispondeva che questo rientrava nella sua filosofia di vita. «Ho detto in campagna elettorale che avrei vissuto in maniera frugale anche una volta eletto, e dunque ho intenzione di risparmiare e di dormire nell’ufficio che mi daranno al Congresso».
I tempi, del resto, sono quelli che sono: non c’è da sperperare. Tuttavia, quando l’altro giorno i top manager di Chrysler, Ford e General Motors si sono presentati proprio al Congresso per chiedere i miliardi necessari al salvataggio, alcuni politici che dovrebbero deliberare il finanziamento pubblico hanno chiesto quanti di questi topo manager fossero arrivati nella capitale con un volo di linea. Nessuna mano alzata, tutti arrivati con costosissimi executive. E la branda? Giù per la testa...MA.SM.
i manager in voli executive
Jason Chaffetz, repubblicano dello Utah, neoeletto al Congresso americano, è stato intercettato mentre sbarcava al Ronald Reagan Airport di Washington con una branda ben impacchettata. Alle domande dei giornalisti incuriositi, l’interesstao rispondeva che questo rientrava nella sua filosofia di vita. «Ho detto in campagna elettorale che avrei vissuto in maniera frugale anche una volta eletto, e dunque ho intenzione di risparmiare e di dormire nell’ufficio che mi daranno al Congresso».
I tempi, del resto, sono quelli che sono: non c’è da sperperare. Tuttavia, quando l’altro giorno i top manager di Chrysler, Ford e General Motors si sono presentati proprio al Congresso per chiedere i miliardi necessari al salvataggio, alcuni politici che dovrebbero deliberare il finanziamento pubblico hanno chiesto quanti di questi topo manager fossero arrivati nella capitale con un volo di linea. Nessuna mano alzata, tutti arrivati con costosissimi executive. E la branda? Giù per la testa...MA.SM.
Siamo alla frutta
IMPRESE. La Rigoni di Asiago porta sul mercato il nuovo prodotto Fruttosa. La caratteristica base è sempre biologica
«Per battere questa crisi serve il dessert di frutta»
Marino Smiderle
ASIAGO
Niente zucchero neanche durante la pausa caffè. Nella rinnovata sede direzionale della Rigoni di Asiago, in via Oberdan, si pensa a come affrontare la crisi dei mercati ma non si cede ai "vizi" della concorrenza: anche per il caffè su usa lo zucchero di mele, naturale, sano, dietetico e buono. Lo stesso che viene impiegato per produrre le confetture a base di frutta biologica che hanno fatto di Rigoni il marchio leader in Italia. «E lo utilizzeremo anche per il nuovo prodotto che stiamo per lanciare sul mercato - confida Andrea Rigoni, amministratore delegato dell’azienda che possiede insieme ai fratelli Luigi e Antonio e al cugino Mario - e che speriamo ci possa garantire un buon successo anche in questo periodo difficile per l’economia in generale».
Se le idee e gli investimenti non vengono fuori nei momenti difficili non sarebbe nemmeno Nord Est. E invece dal cilindro di una piccola impresa spesso portata a esempio per l’originalità del piano industriale e innovazione finanziaria (qualche anno fa, per rinnovare i macchinari del proprio stabilimento produttivo di Foza e trovare i 10 miliardi di vecchie lire necessari, fece entrare nel capitale Veneto Sviluppo e Sviluppo Italia, poi liquidati con reciproca soddisfazione), ecco che arriva la conferma di una strategia "movimentista", sia dal punto di vista produttivo che commerciale. Morale della favola: tra breve preparatevi a concludere il pasto con il nuovo dessert di frutta chiamato, appunto, Fruttosa. Un vasetto di pura frutta da sorbire col cucchiaino, buono anche a colazione. Il tutto, ovviamente e rigorosamente, biologico.
Per un’azienda che fattura poco meno di 50 milioni di euro, con 40 dipendenti, e che vende le su confettare Fiordifrutta a un prezzo superiore a quello della concorrenza proprio per la scelta del biologico (sostenuta con i frutteti coltivati in Bulgaria), questa invasione di campo nel settore dei dessert potrebbe rivelarsi il fattore decisivo per il salto di qualità.
Strutturata con uno stabilimento a Foza, un centro logistico ad Albaredo d’Adige (Verona) e i terreni in Bulgaria, la Rigoni di Asiago sfida la crisi con un nuovo prodotto. «Noi siamo convinti - spiega l’ad - che lo spazio per un’alimentazione sana e nutriente ci sarà sempre. Perché, al di là del nostro interesse aziendale, la nostra filosofia produttiva e commerciale punta proprio a questo: far mangiare in maniera sana ed equilibrata i nostri clienti. Crisi o non crisi, crediamo che anche Fruttosa, un dessert di pura frutta biologica, senza zucchero, rientri a pieno diritto in questo filone».
Sembrerà retorica, ma la ricetta di nonna Emilia, quella che diede il via negli anni 20 alla saga dei Rigoni con quel miele prelibato che oggi, parola di Andrea Rigoni, è diventato un alimento troppo complicato e forte per i gusti della maggioranza, resta valida anche oggi che imperano le leggi del business.
Si può guadagnare, e piuttosto bene, anche con confetture, dessert e prodotti vari che rispettano ancora le leggi della natura. Anzi, grazie a questa filosofia, puoi anche andare al supermercato, vendere a prezzi più alti e battere la concorrenza.
«Per battere questa crisi serve il dessert di frutta»
Marino Smiderle
ASIAGO
Niente zucchero neanche durante la pausa caffè. Nella rinnovata sede direzionale della Rigoni di Asiago, in via Oberdan, si pensa a come affrontare la crisi dei mercati ma non si cede ai "vizi" della concorrenza: anche per il caffè su usa lo zucchero di mele, naturale, sano, dietetico e buono. Lo stesso che viene impiegato per produrre le confetture a base di frutta biologica che hanno fatto di Rigoni il marchio leader in Italia. «E lo utilizzeremo anche per il nuovo prodotto che stiamo per lanciare sul mercato - confida Andrea Rigoni, amministratore delegato dell’azienda che possiede insieme ai fratelli Luigi e Antonio e al cugino Mario - e che speriamo ci possa garantire un buon successo anche in questo periodo difficile per l’economia in generale».
Se le idee e gli investimenti non vengono fuori nei momenti difficili non sarebbe nemmeno Nord Est. E invece dal cilindro di una piccola impresa spesso portata a esempio per l’originalità del piano industriale e innovazione finanziaria (qualche anno fa, per rinnovare i macchinari del proprio stabilimento produttivo di Foza e trovare i 10 miliardi di vecchie lire necessari, fece entrare nel capitale Veneto Sviluppo e Sviluppo Italia, poi liquidati con reciproca soddisfazione), ecco che arriva la conferma di una strategia "movimentista", sia dal punto di vista produttivo che commerciale. Morale della favola: tra breve preparatevi a concludere il pasto con il nuovo dessert di frutta chiamato, appunto, Fruttosa. Un vasetto di pura frutta da sorbire col cucchiaino, buono anche a colazione. Il tutto, ovviamente e rigorosamente, biologico.
Per un’azienda che fattura poco meno di 50 milioni di euro, con 40 dipendenti, e che vende le su confettare Fiordifrutta a un prezzo superiore a quello della concorrenza proprio per la scelta del biologico (sostenuta con i frutteti coltivati in Bulgaria), questa invasione di campo nel settore dei dessert potrebbe rivelarsi il fattore decisivo per il salto di qualità.
Strutturata con uno stabilimento a Foza, un centro logistico ad Albaredo d’Adige (Verona) e i terreni in Bulgaria, la Rigoni di Asiago sfida la crisi con un nuovo prodotto. «Noi siamo convinti - spiega l’ad - che lo spazio per un’alimentazione sana e nutriente ci sarà sempre. Perché, al di là del nostro interesse aziendale, la nostra filosofia produttiva e commerciale punta proprio a questo: far mangiare in maniera sana ed equilibrata i nostri clienti. Crisi o non crisi, crediamo che anche Fruttosa, un dessert di pura frutta biologica, senza zucchero, rientri a pieno diritto in questo filone».
Sembrerà retorica, ma la ricetta di nonna Emilia, quella che diede il via negli anni 20 alla saga dei Rigoni con quel miele prelibato che oggi, parola di Andrea Rigoni, è diventato un alimento troppo complicato e forte per i gusti della maggioranza, resta valida anche oggi che imperano le leggi del business.
Si può guadagnare, e piuttosto bene, anche con confetture, dessert e prodotti vari che rispettano ancora le leggi della natura. Anzi, grazie a questa filosofia, puoi anche andare al supermercato, vendere a prezzi più alti e battere la concorrenza.
giovedì 20 novembre 2008
Communist bailout
Il conto della crisi Usa
lo pagheranno i comunisti
Tutti qui a discutere se l’Amministrazione Bush, liberista per ideologia e socialista per necessità, abbia fatto bene a stanziare qualcosa come 700 miliardi di dollari per iniettare dollaroni pubblici nei forzieri sforacchiati dell’economia sforacchiata dai trucchetti di Wall Street. I contribuenti americani, alle prese con i rigori del credit crunch, non l’hanno preso benissimo. Ma come, hanno detto, a noi portate via la casa perché non riusciamo a pagare le rate dei mutui e a chi i mutui ce li ha dati e sta fallendo lo stato regala i soldi delle nostre tasse. Così non va bene, hanno concluso.
Tranquilli, cari contribuenti americani. A voi non verrà chiesto un centesimo. Prima ancora che Obama arrivi a sedersi nella poltrona più scomoda alla Casa Bianca, il buon vecchio Giorgino Bush ha trovato dei clienti a cui far sostenere il rischio Usa. Sì, perché risulta che i cinesi siano in possesso di 585 miliardi di dollari di titoli di stato americani. Dovesse andar male, saranno i comunisti a pagare il conto.MA.SM.
lo pagheranno i comunisti
Tutti qui a discutere se l’Amministrazione Bush, liberista per ideologia e socialista per necessità, abbia fatto bene a stanziare qualcosa come 700 miliardi di dollari per iniettare dollaroni pubblici nei forzieri sforacchiati dell’economia sforacchiata dai trucchetti di Wall Street. I contribuenti americani, alle prese con i rigori del credit crunch, non l’hanno preso benissimo. Ma come, hanno detto, a noi portate via la casa perché non riusciamo a pagare le rate dei mutui e a chi i mutui ce li ha dati e sta fallendo lo stato regala i soldi delle nostre tasse. Così non va bene, hanno concluso.
Tranquilli, cari contribuenti americani. A voi non verrà chiesto un centesimo. Prima ancora che Obama arrivi a sedersi nella poltrona più scomoda alla Casa Bianca, il buon vecchio Giorgino Bush ha trovato dei clienti a cui far sostenere il rischio Usa. Sì, perché risulta che i cinesi siano in possesso di 585 miliardi di dollari di titoli di stato americani. Dovesse andar male, saranno i comunisti a pagare il conto.MA.SM.
mercoledì 19 novembre 2008
Manager morigerati
Il gesto eroico dei manager di Goldman Sachs
I top manager di Goldman Sachs, primaria banca d’affari (ora necessariamente convertitasi a banca e basta) degli Stati Uniti, hanno compiuto un gesto eroico: hanno rinunciato ai bonus. L’amministratore delegato Lloyd Blankfein, per esempio, riceverà quest’anno "soltanto" lo stipendio ordinario, pari a 600 mila dollari l’anno.
Siccome il contribuente americano si sta vuotando le tasche per coprire i buchi creati dai geni di Wall Street, ecco che i banchieri di Goldman Sachs hanno fatto il bel gesto, rinunciando a una componente "importante" della propria retribuzione. I colleghi di Morgan Stanley e Merril Lynch, invece, hanno fatto sapere che non è stata presa alcuna decisione al riguardo, facendo passare per martiri i top manager di Goldman. I quali, per quest’anno, dovranno tirare avanti con i bonus incassati lo scorso anno, quando Blankfein portò a casa 68,5 milioni di dollari e i due vice 67,5 milioni. Il giusto premio per aver portato la gloriosa Goldman sull’orlo del default. MA.SM.
I top manager di Goldman Sachs, primaria banca d’affari (ora necessariamente convertitasi a banca e basta) degli Stati Uniti, hanno compiuto un gesto eroico: hanno rinunciato ai bonus. L’amministratore delegato Lloyd Blankfein, per esempio, riceverà quest’anno "soltanto" lo stipendio ordinario, pari a 600 mila dollari l’anno.
Siccome il contribuente americano si sta vuotando le tasche per coprire i buchi creati dai geni di Wall Street, ecco che i banchieri di Goldman Sachs hanno fatto il bel gesto, rinunciando a una componente "importante" della propria retribuzione. I colleghi di Morgan Stanley e Merril Lynch, invece, hanno fatto sapere che non è stata presa alcuna decisione al riguardo, facendo passare per martiri i top manager di Goldman. I quali, per quest’anno, dovranno tirare avanti con i bonus incassati lo scorso anno, quando Blankfein portò a casa 68,5 milioni di dollari e i due vice 67,5 milioni. Il giusto premio per aver portato la gloriosa Goldman sull’orlo del default. MA.SM.
W il Natale consumistico
ASSOCIAZIONI. Sergio Rebecca è stato riconfermato alla presidenza della Confcommercio di Vicenza
«Il Natale dirà
se la crisi può essere vinta»
Marino Smiderle
VICENZA
La dittatura democratica di Confcommercio Vicenza prosegue all’insegna di Sergio Rebecca. Dopo 14 anni di regno incontrastato, ieri il Consiglio dell’associazione lo ha rieletto presidente all’unanimità. Ci sarebbe di che festeggiare ma l’interessato ha ben altri pensieri. «Certo, questo consenso mi dà una grande soddisfazione - attacca Rebecca - ma non posso dimenticare che arriva nel momento più difficile per l’economia.
La crisi finanziaria globale si è estesa al settore reale e il commercio rischia di subire forti contraccolpi. Ecco perché il compito che mi attende non sarà per niente facile».
Sì, Rebecca questo mandato proprio mentre infuriano i venti della recessione globale. Dal suo osservatorio privilegiato di vicepresidente nazionale di Confcommercio, ha già avuto modo di indicare quelli che, a suo avviso, sarebbero gli interventi necessari per alleviare le pene dei colleghi. «Vorrei ricordare - prosegue - che sta per iniziare quella che per noi commercianti è la stagione più importante. Dovesse andar male, per la categoria sarebbe un disastro. Per questo il governo dovrebbe prendere, anzi, dovrebbe aver già preso, una decisione in grado di dare un po’ di potere di acquisto in più alle famiglie, e mi riferisco alla detassazione delle tredicesime. Se non si fa qualcosa per rilanciare un pochino i consumi, rischiamo davvero il tracollo».
Se questo è un suggerimento che vale a livello nazionale, Rebecca è consapevole che anche in chiave vicentina occorre fare qualcosa. Intanto Confcommercio, oltre al presidente, ha provveduto a nominare due vicepresidenti (il vicario Rino Filippin e Paolo Chiarello), oltre ad altri quattro membri di giunta (Luis Cogo, Antonio Cristofani, Umberto Maset e Mario Noale) per mettere insieme una squadra in grado di navigare nei mari in tempesta dei vari settori dell’economia. E poi Rebecca ha già indicato quali sono i tasti da premere nelle sale della politica regionale e provinciale.
