per i piccoli del globo

Marino Smiderle
INVIATO A LONDRA
Chi glielo dice, adesso, al piccolo imprenditore di Zermeghedo che la sua fabbrichetta potrà sopravvivere solo se il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si mette d’accordo con quello della Cina, Hu Jintao?
Chi glielo dice, al commerciante di Thiene, che la sorte del suo negozio dipende dalla buona volontà dei presidenti di Francia e Russia, Nicolas Sarkozy e Dmitri Medvedev? Chi glielo dice, all’operaio metalmeccanico in cassa integrazione di Schio, che potrà tornare al lavoro solo se oggi a Londra i potenti della terra si metteranno d’accordo?Per ora ci pensano i manifestanti arrabbiati (fra di loro c’è anche un morto) a dare le prime risposte. Nella City londinese, dove nel settembre scorso i dipendenti della Lehman Brothers venivano fotografati mentre portavano via gli scatoloni con le proprie cose dalla sede della banca d’affari fallita, o meglio, lasciata fallire, ieri è esplosa tutta la rabbia di centinaia di manifestanti anticapitalisti e no global.
Negli uffici della Royal Bank of Scotland, a cui il contribuente britannico ha dovuto versare svariati miliardi di sterline per tenerla in piedi, sono entrati alcuni manifestanti, prima che la polizia si scatenasse e arrestasse decine di persone. Il tutto in una giornata primaverile, illuminata da un sole che con il grigio di Londra e di questi tempi cupi dell’economia aveva davvero poco a che fare.
Qualcuno, senza dubbio esagerando, ha definito questo G-20 londinese come la Bretton Woods del terzo millennio.
È difficile che il comunicato finale che verrà diffuso domani, al termine del summit, pur pieno di buone intenzioni e con i punti di discordia accuratamente spazzati sotto il tappeto dell’unanimità di facciata, riesca d’incanto a far ripartire la macchina inceppata dell’economia globale. Ma è impossibile pensare di accendere il motore di quella macchina ciascuno con le proprie forze nazionali.
Ed è proprio questo senso di impotenza che spaventa il piccolo imprenditore di Zermeghedo, il commerciante di Thiene e l’operaio cassintegrato di Schio.
Per quanta buona volontà possano avere, e Dio solo sa quanta ne hanno, oggi saranno tutti idealmente qui, a tirare per la giacchetta Silvio Berlusconi piuttosto che Mario Draghi, i due italiani presenti, affinché ce la mettano tutta per fare squadra con questo mondo che, fino a prova contraria, non vale la pena distruggere a sassate.
Cosa bisogna aspettarsi da questo summit? La cosa più probabile, come detto, è un documento lastricato di buone intenzioni, così come lo erano le otto paginette di promesse controfirmate all’indomani dell’ultimo G-20, svoltosi a Washington nel periodo di passaggio, quando Barack Obama era già stato eletto ma ancora non aveva le chiavi della Casa Bianca.
No al protezionismo, avevano gridato all’unisono i grandi della terra, salvo poi, a stretto giro di crisi, adottare misure protezionistiche per i singoli paesi che mal si conciliano con gli impegni globali.
A cominciare da quel "buy american" («compra prodotti americani») che lo stesso Obama aveva lanciato quale slogan per un rilancio un po’ miope, che non va al di là dell’oceano.
Ci sono due grandi filosofie di fondo che si combatteranno nei padiglioni dell’ExCeL, il grande centro nei Docks londinesi dove si terrà il vertice: chi vuole spingere a fondo sull’acceleratore del debito pubblico e chi invece preferisce mettere l’accento sulla formulazione di nuove regole per i mercati finanziari. Gordon Brown, premier britannico, ieri ha ospitato Barack Obama al n. 10 di Downing Street per ribadire, se ce fosse bisogno, che ancora una volta la Gran Bretagna e gli Stati Uniti giocheranno nella stessa squadra e con lo stesso schema di gioco: più debito pubblico per rianimare un’economia che, priva dell’impulso privato, rischia di diventare un cadavere.
