Misure anticrisi,
finalmente addio
ai paradisi fiscali
Altri mille miliardi contro la recessione Sarkozy: «Bandito il segreto bancario» Berlusconi: «Obama ci tiri fuori dalla crisi»

Marino Smiderle
INVIATO A LONDRA
Oggi tutti i giornali spareranno i numeri dell’impegno globale. Oltre mille miliardi di dollari iniettati nelle varie istituzioni finanziarie, a cominciare dal Fondo monetario internazionale, che vede la sua dotazione balzare da 250 a 750 miliardi di dollari. «Ed entro il 2010 - ricorda Gordon Brown, il premier inglese e organizzatore di questo storico G20 londinese - lo stimolo fiscale arriverà a quota 5 mila miliardi di dollari». Quanto basta per dare fuoco alle polveri delle Borse, che festeggiano questa pioggia di denari globali e scommettono su una ripresa che, a questo punto, non può essere lontana.
Detta così, può sembrare la grande vittoria di Barack Obama, il presidente americano che era al suo debutto ufficiale in Europa e che ha stregato tutti («Ha lo sguardo “acchiapponico"», ha commentato Silvio Berlusconi) per affabilità, competenza e determinazione. In realtà, anche se Berlusconi ha negato decisamente che ci fossero due filosofie in contrapposizione in questo G20, con Francia e Germania (più l’Italia) da una parte a spingere per le nuove regole, e Stati Uniti e Inghilterra dall’altra a premere invece su maggiori interventi pubblici, alla fine è stato trovato un compromesso più che onorevole per entrambi. E, soprattutto, capace di dare l’impressione ai mercati di avere a che fare con una cooperazione internazionale davvero efficace.
Mentre i manifestanti lasciavano annoiati i dintorni dell’ExCeL, Brown snocciolava per primo le nove paginette di documento conclusivo che, a suo avviso, sanciscono l’inizio di una nuova era. «Per far ripartire il mondo dalla crisi del 1929 - ha detto il premier britannico - ci sono voluti 15 anni. Stavolta non succederà, grazie al processo di cooperazione globale che abbiamo avviato a Washington e a cui abbiamo dato un impulso decisivo qui a Londra».
Si diceva che non ha vinto solo Obama. E il perché lo ha spiegato proprio Berlusconi, spiegandone le ragioni proprio mentre nella saletta a fianco il presidente francese, Nicolas Sarkozy, giunto a Londra senza la sua Carlà e forse per questo un po’ più cupo del solito, esultava per aver «ottenuto un risultato che va oltre le nostre previsioni».
«Sì - aggiungeva quasi all’unisono il presidente del Consiglio italiano - perché sono state prese decisioni molto importanti in materia di regole di funzionamento dei sistemi bancari e finanziari. Decisioni che troveranno compimento al prossimo G8 alla Maddalena, dove formalizzeremo il Legal Standard. Per cominciare, questo G20 è stato molto chiaro con i cosiddetti paradisi fiscali: l’Oecd pubblicherà una lista di questi paesi che dovranno uniformarsi agli standard internazionali».
Ed era proprio questo uno dei punti su cui insistevano Sarkozy («Finalmente abbiamo dato un colpo al segreto bancario») e Angela Merkel, cancelliere tedesco. Eccolo qui, quindi, il compromesso mondiale che non scontenta nessuno, anche se forse Obama avrebbe voluto strappare qualche euro in più dai bilanci pubblici europei.
Comunque, alla fine tutti sono parsi sinceramente soddisfatti. Anche Berlusconi e Tremonti, che nella loro vivace conferenza stampa congiunta hanno voluto sottolineare come sia stato grazie all’Italia se nel testo finale sia stato inserito il capitolo riservato al sociale. «La nostra intenzione - ha detto Berlusconi - è quella di mettere i lavoratori prima di tutto. People first, come dice Obama. E per questo, se necessario, dirotteremo alcuni fondi da capitoli pure importanti del bilancio verso queste finalità. Anche se vorrei tranquillizzare chi teme sforamenti del trattato di Maastricht: non succederà».
