mercoledì 29 aprile 2009

Evviva i bond bancari

PORTAFOGLIO

Bond bancari
Più rischiosi
e più redditizi

Marino Smiderle

Vi fidate delle banche? Di questi tempi, e anche in altri, per la verità, la domanda presuppone una risposta negativa. No, non vi fidate delle banche e, a giudicare da quel che è successo nell’ultimo anno, ne avete ben donde. Il punto è che non vi fidavate neanche 5 o 10 anni fa, ma solo dal lato delle "sole", come dicono a Roma, che gli istituti erano soliti rifilarvi sotto forma di titoli variamente tossici. Dal punto di vista della solvibilità delle singole banche, invece, i dubbi erano prossimi allo zero: cioè, comprare un’obbligazione bancaria era la stessa cosa, in termini di rating e di tranquillità, di comprare un titolo di stato. E adesso?
ZERO TITOLI
Non nel senso del mitico Josè Mourinho ma in quello del glossario finanziario: zero titoli (bancari) nel portafoglio dei risparmiatori. Perché? Perché, nonostante gli istituti di credito italiano siano stati premiati dalla politica più prudente adottata negli anni scorsi (e scambiata per arretratezza dagli stessi analisti che oggi continuano ad analizzare senza evidentemente capirci granché sennò qualche segnale ce lo avrebbero mandato prima), i mercati continuano a scontare il fattore-sfiducia. Ed è per questo che, con i Bot allo "zero-virgola", i rendimenti offerti adesso dalle obbligazioni emesse dalle banche (nella maggior parte dei case plain vanilla, cioè a tasso fisso puro e semplice) diventano estremamente interessanti. E sempre che vi togliate dalla testa la paura che queste stesse banche possano fallire.
OBBLIGAZIONI BANCARIE
Il mercato dei bond bancari continua a soffrire di una cronica mancanza di trasparenza che, per esempio, è "razzista" nei confronti della clientela, nel senso che per gli investitori istituzionali (taglio minimo 50 mila euro) c’è un prezzo mentre per quelli al dettaglio (taglio minimo 1.000 euro) ce n’è un altro, ovviamente meno conveniente. Tuttavia la mancanza di fiducia dei mercati in genere nei confronti delle banche ha provocato, paradossalmente, qualche vantaggio per il risparmiatore in cerca di una bussola finanziaria in un periodo in cui il disorientamento e la paura regnano sovrani. Le stesse banche, a livello globale, si fidano poco le une delle altre, e così se hanno bisogno di fondi nei canali un tempo tradizionali (interbancario), devono pagare un tasso molto alto. E quindi, alto per alto, tanto vale alzare i tassi offerti alla clientela e raccogliere direttamente dal "fornitore" principale la provvista. Di qui l’emissione di titoli che rendono, a pari scadenza, dai due ai tre punti percentuali in più rispetto al titolo di stato corrispondente.
ESEMPI
Tanto per fare dei numeri, l’ultima emissione portata sul mercato dal Monte dei Paschi è stata un successone. Scadenza quinquennale (30 aprile 2014), cedola fissa al 4,75%, prezzo di emissione 99,6, rendimento a scadenza del 4,8%, pari a quasi due punti e mezzo in più del titolo di stato. Mica male, anche se vale la pena ricordare che si tratta sempre di titoli per il mercato istituzionale, con tagli minimi da 50 mila euro. Chi ha portato due titoli interessanti sul Mot, e quindi con taglio minimo di 1.000 euro, è stata Abn: il primo a tasso fisso, 5,5% e prezzo 100, con scadenza anni; il secondo a tasso variabile Euribor 3 mesi +200 punti base. Si tratta di prezzi, rendimenti e spread che, fino a pochi anni fa, si potevano vedere solo su corporate bond che adesso viaggiano a differenziali molto più elevati. Poi, è chiaro, questo è un momento in cui il peggio sembra essere passato ma non è assolutamente detto che tutti i rischi siano svaniti. Chi pensa, comunque, che per le banche siano già state costruite delle protezioni pubbliche sufficienti, farebbe bene a prendere in considerazione questi titoli in un’ottica di diversificazione del portafoglio e, soprattutto, di aumento dei rendimenti.
TASSI D’INTERESSE
Il vero rischio, a parere di chi scrive, è che questo panorama di bassi tassi d’interesse possa subire un brusco risveglio tra un anno, quando le banche centrali dovranno alzare le dighe (e quindi i tassi) per proteggere le economie dalle minacce inflazionistiche. E quindi, in un’ottica di lungo periodo, se si decide di rischiare tanto vale mettere in portafoglio anche un po’ di pepe azionario.