«Staremo bene attenti - spiega - a quelle che saranno le decisioni della Regione circa la nuova legge sul commercio e, in particolare, sulla possibilità di dare o meno il via libera a nuove grandi strutture di vendita o outlet. Allo stesso modo, a livello provinciale, faremo attenzione sul pieno rispetto, da parte dei Comuni, dei criteri indicati dal Ptcp, vale a dire sulla necessità di un concreto coordinamento tra le realtà locali sulle decisioni urbanistico-commerciali».
Il punto è, però, che la buriana rischia di mettere in ginocchio anche un’economia fino a ieri sana e robusta come quella vicentina. «È vero - osserva Rebecca - noi non siamo esenti dalla crisi, ce ne accorgiamo quotidianamente. Eppure posso dire che il sistema vicentino, nonostante tutto, sta tenendo. Magari con le unghie, ma riusciamo a rimanere aggrappati all'ancora e a non farci portare via dal vento. Questa grazie all’economia mista, alla rete di pmi che riescono a tenere botta. Noi qui non siamo inclini al catastrofismo: piuttosto ci rimbocchiamo le maniche e cerchiamo di darci da fare».
Negli ultimi anni, però, a Vicenza le categorie economiche non si sono distinte per unità d’intenti. La lunga querelle sulla Camera di commercio, per esempio, ha finito col paralizzare le iniziative comuni, rischiando di pregiudicare il futuro economico e progettuale della città. «Credo che la soluzione Mincato - afferma Rebecca - abbia finito col chiudere quel capitolo. Il quadro istituzionale si è ricomposto e, dopo tanto, si è tornati a parlare di infrastrutture. Mi pare che l’idea di insistere sul proseguimento verso nord della Valdastico sia il biglietto da visita più significativo del nuovo presidente della Camera di commercio».
Ed è anche grazie a questa ritrovata unità d’intenti che Vicenza, dopo il tempo perduto in sterili battaglie di retrovia, potrà tornare a puntare su due punti che Confcommercio ritiene cruciali per il futuro.
«Il primo è la formazione - conclude Rebecca - perché è sulle risorse umane che si basa il rilancio. E poi, per parlare di un comparto che negli ultimi tempi è stato un po’ troppo trascurato, non dimenticherei il turismo, che io ritengo essere una delle più interessanti opportunità in ambito provinciale. La crisi non la battiamo da soli e, come ho detto, servono provvedimenti eccezionali del governo. Tuttavia, per parte nostra, anche da Vicenza dobbiamo saper dare delle risposte immediate».
«Il Natale dirà
se la crisi può essere vinta»
Marino Smiderle
VICENZA
La dittatura democratica di Confcommercio Vicenza prosegue all’insegna di Sergio Rebecca. Dopo 14 anni di regno incontrastato, ieri il Consiglio dell’associazione lo ha rieletto presidente all’unanimità. Ci sarebbe di che festeggiare ma l’interessato ha ben altri pensieri. «Certo, questo consenso mi dà una grande soddisfazione - attacca Rebecca - ma non posso dimenticare che arriva nel momento più difficile per l’economia.
La crisi finanziaria globale si è estesa al settore reale e il commercio rischia di subire forti contraccolpi. Ecco perché il compito che mi attende non sarà per niente facile».
Sì, Rebecca questo mandato proprio mentre infuriano i venti della recessione globale. Dal suo osservatorio privilegiato di vicepresidente nazionale di Confcommercio, ha già avuto modo di indicare quelli che, a suo avviso, sarebbero gli interventi necessari per alleviare le pene dei colleghi. «Vorrei ricordare - prosegue - che sta per iniziare quella che per noi commercianti è la stagione più importante. Dovesse andar male, per la categoria sarebbe un disastro. Per questo il governo dovrebbe prendere, anzi, dovrebbe aver già preso, una decisione in grado di dare un po’ di potere di acquisto in più alle famiglie, e mi riferisco alla detassazione delle tredicesime. Se non si fa qualcosa per rilanciare un pochino i consumi, rischiamo davvero il tracollo».
Se questo è un suggerimento che vale a livello nazionale, Rebecca è consapevole che anche in chiave vicentina occorre fare qualcosa. Intanto Confcommercio, oltre al presidente, ha provveduto a nominare due vicepresidenti (il vicario Rino Filippin e Paolo Chiarello), oltre ad altri quattro membri di giunta (Luis Cogo, Antonio Cristofani, Umberto Maset e Mario Noale) per mettere insieme una squadra in grado di navigare nei mari in tempesta dei vari settori dell’economia. E poi Rebecca ha già indicato quali sono i tasti da premere nelle sale della politica regionale e provinciale.
«Staremo bene attenti - spiega - a quelle che saranno le decisioni della Regione circa la nuova legge sul commercio e, in particolare, sulla possibilità di dare o meno il via libera a nuove grandi strutture di vendita o outlet. Allo stesso modo, a livello provinciale, faremo attenzione sul pieno rispetto, da parte dei Comuni, dei criteri indicati dal Ptcp, vale a dire sulla necessità di un concreto coordinamento tra le realtà locali sulle decisioni urbanistico-commerciali».
Il punto è, però, che la buriana rischia di mettere in ginocchio anche un’economia fino a ieri sana e robusta come quella vicentina. «È vero - osserva Rebecca - noi non siamo esenti dalla crisi, ce ne accorgiamo quotidianamente. Eppure posso dire che il sistema vicentino, nonostante tutto, sta tenendo. Magari con le unghie, ma riusciamo a rimanere aggrappati all'ancora e a non farci portare via dal vento. Questa grazie all’economia mista, alla rete di pmi che riescono a tenere botta. Noi qui non siamo inclini al catastrofismo: piuttosto ci rimbocchiamo le maniche e cerchiamo di darci da fare».
Negli ultimi anni, però, a Vicenza le categorie economiche non si sono distinte per unità d’intenti. La lunga querelle sulla Camera di commercio, per esempio, ha finito col paralizzare le iniziative comuni, rischiando di pregiudicare il futuro economico e progettuale della città. «Credo che la soluzione Mincato - afferma Rebecca - abbia finito col chiudere quel capitolo. Il quadro istituzionale si è ricomposto e, dopo tanto, si è tornati a parlare di infrastrutture. Mi pare che l’idea di insistere sul proseguimento verso nord della Valdastico sia il biglietto da visita più significativo del nuovo presidente della Camera di commercio».
Ed è anche grazie a questa ritrovata unità d’intenti che Vicenza, dopo il tempo perduto in sterili battaglie di retrovia, potrà tornare a puntare su due punti che Confcommercio ritiene cruciali per il futuro.
«Il primo è la formazione - conclude Rebecca - perché è sulle risorse umane che si basa il rilancio. E poi, per parlare di un comparto che negli ultimi tempi è stato un po’ troppo trascurato, non dimenticherei il turismo, che io ritengo essere una delle più interessanti opportunità in ambito provinciale. La crisi non la battiamo da soli e, come ho detto, servono provvedimenti eccezionali del governo. Tuttavia, per parte nostra, anche da Vicenza dobbiamo saper dare delle risposte immediate».
lunedì 17 novembre 2008
Il bello della recessione
PORTAFOGLIO
Il dato positivo è la discesa
dell’Euribor
di Marino Smiderle
Vogliamo guardare, per una volta, alle notizie positive? D’accordo, con la tempesta finanziaria che infuria ormai da due mesi, non è impresa facile. Chiunque abbia avuto la sventura di acquistare qualche azione in Borsa nel corso degli ultimi due anni, ora se le ritrova in portafoglio con una perdita potenziale collegata pari a svariate decine di punti percentuali. Tempi duri, insomma. Qual è stata l’unica iniezione di fiducia che ha fato ricominciare a circolare un barlume di speranza nelle vene dei risparmiatori? Il ribasso dell’Euribor.
TASSI BASSI
Era successo che la crisi di fiducia tra le banche, sospettose le una delle altre, bloccasse di fatto i prestiti tra istituti. Per il sistema finanziario questo blocco sanciva la paralisi globale. Con l’economia in picchiata e con le banche centrali pronte ad abbassare i tassi di interesse per incentivare gli investimenti, l’Euribor a tre mesi, anziché scendere, saliva. Fino ad arrivare, poco più di un mese fa, a sfiorare il 5,5 per cento. L’Euribor è il parametro che misura il tasso d’interesse con cui le banche si scambiano il denaro tra di loro. Ma, soprattutto, l’Euribor è il parametro a cui sono agganciati i mutui a tasso variabile delle famiglie italiane. Un punto in più o in meno di quell’indicatore incide tremendamente sul bilancio mensile. Bene, nell’ultima settimana è tornato sotto il 4,30 per cento e gli analisti dicono che il ribasso proseguirà.
MOTIVI
Le garanzie offerte dai vari stati europei hanno fatto bene alle banche e ora la fiducia, sia pure gradualmente, sta tornando. È anche vero che, accanto alla riduzione dei tassi d’interesse, si sta affacciando l’incubo della recessione o, peggio, della depressione economica. Per capirci: se una famiglia ora esulta perché la rata del mutuo è destinata ad alleggerirsi, domani potrebbe tornare a deprimersi perché i posti di lavoro potrebbero rivelarsi a rischio. Però qui si parla delle notizie positive e un punto in meno di interesse sui mutui è senza dubbio un buon motivo per tirare un sospirone di sollievo.
NUOVI PRODOTTI
Su queste pagine qualche settimana fa avevamo ipotizzato di modificare il parametro, considerato che l’Euribor poteva considerarsi a tutti gli effetti drogato dall’effetto subprime. Con molta più autorità e autorevolezza, Lorenzo Bini Smaghi, l’italiano presente nel board della Bce, aveva lanciato l’idea di agganciare i nuovi mutui al tasso ufficiale della Bce, piuttosto che all’Euribor, ritenuto troppo volatile e influenzabile dai venti della crisi. A questo proposito, come ricorda Plus 24, il settimanale del Sole 24 Ore, la Banca Popolare di Milano ha pensato bene di raccogliere il suggerimento e sta proponendo ai clienti Euromutuo, un contratto agganciato proprio al tasso ufficiale della Bce. Il problema è che lo spread che Bpm ha assegnato al nuovo parametro è dell’1,50 per cento, roba da rendere ancora ancora concorrenziale, in prospettiva, il vecchio Euribor a cui, in media, viene aggiunto un differenziale compreso tra i 90 centesimi e un punto. Al momento, per fare un esempio concreto, l’Euribor è al 4,25 per cento: se si aggiunge un punto si arriva al 5,25 per cento, che sarebbe il tasso pagato dal sottoscrittore del mutuo. Con il tasso Bce al 3,25, l’Euromutuo di Bpm partirebbe con un tasso effettivo del 4,75 per cento. Messa così, sembra decisamente conveniente l’offerta dell’istituto milanese, imitato peraltro da altre banche. Se però, come pare, l’Euribor dovesse scendere ancora ed esaurire completamente l’effetto subprime e avvicinarsi ancora al tasso ufficiale Bce, lo spread attuale diventerebbe troppo oneroso e poco conveniente.
MAI CONTENTI
Non siamo mai contenti, forse è vero, ma anche le banche trovano sempre il sistema di mettere una trappola in tutti i prodotti che lanciano. In ogni caso, pare che stia crescendo la cultura finanziaria media degli italiani. Rimangono infatti ancora 15 giorni di tempo per aderire all’offerta di rinegoziazione dei mutui concordata da governo e Abi e solo poche decine di migliaia di risparmiatori hanno aderito. Tutti hanno capito che si trattava di uno specchietto per le allodole, utile solo a differire i pagamenti. Il ribasso dell’Euribor dovrebbe essere il miglior premio.
Il dato positivo è la discesa
dell’Euribor
di Marino Smiderle
Vogliamo guardare, per una volta, alle notizie positive? D’accordo, con la tempesta finanziaria che infuria ormai da due mesi, non è impresa facile. Chiunque abbia avuto la sventura di acquistare qualche azione in Borsa nel corso degli ultimi due anni, ora se le ritrova in portafoglio con una perdita potenziale collegata pari a svariate decine di punti percentuali. Tempi duri, insomma. Qual è stata l’unica iniezione di fiducia che ha fato ricominciare a circolare un barlume di speranza nelle vene dei risparmiatori? Il ribasso dell’Euribor.
TASSI BASSI
Era successo che la crisi di fiducia tra le banche, sospettose le una delle altre, bloccasse di fatto i prestiti tra istituti. Per il sistema finanziario questo blocco sanciva la paralisi globale. Con l’economia in picchiata e con le banche centrali pronte ad abbassare i tassi di interesse per incentivare gli investimenti, l’Euribor a tre mesi, anziché scendere, saliva. Fino ad arrivare, poco più di un mese fa, a sfiorare il 5,5 per cento. L’Euribor è il parametro che misura il tasso d’interesse con cui le banche si scambiano il denaro tra di loro. Ma, soprattutto, l’Euribor è il parametro a cui sono agganciati i mutui a tasso variabile delle famiglie italiane. Un punto in più o in meno di quell’indicatore incide tremendamente sul bilancio mensile. Bene, nell’ultima settimana è tornato sotto il 4,30 per cento e gli analisti dicono che il ribasso proseguirà.
MOTIVI
Le garanzie offerte dai vari stati europei hanno fatto bene alle banche e ora la fiducia, sia pure gradualmente, sta tornando. È anche vero che, accanto alla riduzione dei tassi d’interesse, si sta affacciando l’incubo della recessione o, peggio, della depressione economica. Per capirci: se una famiglia ora esulta perché la rata del mutuo è destinata ad alleggerirsi, domani potrebbe tornare a deprimersi perché i posti di lavoro potrebbero rivelarsi a rischio. Però qui si parla delle notizie positive e un punto in meno di interesse sui mutui è senza dubbio un buon motivo per tirare un sospirone di sollievo.
NUOVI PRODOTTI
Su queste pagine qualche settimana fa avevamo ipotizzato di modificare il parametro, considerato che l’Euribor poteva considerarsi a tutti gli effetti drogato dall’effetto subprime. Con molta più autorità e autorevolezza, Lorenzo Bini Smaghi, l’italiano presente nel board della Bce, aveva lanciato l’idea di agganciare i nuovi mutui al tasso ufficiale della Bce, piuttosto che all’Euribor, ritenuto troppo volatile e influenzabile dai venti della crisi. A questo proposito, come ricorda Plus 24, il settimanale del Sole 24 Ore, la Banca Popolare di Milano ha pensato bene di raccogliere il suggerimento e sta proponendo ai clienti Euromutuo, un contratto agganciato proprio al tasso ufficiale della Bce. Il problema è che lo spread che Bpm ha assegnato al nuovo parametro è dell’1,50 per cento, roba da rendere ancora ancora concorrenziale, in prospettiva, il vecchio Euribor a cui, in media, viene aggiunto un differenziale compreso tra i 90 centesimi e un punto. Al momento, per fare un esempio concreto, l’Euribor è al 4,25 per cento: se si aggiunge un punto si arriva al 5,25 per cento, che sarebbe il tasso pagato dal sottoscrittore del mutuo. Con il tasso Bce al 3,25, l’Euromutuo di Bpm partirebbe con un tasso effettivo del 4,75 per cento. Messa così, sembra decisamente conveniente l’offerta dell’istituto milanese, imitato peraltro da altre banche. Se però, come pare, l’Euribor dovesse scendere ancora ed esaurire completamente l’effetto subprime e avvicinarsi ancora al tasso ufficiale Bce, lo spread attuale diventerebbe troppo oneroso e poco conveniente.