«Piuttosto - ha aggiunto Tremonti - vale la pena sottolineare come la nostra politica sia quella di prevenire i licenziamenti più che intervenire dopo con strumenti di assistenza».
Un altro capitolo trattato con decisione al G20 è stato quello degli stipendi e dei bonus ai mega manager. Ne sa qualcosa lo stesso Obama che, dopo aver dirottato centinaia di miliardi di dollari alla grande compagnia assicurativa Aig per salvarla da bancarotta sicura, si è visto il management premiato la settimana scorsa con 165 milioni di dollari di bonus. Ne è nata una sorta di sollevazione da parte del Congresso («È lì che vanno a finire i soldi delle nostre tasse?») che però rischia anche di andare a collidere con i principi del libero mercato. «Non ci saranno più bonus per chi provoca fallimenti - ha assicurato Brown - e le retribuzioni dovranno riflettere la performance, mentre i nuovi vertici delle istituzioni finanziarie dovranno venire assunti sulla base del merito. Tutto ciò incoraggerà la responsabilità delle aziende a livello globale.
Anche il Financial Stability Forum, presieduto dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, «chiede che le nuove norme sulle retribuzioni dei vertici delle banche siano applicate già nel 2009 e che una loro piena applicazione proceda il più rapidamente possibile». «In particolare - ha spiegato Draghi - l'Fsf chiede che le remunerazioni siano allineate alla redditività nel lungo termine della società». Questo per evitare che certe decisioni manageriali vengano prese per avere un utile personale a breve ma una perdita secca per l’azienda nel lungo periodo.
Insomma, si è fatto molto in questo summit. E, come ha ammesso Tremonti, alcune decisioni importanti, alcune prese di posizione sono state adottate proprio dal confronto tra capi di stato e non solo dal lavoro oscuro degli sherpa. C’è da sperare che gli impegni sulla lotta al protezionismo per rilanciare il commercio siano seguiti da fatti concreti.
Le Borse, come detto, hanno festeggiato ma la strada, per chi ha un’impresa, per chi lavora in un’impresa, per chi il lavoro l’ha già perso, è ancora lunga. «Non basta un summit - ha ricordato Obama - non bastano due summit. Ma sono certo che questa immane profusione di sforzi da parte di tutti i leader del G20 comincerà presto a dare i risultati».
Già, ma Berlusconi che viene rimbeccato dalla regina Elisabetta perché grida un «mister Obamaaa...» decisamente fuori dal protocollo sonoro dove lo mettiamo? E il premier canadese che non compare nella prima foto ufficiale perché in quel momento era alla toilette (circostanza smentita dal portavoce)?
E i misteri circa l’assenza di Carla Bruni?
E Michelle Obama che abbraccia la regina, anche lei facendo a pezzi il protocollo? È bello concludere questo summit con notazioni leggere, dopo tante discussioni in sala stampa su milioni, miliardi, trilioni fino a perdere il conto. Ridere di questa crisi è impossibile, e i grandi della terra lo hanno dimostrato.
Più di 2000 giornalisti
da tutto il mondo
LONDRA. Sveglia alle sei di mattina, perché non si sa bene come funziona il meccanismo di accreditamento. All’ExCeL, la megastruttura piantata in mezzo ai Docks di Londra dove si tiene il G20, sono attesi più di duemila giornalisti e, considerata la cura maniacale con cui la Metropolitan Police si occupa della sicurezza e dell’ordine pubblico, non sarà agevole arrivarci. In più la giornata si apre con la notizia della morte di un manifestante e, anche se si tratta di cause naturali, la tensione rischia di salire maledettamente.
