Se le banche fanno ancora le banche
Marino Smiderle
Cari banchieri, facciamo i banchieri. È questo, in estrema sintesi, il succo delle considerazioni finali espresse ieri dal governatore Mario Draghi nel corso dell’assemblea della Banca d’Italia a palazzo Koch. Perché è vero che i titoli dei giornali se li è guadagnati con le valutazioni di politica economica e con l’invito alle riforme strutturali (allungamento dell’età pensionabile), oltre che con la previsione di un calo del 5 per cento del Pil 2009, ma è anche vero che le parole destinate ad avere un’applicazione pratica sono quelle rivolte agli autorevoli soci presenti in sala.
Leggendo le 19 cartelle meritevoli di un consenso pressoché unanime e non di facciata, si ha come l’impressione che il contagio della nefasta febbre finanziaria esplosa negli Stati Uniti si sia verificato giusto in tempo perché il sistema italiano non prendesse la medesima strada. O meglio, la strada del conto economico facile le banche italiane avevano appena cominciato a prenderla, tanto che nelle ultime assemblee di Bankitalia non si poteva non spellarsi le mani dagli applausi.
Applausi per quelle miliardate di utili prodotte da istituti che, a quel punto, pensavano di poterli moltiplicare all’infinito puntando sul gigantismo e sui prodotti ad alto reddito (per le banche) e ad alti costi (quasi furti) per i clienti. Macché prestiti, macché credito alle pmi, vuoi mettere quanto guadagno si può portare a casa con un bel derivato incomprensibile da vendere ad aziende ingenue e colpevolmente inconsapevoli?
Ecco, il motivo per cui questa terribile recessione può essere paradossalmente da considerare benefica è perché ha avuto il merito, almeno quello, di interrompere le tappe di avvicinamento all’andazzo americano. Quando sul sistema finanziario e bancario mondiale si è abbattuta la tempesta del fallimento Lehman, l’apparato di difesa delle banche italiane era ancora sufficientemente saldo da far dire adesso a Draghi che «l’impatto della crisi sulle banche è stato da noi meno traumatico che in altri paesi».
Forse perché da noi le novità degli Stati Uniti impiegano qualche anno ad attecchire completamente. In ogni caso, al di là dell’aspetto di politica economica e delle implicazioni future dell’enorme massa di denaro pubblico destinato dagli stati a turare le falle della follia («A livello mondiale, le perdite contabilizzate nei bilanci delle banche negli ultimi due anni sono state pari a oltre mille miliardi di dollari»), il distillato più interessante delle considerazioni finali di Draghi riguarda le imprese e il loro finanziamento attuale e futuro.
C’è un passaggio nella relazione del governatore, il banchiere dei banchieri, che riscuoterà il consenso e la speranza di tutti i piccoli imprenditori che costituiscono l’ossatura di questo miracoloso paese. «A risentire della crisi sono soprattutto le imprese piccole, sotto i 20 addetti; nella sola manifattura se ne contano in tutto quasi 500.000, con poco meno di due milioni di occupati. Per quelle che operano in qualità di sub-fornitrici di imprese maggiori, da cui subiscono tagli degli ordinativi e dilazioni nei pagamenti, è a volte a rischio la stessa sopravvivenza. Il passaggio dei prossimi mesi sarà decisivo: una mortalità eccessiva che colpisca per asfissia finanziaria anche aziende che avrebbero il potenziale per tornare a prosperare dopo la crisi è un secondo, grave rischio per la nostra economia».
Parole sante. Specie se si pensa che sono rivolte a un pubblico di banchieri, ai quali spetta il compito di valutare chi merita il credito e chi no. Eccolo il nocciolo della questione, il merito di credito, appunto, a cui Draghi non si è sottratto. Ed è un monito-invito rivolto a chi si trova tra l’incudine di dover fare utili senza rischiare troppo e il martello di una patrimonializzazione da rafforzare magari lesinando proprio sul credito. Cosa devono fare queste banche? «Non si può chiedere alle banche di allentare la prudenza nell’erogare il credito - risponde realista il governatore -. Non è nell’interesse della nostra economia un sistema bancario che metta a rischio l’integrità dei bilanci e la fiducia di coloro che gli affidano i propri risparmi. Quel che si può e si deve chiedere alle nostre banche è di affinare la capacità di riconoscere il merito di credito nelle presenti, eccezionali circostanze. Va posta un’attenzione straordinaria alle prospettive di mediolungo periodo delle imprese che chiedono assistenza finanziaria. Nei metodi di valutazione, nelle procedure decisionali delle banche vanno tenute in conto tecnologia, organizzazione, dinamiche dei mercati di riferimento delle imprese».
Ci saranno delle vittime, ci sarà una selezione che lascerà sul terreno parecchie imprese. Ma se le banche sapranno fare le banche, e se sospenderanno per un po’ l’asettico dettame di Basilea 2 per individuare e sostenere quanto basta le realtà che torneranno a volare con la ripresa, metà della crisi sarà presto un lontano ricordo.