Ieri Obama ha avuto l’onestà di ammettere urbi et orbi che la colpa di questa crisi è degli Stati Uniti e del modo eccessivamente spregiudicato con cui hanno gestito la finanza, traformando le banche in agenzie delle scommesse. Scommesse, va da sè, perse. Però il presidente ha detto che non è il momento di guardare indietro, con Brown sulla stessa lunghezza d’onda.
Non la pensano allo stesso modo Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Per loro il welfare europeo, pur da rafforzare in momenti di emergenza, ha già nel suo dna lo scopo sociale di prevenire disastri. E poi, insiste il cancelliere tedesco, bisogna stare attenti a esagerare col debito e con la moneta perché il rischio d’inflazione futura e potrebbe vanificare tutti i tentativi di recupero.
Del resto, se gli americani, quando pensano al peggio, hanno davanti agli occhi gli anni della depressione e non vogliono ripetere gli stessi errori, i tedeschi, invece, rivedono le tragedie di Weimar, quando per comprare un pezzo di burro ci volevano carrettate di marchi svalutatissimi.
Certo, nonostante le minacce di Sarkozy di fare il De Gaulle e di abbandonare il tavolo della discussione se non dovesse arrivare un documento "forte", è probabile che, per non gettare nel panico dei mercati già sufficientemente volatili, salti fuori un pronunciamento finale condiviso.
Magari focalizzato su concetti già elaborati nelle scorse settimane, tipo una stretta per i cosiddetti paradisi fiscali e un incremento della dotazione finanziaria del Fondo monetario internazionale da usare per aiutare quei paesi che dovevano essere emergenti e che invece stanno affondando. E Berlusconi, che su queste cose ha naso, ieri ha detto che a Londra si farà un buon lavoro ma solo al prossimo G-8 «verrà redatto il nuovo codice dei comportamenti finanziari ed economici del mondo».
Resta nell’ombra, per ora, la Cina, che vorrebbe tanto poter contare di più nei tavoli del potere globale.
Dal momento che detiene nei propri forzieri 739 miliardi di dollari di titoli di stato Usa, è facile prevedere che, più che tanti G-20, in futuro assisteremo a diversi G-2 tra Washington e Pechino.
E se si mettessero d’accordo loro, l’operaio cassintegrato di Schio troverebbe lavoro domani mattina.
Una cena ispirata
alla tradizione inglese

Ieri sera, intanto, i grandi hanno mangiato. Bene? Male?
Oggi, forse, qualcuno darà qualche giudizio, magari cercando di evitare incidenti diplomatico-gastronomici. La responsabilità, comunque, è tutta di Jamie Oliver, lo chef che ha provveduto a depositare sulle tavole imbandite al n. 10 di Downing Street, sede del primo ministro inglese Gordon Brown.
Il menu è ispirato alla tradizione britannica, e già questo non è un bel cominciare. In ogni caso, come antipasto Oliver ha proposto salmone scozzese e ricci di mare, con verdure provenienti da Sussex, Surrey e Kent. Il piatto forte è stato l’agnello della Elwy valley, nel nord del Galles, con contorno di patate Jersey Royal, funghi e salsa di menta (mamma mia).
La carne di maiale, per evitare di creare problemi a Erdogan, premier musulmano della Turchia, è stata volutamente lasciata fuori dal menu.
Conviene fermarsi qua, con gli illustri ospiti che avranno l’onore di poter partecipare anche al prossimo G-8 della Maddalena già speranzosi di poter rimediare presto. «Sono molto orgoglioso del mio paese e delle sue tradizioni culinarie - ha dichiarato lo chef - e sono sicuro che gli ospiti gradiranno».
Un capitolo a parte merita il tavolo d’onore riservato alle consorti dei capi di stato e, in particolare, a Michelle Obama, nuova icona che ha portato alla ribalta il modello della donna che si mette il primo straccio che trova per casa prima di uscire. In suo onore sono state invitate alcune celebrità. E, in particolare, J.K. Rowling, l'autrice della saga di Harry Potter, che siederà proprio alla destra della First Lady (a sinistra ci sarà Kelly Holmes, vincitrice di due medaglie d’oro alle Olimpiadi di Atene 2004).
