domenica 25 gennaio 2009

Certi dell'incertezza

Intervista a DANIELE MARINI
di Marino Smiderle

La crisi accelera la dura selezione tra le pmi beriche

Non ha certo la sfera di cristallo ma dal suo ufficio vede passare tanti numeri e un’idea di certo se l’è fatta di questa crisi che sta ingrippando il motore del Nord Est. E a giudicare dall’aria da funerale che si respira nelle fabbriche vicentine, Daniele Marini, direttore della Fondazione Nord Est, rischia di trasformarsi da aedo a becchino di una delle zone più dinamiche e ricche d’Italia. Esagerazioni? Probabile. Però la preoccupazione è tanta, sia da parte degli imprenditori sia da parte dei lavoratori.
Prof. Marini, sta andando a deriva il Nord Est?
Veramente c’è chi sta molto peggio di noi, e se ci lamentiamo qui, chissà cosa dovrebbero fare gli altri. In ogni caso, la crisi globale sta portando a compimento il processo di severa selezione che negli anni scorsi era stato appena delineato.

Selezione tra imprese?
Certo. Le piccole imprese che sono riuscite a stare al passo con i cambiamenti che la modernità richiedeva, ora stanno soffrendo, come tutti, ma hanno più chance di superare questa fase recessiva, che non si sa ancora quanto durerà.

La selezione, però, non sarà indolore. Chi soffrirà di più?
Nel Nord Est a dettare il passo è stata la media impresa. Quella, per capirci, che impiega dai 50 dipendenti in su. La vera opera di riorganizzazione produttiva l’hanno portata avanti loro. Il punto è che, attorno a ogni media impresa, ruotano, in media, scusi il bisticcio di parole, 274 realtà legate alla subfornitura, per la maggioranza legate al medesimo territorio. È tra queste che vanno trovate le realtà a maggiore rischio.

Non passa giorno senza dover registrare casi di aziende in difficoltà, di lavoratori messi in cassa integrazione o in mobilità. È azzardato dire che quella che una volta era la qualità del Nord Est, l’elasticità delle pmi, ora si è trasformata nella sua debolezza?
Sì, a mio avviso è azzardato. Le piccole imprese che dal 2001 al 2005, gli anni della crisi blanda, non hanno innovato, sono comunque riuscite a traccheggiare, a tirare avanti.

E come hanno fatto?
Beh, il Nord Est in generale, e il Vicentino in particolare, hanno supplito al calo della domanda interna con le commesse legate all’export. Ora che la recessione è globale, ora che la domanda è in caduta a livello mondiale, le pmi che non hanno seguito i processi di modernizzazione sono state le prime a saltare. Ed è il completamento della selezione di cui dicevo prima.

Senta, sappiamo che la Fondazione Nord est non è in possesso della sfera di cristallo, ma se la sente di fare una previsione? Quanto durerà questa crisi?
L’unica certezza è l’incertezza. Credetemi, fare previsioni in questo momento è impossibile. Basta vedere alla progressiva rettifica delle stime dei vari parametri, tipo crescita del pil, a cui assistiamo con frequenza. C’è troppa volatilità e i rischi di essere smentiti sono troppo elevati.

Da Obama e dagli Stati Uniti arriva la ricetta di un’economia più pubblica, con interventi statali enormi. È la strada giusta?
Più che la strada giusta,. in questo momento, specie in America, è la strada inevitabile.

E per l’Italia che strade bisogna percorrere?
Rispetto ad altre realtà, l’Italia ha il merito di non aver seguito troppo le mode economiche in voga fino a poco tempo fa.

Si riferisce alla finanza allegra?
Da noi le banche hanno dimostrato di essere più solide, nonostante i problemi generali. Ma, al di là di questo, quello che conta è l’importanza dell’economia manifatturiera legata al terziario avanzato. Altrove, e penso per esempio alla Gran Bretagna, hanno puntato tutto e solo sul terziario e ora sono in difficoltà.

Pensa che da noi non si avverta l’esigenza di un intervento pubblico?
Come no, anzi, dirò di più, credo che il governo dovrebbe essere più generoso col programma di opere pubbliche e con la politica degli ammortizzatori sociali. Altri stati sono stati più pronti.

Peccato che l’Italia abbia un debito pubblico già spropositato...
Bisognerebbe ragionare in maniera un po’ meno centralista e un po’ più locale.

Ultima cosa: qual è il tasto da spingere per primo se si vuole uscire dal tunnel?
Migliorare il sistema di relazioni tra impresa e scuola. La formazione è tutto.