MAI CONTENTI
Non siamo mai contenti, forse è vero, ma anche le banche trovano sempre il sistema di mettere una trappola in tutti i prodotti che lanciano. In ogni caso, pare che stia crescendo la cultura finanziaria media degli italiani. Rimangono infatti ancora 15 giorni di tempo per aderire all’offerta di rinegoziazione dei mutui concordata da governo e Abi e solo poche decine di migliaia di risparmiatori hanno aderito. Tutti hanno capito che si trattava di uno specchietto per le allodole, utile solo a differire i pagamenti. Il ribasso dell’Euribor dovrebbe essere il miglior premio.
L'America di Obama/end
L’AMERICA DI OBAMA. I Democratici al potere potrebbero scontrarsi con l’idea di mercato e concorrenza
I protezionisti
spaventano
l’Europa
Marino Smiderle
WASHINGTON
Le lussuose Lincoln che ancheggiano lungo i larghissimi viali di Washington sono il simbolo dei problemi che Barack Obama dovrà affrontare dal 20 gennaio prossimo, quando George W. Bush gli cederà le chiavi della Casa Bianca. Dovrebbero essere le auto che mostrano al mondo l’avanzata tecnologia Usa e invece, confrontate con i modelli che si producono in Germania (Bmw, Audi, Mercedes), quei macchinoni sono brutti, consumano molto e per questo non li compra più nessuno. Risultato: le tre grandi case automobilistiche americane, Chrysler, Ford (quella che produce anche le Lincoln) e General Motors sono sull’orlo della bancarotta. E sono a rischio milioni di posti di lavoro.
Dopo aver deliberato, sotto l’Amministrazione Bush, uno straordinario piano di salvataggio per le banche e le assicurazioni affossate dall’effetto subprime, l’America ora chiede a gran voce anche un piano di salvataggio per le tre aziende americane. Lo chiede in particolare il presidente eletto, Barack Hussein Obama, che di qui al 20 gennaio prossimo pronuncerà ogni sabato su Youtube una sorta di discorso alla nazione. Ed è proprio da questa richiesta, intervenire per salvare le "Big Three", che potrebbero nascere i primi contrasti con i leader europei, quasi tutti dalla parte del senatore dell’Illinois nel corso dell’ultima infuocata campagna elettorale per le presidenziali americane.
Alla riunione del G20 che si è tenuta l’altro giorno a Washington, e che è stata anche l’occasione per il tanto discusso George W. Bush di congedarsi dalla scena politica internazionale, il leader inglese Gordon Brown ha contestato piuttosto duramente il piano di Obama, ribadendo la fiducia nelle regole del libero mercato e annunciando una possibile contestazione giuridica dell’Ue qualora il presidente eletto, spalleggiato dal Congresso, intendesse andare avanti con questa proposta.
Insomma, un conto è l’intervento coordinato e generalizzato a favore delle banche in crisi (disposto da Usa, Ue e da tutte le altre nazioni per evitare il collasso globale), un altro paio di maniche sarebbe invece l’aiuto economico a imprese produttive come quelle automobilistiche. Aiutando Ford, GM e Chrysler Obama darebbe forse una mano ai milioni di americani che ci lavorano a non perdere il posto (o almeno a ritardarne l’uscita), ma creerebbe una disparità di trattamento nei confronti di coloro che lavorano, per esempio, negli stabilimenti americani della Toyota.
Eccolo qui, dunque, il primo vero bivio a cui si troverà Obama. The Economist, il settimanale britannico da sempre a favore del libero mercato e che prima delle elezioni aveva dato il suo endorsement a Obama, una volta registrato con soddisfazione l’esito delle presidenziali Usa, ora avverte il senatore dell’Illinois: «Considerata la quantità di finanziamenti raccolti da Obama - si legge nell’editoriale di commento alle elezioni americane - considerata la distruzione del brand repubblicano sotto la guida di Bush e considerata la peggiore crisi finanziaria degli ultimi 70 anni, il fatto che il 46 per cento del popolo americano abbia comunque votato contro i Democratici è un segnale forte di quanto conservatrice sia ancora l’America. Obama è il primo liberal del nord eletto presidente dai tempi di John Kennedy e deve cercare di non allontanarsi troppo dal centro che lo ha eletto. La vittoria di Obama, infatti, ricalca quella di Clinton nel 1992. E ci vollero solo due anni ai repubblicani per riprendere il controllo del Congresso con la rivoluzione di Gingrich nel 1994. Se il presidente Obama dovesse dare retta ai liberal più aggressivi del Congresso, sarebbe facile immaginare un’orribile prospettiva davanti, e non solo per i Democratici alle elezioni di midterm del 2010. L'America potrebbe scivolare nel protezionismo, o regolare il business e la finanza fino al punto di soffocare l’istinto all’innovazione, o "diffondere il benessere" (per citare il prossimo presidente) fino a indurre il capitale ad andarsene altrove».
La paura dell’Economist, che pure ha sostenuto Obama, è la stessa paura che si toccava con mano all’ultimo vertice del G20 a Washington. «Il nostro lavoro sarà guidato - si legge nella bozza della dichiarazione finale - dalla fiducia condivisa che i principi del libero mercato, il commercio aperto e i regimi di investimenti, così come mercati finanziari regolamentati in maniera efficace possano promuovere il dinamismo, l'innovazione e lo spirito di iniziativa che sono essenziali per la crescita dell'economia e dell'occupazione e per la lotta alla povertà».
Libero mercato e interventismo statale: eccole le due boe che Obama dovrà stare attento a circumnavigare con attenzione, non allontanandosi mai troppo dalla prima, pur sapendo attaccare alla seconda in caso di necessità.
A Washington, intanto, c’è un’attesa spasmodica per l’Inauguration Day del 20 gennaio prossimo. Trovare una camera a DC è praticamente impossibile e una vignetta sul Washington Post dell’altro giorno riassumeva con efficacia il clima: una carta geografica degli stati vicini a Dc e una scritta, "Ancora pochi posti disponibili in Pennsylvania".
Sì, c’è un entusiasmo tale a Washington che nessuno ha ancora veramente voglia di sollevare obiezioni. La vittoria di Obama ha ridato fiati agli ambienti intellettuali liberal della capitale, e non solo, dopo otto anni di Bush. Ora si discute della squadra che sta mettendo insieme Obama e i commentatori la ritengono ottima solo basandosi sui nomi che circolano, a cominciare dalla possibile nomina di Hillary Clinton alla segreteria di Stato che fu di Condoleezza Rice. La luna di miele durerà fino al 20 gennaio. Dopodiché comincerà il lavoro sporco in uno dei momenti più difficili di sempre.
I protezionisti
spaventano
l’Europa
Marino Smiderle
WASHINGTON
Le lussuose Lincoln che ancheggiano lungo i larghissimi viali di Washington sono il simbolo dei problemi che Barack Obama dovrà affrontare dal 20 gennaio prossimo, quando George W. Bush gli cederà le chiavi della Casa Bianca. Dovrebbero essere le auto che mostrano al mondo l’avanzata tecnologia Usa e invece, confrontate con i modelli che si producono in Germania (Bmw, Audi, Mercedes), quei macchinoni sono brutti, consumano molto e per questo non li compra più nessuno. Risultato: le tre grandi case automobilistiche americane, Chrysler, Ford (quella che produce anche le Lincoln) e General Motors sono sull’orlo della bancarotta. E sono a rischio milioni di posti di lavoro.
Dopo aver deliberato, sotto l’Amministrazione Bush, uno straordinario piano di salvataggio per le banche e le assicurazioni affossate dall’effetto subprime, l’America ora chiede a gran voce anche un piano di salvataggio per le tre aziende americane. Lo chiede in particolare il presidente eletto, Barack Hussein Obama, che di qui al 20 gennaio prossimo pronuncerà ogni sabato su Youtube una sorta di discorso alla nazione. Ed è proprio da questa richiesta, intervenire per salvare le "Big Three", che potrebbero nascere i primi contrasti con i leader europei, quasi tutti dalla parte del senatore dell’Illinois nel corso dell’ultima infuocata campagna elettorale per le presidenziali americane.
Alla riunione del G20 che si è tenuta l’altro giorno a Washington, e che è stata anche l’occasione per il tanto discusso George W. Bush di congedarsi dalla scena politica internazionale, il leader inglese Gordon Brown ha contestato piuttosto duramente il piano di Obama, ribadendo la fiducia nelle regole del libero mercato e annunciando una possibile contestazione giuridica dell’Ue qualora il presidente eletto, spalleggiato dal Congresso, intendesse andare avanti con questa proposta.
Insomma, un conto è l’intervento coordinato e generalizzato a favore delle banche in crisi (disposto da Usa, Ue e da tutte le altre nazioni per evitare il collasso globale), un altro paio di maniche sarebbe invece l’aiuto economico a imprese produttive come quelle automobilistiche. Aiutando Ford, GM e Chrysler Obama darebbe forse una mano ai milioni di americani che ci lavorano a non perdere il posto (o almeno a ritardarne l’uscita), ma creerebbe una disparità di trattamento nei confronti di coloro che lavorano, per esempio, negli stabilimenti americani della Toyota.
Eccolo qui, dunque, il primo vero bivio a cui si troverà Obama. The Economist, il settimanale britannico da sempre a favore del libero mercato e che prima delle elezioni aveva dato il suo endorsement a Obama, una volta registrato con soddisfazione l’esito delle presidenziali Usa, ora avverte il senatore dell’Illinois: «Considerata la quantità di finanziamenti raccolti da Obama - si legge nell’editoriale di commento alle elezioni americane - considerata la distruzione del brand repubblicano sotto la guida di Bush e considerata la peggiore crisi finanziaria degli ultimi 70 anni, il fatto che il 46 per cento del popolo americano abbia comunque votato contro i Democratici è un segnale forte di quanto conservatrice sia ancora l’America. Obama è il primo liberal del nord eletto presidente dai tempi di John Kennedy e deve cercare di non allontanarsi troppo dal centro che lo ha eletto. La vittoria di Obama, infatti, ricalca quella di Clinton nel 1992. E ci vollero solo due anni ai repubblicani per riprendere il controllo del Congresso con la rivoluzione di Gingrich nel 1994. Se il presidente Obama dovesse dare retta ai liberal più aggressivi del Congresso, sarebbe facile immaginare un’orribile prospettiva davanti, e non solo per i Democratici alle elezioni di midterm del 2010. L'America potrebbe scivolare nel protezionismo, o regolare il business e la finanza fino al punto di soffocare l’istinto all’innovazione, o "diffondere il benessere" (per citare il prossimo presidente) fino a indurre il capitale ad andarsene altrove».
La paura dell’Economist, che pure ha sostenuto Obama, è la stessa paura che si toccava con mano all’ultimo vertice del G20 a Washington. «Il nostro lavoro sarà guidato - si legge nella bozza della dichiarazione finale - dalla fiducia condivisa che i principi del libero mercato, il commercio aperto e i regimi di investimenti, così come mercati finanziari regolamentati in maniera efficace possano promuovere il dinamismo, l'innovazione e lo spirito di iniziativa che sono essenziali per la crescita dell'economia e dell'occupazione e per la lotta alla povertà».
Libero mercato e interventismo statale: eccole le due boe che Obama dovrà stare attento a circumnavigare con attenzione, non allontanandosi mai troppo dalla prima, pur sapendo attaccare alla seconda in caso di necessità.
A Washington, intanto, c’è un’attesa spasmodica per l’Inauguration Day del 20 gennaio prossimo. Trovare una camera a DC è praticamente impossibile e una vignetta sul Washington Post dell’altro giorno riassumeva con efficacia il clima: una carta geografica degli stati vicini a Dc e una scritta, "Ancora pochi posti disponibili in Pennsylvania".
Sì, c’è un entusiasmo tale a Washington che nessuno ha ancora veramente voglia di sollevare obiezioni. La vittoria di Obama ha ridato fiati agli ambienti intellettuali liberal della capitale, e non solo, dopo otto anni di Bush. Ora si discute della squadra che sta mettendo insieme Obama e i commentatori la ritengono ottima solo basandosi sui nomi che circolano, a cominciare dalla possibile nomina di Hillary Clinton alla segreteria di Stato che fu di Condoleezza Rice. La luna di miele durerà fino al 20 gennaio. Dopodiché comincerà il lavoro sporco in uno dei momenti più difficili di sempre.
venerdì 14 novembre 2008
Viaggio nell'America di Obama/7
L’America del cambiamento
si ritrova alla Darlington House
Marino Smiderle
DA WASHINGTON
L’America che ha previsto, commentato e sostenuto il cambiamento si ritrova alle sette della sera alla Darlington House di Dupont Circle, il quartiere più elettrizzante di Washington. Per Richard Bilotti, editore del quotidiano The Trenton Times, è una giornata speciale: a mezzogiorno è uscito dal suo ufficio al giornale per l’ultima volta e questa è la sua prima serata da pensionato.Il suo giornale, voce autorevole del New Jersey, ha sostenuto Barack Obama fin dalle primarie democratiche, quando infuriava la battaglia con Hillary Clinton, e adesso si ritrova a celebrare, in un colpo solo, il pensionamento suo e quello dell’amministrazione Bush. A organizzare la festicciola è stata Diane Colasanto, nel board dei direttori della Princeton Survey Research Associates International (Psrai), una società molto quotata nel settore dei sondaggi.
Al tavolo c’è anche il presidente e fondatore della Psrai, Andrew Kohut, che per inciso è il marito di Diane Colasanto: dopo Obama, è lui il grande vincitore di queste ultime elezioni perché il suo sondaggio è stato quello che ci ha preso in pieno. E per ultimo arriva la star della serata, Al Kamen, columnist del Washington Post dove tiene la rubrica “In the Loop", molto letta e temuta dagli ambienti della politica. Ironia della sorte, mentre a tavola si cerca di disegnare a parole il futuro dell’America, fuori il traffico viene bloccato per qualche minuto per far passare un’auto con a bordo il presidente Bush, preceduta e seguita da uno stuolo di mezzi della polizia. Sono gli ultimi fuochi di una stagione che gli elettori hanno voluto spegnere. La fiducia nel futuro si legge negli occhi scintillanti di questi tre attori principali del mondo dell’informazione statunitense.