Ci sarà pure Naomi Campbell, che più diversa di Michelle non potrebbe essere, ma che proprio per questo al n. 10 di Downing Street ci starà d’incanto. MA.SM.
COM’È CAMBIATA LONDRA NEGLI ULTIMI DECENNI
La City ko,
è la fine
di un’epoca
L’Inghilterra aveva confuso la finanza con l’industria e nel frattempo ha perso tutti i «gioielli» di famiglia
LONDRA
Londra è un flashback di sogni. Una fabbrica di sogni, di miti per giovani che, quando diventano vecchi, si aggrappano disperatamente a quei gruppi musicali, a quelle canzoni, a quelle mode che non muoiono mai. O che muoiono e rinascono continuamente per rendere eterno il fascino cosmopolita di questa città in movimento. E che ieri è stata sfregiata da una protesta anticapitalista che viene da lontano e che adesso ha pure dei motivi seri per esplodere, fermo restando che atti delinquenziali restano atti delinquenziali.
Ieri la City, cuore finanziario della capitale dell’Inghilterra, era un campo di battaglia. Centinaia, migliaia di poliziotti bardati da un giubbotto catarifrangente, color giallo canarino, hanno affrontato centinaia, migliaia di giovani manifestanti che volevano distruggere, neanche tanto metaforicamente, il nucleo del male da cui si è diffusa la metastasi di una finanza perniciosa per l’economia reale.
Già, ma cos’è l’economia reale? Negli Stati Uniti distinguono tra Wall Street, la sede del New York Stock Exchange, e Main Street, la via "principale", dove si producono beni veri, mica derivati. Bene, nel corso degli anni per l’Inghilterra, e per Londra in particolare, la finanza, la Borsa, le banche sono diventate l’economia reale. Ricordate il mantra del decennio scorso? L’industria pesante è morta, conta il terziario avanzato, conta la finanza, quelli sì sono settori ad alto valore aggiunto. E così nella City londinese sono volati broker e trader da tutto il mondo, capaci di far saltar fuori soldi dai soldi, e tanti, in un’unica giornata di compra e vendi forsennato. Ma compra e vendi cosa? Azioni, derivati, titoli tossici, in un crescendo rossiniano di invenzioni finanziarie che hanno definitivamente perso di vista il sottostante, cioè la roba vera, che si produce. No, la carta faceva carta, i soldi facevano soldi e, a un certo punto, nessuno ha capito più niente.
Il castello di carte è caduto al primo soffione e adesso Londra si trova senza la sua industria principale. La City, appunto, presa d’assalto quando ormai i mercanti sono già scappati dal tempio. Fa niente, si potrebbe tornare all’industria. Già, ma l’Inghilterra l’industria l’ha persa per strada. Qualcuno torna indietro agli anni della Thatcher, grande statista britannico, che vinse un aspro e drammatico braccio di ferro sindacale con i minatori, arrivando a chiudere fabbriche improduttive. Scelte anche giuste, visto che gli anni 80 furono gli anni della rinascita di quella che, nel decennio successivo, dominato da Tony Blair, venne definita Cool Britannia. Ma nel frattempo si perdevano i pezzi, tanto che le famose case automobilistiche inglesi (Rover, Rolls Royce, Jaguar, perfino la mitica Mini Minor) sono state cedute a produttori che, illusi, pensavano che l’economia reale fosse ancora quella delle "cose" e non della "carta".
Per carità, ora se la passano male anche loro, i produttori di auto, perché tutta quella carta diffusa a piene mani, anche dalla City, ha finito col far saltare il sistema delle banche e, subito dopo, il sistema tout court. Vedere quegli sciamannati che infierivano sulla Banca d’Inghilterra, un’istituzione paragonabile ai Reali d’Inghilterra, ieri lasciava davvero sgomenti. In Inghilterra, contrariamente che da noi, alle istituzioni e alle tradizioni tengono. Se le abbattono, vuol dire che è successo, sta succedendo, qualcosa di davvero preoccupante.
