IRAN & STATI UNITI. Prove tecniche di disgelo dopo decenni di tensione
Teheran
riammessa
in società
Marino Smiderle
Il messaggio di apertura mandato da Obama agli ayatollah riapre i giochi in tutto il Medio Oriente
L’America di Obama si trova in guerra su tre fronti: Afghanistan, dove sta andando sempre peggio; Iraq, dove sta andando sempre meglio; l’economia, dove non si sa come e quando finirà. Non voleva certo andare avanti anche su un quarto fronte, forse il più pericoloso, forse anche il più probabile: l’Iran. E per questo, in occasione del Nowruz, la festa del Nuovo Anno secondo l'antico calendario persiano, il presidente Usa ha mandato un messaggio dai toni più che concilianti al popolo iraniano e, in particolare, ai capi di quello che Bush e i neocon consideravano, e considerano, uno stato canaglia. Piccola curiosità: Nowruz non è una festa islamica, ed è sempre stato tollerato a fatica dalla dirigenza della Repubblica islamica dell'Iran.
«In particolare vorrei parlare direttamente al popolo e ai leader della Repubblica islamica dell'Iran - ha detto Obama in un videomessaggio in inglese, sottotitolato in parsi e pubblicato, tra gli altri giornali, anche da Repubblica -. Nowruz è solo una parte della vostra grande e celebrata cultura. Durante molti secoli la vostra arte, la musica, la letteratura e l'innovazione hanno creato un mondo migliore e più bello. Qui negli Stati Uniti la nostra comunità è stata favorita dal contributo degli Iraniano-Americani: sappiamo che voi siete una grande civiltà, e i vostri risultati hanno guadagnato il rispetto degli Stati Uniti e del mondo. Per quasi tre decenni le relazioni fra i nostri due paesi sono state tese, ma durante questa festa ci viene ricordato del comune destino che ci tiene legati insieme. Voi celebrerete il vostro Nuovo Anno nello stesso modo in cui noi americani ricordiamo le nostre feste, radunandosi in famiglia e con gli amici, scambiandosi doni e racconti, guardando al futuro con un rinnovato senso di speranza».
«Queste celebrazioni - ha proseguito - custodiscono la promessa di un nuovo giorno, di nuove opportunità per i nostri figli, di sicurezza per le nostre famiglie, progresso per le nostre comunità e pace tra le nazioni. Sono speranze condivise, sono sogni comuni. Per questo in questa stagioni di nuovi inizi vorrei parlare chiaramente ai leader iraniani. Tra di noi esistono serie divergenze che si sono accresciute col tempo. La mia amministrazione si è impegnata a una diplomazia che risponda a tutte le questioni aperte tra di noi, per costruire legami costruttivi fra gli Stati Uniti, l'Iran e la comunità internazionale. Questo processo non andrà avanti fra minacce. Noi vogliamo invece un impegno che sia onesto e fondato sul rispetto reciproco. Voi avete una scelta. Gli Stati Uniti vogliono che la Repubblica islamica dell'Iran assuma il suo giusto posto nella comunità delle nazioni. Voi avete quel diritto - ma questo comporta anche delle responsabilità - e quel posto non può essere conquistato attraverso l'uso delle armi o del terrorismo, ma piuttosto con azioni pacifiche che dimostrino la vera grandezza del popolo e della civiltà iraniana. La misura di questa grandezza non è quella di distruggere, è la vostra consolidata capacità di costruire e di creare».
Nell’ultima campagna elettorale americana il candidato repubblicano, John McCain, si era fatto sorprendere mentre faceva il verso a un jingle popolare con le parole Bomb-Bomb-Iran, quasi a voler invitare a far parlare le armi anche a Teheran, visti i pericolosi progressi fatti nella tecnologia nucleare da quel paese. Obama ha deciso di intraprendere la strada opposta, quella del dialogo, della diplomazia. Una scelta dettata non solo da quello che in Italia chiameremmo buonismo, ma anche dall’interesse di sistemare alcune questioni spinose nel quadro mediorientale, coinvolgendo quella che, piaccia o non piaccia, in quella zona è una potenza. Tra pochi mesi in Iran ci saranno le elezioni presidenziali e qualcuno potrebbe vedere questa profferta di Obama come un tentativo di indurre gli elettori a scelte riformiste. Il presidente Mahmoud Ahmadinejad è impresentabile e le sue teorie negazioniste sull’olocausto sono inaccettabili. Ma il muro contro muro degli ultimi decenni non ha portato a nulla di buono. Eppure non tutti sono convinti che quella di Obama sia una buona idea.
I dissidenti, per esempio, bocciano Obama. «Ahmad Batebi è un'icona della dissidenza iraniana - scrive Andrea Nicastro sul Corriere della sera -. La sua faccia da ragazzo sfrontato sulla copertina di un Economist di dieci anni fa gli costò anni di carcere. Mostrava il sangue della repressione delle proteste studentesche. Venne torturato, rischiò di morire, ma niente ha cambiato il suo istinto ribelle. Oggi è a Washington, rifugiato politico dopo una rocambolesca fuga attraverso le grotte al confine tra Iran e Iraq».
Le dichiarazioni rilasciate da Batebi al Corriere non lasciano spazio a dubbi: «È un errore - dice -. Gli ayatollah si sentiranno più forti, avranno ancora meno scrupoli a picchiare e manipolare le schede alle elezioni presidenziali di giugno. Barack Obama ha dato l'impressione di voler barattare i diritti umani degli iraniani con il business e la protezione dall'atomica sciita. L'Iran sta per fare la stessa fine della Libia: rinunciando al suo programma nucleare il colonnello Gheddafi ha salvato se stesso e condannato il suo popolo alla dittatura. Washington vuol ripetere quel giochetto con gli iraniani? Per favore, non siamo in vendita».
La prima risposta ufficiale a Obama arrivata dalla Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, non è però delle più entusiaste. «Non abbiamo nessuna esperienza della nuova amministrazione e del presidente Usa - ha detto prudente Khamenei -. Osserveremo e giudicheremo. Cambiate e il nostro atteggiamento cambierà. Se voi non cambierete atteggiamento, sappiate che il nostro popolo si è rafforzato, è diventato più forte in questi ultimi trent’anni».