Le istruzioni contenute nel manualetto inviato via email a tutti i giornalisti accreditati sono chiare: appuntamento per tutti a Peruvian Wharf, da dove un pullman ci porterà direttamente a destinazione. Una parola arrivare a Peruvian Wharf, che si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria dall’ExCel, da cui però è separato da un rassicurante "laghetto", il Royal Victoria Dock. Il nostro albergo è proprio di fronte, basterebbe attraversare il ponticello e il gioco sarebbe fatto. Ovviamente la Metropolitan Police ha chiuso il ponticello.
E allora? Un tassista pakistano nota la nostra discussione pacata col poliziotto irremovibile, che spiega candidamente come l’unica soluzione sia quella di girare intorno al Dock e risalire dall’altra parte (totale: cinque chilometri, a occhio e croce), e si offre di darci una mano. «Come with me», vieni con me, e così si va. Alle 8 siamo in Peruvian Wharf, insieme a colleghi di tutto il mondo che stanno arrivando alla spicciolata. Passaporto, copia dell’accredito ricevuta via email e si può salire sul primo pullman.
Giro turistico attorno ai Docks e si arriva nei pressi nell’aeroporto della City, dove consegnano il pass ed effettuano i controlli di sicurezza al metal detector. Ok, esame passato, si sale su un altro pullman che stavolta punta dritto all’ExCeL.
Il centro stampa è una specie di stabilimento dove, al posto dei macchinari, ci sono lunghe tavolate dotate di telefono a collegamento internet. Arriviamo al tavolo segnato dalla bandiera tricolore e dalla scritta "Italy". Ma non i posti sono pochini e così, con altri colleghi italiani, occupiamo l’intero settore riservato all’Indonesia.
Il London Summit 2009 può cominciare.MA.SM.
LA CONFERENZA STAMPA DEL PRESIDENTE
Obama: «È stato
un vertice molto
produttivo»
LONDRA
Alla faccia dell’obiettività dei giornalisti. Al termine della conferenza stampa di Barack Obama è scattato un inusuale applauso. «Mai successo», commentava un inviato italiano di lungo corso. Già, mai successo che un presidente degli Stati Uniti goda di una popolarità grande al punto da perdonare a quel paese di essere la causa prima di questa crisi globale.
Già, ma i germi di questo sistema finanziario senza regole li ha messi una legge dell’amministrazione Clinton, poi perpetuata da Bush. Questo è Obama, il nuovo, il magnifico, roba che John Kennedy neanche si sognava. C’è la fila, mentre Obama parla, di colleghi e soprattutto colleghe di tutto il mondo a farsi fare una foto col cellulare con sullo sfondo quest’uomo su cui tutti, non solo gli americani, contano molto, moltissimo, speriamo non troppo. Però, cavolo, quando parla è davvero uno che ti stende. Ha dribblato con eleganza un giornalista americano che gli chiedeva cosa trova di diverso nell’accoglienza riservata a un presidente americano rispetto a quello che capitava a George W. Bush. Avrebbe potuto rispondere che a Bush tiravano le scarpe, mentre a lui scagliano solo applausi. Invece no, non ha infierito col predecessore che pure ha politicamente combattuto a lungo, fin da quando l’Illinois l’aveva eletto al senato. «Quando Bush veniva in missione all’estero - ha risposto Obama - io non c’ero e quindi non posso sapere. Posso solo dire quello che è il mio approccio: non imporre le decisioni ma discutere con gli altri».
Belle parole, ma gli Stati Uniti non sono la potenza più importante del globo, possibile che accettino di fare marcia indietro? «Noi esercitiamo meglio la nostra leadership quando ascoltiamo», la risposta del presidente.
«E in questi giorni - ha proseguito - ho ascoltato molto i leader di Russia, Medvedev, e Cina, Hu Jintao.
Abbiamo iniziato discorsi importanti a proposito di riduzione dell’arsenale nucleare, di risoluzione dei problemi in Afghanistan. Ho trovato di fronte persone con cui davvero si può parlare. E se si vogliono risolvere i problemi bisogna parlare».MA.SM.