«Ma lo sapete - attacca Kamen - cosa mi ha fatto capire che questa è stata proprio una svolta epocale? La notte del 4 novembre, quando sono uscito dal giornale, ho trovato una fila interminabile di persone che aspettava di acquistare la copia del Washington Post col titolo, diventato ormai famoso, “Obama makes history". Ecco, vedendo tutta quella gente, tutto quell’entusiasmo, ho capito che eravamo davvero davanti a qualcosa di grande». Certo, ma non c’è il rischio che la stampa americana, schierata massicciamente con Obama, perda un po’ il ruolo di guardia del potere che l’ha sempre caratterizzata? «Oh no - risponde Kamen - io ho già cominciato a mandare qualche bordata a Obama. Non gli faremo sconti, questo può scordarselo. Ma non possiamo neanche nascondere l’entusiasmo che lo circonda. I giornali si limitano a registrarlo, non lo inventano». Già, i giornali. Quanto hanno contato i giornali nell’elezione di Obama?
«Poco - risponde Kohut, il mago dei sondaggi -. In questa elezione sono stati fondamentali i blog e, in genere, tutta la rete. In altri tempi Obama avrebbe potuto essere stritolato dai giornali, stavolta il mondo di internet è stato decisivo per garantirne il successo».
Nemmeno Bilotti si illude di aver influenzato il voto con l'endorsement dato a Obama dal Trenton Times. «Io credo che la carta stampata stia perdendo posizioni ogni giorno che passa - osserva l’ex editore del quotidiano del New Jersey - cito il caso del mio giornale, ma potrebbe essere replicato per molti altri. Nel 2000 vendevamo oltre 100 mila copie al giorno, oggi siamo a 55 mila. Il fatto è che gran parte dei nostri lettori ha più di 65 anni e, a voler essere sincero, non sono molto ottimista per il futuro. O meglio, lo sono per l’America perché ritengo Obama una persona capace, in grado di affrontare gli enormi problemi, specie di tipo economico, che ha davanti, ma non lo sono per i giornali. La generazione che avanza non li leggerà più».
La conversazione è interessante ma, a un certo punto, le domande cominciano a farle questi mostri sacri del giornalismo Usa. E possono essere riassunte in una parola: Italia. Già, perché tanto Colasanto quanto Bilotti hanno evidenti origini italiane.
«E io ho voluto frequentare i corsi d’italiano - dice con un italiano, appunto, perfetto - perché voglio rispolverare le mie radici, le mie origini. Sono andata anche a Terlizzi, da dove sono partiti i miei, per capire di più».
«Nel New Jersey - ricorda Bilotti - Finmeccanica ha investito oltre 5 miliardi di dollari per acquistare una società Usa e cominciare a produrre qui. La qualità italiana è molto apprezzata». I parenti lontani di Kohut, invece, vengono dalla Basilicata («L’ho trovata un po’ dura...»), mentre Kamen è reduce da uno splendido viaggio nel meridione.
«Credo però - azzarda Kohut - che in questo momento l’Italia sia il Paese più immobile dell’Europa». A Dupont Circle la notte torna a fare faville, e pazienza se Wall Street continua a scricchiolare. Qualcuno comincia a pensare che Obama sia provvisto di bacchetta magica. Risolverà lui tutti i problemi? Difficile. In ogni caso, se mai ce l’avesse, usi quella bacchetta anche per dare un segno all’Italia.
Viaggio nell'America di Obama/6
Ma i veterani del Vietnam
hanno votato per McCain
Marino Smiderle
DA WASHINGTON
Al Vietnam Memorial si capisce perché gli Stati Uniti sono veramente uniti. È il giorno del veterano, la festa che la nazione dedica ai caduti nelle tante guerre che ha combattuto. A Washington splende il sole ma il vento gelido che ha spazzato via le nuvole entra nelle ossa e le fa scricchiolare.
Quella del Vietnam è stata forse la guerra più osteggiata, basti ricordare il ’68 e le manifestazioni di protesta fatte anche qui in Usa.
Eppure, a distanza di anni, il rispetto, la stima e il dolore per gli oltre 58 mila connazionali che persero la vita laggiù sono oggi sentimenti condivisi. Certo, le migliaia di veterani che si ritrovano a Washington, davanti al loro monumento, hanno votato per John McCain alle ultime elezioni. Era uno di loro, è rimasto nelle galere del Vietnam per anni ed è logico attendersi una maggiore vicinanza al candidato repubblicano.
Ma non è questo il punto. Il punto è che qui si vedono neri che abbracciano indiani navajos, bianchi che si stringono a ispanici, tutti davvero uniti da un’avventura terribile, è vero, ma che, se non altro, è servita a superare le barriere del razzismo più di tante parolone. «E se Barack Obama adesso è presidente - osserva un veterano della Virginia che indossa con orgoglio il giubbotto del suo reggimento - il merito un po’ è anche nostro che pure stavolta abbiamo votato McCain».
Al Vietnam Memorial, nel giorno dei veterani, si parla di Obama con rispetto ma senza la retorica che, volenti o nolenti, sta circondando l’arrivo del nuovo presidente in ogni angolo della città che ha registrato la più alta percentuale di consensi nei suoi confronti. Una città, Washington, e uno stato, il Distretto di Columbia, che adesso si attendono una ricompensa pratica. Questa circoscrizione, chiamiamola così, che è DC è l’unica a non avere deputati che la rappresentino al Congresso. O meglio, ci sono alcuni delegati che possono assistere ai lavori ma che non hanno diritto di voto.
Lo slogan “No taxation without representation” (Nessuna tassa senza rappresentanza politica), coniato dal reverendo Jonathan Mayhew a Boston nel 1750 e usato dai primi stati americani per protestare contro l’oppressione tributaria degli inglesi, qui a Washington è capovolto: “Taxation without representation”. Obama, per ringraziare i residenti di DC che gli hanno assegnato una straordinaria maggioranza, potrebbe avviare un processo volto a colmare questa lacuna.
Intanto, cresce la febbre per il giorno del suo giuramento. Ai deputati del Congresso, che hanno la facoltà di distribuire i tagliandi di ingresso al pubblico, sono arrivate in questi giorni centinaia di migliaia di richieste.
Ovviamente non potranno essere esaudite tutte e al Congresso c’è chi si inventa sistemi originali, tipo le lotterie, per non fare differenze.
La senatrice Dianne Feinstein, una democratica della California, presiede il Comitato del Congresso per le cerimonie inaugurali. Bene, immaginando la folla delle grandi occasioni che si riverserà su Washington in quel giorno, ha avvertito gli americani intenzionati a raggrupparsi lungo il Mall, il viale principale della capitale, per vedere lo storico cambio. «Quel giorno farà molto freddo - ha detto al Washington Post - e gli hotel sono già esauriti». Insomma, se state a casa è meglio.
Ma non sarà così. Ormai l’Obamamania ha travolto tutto e tutti. Compresa la sanità mentale di molti genitori, a giudicare dall’esplosione del numero di neonati a cui è stato imposto il nome di Barack e, in alcuni tragici casi, del nome Barackobama tutto attaccato.
Considerata la popolarità del nuovo presidente, Norton, un delegato democratico di DC, ha suggerito a Obama di aggiungere altri eventi inaugurali, lontani dal Mall, in modo da dare a più persone l’illusione di entrare personalmente nella storia il 20 gennaio prossimo, giorno dell’entrata alla Casa Bianca del nuovo comandante in capo.
Non è mai capitato che per la cerimonia inaugurale di un presidente ci fosse tale entusiasmo, neanche fosse la finale del Super Bowl. A Washington si parla già di tutto esaurito per quello che si annuncia l’evento che porterà nella capitale il maggior numero di persone di sempre.
Probabilmente tra queste non ci saranno i veterani arrivati in questi giorni col pullman da tutte la parti del Paese. Loro hanno già scritto una pagina di storia e, nonostante tutto, anche quell’America che non ha condiviso la guerra in Vietnam, e che non condivide la guerra in Iraq, fa di tutto perché quella pagina, per quanto oscura, non venga cancellata dalla memoria. Sono morti in 58 mila e chi è restato vorrebbe che non fossero morti per niente.
A confortarli ci pensa quel signore che, insieme alla moglie, vende hot dog in fondo al parco. I veterani scuciono due dollari e mangiano, seduti sulle panchine. Il venditore di hot dog è un vietnamita e anche per lui questo è un giorno di festa.
Viaggio nell'America di Obama/5
I berrettini e le magliette
di McCain scontate al 75%
Marino Smiderle
DA WASHINGTON
Tutti col naso schiacciato sui cancelli della Casa Bianca. E tra i turisti si diffonde una sorta di euforia: eccolo là in fondo, almeno così pare, George Bush che accoglie un uomo alto, gli stringe la mano. «Benvenuto, Barack Obama». Lunedì per la prima volta il presidente eletto degli Stati Uniti è entrato nella Sala Ovale, la stanza dove dal 20 gennaio prossimo comincerà a premere i bottoni per cambiare l’America e, va da sè, pure il mondo.Clic, eccola la foto storica, e vallo a dire poi agli amici che quello là in fondo, vicino alle colonne, è l’uomo nuovo, è l’uomo che ha il copyright del «Yes we can». Ci credano o no, è così. I turisti se ne vanno felici con una foto che verrà messa in cornice, a futura memoria.
Che Washington sia in preda all’Obamamania è un’evidenza che si può recepire in ogni angolo della capitale. Prendi per esempio l’Union Station, la stazione centrale che, più che essere un luogo da cui partono i treni, è un variopinto centro commerciale, custodito da un’architettura monumentale. Bene, i negozi traboccano di magliette di Obama, di spillette risalenti alla campagna elettorale. C’è perfino una t-shirt con incorporato un orologio che va all’indietro, in un ideale conto alla rovescia che si interromperà il 20 gennaio prossimo, quando la Casa Bianca accoglierà stabilmente il suo nuovo inquilino. «Mancano 69 giorni, 23 ore, 34 minuti 45 secondi all’uscita di George Bush da Pennsylvania Avenue», si legge mentre i numeri del display corrono all’indietro in un continuo e spasmodico aggiornamento.
In uno scaffale più nascosto, annunciato da un grande cartello «prezzi scontati del 75 per cento», ci stanno i gadget del team repubblicano, John McCain e Sarah Palin. Berrettini e magliette destinati a finire in qualche scantinato. «Qualcuno si compra ancora certe magliette con la foto della Palin - racconta la commessa di colore che indossa una t-shirt di Obama - forse perché spera di rivederla in corsa tra quattro anni. Per il resto, è solo Obama».
Sul Washington Post, un quotidiano che ha sostenuto fin dall’inizio il senatore dell’Illinois, Howard Kurtz si chiede quanto durerà questa luna di miele tra Obama e i giornalisti. Sì, perché si avverte una dose di eccessiva glorificazione preventiva, accoppiata alla demonizzazione postuma di Bush. Partire con i favori, che spesso scivolano nell’adulazione, dei giornali può essere positivo per un presidente che eredita una situazione pesante, soprattutto per quel che riguarda l’economia. Ma il rischio è che Obama possa essere travolto da questa ondata di popolarità. «Che succederà - si chiede il Washington Post - quando cominceranno ad arrivare le prime critiche?».
Qui di critiche, per ora, non si vede nemmeno l’ombra. Anzi. Proprio davanti al monumento dedicato a Lincoln gli attivisti di Avaaz.org avevano steso un gigantesco pannello su cui chi passa da quelle parti può scrivere un messaggio al nuovo presidente. Bene, ieri era giornata di festa negli States, era il Veteran’s day, la giornata dedicata al ricordo dei caduti in Vietnam: dopo essere passati dal vicino muro nero su cui sono incisi i nomi dei militari morti nel sud est asiatico per le commemorazioni di rito, anche i veterani hanno lasciato il loro messaggio su un altro muro, in questo caso colorato di parole di speranza.
Cambierà qualcosa nei rapporti tra Italia e Usa? Certo, la battuta sull’abbronzatura di Obama fatta da Berlusconi non è parso un buon viatico al cambiamento di amministrazione, ma a Washington non è stato dato peso all’esternazione poco felice. «I rapporti tra Italia e Stati Uniti - ci racconta Marco Randazzo, un funzionario americano del ministero del Lavoro che ha vissuto tanti anni a Vicenza mentre il padre era alla Ederle - sono eccellenti. In questi anni sono stati rafforzati e adesso l’Ambasciata italiana è diventata un punto di riferimento importante. Per dare un’idea, trovare posto ai corsi d’italiano che vengono organizzati da varie istituzioni è diventato un problema. Insomma, qui l’Italia ha un buon nome e non credo che cambierà molto con la nuova amministrazione».
Dalle pareti a vetro della Charlie Palmer’s Steak House, dove Randazzo ci racconta del boom di italianità che è esploso un po’ in tutta Washington, si può ammirare il Campidoglio magicamente velato dalle querce cariche di autunno. Il tutto in coincidenza con l’arrivo di Obama alla Casa Bianca, annunciato dal gran numero di elicotteri che volteggiano sulla capitale. Il cambiamento qui non è una parola vuota. Qui si può toccare, respirare, vedere. L’uomo nero alla Casa Bianca, senza aver ancora premuto un bottone nella Sala Ovale, ha già iniettato nelle vene dell’America quella fiducia che sembrava perduta.
Viaggio nell'America di Obama/4
E al Greenwich Village pregano perché «Dio benedica Barack»
Marino Smiderle
da NEW YORK
Alla chiesa metodista del Greenwich Village molte messe vengono celebrate in spagnolo. Gran parte della comunità di fedeli, infatti, viene dal Centro e dal Sud America e si ritrova nel cuore della New York alternativa per pregare. Dicevano, prima dell’elezione di Obama alla presidenza, che gli ispanici non vedevano di buon occhio il candidato di colore e che avrebbero convogliato i voti su McCain.A giudicare dal programma appeso all’esterno della chiesa, mai previsione fu più sbagliata: «Ci troviamo alle 10,30 per pregare insieme affinché il nostro nuovo presidente Barack Obama possa essere assistito dalla benedizione del Signore».
Il vescovo Alfred Johnson e il reverendo Hector Rivera non temono di “schierare" la chiesa metodista del Village. Non temono di essere accusati di “interferenze". Pregano con i fedeli e anche loro offrono un’apertura di credito al presidente venuto dal nulla, sperando magari che, tra qualche anno, possa toccare anche a un ispanico, visto che sono cadute le distinzioni etniche a sono diventati davvero tutti americani, non solo formalmente.
Ma il fatto che Obama sia il comandante in capo di una nazione che, al di là del primato in fatto di integrazione, ha a che fare ogni giorno con problemi legati alle discriminazioni, vere o presunte, induce tutti a guadare avanti con un filo di speranza in più.
Anche se, per esempio, una recente indagine ha dimostrato che qui a New York gli studenti ispanici e afroamericani hanno molte meno probabilità di andare a frequentare le high school (scuole superiori) più qualificate.
Non è tutto oro quel che luccica, insomma.
Cosa cambierà con Obama? «Qualcosa sta già succedendo a livello di rapporti tra singole comunità», ci racconta un amico che l’altro giorno, all’ufficio dell’assistenza sociale è stato testimone di un episodio che la dice lunga di come se la stia passando l’America.
Dunque, un’anziana signora nera si fa portare da un tassista cinese all’ufficio per ritirare il proprio sussidio. La donna non ha soldi ma il patto col tassista è chiaro: ti pago non appena mi danno il sussidio. Succede che la fila è lunga e il tassista si stanca di aspettare, anche perché così perde clienti.
Alla fine di tante lamentele va a chiamare un poliziotto a cui dichiara che la signora in fila per il sussidio non vuole pagare. Il poliziotto è nero, come la signora, ma il suo compito è quello di fare rispettare la legge. E la legge dice che quella corsa in taxi costa dieci dollari.
«Su, signora, paghi», le dice cortesemente il poliziotto. «Certo, non appena mi danno i soldi».
A quel punto, mentre la cosa stava diventando uno spettacolo, dalla fila si stacca un uomo, pure lui nero e, rivolgendosi con disprezzo evidente al cinese, lo liquida: «Quanto ti deve la signora? Dieci dollari? Te ne do quindici a patto che tu te ne vada via di qui e non ti faccia più vedere». Quello prende i soldi e se ne va, senza rendersi conto di aver scavato un fossato tra le due comunità in una nazione che il mondo adesso considera più unita grazie all’arrivo di Obama.
Mica facile destreggiarsi tra queste ataviche diffidenze, specie adesso che l’economia vien giù che è un piacere e che a pagare per primi saranno i più poveri, quelli che si arrabbiano perché il governo liberista di Bush ha deliberato un mastodontico piano di sostegno alle banche e, adesso che Ford e General Motors sembrano sull’orlo della bancarotta, pure alle imprese industriali. La tesi è che così finiscono con l’arricchirsi sempre i soliti speculatori. Sarà, ma senza piano di salvataggio sarebbe andata peggio. E Obama, che farà Obama?
A New York preferiscono lasciarsi cullare dall’entusiasmo e dalla fiducia di aver trovato the right guy, l’uomo giusto, per riproporre un “new New Deal", come lo chiama Paul Krugman, fresco premio Nobel per l’economia. Potremo chiamarlo Franklin Delano Obama?
«Le possibilità di Obama di condurre un new New Deal - sostiene Krugman - dipendono in larga parte dall’efficacia del suo piano economico. I progressisti possono solo sperare che questo piano abbia la necessaria audacia».
Krugman, insomma, invoca un ritorno secco al dirigismo, all’intervento dello stato nell’economia, peraltro già abbozzato, per cause di forza maggiore, dall’Amministrazione Bush. Qualche cambiamento ci sarà senz’altro in economia, mentre per quel che riguarda la questione Iraq e Afghanistan, filtrano voci di conferme per l’attuale capo del Pentagono, Robert Gates, e di un ruolo ancora più rilevante ritagliato per David Petraeus, il generale che ha risollevato le sorti della missione in Iraq.
Per avere successo, comunque, Obama avrà bisogno anche delle preghiera di questa chiesetta del Greenwich Village, piena di fedeli che si aspettano il miracolo.
Viaggio nell'America di Obama/3
A New York il Natale
è già cominciato
Marino Smiderle
DA NEW YORK
Da Bloomingdale’s Natale è già cominciato. E in maniera clamorosa. Nel cuore di Manhattan, all’incrocio tra la Third Avenue e la 59a, il palazzo che ospita questo piccolo impero dello shopping è già ricoperto di lumini che inducono a premere il grilletto del nostro portafogli.
Poco lontano lo straordinario store della Diesel di Molvena rivaleggia, e vince, con quello della Levi’s che gli sta giusto davanti.Sissignori, Natale è qui, e non c’è traccia di altro significato che non sia quello economico. I soldi sono finiti ma si deve continuare a spendere, sennò l’America si ferma.
Comincia la stagione più difficile e rischiosa per una città che in questo periodo dà tutto il gas che ha per far vedere che è la più bella, la più importante, la più trendy. Ma stavolta New York è come una vecchia signora tremendamente affascinante che copre con grandi quantità di fondotinta le rughe che la crisi economica le ha scavato sul volto. «C’è tanta gente per le strade ma poca che entra nei negozi - assicura uno dei commessi del New York Yankees store - io credo che questo sarà il Natale più buio da quando ho cominciato a lavorare».
Sulle vetrine i cartelli compri-due-paghi-uno diventano l’unico richiamo religioso per il Natale: sì, perché sembrano preghiere rivolte ai passanti frettolosi affinché entrino e diano il loro contributo a un dio del denaro che non se la sta passando troppo bene. Ma se negli anni passati anche i regali si facevano a debito, per questa stagione di acquisti bisogna avere cash in tasca o nei conti delle banche neo-statali per poter perpetuare il rito del sistema.
Di tutt’altro tipo è il movimento attorno a Ground Zero. In questo monumento al terrore, in questo simbolo di una data, l’undici settembre, che ha cambiato, sfigurandolo, il mondo, ci sono centinaia di operai che, come formiche impazzite, lavorano attorno alle gru, ai camion, per dimostrare che ci vuole ben altro per fermare l’America.
In tutto questo la vittoria di Obama alle ultime elezioni è stata un toccasana. Non stiamo parlando di politica, di democratici che battono i repubblicani, di sinistra o destra, di rivalità partigiane come le si percepiscono fuori di qui. No, la vittoria di Obama è presa dai newyorchesi, dagli americani, come una rinfrescatina ai principi fondamentali di questa grande nazione: chiunque può farcela. E con questo spirito anche l’ultimo operaio coperto dallo smog che cala su Ground Zero è disposto a rimboccarsi le maniche per (ri)costruire le fondamenta di questo avamposto del mondo libero.
Basta Obama per rimettere in moto tutto? Il difficile arriva ora, naturalmente. Perché passare dagli slogan e dall’oratoria fluente e coinvolgente ai fatti e alle soluzioni concrete non è così automatico. Eppure a New York si respira un’aria di maggiore coinvolgimento da parte di tutti.
E lo riassume bene Harriet Goldman, una semplice lettrice del New York Times, che ha scritto al quotidiano una lettera bellissima.
«Mi ricordo quand’ero ancora una ragazzina e chiedevo a mio pare: “Chi sono io?". E lui mi rispondeva che ero un’americana. “Ma tu sei egiziano e la mamma è polacca", gli ribattevo.
E lui mi spiegava che questo non faceva differenza e, anzi, era proprio per questo che il nostro Paese era da considerarsi fantastico. Sono passati 50 anni e ricordo come se fosse ieri le parole di mo padre. Ora abbiamo eletto un presidente sulla base delle sue qualità di leadership. Non è forse arrivato il momento di smetterla con l’etichettare i nostri cittadini come afro-americani, italo-americani e con tutti gli altri indicatori di provenienza? La grande forza del nostro paese è in quello che noi siamo, cioè soltanto americani».
Già, solo americani. È questo il messaggio unificatore che gli elettori hanno ricevuto da Obama. Ed è per questo che anche diversi repubblicani hanno deciso di concedergli una chance.
Su di lui conta anche Mike Bloomberg, sindaco repubblicano di New York, per risolvere i problemi della città. Bloomberg, per dirne una, aveva tentato di far passare un provvedimento che costringesse i 13 mila taxi gialli che girano la città ad andare in pensione per essere sostituiti da altrettanti mezzi ad alimentazione ibrida. Un bel sistema per combattere l’inquinamento. Un giudice, su istanza della categoria, ha però bloccato ogni iniziativa sostenendo che decisioni di questo tipo possono essere prese solo a livello federale.
Il repubblicano Bloomberg conta di avere nel democratico Obama, oltre che nel Congresso e nel Senato ad ampia maggioranza democratica, i principali alleati nella sua battaglia per rendere ancora più vivibile questa New York che, a dire la verità, riesce nascondere molto bene le sue rughe. E quelle che affiorano dal fondotinta la rendono ancora più bella.
Viaggio nell'America di Obama/2
L’elezione del nuovo presidente
porta bene alla carta stampata
Marino Smiderle
DA NEW YORK
Barack Obama ha mandato felicemente all’aria le previsioni di Arthur Sulzberger. Ricordate cosa disse l’editore del New York Times? «Non so davvero se fra cinque anni stamperemo ancora il Times e volete sapere una cosa? Neanche me ne importa». Il futuro, proseguiva Sulzberger, è nella rete, in internet. Lo diceva perché il numero di copie vendute del giornale (poco più di un milione) continuava a scendere mentre il numero di lettori online continuava a crescere. Risultato: da quando è stato eletto il nuovo presidente degli Stati Uniti è quasi impossibile trovare una copia cartacea del quotidiano. Alla concierge dell’hotel ce l’hanno messa tutta. Sono andati anche a rovistare tra i cestini, ma alla fine si sono arresi: «Ci dispiace, signore, ma in questi giorni il New York Times è very popular, l’abbiamo esaurito. Vuole prenotarne una copia per domani?».Già, very popular, molto popolare. In altre parole: va a ruba. Vai a dirglielo a Sulzberger che alla gente della copia online, in questi momenti, non gliene frega niente.
Volendo riassumere la differenza tra Italia e Usa attraverso l’assalto alle edicole, potremmo dire che da noi i momenti sono definiti storici quando gli Azzurri vincono i mondiali e non trovi una Gazzetta neanche a pagarla oro, mentre a New York ci vuole il primo presidente nero di sempre per mettersi a cercare quella copia che ti sporca le mani di inchiostro e che testimonia il cambio di un’epoca.
Non è un caso se il poliziotto Savino («I miei erano originari dalla Puglia», dice in slang newyorchese) avvicina il suo cavallo alla truppa di turisti italiani, si fa fare una foto mentre fuma il sigaro mentre sta in sella e, al momento del commiato, saluta con un «Forza azzurri» che rimbomba lungo le viuzze di Downtown assieme al rumore degli zoccoli.
A New York fa caldo e la gente, un mare di gente, corre per le strade ancora con i vestiti estivi. Sulle poche bancarelle autorizzate a vendere il solito ciarpame turistico vanno forte le magliette con il faccione speranzoso di Obama. In svendita, invece, le spillette di John McCain, uno che ha fatto una discreta figura ma che non poteva opporsi alla corrente violenta della storia. «Se vinceva lui - dice il venditore delle magliette e delle spillette - state certi che qui non si facevano affari e di sicuro non avevate problemi a trovare il New York Times».
A Wall Street, alla chiusura della giornata di Borsa di venerdì, è facile imbattersi in operatori finanziari con gli occhi stralunati. L’ultima volta ha chiuso bene, con un rialzo di quasi tre punti, ma è l’altalena pazzesca dei prezzi, che i tecnici chiamano volatilità, a mettere a repentaglio le coronarie degli investitori. E giusto davanti al New York Stock Exchange qualcuno ha avuto la brillante idea di aprire una grande palestra dove molti operatori vanno a scacciare la paure dandoci dentro su pedali e pesi. L’elezione di Obama ha fatto correre gli indici prima che il voto confermasse le previsioni, poi hanno ricominciato a picchiare verso il basso, ribadendo la saggezza del vecchio adagio «compra sui rumours, vendi sulle notizie».
E la notizia dell’arrivo alla Casa Bianca della speranza non può competere, economicamente parlando, con dei dati che la speranza la cancellano. «L’economia americana - leggiamo sulla copia del New York Times che siamo miracolosamente riusciti a recuperare - ha perso in ottobre altri 240 mila posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione è balzato al 6,5 per cento dal 6,1 che era, il livello più alto dal 1994 in qua. E molti analisti dicono che raggiungerà l’8 per cento per la metà del prossimo anno. Dall’inizio dell’anno un milione e 200 mila persone hanno perso il lavoro, e più della metà si è trovata a casa negli ultimi tre mesi».
«Obama è da qui che deve partire - dice Mike Tabrizi, uno strano iraniano arrivato qui 35 anni fa e che ha avuto l’idea di aprire un’attività di importazione gioielli chiamandola Oro Vicenza -. E non sarà facile cambiare la tendenza. E voi a Vicenza come ve la passate? Lo chiedo perché io, a differenza di una volta, non importo più un pezzo dall’Italia. Peccato, perché l’abilità degli orafi vicentini è indiscussa, ma la burocrazia e l’aspetto fiscale rendono più conveniente mercati come Dubai, come la Turchia. Ricordo con nostalgia quando venivo alle fiere di Vicenza. Le fanno ancora?».
Sì, signor Tabrizi, le fanno ancora, anche se il mercato è quello che è. Meglio tornare a New York e lasciarsi prendere, la sera, dall’orgia di luci che invade Times Square. In cima a tutto campeggia ancora il cartello "Vote" che invita gli americani a recarsi alle urne. Non dice per chi. È superfluo.
Viaggio nell'America di Obama/1
Il libertario è stato una settimana negli Stati Uniti, tra New York e Washington. Ha scritto un piccolo diario giornaliero di viaggio nell'America di Obama per il Giornale di Vicenza. Pubblico le varie puntate adesso, in un colpo solo.
Buona lettura
L’idraulico di Washington
«Io ho votato Barack»
Marino Smiderle
DA WASHINGTON
L’impiegato dell’ufficio immigrazione accoglie con un sorriso l’invito del superiore. «Ok, accetto di fermarmi un’ora in più, considerami un volontario». Si chiama Watson, è nero e ti pare che il suo sorriso sia più luminoso del solito. C’è un po’ di casino all’aeroporto di Washington ma la signora che torna dall’Europa con la spilla bene in vista, «vote for Obama», saltella decisa, con un’agilità che alla fine ha la meglio sulla mole, tra le valigie arrivate miracolosamente dopo un volo cancellato. Tutti contenti, si guardano tra di loro come se si stessero dando un ideale "cinque" carico di speranza e di voglia di ricominciare. E noi cominciamo un viaggio in questa America di Obama, di un presidente che il giorno successivo all’elezione si presente in cappellino e jeans, quasi a dire, «Ehi, ragazzi, mica mi sono montato la testa, sono e resto uno di voi». Un viaggio fatto di note a margine, giusto per tastare il polso di questa America del cambiamento. E si parte da Washington proprio perché è qui che il tornado si abbatterà con più forza. Ricordate quando John McCain sventolava candidatura della sua vice, Sarah Palin, come grimaldello per aprire la fortezza del potere e scaraventare via tutto il malaffare? Bene, anzi male, per lui: nel District di Columbia, piccola circoscrizione amministrativa che contiene il territorio della capitale e che garantisce tre voti elettorali, Barack Obama ha portato a casa il 93 (novantatre!) per cento dei consensi, lasciando un misero 7 per cento all’avversario repubblicano. Record in tutta l’unione.
«Abbiamo festeggiato fino all’alba - racconta il tassista di origini turche che fa la spola dall’aeroporto al centro -. Non ho mai visto una cosa del genere a Washington. La città, di solito, è molto sobria, tranquilla. Improvvisamente l’ho vista piena di gente, felice. Gente come me, un miscuglio di etnie, senza distinzioni e con un’unica, grande emozione: quella di sentirsi fieri di essere tutti americani». Già, ma il difficile per Obama viene ora. La gente sembra voler esorcizzare le paure della crisi andando a festeggiare. «È nera, davvero nera, come la faccia di Obama», scherza il nostro tassista. Si riferisce alla crisi, ovviamente, che lui sente sulla sua pelle, anche se il suo mestiere gli dà una certa garanzia. «Ma molti miei amici e miei parenti sono senza lavoro - aggiunge - a loro non interessa la finanza, Wall Street, le azioni. A loro un venerdì hanno detto di stare a casa, e tanti saluti. Ma voi in Europa cosa pensate di Barack Obama?».
E che pensiamo? Per rassicurarlo basta ricordargli un sondaggio: se si fosse votato in ogni stato d’Europa, John McCain non ne avrebbe vinto uno. Ride felice, il tassista, mentre sta in fila lungo la tangenziale che circonda Washington. «C’è sempre troppo traffico, dannazione». Beh, quello Obama non può toglierlo, almeno fino a quando, il 20 gennaio prossimo, non entrerà ufficialmente alla Casa Bianca, prendendo il posto di George W. Bush, che esce da otto anni drammatici e con un bilancio che gli americani valutano in maniera molto negativa, più o meno sui livelli di quel Nixon che lo scandalo del Watergate costrinse a lasciare la presidenza in anticipo. Poi la storia si è incaricata di rivedere i giudizi così drastici, e su Bush sarà proprio il tempo della storia a emettere la sentenza definitiva. In ogni caso, Obama adesso ha un’apertura di credito inversamente proporzionale alle condizioni del Paese. «Vai e fai quello che vuoi per risollevarci». Carta bianca al primo presidente nero della storia di un grande, grandissimo Paese, che alle ultime elezioni ha dato una lezione di democrazia, compreso il comportamento del rivale sconfitto, e che lo riporta in alto nell’indice di gradimento del panorama internazionale.
Arriviamo a Washington di tardo pomeriggio, con una pioggerellina insistente che non riesce a spegnere i colori splendidamente malinconici di un autunno che qui sa tanto di primavera. In albergo, guarda il caso, c’è un rubinetto che perde e tocca chiamare la reception che ci manda subito un idraulico. Smanetta con la sua chiave, smoccola un po’ in uno slang incomprensibile ma intuibile. Il pensiero corre a Joe the plumber, Joe l’idraulico, su cui McCain contava molto per sovvertire i sondaggi. Che ne pensa del suo collega diventato famoso in tutto il mondo? «Io ho votato per Obama, signore», risponde dopo aver sistemato alla perfezione il rubinetto.
martedì 4 novembre 2008
Per la pelle
IMPRESE. Investiti 10 milioni di euro per tre stabilimenti da 11 mila metri quadri coperti. La materia prima dal Brasile
L’antidoto per la crisi?
Una conceria in Vietnam
Marino Smiderle
TRISSINO
Non è un gran momento per il settore conciario. E le prospettive non lasciano sperare nulla di buono. Per restare alle ultime rilevazione dell’Ufficio studi di Confindustria Vicenza, nel secondo trimestre 2008 «la produzione ha subito un'ulteriore calo pari al 5,5% (-2,6% nella precedente rilevazione, -10% nel corrispondente trimestre del 2007) dovuto principalmente ad una contrazione delle vendite soprattutto sul mercato interno del 4,9% (-1,9% nel precedente trimestre, -5,3% nel 2° trimestre 2007)». Forse sarà per questo che Rino Mastrotto, anima dell’omonimo gruppo conciario di Trissino, ha deciso di investire in un mercato alternativo ma potenzialmente "esplosivo" come quello del Vietnam.
Trattasi di esempio classico di globalizzazione a 360 gradi. Sì, perché la società costituita da Mastrotto a trenta chilometri da Saigon, ora Ho Chi Minh City, è compartecipata al 50 per cento da un socio locale. L’imprenditore vicentino ha messo i macchinari e i capitali per realizzare i tre stabili,enti da 11 mila metri quadrati coperti, mentre quello vietnamita gestisce i 200 dipendenti che stanno già lavorando la materia prima che Mastrotto fa arrivare dal Brasile, dove è operativa la società Bermas, una versione ridotta della Bermas originale, la cui partecipazione è stata ceduta interamente all’altro socio brasiliano.
«La produzione che realizzeremo in Vietnam - spiega Rino Mastrotto - sarà destinata ai mercati asiatici e ai grandi distributori americani e australiani. Si tratta di pelli non di elevatissima qualità destinate ai settori del calzaturiero e dell’arredamento».
Dunque, ricapitolando: cervelli e capitali dall’Italia, lavoro dal Vietnam, materia prima dal Brasile e destinazioni dei prodotti a Usa, Asia e Australia. Più globale di così...
«La scelta del Vietnam - osserva Mastrotto - è stata istintiva. Sapevo che bisognava fare qualcosa in Cina ma, grazie anche alla consulenza di Gino Guarda, mi sono orientato verso il paese confinante. L’obiettivo è quello di arrivare al più presto a un giro d’affari di 70-80 milioni di dollari».
Tenuto conto che tutto il Rino Mastrotto Group, tra Basmar, Calbe, Brusarosco, Galassia, Pomari e Bermas, fattura ora circa 240 milioni di euro, il salto di qualità e quantità non è di poco conto. «Anche se nei prossimi anni è da mettere in conto una riduzione del fatturato nei mercati europei», ammette Mastrotto. Ed è proprio questa consapevolezza che l’ha spinto a investire 10 milioni nel Far East.
L’antidoto per la crisi?
Una conceria in Vietnam
Marino Smiderle
TRISSINO
Non è un gran momento per il settore conciario. E le prospettive non lasciano sperare nulla di buono. Per restare alle ultime rilevazione dell’Ufficio studi di Confindustria Vicenza, nel secondo trimestre 2008 «la produzione ha subito un'ulteriore calo pari al 5,5% (-2,6% nella precedente rilevazione, -10% nel corrispondente trimestre del 2007) dovuto principalmente ad una contrazione delle vendite soprattutto sul mercato interno del 4,9% (-1,9% nel precedente trimestre, -5,3% nel 2° trimestre 2007)». Forse sarà per questo che Rino Mastrotto, anima dell’omonimo gruppo conciario di Trissino, ha deciso di investire in un mercato alternativo ma potenzialmente "esplosivo" come quello del Vietnam.
Trattasi di esempio classico di globalizzazione a 360 gradi. Sì, perché la società costituita da Mastrotto a trenta chilometri da Saigon, ora Ho Chi Minh City, è compartecipata al 50 per cento da un socio locale. L’imprenditore vicentino ha messo i macchinari e i capitali per realizzare i tre stabili,enti da 11 mila metri quadrati coperti, mentre quello vietnamita gestisce i 200 dipendenti che stanno già lavorando la materia prima che Mastrotto fa arrivare dal Brasile, dove è operativa la società Bermas, una versione ridotta della Bermas originale, la cui partecipazione è stata ceduta interamente all’altro socio brasiliano.
«La produzione che realizzeremo in Vietnam - spiega Rino Mastrotto - sarà destinata ai mercati asiatici e ai grandi distributori americani e australiani. Si tratta di pelli non di elevatissima qualità destinate ai settori del calzaturiero e dell’arredamento».
Dunque, ricapitolando: cervelli e capitali dall’Italia, lavoro dal Vietnam, materia prima dal Brasile e destinazioni dei prodotti a Usa, Asia e Australia. Più globale di così...
«La scelta del Vietnam - osserva Mastrotto - è stata istintiva. Sapevo che bisognava fare qualcosa in Cina ma, grazie anche alla consulenza di Gino Guarda, mi sono orientato verso il paese confinante. L’obiettivo è quello di arrivare al più presto a un giro d’affari di 70-80 milioni di dollari».
Tenuto conto che tutto il Rino Mastrotto Group, tra Basmar, Calbe, Brusarosco, Galassia, Pomari e Bermas, fattura ora circa 240 milioni di euro, il salto di qualità e quantità non è di poco conto. «Anche se nei prossimi anni è da mettere in conto una riduzione del fatturato nei mercati europei», ammette Mastrotto. Ed è proprio questa consapevolezza che l’ha spinto a investire 10 milioni nel Far East.
lunedì 3 novembre 2008
Amicizia corta
PORTAFOGLIO
PattiChiari?
No, scurissimi
E la fiducia va
di Marino Smiderle
PattiChiari? Ma mi faccia il piacere. L’iniziativa lanciata dall’Abi, l’Associazione bancaria italiana, quasi cinque anni fa e spacciata come scudo protettivo nei confronti di quei risparmiatori che volevano sfuggire qualsiasi tipo di rischio ed evitare altri casi tipo Parmalat, Argentina e Cirio, si è rivelata l’ennesima panzana, l’ennesimo inganno. E l’unica conseguenza stabile di questa operazione fallimentare di marketing fiduciario è che adesso il sistema bancario è considerato da tutti, non solo dalle associazioni dei consumatori abituate a gridare al lupo anche a sproposito, come totalmente inaffidabile.
OPERAZIONE PATTICHIARI
L’operazione PattiChiari era, appunto, chiara: l’Abi avrebbe pubblicato, e successivamente aggiornato e monitorato, una lista di obbligazioni considerate sicure. Chiunque avesse pescato da questo elenco per investire i propri risparmi avrebbe potuto dormire sonni tranquilli. In quell’elenco c’erano solo obbligazioni cosiddette investment grade, cioè in possesso di un numero di A sufficienti a digerire il basso rendimento offerto con la garanzia che i soldi sarebbero finiti al riparo di qualsiasi tempesta. Mai più casi Parmalat, erano lo slogan e lo scopo di questa iniziativa pubblicizzata in televisione e sui giornali. Alla base di queste valutazioni c’era però un concetto che l’esperienza ha dimostrato essere assolutamente inaffidabile: il rating. Cioè, le 105 banche che avevano aderito a PattiChiari basavano la propria sicurezza sul lavoro delle agenzie di rating, quelle, come Standard & Poor’s, Moody’s ecc., che danno le A ai titoli. Bene, anzi, malissimo, perché quelle agenzie si sono rivelate assolutamente inaffidabili.
IL CASO LEHMAN
Quello che è successo il 15 settembre scorso resterà probabilmente negli annali della storia finanziaria mondiale. E pure nella cronachetta satirica di PattiChiari. Dunque, dopo mesi di voci e vocette, Lehman Brothers, una della più importanti banche d’affari del mondo, porta i libri in tribunale e dichiara fallimento. Il Tesoro degli Stati Uniti, commettendo un errore strategico, non è intervenuto per salvarla e la crisi finanziaria globale, già in fase acuta, si è propagata in tutto il mondo. Non è stata una sorpresa per nessuno, per la verità. Tutti sapevano che Lehman se la passava male. Tutti tranne le agenzie di rating che continuavano a riempire di A le pagelle delle 14 obbligazioni Lehman presenti nell’elenco di PattiChiari. E il giorno in cui Lehman venne dichiarata di atto fallita, quelle 14 obbligazioni brillavano ancora come pepite di follia nell’elenco dei titoli consigliati da PattiChiari. Dovette passare qualche ora prima che, con tempestività imbarazzante, le agenzie di rating diffondessero un comunicato in cui si abbassava, per usare un eufemismo, il rating dei titoli ritenuti sicuri fino a pochi minuti prima.
PATTI SCURI
Di fronte a questa debacle clamorosa, l’Abi ha deciso di alzare bandiera bianca e, facendo una figura da cioccolatino, ha deciso di chiudere l’operazione PattiChiari. Alla mezzanotte del 28 ottobre scorso la pagina del sito internet contenente l’elenco delle obbligazioni "sicure", arrivato a contenere fino a 1.500 titoli, è stato svuotato. «Scusate, ci siamo sbagliati». Patti davvero chiari, non c’è dubbio. E così il risparmiatore che, diligente, aveva confidato nell’iniziativa così meritoria nei confronti della clientela, una vera bussola per salvarsi nei mari in tempesta del risparmio, si è trovato di colpo privo del salvagente e abbandonato, ancora una volta, dagli istituti di credito. Si arrangiasse.
E ADESSO?
Per non farsi mancare niente, l’elenco delle obbligazioni "sicure" conteneva, fino al 29 settembre, otto obbligazioni delle banche islandesi Glitnir e Kaupthing, che solo per l’astruso nome che portano avrebbero dovuto fare insospettire gli inani ispettori delle agenzie di rating. Tranquilli, comunque, l’elenco di PattiChiari è stato cancellato per manifesta inadeguatezza, ma fino al 30 giugno 2009 le banche continueranno a informare "puntualmente" la clientela sull’andamento del profilo di rischio dei titoli. Se qualche altra banca "sicura" fallirà, PattiChiari ve lo farà sapere. Magari mandando un bigliettino di condoglianze.
PattiChiari?
No, scurissimi
E la fiducia va
di Marino Smiderle
PattiChiari? Ma mi faccia il piacere. L’iniziativa lanciata dall’Abi, l’Associazione bancaria italiana, quasi cinque anni fa e spacciata come scudo protettivo nei confronti di quei risparmiatori che volevano sfuggire qualsiasi tipo di rischio ed evitare altri casi tipo Parmalat, Argentina e Cirio, si è rivelata l’ennesima panzana, l’ennesimo inganno. E l’unica conseguenza stabile di questa operazione fallimentare di marketing fiduciario è che adesso il sistema bancario è considerato da tutti, non solo dalle associazioni dei consumatori abituate a gridare al lupo anche a sproposito, come totalmente inaffidabile.
OPERAZIONE PATTICHIARI
L’operazione PattiChiari era, appunto, chiara: l’Abi avrebbe pubblicato, e successivamente aggiornato e monitorato, una lista di obbligazioni considerate sicure. Chiunque avesse pescato da questo elenco per investire i propri risparmi avrebbe potuto dormire sonni tranquilli. In quell’elenco c’erano solo obbligazioni cosiddette investment grade, cioè in possesso di un numero di A sufficienti a digerire il basso rendimento offerto con la garanzia che i soldi sarebbero finiti al riparo di qualsiasi tempesta. Mai più casi Parmalat, erano lo slogan e lo scopo di questa iniziativa pubblicizzata in televisione e sui giornali. Alla base di queste valutazioni c’era però un concetto che l’esperienza ha dimostrato essere assolutamente inaffidabile: il rating. Cioè, le 105 banche che avevano aderito a PattiChiari basavano la propria sicurezza sul lavoro delle agenzie di rating, quelle, come Standard & Poor’s, Moody’s ecc., che danno le A ai titoli. Bene, anzi, malissimo, perché quelle agenzie si sono rivelate assolutamente inaffidabili.
IL CASO LEHMAN
Quello che è successo il 15 settembre scorso resterà probabilmente negli annali della storia finanziaria mondiale. E pure nella cronachetta satirica di PattiChiari. Dunque, dopo mesi di voci e vocette, Lehman Brothers, una della più importanti banche d’affari del mondo, porta i libri in tribunale e dichiara fallimento. Il Tesoro degli Stati Uniti, commettendo un errore strategico, non è intervenuto per salvarla e la crisi finanziaria globale, già in fase acuta, si è propagata in tutto il mondo. Non è stata una sorpresa per nessuno, per la verità. Tutti sapevano che Lehman se la passava male. Tutti tranne le agenzie di rating che continuavano a riempire di A le pagelle delle 14 obbligazioni Lehman presenti nell’elenco di PattiChiari. E il giorno in cui Lehman venne dichiarata di atto fallita, quelle 14 obbligazioni brillavano ancora come pepite di follia nell’elenco dei titoli consigliati da PattiChiari. Dovette passare qualche ora prima che, con tempestività imbarazzante, le agenzie di rating diffondessero un comunicato in cui si abbassava, per usare un eufemismo, il rating dei titoli ritenuti sicuri fino a pochi minuti prima.
PATTI SCURI
Di fronte a questa debacle clamorosa, l’Abi ha deciso di alzare bandiera bianca e, facendo una figura da cioccolatino, ha deciso di chiudere l’operazione PattiChiari. Alla mezzanotte del 28 ottobre scorso la pagina del sito internet contenente l’elenco delle obbligazioni "sicure", arrivato a contenere fino a 1.500 titoli, è stato svuotato. «Scusate, ci siamo sbagliati». Patti davvero chiari, non c’è dubbio. E così il risparmiatore che, diligente, aveva confidato nell’iniziativa così meritoria nei confronti della clientela, una vera bussola per salvarsi nei mari in tempesta del risparmio, si è trovato di colpo privo del salvagente e abbandonato, ancora una volta, dagli istituti di credito. Si arrangiasse.
E ADESSO?
Per non farsi mancare niente, l’elenco delle obbligazioni "sicure" conteneva, fino al 29 settembre, otto obbligazioni delle banche islandesi Glitnir e Kaupthing, che solo per l’astruso nome che portano avrebbero dovuto fare insospettire gli inani ispettori delle agenzie di rating. Tranquilli, comunque, l’elenco di PattiChiari è stato cancellato per manifesta inadeguatezza, ma fino al 30 giugno 2009 le banche continueranno a informare "puntualmente" la clientela sull’andamento del profilo di rischio dei titoli. Se qualche altra banca "sicura" fallirà, PattiChiari ve lo farà sapere. Magari mandando un bigliettino di condoglianze.
Early Obama
LE PRESIDENZIALI AMERICANE. Contrariamente alle tradizioni sono i democratici quelli che stavolta hanno preso d’assalto le urne con largo anticipo
Ma un terzo degli elettori ha già votato
di Marino Smiderle
Come si fa a essere antiamericani? Non è questione di stare con John McCain o con Barack Obama, di parteggiare per i repubblicani o per i democratici. Chiunque vinca domani, e tutto lascia supporre che il prescelto sarà il senatore dell’Illinois, non si può non guardare con grande invidia, da parte di chi è abituato alle parrocchiette italiane, alla grandezza di questo sistema che, con tutte le crepe possibili e immaginabili dovute all’egoistica imperfezione umana, dimostra una volta per tutte la sua funzionalità democratica.
Per cominciare, è un sistema autenticamente federale. E in un momento in cui in Italia ci si parla addosso e si spaccia per grande legge federale un informe pronunciamento parlamentare privo di alcuna efficacia, sarebbe bene guardare a come vanno al voto gli americani. Facendo finta di dimenticare una dura e vera selezione effettuata attraverso delle primarie partecipate e autenticamente democratiche, basterebbe osservare a come si va alle urne nei diversi stati dell’Unione. E cominciare da questo piccolo dettaglio: in 32 stati si può tranquillamente andare a votare per tempo, secondo regole e orari stabiliti di volta in volta. Per capirci, è come se per le elezioni politiche italiane, quelle che si vota alla domenica dalle 8 alle 22 e al lunedì dalle 8 alle 14, il Veneto potesse andare a votare per tutta la settimana in seggi più o meno volanti, privi di tutte quelle formalità che noi chiamiamo di garanzia e che negli Usa vengono viste come rigidità assurde.
«Nei negozi di Las Vegas - è l’attacco dell’articolo di Jennifer Steinbauer sull’International Herald Tribune - infilano le loro schede elettorali nell’urna e poi vanno a comprare le banane o a tentare la fortuna alle slot machine. Un centinaio di persone hanno votato dal finestrino della propria auto, bancomat-style, nella contea di Orange, in California. Parecchi bus carichi di elettori domenica sono andati fino al Cuyahoga County Board of Elections, a Cleveland, hanno votato e poi hanno attraversato la strada per mangiare del pollo fritto. In tute le sue forme, il voto anticipato (early voting) quest’ano ha raggiunto livelli record. Le lunghe code verificatesi in Florida, hanno indotto il governatore Charlie Crist di emettere un’ordinanza per estendere l’orario di voto in tutto lo stato da 8 a 12 ore, mentre in Georgia un’anziana signora di Cobb County è rimasta in piedi sotto il sole così a lungo in attesa di votare che è rimasta vittima di un collasso».
Prima di fare due conti su questo grande pre-afflusso elettorale, è davvero utile confrontare l’approccio al voto americano con quello italiano. Un’ipotesi del genere da noi è semplicemente fantascienza: già starebbe prosperando l’industria del broglio. Non solo. Provate a immaginare uno dei candidati italiani (un nome a caso...) che si compra mezz’ora di prime time televisivo contemporaneamente su Rai, Mediaset, La7 e Sky e manda in onda, a una settimana scarsa dal voto, un film-comizio visto da decine di milioni di lettori: scoppierebbe una rivoluzione. Negli Stati Uniti Barack Obama lo ha fatto e nessuno ha fatto una piega, se non nelle valutazioni sull’effettiva utilità dell’impresa. D’accordo, l’incredibile finanziamento ricevuto dal candidato democratico (150 milioni di dollari solo in settembre) deriva in larga misura da piccole donazioni provenienti dalle tasche di normali cittadini americani, tuttavia l’uso così spregiudicato del mezzo mediatico da noi non sarebbe tollerato. Negli Usa va diversamente. Ci sono poche regole e, all’interno di queste, ognuno può fare come meglio crede.
Quanto all’early voting, è stato calcolato che nei 32 stati in cui è possibile votare in anticipo, circa il 30 per cento degli elettori registrati ha già espresso la propria preferenza. Vale la pena ricordare che negli Stati Uniti per votare occorre registrarsi come repubblicani, come democratici o come indipendenti. Nel 2004 la percentuale degli early voters raggiunse il 22 per cento e, tradizionalmente, erano i repubblicani quelli che ricorrevano di più al voto anticipato. Quest’anno la percentuale ha superato il 30 per cento e, sulla base dei dati diffusi finora, nei vari stati in cui sono già aperte le urne, tra coloro che hanno già espresso il proprio consenso sono in netto vantaggio i democratici.
Tina Brown, già direttrice di Vanity Fair e del New Yorker, ora tiene un blog molto seguito, The Daily Beast, sostiene che la stampa americana sia stata faziosa in un unico senso. «Il New York Times - ha dichiarato ad Alessandra Farkas del Corriere della sera - che è una testata liberal, ha dato una copertura faziosa della campagna elettorale, mentre le tv via cavo, fin dall’inizio innamorate cotte di Obama, hanno ostentato pregiudizi prima contro Hillary Clinton e poi contro il ticket McCain-Palin».
Probabile, ma quanto contano i giornali in una campagna presidenziale? Poco, pochissimo. Conta il sentiment della gente, conta la crisi economica che, ancor più delle due guerre, pesa come un macigno su chiunque ostenti il vessillo repubblicano, per quanto il candidato sia un eroe popolare e universalmente stimato come McCain. E una semplice testimonianza raccolta dal New York Times pare lo spot più bello. Per Obama e per l’America. «A Pittsboro, North Carolina, Zaw Min Thu, 36 anni, un rifugiato di Myanmar da 8 anni negli Usa, vota per la prima volta. A favore di Obama. "Voto prima perché altrimenti con il mio orario di lavoro rischierei di saltare - ha detto Thu, che lavora inserviente all’università del North Carolina -. Il nostro governo è una dittatura militare e non è certo accettabile. Per questo ho deciso di votare per la prima volta». Ma negli Stati Uniti. L’unico posto in cui ti accolgono, ti fanno votare e, ci sta pure la retorica, ti regalano un sogno.
Ma un terzo degli elettori ha già votato
di Marino Smiderle
Come si fa a essere antiamericani? Non è questione di stare con John McCain o con Barack Obama, di parteggiare per i repubblicani o per i democratici. Chiunque vinca domani, e tutto lascia supporre che il prescelto sarà il senatore dell’Illinois, non si può non guardare con grande invidia, da parte di chi è abituato alle parrocchiette italiane, alla grandezza di questo sistema che, con tutte le crepe possibili e immaginabili dovute all’egoistica imperfezione umana, dimostra una volta per tutte la sua funzionalità democratica.
Per cominciare, è un sistema autenticamente federale. E in un momento in cui in Italia ci si parla addosso e si spaccia per grande legge federale un informe pronunciamento parlamentare privo di alcuna efficacia, sarebbe bene guardare a come vanno al voto gli americani. Facendo finta di dimenticare una dura e vera selezione effettuata attraverso delle primarie partecipate e autenticamente democratiche, basterebbe osservare a come si va alle urne nei diversi stati dell’Unione. E cominciare da questo piccolo dettaglio: in 32 stati si può tranquillamente andare a votare per tempo, secondo regole e orari stabiliti di volta in volta. Per capirci, è come se per le elezioni politiche italiane, quelle che si vota alla domenica dalle 8 alle 22 e al lunedì dalle 8 alle 14, il Veneto potesse andare a votare per tutta la settimana in seggi più o meno volanti, privi di tutte quelle formalità che noi chiamiamo di garanzia e che negli Usa vengono viste come rigidità assurde.
«Nei negozi di Las Vegas - è l’attacco dell’articolo di Jennifer Steinbauer sull’International Herald Tribune - infilano le loro schede elettorali nell’urna e poi vanno a comprare le banane o a tentare la fortuna alle slot machine. Un centinaio di persone hanno votato dal finestrino della propria auto, bancomat-style, nella contea di Orange, in California. Parecchi bus carichi di elettori domenica sono andati fino al Cuyahoga County Board of Elections, a Cleveland, hanno votato e poi hanno attraversato la strada per mangiare del pollo fritto. In tute le sue forme, il voto anticipato (early voting) quest’ano ha raggiunto livelli record. Le lunghe code verificatesi in Florida, hanno indotto il governatore Charlie Crist di emettere un’ordinanza per estendere l’orario di voto in tutto lo stato da 8 a 12 ore, mentre in Georgia un’anziana signora di Cobb County è rimasta in piedi sotto il sole così a lungo in attesa di votare che è rimasta vittima di un collasso».
Prima di fare due conti su questo grande pre-afflusso elettorale, è davvero utile confrontare l’approccio al voto americano con quello italiano. Un’ipotesi del genere da noi è semplicemente fantascienza: già starebbe prosperando l’industria del broglio. Non solo. Provate a immaginare uno dei candidati italiani (un nome a caso...) che si compra mezz’ora di prime time televisivo contemporaneamente su Rai, Mediaset, La7 e Sky e manda in onda, a una settimana scarsa dal voto, un film-comizio visto da decine di milioni di lettori: scoppierebbe una rivoluzione. Negli Stati Uniti Barack Obama lo ha fatto e nessuno ha fatto una piega, se non nelle valutazioni sull’effettiva utilità dell’impresa. D’accordo, l’incredibile finanziamento ricevuto dal candidato democratico (150 milioni di dollari solo in settembre) deriva in larga misura da piccole donazioni provenienti dalle tasche di normali cittadini americani, tuttavia l’uso così spregiudicato del mezzo mediatico da noi non sarebbe tollerato. Negli Usa va diversamente. Ci sono poche regole e, all’interno di queste, ognuno può fare come meglio crede.
Quanto all’early voting, è stato calcolato che nei 32 stati in cui è possibile votare in anticipo, circa il 30 per cento degli elettori registrati ha già espresso la propria preferenza. Vale la pena ricordare che negli Stati Uniti per votare occorre registrarsi come repubblicani, come democratici o come indipendenti. Nel 2004 la percentuale degli early voters raggiunse il 22 per cento e, tradizionalmente, erano i repubblicani quelli che ricorrevano di più al voto anticipato. Quest’anno la percentuale ha superato il 30 per cento e, sulla base dei dati diffusi finora, nei vari stati in cui sono già aperte le urne, tra coloro che hanno già espresso il proprio consenso sono in netto vantaggio i democratici.
Tina Brown, già direttrice di Vanity Fair e del New Yorker, ora tiene un blog molto seguito, The Daily Beast, sostiene che la stampa americana sia stata faziosa in un unico senso. «Il New York Times - ha dichiarato ad Alessandra Farkas del Corriere della sera - che è una testata liberal, ha dato una copertura faziosa della campagna elettorale, mentre le tv via cavo, fin dall’inizio innamorate cotte di Obama, hanno ostentato pregiudizi prima contro Hillary Clinton e poi contro il ticket McCain-Palin».
Probabile, ma quanto contano i giornali in una campagna presidenziale? Poco, pochissimo. Conta il sentiment della gente, conta la crisi economica che, ancor più delle due guerre, pesa come un macigno su chiunque ostenti il vessillo repubblicano, per quanto il candidato sia un eroe popolare e universalmente stimato come McCain. E una semplice testimonianza raccolta dal New York Times pare lo spot più bello. Per Obama e per l’America. «A Pittsboro, North Carolina, Zaw Min Thu, 36 anni, un rifugiato di Myanmar da 8 anni negli Usa, vota per la prima volta. A favore di Obama. "Voto prima perché altrimenti con il mio orario di lavoro rischierei di saltare - ha detto Thu, che lavora inserviente all’università del North Carolina -. Il nostro governo è una dittatura militare e non è certo accettabile. Per questo ho deciso di votare per la prima volta». Ma negli Stati Uniti. L’unico posto in cui ti accolgono, ti fanno votare e, ci sta pure la retorica, ti regalano un sogno.
sabato 1 novembre 2008
Camera con vista
CAMERA DI COMMERCIO. Il presidente Mincato ha presentato ieri il piano quinquennale. Spunta un’idea “longhiana”
Valdastico nord, arrivo
Marino Smiderle
VICENZA
Sedici cartelle scritte in italiano, e non col solito burocratese, bastano per capire che Vittorio Mincato non si è preso la rogna della Camera di commercio di Vicenza per hobby. No, il presidente, in carica da un mese esatto, ha partorito, e il Consiglio camerale ha approvato, un piano quinquennale chiaro e, con i limiti che il bilancio impone, tosto. E ieri, dopo una visita guidata a quella che sarà la nuova sede di via Fermi («Entreremo tra un anno»), Mincato ha presentato le linee programmatiche fondamentali, discusse e condivise con la giunta.
SITUAZIONI DI SOFFERENZA
È chiaro che, prima di volare verso il futuro, Mincato vuole sanare le criticità del passato. In particolare quella di Aeroporti Vicentini, la società di gestione dell’aeroporto Dal Molin, partecipata al 70 per cento dalla Camera di commercio. «A fine anno - spiega il presidente - questa società avrà un indebitamento di circa 2,9 milioni. Considerato che l’insediamento della base americana rende impossibile il conseguimento dell’oggetto sociale, la nostra ipotesi prioritaria è quella della liquidazione in bonis. Per parte nostra, faremo fronte con 2 milioni e confido che anche Comune, Aim e gli altri soci adottino una soluzione analoga. Quanto al futuro, il governo ha detto che metterà a disposizione 11 milioni per la realizzazione di una nuova pista. Se altri imprenditori ritengono di investire ed entrare in una nuova società di gestione, noi siamo disposti a entrare con una quota di minoranza». Altre sofferenze riguardano l’aeroporto di Asiago e la Scuola d’arte e mestieri, ma gli importi in gioco sono minori.
IL CREDIT CRUNCH
Il primo effetto della crisi finanziaria globale è stata la stretta creditizia alle imprese. «La Camera di commercio di Vicenza - spiega Mincato - deve aumentare i propri sforzi a sostegno del sistema delle imprese in questo momento difficile. Ed è per questo che abbiamo deciso di raddoppiare il contributo al sistema dei Confidi, in collaborazione sinergica con le associazioni di categoria e le istituzioni provinciali e regionali. Siamo passati così da 500 mila a un milione di euro. Non si tratta di impegni di cassa ma di un aumento sensibile della garanzia prestata al sistema imprenditoriale vicentino».
I PROGETTI STRATEGICI
Il piatto forte ha il sapore di una reminiscenza "longhiana". «È proprio qui - ricorda Mincato - che nacque il progetto dell’autostrada Valdastico. Come Camera di commercio vogliamo ribadire la nostra intenzione di puntare al prolungamento verso nord di quella importante struttura viaria». Trento non la vuole? Pazienza, Mincato vuole spingere su questo tasto. E per farlo ha intenzione di impiegare i 15 milioni derivanti dalla cessione della partecipazione nella Serenissima per la realizzazione di un progetto per l’importante opera. Quanto al trasporto ferroviario, «la Camera di commercio dovrà attivarsi perché Vicenza non rimanga esclusa dai benefici derivanti dall’Alta Velocità e dal corridoio 5». Sulla logistica Mincato ritiene che la situazione ingarbugliata del centro intermodale di Montebello (Cis), di cui si parla da tempio immemorabile, abbia buone possibilità di bloccarsi. Quanto alla formazione, «ci proponiamo di stimolare una maggiore razionalità del sistema vicentino, eliminando le duplicazioni, pur valorizzando le eccellenze delle singole strutture». Quanto alla Fiera (oltre il 90% del capitale è di Comune, Provincia e Camera di commercio), verrà acceso un faro sul mutuo da 60 milioni di euro accesso da Immobiliare Fiera per la realizzazione o la ristrutturazione dei padiglioni. «Valuteremo l’effettiva possibilità della Fiera di realizzare il progetto e va comunque escluso fin d’ora ogni ulteriore impegno finanziario da parte nostra». Il presidente è rimasto poi favorevolmente sorpreso dall’esistenza di Futura Innovazione, «una società che abbiamo intenzione di potenziare finanziando con capitale di rischio le imprese start up dei giovani ritenuti meritevoli». Attenzione verrà posta sull’eventuale ricollocazione dei lavoratori immigrati, sulla questione del risparmio energetico, della sicurezza e sul turismo, «con una strategia volta a una maggiore sinergia tra i vari attori istituzionali».
PARTECIPAZIONI
Oltre all’eliminazione dei contributi a progetti non riconducibili al sistema delle imprese, Mincato ha in mente di ridisegnare la struttura partecipativa (Vicenza Qualità, Vicenza è, Cpv ecc.). «Non è una priorità - osserva - ma dovremo valutare se e quali enti mantenere. La governance? Io sarò presidente di tutti, gratis ovviamente. Con ampi poteri di gestione ai consiglieri delegati».
Valdastico nord, arrivo
Marino Smiderle
VICENZA
Sedici cartelle scritte in italiano, e non col solito burocratese, bastano per capire che Vittorio Mincato non si è preso la rogna della Camera di commercio di Vicenza per hobby. No, il presidente, in carica da un mese esatto, ha partorito, e il Consiglio camerale ha approvato, un piano quinquennale chiaro e, con i limiti che il bilancio impone, tosto. E ieri, dopo una visita guidata a quella che sarà la nuova sede di via Fermi («Entreremo tra un anno»), Mincato ha presentato le linee programmatiche fondamentali, discusse e condivise con la giunta.
SITUAZIONI DI SOFFERENZA
È chiaro che, prima di volare verso il futuro, Mincato vuole sanare le criticità del passato. In particolare quella di Aeroporti Vicentini, la società di gestione dell’aeroporto Dal Molin, partecipata al 70 per cento dalla Camera di commercio. «A fine anno - spiega il presidente - questa società avrà un indebitamento di circa 2,9 milioni. Considerato che l’insediamento della base americana rende impossibile il conseguimento dell’oggetto sociale, la nostra ipotesi prioritaria è quella della liquidazione in bonis. Per parte nostra, faremo fronte con 2 milioni e confido che anche Comune, Aim e gli altri soci adottino una soluzione analoga. Quanto al futuro, il governo ha detto che metterà a disposizione 11 milioni per la realizzazione di una nuova pista. Se altri imprenditori ritengono di investire ed entrare in una nuova società di gestione, noi siamo disposti a entrare con una quota di minoranza». Altre sofferenze riguardano l’aeroporto di Asiago e la Scuola d’arte e mestieri, ma gli importi in gioco sono minori.
IL CREDIT CRUNCH
Il primo effetto della crisi finanziaria globale è stata la stretta creditizia alle imprese. «La Camera di commercio di Vicenza - spiega Mincato - deve aumentare i propri sforzi a sostegno del sistema delle imprese in questo momento difficile. Ed è per questo che abbiamo deciso di raddoppiare il contributo al sistema dei Confidi, in collaborazione sinergica con le associazioni di categoria e le istituzioni provinciali e regionali. Siamo passati così da 500 mila a un milione di euro. Non si tratta di impegni di cassa ma di un aumento sensibile della garanzia prestata al sistema imprenditoriale vicentino».
I PROGETTI STRATEGICI
Il piatto forte ha il sapore di una reminiscenza "longhiana". «È proprio qui - ricorda Mincato - che nacque il progetto dell’autostrada Valdastico. Come Camera di commercio vogliamo ribadire la nostra intenzione di puntare al prolungamento verso nord di quella importante struttura viaria». Trento non la vuole? Pazienza, Mincato vuole spingere su questo tasto. E per farlo ha intenzione di impiegare i 15 milioni derivanti dalla cessione della partecipazione nella Serenissima per la realizzazione di un progetto per l’importante opera. Quanto al trasporto ferroviario, «la Camera di commercio dovrà attivarsi perché Vicenza non rimanga esclusa dai benefici derivanti dall’Alta Velocità e dal corridoio 5». Sulla logistica Mincato ritiene che la situazione ingarbugliata del centro intermodale di Montebello (Cis), di cui si parla da tempio immemorabile, abbia buone possibilità di bloccarsi. Quanto alla formazione, «ci proponiamo di stimolare una maggiore razionalità del sistema vicentino, eliminando le duplicazioni, pur valorizzando le eccellenze delle singole strutture». Quanto alla Fiera (oltre il 90% del capitale è di Comune, Provincia e Camera di commercio), verrà acceso un faro sul mutuo da 60 milioni di euro accesso da Immobiliare Fiera per la realizzazione o la ristrutturazione dei padiglioni. «Valuteremo l’effettiva possibilità della Fiera di realizzare il progetto e va comunque escluso fin d’ora ogni ulteriore impegno finanziario da parte nostra». Il presidente è rimasto poi favorevolmente sorpreso dall’esistenza di Futura Innovazione, «una società che abbiamo intenzione di potenziare finanziando con capitale di rischio le imprese start up dei giovani ritenuti meritevoli». Attenzione verrà posta sull’eventuale ricollocazione dei lavoratori immigrati, sulla questione del risparmio energetico, della sicurezza e sul turismo, «con una strategia volta a una maggiore sinergia tra i vari attori istituzionali».
PARTECIPAZIONI
Oltre all’eliminazione dei contributi a progetti non riconducibili al sistema delle imprese, Mincato ha in mente di ridisegnare la struttura partecipativa (Vicenza Qualità, Vicenza è, Cpv ecc.). «Non è una priorità - osserva - ma dovremo valutare se e quali enti mantenere. La governance? Io sarò presidente di tutti, gratis ovviamente. Con ampi poteri di gestione ai consiglieri delegati».
Il vino a palazzo
VITICOLTURA. A più di un anno dalla fondazione del Consorzio Vini Vicentini che raggruppa le sei Doc, il coordinatore illustra il programma
Al Palazzo del Vino
c’è la qualità berica
Marino Smiderle
LONIGO
Si beve meno vino, è vero. Rispetto ai 100 litri pro capite che gli italiani si succhiavano ogni anno, si è passati a meno della metà, circa 47 litri. Però si beve vino migliore. La qualità, insomma, permette di tenere in equilibrio fatturato e redditività delle aziende vicentine del settore, per le quali è diventato fondamentale l’export. Ed è per spingere sull’acceleratore della qualità, oltre che sulla logica di sistema, che poco più di un anno fa venne istituito il Consorzio Vini Vicentini (Covivi), ospitato nella cornice cinquecentesca di palazzo Pisani, a Lonigo, già ribattezzato "Palazzo del Vino". A che punto siamo?
«Io credo che questa sia stata una scelta fondamentale per il settore vitivinicolo vicentino - risponde Fabio Piccoli, coordinatore del consorzio - perché, al di là dei luoghi comuni, qui è davvero importante fare sistema. Se vogliamo veramente dare a Vicenza il posto che merita nella classifica qualitativa dei vini italiani, una voce unica capace di portare avanti gli interessi di tutti mi sembra sia la soluzione più efficace».
Il Covivi, vale la pena di ricordarlo, raccoglie le sei Doc della zona: Vicenza, Colli Berici, Breganze, Gambellara, Lessini Durello e Arcole (le ultime due in coabitazione con la provincia di Verona). A giugno sono stati definiti i vertici dell’associazione, con Roberto Muraro alla presidenza e con Fabio Piccoli, appunto, nel ruolo di coordinatore del Palazzo. Stiamo parlando un sistema, quello delle Doc beriche, che comprende 2.900 vitivinicoltori, 5.000 addetti, 110 imprese imbottigliatrici, 30 milioni di bottiglie e 120 milioni di euro di fatturato annuo (vedi grafico a fianco del titolo). Logico che si punti a migliorare, anche se il barometro dell’economia segna tempesta.
«Le direttrici che stiamo seguendo - spiega Piccoli - sono quelle dell’aggregazione di tutti i consorzi di tutela e della Strada dei vini dei Colli Berici, della promozione comune ed efficace della qualità del vino vicentino e la formazione, a tutti i livelli, di coloro che lavorano nel comparto».
A questo proposito il Covivi ha in programma a gennaio un viaggio, diciamo così, didattico degli imprenditori vicentini nella Napa Valley californiana. Non certo perché debbano imparare come si fa il vino (semmai il contrario), ma piuttosto per apprendere le tecniche di marketing e di vendita spicciola che magari avrebbero bisogno di un rinfrescatina. «Nel Vicentino - osserva Piccoli - solo il 3 per cento del vino prodotto viene venduto direttamente al consumatore, a differenza del 60 per cento della Napa Valley. In California hanno fatto del turismo enogastronomico un fattore di grande successo, anche economico, di tutte queste grandi tenute. Io credo che, considerata la bellezza dei nostri colli, anche nel Vicentino potremo sperimentare qualcosa di simile».
Fermo restando che il vero obiettivo è quello di aumentare la percentuale di vino Doc. «In Italia il 50 per cento del vino prodotto è Doc - conclude - mentre a Vicenza siamo al 30 per cento. La qualità di certe produzioni vicentine impone di crescere molto».
Al Palazzo del Vino
c’è la qualità berica
Marino Smiderle
LONIGO
Si beve meno vino, è vero. Rispetto ai 100 litri pro capite che gli italiani si succhiavano ogni anno, si è passati a meno della metà, circa 47 litri. Però si beve vino migliore. La qualità, insomma, permette di tenere in equilibrio fatturato e redditività delle aziende vicentine del settore, per le quali è diventato fondamentale l’export. Ed è per spingere sull’acceleratore della qualità, oltre che sulla logica di sistema, che poco più di un anno fa venne istituito il Consorzio Vini Vicentini (Covivi), ospitato nella cornice cinquecentesca di palazzo Pisani, a Lonigo, già ribattezzato "Palazzo del Vino". A che punto siamo?
«Io credo che questa sia stata una scelta fondamentale per il settore vitivinicolo vicentino - risponde Fabio Piccoli, coordinatore del consorzio - perché, al di là dei luoghi comuni, qui è davvero importante fare sistema. Se vogliamo veramente dare a Vicenza il posto che merita nella classifica qualitativa dei vini italiani, una voce unica capace di portare avanti gli interessi di tutti mi sembra sia la soluzione più efficace».
Il Covivi, vale la pena di ricordarlo, raccoglie le sei Doc della zona: Vicenza, Colli Berici, Breganze, Gambellara, Lessini Durello e Arcole (le ultime due in coabitazione con la provincia di Verona). A giugno sono stati definiti i vertici dell’associazione, con Roberto Muraro alla presidenza e con Fabio Piccoli, appunto, nel ruolo di coordinatore del Palazzo. Stiamo parlando un sistema, quello delle Doc beriche, che comprende 2.900 vitivinicoltori, 5.000 addetti, 110 imprese imbottigliatrici, 30 milioni di bottiglie e 120 milioni di euro di fatturato annuo (vedi grafico a fianco del titolo). Logico che si punti a migliorare, anche se il barometro dell’economia segna tempesta.
«Le direttrici che stiamo seguendo - spiega Piccoli - sono quelle dell’aggregazione di tutti i consorzi di tutela e della Strada dei vini dei Colli Berici, della promozione comune ed efficace della qualità del vino vicentino e la formazione, a tutti i livelli, di coloro che lavorano nel comparto».
A questo proposito il Covivi ha in programma a gennaio un viaggio, diciamo così, didattico degli imprenditori vicentini nella Napa Valley californiana. Non certo perché debbano imparare come si fa il vino (semmai il contrario), ma piuttosto per apprendere le tecniche di marketing e di vendita spicciola che magari avrebbero bisogno di un rinfrescatina. «Nel Vicentino - osserva Piccoli - solo il 3 per cento del vino prodotto viene venduto direttamente al consumatore, a differenza del 60 per cento della Napa Valley. In California hanno fatto del turismo enogastronomico un fattore di grande successo, anche economico, di tutte queste grandi tenute. Io credo che, considerata la bellezza dei nostri colli, anche nel Vicentino potremo sperimentare qualcosa di simile».
Fermo restando che il vero obiettivo è quello di aumentare la percentuale di vino Doc. «In Italia il 50 per cento del vino prodotto è Doc - conclude - mentre a Vicenza siamo al 30 per cento. La qualità di certe produzioni vicentine impone di crescere molto».
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